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domenica 13 luglio 2025

Rocket man

Musica.

20 anni.
Tra un paio di giorni, il 15 luglio, saranno 20 anni che è morto mio papà.

Io di anni ne ho 43 e manca poco, ormai, perché sia più il tempo passato qui senza di lui che quello trascorso in sua compagnia.
Di sicuro, nella maggior parte degli anni di cui conservo memoria, lui non c'è.

Misurare la sua assenza non è mai stato facile, probabilmente perchè nemmeno lui lo era.

Purtroppo, quasi tutte le persone che ora fanno parte della mia vita non lo hanno mai conosciuto e io faccio molta fatica a raccontarlo, a spiegare com'era.

Giancarlo non era un buon padre e neppure un buon marito, ma era un uomo buono.
La persona verso cui papà si comportava peggio, però, era se stesso. 

Quante cose si è negato, dalle cene fuori ai momenti di affetto, dalla realizzazione professionale alle vacanze con noi, dalle passeggiate dopo cena alle cure.
Sono proprio queste ultime che, se non gli fossero mancate per suo irremovibile rifiuto, lo avrebbero salvato e gli avrebbero permesso di vedere oltre alle sue paure.

E non intendo che non sarebbe morto, ma solo che sarebbe vissuto.

Quando scrivo la parola cure, tra l’altro, non penso a medicine per il corpo, analisi, accertamenti, prevenzioni, ma terapie per la sua mente, così disturbata, fragile e violenta.

La stessa mente che mi sono ritrovata in sorte e che, subito dopo che mi ammalai io e subito prima che si ammalasse lui, decisi di prendere tra le mani e portare a chi avrebbe saputo insegnarmi a volerle bene.

Papà era un uomo schivo (per usare un eufemismo), dalla manualità mostruosamente sviluppata, con un gran senso del bello, un'attenzione insolita per il verde, una passione sfrenata per la cucina, un rispetto fortissimo per gli animali e una devozione primordiale per il mare.

Il suo vero immenso amore, però, erano le radio.
Meglio se vecchie, rotte e giudicate unanimamente irriparabili.

Lui, ovviamente, non solo era in grado di rimetterle in funzione, ma sapeva come farlo divertendosi, chiuso nella sua cantina fino ai miei dodici anni e nel suo studio non appena ci trasferimmo nella casa nuova.
In entrambi i posti in cui abbiamo vissuto, le poche persone che lo venivano a trovare erano radioamatori come lui, collezionisti, appassionati o semplice curiosi. Li chiamava sempre amici e sono abbastanza sicura che se chiedessi a qualcuno di loro di descrivermi Giancarlo mi risponderebbe che era un genio, burbero e complicato, ma gentile e sempre leale.

Sono nata e cresciuta accompagnata da rumori e odori metallici, con la sicurezza che lo avrei trovato lì, chino sotto la lampada da tavolo a saldare qualcosa, a sistemare un nuovo trasferello su un lavoro concluso, a cercare transistor e resistenze in una delle sue innumerevoli scatoline.
Quando non era lì le possibilità erano due: poteva essere in cucina, intento a preparare uno dei suoi piatti elaboratissimi e dalla bontà inarrivabile, oppure a letto, in pieno giorno.
Tutta la nostra vita è stata scandita da giorni alti, anzi altissimi, alternati a quelli bassi, bassissimi, con dei lunghi periodi di vaga normalità, una sorta rumore di fondo confortante come quello delle sue radio, che nessuno poteva prevedere quanto sarebbe durato.

Soltanto l’anno scorso, durante una seduta di terapia, ho potuto ipotizzare un nome per il suo funzionamento, non che non lo avessi mai pensato, ma sentirlo dire ad alta voce da una professionista mi ha riempito il cuore.
Quanta tenerezza mi ha fatto e quanta consapevolezza adesso (finalmente) ho: non avrei/avremmo mai potuto salvarlo. 
Per lo meno non da sole.

Non so lui come sia vissuto davvero, non ho la presunzione di pensare che un altro modo sarebbe stato meglio, lo suppongo, lo immagino, ma, in fondo, non posso saperlo.
Quello che, invece, sicuramente so, è che aver vissuto con lui e assomigliargli così tanto per me è stato ed è un privilegio, perché se mamma mi ha insegnato la forza d’animo lui mi ha mostrato la bellezza della sensibilità.

Dopo tutto questo tempo posso dirlo, mi manca non potergli raccontare che mi sono sposata, non potergli presentare i miei nuovi amici, non potergli mostrare il lavoro che faccio, per certi versi così simile alle sue passioni. Ma se lo immagino vivo, ad affrontare la terribile malattia di mamma, mi prende un'angoscia incontrollabile e mi ritrovo a pensare che forse è stato meglio così, che al suo cuore delicato siano stati risparmiati una paura tanto grande e un dolore tanto forte.

Quindi, dopo vent'anni, mi ritrovo a ricordarlo cercando in una scatola i disegni che facevo per lui all'asilo, con le descrizioni bizzarre di una bambina che non aveva ben capito che lavoro facesse, dove andasse quando spariva per ore (spoiler: in barca), cosa pensasse con quel cipiglio arricciato rivolto verso il mare. 

E adesso, che di cipiglio arricciato è rimasto solo il mio, lo penso lassù, su un razzo pieno di bottoni e spie luminose, intento ad aggiustare qualcosa per continuare a volare libero, nello spazio infinito.



venerdì 4 marzo 2022

La Muta


Per onorare le vecchie buone abitudini: musica.

Questo post è nato sul tappetino da yoga, mentre praticavo e, come sempre, riuscivo a fatica non riuscivo minimamente a stare "nel qui e ora". 
Ascoltavo le mie sensazioni e cercavo di ritrovarle in momenti già vissuti, lontano da asana e mattoni di sughero.

In quell'istante ero in pace, ero in una situazione di tranquillità così piena da commuovere anche i cuori più duri. Persino il mio.
Nonostante questo sia un periodo, per l'ennesima volta, tanto teso quanto difficile, quel momento liquido nella penombra silenziosa, mi ha scaraventata in un viaggio velocissimo, alla ricerca di altri attimi così, nella mia proverbiale memoria inesistente.

E li ho trovati, sapete?
Tutti con un punto di contatto, con una caratteristica comune, che, come ho scritto poco fa, è la liquidità.
Mi spiace però per l'amico Zygmunt, perché, mentre sul tappetino da yoga la liquidità la portavano i movimenti fluidi del vinyasa, nelle altre occasioni che ho ricordato la liquidità era, semplicemente, quella dell'acqua. Niente liquidità sociale, dunque, almeno per adesso.

Mi sono sempre pensata legata all'elemento terra, tutta boschi, sentieri, prati, montagne e piante.
E, invece.

Invece gli attimi di felicità, quella che dura poco, ma anche quella che resta quel tanto che basta per essere riconosciuta, accolta e persino festeggiata, erano accanto all'acqua, in tutte (o quasi) le sue declinazioni.
Non di ogni momento ho una foto, in certi casi ho scatti perfetti, di altri ho solo il ricordo. Ne ho contati 12, ma credo, anzi ne sono certa, siano molti di più.

1) Una mattina di settembre, in spiaggia, a Varazze. Ne ho già parlato in altri post.
Con la maschera sotto il pelo di un'acqua increspata dalla tramontana, alla ricerca di sassi colorati, pesci e tesori, ho trovato, invece, la felicità. Mamma leggeva sulla spiaggia di sassi, io stavo proprio bene.

2) Un pomeriggio d'estate, sdraiata accanto a una pozza, ai laghetti di Fiorino. Non ero sola, guardavo il cielo e le piante secche incastrate nella roccia sopra di noi, con gli occhi socchiusi per la troppa luce. Avevamo appena incontrato una vipera impegnata a digerire su un sasso rovente, faceva un caldo infernale, ero felice.

3) Sugli scogli di Pieve Ligure, un rito di ormai tante estati fa. A guardare le meduse con la maschera, a prendere il sole con il seno scoperto, a mangiare gli spaghetti con le vongole dal benzinaio. Giornate anni settanta che spero di non dimenticare mai.

4) A Is Arutas, circondati da milioni di mosche, il primo giorno di Sardegna. Poche ore per vedere tutto, sposare due amici grandi, raccogliere fiori e mangiare tonnellate di fregola. Ma quel pomeriggio di vento, in una spiaggia deserta di inizio giugno, sarà davvero difficile da dimenticare.

5) Sulle rive del lago di Castillon. Che i laghi, forse, mi mettono pure malinconia, ma davanti alla loro calma, io, dormo. Sotto il salice piangente, in mezzo a famiglie allegre, gonfiabili bellissimi e chioschi di cibo improponibile ho telefonato a casa e mi sono addormentata. Per ore. Poi, ho fatto il bagno.

6) Alla piscina del Porto Antico, dove sono riuscita a nuotare, praticamente da sola, tantissime volte. Non ho mai capito come sia stato possibile, visto che una delle sue caratteristiche più note è l'affluenza, ma a me è successo spesso e ho goduto sempre, fortissimo.

7) Sui laghi d'Orta e Maggiore, durante l'ultima mini vacanza con mia madre, in un viaggio organizzato dalla sua "classe di arte". I laghi mi mettono malinconia, l'ho già scritto poco più su e, in questo posto, credo non riuscirò a tornare mai più.

7) A Roscoff, nella Bretagna che sognavo da sempre. La marea che arrivava a lambire l'albergo, con l'acqua illuminata dai lampioni e un'atmosfera fredda nebbiosa da perfetto giallo francese. Uno dei ricordi più belli che io abbia.


8) Alle terme di Bagno Vignoni, con i piedi a mollo, pochi giorni dopo la fine del viaggio di mamma. Una fuga che mi ha salvata dalla burocrazia imminente e mi ha permesso di ricoprirmi di argilla bianca, di riempirmi gli occhi di verde sconfinato e di osservare incantata decine di cipressi scuri come la morte.

9) A Galtero, un pezzettino di terra minuscola attaccato a un'isola piccola, durante una vacanza enorme. Un viaggio stanco e bellissimo, pieno di tutto quello che amo. In quel posto dimenticato dal caos, tra brughiere, pecore e sassi, ci siamo fermati sulla spiaggia battuta dal vento, a raccogliere conchiglie, aspettando la pioggia.

10) Davanti al Rifugio Vallanta, con le nuvole basse e le prime gocce che creavano piccoli anelli concentrici sulla superficie del lago. Il temporale stava arrivando, la pandemia l'avevamo faticosamente e momentaneamente allontanata dai nostri pensieri, i lupini in fiore ci aspettavano sul prato del rifugio dove alloggiavamo, insieme a un grande cane bianco.

11) Sul bordo della piscina di Colletta di Castelbianco, l'estate scorsa. Lì mi sono rilassata, abbronzata e pure un poco angosciata. Lì ho letto uno dei libri più belli di sempre, ho disegnato, e mi sono guardata attorno, per ore intere, senza quasi capire dove fossi.


12) Nella spiaggia del campeggio vicino a casa, di nuovo l'estate scorsa. Poche settimane dopo il matrimonio, con i nostri amici e con Nora che cresceva accanto a noi, nel sole di Agosto. Un posto insospettabile per una felicità semplice e, nello stesso tempo, grandissima.

E adesso, forse, vi chiederete: "perché il titolo La Muta?" Perché ormai qui scrivo poco, in particolare quando le cose cambiano e di cose, in questi anni, ne sono cambiate tante, per tutti. Se quando le cose cambiano tendo a scrivere poco, beh, parlo ancora meno. Faccio la muta, insomma. In tutti i sensi.






domenica 14 maggio 2017

Mamma

Non sono brava a scrivere per delle occasioni speciali, non sono nemmeno brava a leggerle le cose scritte per le occasioni speciali.

Vivo accanto a tante persone, una in particolare, che la mamma non l'hanno più. Io, del resto, non ho più mio padre da molti anni ormai e ad ogni festa del papà, per quanto sia cinica e nonostante questa ricorrenza non l'abbia festeggiata mai, nemmeno da bambina, sussulto sempre un po' davanti a baffi finti, cravatte impacchettate e vignette sui padri gelosi delle figlie.
Oggi, tutte le volte che apro Facebook trovo post di auguri, post nostalgici che pensano a chi non c'è più, post di neo mamme che festeggiano, post che incoraggiano le donne che madri non riescono ad esserlo, post che si scusano per i comportamenti irrispettosi dell'adolescenza, post che si incazzano contro tutti i post che ho appena elencato.

Io, in questa domenica di recupero dopo settimane di lavoro ed evitabili (evidentemente non per me) preoccupazioni, ho deciso di provare a scrivere qualcosa su di lei, mia mamma. Perché proprio ora? Perché non cinque anni fa? Non lo so, ma credo, in fondo, di riuscire a intuirlo.
La fine del duemilasedici e l'inizio del duemiladiciassette non sono stati lievi per la signora che vedete nella foto quassù (datata 1984, se non sbaglio): tanto dolore fisico, tanta pazienza, tanta rassegnazione. Io, come figlia, ho provato a fare molto e ho potuto fare poco. Nessuna delle due era pronta ad affrontare questa situazione, perché da sempre ci siamo occupate, insieme, degli altri componenti della famiglia e quando le cose non giravano giuste per me lei era lì pronta a darmi una mano... il contrario non è quasi mai capitato.

Quando ero bambina avevamo un buon rapporto, trascorrevamo un sacco di tempo nei posti che entrambe amavamo frequentare (la montagna, le mostre, i cinema...) e tutto quello che so credo di averlo imparato da lei, che mi ha sempre insegnato molte cose e permesso di andare a conoscere da sola quello che non poteva o sapeva insegnarmi. Non ho mai avuto limiti dal punto di vista culturale: concerti, musei, corsi, libri, film... dove non andavo con lei andavo grazie a lei, che mi prestava i soldi, che intercedeva con mio padre, che chiudeva un occhio (a volte pure due), che mi incoraggiava davanti ai mille dubbi di ragazzina fifona.

Durante l'adolescenza le cose sono inevitabilmente cambiate: io ho iniziato a frequentare persone per lei incomprensibili e a fare scelte così assurde che la donna che mi aveva vista curiosa e piena di vita fino a pochi mesi prima proprio non poteva comprendere. Beh, anche in questo caso non mi ha ostacolata: ha lasciato che rovinassi i miei anni migliori senza allontanarsi da me e senza impedire che sbattessi la faccia sugli errori. Non è mai stata mia amica (ricordo perfettamente il momento in cui le chiesi di esserlo e lei rifiutò categorica) e per questo la ringrazierò in eterno, perché soprattutto ora che lavoro con i bambini ogni giorno (e lei da brava insegnante ben lo sapeva) non faccio che incontrare situazioni difficili alimentate proprio dalle amicizie genitori-figli. Credo sia la persona a cui racconto più cose di me (nonostante per molto tempo da questo punto di vista l'abbia protetta) e, malgrado mi confidi con lei ogni volta che posso, non la reputo affatto un'amica: è "semplicemente" mia madre.

Temo ancora di deluderla, vorrei tanto vederla serena da sola o in compagnia, spero ogni giorno di ritrovarla ulteriormente migliorata nella sua riabilitazione e mi auguro con tutto il cuore che non si debba mai sentire abbandonata da me, come credo che invece si senta spesso. Abitiamo relativamente vicine, ma i miei tempi sono cambiati: lavoro nel weekend, faccio mille cose e non riesco più a trascorrere intere giornate a casa sua. Mi dispiaccio, mi sento una persona orribile, ma poi penso a quanto negli ultimi dieci anni il nostro rapporto si sia rafforzato e mi tranquillizzo subito. Dodici estati fa mio padre moriva e noi ci legavamo indissolubilmente in una lotta silenziosa contro tutto ciò che ci sembrava ingiusto, contrario o lontano dagli insegnamenti che lui ci aveva lasciato. Combattiamo ogni giorno contro l'incoerenza, la prepotenza e l'arrivismo non accorgendoci quasi mai che lo facciamo per lui, per rimanere in contatto con l'integrità in cui abbiamo vissuto finché papà ha abitato insieme a noi. Era un uomo complicatissimo, senza dubbio, ma era puro, proprio come sappiamo essere noi davanti alle piccole grandi scelte.

Per questo oggi volevo scrivere di lei, perché è vero, assomiglio sempre di più a mio padre, ma spero comunque di conservare quello sguardo curioso sul mondo che mi ha insegnato mamma, indicandomi ogni volta dove guardare.





sabato 24 dicembre 2016

Natale arrabbiato


Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.

Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.

Io lo amo e sempre lo amerò.


Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.

Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.

P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.




sabato 22 ottobre 2016

L'Estate al collo

Scrivo da casa di mamma e non più tardi di ventiquattro ore fa passavo di qui con uno zaino pesantissimo sulla schiena e il cuore altrettanto pesante nel petto.

Mi spetta qualche giorno da cat sitter di questa signorina e, sicuramente, un po' di distanza da tutti gli impegni mi farà bene. Esiste il lavoro da casa ed è pur sempre il week end, lunedì sarò operativa e sul pezzo, come se nulla fosse successo.

Dopo l'ultimo post sul mio primo libro in uscita (in realtà è già disponibile da ieri a questo link, con un po' di sconto e le spese di spedizione gratuite), oggi vorrei scrivere di qualcosa che nasce dalle mani creative di un'altra persona.
Si tratta del ciondolo nella foto (forse si vede meglio sul mio profilo Instagram) che, qualche giorno fa, è arrivato via posta riempiendomi di gioia. La collana è opera di Aspettaevedrai, una bravissima artigiana: se non la conoscete ancora, potete trovarla qui, qui e qui. Il suo shop invece è qui.

Come vedete dalle immagini di Sara, i ciondoli in ceramica sono solitamente tondi, ovali, a goccia, rettangolari, ma sempre e comunque dalle forme lineari. Il mio, invece, è irregolare e pure un po' concavo, perché il pezzo che ho scelto me lo ha portato un'onda. Stavo camminando sulla battigia, durante una giornata nuvolosa, a tratti pure piovosa, decisa a non arrendermi e a godermi una delle ultime domeniche al mare di questa estate ormai lontana. L'ho visto lì, tra i sassi scuri e l'ho raccolto. C'era una casa, c'era un ponte, c'era qualche albero: quanto bastava per farmene innamorare.

Ho pensato immediatamente di conservarlo, poi ho pensato a Sara e alla sua bravura e, ancora seduta sulla sabbia, le ho scritto. Lei ha accettato subito di costruire una collana attorno alla mia piccola casetta color mattone, quindi, qualche settimana dopo che le avevo spedito il coccio, il gioiello è arrivato. Più bello che mai.
Sono contenta di questo nuovo abitante del mio portagioie, sta lì appeso (quando non lo tengo al collo) insieme a tutte le altre collane, in particolare alla collana di Demodé Jewels comprata all'East Market e alla Myselfie di Rita.

Sono riuscita nel mio intento: avere a portata di mano l'Estate fino a quando lo desidero, per poter ripensare ogni volta che voglio a quella giornata bellissima, alle ali di pollo fritte sotto l'ombrellone, al bambino chiuso nel suo mondo che gioca da solo sulla riva, ai taralli di mille sapori, al cane sdraiato sull'asciugamano della vicina, a madre e figlia che si fanno fare le trecce di stoffa ai capelli.

Grazie a Sara che mi ha aiutata nell'impresa, grazie al mare che mi ha donato un ricordo.

domenica 25 settembre 2016

Quella sensazione lì

C'è un'immagine a cui penso spessissimo.
Sta nascosta nella mia testa da un numero imprecisato di anni. La ricordo così bene perché l'ho rivissuta decine di volte e, come me, credo tutti quanti almeno in un'occasione.

Dall'inizio delle elementari alla fine delle medie ho portato l'apparecchio ai denti. Sempre mobile, per fortuna, niente ganci fissi che facevano sanguinare le gengive, niente baffo (ve lo ricordate?) che ti incollava gli occhi altrui addosso, senza possibilità di scampo. L'unica pecca dell'apparecchio mobile? Ogni venerdì pomeriggio toccava andarlo a regolare. Che fosse caldo, che facesse freddo, che piovesse, nevicasse, avessimo tanti compiti da fare, o la partita di pallavolo nel week end, bisognava andare dal dentista.
Un incubo lungo ore, perché a far regolare l'apparecchio eravamo centomila, tutti il venerdì pomeriggio, dalle quattro in poi. Questo si traduceva in una fila interminabile, che riempiva sale d'attesa, corridoi, scale e androni del palazzo e finiva, semplicemente, quando tutti gli apparecchi, di tutti i bambini, erano stati regolati (solitamente non prima delle sette di sera). Vi risparmio i momenti splatter di piccoli denti ciondolanti scoperti pubblicamente dal dottore ed estratti seduta stante, anzi, in piedi stante, con l'unico ausilio di una bomboletta spray ghiacciata, una pinza, un'assistente gentile e l'eterna silente comprensione del serpente di coetanei terrorizzati alle proprie spalle.

Dopo l'appuntamento dal dentista si tornava a casa e, spesso, era già buio. Seduta in macchina sul sedile posteriore, insieme all'amichetta apparecchiata pure lei, guardavo fuori dal finestrino. Sempre la stessa strada, sempre il medesimo sapore metallico e medicinale in bocca, sempre l'agitazione post controllo dondolii. C'era una scena, però, che mi riempiva gli occhi di meraviglia e mi faceva subito sentire bene, lasciandomi sognare e pensare al Natale, vicino o lontano che fosse, spingendomi a fantasticare su come sarebbe stata la mia vita adulta in una grande città (!).
Assurdo, a nove anni mi immaginavo affermata e in carriera, piena di impegni e di corse veloci sotto la pioggia, sempre intenta a comprare regali per la famiglia, con un mazzo di fiori sotto il braccio e un ombrello colorato sopra la testa. L'immagine capace di scatenare tutto questo folle pensiero futuro era pressapoco così. Che non si trattasse di NewYork ma fossimo semplicemente fermi in coda a Voltri poco importa, che di taxi gialli in doppia fila non se ne vedesse nemmeno uno è un dettaglio, che gli addobbi natalizi a bordo strada fossero i soliti fiocchi fulminati per metà non fa niente: io mi emozionavo e, in tutta sincerità, mi emoziono ancora adesso, come se fosse la prima volta. Mi bastano un po' di traffico, l'aria fredda dell'autunno inoltrato, la pioggia e il silenzio.

Tutto questo pippotto per arrivare a dire una cosa ovvia a cui però credo fermamente: ogni corso che seguo, ogni luogo in cui decido di andare quando ho un po' di tempo per me, ogni post che scrivo e foto che scatto nascono dalla volontà di ritrovare quell'emozione, dal bisogno di riagganciare una sensazione già provata.

Sono tanti gli istanti così, solitamente veloci e difficili da catturare, da vedere davvero e da riconoscere, ma sono bellissimi e non mi stancherò mai di cercarli. Per questo motivo ieri mi sono iscritta a un laboratorio splendido dove sapevo avrei rivissuto almeno un poco la meraviglia di quando si impara qualcosa di nuovo, di quando ci si sente capaci di produrre bellezza. Che si tratti di un collage fatto strappando le riviste all'asilo, di un quadro creato con mille pastelli a cera e un ago per incidere le figure, di una borsa cucita a mano usando i vecchi jeans di papà, di un timbro in gomma nato per stampare la propria foglia del cuore, non cambia nulla.

Sempre alla ricerca di un momento perfetto oggi me ne vado al Garden Market e con me ci sarà pure mamma, in questo modo sarà ancora più semplice sentirmi bene come tanto tempo fa, quando l'otto Dicembre vagavamo semi assiderate tra le bancarelle di prodotti naturali, montate nel gelo del mattino di fronte a lo Spedale degli Innocenti di Firenze. Lo abbiamo fatto per anni di scendere giù, dormire nello stesso albergo e perderci tra le lane grezze, i saponi, le maglie pelose e pungenti, i guanti peruviani e le fasce per capelli. Oggi lo facciamo di nuovo, nel sole e nel caldo, circondate da stampe, disegni, quaderni, spille, borse di stoffa e ricordi.


lunedì 29 agosto 2016

Pane secco e mutande


Siamo alla fine di Agosto e raramente come quest'anno l'estate è passata veloce per me.
Mi dispiace essere già a Settembre, mi dispiace non aver fatto molte cose che avrei voluto fare, ma sono contenta di aver vissuto appieno ogni (meravigliosa) gita, ogni (lunga) nuotata, ogni (difficile) lettura, ogni (rara) ora di lavoro, ogni cena cucinata con cura.

Sono stata, più del solito, attenta ai dettagli.
Ho fatto molta attenzione agli acquisti per esempio: ho comprato da Flamingo Bergamo e da Celestina Vintage con l'intento di continuare imperterrita lungo la strada dello shopping consapevole, fatto di cose strettamente necessarie (o quasi), tessuti buoni e giusti, marchi dichiaratamente sensibili alle questioni etiche e ambientali che più mi stanno a cuore. Per "dichiaratamente sensibili" intendo che sui loro siti sia ben visibile e possibilmente verificabile la politica fair trade con cui producono, esportano, commissionano i capi e non il semplice e generico blablabla dietro cui spesso si nascondono i customer care di brand tanto importanti (e onnipresenti) quanto famosi. E non parlo di fast fashion.

Dicevo, sono stata attenta ai dettagli. L'ho fatto anche camminando sui sentieri, l'ho fatto guardando sott'acqua nei pomeriggi infiniti di mare, l'ho fatto scrutando orizzonti di montagna, fiori e insetti in giardino, l'ho fatto in posti dove ero già stata mille volte scoprendo punti di vista nuovi, l'ho fatto infornando e mescolando, disegnando e scrivendo, valutando proposte e facendo valere quello che penso.

Pure l'altro pomeriggio ho messo attenzione nei dettagli e in un nano secondo sono stata catapultata in dietro nel tempo, su per giù a trenta anni fa. Mentre ciabattavamo verso la spiaggia abbiamo notato una porta di legno aperta, una di quelle cabine sul mare usate dai pescatori per ricoverare canne da pesca, reti, costumi, secchi, remi e mille altre cose che profumano maledettamente di infanzia. Appesi alle tavole bianche c'erano un paio di mutande stese ad asciugare e un grosso sacco di pane secco per i pesci. Non ho potuto (ci ho provato eh, ma niente!) fare a meno di pensare a quando, da bambina, scendevo le scalette sotto al Capolinea dell'Uno, a Voltri, per raggiungere la casetta di papà. I miei ricordi sono molto sfumati, fatti per lo più di odori e sensazioni: la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, il rumore degli zoccoli di legno sui ciottoli, la puzza dei lavatoi umidi e bui, i tentacoli freddi dei polpi posati (vivi) sulla mia testa, il secchiello dei Puffi, la luce che filtrava tra le travi bianche della cabina, la borsa di paglia di mamma, le formine rosse, le polpette di sabbia, i vetri colorati e arrotondati dal mare, l'ombrellone a righe, il costume a quadretti, le barche rovesciate, le assi nella sabbia per far risalire i gozzi dal mare, l'insalata di riso, i bicchieri di plastica dura, il cocomero a bagno... potrei continuare all'infinito ma concluderò con un ultimo ricordo, che mi si è materializzato davanti ieri mentre leggevo sdraiata su uno scoglio: il granchio ficcanaso :-)

Io, per adesso, a questa estate non rinuncio.

P.S. La foto quassù l'ho scattata a Luglio, qualche ora prima di ascoltare un concerto.

martedì 9 agosto 2016

Il Pilates mi ha cambiato la vita


Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.

Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.

Nuoto abolito, come la corsa.


Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.

All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.

Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.

Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.

Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.

Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.




domenica 13 marzo 2016

Lo zio Davide

Mia mamma è una matematica e ha sempre sostenuto di non saper scrivere bene.
Tutte balle.
Per dimostrarlo oggi ospito un suo racconto, storia vera verissima che mi hanno sempre raccontato e che ora serve come esercizio di lettura per un gruppo di ragazzi stranieri a cui mamma insegna gratuitamente la nostra lingua due volte a settimana.
Se questo post non vi avesse convinto a sufficienza circa la stranezza della mia famiglia, ecco chi era lo zio Davide, o meglio U Davìdde.

"Il mio bisnonno materno Giacomo, già vedovo con due bambini piccoli, sposò la mia bisnonna Benedetta (Bedìn) nel 1880 (circa) ed ebbe undici figli. Erano due mezzadri poverissimi, coltivavano una terra arida e magra, posta a 300 metri dal livello del mare, e allevavano un paio di mucche, qualche ovino e alcune galline.
L'erba per gli animali veniva falciata in alto, sui monti dell'Appennino, distanti chilometri dalla loro casa, e trasportata a spalle nel fienile, ogni sera.
Nelle fasce strette e scoscese, tipiche di questa valle ligure, tanto bella quanto faticosa, i buoi e l'aratro erano inutilizzabili, solo vanghe, zappe e fatica disumana.
La bisnonna lavorava nei campi dall'alba al tramonto, tornava a casa solo per pranzare e allattare l'ultimo nato. Sempre. Ovviamente neppure le gravidanze le regalavano un po' di riposo: quando lei spariva per qualche giorno, i contadini dei poderi vicini capivano che aveva partorito.
Le bambine dovevano badare ai fratellini più piccoli e cucinare per tutta la famiglia. I maschietti seguivano ben presto i genitori nei campi.
Per inciso dico che la maggior parte di loro restò quasi analfabeta e che le fabbriche metalmeccaniche e tessili della zona assumevano chiunque avesse compiuto nove anni.
Uno degli ultimi nati si chiamava Davide (U Davìdde), era bello, sano, robusto, però...
Quando la sua mamma arrivava di corsa ad allattarlo non lo trovava affamato e impaziente, come era sempre accaduto con i figli precedenti. Lei lo attaccava al seno e lui mangiava con calma e lentezza, le risparmiava quella avidità disperata che aveva conosciuto negli altri suoi neonati e che tanto l'aveva addolorata. La stanchezza e la fame della bisnonna erano enormi e costanti, il suo latte era magro e scarso, eppure Davide cresceva tranquillo e forte. Inutile dunque farsi troppe domande, Benedetta rompeva terra e schiena col cuore più leggero, la figlia Caterina (Cateinìn) curava il piccolo senza paura e anche lei cresceva bellissima, contagiata da tanta serenità.
Quando Davide era ormai un adolescente alto due metri e dotato di una forza leggendaria, Caterina confessò alla mamma di aver avuto un aiutino segreto. Appena nato, ogni giorno Davide, poco dopo che la mamma, credendolo sazio, aveva raggiunto i campi, cominciava a urlare e Caterina tentava inutilmente di calmarlo. Non c'erano ninne nanne né abbracci che regalassero a entrambi una tregua.
Una mattina, disperata, lei decise di attaccarlo alle mammelle di una capretta che pascolava lì vicino. Nei giorni successivi, dapprima scrutò il fratellino preoccupata, temendo malattie e punizioni che non arrivarono mai, poi si fece coraggio e, più volte al giorno, col fagottino in braccio, girò l'angolo della casa e andò nel prato. Ben presto la faccenda si semplificò ulteriormente: appena la capretta sentiva Davide piangere, lasciava la sua erba, correva davanti alla porta di casa e belava finché non poteva entrare, spinta da un commovente, irrefrenabile istinto materno verso quel cucciolo d'uomo di cui fu, per mesi, la balia segreta."

Nella foto quassù la casa dove mia madre e suo fratello gemello sono cresciuti per un (bel) po'. Le altre immagini che mamma mi ha spedito ritraggono lei, una prozia e mia nonna Rosetta, china e sorridente in un campo, mentre raccoglie margherite bellissime. Ecco evidentemente da chi ho preso quando sogno fiori, prati e boschi senza fine.

lunedì 15 febbraio 2016

L'unica cosa che ti rimane

All'epoca non avrei mai immaginato che sarebbe andata così, ora, invece, lo so.

Qualche giorno fa una persona mi ha detto: "L'amore per le cose che fai è l'unica cosa che ti rimane, alla fine di tutto. Anche alle fine delle persone".
Osservando il mio passato, che in realtà è il passato di molti, fatto di studio, sacrifici, lavori precari, mal pagati, a volte nemmeno capiti guardo le difficoltà che incontro ogni giorno e mi trovo sempre e comunque non disponibile ad accettare compromessi che possano sminuire e snaturare un lavoro. Ho l'esigenza di imparare ad adattarmi per non impazzire davanti ad atteggiamenti troppo distanti da quelli che a me invece verrebbero spontanei e mentre comincio una nuova avventura caricandomi di positività e voglia di riuscire ricordo le ricerche per le tesi, i sopralluoghi, le ore trascorse a scrivere senza sosta con enorme, infinita soddisfazione.

Dopo un post sulla mancanza di entusiamo, ormai cronica da queste parti, ecco che spontaneamente e con estrema urgenza, mi ritrovo a buttare giù una frase sopra all'altra in difesa della Elena piena di speranze che viveva qui, dentro di me, non più tardi di sette anni fa.
Ho iniziato a pensare alla prima tesi di laurea in piena malattia di mio padre: mi mancavano quattro o cinque esami, era l'autunno del 2004. Sono andata a parlare con il relatore tenendo il cuore tra le mani, spiegandogli che intendevo finire con calma, che preferivo dedicarmi alla famiglia, lasciando a scrittura e studio solo il tempo libero. Mi rispose, con mio totale stupore, che non c'era nessun problema: stava lottando pure lui con un cancro e, come nel mio caso, lasciava che cure, fatiche, tempi di recupero scandissero le sue giornate. Ci siamo cercati il minimo indispensabile, io l'ho tenuto informato dei miei progressi, ho raccolto le sue indicazioni preziose e, dopo aver dato due esami nella sessione invernale mi sono concentrata sulle ricerche per la tesi. Quante giornate trascorse con il correlatore a mollo tra il fango, studiando piante, scattando fotografie, facendo ipotesi. E che gioia quando il relatore trovava il modo di raggiungerci con le sue scarpe inadatte a fare sopralluoghi in un parco abbandonato!

Mio padre è morto a luglio e a gennaio ho sostenuto l'ultimo esame. A marzo la laurea. Quando ho dovuto scegliere chi mi avrebbe seguita per il secondo lavoro di tesi non ho avuto alcun dubbio e ho di nuovo cercato lui, la persona che non mi ha mai fatto domande, che ha corretto il mio primo lavoro in silenzio, in ritardo, di notte, di fretta, magari anche pensando (giustamente) a tutt'altro. Ho scritto la tesi di laurea specialistica in sei mesi, più di duecento pagine nate in biblioteca, davanti al mare del Porto Antico e di nuovo tra gli alberi, i viali, i segni inesorabili del tempo sul lavoro dell'uomo. Mi ci sono dedicata con il sorriso, con una gran voglia di fare, scoprire e studiare, memore di come possa invece essere difficile concentrarsi su un compito quando le basi della tua esistenza si stanno sgretolando.

Questa cosa, imperdonabilmente l'ho dimenticata.
Proprio io.
Proprio io che ho ritagliato dal dolore ogni momento per lavorare e immergermi in ciò che mi è sempre piaciuto fare: cercare il bello, scovare anche minuscole porzioni di rarità, scrivere e catalogare queste meraviglie come se fosse necessario per l'umanità intera.
Ho scordato che dieci anni fa ero molto più avanti di adesso e davvero non lo posso accettare. Non voglio. Per quel professore che mi ha aiutata e che ancora oggi chiede di me.

Perché l'amore per le cose che fai è l'unica cosa che ti rimane.

lunedì 4 gennaio 2016

Quel mazzolin di cuori

[Termino e pubblico ora un post iniziato qualche giorno fa, in piene vacanze natalizie e in totale relax]

È il due di Gennaio, nevica, e sono felice.
Domani compio gli anni, a mezzanotte starò festeggiando insieme agli amici, in montagna, probabilmente con un bicchiere in mano, lontano da quello che mi fa più paura (quindi da un sacco di cose).
Oggi, mentre camminavo nella neve, con gli scarponi azzurri e il berretto da volpe, non pensavo a nulla: mi guardavo intorno e, nel silenzio sospeso che solo le nevicate sanno portare, osservavo le cose incontrate sul mio cammino.

Un mazzolino di cuori color crema, un cespuglio di bacche rosse, una gallina (!) poco convinta di appoggiare le zampe, le orme di un cane piccolo, un signore con il cappello giallo.

Questi giorni di vacanze natalizie che hanno in qualche modo sospeso il giudizio e rimandato "al dopo" verdetti, decisioni e scelte mi sono serviti per non pensare a niente. Come sospettavo, non pensando a niente ho in realtà pensato a tutto.

A cominciare dallo scorso week end nel Parco di Portofino, quando una camminata a picco sul mare, talmente esposta da impedirmi di riflettere su qualunque cosa che non fosse evitare di cadere, mi ha regalato un sacco di ricordi a cui tornare nei momenti più tristi e difficili.
Anche in questi giorni di montagna è successo, ho riempito lo zaino di esperienze piccole e ho capito che è quello che voglio perseguire nel 2016, lungo il mio trentaquattresimo anno d'età: voglio sfruttare le giornate di festa, di gioia, di camminate e di viaggi per non pensare a nulla e fare il pieno di ricordi belli. Fino ad oggi, quando le cose non andavano per il verso giusto, rivedevo il passato e i suoi istanti belli con nostalgia e guardavo al futuro riponendo in esso aspettative e speranze (le mie famose isole felici) che spesso finivano infrante facendomi stare malissimo. Ora vorrei, invece, trarre energia dai ricordi, usandoli come incentivo a ricercare piccoli momenti felici, senza arrendermi e senza perdermi in eccessive malinconie.

Comincio subito e butto giù trentaquattro pensieri positivi, uno per ogni anno che sono al mondo, che questo 2015 mi ha lasciato in eredità:
1. I sori gialli delle felci (quelli di due settimane fa, poi, erano spettacolari), 2. La prima corsa dell'anno (ma anche tutte le altre) nei luoghi in cui sono cresciuta, 3. I cespugli di euforbia a picco sul mare di Punta Manara, 4. Gli ultimi colori del sole che filtrano nel bosco ormai buio, 5. Il corso di francese, 6. Uno dei miei maglioni preferiti con le mie scarpe preferite, 7. La scoperta di un ginkgo nel posto dove mai avrei pensato di trovarlo, 8. La meraviglia del Museo del Legno, 9. Il primo Leggermente scritto per Cindy, 10. Tessa la pressa, 11. L'Hotel Savoia, 12. Uno dei regali meravigliosi che ho ricevuto per il mio trentatreesimo compleanno, 13. I corsi seguiti da Papê, 14. La gita a Manarola nonostante una nausea che mai dimenticherò, 15. Portovenere che non avevo ancora visto, 16. Il mio Secret Santa 2014, sempre con me finché non l'ho perso, 17. L'eclissi di sole, 18. Il progetto fotografico #onehandadayproject, difficile ma pieno di spunti e di stimoli, 19. La sperimentazione continua di nuovi modi per raccontare la scienza ai bambini, 20. Uscire di casa dopo una broncopolmonite che mi ha spaventata assai, 21. La mia prima tillandsia e la seconda, 22. Il corso di fotografia stenopeica di Totem, 23. Usare le mani, ogni volta che posso, 24. Le gonne lunghe d'estate, 25. I Rolli days per scoprire la mia città, 26. I laboratori con i bambini della Valpolcevera e di Camogli, 27. Il corso alla Holden, con la mia prima volta da Melissa e gli aperitivi in solitaria, a zonzo per Torino, tra abiti vintage e gatti, 28. L'Instawalk di #shootyourport con Cindy, Paola e gli amici, 29. Il giorno di nostalgia in cui conobbi Ezio, 30. Le gite d'autunno, 31. La mia gatta, sempre e comunque, 32. L'estate a Pieve e alla piscina del porto con gli zoccoli corallo, 33. La giornata a Torino con mamma e la mia seconda volta da Melissa, 34. Gli ultimi giorni del 2015 nella neve, dove è nato questo post e dove ho raccolto un barattolo di licheni meravigliosi che profumano di inverno.

sabato 14 novembre 2015

Chi muore si rivede


Non scriverò di Parigi.

Questo non vuol dire che, come tutti, non sia stata sveglia fino a notte fonda e non stia seguendo notizie, aggiornamenti, giornali.
Non sono abituata alle dirette TV (perché a casa mia la tele non c'è) e ieri sera, qui da mamma, sembravo in trance. Credo che la mia bella autoreferenzialità da occidentale abbia fatto il suo lavoro, che gli ormoni da trentaquattrenne abbiano tremato all'idea che il mio corpo possa un giorno mettere al mondo un figlio in un posto del genere, che la paura di una guerra alle porte (alle mie, di porte, perché altrove c'è già da anni) abbia giocato a sfavore della mia notte di sonno.

Ma, di Parigi, non scriverò.

Questo post è in canna da un paio di giorni, ho sognato mio padre martedì e mercoledì e mi ero ripromessa di scriverne se lo avessi sognato una terza volta. Giovedì non si è presentato, venerdì, ovviamente, sì.
Era moltissimo tempo che non capitava, forse da prima dell'anniversario di luglio e, a dir la verità, non mi mancava affatto.
Però, come sempre succede quando la mia vita è sotto prova, quando le cose attorno a me stanno cambiando (anzi, stanno provando cambiare), quando ci sono nuove possibilità ma non è ancora detto che saranno per me, lui torna.
Come se dovesse controllare, come se sentisse il bisogno di starmi accanto, di dire la sua, ma anche di rallentarmi, zavorrare i miei passi, distrarmi dagli obiettivi. Quando lo sogno non sto bene, perché a differenza del passato non ho l'illusione che sia ancora vivo, anzi, so benissimo che verso la fine del sogno ci sarà il momento dei saluti: uno strazio senza fine, fatto di abbracci, porte aperte e buie nelle quali lui entra... e sparisce.

Quindi, la prima notte ho sognato che ci prendevamo un caffè a casa, in cucina, in una mattina d'autunno. Poi uscivamo dalla finestra di camera mia per guardare una vicina che si sposava, accompagnata all'altare da suo papà, su una vespa rosa addobbata con bacche arancioni e fiori bellissimi.
La seconda notte eravamo in centro, nei vicoli, e lui voleva a tutti costi un gelato. Arrivati in gelateria il suo gusto preferito non c'era. Scena isterica. Del resto, il gusto "braccialetti", una sorta di crema rosa piena di stelline colorate, io non l'ho mai visto.
La terza notte (quella passata) eravamo a Parigi, ai piedi della Tour Eiffel. Io, come sapete, a Parigi non sono mai stata, ma nel sogno credo ci abitassi addirittura. Ricordo che camminavamo svelti, arrampicandoci sulla struttura di ferro della torre, scappando da bombe e spari, cercando di metterci al sicuro.

Verso la fine del sogno, in un piccolo cortile, in mezzo ad amici e parenti riuniti, come al solito ci abbracciavamo.
All'inizio non riconoscevo il suo corpo, ero a disagio. Poi un odore, la mia mano che si alza e gli carezza la nuca, lo stomaco che esplode e il pianto che comincia ad uscire, rumoroso e inarrestabile, mescolato ai singhiozzi di lui e a quelli di tutte le persone attorno a noi, finalmente consapevoli che non tornerà mai più.
E' strano tutto questo, perché nella vita di ogni giorno non posso dire che mi manchi molto. Non mi mancava dieci anni fa, tanto meno mi manca adesso.

Ma mi è venuto un dubbio: mi è venuto il dubbio che mi manchi nel futuro. Che l'idea di conquistare qualcosa, di iniziare un percorso nuovo, di proiettare la mia vita un po' più in là, mentre la sua resta ferma a quel maledetto luglio, proprio non mi vada giù. Almeno di notte.

P.S. Nella foto la sua pianta di caffè, con i frutti verdi, i frutti gialli, i frutti rossi e le bellissime foglie lucide. E forti.

giovedì 17 settembre 2015

Cinque funerali e un matrimonio

L'autista del matrimonio dei miei genitori era senza gambe.

In un certo senso questo post potrebbe pure finire così, un incipit del genere sarebbe più che sufficiente pure per aprire e chiudere un romanzo.
In realtà credo andrò avanti, anche se è giovedì e sono molto in anticipo rispetto al solito. Domani però parto per Trento in "missione laboratori" e la domenica la vorrei dedicare a scrivere per lavoro e a riposarmi: sono giorni pieni di cose e di pensieri, è necessario trovare tempo per me, per una camminata, per un libro, per un'ora di coccole al mio corpo sempre più stanco e sempre più diverso da come lo ricordavo.

Quindi, dicevo, l'autista del matrimonio dei miei genitori era senza gambe. Se avete messo su la stessa faccia inebetita che ho fatto io quando mia madre mi ha raccontato questa cosa non sentitevi soli: è normale. Naturalmente la prima domanda (anzi, la seconda, subito dopo a "Ma mi pigli per il culo?") è stata: "ma come faceva a guidare?". Semplice, con i comandi manuali.
Appurato questo dato importante, ci sono un sacco di altre notizie interessanti sul matrimonio che mi ha dato i natali. Vediamo di analizzarle, anche perché probabilmente si spiegano tante cose.

Oltre all'autista dimezzato, meritano una menzione speciale gli invitati. 11 (undici). Sposi compresi.
Mamma, papà, rispettivi genitori, zio, zia, zio acquisito, autista e fotografo. Sì, perché al momento di andare al pranzo che fai, lasci a casa l'autista che ha perso le gambe nel greto del fiume, saltando su una mina inesplosa, in pieno dopoguerra, mentre giocava con papà? No, non puoi. Per quanto riguarda il fotografo, invece, la sua presenza al banchetto nuziale pare sia stata una sorpresa: finita la cerimonia, alla domanda "dove andate a mangiare?" mia madre interdetta cercò un suggerimento nello sguardo di mio padre, che, preso dall'entusiasmo, non seppe rifiutare la richiesta del fotografo, avanzata unicamente per poter fotografare il consueto taglio della torta. Che non c'era.
Nell'album di nozze, infatti, alla fine delle pagine, dopo il classico scatto di rito ai calici incrociati, si vedono i miei che tagliano una specie di mini torta gelato recuperata all'ultimo minuto.

In verità, le stranezze (se vogliamo eufemisticamente chiamarle così) iniziarono ben prima, quando mia madre comunicò al prete della sua parrocchia che aveva finalmente deciso di sposarsi, ma non in chiesa.
"E perché mai, cara Maria?"
"Perché Giancarlo non è credente, è battezzato perché nato in piena guerra, ma non ha né Cresima né Comunione"
"Non c'è problema"
"Sì, ma con l'Eucarestia come facciamo?"
"Semplice, non gliela do"
"Ma Don, come fa a darla a me e non a lui?"
"E non la do nemmeno a te"
Dunque i miei si sono sposati in chiesa e non hanno preso l'ostia. Nada. Non so se gli altri invitati lo abbiano fatto, magari l'autista e il fotografo sì.

Questione vestito della sposa, complicatissima nei matrimoni normali, mostruosamente semplice per mamma e papà.
Uscirono insieme alla ricerca dell'abito adatto, lei ne provò uno, lui le disse "ti sta bene, prendilo". E lo presero.
Bon. Fine.
Così i miei si sposarono in beige.
Padre con completo a zampa d'elefante e cravatta. Marrone.
Madre con camicia e gonna a fiori anni settanta, capello corto, scarpe con il tacco basso. Marroni.
Bouquet bellissimo, pendulo, promesso in dono dalla nonna (paterna) e mai effettivamente regalato.
Se vogliamo dirla tutta, la prima scelta per l'abito della sposa furono un paio di pantaloni neri, ma mia nonna (materna) fece gentilmente sapere che in quel caso non avrebbe presenziato. Mio padre, invece, fermo davanti alla chiesa di un paesino in cui non lo conosceva nessuno, sotto il sole cocente del 10 di agosto, si allentò la cravatta nell'attesa della sposa e per tutto il tempo diede indicazioni ai passanti che, curiosi, gli chiedevano chi fosse il fortunato marito.

Dunque, ricapitolando, autista senza gambe, fotografo pronto a fotografare la torta che non c'era, abito a zampa per lo sposo, a fiori per la sposa. Meno invitati che a una festa delle medie, ma comunque più invitati del previsto.

Per chiudere con una chicca, la sera, dopo aver pranzato nel ristorante e salutato tutti i parenti, i miei tornarono a casa. Lì li aspettava l'operaio che stava mettendo su le porte e che con fare simpaticissimo li invitò a ritirarsi tranquillamente in camera da letto, senza curarsi della sua presenza, ma anzi offrendo loro un romantico barattolo di vaselina.
Mio padre, già allora pozzo senza fondo e ottima forchetta, prese dunque la solenne decisione di andare a cena fuori. Dove? Semplice, dove avevano pranzato (e dove, vedendoli arrivare, chiesero subito se avessero scordato qualcosa).

The End

P.S. Scrivere questo post ad alto tasso di ironia mi ha, in realtà, e più volte, riempito gli occhi di lacrime. Il titolo, va da sé, si riferisce alle persone della mia famiglia che non ci sono più. Cinque invitati su undici. Sposo compreso. Del fotografo, dell'autista e di due zii su tre, non ho più notizie.

domenica 30 agosto 2015

Valigie

Una delle cose che amo di più è svegliarmi al fresco, con la gatta sui piedi e il rumore delle motoseghe che puliscono i giardini attorno a casa.
Quando capita, va da sé, sono da mamma.

Questa mattina è andata così, ho aperto gli occhi abbastanza presto e, gatta esclusa perché a sto giro aveva scelto un altro letto, sono stata accolta da tutto quello che più mi piace. Moka compresa, uccellini e cicale pure.
Sono giorni un po' rovinati da un piede dolorante, con visite mediche, fluidificanti e antinfiammatori annessi, sono giorni in cui provo a tenere a bada l'ansia e per ora ci riesco. Sono giorni in cui l'ipotesi di dover stare ferma mi sembra impossibile, con il lavoro che comincia, il Festival della Mente che mi aspetta e molti altri strascichi d'estate che vorrei tanto salvare: le corse al calare del sole, le gite, gli aperitivi all'aperto e le nuotate in piscina.
Ad ogni modo, come sempre, si vedrà e se la mia coagulazione ribelle ha deciso di rompere le palle proprio adesso, se i tendini o le ossa o quello che è di una caviglia già massacrata hanno voglia di farsi sentire così tanto, un buon motivo lo avranno. Per esperienza, è completamente inutile opporsi.

Quindi, questa mattina, mi sono alzata serena nonostante tutto, ho sorriso e ho iniziato il nuovo giorno con un libro, pensando d'istinto alla mattina di un paio di settimane fa, quando a svegliarmi alle cinque era stato un odore familiare. E orribile.
In realtà a quella notte penso tutti i giorni e ieri pomeriggio, mentre sopra alla mia testa passava il canadair che vedete in foto, ci ho pensato ancora di più.
Se c'è un incendio nei paraggi il mio naso lo avverte in un secondo. Ho sentito l'odore del ristorante che bruciava vicino a casa quando il rumore delle sirene era lontano anni luce e sono uscita in canotta, pantaloncini e ciabatte mentre i pompieri stavano ancora sfondando le porte per entrare. L'esperienza di tre anni fa mi ha insegnato molto, innanzi tutto un odore di cui avere paura. Poi mi ha insegnato che il mio corpo ha una capacità fisica di reazione agli avvenimenti psicologicamente duri che mai avrei pensato potesse esistere. Quella notte, con una contrazione fuori dal normale dei muscoli del collo, ho cominciato a camminare lungo le strade della fibromialgia e non mi sono più fermata.

C'è un'altra cosa, però, che ho imparato davanti al paesello circondato dalle fiamme: ho imparato che ognuno è la propria valigia.
Gli oggetti che, messa alle strette dai vigili del fuoco, io avevo scelto di portare via sono elencati nel post di quel 28 febbraio. Ma la mia borsa non è stata l'unica ad essere riempita di notte, in poco tempo e con tanta paura addosso.
C'era la valigia dei vicini, con i documenti medici indispensabili per la loro bimba
C'erano gli zaini con i computer dei ragazzi che lavoravano come informatici e che lì dentro tenevano tutto
C'era la busta con il rogito della casa, perché per gli anziani era la cosa più importante
C'era il sacchetto delle medicine, perché con la pressione alta non si sgarra e chissà quando ci faranno rientrare
C'era il faldone della pensione di mia madre, che mica poteva rischiare di perdere quarant'anni di lavoro in una notte

C'era quello che conta davvero.
Ognuno aveva affidato la propria vita ad una borsa e lo aveva fatto senza poterci ragionare sopra. Penso spesso che se non fosse stato un momento così tragico, fatto di silenzi da pelle d'oca, sguardi muti, gocce d'acqua su pareti di fuoco, freddo polare in un bosco rovente, avrei dovuto scattare delle foto. Aprire le borse, mettere in fila le cose, immortalare le vite degli altri per ricordarle ad ognuno, me stessa per prima, una volta terminata la paura. Quando sembra andare tutto storto, quando non pare esserci soluzione e invece magari non c'è nemmeno il problema.
Quando, come oggi, permetto ad una caviglia malandata di costringermi a girare in tondo, sull'orlo del baratro, fermamente convinta a stare in equilibrio e altrettanto spaventata all'idea di caderci dentro.

L'odore di fuoco delle cinque di due settimane fa è stato come aprire una di quelle valigie e scattare una foto: bisogna ricordare sempre cosa sia davvero l'urgenza, cosa meriti veramente la premura, in tutti i sensi.

sabato 1 agosto 2015

Summertime Sadness

Colonna sonora
Qui a casa di mamma lo studio è tappezzato di fogli. Poesie, aforismi, testi di canzoni, stralci di libri, citazioni.
Ieri sera, da una famosissima poesia della Szymborska, ho agganciato con gli occhi questa frase: "so che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo" e ho pensato che è proprio così. Non credo di essere l'unica, beninteso, che boicotta i propri successi, che affonda speranze e illusioni, che davanti a qualcosa che funziona mette sempre quello che non riesce. Però ecco, questa frase pinzata per caso, in una sera più difficile di molte e più semplice di tante altre, mi è rimasta in mente perché nel mio cervello si collega in un lampo ad un'altra frase, che non conoscevo, e che un mio caro amico mi ha detto qualche giorno fa.

Nadie me quita lo bailao
Nessuno può toglierti quello che hai ballato


Lì per lì ho pensato che fossero poche parole, rivoluzionarie. Poi ho scoperto che è un modo di dire sudamericano molto comune, e che il senso è proprio quello che salta all'occhio alla prima lettura. Anche se le cose vanno male, nessuno può toglierti quello che è andato bene. Ciò che hai ballato.
E così ho "deciso" (quando mai riesco a decidere qualcosa ed alimentare un pensiero positivo per più di, diciamo, ventiquattro ore?) che una buona idea potrebbe proprio essere quella di voltarmi a riguardare i miei vecchi balli e provare a proiettarli nel futuro. Se c'è un momento che non va, se vivo un periodo immobile, di quelli che odio e che sembrano ricordarmi costantemente in che razza di palude io mi sia cacciata, posso sempre immaginare quanti altri balli mi aspettano. Perché anche nelle circostanze più difficili ci siamo rialzati, più o meno tutti, e abbiamo ricominciato a danzare.

Mentre scrivo penso a questi giorni appena trascorsi nel dolore fisico, che prepotente (e per nulla imprevedibile) si è fatto strada a ridosso delle ferie, non appena ho provato a fermarmi e a dedicarmi a quello che preferisco (camminare, scrivere, leggere, fotografare, guardarmi intorno).
E poi penso all'autunno in cui potrebbe cambiare tutto o non cambiare nulla, con enormi conseguenze in entrambi i casi.
Penso al mare che sta a duecento metri da questo pc e alle nuotate che voglio concedermi non appena tornerà il sole.
Penso alle corse che mi regalo ogni giorno e che mi fanno stare bene.
Penso alla passeggiata di questa mattina, in totale solitudine, sotto una pioggerella leggera, costeggiando l'acqua fino al piccolo cimitero lassù, per un saluto veloce.
Penso a chi si trova esattamente dove vorrebbe essere e a chi invece ha davanti a sé settimane e mesi difficili.
Penso alle vite che dondolano nelle pance delle mie amiche e ai viaggi di nozze che stanno per iniziare.
Penso alle mille commissioni che ho già sbrigato e a quelle che mi attendono la prossima settimana.
Penso al corso di francese che comincerà a settembre e che dovrò incastrare con i laboratori per il bando che ho vinto, prima che inizi il Festival e prima che il mio cervello venga assorbito dall'enorme disagio che quel periodo si porterà con sé, come ogni volta.
Penso a ciò che mi spettava e che non mi è stato dato. E questo pensiero, nuovo e sconosciuto, mi fa inorridire.
Penso che potevo essere meglio, ma anche molto, ma molto peggio.

Termino questo post e vedo che sta proprio qui l'errore, che qui è tutto sbagliato. L'elenco che ho appena scritto è un inno al non farcela e al concentrare pensieri, forze e attenzioni su mille cose tranne che sul qui e ora. Ma io non lo so fare. Il mio qui e ora non mi piace. Magari il qui e ora che ci sarà tra cinque minuti sì, ma questo proprio no.

sabato 18 luglio 2015

Azzurro

[Avviso: post lunghissimo]

Senza girarci troppo intorno: il 15 luglio sono stati 10 anni che è morto mio padre.

In questi giorni di campi estivi, summer school, laboratori, bambini, progetti, sveglie presto, cene tardi, docce all'alba e a notte fonda non ho avuto molto tempo per pensare, per accogliere un poco il mio lutto, che seppur lontano, seppur forse meno doloroso, seppur in parte elaborato, è pur sempre un lutto.
Così questo post è iniziato in pieno Summer Camp con una serie di mini frasi nell'ultima pagina del quaderno su cui segnavo gli appunti delle lezioni e termina oggi, finalmente sabato, con mille cose manuali da fare e un caldo torrido, talmente torrido, che sento le cicale da casa. Nei vicoli.
Ho riflettuto un sacco su cosa scrivere e come sempre gli elenchi vincono su tutto. Anche l'anno scorso avevo tirato fuori il dolore scegliendo questo sistema, oggi però voglio aggiungerci le storie. Dieci storie, una per ogni anno, che abbracciano un ricordo legato a mio padre e al mio strano, davvero poco ortodosso, rapporto con lui.

1) Te stacco le braccia e te ce meno

Qualche giorno fa sono andata a cena alla Lanterna di Don Gallo (questo vecchio link di un ottimo sito che seguo non racconta la recentissima risistemazione del locale), proprio la sera prima della ricorrenza. Per distrarmi, per mangiare uno dei suoi piatti preferiti (il pesce), per farmi una coccola. Mentre finivamo di cenare alla cassa si sono avvicinati dei ragazzi dal fortissimo accento romano: discutevano su chi avrebbe dovuto e non dovuto pagare e uno di loro insisteva per dividere e restituire i soldi all'amico. Ad un certo punto la frase: "se provi a damme ancora st'euro te stacco le braccia e te ce meno". Immediato il ricordo di mio padre che mi prende un polso e ridendo come un matto mi schiaffeggia con la mia stessa mano...quanto mi divertiva quel gioco! Quante volte lo abbiamo fatto!
2) Gli scampi con la salsa rosa
Il suo piatto forte, anche se scegliere è davvero difficile visto che cucinava benissimo. Di solito preparava gli scampi a Capodanno, se era in vena di festeggiare. Li scottava sulla griglia e li serviva con un goccio di limone, ma la protagonista era la salsa rosa. Non un condimento qualsiasi, erano bannati i barattoli e i prodotti pre confezionati: usava tutti gli ingredienti necessari, dalla salsa worchestershire al concentrato di pomodoro e passava addirittura con il colino il rosso dell'uovo sodo. Una meraviglia per gli occhi e per il palato.
3) I pantaloni a righe arancioni comprati per mamma
In un grande magazzino, a pochi pochissimi euro. Ricordo perfettamente il momento in cui decidemmo di prendere sia la versione color crema sia quella arancione, non riuscivamo a scegliere e preferimmo non farlo. Ero già grande, probabilmente si trattava di una delle mattine in cui mi accompagnava a fare il prelievo settimanale per la coagulazione e poi la mega colazione al bar...si stava per scatenare l'inferno, io avevo già rischiato grosso pochi mesi prima, ma lo ricordo come uno dei periodi più belli della mia vita.
4) I disegni a carboncino appesi in tinello
Perché disegnava benissimo. Copiava dal vero per lo più: protagonisti Disney per me (c'era Cucciolo sopra il tavolo da pranzo), nature morte, volti, strade di paese e, spessissimo, i gatti di casa. Questi ultimi li ritraeva a matita, di solito a colori: c'erano Fulmine con il pelo rosso e il siamese con le orecchie scure e gli occhi celesti.
5) Il reganisso
Il bastoncino di liquirizia che quando l'ho visto da Melissa Erboristeria tra un po' mi piglia un colpo. Lo succhiava sempre e a me piaceva da matti. Non avevo accesso di frequente a questa buonissima radice perché credo che ai bambini non faccia benissimo, ma quando ero piccola, soprattutto sulla spiaggia dove tenevamo il gozzo, di signori incartapecoriti dal sole con il reganisso in bocca se ne vedevano assai. E quanto mi divertiva e mi faceva sentire grande andare a comprarlo dal tabacchino!
6) La gita a Dolcedo
Ero già al liceo, anzi forse era il primo anno di università. Sono venuti a trovarmi i miei mentre stavo in vacanza nella casa di campagna del mio ex. Amavo quel posto come pochi altri al mondo e il mercatino dell'antiquariato una domenica (o era lunedì?) al mese mi rendeva impaziente e felice come una Pasqua. Quel giorno non credevo ai miei occhi: mio padre si sarebbe spostato per venire a vedere le bancarelle con me. Ricordo che Andrea per l'occasione cucinò l'arrosto al latte, una ricetta tedesca di sua nonna e ricordo che a me era parso tutto perfetto.
7) L'inizio (e la fine) di ER
Quando cominciò su Rai 3 questa nuova serie TV noi iniziammo a seguirla fedeli. Non ne perdevamo nemmeno una puntata. Sono convinta che il mio amore folle per i medical drama arrivi da lì, da quel figo di Clooney poco più che ragazzino, da quei ricoveri d'urgenza pieni di pathos, da quelle aggressioni in ospedale che facevano fuori i miei personaggi preferiti, da quelle morti improvvise che mi lasciavano di stucco. A distanza di vent'anni almeno, con Grey's Anatomy, non è cambiato nulla. Anzi sì: lo guardo da sola.
8) La sveglia con la proiezione sul muro
Uno dei regali che mi portò dalla fiera di elettronica a cui andava ogni anno. Una sveglia dal design terrificante che però, se la pigiavi, proiettava l'ora esatta sul soffitto, senza costringerti ad accendere la luce. Un oggetto brutto, inutile, che non butterò mai via.
9) A pranzo con il fuoristrada
Di questa cosa ho un ricordo davvero molto vago: ero piccola, era domenica e si stava andando a pranzo in trattoria, sulle alture. Ricordo che c'era anche mio nonno in auto, ricordo che soffrivo come sempre la macchina, ricordo che c'era la strada sterrata e ricordo che ero così felice di mangiare fuori con mamma e papà insieme che non vomitai nemmeno. Nonostante le curve, nonostante la jeep, nonostante i dossi, nonostante i ravioli, nonostante il nonno.
10) Il motorino Garelli
Il grande acquisto che gli permise di andare a comprare i suoi due pacchetti al giorno, nel tabacchino sotto casa, senza nemmeno fare lo sforzo di percorrere duecento metri a piedi. Pantaloncini, ciabatte, canotta, cappello bianco da pescatore e motorino minuscolo, così piccolo che l'effetto era "orso del circo sul monociclo", così buffo che ti faceva pensare "dai, vabbè, ma ora si rompe", così assurdo che solo mio padre poteva inventarselo.

Questo lungo, lunghissimo post finisce qui, anche se potrei scrivere che, fondamentalmente, quello che mi fa più male e mi confonde tantissimo le idee è che in realtà non so davvero chi mi manchi: sono passati dieci anni e io ho fatto talmente tante cose, talmente tanti errori, talmente tante scelte e talmente tanti passi avanti che non so che rapporto avremmo adesso. Avrebbe approvato? Ci parleremmo ancora? Sarebbe felice e fiero di me? Mi avrebbe diseredata? Non lo so, non so come sarebbe stato essere sua figlia a trentatré anni, perciò preferisco non pensarci e ricordare com'era esserlo a tre, tredici e ventitré.

P.S. Ah, l'azzurro era il suo colore preferito.

giovedì 9 luglio 2015

Io e loro

Oggi fa un caldo incredibile. Non sono una persona che patisce l'estate, sudo a malapena e gestisco bene anche le temperature più alte, ma non mi era mai successo di bruciarmi le piante dei piedi con l'asfalto bollente, indossando le scarpe.

Devo confessare che con una gamba colpita, seppur un decennio fa, da una bella trombosi, non è facile zampettare per la città, salire sui bus, trasportare materiali più o meno pesanti e ingombranti, tenere laboratori quasi sempre in piedi, con cinquanta gradi secchi. In questo periodo ho scelto consapevolmente di non indossare il gambaletto elastico perché mi sembrava una tortura ancora peggiore costringere il polpaccio in quella morsa spessa, ma le conseguenze che sto pagando sono un gran male a tutta la gamba, la sensazione di avere un bambino di due anni costantemente appeso al ginocchio e l'arrivo di una bella varice verde, la prima così visibile, proprio sotto al punto X.

Tutto questo spiegone un po' lamentoso e di stampo medico per dire che invece i ciclamini no, loro proprio no, non sentono il caldo. La foto quassù, infatti, non risale a febbraio ma a un'ora fa, mentre stendevo i panni e controllavo le mie care compagne di viaggio (e di vita, che poi è la stessa cosa).
Il post di oggi sarà tutto dedicato alle coinquiline con cui divido la casa, chiacchiero la mattina, commento le giornate appena concluse.
Chi mi conosce bene, ma anche chi mi conosce appena, e pure chi non mi conosce affatto, sa che adoro le piante, gli alberi, le foglie, i fiori, la campagna, l'erba, i monti e tutto quello che riguarda la natura in senso più generale. Sono cresciuta circondata da ciò che amo: come ho già scritto da qualche parte, il primo ricordo che ho riguarda l'enorme magnolia che viveva nel cortile di fronte a casa e non ci sono momenti belli della mia vita di bambina in cui il verde non fosse presente. Quando sono andata a vivere da sola, come prima cosa mi sono immaginata e procurata delle piante (non esattamente in quest'ordine!) e le ho sistemate ovunque: in bagno, cucina, sala, ma anche sui balconi più luminosi. Ho piante da interni, da esterni, fiori, verdure, alberi da frutto, piante sospese e appoggiate, piante pendule e rampicanti, piante grasse e tillandsie.
Si potrebbe pensare che la loro vita nella mia casa sia sempre andata a gonfie vele e che i magnifici fiori bianchi, completamente fuori stagione, del ciclamino quassù siano solo l'ennesima esplosione verde tra queste mura buie e stritolate dai vicoli della mia città.

Bene, vi smentirò perché non è affatto così.
Le piante con cui sono venuta a vivere qui quasi tre anni fa sono morte tutte, tranne una. L'unica superstite è quella che vedete posata sul davanzale interno, con il bruco di metallo piantato nel vaso: lei ha resistito irriducibile, ma tutte le sue compagne sono morte strada facendo. A parte le primule che cambio ogni anno, ho dovuto dire addio ad edere, succulente e bulbi un sacco di volte, senza capire dove stesse il problema, cosa avessi fatto di sbagliato, quali parassiti fossero responsabili delle mie perdite.

Poi, improvvisamente, hanno smesso di morire.

Anche in questo caso ho provato a ragionare sui motivi: forse avevo azzeccato il vaso giusto, magari anche la quantità d'acqua e la terra erano migliorate...mille domande finché non ho capito cosa fosse cambiato davvero.
La risposta sono io.
Io sono cambiata, il mio rapporto con questa casa è differente da quello degli anni scorsi e, finalmente, ho fatto pace con un sacco di sensi di colpa e di pensieri negativi che mi hanno accompagnata per molto tempo.
E' come se le piante avessero percepito che la precarietà stava finendo, come se avessero capito che questa poteva essere davvero la loro casa perché poteva essere davvero la mia.
Ho iniziato a chiacchierare con loro ogni giorno, con costanza le saluto appena sveglia mentre apro le persiane, le incoraggio mentre do loro da bere, le curo togliendo foglie secche e rami di troppo. Ultimamente ho accolto anche alcuni nuovi arrivi da casa di Raffaele: due pothos giganti e un paio di altre piantine da interni...pensavo non avrebbero sopportato il passaggio da un appartamento luminoso al mio piccolo bunker e invece, per ora, ce la fanno.

Quindi, insieme ai bei ciclamini della foto, vivono con me tante edere rampicanti, due piccoli ulivi, qualche cactus, dei vasi tipici da lotteria di paese che però sono cresciuti a dismisura e ora popolano i miei balconi. I contenitori sono spesso abitati anche da oggetti, come dinosauri di plastica, lanterne, Mini Pony, libellule di stoffa e ballerine che sculettano ad energia solare.
Io sono felice così, con le coinquiline che misurano il mio stato d'animo ogni giorno, buttando fuori nuovi getti o seccando una foglia qua e là, raggiungendo una parete lontana o schiudendo un fiore.
In questo modo riesco a capire e quasi a sentire vicina una frase che ho sentito per la prima volta ieri sera al cinema, guardando Youth di Paolo Sorrentino:

Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre (Novalis)