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martedì 26 agosto 2025

Sepolture

Musica

Scrivo nell'ultima settimana di ferie, di un'estate strana, diversa, trascorsa a casa anziché in viaggio.

In realtà, a ben vedere, un viaggio c'è stato e ci ha portato, direttamente, nelle memorie della mia famiglia. In autunno, se tutto va bene, faremo dei lavori ormai irrimandabili nella casa in cui sono cresciuta, con due obiettivi: evitare che crolli e sentirla più nostra.

Saranno, in realtà, cose semplici, abbastanza routinarie, che non implicheranno grossi stravolgimenti, ma che, ne sono certa, modificheranno la percezione che ho di questo luogo, una percezione che non assomiglia a quella che avevo da piccola, né da ragazza, ma che mi accompagna da quando sono rimasta solo io.

Un mausoleo sospeso, in cui oscillo tra la nostalgia, il bel ricordo, la rabbia e il senso di colpa e in cui oggi difficilmente (almeno per me) si riesce a vivere e basta, senza inciampare continuamente, anche solo con lo sguardo, in fardelli troppo pesanti.

Chi è stato qui sa quanto questo posto sia caratteristico e quanto racconti di chi lo ha vissuto: la radio a galena di mio padre, i libri di mia madre, i cimeli della casa dei nonni, in loop. Di mio, ora che ci penso, c'è sempre stato ben poco, alla fine qui ho vissuto stabilmente "solo" quindici anni, in quella fase in cui si resta principalmente in camera propria e si esce giusto per mangiare.

Quindi, in questa estate sospesa, ciò che stiamo facendo tra una pratica yoga, un tuffo in mare, una pennica post pranzo e una cena in terrazzo è inscatolare, scegliere, buttare, regalare, vendere. Ogni giorno.

E mentre avvolgo bicchieri di cristallo in vecchi giornali conservati con cura e mi riprometto di usare, d'ora in poi, ogni singola coppetta in vetro lavorato, ogni tovaglia in percalle ricamato, ogni posata di argento inciso, anche solo per fare colazione, seppellisco un pezzo di me.

Perchè una cosa mi pare di averla capita: se, anni fa, la sensazione che avevo quando mi disfavo di un oggetto storico di casa, era quella di tradirei i miei, non rispettare il loro passaggio su questa terra, non onorare i sacrifici fatti per acquistare ogni singolo oggetto, ora, invece, il problema sono io, o meglio, la me che è arrivata al paesello in pre adolescenza e che, poco dopo, non vedeva l'ora di andarsene, la me che qui ha pianto, riso, amato, studiato, accudito fino alla fine il suo papà, scelto gli ultimi vestiti indossati dalla sua mamma.

Quella persona non esiste più, l'ho cercata ovunque ma non l'ho trovata, non era nell'armadio dei vecchi cappotti, nella cantina polverosa, nel ripostiglio sottosopra, nel baule delle lenzuola, tra le enciclopedie di filosofia della scienza, nella vetrina dei bicchieri. Non c'era più.

Quella persona è stata prima allontanata dal tempo e poi spazzata via dall'EMDR, dando spazio a una sua versione più equilibrata, meno sofferente, più fatalista, più sana nel corpo e nello spirito, meno sensibile alle cose piccole e grandi, belle e brutte che la vita, prima o poi, riserva ad ognuno di noi.

Voltare pagina, lasciando indietro quella me che per tanto tempo ho conosciuto come unica possibile, non è cosa semplice. Inscatolare nevrosi travestite da diari scritti fitti fitti, manie di controllo mascherate da tonnellate di appunti e riassunti di tutto lo scibile umano, vestiti indossati alle medie (se va bene, visto che la Comunione si fa alla primaria e, di quel giorno, ho trovato tutto, persino i guantini), collezioni di gatti in mille materiali diversi, gomme profumate, perline, candele, borse, quadri e poster coperti di polvere.

Questo è ciò che sto facendo, come un automa e ormai da due settimane, scegliendo con cura cosa conservare, davvero, in quelle scatole e cosa sepellire nel passato, lasciando che il tempo trascorso e la consapevolezza faticosamente conquistata, pongano definitivamente tra la me di adesso e quella di allora la benedetta "giusta distanza".

Per ora, purtroppo, ancora annaspo un po' e mi divido tra "ok, brucio tutto" e "non posso, non mi separo da nulla", perché, alla fine, non ho ancora ben compreso come continuare la mia strada senza abbandonare totalmente la vecchia, mollando sul sentiero quella me che tanto mi rappresentava e che, a volte, nonostante tutto, mi manca terribilmente.

Qualche strategia, però, l'ho adottata e sembra funzionare.
La lascio qui, chissà che qualcuno che legge stia affrontando un percorso simile e possa trovare spunti utili per navigare in questo mare agitato:

- Pensare al futuro: non abbiamo figli e mi ha aiutato molto immaginare amici, volontari, nuovi proprietari di questa casa che, un giorno, si ritroveranno a dover fare i conti non solo con la mia roba, ma anche con quella di due generazioni precedenti. Non voglio a nessuno così male, perciò, gettando tonnellate di documenti, vendendo libri su Vinted, allestendo un mercatino estemporaneo davanti al cancello ho pensato anche (soprattutto) a loro.

- Visualizzare il risultato: al di là dell'aspetto emotivo che tagliare rami e inscatolare il passato portano inevitabilmente con loro, dopo i lavori la casa sarà diversa, rinnovata, più vicina a chi la abita ora, ma sempre bella come era prima. Vedermi tra un anno qui (probabilmente a pulire e a togliere cose dai cartoni, ma non fossilizziamoci sugli aspetti tecnici), tra colori, atmosfere e scorci nuovi, mi sprona ogni giorno.

- Non esagerare con i cambiamenti: complici la questione economica e l'attaccamento emotivo (la maggior parte dei mobili di questa casa è antica e restaturata da mio padre), l'idea è di non acquistare praticamente nulla, almeno per quanto riguarda l'arredamento. Spostare, anche di poco, grossi complementi che stanno nello stesso posto da decenni fa la differenza, così come cambiare la destinazione d'uso di oggetti o addirittura stanze. In questo modo la casa sarà giusta per noi, ma continuerà a parlare anche la lingua del passato.

- Celebrare il prima: la Maria era una gran appassionata di fiori. Veri o finti poco importava, bastava che fossero fiori. Ho svuotato cestini di edere, secchi di papaveri, vasi di lavande e fiordalisi, tutti di stoffa, tutti molto belli. Mi era impossibile pensare di liberarmene senza vederla mentre li sceglieva con cura, calcolava la quantità giusta per riempire il contenitore senza esagerare, accostava colori e sfumature, saliva sulla scala per appoggiarli sopra alle librerie. Così li ho lavati, lasciati ad asciugare al sole e ho composto quattro mazzolini diversi da portare al cimitero, uno per ogni stagione. 

- Non perdersi di vista: le giornate di trasloco sono per loro natura terribilmente ripetitive. Spezzare quei gesti così alienanti con momenti personali (per me sono stati l'attività fisica quotidiana, il cibo dalla spesa alla preparazione, la lettura e il mare) che ci riconnettano con ciò che siamo al di fuori degli scatoloni e che ci facciano stare bene ha funzionato. Senza contare che lavorare sul corpo mi/ci ha aiutati a non massacrarci ulteriormente schiena, braccia, gambe sollevando pesi folli.

Probabilmente potrei continuare ancora, ma forse questi cinque suggerimenti sono quelli più importanti, visto che sono i primi ad essermi affiorati tra le dita. 
Perciò finisco qui, pubblico il post e torno a strappare a mano striscioline di carta di vecchi documenti.

Nella prossima vita, mi compro un tritatutto.

lunedì 23 dicembre 2019

Le vite degli altri

Lo abbiamo fatto tutti, penso, di immaginare le vite degli altri.
Di quelli che vediamo rientrare a casa la sera, di quelli che ci camminano accanto frettolosamente la mattina, degli attori che guardiamo al cinema, delle sagome scure che passano davanti alle finestre illuminate nelle serate d’estate o di quelle impegnate ad addobbare l’albero nel salotto a Natale.
Credo addirittura di aver già scritto un post su questo argomento, ma chissà quando: sono quasi dieci anni che esiste Ilmareingiardino, nel frattempo i blog sono praticamente morti e con loro un sacco di altre cose.

L'inverno è iniziato e forse questo autunno terribile, fatto di piogge incessanti, sintomi impietosi, traslochi, e capelli corti sta terminando: oggi ci sono vento freddo e sole, questo già mi basta.
A proposito di vite degli altri, in questo periodo mi interessano più di sempre. Guardo le persone fare la spesa, incontrarsi per bere qualcosa, correre sotto il diluvio senza usare l’ombrello, parlare al telefono, scegliere un vestito e immagino le cucine invase dal vapore, i tappeti davanti ai divani, i giretti attorno all'isolato con il cane la mattina prestissimo, il parrucchiere dopo il lavoro o in pausa pranzo, le lavatrici da stendere la domenica, i cinema il sabato sera.

Ma la mia, di vita? Prima di convincermi a pubblicare questo post, che come al solito è in bozze da giorni, ho riflettuto sul concetto di tempo e su quanto abbia la sensazione di aver vissuto almeno tre esistenze diverse. Penso che capiti a molte persone, soprattutto a chi ha fatto cambiamenti drastici, traslochi importanti, separazioni, colpi di testa e di cuore come lasciare il proprio paese per cercare fortuna (e felicità) altrove... a me pare di essere alle porte della mia terza vita, quella in cui non sono più figlia di nessuno, ma continuerò a essere nipote, amica, compagna, collega, cugina, vicina di casa.

Sono stata figlia fino a ventitré anni: in quel quarto di secolo scarso avevo vissuto in due posti, avuto un amore sbagliato e uno grandissimo, rischiato la pelle, fatto tre lavori, tolto l'appendice, voluto bene ad amici fraterni e detto addio a persone decisamente importanti, tra loro mio padre.
Sono stata ancora figlia fino a trentasette anni: quattordici anni per laurearmi, dottorarmi, scoperchiare enormi vasi di pandora, cambiare altre due case, innamorarmi ancora, fare almeno sette lavori diversi, conoscere nuovi amici, trovare un lavoro stabile, dire addio a mia madre.
Ora non sono più figlia: nove mesi oggi per raccogliere i pezzi che sono ancora sparsi da tutte le parti. Un po' sono a Vesima dove pianto ciclamini da ventiquattro ore, dove la gatta saltella finalmente libera, dove il vento e i pensieri mi hanno tenuta sveglia tutta la notte, dove riposano metà della mia prima e metà della mia seconda vita. Un po' di pezzi sono nella casa sull'albero, dove stanno finendo di costruire i pavimenti, dove non ci sono i sanitari e la cucina, dove scatole e mobili stanno impilati tutti in un'unica stanza. Ci sono pezzi al quinto pianto del Monoblocco, tra le seggiole dell'accettazione e le poltrone grigie della chemio, tra i lettini di medicina e l'ascensore, pezzi sotto il cedro nel cortile dell'Hospice, sul terrazzo dei gatti, sulla panca dove ti siedi quando aspetti che sistemino il disastro. Qualche pezzo forse è in ufficio, dove trascorro la maggior parte del mio tempo o sul tappeto dello yoga, dove ho deciso di ricominciare a prendermi cura di un corpo che non ricordavo di avere. I pezzi più rovinati li ho lasciati andare con i capelli, che ora sono corti e un (bel) po' bianchi.
Dovrò pian piano recuperarli tutti e sostituire quelli introvabili con qualche pezzo nuovo che spero di trovare strada facendo.

Tra pochi giorni compio gli anni, all'inizio del 2020.
Non faccio bilanci perché davvero a sto giro non mi sembra il caso, non ho buoni propositi se non quello di provare a non morire, visto l'andazzo. Ho dei desideri, quelli sì. Vorrei fare del bene nel nome di mia mamma, vorrei ricordarla viva e energica, vorrei continuare a viaggiare come negli ultimi tre anni (e forse un po' di più) e vorrei riuscire a godermi quella piccola casa rinnovata che avrebbe adorato.

Nel frattempo pianto ciclamini nel suo giardino mentre l'ultimo che mi aveva comprato lei, non so con quali forze un mese prima di andarsene, sta fiorendo sul mio balcone.
Buon Natale.

venerdì 2 marzo 2018

Salita su un treno per sbaglio, in una mattina d'inverno

Nevica da due giorni, qui a Genova.
Per la verità nevica un po' dappertutto in Italia, anzi, a Genova c'è stata una nevicata ridicola se la compariamo a quella di Bologna o a quella, incredibile, di Roma.
Il freddo però pare fosse tanto e le scuole sono rimaste chiuse. Scrivo "pare" perché non ho mai messo il naso fuori casa nelle ultime quarantotto ore, date le mille cose da fare al pc e la poca pochissima voglia di ammalarmi (di nuovo).
A proposito di cose da fare al pc, proprio un attimo fa stavo seguendo la mia ottava ora di video lezioni per provare a sostenere il secondo esame dei 24cfu. Se non sapete cosa siano i 24cfu, credetemi, siete fortunati e non vi consiglio minimamente di andare a scoprirlo. La settimana scorsa ho dato il primo esame, i risultati ancora non ci sono, ma le speranze che io l'abbia passato sono prossime allo zero.
Fa niente, visto il periodo in cui sono immersa fino al collo da un paio di mesi non posso rimproverarmi più di tanto.

Sono in quella fase in cui quando dico "domani ho un esame" il mio interlocutore è costretto a domandarmi se sia un esame medico o universitario. E ho detto tutto.

Comunque, smorziamo i tristi toni, condividiamo per un attimo le cose belle:
- Il mio ordine da Melissa Erboristeria
- Il mio acquisto in super saldo: un paio di Veja molto simili a queste
(chi volesse sapere qualcosa di più su questo marchio sostenibile qui c'è la pagina Facebook, il sito è in manutenzione)

Per quanto riguarda l'ordine da Melissa è il terzo che faccio e non c'è stata volta in cui non sia rimasta soddisfatta. Potessi comprare lì abitualmente e di persona lo farei, ma purtroppo non vado a Torino così spesso! Per fortuna uso pochi prodotti, quelli urgenti e per il viso li trovo vicino a casa e con meno di un ordine l'anno me la cavo.

Sembra strano ma le cose da dire le ho scritte tutte, il libro che sto leggendo (bello, per ora) procede a rilento visto il poco tempo a disposizione, viaggi in vista non ce ne sono (almeno nei prossimi due mesetti, poi medito una fuga che se mi riesce... evviva!), corsi belli invece ne ho uno, che seguirò però tra due domeniche e ve ne parlerò più avanti.
Vorrei poter scrivere che mi attendono serate fuori, giornate a spasso per posti nuovi, cene da sogno in ristoranti meravigliosi, pomeriggi di lettura e relax sotto il piumone. Bene, tutto questo non è in previsione, quello che mi attende sono risultati di esami (medici e universitari, visto che ormai è impossibile distinguere), giornate di studio e lavoro, weekend di lezioni e laboratori.

C'è una cosa, però, che è successa qualche tempo fa e che mi sembra spieghi bene come mi sento, oltre a dimostrare la totale assenza di equilibrio nella mia mente.
Una mattina, di ritorno da casa di mamma, ho preso un treno. Appena salita mi sono seduta e ho visto che sul mio zaino si era posata una cimice rossa e nera, di quelle che sembrano carabinieri in divisa.
Probabilmente era salita mentre stavo aspettando sul binario e ora si trovava lì con me, in uno scompartimento semi vuoto di un Savona-Genova qualunque. Quando il treno è partito ho cominciato a seguire gli spostamenti dell'insetto con una certa ossessione: all'inizio sembrava spaesato, girava su se stesso e non si decideva a muoversi verso una direzione precisa. Poi, piano piano, ha cominciato a camminare lungo gli spallacci dello zaino, si è spostato sul sedile di fronte al mio e si è arrampicato sul finestrino. Lì si è fermato, sembrava guardare fuori. Arrivati in galleria è ripartito, ha seguito il bordo di alluminio e ha proseguito dove non ho più potuto vederlo. Immagino abbia cercato una via di uscita e, sinceramente, spero tanto che l'abbia trovata. A distanza di settimane penso spesso a quella cimice, al senso di spaesamento che avrà provato una volta "scesa" in un posto sconosciuto, mi chiedo se abbia trovato la libertà presto, quando ancora c'era speranza di campagna, o tardi, in una stazione sotterranea e piena di rumori. Ovviamente sono conscia che tutti questi sentimenti non appartengano agli eterotteri, ma a me, però scriverne la storia è un buon modo per metterli nero su bianco e spiegare meglio come mi sento.
Salita su un treno per sbaglio, in una mattina d'inverno.

P.S. Nella foto la mia fedele compagna in questi giorni di gelicidio: la tazza di Flamingo Bergamo con dentro la Tisana della Nonna di Melissa Erboristeria


venerdì 16 febbraio 2018

Emozioni di carta

Un post al volo, scritto in una mattina iniziata all'alba per le ennesime analisi, tra un ordine da Melissa Erboristeria (che mi meritavo tanto!), un laboratorio a scuola, una riunione e, si spera, una serata al cinema.
Tutto questo in vista di un week end di studio serratissimo che non so ancora se e quanto riuscirò a farmi fruttare come vorrei.

Detto ciò, eccomi a raccontare quello che è (mi) successo lo scorso fine settimana, a Milano.
Dopo l'ultima esperienza natalizia, fatta di bellissimi vagabondaggi per la città e meno belle visite al Fetebenefratelli, sono tornata su per un corso a cui tenevo davvero molto, tanto da iscrivermi mesi fa e fare di tutto per riuscire a partecipare.
Il corso in questione è questo organizzato da una Libreria meravigliosa che non avevo mai visitato e tenuto da Barbara Mazzoleni , un'insegnante bravissima, non solo molto preparata, ma piena di voglia di condividere, creare connessioni, regalare spunti e portare esperienze. Una vera rarità.

Quando ho deciso di iscrivermi al week end di full immersion nel mondo dei libri tattili l'ho fatto, come al solito, per più di una ragione:
1) La necessità di imparare sempre, che non è una cosa solo legata al mio lavoro, è proprio un bisogno che ho, indipendentemente dal tipo di corso da seguire o di impiego del momento. Si tratta di formazione, ma non solo.
2) La volontà di conoscere la tecnica di costruzione (ma anche di progettazione) di un libro tattile per aiutare al meglio la bambina non vedente con cui faccio attività di laboratorio da un anno.
3) Il bisogno di conoscere gente nuova, che potesse ispirarmi, prestarmi esperienze, aprirmi la mente con punti di vista diversi dai miei.
4) La voglia di condividere un po' del mio lavoro, dopo un anno dall'apertura della partita IVA e dopo quasi dieci anni di divulgazione scientifica.
5) Il piacere di tornare a Milano, una città che amo e che mi lascia sempre scoprire cose belle di sé.

Tutti questi punti sono stati ampiamente esauditi, probabilmente anche superando le mie già alte aspettative.
Non solo, come ho scritto, Barbara è stata fantastica, riempiendoci di materiali su cui studiare, offrendoci spunti per indagare in noi stesse (eravamo tutte donne), dandoci indicazioni pratiche molto utili per intraprendere un percorso nel mondo dei libri tattili. Un aspetto fondamentale, per me, è stato il contatto con le altre corsiste e, di conseguenza, lo scambio che ne è nato. Esperienze forti, storie di bisogni speciali, percorsi formativi diversi e ricchi, obiettivi differenti e pieni di senso, chiacchiere spontanee e belle.

Inoltre, lascio per ultimo un aspetto importantissimo, con questo corso ho guardato dentro di me, preparando tre tavole di carta e materiali vari con cui esprimere le emozioni più diverse. Inutile dire che i primi sentimenti con cui mi sono confrontata sono stati Rabbia, Solitudine e Paura, ma il mattino seguente anche Allegria, Noia, Serenità, Amore e tante altre emozioni sono venute a galla e si sono trasferite sul foglio rigido con estrema naturalezza.
Per me vuol dire molto, sia essere contenta del risultato ottenuto sia essere riuscita a tradurre con un gesto pratico, fatto di attenzione, ragionamento e istinto, un'emozione privata.

In ultimo, impossibile non sottolineare la ricchezza di titoli della libreria (ben tre libri sono venuti via con me!), i giri post corso in una Milano ghiacciata per una Genovese doc, la finale di San Remo dalla camera d'albergo :-)

E se per caso vi foste chiesti cosa diavolo sia la macchia colorata nella foto a inizio post qui sotto trovate la risposta.
Ecco la mia interpretazione tattile dell'inquietudine, a volte rigida, a volte morbida, a tratti pesante, oppure leggera.



martedì 24 maggio 2016

Piccole cose sparse


Questa Primavera è una Primavera lenta.

Scorre piano e mi lascia molto tempo per pensare, non che questo sia per forza un bene (anzi), ma è così.
A Maggio ho provato a non comprare l'abbonamento dei mezzi pubblici, facendo affidamento su tutto questo tempo nuovo che non ricordo di aver mai avuto: è stata un'ottima idea, perché sono costretta a camminare tantissimo per coprire percorsi, anche lunghi, che di solito facevo in bus. Si parla di passeggiate di mezz'ora/quarantacinque minuti, almeno, che mi consentono di riflettere, riflettere, riflettere, guardarmi intorno, ascoltare musica e... riflettere.
Entrambi i lavori (che prima o poi, un post su quello che faccio per vivere, lo dovrò pur scrivere) stanno bene, tra poco vado a un incontro con l'editore del mio libro per bambini, il manuale di robotica è quasi in stampa, i laboratori continuano più raramente ma continuano (e la foto scelta oggi ne è una valida testimonianza), le attività a Staglieno entrano nel vivo proprio ora, sempre che si possa parlare di attività vive in un Cimitero.

Non ci sono novità, dunque, se non quelle che affollano più del solito la mia testa senza pace.

Penso che quindi oggi sia una buona occasione per sfruttare l'eterno potere degli elenchi, in cui riesco sempre a visualizzare la bellezza inaspettata, piccola quanto grande, incontrata sulla (buona) strada.
Ecco, in ordine casuale, venti cose che hanno accentato giornate apparentemente semplici, a prima vista tutte uguali, ma in verità sempre diverse:

1. Le orchidee selvatiche del Parco di Portofino
2. Il profumo di Emiliano
3. Un tramonto dal tetto degli aperitivi
4. Una conchiglia trovata per caso, in pieno centro, in un giorno difficile
5. Un'altra conchiglia cercata e regalata, che dal mio collo non se ne andrà mai più
6. Il blu della mia città in una mattina assolata di maggio
7. Gli anemoni che danno i pizzicotti (cit.)
8. Una pizza improvvisata dopo una lunga giornata di lavoro
9. Il primo bagno in mare dell'anno e i suoi tesori
10. Un nuovo libro da leggere
11. Il Leggermente appena pubblicato su A Casa di Cindy
12. Le idee per il futuro che scorrono facili in un pomeriggio d'ufficio
13. L'ultima #fogliagentile lasciata al volo in ascensore
14. La mattina dall'Editore per sistemare immagini e correzioni
15. Le cene lunghe e buone, tutte fatte in casa, dal pane al budino
16. Le camminate silenziose, al sole, costeggiando il mare
17. I ritrovamenti inaspettati, perfetti per arredare gli ultimi pezzi dell'Albero (ecco a voi, il mio nuovo comodino)
18. I cagnolini che nuotano attirando gabbiani
19. Le chiacchiere sulla panchina, la sera, perché ormai è come d'estate
20. Questa cosa di angoscia nel cuore, che non va via, e probabilmente è giusto così

venerdì 12 giugno 2015

This must be the blog

Per la colonna sonora di questo post affidatevi a quella di This must be the place.

Ieri, la stanza bianca non era più bianca. Era più grande, più colorata, con delle lampade bellissime.
Anche Lastanza, tutto attaccato e con la L maiuscola era diversa: soffitti altissimi, pareti color crema (ho persino contribuito nella scelta della tinta), più seggiole, poltrone, tappeti e...quella finestra. Con quegli alberi. Con quella luce.
Ho parlato per la prima volta del mio progetto davanti alle foglie di ippocastano, ho continuato davanti a un mojito e un margarita.
Il via a questa folle idea lo ha dato il film che regala anche titolo e colonna sonora al post di oggi: This must be the place di Paolo Sorrentino. Come diceva Gipi la settimana scorsa "la gente s'ammazza su Sorrentino". C'è chi lo ama, c'è chi lo odia, c'è chi perde giornate intere partecipando a infinite gogne sui social network o inneggiando allo splendido regista del secolo. Ecco, io ho visto Il Caimano, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e un pezzo di La Grande Bellezza. Mi sono piaciuti tutti molto. Stop. E This must be the place mi è piaciuto più degli altri: per la fotografia innanzi tutto, per le musiche, per Sean che è bravo assai e per la sceneggiatura. Delle frasi che bam!, ti spezzano le ossa. Non le riporto qui, perché voglio scrivere di altro e perché in rete si trovano facilmente, vi basti "Io ho capito solo che a volte la gente se ne va". (bam!)
Quindi, che c'entra il film con il mio nuovo progetto? C'entra eccome, perché mentre Cheyenne va alla ricerca di un uomo e in realtà fa un lungo percorso per (ri)trovare se stesso io ho deciso che darò una voce, un volto, uno sguardo, una gestualità, alle persone con cui ho stretto relazioni sul web in questi anni, senza averle mai viste dal vivo. Mi rendo conto che possa sembrare folle ma ho deciso che i commenti, i like, gli scambi di opinione, gli incoraggiamenti, le mail e i tag non bastano più. Perciò parto e vengo a cercarvi. Potrei nominarvi tutte ma probabilmente dimenticherei qualcuna. Voi sapete chi siete e io spero che vi farà piacere prendervi un caffè con me.
Oggi sono a Torino, perché domani mi aspetta questo corso alla Holden (non vedo l'ora, lo ammetto), così, questa mattina, dopo un giretto in centro e una sosta nel bed and breakfast più bello del mondo, sono andata da Melissa con la lista della spesa e uno zaino di curiosità sulle spalle. L'ho incontrata, abbiamo parlato un po', mi ha riempita di consigli e regalini e poi non scrivo oltre perché a lei voglio dedicare il primo post del tour (che nasce on line, diventa reale e torna on line con l'hashtag #thismustbetheblog).
Appena sono uscita dal negozio di Valeria e ho cominciato a camminare sotto la pioggerella fine, mi è arrivato un messaggio di un'altra Valeria, l'inventore di mostri per intenderci, che era a Torino ancora per poche ore e...si è presa un caffè con me! Due tappe del mio viaggio in un solo giorno, un sacco di risate, parole a raffica e tanta comprensione.
Anche per lei ci sarà un post tutto speciale.
Non mi resta che andare a dormire, non senza aver prima salutato Mario e Patata, i gatti di casa, e sorriso ancora una volta a questo periodo pieno di incastri e coincidenze segni del destino.

P.S. Il nome del progetto è tutto merito del vicino-vicino, che quando finalmente svilupperà il suo sito internet potrò anche mettere il link. :-)
P.P.S.S. Prima che i "Sorrentiniani" (o i "Morettiani") mi scannino, lo so, Il Caimano è di Moretti, e Sorrentino è "solo" tra gli attori con un cameo.

domenica 7 giugno 2015

"Ha dimenticato quanto può essere crudele la pelle degli alberi?"

Allora,
è successo questo: è successo che da una settimana non faccio altro che imbattermi in coincidenze.
Non è la prima volta che capita, figuriamoci, ma me ne sto accorgendo di più, più profondamente, più dolorosamente.
Ma dolorosamente è un avverbio bello, positivo intendo, è un dolore buono che rimonta pezzi smontati.
Martedì ho visto un polletto, un figlio di merlo che provava a volare sotto lo sguardo benevolo di merlo padre e merla madre. Mercoledì sono tornata a casa mia e un polletto identico stava sullo zerbino, occhi piccoli e bocca spalancata. Ho provato a prenderlo e si è buttato dalla finestra, hanno provato ad acchiapparlo le vicine di sopra ma secondo me polletto è riuscito a fuggire.
Due giorni e due polletti diversi. E' la stagione direte voi, e io questo lo so, ma non riesco a non trovarci la coincidenza inaspettata. Venti chilometri tra un polletto e l'altro sono una coincidenza inaspettata. Punto.
Poi è successo che a Genova, come sempre, sono scoppiate le cose da fare. C'è l'Andersen Festival a Sestri Levante, c'è la Biennale della Prossimità, c'è la Repubblica delle Idee. E poi c'è Gipi.
Gipi al Museo Luzzati, dove è allestita la sua mega mostra, è venuto due giorni fa. Io sono andata ad ascoltare Smargiassi al Ducale e poi sono andata a Porta Siberia, con "Una Storia" nella borsa e cinquanta euro per comprarmi tutto quello che potevo. Ho preso il catalogo, ho preso una borsa di tela con l'albero bianco (io compro borse di tela e compro alberi, figuriamoci se non compro una borsa di tela con un albero stampato sopra. Qualcuno potrebbe dire che "E' la modernità che lo domanda", bene, lo dice anche l'albero quindi state sereni). Mi hanno pure regalato una calamita.
La scorsa settimana ho pubblicato questo post, dove ho scritto così: "Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano".
Ecco, stavo ascoltando Gipi e lui ha parlato di cosa che scoppia, di cuore che non regge ed esplode, ha parlato di bisogno di raccontare, ha parlato della sua capacità di "farsi arrapare" anche dalla panchina dove ha passato l'adolescenza.
Polletto per due.
E' capitato di nuovo così, a distanza di pochissimi giorni ho trovato lo stesso mio pensiero nelle parole di qualcun altro e mi è persino venuto da vomitare, perché avrei voluto alzarmi e dirgli "Cazzo sì! E' quello! E' quella cosa lì!".
Poi ha parlato di Fiducia nell'acqua, o meglio, ha raccontato della tecnica che usa per dipingere qualcosa senza farsi guidare dalla parte di cervello (la sinistra) che quella cosa l'ha registrata e tende quindi a prendere il sopravvento e a dirigere il tratto, portandosi dietro preconcetti e sovrastrutture, penalizzando l'istinto e la forma primaria. Non credo di essermi spiegata ma di sicuro una cosa io l'ho capita: è possibile spegnere la parte sinistra e dare respiro a quella destra anche quando si scrive. Io a volte lo faccio ma non lo faccio di proposito, anche se mi piacerebbe molto esserne capace; di sicuro non scrivo come Gipi disegna, ma quello che ha detto io davvero l'ho capito.
Per curiosità sono poi andata a casa e ho guardato un video che era stato citato come valida spiegazione della tecnica divisoria di Gipi (destra/sinistra). Non so se si comprenda davvero guardando una mezz'ora di acquerello, di sicuro si vede chiaramente quanto il lavoro di questo artista (il corsivo è d'obbligo, sennò poi s'arrabbia!) sia una roba di testa, corpo, pancia, jeans, barba, phon, bestemmie e pomodori ripieni. Una meraviglia senza senso, esattamente come vorrei che fosse per me la scrittura e quest'anno che me lo stanno chiedendo, di scrivere intendo, mi allenerò tutti i giorni a farlo così, con un emisfero, con due, in piedi, seduta, da sola, in compagnia, con qualche punto luminoso di terra chiara coprente. Oppure senza.

"Anche se io non vorrei una pianura, vorrei dei boschi di montagna, per favore, se è possibile averli" (Gipi)

sabato 18 aprile 2015

Levante

Non ho mai scritto un post fotografico.
Un po' perché mi piace l'idea che a ogni mia sbrodolata di parole corrisponda un'unica immagine, un po' perché non sono una fotografa e quindi che ci azzeccherebbe con me un post fotografico?
Oggi però va così, ho una cartella troppo bella salvata sul desktop e non vedevo l'ora di avere la forza per stare seduta e raccontarvi di questa sorpresa. Perché di sorpresa, in tutti i sensi, si tratta.
Qualche tempo fa, al mercatino di beneficenza della parrocchia sotto casa (dove vado sempre e da cui, quasi sempre, esco con un nuovo acquisto pieno di romanticismo), ho comprato una macchina fotografica. Un'analogica di plastica gialla, ancora chiusa nella sua confezione originale, che, presumibilmente negli anni novanta, veniva regalata con una raccolta punti della benzina. Insieme alla macchina, oltre a uno spassosissimo libretto delle istruzioni, c'era un rullino agfacolor con 15 scatti disponibili. Naturalmente il pacco completo è stato regalato come sempre al vicino-vicino, con un'unica importantissima regola: scattare le foto durante uno dei nostri giri a piedi. Lo abbiamo fatto andando da Rio Maggiore a Porto Venere, consapevoli (e felicissimi) che la pellicola fosse più che scaduta e che la macchina fosse bella ma, come dire, un tantino sempliciotta. Dopo aver finito di scattare tutte le foto (comprese quelle fatte per errore, perché è meglio non ricaricare subito dopo aver fatto click, altrimenti il click successivo partirà con tutta probabilità direttamente nella custodia, voi lo sentirete e giù di wtf a picco sul mare), lo abbiamo portato a sviluppare. Dove? Ovviamente non in posto qualsiasi, ma qui. Perché siamo amici, perché sia io sia il vicino-vicino abbiamo seguito un po' di corsi da loro, perché TotemCollectiveStudio è un posto bello dove si fanno cose belle (e no, non mi pagano per scriverlo, se non in spiedini e birra). Quindi, bando alle ciance, ecco le foto. Lo so, sono bellissime.








[l'ultima l'ho fatta io!]

Ecco qui, il post è finito, le foto non sono tutte quelle che abbiamo portato a sviluppare perché non tutte sono venute, e di quelle riuscite ne ho pubblicate solo un po'. A me piacciono un sacco, ma probabilmente sono di parte.

domenica 18 gennaio 2015

Le montagne di Milano

Se Milano fosse sui monti ci sarebbero distese di colline innevate, cortili inumiditi dal freddo della notte, cascine dai sapori genuini, mucche, pecore, musei dedicati al legno e alla sua lavorazione, vette da conquistare.
Ma Milano non è sui monti.
Ma a Milano ieri c'erano tutte queste cose lo stesso, almeno per me.
Siamo partiti prestino e siamo andati diretti a Cantù, per visitare questa meraviglia qui. Cosa mi ha colpito di più?
Per farla breve, perché potrei scrivere un elenco infinito: gli sgabelli di mille legni diversi che sembravano dipinti, il tavolo Sant'Andrea (e te pareva) che sarebbe perfetto per le cene con gli amici se solo avessi una cucina tre volte più grande della mia, l'angolo profumatissimo dei mobili in cedro, la fila di biciclette d'epoca ognuna per un mestiere diverso (io sarei sicuramente stata "venditrice di pianeti della fortuna", con a bordo ben due pappagalli vivi e verdissimi) e le vetrine di coloranti per legno o segature di ogni albero possibile.
Da Cantù ci siamo spostati a Milano, parcheggio, metro e pranzo qua. Era una vita che volevo andarci, perché ogni racconto di amici che già c'erano stati era entusiasta e si concludeva sempre con "a te piacerebbe da matti". Infatti, mi è piaciuto da matti. Un'isola di verde nel cemento, un'aia di campagna tra i palazzi, in una via dal nome che ricorda un po' troppo quella di casa, tra tavoli colorati, banconi di legno e bimbi che urlano domandando "ma oggi non ci sono laboratori???". Laboratori per bambini in una fattoria con orto, giardino e bistrot incorporati. Lasciatemi lì.
Da Cascina Cuccagna siamo andati diretti a vedere la mostra delle fotografie di Bonatti, quelle scattate nel periodo in cui lavorava per Epoca (e non solo). Bella, tanta gente, tanti spunti di riflessione, tanti scatti che se si pensa ai mezzi a disposizione a quel tempo ci si chiede come sia stato possibile. Nelle foto tra i ghiacci, i deserti, le foreste e le praterie compare quasi sempre anche lui, come uomo avventuroso che gira il mondo e lo riporta a casa racchiuso in un'immagine. Una foto che tiene con sé, come Walter stesso dichiarava, anche l'attimo prima e quello dopo il click. Ma come faceva a fotografarsi da solo in cima a una duna, senza assistenti o autoscatto? Con i comandi a distanza. Prima via cavo, poi a trasmissione, posizionando le macchine su cavalletti, scegliendo lenti, messa a fuoco, inquadratura e ricominciando a camminare.
Tra le didascalie della mostra ho trovato questa frase di Bonatti, e in un periodo in cui anche i romanzi che sto leggendo e le mie personali riflessioni sulla vita e lo scorrere continuo delle cose mi parlano di realtà, ho pensato fosse bello annotarla sul taccuino e condividerla:
Una "realtà", dopotutto, non dipende anche dalla nostra capacità di immaginarla?
Sono circondata da gente che non è più (o forse non è mai stata) capace di immaginare una realtà. Non per forza bella e piena di soddisfazioni eh...anzi, vedo spesso persone che se non la possono immaginare perfetta non la immaginano proprio e fanno prima. Facile no?
Ad ogni modo, se non vi piace la montagna, se l'avventura vi spaventa, se Bonatti vi stava antipatico, andateci comunque a vedere la mostra, non fosse altro che per questa foto (la schiena di Walter, soggetto alquanto ricorrente).
Usciti dal Palazzo della Ragione abbiamo girovagato attorno e dentro al Duomo, siamo entrati in Galleria e da Rizzoli, dove c'è chi ha comprato un libro e chi (nella fattispecie io) si è innamorata di un piccolo oggetto di carta, una sorta di pop up che pop up non è, il primo lavoro di Emma Giuliani (una grafica francese di trentacinque anni, se non ricordo male quello che ho letto sul retro) che ha realizzato un capolavoro sulla vita davvero meraviglioso.
Il libro si intitola Vedere il giorno, edizioni Timpetill, e con pochi colori, forme semplici e costruzioni interattive dosate nella loro linearità, racconta tutto. La nascita, l'amore, l'amicizia, la morte in poche pagine. Dovevo comprarlo, ma la borsa già piena e la pioggia fuori mi hanno fatta desistere, nonostante il piccolo libro sia protetto da un sacchetto di plastica trasparente, come se dentro nascondesse davvero la vita. Mi rendo conto, queste sono le seghe mentali di un'innamorata della carta, ma non vedo l'ora che sia domani per correre in libreria a ordinarlo e magari scriverne qui o A casa di Cindy tra qualche tempo.
L'ultima tappa della giornata è stata la mostra di Segantini a Palazzo Reale, per fortuna avevamo comprato i biglietti on line direttamente da casa perché la coda in ingresso era interminabile. Dentro abbiamo trovato tanta (troppa) gente e delle sale poco pronte ad accogliere un flusso simile di visitatori; l'esposizione però è bellissima e ci sono opere che tolgono letteralmente il fiato. La mia personale e probabilmente banale classifica vede al primo posto Ave Maria a trasbordo e al secondo L'ora mesta, il perché non lo so dire, è troppo difficile spiegare le emozioni che si provano davanti a un quadro.
Quando siamo usciti dalla bolgia diluviava, corsa in metro fino al parcheggio, viaggio svelto verso Genova, pizza e farinata sotto casa.
Quindi ieri come è andata la mia gita a Milano, città di montagna?
Bene direi, tornata stanca ma piena di nuove cose in testa, e con un'immagine su tutte nel cuore: lo stormo di gabbiani che si alzano dalla banchina di ghiaccio mentre l'aereo di Walter si solleva per riportarlo a casa (vedi foto quassù, scattata stamattina in mezzo alla luce del giorno che inizia).


martedì 13 gennaio 2015

Vi presento "Leggermente"

Premessa
Questo sarà un semplice post di presentazione: breve, essenziale, di servizio per così dire.
[In realtà, lo sappiamo tutti, non ci riuscirò e sarò prolissa come al solito :-D]

Oggi è uscita la mia rubrica, anzi la sua prima puntata, sul blog di Cinzia. Su A casa di Cindy per intenderci.
Tutte le informazioni le potete trovare direttamente lì, sul post fresco fresco, completo di foto e musica scelte da me, perché Cindy le cose le fa bene e ti lascia totale libertà di movimento. Che bellezza. Se penso a quando, in passato, scrivendo per conto di altri, dovevo accettare correzioni alle mie frasi con aggiunte tipo "caleidoscopio di emozioni", mi sento male.
Quindi, come si legge nella presentazione della rubrica, il mio compito sarà quello di parlare di libri, una volta al mese. Quali libri? Quelli che mi hanno colpita o appassionata, quelli che ho appena letto o che mi porto dietro da sempre, quelli che mi sono stati regalati o che ho comprato dopo mesi di ricerche. Sarebbe bellissimo che si riuscisse a scrivere di libri tutti insieme, che mi segnalaste voi qualcosa su cui riflettere, un racconto, un romanzo, una raccolta di poesie. Mi sono appena accorta che tra i commenti al post c'è già un suggerimento e io ne sono così felice che con una mano scrivo e con l'altra mi infilo i calzini per correre in libreria a cercare "Nove storie sull'amore" di Giovanna Zoboli e Ana Ventura (che se leggete la scheda correte in libreria pure voi, secondo me). La bellissima opportunità che Cindy mi ha regalato in una mattina di inverno natalizio sarà utile anche per continuare questo progetto, un pochino addormentato perché, lo confesso, sono in letargo da lettura. Una cosa che ciclicamente capita e poi rientra, ma che mi porta a non leggere nulla. Ad esempio? Ad esempio ho comprato Casa Facile ieri e, io che di solito la inizio a sfogliare in mezzo alla piazza, non l'ho ancora aperta. Perciò spero che Leggermente possa aiutarmi a riguardare il mondo fuori in un momento di totale chiusura, possa annaffiare il PNBProject, possa darmi una spinta per riprendere a divorare pagine e possa regalarmi una scusa per comprare libri...una delle mie attività preferite!
Chiudo con una brevissima spiegazione del titolo, che è stato una scelta un pochino sofferta (emotivamente) e che per me significa poter scrivere in maniera leggera del leggere, parlando dei libri e del loro rapporto con la mente di chi li legge.
Sono stata lunga.
Lo sapevo.
Ciao

venerdì 21 novembre 2014

Mormorii dei muri

Quando sulla mia strada incontro qualcosa di bello il primo istinto è sempre stato cercare di condividerlo con qualcuno che amo.
Ormai facebook, instagram, whatsapp e tutte le stramoderne diavolerie disponibili rendono semplicissima la diffusione di un piacere, agli amici cari, ai quasi amici, ai semi sconosciuti.
Ultimamente le cose stanno cambiando e io, davanti alla bellezza, non sento più la necessità di spartirla per sentirla davvero.
Stasera, per esempio, è andata così.
E' andata che ora sono sotto al piumone ricoperto di tavole botaniche, accanto a me fuma una tazza di camomilla e l'abat jour è accesa. Quello che voglio è salvare il più possibile la bellezza che mi si è infilata nel cuore, un cuore minuscolo e parecchio a pezzi. I miei amici sono a bere dopo il teatro e io scrivo qui e ragiono sul fatto che in fondo, anche adesso (forse più che mai) sto condividendo un'esperienza, nonostante abbia appena smesso di dichiarare che ultimamente questa cosa stia capitando sempre meno.
Ad ogni modo, poco più di mezz'ora fa ero seduta alla Tosse, a vedere Murmures des Mur, uno spettacolo di Aurélia Thierrée, nipote (bravissima) di Chaplin (sì, quel Chaplin che di nome faceva Charlie).
Come definirei lo spettacolo...non so. Nessie Parlava di teatro-danza, e forse aveva ragione.
Io, come penso sia capitato alla maggior parte degli spettatori in sala, mi ci sono ritrovata continuamente.
Gli stivali da pioggia, gli alberi sullo sfondo, le case dei vicoli piene di finestre e porte semi aperte, le cose piccole e preziose, i balli sulla punta dei piedi (in tazzina), i mari agitati, le angosce, ma, soprattutto, il sogno.
Perché la sensazione che mi ha accompagnata quasi da subito, quando ho iniziato sommessamente spudoratamente a piagnucolare, è la stessa che mi viene a trovare di notte, quando mi abbandono ai sogni più profondi.
Strane creature, volti senza volto, abiti chiari, velluto, scale, scatole e fruscii, dejavu, abbracci strappati, non dati, infiniti e, soprattutto, mormorii dei muri.
Parlare di uno spettacolo teatrale penso sia impossibile, come si fa a rendere le sensazioni della sala? I brusii, le risate, i colpi di tosse, i mezzi applausi e quelli scroscianti, l'odore del fumo finto, il rumore dei piedi nudi sul legno del palco...come si fa? L'unico modo per capire è vederlo.
La plastica con le bolle, le luci in bottiglia, le piume di struzzo, il raso bordeaux, le teiere d'argento, i tacchi rossi, la seta color crema, le calze nere, le scarpe da tip tap, i camici bianchi, i letti con le ruote, quelli con le sbarre, quelli con il baldacchino. Gufi, granchi, draghi, sirene, enormi creature.
Io, lo andrei a rivedere adesso.
Murmures des Mur

venerdì 14 novembre 2014

Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto

Ieri sono andata a vedere la mostra di Frida Kahlo, qui a Genova.
L'ultima volta che ho visitato un'esposizione delle sue opere ero ragazzina, con mamma, e non mi ricordo dove fossimo. Di quel giorno mi sono rimasti una cartolina di La niña Virginia, il dipinto con Frida bambina seduta, in abito verde, su sfondo viola e un amore incondizionato per questa donna.
Di ieri sera mi sono rimasti un pacchetto di semi da piantare (i fiori di Frida, dice la bustina, chissà cosa ne uscirà, se ne uscirà qualcosa) e, di nuovo, un amore incondizionato per questa donna.
Troppo facile dire "Perché Frida sono io", poiché in realtà Frida siamo tutti. Tutti noi quando lottiamo e non ci arrendiamo, tutti noi quando ci aggrappiamo al sole che splende pur di non vedere il dolore, tutti noi quando indossiamo una maschera per continuare a vivere in mezzo alla gente, tutti noi quando ci abbandoniamo alla passione, perché è l'unica cosa che conta davvero. Una testimonianza della nipote, ascoltata ieri sera nell'audioguida in una sala silenziosa e quasi vuota, parla di Frida come di una donna coraggiosa, come di un esempio. Beh, impossibile dire il contrario.
La deformità, la malattia, la paura, il dolore fisico, la solitudine, combattute con la bellezza, l'intelligenza, l'ironia, la continua e incessante ricerca di sé. I dipinti allo specchio, in questo periodo in cui al giovedì parlo praticamente solo di riflessi e corrispondenze, sono per me il simbolo della struttura di se stessi, dell'analisi del proprio cuore, delle proprie difficoltà, dei propri limiti, delle proprie cadute, ma (accidenti!) anche della propria forza, della propria luce, delle proprie possibilità, delle proprie conquiste.
Sui pannelli, bellissimi, della mostra, si intervallano citazioni di Frida e di Diego, lei dice: "Cosa farei io senza l'assurdo?" e lo dico anche io. Cosa farei? Cosa faremmo tutti? Senza quelle situazioni inspiegabili, senza quei momenti che non si possono capire, che accadono così, e si ingarbugliano, si confondono e ci rendono la vita un casino?
La mostra di Frida per me si vede con la pancia, non con gli occhi (anche se, a dirla tutta, le opere su metallo proprio ciao, sono una meraviglia indescrivibile), si vede con quel pezzo di sé che è entrato sperando di trovare risposte, trovandole eccome.
Si riesce a vivere, malissimo e benissimo allo stesso tempo. Si può essere bellissimi nascosti sotto a gonne enormi che proteggono le nostre deformità, si può amare in maniera profondissima anche di fronte a distanze interminabili, fisiche e mentali.
La mostra di Frida è la mostra del "si può fare tutto", ne sono un esempio i cadaveri squisiti, quei disegni iniziati da Diego e terminati da Frida (o viceversa) senza poter sbirciare la prima parte. Si può amare l'altro, la vita e se stessi anche se di motivi non ne troviamo, anche se di cose belle per cui lottare non sembrano essercene.
La mostra di Frida è la mostra dei superlativi, perché io non amo granché usarli ma in questo post mi sono appena resa conto che ne ho messi tantissimi (eccone un altro!).
La mostra di Frida è, in realtà, di Diego e Frida, ma a me non riesce proprio di dividerla a metà (anzi, a dirla tutta, forse di Diego c'è pure più materiale in esposizione). Non mi va di dividerla a metà perché, ad ogni modo la si guardi, nelle opere di Frida c'è Diego, più di quanto ci sia nelle opere di Diego stesso.
Perché lei lo amava così:
"Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto
e neppure così sapresti
quanto è meraviglioso poterti amare"


Che altro?

sabato 8 novembre 2014

Pititti e Menenni

Dopo il sogno assurdo della settimana scorsa, sviscerato accuratamente nelle opportune sedi, dove finalmente dopo secoli ho mollato gli ormeggi e mi sono lasciata andare e dove ogni più piccolo simbolo è stato interpretato, compreso e soprattutto accolto, sono andata al cimitero.
E' sabato e nella chiesa vicina credo ci fosse il catechismo, perciò accanto all'ingresso decine di ragazzini si chiamavano a gran voce e scherzavano alla luce del tramonto, una scena che strideva così tanto con il mio stato d'animo da farmi quasi sorridere. Una volta dentro niente neve, betulle spoglie, discese ripide e magri custodi, una volta dentro solo cipressi forti, mare all'orizzonte, milioni di crisantemi e l'atmosfera della luce quassù.
Non pensavo di rivedere cadaveri sdraiati sui mucchi di terra o donne in fuxia sepolte a metà, però una controllata ci tenevo a farla e, già che c'ero, anche un saluto al signore dietro al mazzetto di fiori gialli l'ho fatto volentieri. Vado raramente a trovare mio padre, di solito da sola, a piedi, passando dal bosco e tornando dalla costa, ma stasera era tardi e di rimanere chiusa dentro proprio no, non ne volevo sapere. Perciò sono salita con mamma esattamente come nel sogno, lei ha incontrato i soliti conoscenti freschi di lutto ai quali dispensare consigli e incoraggiamenti, io ho spolverato compulsivamente il mazzetto giallo di cui sopra una, due, tre volte.
Così, oggi che sono al paesello senza pc, che mi sono concessa un paio di chilometri di passeggiata piana (perché no, la schiena, delle salite, ancora non può/vuole sapere), che ho mangiato lo sformato di broccoli, che ho dormito avvolta nella copertina a quadri, che ho giocato con Agata, che ho fatto merenda con tisana e biscotti e che ho raccolto la foglia del giorno direttamente nel giardino incantato, ho deciso quale sarà il prossimo progetto instagram in partenza dopo #oneleafadayproject. Per ora le personali maratone che ho condotto sono questa delle foglie (che già mi manca al solo pensiero di terminarla, ma che penso di riuscire a rendere parte integrante della mia casa, in qualche modo che ancora non ho chiaro), quella dedicata ai colori (#fridayimincolorproject, che ha contato sette settimane di scatti, dedicati al giallo, al rosso, al bianco, al verde, al blu, all'arancione e al rosa e che penso finirà qui) e quella che non ha un punto di arrivo, che si occupa di libri e pantoni, che è partita per prima e che amo moltissimo. Quindi, dicevo, ho in mente un altro progetto e questa volta vorrei dedicarlo alle mie amate amatissime piccole cose. Una al giorno. Come le foglie. Per 99 volte. Ci ragionerò meglio nel tempo, ma l'idea è sempre quella di tenere accesa la vista e avere il cuore aperto, pronto a emozionarsi. Anche se tutto attorno a me dovesse andare di merda, sarò obbligata (da me stessa, per una volta) a trovare qualcosa di buono. Fosse anche un bottone rosso uscito per caso da una tasca, un gatto affacciato a una finestra, una macchia nera a forma di corvo sul finestrino del bus (lo ammetto, questa l'ho vista stamattina), un bicchiere di spumante per un brindisi importante, un bosco autunnale per un amico che ora non ce la fa.
Quindi, tra venti giorni esatti, si parte con questa nuova piccola avventura, che potrebbe chiamarsi #onelittlethingproject, ma visto che voglio sia mia mia mia, che più mia non si può, ho deciso che avrà il nome delle piccole cose di quando ero bambina: pititti. Per chi non lo sapesse, probabilmente avevo un futuro da linguista e non l'ho mai coltivato, perché, quando ancora quasi non parlavo, un buon modo per calmarmi era darmi delle cose piccole da separare da quelle grandi (che è esattamente quello che sto facendo, super concentrata, nella foto usata per questo post).
Le cose piccole erano i pititti (ecco il futuro da linguista: pititti...petit?) e quelle grandi erano i menenni (notare l'evidente onomatopea anche nella pronuncia: bocca piccola e stretta nel primo caso, grande apertura nel secondo). Questa sorta di fissazione dura ancora adesso, per certi versi, se un tempo trovare delle briciole di plasmon nel latte mi faceva accantonare sprezzante il biberon dichiarando "Pititti", oggi non berrei granché volentieri una spremuta non filtrata, nella quale galleggerebbero inevitabilmente numerosi fastidiosissimi pititti.
Ma i pititti sono anche buoni, sono le cose piccole e preziose di ogni giorno, che non dobbiamo mai smettere di cercare, perciò il prossimo progetto si intitolerà #onepitittoadayproject.

martedì 23 settembre 2014

I magnifici 5: annusare

Oggi è il primo giorno di Autunno, la mia stagione preferita. Può sembrare strano ma se penso al senso dell'olfatto è l'autunno a venirmi in mente, non la primavera. Perché l'autunno è sottobosco umido, è foglie secche, è caldarroste, è legna che arde, è casa come nient'altro al mondo.
Con questo post mi mancheranno da scrivere solo quello sull'udito e quello sulla vista, e l'autunno andrebbe bene pure per loro.
Il senso dell'olfatto è il più antico che ho, forse questa cosa vale per tutti, non so. Sono ricordi olfattivi i miei primi ricordi. Alcuni legati a momenti belli, altri immersi in situazioni orrende, in ogni caso sono gli odori che mi fanno rotolare indietro in un secondo, senza passare dal via.
Ecco, come sempre, l'elenco (di quelli che amo):
- Il basilico, odore legato immediatamente a un'immagine: il lavandino di mia nonna Rosa ricoperto di foglie pronte per fare il pesto
- Il pollaio, uno di quegli odori atavici, che si fondono completamente con gli anni della mia infanzia
- L'erba tagliata, uno dei miei profumi preferiti in assoluto
- La prima pioggia che tocca il suolo, che ha pure un nome bellissimo e poetico, si chiama petricor
- La paglia, che come l'odore del pollaio è uno dei più vecchi nascosti nel mio cervello
- Il sottobosco bagnato, quello che ti riempie il naso nelle passeggiate di ottobre, cercando funghi, o camminando e basta
- Le castagne che cuociono nella padella bucata e riempiono la casa di affetto, non saprei scrivere altrimenti
- Il profumo della mamma di Alessia, la mia amica d'infanzia. Lo sento ancora tra la gente e prima o poi troverò il coraggio di fermare una signora che lo indossa per chiederle il nome
- La zagara, perché nessun fiore ha un odore così meraviglioso
- Il soffritto per il polpettone, ed è subito Casa
- Il pane caldo (perché, c'è qualcuno a cui non piace da morire?)
- I libri nuovi, infilare il naso tra le pagine è da sempre la prima cosa che faccio
- Il sapone di Marsiglia, nulla rende meglio il senso del pulito
- Il sole sui panni stesi appena ritirati, perché sì, il sole sui panni stesi appena ritirati ha un odore buonissimo
- Il mare
- Il legno di Cirmolo
- I pastelli a cera, che sanno di asilo, di album da disegno nuovo con i fogli un po' ruvidi, di grembiuli inamidati e di palestre con il parquet che scricchiola
- La noce moscata, la prima spezia che ho amato alla follia
- La pelle dell'uomo che amo
- La legna che arde nel camino, il profumo caratteristico del mio paesello, da novembre in poi
- La casa di Marina e Claudio, perché essere lì vuol dire essere al sicuro
- I musei, durante le mostre hanno sempre un profumo buonissimo
- I tigli in fiore, un'autentica meraviglia
Ho deciso che mi fermo, perché forse potrei andare avanti per ore. Non pensavo che avrei trovato così tanti profumi adorati, né che avrei fatto fatica a pormi un limite. Mentre chiudo il post penso già all'odore della cantina di mio papà, a quello di sportello (un mix di spezie, liquori, legno vecchio, cibi stantii), a quello di cacca di mucca, o di pesca matura, o di bambino piccolo, o di scorza di limone...

sabato 2 agosto 2014

I magnifici 5: toccare

Oggi, con l'inizio di un nuovo mese, inauguro una piccola scia di post, che durerà giusto il tempo di contare fino a cinque e che passerà quando avremo finito le dita di una mano.
Mi piacerebbe provare a scrivere del mio legame con i cinque sensi, iniziando, completamente casualmente, dal tatto.
Ormai è noto che odio essere toccata, a meno che non ci sia urgenza (medico), necessità (estetista), affetto (mamma), attrazione fisica (ma deve essercene parecchia).
A mia volta sono una persona che tocca poco, la gente intendo, non sento nessun bisogno di tenerti un braccio quando ti parlo, né di carezzarti la schiena per passare, di solito mi basta dire "permesso" (o urlarlo, se necessario).
Questo mio rapporto con il tatto è per me molto importante, perché sulla base del fastidio che provo a ricevere o dare attenzioni fisiche ad una persona, soprattutto ad un uomo, riesco a comprendere quanto mi piaccia o quanto bene provi per lui/lei. Normalmente amo circondarmi di amici simili a me, o delle cui incursioni tentacolari non sia particolarmente spaventata.
Quindi, fatta questa premessa sulla mia religione suprema, la prossemica, posso cominciare davvero a scrivere il post, cercando di raggiungere i punti caldi della questione: cosa mi piace toccare?
- L'acqua del mare (quando fuori è caldissimo e basta pucciare la punta delle dita per stare subito meglio)
- Il pelo di un gatto (qualsiasi, Agata su tutti, perché è la mia Bibbi)
- La nuca di un uomo (meglio se rasata, meglio se la amo)
- Salamino (ndr il mio eterno cane di raso rosa...)
- L'erba fresca (di rugiada magari, che se ti siedi poi ti rialzi zuppo e profumato)
- La barba (mi piaceva quella di mio padre, amo tanto quella del mio amico Edu, morbidissima!)
- I ciottoli caldi di sole (quando ormai è sera, tutto è tramontato, ma l'estate resta lì intrappolata tra le pietre lisce)
- Gli abiti di seta (e ne ho tanti proprio per quello, scovati nei negozi vintage, per farmi abbracciare dalla stoffa)
- La carta (tutta, che sia riciclata, spessa, fotografica, rigida, morbida, tutta davvero)
- La schiena dell'uomo che amo (e non c'è nulla da dire, potrei stare lì per ore, a parlare accarezzando una schiena che amo)
- La crema al cioccolato bianco della Fra (chi non l'ha provata non lo sa, una volta pucciato il dito è finita, entra subito in scena il senso del gusto)
- Le biglie di vetro (di quelle che usavano quando ero piccola e che in tasca scappavano tra un dito e l'altro tintinnando un po')
- La neve (e tutto quello che si porta con sé)
- La mano di mia madre (l'unica che non mi darà mai noia)
- La nebbia (che è difficile da toccare, ma con la faccia si può eccome, se poi si è in moto è un attimo)
- Le castagne, i semi delle nespole e dell'avocado (tutti tondi, lisci, pieni di forza)
- La ciotola del riso (crudo eh, accogliente e ricco di polverina)
- Le piume di una gallina (uno dei primi ricordi tattili che ho, un poco dure e un poco lisce, come la vita)
- Il tronco di un albero (e non c'è nulla da dire anche qui, è amore allo stato puro, è casa)
Sicuramente me ne verranno in mente altre mille, di cose che amo toccare, ma non fa niente...va bene così.
Buonanotte

giovedì 8 maggio 2014

Me & You (and everyone we know)

Oggi il nostro coniglio è arrivato a destinazione.
Ho scritto di questo progetto in molti degli ultimi post che ho pubblicato, stasera è il momento di raccontare come è andata a finire (o quasi).
Lo scorso weekend io e mamma abbiamo impacchettato Belty, il coniglio, con la carta velina bianca e lo abbiamo spedito dall'ufficio postale più vicino. Ora è possibile seguire il percorso delle proprie buste e io così ho fatto ogni giorno, fino ad oggi.
Prima di scoprire dal sistema on-line che il mio pacco era giunto a destinazione ho trovato una foto di Belty sulla pagina del progetto e questa è stata la conferma migliore dell'avvenuta consegna.
Tante blogger hanno scritto e raccontato l'iniziativa di Sollevalamenteconlemanidelcuore, da Vendetta Uncinetta, madrina dell'evento e fornitrice ufficiale del tutorial per costruire il coniglio, a Le Funky Mamas nel loro blog pieno di spunti bellissimi.
Io, nel mio piccolo piccolissimo, ne scriverò un poco qui, dove sono solita riversare le cose che mi fanno felice e quelle che mi abbattono, tutte insieme nel medesimo calderone di pensieri, scadenze, progetti, opportunità e preoccupazioni.
Il titolo del post arriva dritto da un film che ho amato molto, ormai qualche anno fa. Si tratta di Me & You and Everyone We Know di Miranda July, visionaria scrittrice, regista, attrice, musicista americana, capace di esprimere sensazioni comuni in un modo davvero poetico e surreale. Penso spesso a quella frase: Io e te e tutti quelli che conosciamo, perché mi sembra bella, comprensiva di ciò che è il mondo in realtà: un insieme di persone che camminano accanto, alcune più vicine e altre più lontane, unite comunque da una forma sottile di appartenenza, o almeno così dovrebbe essere.
Ho abbracciato l'idea lanciata da Sollevalamenteconlemanidelcuore proprio con questo spirito. Sono da sempre un po' allergica ai flashmob di protesta, ai sit-in contro la guerra, alle condivisioni scellerate e totalmente casuali di link sull'autismo, il cancro al seno, l'Alzheimer, che a mio avviso non servono a nulla se non a dire "ho ballato in piazza", "mi sono seduta davanti al palazzo taldeitali", "ho ricordato agli amici che oggi è la giornata mondiale dei diritti delle donne". Sono tutte azioni che non fanno male a nessuno, beninteso, ma insomma non fanno neppure bene. Non si tratta di essere volontari in una casa famiglia, di preparare i pasti alla mensa dei poveri, di accompagnare un disabile al parco, ma sono tutte azioni in cui i protagonisti sono le persone che le compiono e non chi, in qualche modo, dovrebbe ricevere un aiuto più o meno concreto.
Il coniglio di pezza che ho provato a cucire nelle settimane scorse non cambierà certamente la vita al bimbo malato che lo riceverà, ma magari aiuterà a superare un momento di sconforto o a strappare un sorriso a chi davvero è troppo piccolo per capire cosa gli sta succedendo, ma non per soffrire e avere paura.
Quindi ecco perché ho costruito Belty, perché ho promosso questa iniziativa così come promuovo quest'altra a cui mamma ormai si dedica da tempo e perché cercherò di partecipare ancora con le mie piccole capacità a progetti dedicati a chi ha bisogno di essere sollevato.
Per l'occasione, la colonna sonora di Me & You.


mercoledì 9 aprile 2014

(A)sociali

A me piace circondarmi di persone considerate asociali. Mio padre era asociale. Mia madre spesso si definisce asociale, anzi, lei preferisce usare una parola dialettale intraducibile che significa qualcosa tipo "che tende a stare per conto suo" e che è stundaia. Io stessa spesso sono considerata asociale.
Ma cosa vuol dire questa parola?
Nel mio caso non vuole certo dire stare lontano dalla gente, ci mancherebbe, ho lasciato il paesello proprio per avere il mondo e la vita a portata di mano. Forse però, rispetto a tanti coetanei e a qualche amico, tendo a cercare più momenti di solitudine e isolamento, più spazi lontani dove pensare e fare cose solo per me. O magari fare cose pure per gli altri ma comunque in un angolino tutto mio.
Quando mi perdo in questi ragionamenti mi viene in mente il mondo dei social network. Io sono iscritta a Facebook e, se vogliamo considerarli social network anche a Pinterest e Spotify. Devo dire che per adesso non mi sono mai pentita di aver deciso di sbattere buona parte della mia vita on line, magari un giorno accadrà, chi può dirlo, ma sino ad oggi ho solo guadagnato da questa scelta.
Ci sono contatti tra i miei amici di Facebook che probabilmente non rivedrò mai più, altri con cui sento di aver stretto un legame a distanza, legame che altrimenti non avrei potuto creare e coltivare, ad esempio per questioni geografiche.
Ricercatori conosciuti a convegni del passato come quello di Strasburgo, professori incontrati a scuole estive come quella di Latina, colleghi di sventura simpaticissimi e appassionati con cui ho trascorso una bella settimana questa estate a Pollenzo.
Grazie a Facebook ho conosciuto molte realtà interessanti e le ho fatte conoscere alle persone a cui voglio bene (le ho "condivise", no?), su Pinterest ho visto foto bellissime e trovato idee originali per la mia tana, con Spotify passo le mie ore musicali al lavoro, quando cucino e anche adesso mentre scrivo. Non ho voglia di affrontare qui il discorso trito e ritrito quanto noioso del "la gente vive on line", "le persone così si fanno i fatti degli altri", "il mondo è fuori", "la rete è un filtro". Tutto vero, verissimo, per carità, ma ognuno sceglie liberamente cosa diffondere di sé, quanto tempo trascorrere al pc invece che uscire a camminare, con chi stringere un'amicizia virtuale, se pubblicare le foto dei propri figli, nipoti, vicini di casa che non sanno di finire on line oppure evitare come faccio io. Personalmente passo parecchio tempo sui Social Network, ma non possiedo la TV, faccio pilates tre volte a settimana e vado a correre quando non sono in palestra, vivo da sola con tutto quello che comporta (compreso trovare il tempo per fare la spesa, cucinare, lavare, stendere...), mi sparo un paio di turni al mese in quel posto fighissimo che è l'Altrove, cerco di trascorrere all'aria aperta i week end di bel tempo e se ce la faccio scrivo o leggo quando piove. Quindi perdonatemi, starò anche spesso su Facebook, e allora?
Giusto di recente, con l'ultimo post che ho pubblicato qui sul blog, è capitato che si creasse un piccolo tam tam tra persone che si leggono e non si vedono mai o che addirittura non si sono mai viste. Un'opportunità di scambio semplice, emotiva, rispettosa dei dolori e dei sentimenti di tutti. Avevo scritto in questo post che mi ero innamorata di un'iniziativa (trovata, guarda caso, grazie a Facebook) e che avevo provato a farla mia. Sia tra i commenti sia direttamente sul social network su cui avevo pubblicato il mio scritto alcune persone hanno portato il loro contributo, lasciando un'impressione, scrivendo una riflessione o buttando giù a loro volta un post nel proprio blog personale. Fabiana (ennesimo esempio di come Facebook possa essere una sorpresa e portare con sé piccole amicizie) lo ha fatto ed è con lei che vi lascio.

P.S. Nella prossima puntata mi giustificherò per l'assenza, dovuta a una grande (anzi due) soddisfazione lavorativa, a una commisurata stanchezza, ad un laboratorio divertente, a qualche pensiero pesante e alla Primavera che mi chiama al sole ogni volta che posso!
Ah, ho pure iniziato il nuovo corso di fotografia...si vede???

domenica 23 marzo 2014

E brava Giulia...

La prima volta che ci siamo viste non volevamo essere dove eravamo. Adolescenti spostate da un mondo conosciuto a un mondo nuovo, soprattutto lei con la sua maglia di Vasco e il broncio, rannicchiata sulle scale di casa, mentre la banda suonava e la coda per le focaccette fritte arrivava fino alla strada.
Di anni ne sono passati quasi venti, cazzo. Venti.
E nel frattempo siamo cresciute, ne abbiamo viste di tutti i colori, ne abbiamo superate di tutti i colori e ancora oggi ci lottiamo contro ogni giorno.
Abbiamo imparato ad amarlo questo posto, io forse più di lei che è andata via tante volte, per lavoro, per i suoi viaggi matti e meravigliosi, che non ha mai mancato di raccontarmi nei minimi dettagli durante le cene dei mille ritorni.
E il gelato alla crema con miele e cannella, le zuppe, i miei sformati di verdura, le insalate dei sensi di colpa, il passito e soprattutto il baffo ghiacciato delle sere d'estate, lei abbronzatissima e io fucsia ma felice.
Siamo state lontane, siamo state Vicine.
Abbiamo parlato tanto, di tutto, senza paure, senza pregiudizi, senza dimenticarci mai cosa conta davvero.
Abbiamo parlato anche di te, di scelte, di futuro, di preoccupazioni e speranze.
Quando mi ha detto che ti saresti chiamata Giulia ho subito ricordato la maglietta di Vasco, i concerti a cui lei andava spesso, con gli amici e con lo zio, fan sfegatata di quel cantante che a me non è mai piaciuto ma che mi ha sempre fatto pensare a lei. E ora anche a te.
E mi vengono in mente anche tutti i concerti a cui siamo andate insieme: Guccini, la Nannini, la Mannoia, i Negramaro (solo perché avevamo dei biglietti gratis eh...), Conte, Elisa e forse qualcuno lo dimentico pure.
Sono stata fortunata ad averla trovata e ora sono fortunata ad aver trovato te, piccola figlia della mia migliore amica, che oggi mi hai guardata con un occhio solo (che lo so che mica ci vedi ancora, hai solo quattro giorni), appesa a quella tetta gigante, col pigiama pieno di gufi e una cascata di capellini neri.
Ben arrivata nipote, piacere di conoscerti!

P.S. La foto è un lavoro di mamma, un work in progress in verità. Si tratta di una piccola camicina, anzi di un piccolo camice, cucito per i bimbi prematuri che devono affrontare una Risonanza Magnetica Nucleare. Fa parte di questo meraviglioso progetto.

domenica 9 marzo 2014

Speed of silence


Mercoledì 5 marzo, sera.

Quassù c'è il sole, di quello che brucia gli occhi anche con gli occhiali.
Queste montagne non le conosco, non hanno la punta, sono spaccate con l'ascia come pezzi di legno. Anche i colori sono diversi, roccia rossa nelle valli basse, grigia sempre più chiara man mano che si sale. Oggi abbiamo camminato e pedalato, ognuno con i suoi tempi e i suoi silenzi, in mezzo a un'enorme quantità di neve, di abeti e di luce.
A un certo punto ho anche visto uno scoiattolo, piccolo, scuro, con i peletti a punta sulle orecchie, che saltando veloce attraversava un pianoro e si arrampicava svelto, non senza soffermarsi un poco a guardare, pure lui, quella strana bici dalle grandi gomme. Siamo rossi, gialli, grigi e azzurri, ci muoviamo con poca fatica e mangiamo tantissimo. Salumi, formaggi, selvaggina, polenta, vino e dolci come se non ci fosse un domani, qualcuno dimagrirà e qualcuno prenderà peso, non ho dubbi su chi ingrasserà.
Ho visto alberi contro il sole oggi, neve illuminata da mille cristalli, licheni caduti dai rami, pipì gialle su sentieri bianchissimi, pale piantate accanto alle baite, tetti ricoperti più di quanto si possa immaginare, slitte veloci e molestissime (almeno per me), cani felici, orme piccole e tracce grandi, fiumi nel bosco, vette accese, nonni e nipoti insieme sul bob.
Ho usato le racchette e i miei scarponi nuovi, ho cercato inutilmente di abbronzarmi e mangiato la torta di ricotta più buona del reame. Ho sudato tanto da puzzare come mai nella vita, mi sono sciolta sotto una doccia bollente e cenato con i miei primi canederli in brodo. Ho conosciuto alberi che avevo solo sentito nominare per anni, ho camminato sotto la luna cercando caldo per le mani, ho attraversato un ponte illuminato sul fiume avvolto nel buio, ho schivato il ghiaccio e ho pensato alla cena trentina per gli amici.
Vivo in modo strano queste camminate, davanti ho i passi di sempre, ma intorno è tutto nuovo.
E pure io un po' lo sono, disabituata al viaggio, a regalarmi un piacere, a pensare a me e solo a me. Ieri al Muse, posto meraviglioso che desideravo visitare da mesi, mi sono sentita persa, persa tra le cose che amo e che non so se avrò mai il coraggio di inseguire davvero, persa tra scolaresche e bimbi curiosi, tra borracce, lepri impagliate e colate di neve, persa tra caschi di banane, pesci blu e poiane appese, persa tra le possibilità che presto o tardi sarò costretta a guardare in faccia.
Quindi adesso, mentre Andrea è andato a prendere l'acqua in camera e io scrivo nel salotto del garnì che ci ospita ascoltando Speed of sound e scrivendo questo post, chiudo gli occhi e mi sento bene, non potrebbe essere altrimenti.

P.S: E' ovvio che questo post sia un QB, qualcosa di bello. Ma non è tutto oro quel che luccica giusto? Mezza schiena incriccata, un'oretta abbondante di paura ad ascoltare il rumore più spaventoso del mondo, una crisi isterica d'alta quota, la febbre da sole del ritorno...QB, qualcosa di brutto.
Poi però ho visto i mufloni, femmine brune che saltavano la staccionata come le pecore che si contano prima di dormire, controllate dal maschio e felici nel loro bosco. E tutto si è fatto bellissimo.

lunedì 10 febbraio 2014

Artefatti proiettivi e altre storie

Fatevene una ragione, gente. C'è gioia qui.
So che non ci siete abituati e nemmeno io se è per questo, però è così, accettiamolo. In questo periodo sono felice. Punto esclamativo.
Merito degli scalini superati forse, merito delle cure che mi concedo senza pensarci troppo, merito del tempo un po' più libero (da impegni, seghe mentali, paure e ansie varie ed eventuali), merito dell'affetto che sento e che ricevo...qualunque ragione ci sia, sto bene.
Non sto "normale" come rispondevo ormai da anni, né sto "abbastanza", sto bene. Non etichetto questo post QB per una questione di pudore, pensata una nuova rubrica non è che la posso propinare ogni volta, però devo ammetterlo, questi giorni sono Qualcosa di Bello davvero.
Due libri meravigliosi letti in un fine settimana, una sera di chiacchiere e dolcezza, una mattina in un posto che la foto quassù rende un decimo della realtà, una pizza con mamma gatta e cucina scaldata dal forno, una vacanzina super meritata in vista, una notizia potenzialmente terribile che diventa bellissima nel tempo di una frase ("è tutto a posto, signora").
I libri che ho letteralmente inghiottito sono Ragazzo Selvatico di Paolo Cognetti e Tempo di Imparare di Valeria Parrella. Così diversi, così intensi. Luoghi meravigliosi, natura, odori, suoni e libertà nel primo, paura, fatica, speranza, amore e delicatezza nel secondo. Il risultato è che oggi sono corsa di nuovo in libreria e mi sono portata via altri scritti di questi autori e due nuovi titoli che si vedrà.
Per quanto riguarda la mattina di ieri, beh, solo un elenco mi può aiutare un poco a descriverla...eccolo qui:
- Un sentiero che sale, sale, sale, tra mille tornanti, rami secchi, erba alta e acqua che scorre
- Le prime chiazze di neve, riparate dal sole, con le orme di un uomo, di un cane, di un capriolo
- Il paesaggio che cambia, aprendosi all'improvviso e mostrando nuove vette, punte bianche, spalle brulle
- Qualche pino malato, qualche croco coraggioso
- Il vento sulla costa, che ghiaccia il sudore e fa venire la pelle d'oca
- La nuova salita, l'ultima, che sembra non finire mai e spezza la schiena (la mia, in verità!)
- La sosta sul prato, sotto la cima, nella luce, accanto alla neve, di fronte al mare, a piedi nudi e con i sorrisi stampati in faccia
- La partenza tra gli alberi bassi circondati dal bianco (quelli in foto) e illuminati dal sole
- Il sentiero che sparisce e diventa una pietraia
- I balzi sulle rocce, le scivolate, i licheni dai cerchi concentrici, le mani che odorano di palude e i passanti perplessi
- Una parola che scalda il cuore dopo un percorso faticoso per la concentrazione ma bello assai
- Il sentiero nel bosco tra muschi, ripari e alberi alti
- La discesa che picchia sulle ginocchia e ci mostra la valle buia sull'altro versante
- Le tracce dei cinghiali e lo stomaco che brontola per la fame
- La macchina azzurra che ci aspetta e mille gatti sulla strada di casa

Buonanotte felice