lunedì 31 agosto 2026

Vacanze italiane: un viaggio giallo

Musica

Siamo partiti come poche idee chiare, fino all'ultimo pensavamo di aggiungere, a questo viaggio italiano, anche qualche giorno all'estero, ma il caldo previsto ovunque provassimo a cercare ci ha fatto desistere.

E così, per il secondo anno di seguito, non abbiamo varcato i confini.

Uno dei pochi punti fermi di questa molle estate rovente era il matrimonio di Clara e Alessandro, il 29 agosto, a Gubbio.

Abbiamo quindi deciso di raggiungere la meta prendendola (molto) larga e partendo da Ravenna, dove Andrea era stato da piccolo e che io, invece, non avevo mai visitato.
Credo sia impossibile non amarla, la città è piccola e si gira tranquillamente in un paio di giorni, noi ci siamo arrivati nel pomeriggio e siamo ripartiti l'indomani, dopo pranzo.
Sono sufficienti un poco di organizzazione e voglia di vagare senza un obiettivo preciso per riuscire a vedere quasi tutto con tranquillità e sorpresa.
Avevamo prenotato le visite ai mosaici qualche giorno prima di partire, scegliendo il percorso da quattro tappe: il Mausoleo di Galla Placidia, la Basilica di San Vitale, Sant'Apolinnare Nuovo e il Battistero Neoniano.
In realtà, abbiamo incastrato senza fatica anche il Battistero degli Ariani, la tomba di Dante Alighieri e, sulla via del ritorno, Sant'Apollinare in Classe.

Potete prenotare il vostro itinerario direttamente dal sito di Ravenna Mosaici, il percorso che abbiamo scelto noi costa 12,50 euro, mentre per visitare il Battistero degli Ariani si paga un biglietto di 3 euro direttamente sul posto.

Cosa posso dire di Ravenna?
Che mi è caduta la mascella in ogni posto in cui sono entrata.

Il cielo di Galla Placidia, i motivi decorativi sempre diversi e coloratissimi che vorrei saper ricamare su ogni vestito che possiedo, la calma attorno alla Basilica di San Vitale, la luce perfetta di fine agosto, mi hanno fatta camminare per ore, al caldo, senza che quasi me ne accorgessi.
Il cibo, poi, ha fatto il resto: cena da Cucina del Condominio (anche in questo caso, come sempre, prenotata qualche giorno prima) e pranzo da Profumo di Piadina, gentilissimi e con un menù talmente vario che ci siamo ritrovati a mangiare tre piade in due.






La seconda tappa del nostro piccolo viaggio era un luogo che sognavo da tempo: Borgo Loretello.
Scoperto su Instagram seguendo alcune eccellenze marchigiane come Gaia Segattini e, appunto, La Marchigiana, ho continuato per anni a scoprirne la bellezza e a sperare di avere, un giorno, l'occasione di andarci.
Beh, l'occasione si è presentata a fine inverno, quando cercavamo una meta vicina a Gubbio per spezzare il viaggio verso il matrimonio. Abbiamo prenotato i primi di febbraio, scegliendo, tra le opzioni disponibili, "La casa nel vicolo", un piccolo appartamento con cucina, distribuito su due piani, molto ben arredato e comodissimo: un minuto a piedi dalla piscina, qualche passo (probabilmente meno di dieci) dal Bar Giallo e un altro minuto dall'Osteria la Grotta e questa è la triangolazione che ha caratterizzato i nostri tre giorni di permanenza nel paese.

1 giorno, l'arrivo:
Tuffo in piscina (è a uso esclusivo degli ospiti e apre dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19) e aperitivo al Bar Giallo, dove potete bere (benissimo!) e stuzzicare qualcosa (noi, per esempio, abbiamo provato quasi tutto: hummus, vitello tonnato, focacce alla pala e crostata alle pesche).




2 giorno: 
Colazione vista colline, direttamente in piazzetta, dove abbiamo portato il cesto che ci è stato consegnato. Troverete succhi, marmellate, fette biscottate, torte fresche, biscotti, yogurt, granola e moltissima frutta. Da lì ci siamo mossi per visitare qualche paesino nei dintorni e, senza troppa programmazione, siamo stati a Corinaldo e a Piticchio, due delizie semi deserte e piene di gatti. Ci siamo poi fermati al volo a San Lorenzo in Campo per fare un po' di spesa e abbiamo pranzato in appartamento, con frico, erbette saltate e olive ascolane, ci siamo rilassati un po' e abbiamo concluso il pomeriggio in piscina. La sera cena all'Osteria la Grotta, dove abbiamo mangiato e bevuto benissimo, in un'atmosfera da fiaba, con un po' di arietta fresca, le lucine accese tra gli ulivi e un gatto talmente uguale a Bibbi da lasciarci a bocca aperta.





3 giorno: 
Ci siamo svegliati presto per acquarellare (io) e cianotipare (lui), cercando di evitare il sole più caldo e goderci il silenzio del mattino. Verso le 9.30 siamo partiti alla volta delle Grotte di Frasassi, prenotate la sera prima. L'organizzazione inevitabilmente militaresca di questo posto ha fatto si che riuscissimo agevolmente a parcheggiare, fare una seconda colazione, visitare il piccolo Museo Speleo Paleontologico e Archeologico e iniziare il tour puntualissimi.
Bene, se i mosaici di Ravenna mi hanno sconvolta con la loro bellezza, le grotte non sono state da meno, vi basti pensare che, finito il tunnel di ingresso e arrivati nell'Abisso Ancona, mi sono messa a piangere.
Ascoltare la storia della loro scoperta nei primi anni '70, che dobbiamo a un gruppo di giovanissimi speleologi (il più giovane aveva 16 anni!), mi ha incantata, così come ritrovarmi davanti a immense stalagmiti di panna montata, stalattiti che sembrano a volte lenzuoli stesi ad asciugare a volte aghi per fare la maglia, laghetti, pozzi profondissimi e decine di nasi all'insù.
La visita guidata dura 90 minuti, noi abbiamo scelto (ovviamente) il percorso turistico, ma ci sono anche quelli speleo avventura che durano di più e sono riservati a persone esperte o avventurose, ovvero tutto ciò che io e mio marito non siamo.
Sulla via del ritorno siamo passati da una Genga rovente (il salto dai 14 gradi in grotta ai 39 fuori ci ha un attimino spezzato le gambe) e, arrivati a Loretello, ci siamo rifugiati in piscina per tutto il pomeriggio. La sera aperitivo di saluto al Bar Giallo e cena in appartamento.




4 giorno, la partenza: 
Il nostro tempo nelle Marche è terminato, abbiamo fatto colazione in piazza, siamo scesi a Sassoferrato per visitare il paese e fare incetta di prodotti tipici da Sapori e Colori e siamo partiti per raggiungere Gubbio, dove alle 17 avevamo appuntamento con l'amore e, poco più tardi, con il banchetto nuziale più grande e ricco che io abbia mai visto!

Questi pochi giorni di vacanza sono stati un vero e proprio manifesto: alla lentezza, alla capacità di stupirsi sempre, alla luce e al suo opposto, alla terra che sa ospitare con delicatezza, al silenzio, alla solitudine, al presente, all'assenza, alla riflessione, alla lettura, al raccoglimento e al giallo, del bar, dei girasoli nei campi ormai con il capo chino, del sole stremato, delle campagne infinite e di un matrimonio di fine estate.

Consigli utili random:

- prenotate sia Ravenna sia Frasassi senza affanno, noi eravamo sempre un poco in ritardo sulla tabella di marcia per le visite dei mosaici ma nessuno ha fatto storie agli accessi, idem per le grotte: i tour sono frequenti e ben organizzati, a meno che non abbiate i tempi stretti potete prenotare anche pochi giorni prima (i biglietti si possono acquistare anche in loco, ma sconsiglio causa coda). Da considerare: fine agosto forse è un periodo più calmo.

- il soggiorno a Borgo Loretello, invece, va prenotato in anticipo, i pochi appartamenti disponibili si riempiono, anche perché è una meta molto gettonata anche da ospiti stranieri. In paese è assolutamente consigliabile prenotare anche aperitivi al Bar Giallo (specificate tavolo sulle mura, se volete godervi il panorama incredibile) e cene alla Grotta.

- impossibile vivere questa esperienza senza un mezzo di trasporto, ogni località dista almeno 15 minuti di auto l'una dall'altra. Se volete sfruttare la cucina nell'appartamento occorre organizzare una piccola spesa prima, perché in paese non ci sono negozi.

- se soffrite di vertigini (marito) o di claustrofobia (io), nelle Grotte di Frasassi non dovreste avere problemi. Io ho iperventilato un poco solo alla fine del percorso (dopo il Sasso dell'Orsa) e Andrea ha evitato di affacciarsi per guardare i pozzi.

- questione caldo: noi siamo partiti (io soprattutto, che quest'anno ho patito come non mai) terrorizzati. Volevamo addirittura portarci un ventilatore da casa, perché, negli alloggi, non è presente l'aria condizionata. In realtà ci avevano assicurato che avrebbero provveduto loro con dei ventilatori e così è stato, in più i muri spessi e le persiane chiuse di giorno hanno fatto il resto e siamo stati sempre bene.

- a Borgo Loretello non c'è wifi (vivaddio), ma, almeno nel nostro caso, fastweb non aveva copertura e quindi siamo rimasti pressoché isolati per tre giorni. Per noi nessun problema (avevamo individuato un paio di spot per le telefonate di rito a Maurone), ma forse buono a sapersi.


Bonus gattini del paese:







domenica 2 agosto 2026

Leggermente 2.0: Summer Edition

 



C'è un motivo per cui, proprio oggi, esce questo post: sono in ferie.

Non è che ho smesso di leggere, semplicemente, ho smesso di avere tempo per raccontarlo.

L'estate scorsa ho letto qualche romanzo e un saggio, sempre meno di quanto avrei voluto, ma meglio di niente.

Qualcosa è già stato condiviso qui, con post totalmente dedicati, oggi, invece, mi piacerebbe scrivere di quattro libri diversi, che mi sono piaciuti, ognuno con le sue caratteristiche, spesso opposte.

Non so se questo "format", ammesso che si possa chiamare così, abbia senso, se interessi a qualcun *, se sia noioso e/o troppo diverso da quello che normalmente abita Ilmareingiardino, ma, da fruitrice, a mia volta, di blog, post e articoli che parlano di libri, ho pensato di continuare. Fatemi sapere voi, se ho rotto le scatole!

Mentre scrivo queste righe, nello zaino accanto a me riposa l'ennesima coincidenza che mi lega a Cindy (che, vi ricordo, è responsabile da tempo immemore della mia condivisione letteraria) di cui, per come sta andando la lettura, non vedo l'ora di raccontarvi.

Oggi, però, sono tre i romanzi che provo a presentarvi dal mio punto di vista, due che parlano di amore in una maniera diametralmente opposta e uno che racconta un viaggio, ma, diciamolo subito, secondo me parla di amore più degli altri due, senza dichiararlo mai.


Eccoli:

Mio Marito di Maud Ventura

Mai stati così felici di Claire Lombardo

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce


Mio marito

È una fregatura, divertente, drammatica, breve.
Se ne parlava sui social parecchio, mi pare un paio di anni fa, si legge molto velocemente ed è un bene perchè tutta la sua fama sta nel finale. Che è giusto, per carità, ma a me ciò che è rimasto maggiormente impresso sono i capitoli prima. La storia di una famiglia in cui la moglie è letteralmente ossessionata dal marito e, questa sua ossessione, inevitabilmente, condiziona la sua vita e quella della coppia. Vi consiglio di leggerlo soprattutto se pensate che la vostra relazione sia equilibrata e che certe dinamiche non vi riguardino. Poi mi dite.

Mai stati così telici

Di nuovo famiglia, di nuovo amore, ma in 700 pagine.
U
n libro che potrebbe, serenamente, diventare un film, o, ancora meglio, una serie tv.
Un "This is us" sottoforma di romanzo, che si svolge sempre nella stessa ambientazione, con gli stessi personaggi e con pochi, dimenticabili, colpi di scena, fino alla fine.
Il protagonista qui è l'amore, in particolare quello tra moglie e marito, profondo, raro, più forte di qualunque altra forma di amore familiare. Sembra che non mi sia piaciuto, ma non è così, mi aspettavo di piangere molto (mai dare per scontato che le recensioni di altr* valgano anche per noi), non è successo, ma è scritto bene, scorre facile e per chi, come me, non ha idea di cosa significhi avere due genitori follemente innamorati l'uno dell'altra, pronti a superare ogni difficoltà a colpi di amore e a preservare questo sentimento difendendolo da ogni attacco esterno (compresi i bisogni dei figli), è un'esperienza assimilabile alla visione di un documentario di Sir Attemborough sull'uccello lira.

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry

È l'ultimo che ho letto, orfana de "Lo scarabeo dorato della signorina Benson".
Un bel romanzo, leggero e pieno di spunti di riflessione preziosi, pieno di vita, morte e amore, in tutte le sue forme. Come nel caso del primo libro che ho letto della stessa autrice la sensazione è che Joyce scriva spesso di categorie lasciate ai margini: donne, persone con malattie mentali e/o fisiche, poveri, vecchi.
Posso dire? Ci riesce bene.
Perchè, pure io che non ho particolare empatia verso gli anziani, ad Harold e alla sua missione mi sono affezionata. Anche qui il plot twist non manca, con conseguente lacrima (nulla di paragonabile alla storia di Margery e Enid) e l'autrice è proprio brava a mantenere vivo l'interesse per una storia che rimane quasi uguale a se stessa per la maggior parte del tempo.

La porta

È passato talmente tanto da quando ho scritto questo post che, nel frattempo, ho letto altro.
Avete presente quando, poco più su, avevo scritto di avere un libro nella borsa che rappresentava una delle mille coincidenze che mi legano a Cinzia?
Ecco, quel libro era La porta, di Magda Szabò, visto proprio sul profilo instagram A casa di Cindy e immediatamente riconosciuto tra i preferiti di mamma. Mi è bastato andarlo a cercare nella libreria appena sistemata ed eccolo lì tra "quelli da leggere".
Beh, è proprio ciò che ho fatto subito.
L'ho divorato, adorato e mi sono innamorata della sua protagonista, la splendida Emerenc che ho già riconosciuto in una signora dell'est, con il fazzoletto in testa, che incontro spesso nei vicoli la mattina presto e nel ricordo dolceamaro di mia nonna materna, anche lei con i capelli spesso coperti.
Fatevi un regalo, leggetelo, fatevi venire voglia di visitare i luoghi che racconta, di conoscere qualcuno di così solido e puro come Emerenc, di addestrare un cane, di progettare la vostra tomba, di portare ai vicini un piatto dell'amicizia ogni tanto, di prendervi cura gli uni degli altri, di chiedere a dare aiuto.

Bene, il post è finito, ne avrei pure un altro in canna e ci sono libri di cui non ho scritto che forse varrebbe la pena condividere, ma sarà per la prossima volta!


sabato 11 aprile 2026

Anger never dies

Musica

Oggi parliamo di rabbia.

Un sentimento che, per decine di anni, ho confuso con altro e che, invece, era lì, pronto a ingrassare nutrendosi della mia incapacità a riconoscerlo.

La prima volta che ho provato a dare un nome, un nome vero, a quello che sentivo è stata, ovviamente, in terapia. Non è che quella perenne condizione, mista tra paranoia e tristezza, nascondeva, invece, qualcos'altro?
Neppure davanti all'evidenza, presentata con pazienza da chi queste cose le aveva studiate, ho saputo cedere: no, io non ero una persona arrabbiata, la rabbia è un sentimento violento e distruttivo che non poteva appartenermi in alcun modo.

E invece.

Man mano che la vita ha iniziato (o forse sarebbe meglio scrivere continuato) a presentarmi i suoi scontrini, la rabbia si è presa il suo spazio e ha cominciato a uscire e a farsi riconoscere. Prima in situazioni semplici, quelle in cui chiunque perderebbe la pazienza e così, davanti allo sportello di un ufficio postale dove un'impiegata troppo zelante si rifiutava di consegnarmi il contenuto di una raccomandata intestata a mia madre sostenendo che occorreva la sua firma o, in alternativa, il quindicesimo certificato di morte (gli altri quattordici erano stati richiesti e depositati proprio in quell'ufficio nelle settimane precedenti), si sono rotti gli argini. Ricordo ancora Andrea che mi si avvicina, mi sfila il casco dalle mani e mi invita con voce calma a lasciare perdere, ricordo l'altra impiegata, una signora che conosceva mia mamma, che si offre come testimone e convince la collega a consegnarmi la busta, ricordo il senso di smarrimento misto a euforia che mi ha pervasa subito dopo.

Da quel giorno la rabbia ha iniziato a camminare con me, come il fuoco di Twin Peaks.
Il problema però è che se un sentimento, fino a poco prima, non avevi la minima idea non solo di come gestirlo ma neppure di come riconoscerlo, non lo impari di certo nel momento in cui ti trovi a navigare nel mondo delle successioni, delle domande invadenti, dei primi passi in un nuovo posto di lavoro, dell'inizio di una pandemia che arginerà per mesi ogni tuo tentativo di (re)esistere, nonostante tutto.

Medicine, routine, yoga, terapia mirata, cattive abitudini, sono state a lungo le babysitter della mia rabbia neonata, a volte sono riuscite a tenerla a bada dandomi il tempo per studiarla, comprenderla e allevarla con amore, altre non hanno saputo e potuto contenerla e le hanno permesso di invadere ogni cosa, soprattutto le mie notti.

Con il passare del tempo ho imparato a vederla chiaramente, mi sono impegnata con il corpo e con la mente ad accettarla, ci ho respirato sopra, l'ho addolcita predendomi cura della mia salute il più possibile, le ho cucinato cibi sani, ho dipinto per lei pagine di acquarelli, ho plasmato con l'argilla cose che potessero piacerle, le ho piantato fiori colorati in giardino ogni primavera, l'ho cercata nelle parole di altri e nelle pagine dei libri, l'ho smontata e rimontata un pezzo alla volta con l'aiuto di una professionista.

Ora, però, credo che sia entrata nell'adolescenza: si comporta come vuole quando vuole, esce tutti i giorni con un gruppo di amici che mi dicono riunirsi spesso, in massa, attorno ai 45 anni, ha ricominciato a mangiare cibi ultraprocessati e molto calorici, tipo telefonate ai consulenti, mail ai commercialisti, vocali agli operai e notizie dal mondo. 

È bastato un attimo di distrazione, una debolezza, un lutto arrivato alle porte della primavera, poco prima di un anniversario che porta con sè tutto il dolore della vita, perché la rabbia riuscisse a uscire dalla finestra, per poi tornare a qualsiasi ora, con quel suo modo petulante di avere sempre l'ultima parola, di rovinare ogni conversazione, pensiero, sogno o giornata. 

Ma lei non sa che, questa volta, io la vedo. Anticipo i suoi movimenti in silenzio, rifletto su come aiutarla ad attraversare questa fase della vita in modo spontaneo ma costruttivo, penso a quali parole dirle, a come avvicinarla senza farla spaventare, perché la mia paura più grande è che torni a nascondersi, a non rivolgermi più nemmeno uno sguardo, a chiudersi dentro di me travestendosi da tristezza, paura, autoironia, dolore, simpatia, gentilezza, ansia, voglia di sparire.

Questa volta no, non la ignorerò, le darò lo spazio che serve per autoaffermarsi ed essere pronta ad andare nel mondo da sola e mi scuso con tutte le persone che in questo periodo hanno a che fare con me, madre di un'adolescente complicata che la chiama nel bel mezzo di una riunione in ufficio, di una cena al ristorante, di una gita fuori porta, di una sera sul divano.

Abbiate pazienza,
non arrabbiatevi.

sabato 14 marzo 2026

Arriverderci Agata, gattina mia.


Musica

Ho immaginato migliaia di volte il momento in cui avrei iniziato a scrivere questo post.

Un post che, prima o poi, sapevo sarebbe arrivato, che nel tentativo di riuscire a controllare qualcosa ho persino provato a cominciare in anticipo, per fortuna senza riuscirci.

Agata è morta il 19 febbraio, in una mattina piovosa e piuttosto fredda. Ho sperato tanto che se ne andasse a casa con noi, magari dormendo, magari addirittura al paesello, dove ha vissuto la maggior parte della sua lunga vita, ma, purtroppo, non è andata cosi. 

Abbiamo, ho, dovuto decidere di salutarla prima che il suo tempo sulla terra diventasse privo di gioia e dignità.

A novembre scorso abbiamo scoperto una massa che le comprimeva il fegato, una diagnosi che non ci aspettavamo e che ha ribaltato ogni idea che ci eravamo fatti: pensavamo alla tiroide, al diabete, all'insufficienza renale, ma, evidentemente, l'abbonamento di famiglia all'autobus del cancro non è ancora scaduto.

Da quel pomeriggio d'autunno tutto è cambiato, mi è bastato vedere la faccia di Andrea quando la veterinaria che l'aveva appena addormentata per farle il prelievo lo ha chiamato: ho capito subito che la sensazione di orrenda attesa che ben conosco era appena tornata nella mia vita, per rimanerci.

In questi tre mesi le giornate di Bibbi sono trascorse tra lunghi sonni, tonnellate di carezze proprio su quella morbida pancia che, nel frattempo, la stava tradendo, decine di scatolette da assaggiare, rifiutare, divorare, serate di vizi tra salame e parmigiano direttamente sul tavolo della cucina, notti di fusa sulle mie gambe, nuove cucce da esplorare e abitare a seconda dell'umore.

I miagolii notturni, iniziati questa estate e attribuiti a demenza o a probabili malattie renali si sono intensificati, diventando un accompagnamento fisso che ha tolto il sonno a lei e a noi.

Ed è proprio a seguito di un weekend trascorso a urlare e a tentare in tutti i modi di uscire, saltare in posti impensati alla ricerca di acqua, ferendosi e piombando letteralmente nel terrore che abbiamo capito: Agata non c'era più, era diventata un animaletto spaventato, incapace di trovare pace e con l'unico desiderio di fuggire lontano, chissà, forse per morire da sola come avrebbe fatto in natura.

L'unico modo per darle un poco di calma è stato aggiungere nuove medicine, che rendevano le notti più gestibili e trasformavano le giornate in una catena di ore trascorse nascosta e addormentata.

A quel punto, seppur tra mille dubbi, ho fatto la stessa scelta di sette e venti anni fa: abbiamo barattato il tempo con la dignità, permettendole di andarsene quando ancora era in grado di riconoscersi/mi e di amarci, come solo lei sapeva fare

Ho pensato tanto a quanto sia stato terribile per me rendermi conto di avere tutto questo potere sulla morte di un essere vivente, ma poi, riflettendo bene, anche la sua vita è stata una nostra scelta. Noi l'abbiamo salvata, appena nata, mentre giaceva in un frigorifero abbandonato, accanto al fratellino già morto. Noi abbiamo deciso di lasciarle la libertà di entrare e uscire da casa come desiderava, abbiamo selezionato per lei il cibo, l'abbiamo portata in un appartamento, lontano dai suoi prati, quando la vita ha cambiato improvvisamente le sue regole, le abbiamo assicurato di poter annusare ancora il profumo dei fiori trasferendoci a casa sua sei mesi l'anno, abbiamo scelto di non tipizzare la massa perché, data l'età, non l'avremmo mai sottoposta a una chemioterapia o a un un intervento così demolitivo.

E allora non è stata più una questione di potere, ma di responsabilità, una responsabilità che è iniziata quando i suoi occhi erano ancora quasi chiusi ed è terminata quando si sono chiusi di nuovo e per sempre.

Non avevo dubbi che quell'animalino meraviglioso mi avrebbe insegnato la vita fino all'ultimo e ora che è qui accanto a me, in una piccola scatolina di legno, non mi resta che immaginare un posto in cui lei sta correndo forte, tra i borbottii della Maria e la gioia di Giancarlo, che l'ha appena conosciuta e, ne sono certa, è già suo grande amico.

Arrivederci Agata, gattina mia.

domenica 1 febbraio 2026

Leggermente 2.0: Lo scarabeo della Signorina Benson


Musica

Questa puntata del Leggermente 2.0 non doveva essere dedicata al libro di cui scriverò.
Ma ho finito di leggerlo poco fa, seduta su una panchina ai Luzzati nel sole invernale di una domenica pomeriggio e sono dovuta fuggire in lacrime non appena ho terminato l'ultima pagina (a dire il vero, piangevo già da un pò).

Lo scarabeo della signorina Benson è esattamente il libro di cui avevo bisogno adesso.
La storia a cui mi aggrapperò spesso, non solo nei prossimi giorni ma, ne sono certa, ci penserò ancora a lungo, forse per sempre.

Un titolo e una copertina che, probabilmente, non mi avrebbero conquistata a prima vista, ma, come sempre, sappiamo a chi dare la colpa quando si parla di libri belli: Cindy, ovviamente.

L'estate scorsa mi ha detto che mi sarebbe piaciuto, io l'ho comprato insieme ad altri due, come scorta per l'inverno; è di questi ultimi che avrei voluto scrivere oggi, ma ero ancora seduta sulla panchina che già pensavo a quando, arrivata a casa, avrei riversato tutto il mio entusiasmo sul Supernote.

Trecentoottanta pagine che scorrono bene, ancora una volta perfette per un film, ma, soprattutto, perfette per chi, superati i quarant'anni, ogni tanto (tutti i giorni) si chiede cosa abbia fatto di buono nella vita, cosa sia davvero l'amicizia, come si misuri la soddisfazione personale, quanto abbia senso continuare a ripetersi che siano le piccole cose a contare davvero.

Le risposte a queste domande si trovano nel libro di Rachel Joyce, una lettura potentissima, capace di parlarmi di solitudine e sorellanza allo stesso tempo, di dolore e gioia, paura e coraggio, realtà e fantasia, celebrando con una storia inventata l'essenza più pura della vita.

Lo so, sto scrivendo sull'onda dell'entusiasmo, me ne rendo conto, ma io che i desideri non solo non ho mai avuto la forza di rincorrerli, probabilmente nemmeno di averli, quando leggo storie come quella di Margery e Enid, somiglio a un neonato che ha appena scoperto di avere le mani.

Poi certo, c'è la natura che con me vince a mani basse, c'è il trauma del lutto familiare, ma ci sono cose che non ricordo di aver incontrato in altri libri e che mi hanno aperto gli occhi senza chiedere il permesso.

Credo che il merito maggiore vada alla scrittura dell'autrice, per me niente di meno che perfetta, con un uso delle parole che oscilla tra il poetico e il tagliente e una trama che si adegua perfettamente al mood, passando dal lento al rocambolesco nel giro di tre righe.

Ho sorriso e mi sono commossa, ho riso di gusto e pianto a singhiozzi e tanto mi basta per pensare che sarà dura, in questo 2026 appena iniziato, leggere di meglio.

"Poi si sedette in veranda a guardare nel buio gli alberi sbiancati dalla luna, così alta e piena da sembrare un ritaglio. La colpì di nuovo la consapevolezza di quanto fosse breve la vita. Tutti quei pesi che la gente si portava dientro con tanta fatica un giorno sarebbero scomparsi, e lo stesso i dolori personali, e non sarebbe rimasto altro che quello: gli alberi, la luna, il buio."

giovedì 1 gennaio 2026

Cuore a mille, testa sottosopra e nervi saldi


Musica
Sono le 18 del 31 dicembre 2025, scrivo in cucina, sulla tavola mezza apparecchiata, per tenere d'occhio quella signorina lassù, sempre pronta a cercare formaggio, rischiare di cadere, bere da un bicchiere non suo.

Tra poche ore anche quest'anno sarà finito e noi lo trascorreremo a casa, per controllare Agata e le sue reazioni ai botti (vi cadessero le mani).

A gennaio scorso scrivevo come il 2024 fosse passato liscio, senza drammi, spaventi, o grandi gioie... una rarità su questi schermi, che ha fatto sì che lo incoronassi facilmente l'anno migliore della mia vita.

Non posso dire lo stesso del 2025, costellato di momenti di ansia, preoccupazione, a tratti terrore, che però, ho tenuto a bada.
Li ho attraversati tutti, con il cuore a mille, la testa sottosopra e i nervi saldi.
Mai come nel 2025 ho messo in pratica ogni tecnica di respirazione imparata in cinque anni di yoga, narici alternate, quadrata, ascensore, occhi chiusi, occhi aperti, in piedi, sdraiata, seduta, al mare, in giardino, a letto e in ufficio.

Ho letto referti senza avere la sensazione di morire all'istante, ho atteso risultati di visite non mie (la vera prova di forza, per me) continuando a respirare e a stare (e a piangere poi dalla tensione, non prima dalla disperazione), ho aspettato due istologici (miei, stavolta) con inedita fiducia, ho accettato diagnosi brutte, con quel misto di dejavu e schiuma calda nella pancia che conosco così bene, sempre senza crollare, anche ora mentre vedo Agata con il suo cancro al fegato fissarmi da dietro il centrotavola di Capodanno.

Cosa è successo?
Perché sono diventata così?

Come ho potuto vedere l'amore mio stare male e avere paura, attendere di capire se i due nei che mi hanno tolto erano melanomi (non lo erano), salutare per sempre una persona che ha fatto tanto per me e per tutti, abbracciare la consapevolezza che la mia magica gattina sta morendo e io, per l'ennesima volta, posso solo stare a guardare?

Questa mattina, alla fine di una pratica, l'invito è stato di riflettere su qualcosa che abbiamo imparato nel 2025 e io, senza nessun dubbio, ho pensato che ho imparato che posso farcela.
Sento di aver costruito abbastanza, nel tempo, e di essermi procurata strumenti a sufficienza per riuscire ad attraversare le cose che sono capitate senza che il mio corpo somatizzasse troppo come in passato, pemettendomi così di dormire lo stesso, fare attività fisica, gestire una ristrutturazione, lavorare come non mai e spesso in trasferta, senza sintomi fisici invalidanti.

Mi sono concentrata tantissimo, ho partecipato a un corso di ceramica regalatomi da Cuorino in primavera, ne ho seguito un altro di botanica in autunno che mi sono regalata da sola, ho inscatolato tutta la vita dei miei invece di partire, mi sono svegliata dieci volte per notte per gestire la demenza di Agata andando a dormire presto per perdere comunque meno sonno possibile, ho cucinato tantissimo, ho ripreso a leggere con più costanza e piacere, ho tagliato i capelli corti e fatto altri piccoli, grandi, cambiamenti nelle mie abitudini: ognuna di queste cose mi ha accompagnata nella lotta contro la paura, aiutandomi a vincerla, un passo alla volta.

Concludo questo anno, bruttino posso dire, con due settimane abbondanti di ferie, trascorse visitando la mia città come uno dei migliaia di turisti che affollano Genova, riposando e leggendo il più possibile, guardando le serie TV più mainstream che si possano immaginare, cucinando, salutando gli amici, facendo yoga, trascorrendo ore a coccolare il corpo scheletrico di Agata e preparandomi al mio vero Capodanno, che i 44 sono dietro l'angolo e io, stamattina, ho scelto di aspettare il 2026 con fiducia.

Auguri a chi è qui a leggermi ancora dopo tanti anni, a chi non sapeva nemmeno che questo vecchio blog esistesse, a chi mi conosce "nella vita reale" e a chi non sa neppure che faccia abbia... che sia un anno pieno di tempo, da trascorrere come meglio volete, e potete. 


domenica 2 novembre 2025

Leggermente 2.0: Un albero cresce a Brooklyn


Musica

Questo post segna un (gran) ritorno: la voglia di raccontare un po' di quello che leggo.

Gran parte della responsabilità è della mia amica Cinzia con cui, ormai (troppi) anni fa, avevo dato forma a una mini rubrica sul suo blog. Si chiamava, appunto, "Leggermente" e ospitava i miei consigli di lettura accompagnati dalla musica.

Qualche mese fa Cinzia mi ha scritto questo messaggio:

"Comunque dovresti parlare dei libri che leggi! (o almeno parlarne a me ☺)"

E da quel momento si sono susseguite talmente tante coincidenze che, alla fine, ho capitolato volentieri.

Ve ne racconto una: la maggior parte dei libri che ho letto negli ultimi tempi deriva proprio dai consigli di Cinzia, che, ogni mese, condivide le sue letture sul suo profilo Instagram A Casa di Cindy, accompagnandole con brevi ma essenziali recensioni.
Tra i titoli da lei citati c'era anche Un albero cresce a Brooklyn.

Questa estate, alla libreria vicina al paesello, ho acquistato, come da tradizione, una scorta di romanzi per le giornate di ferie. Mentre sceglievo cosa comprare ho notato, su un espositore girevole, il libro visto tra i consigli Cinzia e che mi aveva colpito, come potrete facilmente immaginare, per la parola "albero" nel titolo. Avendo già ordinato altri libri avevo deciso di lasciarlo lì, per la prossima mattinata di shopping letterario.

Se avete seguito le ultime avventure su Ilmareingiardino sapete che ho trascorso le ferie inscatolando la casa dei miei. Beh, indovinate quale libro, nell'edizione tradotta in italiano del 1947, ho trovato tra gli scaffali di mamma, poche ore dopo averne lasciato la copia contemporanea in libreria?

Esatto, proprio lui, Un albero cresce a Brooklyn.

Ovviamente ho accantonato tutti gli altri romanzi acquistati e ho iniziato da questo piccolo libro verde, riparato preventivamente dal mio Cuore con il nastro adesivo colorato e poi portato ovunque, dalla spiaggia al treno, dal treno all'ufficio, dall'ufficio al divano.

Sembra breve, ma non lo è affatto, sono quattrocentoottantaquattro pagine di velina sottile che non finiscono mai. E meno male.

Dentro a Un albero cresce a Brooklyn c'è tutto: ci sono l'America e la povertà, l'indipendenza e la dignità, il coraggio e l'amore, la famiglia e il lavoro, l'amicizia e la tradizione, la paura e l'orgoglio, il dolore e il perdono, il freddo e la fame, la speranza e la gioia, il passato e il futuro, la morte e la vita.

Potrei continuare all'infinito, scrivendo di come vengono raccontati gli italiani immigrati, così, giusto per ricordarcene quando sputiamo il nostro schifo su chi lascia la sua terra per cercare possibilità altrove al grido di "noi partivamo per lavorare!", potrei dire di quante volte, ogni giorno, io ripensi a questo libro, così tante da aver cercato il film a lui ispirato, il cui inglese, però, temo sia troppo difficile per me.

Un albero cresce a Brooklyn è una perfetta serie tv, mi stupisco che nessuno ci abbia ancora pensato, ma, tutto sommato, meglio così, la storia di Francie non merita nessun adattamento, taglio, modifica, sta bene lì dov'è, tra le pagine sottili di un libro che ha più di ottant'anni ed è ancora perfetto per raccontare la vita.

Grazie Betty Smith per questo regalo, a Cinzia per il consiglio e l'incoraggiamento e a mamma, per averlo conservato così a lungo e avermelo fatto trovare al momento giusto.