Ultimo giorno dell'anno, in cucina c'è una bella luce e in sala il cristallo appeso alla finestra riflette decine di arcobaleni che incantano la gatta. Mamma fa fare i compiti a Christian che appena la vede con la tazzina di caffè in mano si preoccupa che abbia fatto colazione, è un bambino dolce Christian. I biscotti di farina di riso della Fra sono buonissimi e nonostante la nausea li mangio volentieri, mentre mi metto ancora una volta nell'ottica di scrivere questa diavolo di tesi.
Continuo a leggere post di bilanci, conclusioni, wishlists e speranze ma resisto ed evito di martellarmi il cervello con i miei obiettivi non raggiunti, da raggiungere o superati (questi ultimi, del resto, non li riesco a vedere). Ci sono cose belle nel 2013 che se ne va, ci sono piccole bolle di sapone dove sono riuscita a infilarmi e c'è una grande fortuna che mi ha accompagnato tutto l'anno: la mia casa sull'albero. Non so se ho mai spiegato qui il perché tra queste pagine venisse spesso fuori quella parola maiuscola e corsiva, l'Albero appunto, colgo l'occasione per farlo adesso. Il piccolo appartamento dove sono andata a vivere alla fine del 2012 è pieno di legno: c'è il parquet in ogni stanza, l'armadio vecchio e scuro del nonno, il tavolo da osteria nella cucina, la sedia a dondolo accanto al divano, il piccolo tavolino al posto della scrivania.
Nella mia casa c'è una parete verde alle spalle di chi dorme, ci sono piante appese e piante appoggiate, piante in serra (una mini serra di vetro posata sul frigo) e piante che colano in Vico di Coccagna. Ci sono i vasi sulla finestra del bagno, che è profonda e ospita i fiori che non si sentono tanto bene, ci sono i rami secchi che fanno ridere Andrea e la ghirlanda di fiori appassiti che dondola sotto alla mensola dei libri di botanica.
La mia casa è come un albero, un Albero della Coccagna, perché qui trovo pace e rifugio, anche quando mi sento lontana dalle mie stesse scelte. Il lettone comodo mi ospita per mangiare, dormire, leggere, studiare, scrivere e fare l'amore. Il gatto di carta attaccato ai vetri della cucina tiene compagnia a quello vero della finestra di fronte, mentre la radio suona ininterrotta e l'ennesima tisana fuma sul piano in muratura accanto al lavandino. La dispensa è chiusa solo da una tenda, con grandi alberi verdi disegnati, mentre in sala c'è la foto in infrarossi degli "alberi bianchi" di Villa Pallavicini, c'è il libro Raccontare gli Alberi che fa bella mostra di sé, ci sono l'albero di plastica posato sul muretto, quello di argilla e legno del Signor Sergio e quello piccolo da portare al dito arrivato diretto dalla Turchia. Per tutti questi motivi e perché stare a casa è per me come stare in un nido, io chiamo quel posto l'Albero, nella speranza che ci sia sempre spazio per tutti, per chi passa un attimo per poi volare via, per chi si ferma a mangiare qualcosa, per chi cerca un rifugio dove dormire e per chi ogni tanto vorrà condividere la mia tana. Quindi un buon augurio per il 2014 penso possa essere, per tutti, quello di trovare il proprio posto nel mondo, un luogo di cui avere nostalgia. A modo mio vi auguro buon anno con due link:
questo (che penso sarà uno dei primi acquisti 2014!)
e questo (che si conclude con la frase più appropriata che potessi trovare "...a song for someone who needs somewhere to long for homesick because I no longer know where home is")
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martedì 31 dicembre 2013
domenica 1 dicembre 2013
A forza di essere vento
Fino a due minuti fa Agata sonnecchiava sulle mie ginocchia. Sono da mamma, è domenica, primo giorno dell'ultimo mese. Da ieri c'è un vento che porta via, sono uscita pochissimo questo fine settimana, reduce dalla febbre ho preferito riposare. L'idea, per questo pomeriggio alle porte, è scrivere un po' di tesi...come al solito mille altre cose prendono il sopravvento sui buoni propositi e persino il post su ilmareingiardino ha la precedenza.
Ho male al collo, forte. Mi spavento, soprattutto la sera, ma mi aggrappo al briciolo di razionalità che mi resta dopo il tramonto per non andare in paranoia, così il sonno anche questa volta non è mancato e sono riuscita a dormire a lungo. Ho sognato un fiume, una ragazza straniera con i riccioli biondi, una casa che non conosco, un affetto che non ho più e, soprattutto, ho sognato alberi. Mi sembravano cercis siliquastrum, dalle foglie, ma non ci giurerei. Ricordo che stavo lì, sulla spiaggetta di ciottoli vicino all'acqua che scorreva veloce e cercavo di fotografare grappoli di rami in controluce. Il cellulare faceva cilecca e ogni volta che scattavo le foglie del mio albero avevano cambiato colore, prima tutte rosa, poi verdi e viola, poi rosse, gialle, fucsia e azzurre. Parevano palloncini colorati, forse lo erano, ed è buffo, pensandoci adesso, che abbia sognato l'albero di Giuda (detto anche albero dell'amore) così pieno di sfumature, con le sue foglie cuoriformi ognuna di un colore diverso, a seconda del vento.
Un vento che in questi giorni, come si diceva all'inizio, è forte, è freddo, alza la superficie del mare come fosse un torrente veloce e non rallenta mai.
Ho iniziato un libro nuovo, Verde Brillante s'intitola, e come sottotitolo ha "Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale". Per ora mi piace, un punto di vista nuovo su quello che ho sempre sostenuto, senza saperlo davvero. Io non sono vegana e neppure vegetariana. Le attenzioni alimentari che ho (a parte il delirio di diete e intolleranze degli ultimi mesi) sono sempre state accorgimenti di stampo egoista: non evito il pollo perché "povero pollo", né scelgo la carne di provenienza certa (= del contadino dietro casa o dell'allevatore che conosco) perché "povero vitello", prendo queste decisioni principalmente per la mia salute e per quella del pianeta in generale. Ho la fortuna di poter comprare le uova bio (e per bio intendo dei ragazzi del gas a cui mamma ordina le verdure) o, addirittura, di averle gratis dalle galline di mio zio. Sono privilegiata a potermi permettere una fettina di carne buona, allevata allo stato brado e non gonfia di ormoni, piena di coloranti e proveniente da un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione. Certo che ho a cuore cosa sente una mucca, cosa pensa un maiale, cosa provano un pulcino, una scrofa, un agnello e un fagiano, ma non sono così coerente nella vita, non faccio abbastanza attenzione, tutti i giorni, ai vestiti che compro (spesso confezionati dalle mani di un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione), agli oggetti con cui arredo casa, alle piccole scelte quotidiane che purtroppo non sempre sono all'altezza del mio predicare bene.
Nel libro che sto leggendo per ora sono arrivata al capitolo sulla vista delle piante, uno dei molti sensi che queste meraviglie naturali hanno a disposizione. Oltre alla vista hanno anche i quattro sensi rimasti, come li abbiamo noi, più un'infinità di altri, indispensabili per svilupparsi, crescere e lottare non avendo la possibilità di muoversi, spostarsi e fuggire. Le piante non sono mica così stupide da concentrare quasi tutti gli organi di senso in un solo punto, il medesimo punto dove sta il centro di controllo di questi stessi organi...chi mai lo farebbe? L'uomo, per esempio (e molti altri animali). Nella testa noi teniamo le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi e il cervello: bastano dunque una sprangata, una zuccata seria, un cancro, una bella meningite e via, tanti saluti. Se invece, io pianta, incontro un ruminante di passaggio, magari pure parecchio affamato, che mi mangiucchia tutto il verde...probabilmente non morirò, anzi, ricrescerò ancora più rigogliosa. E quindi, nelle mie idee alimentari e non, nelle decisioni che io mammifero onnivoro e comodo prendo ogni giorno, per ora preferisco mettere insieme l'acquisto di carta ecologica all'assenza di carne avicola dal mio piatto (per lo meno finché non troverò un rivenditore che mi farà ricredere), unire la scelta di detersivi biologici alla spina a quella di acquistare olio e riso da cascine familiari con un concetto etico di produzione e distribuzione, affiancare l'abitudine di comprare pasta, caffè e cioccolata da organizzazioni eque e con una storia critica alle spalle al tentativo di privilegiare frutta e verdura a Km 0, vino buono da "niente mal di testa", spesa al mercato con poco imballaggio piuttosto che al super. Perchè in qualche modo sento che la mia impronta ecologica, sicuramente pesante e dannosa, può alleggerirsi un poco se il mio pensiero ha una partenza ampia, un abbraccio grande, seppur costruito su gesti piccolissimi, scelte minime e quotidiane, istinti verdi arrivati pian piano, crescendo.
Poi però sono mortale, mangio sushi se mi va, compro magliette economiche per la vita di tutti i giorni, ho un cellulare e un computer Samsung e lo shampoo proprio no, non riesco a comprarlo biologico perché mi fa sembrare i capelli uno sputo di mucca.
E' diventato un post impegnato, volevo solo scrivere qualcosa su questo libro piccolo, in carta riciclata, che mi porterò dietro per un po' e che mi fa volere più bene a un geranio che a un picchio. Forse, però, il fatto che mi abbia svegliato tante riflessioni, di domenica, a stomaco vuoto, è già un buon segno.
Ho male al collo, forte. Mi spavento, soprattutto la sera, ma mi aggrappo al briciolo di razionalità che mi resta dopo il tramonto per non andare in paranoia, così il sonno anche questa volta non è mancato e sono riuscita a dormire a lungo. Ho sognato un fiume, una ragazza straniera con i riccioli biondi, una casa che non conosco, un affetto che non ho più e, soprattutto, ho sognato alberi. Mi sembravano cercis siliquastrum, dalle foglie, ma non ci giurerei. Ricordo che stavo lì, sulla spiaggetta di ciottoli vicino all'acqua che scorreva veloce e cercavo di fotografare grappoli di rami in controluce. Il cellulare faceva cilecca e ogni volta che scattavo le foglie del mio albero avevano cambiato colore, prima tutte rosa, poi verdi e viola, poi rosse, gialle, fucsia e azzurre. Parevano palloncini colorati, forse lo erano, ed è buffo, pensandoci adesso, che abbia sognato l'albero di Giuda (detto anche albero dell'amore) così pieno di sfumature, con le sue foglie cuoriformi ognuna di un colore diverso, a seconda del vento.
Un vento che in questi giorni, come si diceva all'inizio, è forte, è freddo, alza la superficie del mare come fosse un torrente veloce e non rallenta mai.
Ho iniziato un libro nuovo, Verde Brillante s'intitola, e come sottotitolo ha "Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale". Per ora mi piace, un punto di vista nuovo su quello che ho sempre sostenuto, senza saperlo davvero. Io non sono vegana e neppure vegetariana. Le attenzioni alimentari che ho (a parte il delirio di diete e intolleranze degli ultimi mesi) sono sempre state accorgimenti di stampo egoista: non evito il pollo perché "povero pollo", né scelgo la carne di provenienza certa (= del contadino dietro casa o dell'allevatore che conosco) perché "povero vitello", prendo queste decisioni principalmente per la mia salute e per quella del pianeta in generale. Ho la fortuna di poter comprare le uova bio (e per bio intendo dei ragazzi del gas a cui mamma ordina le verdure) o, addirittura, di averle gratis dalle galline di mio zio. Sono privilegiata a potermi permettere una fettina di carne buona, allevata allo stato brado e non gonfia di ormoni, piena di coloranti e proveniente da un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione. Certo che ho a cuore cosa sente una mucca, cosa pensa un maiale, cosa provano un pulcino, una scrofa, un agnello e un fagiano, ma non sono così coerente nella vita, non faccio abbastanza attenzione, tutti i giorni, ai vestiti che compro (spesso confezionati dalle mani di un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione), agli oggetti con cui arredo casa, alle piccole scelte quotidiane che purtroppo non sempre sono all'altezza del mio predicare bene.
Nel libro che sto leggendo per ora sono arrivata al capitolo sulla vista delle piante, uno dei molti sensi che queste meraviglie naturali hanno a disposizione. Oltre alla vista hanno anche i quattro sensi rimasti, come li abbiamo noi, più un'infinità di altri, indispensabili per svilupparsi, crescere e lottare non avendo la possibilità di muoversi, spostarsi e fuggire. Le piante non sono mica così stupide da concentrare quasi tutti gli organi di senso in un solo punto, il medesimo punto dove sta il centro di controllo di questi stessi organi...chi mai lo farebbe? L'uomo, per esempio (e molti altri animali). Nella testa noi teniamo le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi e il cervello: bastano dunque una sprangata, una zuccata seria, un cancro, una bella meningite e via, tanti saluti. Se invece, io pianta, incontro un ruminante di passaggio, magari pure parecchio affamato, che mi mangiucchia tutto il verde...probabilmente non morirò, anzi, ricrescerò ancora più rigogliosa. E quindi, nelle mie idee alimentari e non, nelle decisioni che io mammifero onnivoro e comodo prendo ogni giorno, per ora preferisco mettere insieme l'acquisto di carta ecologica all'assenza di carne avicola dal mio piatto (per lo meno finché non troverò un rivenditore che mi farà ricredere), unire la scelta di detersivi biologici alla spina a quella di acquistare olio e riso da cascine familiari con un concetto etico di produzione e distribuzione, affiancare l'abitudine di comprare pasta, caffè e cioccolata da organizzazioni eque e con una storia critica alle spalle al tentativo di privilegiare frutta e verdura a Km 0, vino buono da "niente mal di testa", spesa al mercato con poco imballaggio piuttosto che al super. Perchè in qualche modo sento che la mia impronta ecologica, sicuramente pesante e dannosa, può alleggerirsi un poco se il mio pensiero ha una partenza ampia, un abbraccio grande, seppur costruito su gesti piccolissimi, scelte minime e quotidiane, istinti verdi arrivati pian piano, crescendo.
Poi però sono mortale, mangio sushi se mi va, compro magliette economiche per la vita di tutti i giorni, ho un cellulare e un computer Samsung e lo shampoo proprio no, non riesco a comprarlo biologico perché mi fa sembrare i capelli uno sputo di mucca.
E' diventato un post impegnato, volevo solo scrivere qualcosa su questo libro piccolo, in carta riciclata, che mi porterò dietro per un po' e che mi fa volere più bene a un geranio che a un picchio. Forse, però, il fatto che mi abbia svegliato tante riflessioni, di domenica, a stomaco vuoto, è già un buon segno.
domenica 24 gennaio 2010
Smalto, rossetto e pollice verde: un libro per sognare
Questo post sarà un tentativo di recensione di un libro che mi ha conquistata subito, appena l'ho visto sugli scaffali della libreria. E' ormai con me da qualche mese e ogni volta che ho bisogno di conforto dal grigiore quotidiano lo prendo e lo sfoglio.
Ha lo stesso effetto di una giornata all'aperto in un parco, di un giro nel web alla ricerca di blog come quelli che trovate in fondo alla mia pagina, di un film come Il giardino segreto o Il pranzo di Babette.
Il libro in questione, che vedete in fotografia nel suo habitat naturale (la carriola porta vasi che c'è qui fuori in terrazzo), si intitola Smalto, rossetto e pollice verde ed è di Laetitia Maklouf.
Mi rendo conto che le premesse non siano delle migliori, ma vi dirò che l'indice è composto da parole come decorare, gustare, sorseggiare, coltivare, lussureggiare e verdi voglie...in pratica il riassunto di tutto ciò che mi rilassa e mi interessa. L'autrice racconta di essere stata folgorata dal giardinaggio mentre lavorava in ufficio e di aver mollato tutto per iscriversi ad un corso di orticoltura e seguire il suo sogno: ehm, dovrei forse pormi qualche fondamentale domanda?
Sicuramente in questa pagine lucide coloratissime e piene di foto affascinanti non ci sono le risposte che cerco e forse le notizie e i suggerimenti scritti nel libro non sono scientificamente impeccabili, ma ci sono frasi come "...Non è mai esistita una sola pianta nella storia del mondo che non sia cresciuta per paura di morire; sono gli uomini e le donne che si comportano così: evitano di fare cose per il rischio che non vadano per il verso giusto..." che io trovo semplicemente perfetta. Perfetta per me, si intende.
Troverete capitoli dedicati alla scelta della terra e degli utensili adatti a lavorarla, si trovano definizioni base e consigli sui tipi di piante in commercio.
Leggendo alla sera sotto le coperte ho imparato a decorare una tavola con ciclamini in tazzina, a mangiare i nasturzi, ad abbellire vecchi barattoli di marmellata e a regalare bulbi primaverili ai nuovi nati. Ci sono un'infinità di strane ricette e di principi base del giardinaggio.
Credo che non sia un libro per tutti, perchè è davvero insolito e ha un taglio forse incomprensibile ai più, questo può sembrare un discorso presuntuoso ma voglio dire tutt'altro: mi sono trovata davanti a qualcosa che mi ha saputo attrarre subito e continua a farlo, nonostante con tutta probabilità non abbia nulla di particolare o di irresistibile.
Per chi di voi sia comunque curioso e voglia dargli un'occhiata è un libro del 2008, edizioni TEA e costa sui 25 euro. Su You Tube si trovano anche alcuni video dell'autrice, in inglese.
Buona lettura
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