sabato 11 aprile 2026

Anger never dies

Musica

Oggi parliamo di rabbia.

Un sentimento che, per decine di anni, ho confuso con altro e che, invece, era lì, pronto a ingrassare nutrendosi della mia incapacità a riconoscerlo.

La prima volta che ho provato a dare un nome, un nome vero, a quello che sentivo è stata, ovviamente, in terapia. Non è che quella perenne condizione, mista tra paranoia e tristezza, nascondeva, invece, qualcos'altro?
Neppure davanti all'evidenza, presentata con pazienza da chi queste cose le aveva studiate, ho saputo cedere: no, io non ero una persona arrabbiata, la rabbia è un sentimento violento e distruttivo che non poteva appartenermi in alcun modo.

E invece.

Man mano che la vita ha iniziato (o forse sarebbe meglio scrivere continuato) a presentarmi i suoi scontrini, la rabbia si è presa il suo spazio e ha cominciato a uscire e a farsi riconoscere. Prima in situazioni semplici, quelle in cui chiunque perderebbe la pazienza e così, davanti allo sportello di un ufficio postale dove un'impiegata troppo zelante si rifiutava di consegnarmi il contenuto di una raccomandata intestata a mia madre sostenendo che occorreva la sua firma o, in alternativa, il quindicesimo certificato di morte (gli altri quattordici erano stati richiesti e depositati proprio in quell'ufficio nelle settimane precedenti), si sono rotti gli argini. Ricordo ancora Andrea che mi si avvicina, mi sfila il casco dalle mani e mi invita con voce calma a lasciare perdere, ricordo l'altra impiegata, una signora che conosceva mia mamma, che si offre come testimone e convince la collega a consegnarmi la busta, ricordo il senso di smarrimento misto a euforia che mi ha pervasa subito dopo.

Da quel giorno la rabbia ha iniziato a camminare con me, come il fuoco di Twin Peaks.
Il problema però è che se un sentimento, fino a poco prima, non avevi la minima idea non solo di come gestirlo ma neppure di come riconoscerlo, non lo impari di certo nel momento in cui ti trovi a navigare nel mondo delle successioni, delle domande invadenti, dei primi passi in un nuovo posto di lavoro, dell'inizio di una pandemia che arginerà per mesi ogni tuo tentativo di (re)esistere, nonostante tutto.

Medicine, routine, yoga, terapia mirata, cattive abitudini, sono state a lungo le babysitter della mia rabbia neonata, a volte sono riuscite a tenerla a bada dandomi il tempo per studiarla, comprenderla e allevarla con amore, altre non hanno saputo e potuto contenerla e le hanno permesso di invadere ogni cosa, soprattutto le mie notti.

Con il passare del tempo ho imparato a vederla chiaramente, mi sono impegnata con il corpo e con la mente ad accettarla, ci ho respirato sopra, l'ho addolcita predendomi cura della mia salute il più possibile, le ho cucinato cibi sani, ho dipinto per lei pagine di acquarelli, ho plasmato con l'argilla cose che potessero piacerle, le ho piantato fiori colorati in giardino ogni primavera, l'ho cercata nelle parole di altri e nelle pagine dei libri, l'ho smontata e rimontata un pezzo alla volta con l'aiuto di una professionista.

Ora, però, credo che sia entrata nell'adolescenza: si comporta come vuole quando vuole, esce tutti i giorni con un gruppo di amici che mi dicono riunirsi spesso, in massa, attorno ai 45 anni, ha ricominciato a mangiare cibi ultraprocessati e molto calorici, tipo telefonate ai consulenti, mail ai commercialisti, vocali agli operai e notizie dal mondo. 

È bastato un attimo di distrazione, una debolezza, un lutto arrivato alle porte della primavera, poco prima di un anniversario che porta con sè tutto il dolore della vita, perché la rabbia riuscisse a uscire dalla finestra, per poi tornare a qualsiasi ora, con quel suo modo petulante di avere sempre l'ultima parola, di rovinare ogni conversazione, pensiero, sogno o giornata. 

Ma lei non sa che, questa volta, io la vedo. Anticipo i suoi movimenti in silenzio, rifletto su come aiutarla ad attraversare questa fase della vita in modo spontaneo ma costruttivo, penso a quali parole dirle, a come avvicinarla senza farla spaventare, perché la mia paura più grande è che torni a nascondersi, a non rivolgermi più nemmeno uno sguardo, a chiudersi dentro di me travestendosi da tristezza, paura, autoironia, dolore, simpatia, gentilezza, ansia, voglia di sparire.

Questa volta no, non la ignorerò, le darò lo spazio che serve per autoaffermarsi ed essere pronta ad andare nel mondo da sola e mi scuso con tutte le persone che in questo periodo hanno a che fare con me, madre di un'adolescente complicata che la chiama nel bel mezzo di una riunione in ufficio, di una cena al ristorante, di una gita fuori porta, di una sera sul divano.

Abbiate pazienza,
non arrabbiatevi.

sabato 14 marzo 2026

Arriverderci Agata, gattina mia.


Musica

Ho immaginato migliaia di volte il momento in cui avrei iniziato a scrivere questo post.

Un post che, prima o poi, sapevo sarebbe arrivato, che nel tentativo di riuscire a controllare qualcosa ho persino provato a cominciare in anticipo, per fortuna senza riuscirci.

Agata è morta il 19 febbraio, in una mattina piovosa e piuttosto fredda. Ho sperato tanto che se ne andasse a casa con noi, magari dormendo, magari addirittura al paesello, dove ha vissuto la maggior parte della sua lunga vita, ma, purtroppo, non è andata cosi. 

Abbiamo, ho, dovuto decidere di salutarla prima che il suo tempo sulla terra diventasse privo di gioia e dignità.

A novembre scorso abbiamo scoperto una massa che le comprimeva il fegato, una diagnosi che non ci aspettavamo e che ha ribaltato ogni idea che ci eravamo fatti: pensavamo alla tiroide, al diabete, all'insufficienza renale, ma, evidentemente, l'abbonamento di famiglia all'autobus del cancro non è ancora scaduto.

Da quel pomeriggio d'autunno tutto è cambiato, mi è bastato vedere la faccia di Andrea quando la veterinaria che l'aveva appena addormentata per farle il prelievo lo ha chiamato: ho capito subito che la sensazione di orrenda attesa che ben conosco era appena tornata nella mia vita, per rimanerci.

In questi tre mesi le giornate di Bibbi sono trascorse tra lunghi sonni, tonnellate di carezze proprio su quella morbida pancia che, nel frattempo, la stava tradendo, decine di scatolette da assaggiare, rifiutare, divorare, serate di vizi tra salame e parmigiano direttamente sul tavolo della cucina, notti di fusa sulle mie gambe, nuove cucce da esplorare e abitare a seconda dell'umore.

I miagolii notturni, iniziati questa estate e attribuiti a demenza o a probabili malattie renali si sono intensificati, diventando un accompagnamento fisso che ha tolto il sonno a lei e a noi.

Ed è proprio a seguito di un weekend trascorso a urlare e a tentare in tutti i modi di uscire, saltare in posti impensati alla ricerca di acqua, ferendosi e piombando letteralmente nel terrore che abbiamo capito: Agata non c'era più, era diventata un animaletto spaventato, incapace di trovare pace e con l'unico desiderio di fuggire lontano, chissà, forse per morire da sola come avrebbe fatto in natura.

L'unico modo per darle un poco di calma è stato aggiungere nuove medicine, che rendevano le notti più gestibili e trasformavano le giornate in una catena di ore trascorse nascosta e addormentata.

A quel punto, seppur tra mille dubbi, ho fatto la stessa scelta di sette e venti anni fa: abbiamo barattato il tempo con la dignità, permettendole di andarsene quando ancora era in grado di riconoscersi/mi e di amarci, come solo lei sapeva fare

Ho pensato tanto a quanto sia stato terribile per me rendermi conto di avere tutto questo potere sulla morte di un essere vivente, ma poi, riflettendo bene, anche la sua vita è stata una nostra scelta. Noi l'abbiamo salvata, appena nata, mentre giaceva in un frigorifero abbandonato, accanto al fratellino già morto. Noi abbiamo deciso di lasciarle la libertà di entrare e uscire da casa come desiderava, abbiamo selezionato per lei il cibo, l'abbiamo portata in un appartamento, lontano dai suoi prati, quando la vita ha cambiato improvvisamente le sue regole, le abbiamo assicurato di poter annusare ancora il profumo dei fiori trasferendoci a casa sua sei mesi l'anno, abbiamo scelto di non tipizzare la massa perché, data l'età, non l'avremmo mai sottoposta a una chemioterapia o a un un intervento così demolitivo.

E allora non è stata più una questione di potere, ma di responsabilità, una responsabilità che è iniziata quando i suoi occhi erano ancora quasi chiusi ed è terminata quando si sono chiusi di nuovo e per sempre.

Non avevo dubbi che quell'animalino meraviglioso mi avrebbe insegnato la vita fino all'ultimo e ora che è qui accanto a me, in una piccola scatolina di legno, non mi resta che immaginare un posto in cui lei sta correndo forte, tra i borbottii della Maria e la gioia di Giancarlo, che l'ha appena conosciuta e, ne sono certa, è già suo grande amico.

Arrivederci Agata, gattina mia.

domenica 1 febbraio 2026

Leggermente 2.0: Lo scarabeo della Signorina Benson


Musica

Questa puntata del Leggermente 2.0 non doveva essere dedicata al libro di cui scriverò.
Ma ho finito di leggerlo poco fa, seduta su una panchina ai Luzzati nel sole invernale di una domenica pomeriggio e sono dovuta fuggire in lacrime non appena ho terminato l'ultima pagina (a dire il vero, piangevo già da un pò).

Lo scarabeo della signorina Benson è esattamente il libro di cui avevo bisogno adesso.
La storia a cui mi aggrapperò spesso, non solo nei prossimi giorni ma, ne sono certa, ci penserò ancora a lungo, forse per sempre.

Un titolo e una copertina che, probabilmente, non mi avrebbero conquistata a prima vista, ma, come sempre, sappiamo a chi dare la colpa quando si parla di libri belli: Cindy, ovviamente.

L'estate scorsa mi ha detto che mi sarebbe piaciuto, io l'ho comprato insieme ad altri due, come scorta per l'inverno; è di questi ultimi che avrei voluto scrivere oggi, ma ero ancora seduta sulla panchina che già pensavo a quando, arrivata a casa, avrei riversato tutto il mio entusiasmo sul Supernote.

Trecentoottanta pagine che scorrono bene, ancora una volta perfette per un film, ma, soprattutto, perfette per chi, superati i quarant'anni, ogni tanto (tutti i giorni) si chiede cosa abbia fatto di buono nella vita, cosa sia davvero l'amicizia, come si misuri la soddisfazione personale, quanto abbia senso continuare a ripetersi che siano le piccole cose a contare davvero.

Le risposte a queste domande si trovano nel libro di Rachel Joyce, una lettura potentissima, capace di parlarmi di solitudine e sorellanza allo stesso tempo, di dolore e gioia, paura e coraggio, realtà e fantasia, celebrando con una storia inventata l'essenza più pura della vita.

Lo so, sto scrivendo sull'onda dell'entusiasmo, me ne rendo conto, ma io che i desideri non solo non ho mai avuto la forza di rincorrerli, probabilmente nemmeno di averli, quando leggo storie come quella di Margery e Enid, somiglio a un neonato che ha appena scoperto di avere le mani.

Poi certo, c'è la natura che con me vince a mani basse, c'è il trauma del lutto familiare, ma ci sono cose che non ricordo di aver incontrato in altri libri e che mi hanno aperto gli occhi senza chiedere il permesso.

Credo che il merito maggiore vada alla scrittura dell'autrice, per me niente di meno che perfetta, con un uso delle parole che oscilla tra il poetico e il tagliente e una trama che si adegua perfettamente al mood, passando dal lento al rocambolesco nel giro di tre righe.

Ho sorriso e mi sono commossa, ho riso di gusto e pianto a singhiozzi e tanto mi basta per pensare che sarà dura, in questo 2026 appena iniziato, leggere di meglio.

"Poi si sedette in veranda a guardare nel buio gli alberi sbiancati dalla luna, così alta e piena da sembrare un ritaglio. La colpì di nuovo la consapevolezza di quanto fosse breve la vita. Tutti quei pesi che la gente si portava dientro con tanta fatica un giorno sarebbero scomparsi, e lo stesso i dolori personali, e non sarebbe rimasto altro che quello: gli alberi, la luna, il buio."

giovedì 1 gennaio 2026

Cuore a mille, testa sottosopra e nervi saldi


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Sono le 18 del 31 dicembre 2025, scrivo in cucina, sulla tavola mezza apparecchiata, per tenere d'occhio quella signorina lassù, sempre pronta a cercare formaggio, rischiare di cadere, bere da un bicchiere non suo.

Tra poche ore anche quest'anno sarà finito e noi lo trascorreremo a casa, per controllare Agata e le sue reazioni ai botti (vi cadessero le mani).

A gennaio scorso scrivevo come il 2024 fosse passato liscio, senza drammi, spaventi, o grandi gioie... una rarità su questi schermi, che ha fatto sì che lo incoronassi facilmente l'anno migliore della mia vita.

Non posso dire lo stesso del 2025, costellato di momenti di ansia, preoccupazione, a tratti terrore, che però, ho tenuto a bada.
Li ho attraversati tutti, con il cuore a mille, la testa sottosopra e i nervi saldi.
Mai come nel 2025 ho messo in pratica ogni tecnica di respirazione imparata in cinque anni di yoga, narici alternate, quadrata, ascensore, occhi chiusi, occhi aperti, in piedi, sdraiata, seduta, al mare, in giardino, a letto e in ufficio.

Ho letto referti senza avere la sensazione di morire all'istante, ho atteso risultati di visite non mie (la vera prova di forza, per me) continuando a respirare e a stare (e a piangere poi dalla tensione, non prima dalla disperazione), ho aspettato due istologici (miei, stavolta) con inedita fiducia, ho accettato diagnosi brutte, con quel misto di dejavu e schiuma calda nella pancia che conosco così bene, sempre senza crollare, anche ora mentre vedo Agata con il suo cancro al fegato fissarmi da dietro il centrotavola di Capodanno.

Cosa è successo?
Perché sono diventata così?

Come ho potuto vedere l'amore mio stare male e avere paura, attendere di capire se i due nei che mi hanno tolto erano melanomi (non lo erano), salutare per sempre una persona che ha fatto tanto per me e per tutti, abbracciare la consapevolezza che la mia magica gattina sta morendo e io, per l'ennesima volta, posso solo stare a guardare?

Questa mattina, alla fine di una pratica, l'invito è stato di riflettere su qualcosa che abbiamo imparato nel 2025 e io, senza nessun dubbio, ho pensato che ho imparato che posso farcela.
Sento di aver costruito abbastanza, nel tempo, e di essermi procurata strumenti a sufficienza per riuscire ad attraversare le cose che sono capitate senza che il mio corpo somatizzasse troppo come in passato, pemettendomi così di dormire lo stesso, fare attività fisica, gestire una ristrutturazione, lavorare come non mai e spesso in trasferta, senza sintomi fisici invalidanti.

Mi sono concentrata tantissimo, ho partecipato a un corso di ceramica regalatomi da Cuorino in primavera, ne ho seguito un altro di botanica in autunno che mi sono regalata da sola, ho inscatolato tutta la vita dei miei invece di partire, mi sono svegliata dieci volte per notte per gestire la demenza di Agata andando a dormire presto per perdere comunque meno sonno possibile, ho cucinato tantissimo, ho ripreso a leggere con più costanza e piacere, ho tagliato i capelli corti e fatto altri piccoli, grandi, cambiamenti nelle mie abitudini: ognuna di queste cose mi ha accompagnata nella lotta contro la paura, aiutandomi a vincerla, un passo alla volta.

Concludo questo anno, bruttino posso dire, con due settimane abbondanti di ferie, trascorse visitando la mia città come uno dei migliaia di turisti che affollano Genova, riposando e leggendo il più possibile, guardando le serie TV più mainstream che si possano immaginare, cucinando, salutando gli amici, facendo yoga, trascorrendo ore a coccolare il corpo scheletrico di Agata e preparandomi al mio vero Capodanno, che i 44 sono dietro l'angolo e io, stamattina, ho scelto di aspettare il 2026 con fiducia.

Auguri a chi è qui a leggermi ancora dopo tanti anni, a chi non sapeva nemmeno che questo vecchio blog esistesse, a chi mi conosce "nella vita reale" e a chi non sa neppure che faccia abbia... che sia un anno pieno di tempo, da trascorrere come meglio volete, e potete.