domenica 2 agosto 2026

Leggermente 2.0: Summer Edition

 



C'è un motivo per cui, proprio oggi, esce questo post: sono in ferie.

Non è che ho smesso di leggere, semplicemente, ho smesso di avere tempo per raccontarlo.

L'estate scorsa ho letto qualche romanzo e un saggio, sempre meno di quanto avrei voluto, ma meglio di niente.

Qualcosa è già stato condiviso qui, con post totalmente dedicati, oggi, invece, mi piacerebbe scrivere di quattro libri diversi, che mi sono piaciuti, ognuno con le sue caratteristiche, spesso opposte.

Non so se questo "format", ammesso che si possa chiamare così, abbia senso, se interessi a qualcun *, se sia noioso e/o troppo diverso da quello che normalmente abita Ilmareingiardino, ma, da fruitrice, a mia volta, di blog, post e articoli che parlano di libri, ho pensato di continuare. Fatemi sapere voi, se ho rotto le scatole!

Mentre scrivo queste righe, nello zaino accanto a me riposa l'ennesima coincidenza che mi lega a Cindy (che, vi ricordo, è responsabile da tempo immemore della mia condivisione letteraria) di cui, per come sta andando la lettura, non vedo l'ora di raccontarvi.

Oggi, però, sono tre i romanzi che provo a presentarvi dal mio punto di vista, due che parlano di amore in una maniera diametralmente opposta e uno che racconta un viaggio, ma, diciamolo subito, secondo me parla di amore più degli altri due, senza dichiararlo mai.


Eccoli:

Mio Marito di Maud Ventura

Mai stati così felici di Claire Lombardo

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce


Mio marito

È una fregatura, divertente, drammatica, breve.
Se ne parlava sui social parecchio, mi pare un paio di anni fa, si legge molto velocemente ed è un bene perchè tutta la sua fama sta nel finale. Che è giusto, per carità, ma a me ciò che è rimasto maggiormente impresso sono i capitoli prima. La storia di una famiglia in cui la moglie è letteralmente ossessionata dal marito e, questa sua ossessione, inevitabilmente, condiziona la sua vita e quella della coppia. Vi consiglio di leggerlo soprattutto se pensate che la vostra relazione sia equilibrata e che certe dinamiche non vi riguardino. Poi mi dite.

Mai stati così telici

Di nuovo famiglia, di nuovo amore, ma in 700 pagine.
U
n libro che potrebbe, serenamente, diventare un film, o, ancora meglio, una serie tv.
Un "This is us" sottoforma di romanzo, che si svolge sempre nella stessa ambientazione, con gli stessi personaggi e con pochi, dimenticabili, colpi di scena, fino alla fine.
Il protagonista qui è l'amore, in particolare quello tra moglie e marito, profondo, raro, più forte di qualunque altra forma di amore familiare. Sembra che non mi sia piaciuto, ma non è così, mi aspettavo di piangere molto (mai dare per scontato che le recensioni di altr* valgano anche per noi), non è successo, ma è scritto bene, scorre facile e per chi, come me, non ha idea di cosa significhi avere due genitori follemente innamorati l'uno dell'altra, pronti a superare ogni difficoltà a colpi di amore e a preservare questo sentimento difendendolo da ogni attacco esterno (compresi i bisogni dei figli), è un'esperienza assimilabile alla visione di un documentario di Sir Attemborough sull'uccello lira.

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry

È l'ultimo che ho letto, orfana de "Lo scarabeo dorato della signorina Benson".
Un bel romanzo, leggero e pieno di spunti di riflessione preziosi, pieno di vita, morte e amore, in tutte le sue forme. Come nel caso del primo libro che ho letto della stessa autrice la sensazione è che Joyce scriva spesso di categorie lasciate ai margini: donne, persone con malattie mentali e/o fisiche, poveri, vecchi.
Posso dire? Ci riesce bene.
Perchè, pure io che non ho particolare empatia verso gli anziani, ad Harold e alla sua missione mi sono affezionata. Anche qui il plot twist non manca, con conseguente lacrima (nulla di paragonabile alla storia di Margery e Enid) e l'autrice è proprio brava a mantenere vivo l'interesse per una storia che rimane quasi uguale a se stessa per la maggior parte del tempo.

La porta

È passato talmente tanto da quando ho scritto questo post che, nel frattempo, ho letto altro.
Avete presente quando, poco più su, avevo scritto di avere un libro nella borsa che rappresentava una delle mille coincidenze che mi legano a Cinzia?
Ecco, quel libro era La porta, di Magda Szabò, visto proprio sul profilo instagram A casa di Cindy e immediatamente riconosciuto tra i preferiti di mamma. Mi è bastato andarlo a cercare nella libreria appena sistemata ed eccolo lì tra "quelli da leggere".
Beh, è proprio ciò che ho fatto subito.
L'ho divorato, adorato e mi sono innamorata della sua protagonista, la splendida Emerenc che ho già riconosciuto in una signora dell'est, con il fazzoletto in testa, che incontro spesso nei vicoli la mattina presto e nel ricordo dolceamaro di mia nonna materna, anche lei con i capelli spesso coperti.
Fatevi un regalo, leggetelo, fatevi venire voglia di visitare i luoghi che racconta, di conoscere qualcuno di così solido e puro come Emerenc, di addestrare un cane, di progettare la vostra tomba, di portare ai vicini un piatto dell'amicizia ogni tanto, di prendervi cura gli uni degli altri, di chiedere a dare aiuto.

Bene, il post è finito, ne avrei pure un altro in canna e ci sono libri di cui non ho scritto che forse varrebbe la pena condividere, ma sarà per la prossima volta!


sabato 11 aprile 2026

Anger never dies

Musica

Oggi parliamo di rabbia.

Un sentimento che, per decine di anni, ho confuso con altro e che, invece, era lì, pronto a ingrassare nutrendosi della mia incapacità a riconoscerlo.

La prima volta che ho provato a dare un nome, un nome vero, a quello che sentivo è stata, ovviamente, in terapia. Non è che quella perenne condizione, mista tra paranoia e tristezza, nascondeva, invece, qualcos'altro?
Neppure davanti all'evidenza, presentata con pazienza da chi queste cose le aveva studiate, ho saputo cedere: no, io non ero una persona arrabbiata, la rabbia è un sentimento violento e distruttivo che non poteva appartenermi in alcun modo.

E invece.

Man mano che la vita ha iniziato (o forse sarebbe meglio scrivere continuato) a presentarmi i suoi scontrini, la rabbia si è presa il suo spazio e ha cominciato a uscire e a farsi riconoscere. Prima in situazioni semplici, quelle in cui chiunque perderebbe la pazienza e così, davanti allo sportello di un ufficio postale dove un'impiegata troppo zelante si rifiutava di consegnarmi il contenuto di una raccomandata intestata a mia madre sostenendo che occorreva la sua firma o, in alternativa, il quindicesimo certificato di morte (gli altri quattordici erano stati richiesti e depositati proprio in quell'ufficio nelle settimane precedenti), si sono rotti gli argini. Ricordo ancora Andrea che mi si avvicina, mi sfila il casco dalle mani e mi invita con voce calma a lasciare perdere, ricordo l'altra impiegata, una signora che conosceva mia mamma, che si offre come testimone e convince la collega a consegnarmi la busta, ricordo il senso di smarrimento misto a euforia che mi ha pervasa subito dopo.

Da quel giorno la rabbia ha iniziato a camminare con me, come il fuoco di Twin Peaks.
Il problema però è che se un sentimento, fino a poco prima, non avevi la minima idea non solo di come gestirlo ma neppure di come riconoscerlo, non lo impari di certo nel momento in cui ti trovi a navigare nel mondo delle successioni, delle domande invadenti, dei primi passi in un nuovo posto di lavoro, dell'inizio di una pandemia che arginerà per mesi ogni tuo tentativo di (re)esistere, nonostante tutto.

Medicine, routine, yoga, terapia mirata, cattive abitudini, sono state a lungo le babysitter della mia rabbia neonata, a volte sono riuscite a tenerla a bada dandomi il tempo per studiarla, comprenderla e allevarla con amore, altre non hanno saputo e potuto contenerla e le hanno permesso di invadere ogni cosa, soprattutto le mie notti.

Con il passare del tempo ho imparato a vederla chiaramente, mi sono impegnata con il corpo e con la mente ad accettarla, ci ho respirato sopra, l'ho addolcita predendomi cura della mia salute il più possibile, le ho cucinato cibi sani, ho dipinto per lei pagine di acquarelli, ho plasmato con l'argilla cose che potessero piacerle, le ho piantato fiori colorati in giardino ogni primavera, l'ho cercata nelle parole di altri e nelle pagine dei libri, l'ho smontata e rimontata un pezzo alla volta con l'aiuto di una professionista.

Ora, però, credo che sia entrata nell'adolescenza: si comporta come vuole quando vuole, esce tutti i giorni con un gruppo di amici che mi dicono riunirsi spesso, in massa, attorno ai 45 anni, ha ricominciato a mangiare cibi ultraprocessati e molto calorici, tipo telefonate ai consulenti, mail ai commercialisti, vocali agli operai e notizie dal mondo. 

È bastato un attimo di distrazione, una debolezza, un lutto arrivato alle porte della primavera, poco prima di un anniversario che porta con sè tutto il dolore della vita, perché la rabbia riuscisse a uscire dalla finestra, per poi tornare a qualsiasi ora, con quel suo modo petulante di avere sempre l'ultima parola, di rovinare ogni conversazione, pensiero, sogno o giornata. 

Ma lei non sa che, questa volta, io la vedo. Anticipo i suoi movimenti in silenzio, rifletto su come aiutarla ad attraversare questa fase della vita in modo spontaneo ma costruttivo, penso a quali parole dirle, a come avvicinarla senza farla spaventare, perché la mia paura più grande è che torni a nascondersi, a non rivolgermi più nemmeno uno sguardo, a chiudersi dentro di me travestendosi da tristezza, paura, autoironia, dolore, simpatia, gentilezza, ansia, voglia di sparire.

Questa volta no, non la ignorerò, le darò lo spazio che serve per autoaffermarsi ed essere pronta ad andare nel mondo da sola e mi scuso con tutte le persone che in questo periodo hanno a che fare con me, madre di un'adolescente complicata che la chiama nel bel mezzo di una riunione in ufficio, di una cena al ristorante, di una gita fuori porta, di una sera sul divano.

Abbiate pazienza,
non arrabbiatevi.

sabato 14 marzo 2026

Arriverderci Agata, gattina mia.


Musica

Ho immaginato migliaia di volte il momento in cui avrei iniziato a scrivere questo post.

Un post che, prima o poi, sapevo sarebbe arrivato, che nel tentativo di riuscire a controllare qualcosa ho persino provato a cominciare in anticipo, per fortuna senza riuscirci.

Agata è morta il 19 febbraio, in una mattina piovosa e piuttosto fredda. Ho sperato tanto che se ne andasse a casa con noi, magari dormendo, magari addirittura al paesello, dove ha vissuto la maggior parte della sua lunga vita, ma, purtroppo, non è andata cosi. 

Abbiamo, ho, dovuto decidere di salutarla prima che il suo tempo sulla terra diventasse privo di gioia e dignità.

A novembre scorso abbiamo scoperto una massa che le comprimeva il fegato, una diagnosi che non ci aspettavamo e che ha ribaltato ogni idea che ci eravamo fatti: pensavamo alla tiroide, al diabete, all'insufficienza renale, ma, evidentemente, l'abbonamento di famiglia all'autobus del cancro non è ancora scaduto.

Da quel pomeriggio d'autunno tutto è cambiato, mi è bastato vedere la faccia di Andrea quando la veterinaria che l'aveva appena addormentata per farle il prelievo lo ha chiamato: ho capito subito che la sensazione di orrenda attesa che ben conosco era appena tornata nella mia vita, per rimanerci.

In questi tre mesi le giornate di Bibbi sono trascorse tra lunghi sonni, tonnellate di carezze proprio su quella morbida pancia che, nel frattempo, la stava tradendo, decine di scatolette da assaggiare, rifiutare, divorare, serate di vizi tra salame e parmigiano direttamente sul tavolo della cucina, notti di fusa sulle mie gambe, nuove cucce da esplorare e abitare a seconda dell'umore.

I miagolii notturni, iniziati questa estate e attribuiti a demenza o a probabili malattie renali si sono intensificati, diventando un accompagnamento fisso che ha tolto il sonno a lei e a noi.

Ed è proprio a seguito di un weekend trascorso a urlare e a tentare in tutti i modi di uscire, saltare in posti impensati alla ricerca di acqua, ferendosi e piombando letteralmente nel terrore che abbiamo capito: Agata non c'era più, era diventata un animaletto spaventato, incapace di trovare pace e con l'unico desiderio di fuggire lontano, chissà, forse per morire da sola come avrebbe fatto in natura.

L'unico modo per darle un poco di calma è stato aggiungere nuove medicine, che rendevano le notti più gestibili e trasformavano le giornate in una catena di ore trascorse nascosta e addormentata.

A quel punto, seppur tra mille dubbi, ho fatto la stessa scelta di sette e venti anni fa: abbiamo barattato il tempo con la dignità, permettendole di andarsene quando ancora era in grado di riconoscersi/mi e di amarci, come solo lei sapeva fare

Ho pensato tanto a quanto sia stato terribile per me rendermi conto di avere tutto questo potere sulla morte di un essere vivente, ma poi, riflettendo bene, anche la sua vita è stata una nostra scelta. Noi l'abbiamo salvata, appena nata, mentre giaceva in un frigorifero abbandonato, accanto al fratellino già morto. Noi abbiamo deciso di lasciarle la libertà di entrare e uscire da casa come desiderava, abbiamo selezionato per lei il cibo, l'abbiamo portata in un appartamento, lontano dai suoi prati, quando la vita ha cambiato improvvisamente le sue regole, le abbiamo assicurato di poter annusare ancora il profumo dei fiori trasferendoci a casa sua sei mesi l'anno, abbiamo scelto di non tipizzare la massa perché, data l'età, non l'avremmo mai sottoposta a una chemioterapia o a un un intervento così demolitivo.

E allora non è stata più una questione di potere, ma di responsabilità, una responsabilità che è iniziata quando i suoi occhi erano ancora quasi chiusi ed è terminata quando si sono chiusi di nuovo e per sempre.

Non avevo dubbi che quell'animalino meraviglioso mi avrebbe insegnato la vita fino all'ultimo e ora che è qui accanto a me, in una piccola scatolina di legno, non mi resta che immaginare un posto in cui lei sta correndo forte, tra i borbottii della Maria e la gioia di Giancarlo, che l'ha appena conosciuta e, ne sono certa, è già suo grande amico.

Arrivederci Agata, gattina mia.

domenica 1 febbraio 2026

Leggermente 2.0: Lo scarabeo della Signorina Benson


Musica

Questa puntata del Leggermente 2.0 non doveva essere dedicata al libro di cui scriverò.
Ma ho finito di leggerlo poco fa, seduta su una panchina ai Luzzati nel sole invernale di una domenica pomeriggio e sono dovuta fuggire in lacrime non appena ho terminato l'ultima pagina (a dire il vero, piangevo già da un pò).

Lo scarabeo della signorina Benson è esattamente il libro di cui avevo bisogno adesso.
La storia a cui mi aggrapperò spesso, non solo nei prossimi giorni ma, ne sono certa, ci penserò ancora a lungo, forse per sempre.

Un titolo e una copertina che, probabilmente, non mi avrebbero conquistata a prima vista, ma, come sempre, sappiamo a chi dare la colpa quando si parla di libri belli: Cindy, ovviamente.

L'estate scorsa mi ha detto che mi sarebbe piaciuto, io l'ho comprato insieme ad altri due, come scorta per l'inverno; è di questi ultimi che avrei voluto scrivere oggi, ma ero ancora seduta sulla panchina che già pensavo a quando, arrivata a casa, avrei riversato tutto il mio entusiasmo sul Supernote.

Trecentoottanta pagine che scorrono bene, ancora una volta perfette per un film, ma, soprattutto, perfette per chi, superati i quarant'anni, ogni tanto (tutti i giorni) si chiede cosa abbia fatto di buono nella vita, cosa sia davvero l'amicizia, come si misuri la soddisfazione personale, quanto abbia senso continuare a ripetersi che siano le piccole cose a contare davvero.

Le risposte a queste domande si trovano nel libro di Rachel Joyce, una lettura potentissima, capace di parlarmi di solitudine e sorellanza allo stesso tempo, di dolore e gioia, paura e coraggio, realtà e fantasia, celebrando con una storia inventata l'essenza più pura della vita.

Lo so, sto scrivendo sull'onda dell'entusiasmo, me ne rendo conto, ma io che i desideri non solo non ho mai avuto la forza di rincorrerli, probabilmente nemmeno di averli, quando leggo storie come quella di Margery e Enid, somiglio a un neonato che ha appena scoperto di avere le mani.

Poi certo, c'è la natura che con me vince a mani basse, c'è il trauma del lutto familiare, ma ci sono cose che non ricordo di aver incontrato in altri libri e che mi hanno aperto gli occhi senza chiedere il permesso.

Credo che il merito maggiore vada alla scrittura dell'autrice, per me niente di meno che perfetta, con un uso delle parole che oscilla tra il poetico e il tagliente e una trama che si adegua perfettamente al mood, passando dal lento al rocambolesco nel giro di tre righe.

Ho sorriso e mi sono commossa, ho riso di gusto e pianto a singhiozzi e tanto mi basta per pensare che sarà dura, in questo 2026 appena iniziato, leggere di meglio.

"Poi si sedette in veranda a guardare nel buio gli alberi sbiancati dalla luna, così alta e piena da sembrare un ritaglio. La colpì di nuovo la consapevolezza di quanto fosse breve la vita. Tutti quei pesi che la gente si portava dientro con tanta fatica un giorno sarebbero scomparsi, e lo stesso i dolori personali, e non sarebbe rimasto altro che quello: gli alberi, la luna, il buio."

giovedì 1 gennaio 2026

Cuore a mille, testa sottosopra e nervi saldi


Musica
Sono le 18 del 31 dicembre 2025, scrivo in cucina, sulla tavola mezza apparecchiata, per tenere d'occhio quella signorina lassù, sempre pronta a cercare formaggio, rischiare di cadere, bere da un bicchiere non suo.

Tra poche ore anche quest'anno sarà finito e noi lo trascorreremo a casa, per controllare Agata e le sue reazioni ai botti (vi cadessero le mani).

A gennaio scorso scrivevo come il 2024 fosse passato liscio, senza drammi, spaventi, o grandi gioie... una rarità su questi schermi, che ha fatto sì che lo incoronassi facilmente l'anno migliore della mia vita.

Non posso dire lo stesso del 2025, costellato di momenti di ansia, preoccupazione, a tratti terrore, che però, ho tenuto a bada.
Li ho attraversati tutti, con il cuore a mille, la testa sottosopra e i nervi saldi.
Mai come nel 2025 ho messo in pratica ogni tecnica di respirazione imparata in cinque anni di yoga, narici alternate, quadrata, ascensore, occhi chiusi, occhi aperti, in piedi, sdraiata, seduta, al mare, in giardino, a letto e in ufficio.

Ho letto referti senza avere la sensazione di morire all'istante, ho atteso risultati di visite non mie (la vera prova di forza, per me) continuando a respirare e a stare (e a piangere poi dalla tensione, non prima dalla disperazione), ho aspettato due istologici (miei, stavolta) con inedita fiducia, ho accettato diagnosi brutte, con quel misto di dejavu e schiuma calda nella pancia che conosco così bene, sempre senza crollare, anche ora mentre vedo Agata con il suo cancro al fegato fissarmi da dietro il centrotavola di Capodanno.

Cosa è successo?
Perché sono diventata così?

Come ho potuto vedere l'amore mio stare male e avere paura, attendere di capire se i due nei che mi hanno tolto erano melanomi (non lo erano), salutare per sempre una persona che ha fatto tanto per me e per tutti, abbracciare la consapevolezza che la mia magica gattina sta morendo e io, per l'ennesima volta, posso solo stare a guardare?

Questa mattina, alla fine di una pratica, l'invito è stato di riflettere su qualcosa che abbiamo imparato nel 2025 e io, senza nessun dubbio, ho pensato che ho imparato che posso farcela.
Sento di aver costruito abbastanza, nel tempo, e di essermi procurata strumenti a sufficienza per riuscire ad attraversare le cose che sono capitate senza che il mio corpo somatizzasse troppo come in passato, pemettendomi così di dormire lo stesso, fare attività fisica, gestire una ristrutturazione, lavorare come non mai e spesso in trasferta, senza sintomi fisici invalidanti.

Mi sono concentrata tantissimo, ho partecipato a un corso di ceramica regalatomi da Cuorino in primavera, ne ho seguito un altro di botanica in autunno che mi sono regalata da sola, ho inscatolato tutta la vita dei miei invece di partire, mi sono svegliata dieci volte per notte per gestire la demenza di Agata andando a dormire presto per perdere comunque meno sonno possibile, ho cucinato tantissimo, ho ripreso a leggere con più costanza e piacere, ho tagliato i capelli corti e fatto altri piccoli, grandi, cambiamenti nelle mie abitudini: ognuna di queste cose mi ha accompagnata nella lotta contro la paura, aiutandomi a vincerla, un passo alla volta.

Concludo questo anno, bruttino posso dire, con due settimane abbondanti di ferie, trascorse visitando la mia città come uno dei migliaia di turisti che affollano Genova, riposando e leggendo il più possibile, guardando le serie TV più mainstream che si possano immaginare, cucinando, salutando gli amici, facendo yoga, trascorrendo ore a coccolare il corpo scheletrico di Agata e preparandomi al mio vero Capodanno, che i 44 sono dietro l'angolo e io, stamattina, ho scelto di aspettare il 2026 con fiducia.

Auguri a chi è qui a leggermi ancora dopo tanti anni, a chi non sapeva nemmeno che questo vecchio blog esistesse, a chi mi conosce "nella vita reale" e a chi non sa neppure che faccia abbia... che sia un anno pieno di tempo, da trascorrere come meglio volete, e potete. 


domenica 2 novembre 2025

Leggermente 2.0: Un albero cresce a Brooklyn


Musica

Questo post segna un (gran) ritorno: la voglia di raccontare un po' di quello che leggo.

Gran parte della responsabilità è della mia amica Cinzia con cui, ormai (troppi) anni fa, avevo dato forma a una mini rubrica sul suo blog. Si chiamava, appunto, "Leggermente" e ospitava i miei consigli di lettura accompagnati dalla musica.

Qualche mese fa Cinzia mi ha scritto questo messaggio:

"Comunque dovresti parlare dei libri che leggi! (o almeno parlarne a me ☺)"

E da quel momento si sono susseguite talmente tante coincidenze che, alla fine, ho capitolato volentieri.

Ve ne racconto una: la maggior parte dei libri che ho letto negli ultimi tempi deriva proprio dai consigli di Cinzia, che, ogni mese, condivide le sue letture sul suo profilo Instagram A Casa di Cindy, accompagnandole con brevi ma essenziali recensioni.
Tra i titoli da lei citati c'era anche Un albero cresce a Brooklyn.

Questa estate, alla libreria vicina al paesello, ho acquistato, come da tradizione, una scorta di romanzi per le giornate di ferie. Mentre sceglievo cosa comprare ho notato, su un espositore girevole, il libro visto tra i consigli Cinzia e che mi aveva colpito, come potrete facilmente immaginare, per la parola "albero" nel titolo. Avendo già ordinato altri libri avevo deciso di lasciarlo lì, per la prossima mattinata di shopping letterario.

Se avete seguito le ultime avventure su Ilmareingiardino sapete che ho trascorso le ferie inscatolando la casa dei miei. Beh, indovinate quale libro, nell'edizione tradotta in italiano del 1947, ho trovato tra gli scaffali di mamma, poche ore dopo averne lasciato la copia contemporanea in libreria?

Esatto, proprio lui, Un albero cresce a Brooklyn.

Ovviamente ho accantonato tutti gli altri romanzi acquistati e ho iniziato da questo piccolo libro verde, riparato preventivamente dal mio Cuore con il nastro adesivo colorato e poi portato ovunque, dalla spiaggia al treno, dal treno all'ufficio, dall'ufficio al divano.

Sembra breve, ma non lo è affatto, sono quattrocentoottantaquattro pagine di velina sottile che non finiscono mai. E meno male.

Dentro a Un albero cresce a Brooklyn c'è tutto: ci sono l'America e la povertà, l'indipendenza e la dignità, il coraggio e l'amore, la famiglia e il lavoro, l'amicizia e la tradizione, la paura e l'orgoglio, il dolore e il perdono, il freddo e la fame, la speranza e la gioia, il passato e il futuro, la morte e la vita.

Potrei continuare all'infinito, scrivendo di come vengono raccontati gli italiani immigrati, così, giusto per ricordarcene quando sputiamo il nostro schifo su chi lascia la sua terra per cercare possibilità altrove al grido di "noi partivamo per lavorare!", potrei dire di quante volte, ogni giorno, io ripensi a questo libro, così tante da aver cercato il film a lui ispirato, il cui inglese, però, temo sia troppo difficile per me.

Un albero cresce a Brooklyn è una perfetta serie tv, mi stupisco che nessuno ci abbia ancora pensato, ma, tutto sommato, meglio così, la storia di Francie non merita nessun adattamento, taglio, modifica, sta bene lì dov'è, tra le pagine sottili di un libro che ha più di ottant'anni ed è ancora perfetto per raccontare la vita.

Grazie Betty Smith per questo regalo, a Cinzia per il consiglio e l'incoraggiamento e a mamma, per averlo conservato così a lungo e avermelo fatto trovare al momento giusto.

martedì 26 agosto 2025

Sepolture

Musica

Scrivo nell'ultima settimana di ferie, di un'estate strana, diversa, trascorsa a casa anziché in viaggio.

In realtà, a ben vedere, un viaggio c'è stato e ci ha portato, direttamente, nelle memorie della mia famiglia. In autunno, se tutto va bene, faremo dei lavori ormai irrimandabili nella casa in cui sono cresciuta, con due obiettivi: evitare che crolli e sentirla più nostra.

Saranno, in realtà, cose semplici, abbastanza routinarie, che non implicheranno grossi stravolgimenti, ma che, ne sono certa, modificheranno la percezione che ho di questo luogo, una percezione che non assomiglia a quella che avevo da piccola, né da ragazza, ma che mi accompagna da quando sono rimasta solo io.

Un mausoleo sospeso, in cui oscillo tra la nostalgia, il bel ricordo, la rabbia e il senso di colpa e in cui oggi difficilmente (almeno per me) si riesce a vivere e basta, senza inciampare continuamente, anche solo con lo sguardo, in fardelli troppo pesanti.

Chi è stato qui sa quanto questo posto sia caratteristico e quanto racconti di chi lo ha vissuto: la radio a galena di mio padre, i libri di mia madre, i cimeli della casa dei nonni, in loop. Di mio, ora che ci penso, c'è sempre stato ben poco, alla fine qui ho vissuto stabilmente "solo" quindici anni, in quella fase in cui si resta principalmente in camera propria e si esce giusto per mangiare.

Quindi, in questa estate sospesa, ciò che stiamo facendo tra una pratica yoga, un tuffo in mare, una pennica post pranzo e una cena in terrazzo è inscatolare, scegliere, buttare, regalare, vendere. Ogni giorno.

E mentre avvolgo bicchieri di cristallo in vecchi giornali conservati con cura e mi riprometto di usare, d'ora in poi, ogni singola coppetta in vetro lavorato, ogni tovaglia in percalle ricamato, ogni posata di argento inciso, anche solo per fare colazione, seppellisco un pezzo di me.

Perchè una cosa mi pare di averla capita: se, anni fa, la sensazione che avevo quando mi disfavo di un oggetto storico di casa, era quella di tradirei i miei, non rispettare il loro passaggio su questa terra, non onorare i sacrifici fatti per acquistare ogni singolo oggetto, ora, invece, il problema sono io, o meglio, la me che è arrivata al paesello in pre adolescenza e che, poco dopo, non vedeva l'ora di andarsene, la me che qui ha pianto, riso, amato, studiato, accudito fino alla fine il suo papà, scelto gli ultimi vestiti indossati dalla sua mamma.

Quella persona non esiste più, l'ho cercata ovunque ma non l'ho trovata, non era nell'armadio dei vecchi cappotti, nella cantina polverosa, nel ripostiglio sottosopra, nel baule delle lenzuola, tra le enciclopedie di filosofia della scienza, nella vetrina dei bicchieri. Non c'era più.

Quella persona è stata prima allontanata dal tempo e poi spazzata via dall'EMDR, dando spazio a una sua versione più equilibrata, meno sofferente, più fatalista, più sana nel corpo e nello spirito, meno sensibile alle cose piccole e grandi, belle e brutte che la vita, prima o poi, riserva ad ognuno di noi.

Voltare pagina, lasciando indietro quella me che per tanto tempo ho conosciuto come unica possibile, non è cosa semplice. Inscatolare nevrosi travestite da diari scritti fitti fitti, manie di controllo mascherate da tonnellate di appunti e riassunti di tutto lo scibile umano, vestiti indossati alle medie (se va bene, visto che la Comunione si fa alla primaria e, di quel giorno, ho trovato tutto, persino i guantini), collezioni di gatti in mille materiali diversi, gomme profumate, perline, candele, borse, quadri e poster coperti di polvere.

Questo è ciò che sto facendo, come un automa e ormai da due settimane, scegliendo con cura cosa conservare, davvero, in quelle scatole e cosa sepellire nel passato, lasciando che il tempo trascorso e la consapevolezza faticosamente conquistata, pongano definitivamente tra la me di adesso e quella di allora la benedetta "giusta distanza".

Per ora, purtroppo, ancora annaspo un po' e mi divido tra "ok, brucio tutto" e "non posso, non mi separo da nulla", perché, alla fine, non ho ancora ben compreso come continuare la mia strada senza abbandonare totalmente la vecchia, mollando sul sentiero quella me che tanto mi rappresentava e che, a volte, nonostante tutto, mi manca terribilmente.

Qualche strategia, però, l'ho adottata e sembra funzionare.
La lascio qui, chissà che qualcuno che legge stia affrontando un percorso simile e possa trovare spunti utili per navigare in questo mare agitato:

- Pensare al futuro: non abbiamo figli e mi ha aiutato molto immaginare amici, volontari, nuovi proprietari di questa casa che, un giorno, si ritroveranno a dover fare i conti non solo con la mia roba, ma anche con quella di due generazioni precedenti. Non voglio a nessuno così male, perciò, gettando tonnellate di documenti, vendendo libri su Vinted, allestendo un mercatino estemporaneo davanti al cancello ho pensato anche (soprattutto) a loro.

- Visualizzare il risultato: al di là dell'aspetto emotivo che tagliare rami e inscatolare il passato portano inevitabilmente con loro, dopo i lavori la casa sarà diversa, rinnovata, più vicina a chi la abita ora, ma sempre bella come era prima. Vedermi tra un anno qui (probabilmente a pulire e a togliere cose dai cartoni, ma non fossilizziamoci sugli aspetti tecnici), tra colori, atmosfere e scorci nuovi, mi sprona ogni giorno.

- Non esagerare con i cambiamenti: complici la questione economica e l'attaccamento emotivo (la maggior parte dei mobili di questa casa è antica e restaturata da mio padre), l'idea è di non acquistare praticamente nulla, almeno per quanto riguarda l'arredamento. Spostare, anche di poco, grossi complementi che stanno nello stesso posto da decenni fa la differenza, così come cambiare la destinazione d'uso di oggetti o addirittura stanze. In questo modo la casa sarà giusta per noi, ma continuerà a parlare anche la lingua del passato.

- Celebrare il prima: la Maria era una gran appassionata di fiori. Veri o finti poco importava, bastava che fossero fiori. Ho svuotato cestini di edere, secchi di papaveri, vasi di lavande e fiordalisi, tutti di stoffa, tutti molto belli. Mi era impossibile pensare di liberarmene senza vederla mentre li sceglieva con cura, calcolava la quantità giusta per riempire il contenitore senza esagerare, accostava colori e sfumature, saliva sulla scala per appoggiarli sopra alle librerie. Così li ho lavati, lasciati ad asciugare al sole e ho composto quattro mazzolini diversi da portare al cimitero, uno per ogni stagione. 

- Non perdersi di vista: le giornate di trasloco sono per loro natura terribilmente ripetitive. Spezzare quei gesti così alienanti con momenti personali (per me sono stati l'attività fisica quotidiana, il cibo dalla spesa alla preparazione, la lettura e il mare) che ci riconnettano con ciò che siamo al di fuori degli scatoloni e che ci facciano stare bene ha funzionato. Senza contare che lavorare sul corpo mi/ci ha aiutati a non massacrarci ulteriormente schiena, braccia, gambe sollevando pesi folli.

Probabilmente potrei continuare ancora, ma forse questi cinque suggerimenti sono quelli più importanti, visto che sono i primi ad essermi affiorati tra le dita. 
Perciò finisco qui, pubblico il post e torno a strappare a mano striscioline di carta di vecchi documenti.

Nella prossima vita, mi compro un tritatutto.