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lunedì 25 maggio 2015

Una stanza tutta per me

Questa mattina, appena uscita dal bar della seconda colazione, una signora diceva ad un amico che di fronte all'asilo i vigili stavano cercando di allontanare un capriolo, ma lui non ne voleva sapere di andare via dal giardino.
In quel momento ho capito che alzarmi presto per andare a camminare era stata la scelta giusta.
Avevo bisogno di una stanza tutta per me in cui trovare spazi adatti a riordinare i pensieri pesanti degli ultimi giorni, dove cercare silenzio, concentrazione e, perché no, pace. Ora, sul silenzio magari poteva andarmi meglio, la combriccola a cui mi sono unita (la classe "di arte" di mamma) non si può dire brillasse per mutismo, ma in fondo è andata benissimo così: la compagnia nei giorni no alla fine fa bene, perché ci costringe a relativizzare e a spostare l'attenzione su altro. Ci sarà sempre qualcuno con una disgrazia più grande della tua che ti farà pensare "vabbé dai, che sarà mai".
Oggi l'obiettivo era percorrere parte dell'acquedotto storico di Genova e sicuramente il fatto che ci fossi stata questo inverno in una giornata tanto speciale da rimettermi al mondo, mi ha aiutata parecchio a puntare la sveglia alle sette (e, soprattutto, a scendere da letto).
Quindi, con estrema tranquillità, abbiamo camminato, ci siamo fatti raccontare la storia di quello che incontravamo, abbiamo attraversato ponti, boschi e prati e abbiamo visto un asino, due capre e tre pecore (di cui due agnellini così piccoli da avere ancora il cordone ombelicale appeso alla pancia).
Qualcuno ha raccolto sambuco per i decotti, succhiato il nettare dei gelsomini, mangiato asparagi selvatici e fotografato i fiori di kiwi, io, nel frattempo, ho ripensato ai giochi che facevo da bambina quando mi avventuravo nei boschi. Me ne sono venuti in mente un sacco: il riso al pesto con gli ombelichi di venere, i fischietti con le cime nuove delle canne, le ballerine con i fiori di papaveri, i palloncini con una pianta che non ho mai saputo che nome abbia. Anche allora, come oggi, cercavo una stanza tutta per me.
La stessa forse la cercavano i tre bimbi che ieri hanno partecipato al mio laboratorio: costruendo animali fantastici con materiali di recupero (io mi ero persino portata un vecchissimo libro sulla fauna ligure così mal ridotto che Gabriele, stupito, mi ha detto: "ti consiglio di aggiustare un poco questo tuo libro!") e regalando alle loro creazioni delle piccole luci che le rendessero ancora più speciali. Hanno lavorato quasi due ore con calma, concentrandosi sulle loro idee e lasciando il giusto spazio alla fantasia, rispettandone ogni aspetto, anche se bizzarro.
Dovremmo farlo tutti, ogni tanto, perché ogni volta che rispettiamo qualcosa ci rendiamo felici.

domenica 10 maggio 2015

Easy like sunday morning

Si capisce già dal titolo: oggi è domenica.
Ed è ormai da un po' di tempo che mi ritrovo a scrivere qui sul blog in questo giorno della settimana. Vuoi perché nelle ore feriali sono sempre incasinata e presa dai post che devo curare per lavoro, vuoi perché i momenti migliori, quelli più tranquilli e intimi, li conservo per i week end...alla fine va sempre così.
A proposito di settimane complicate, ne sta finendo una mica male, per lasciare spazio alla prossima che sarà anche peggio. Ma, tutto sommato, sembra facile.
Inaspettatamente è stato facile andare a Ferrara in giornata, svegliarsi all'alba, ritornare nella notte, con quattro cambi di treno (di cui uno saltato magicamente come solo Trenitalia sa fare) e una presentazione importante, andata liscia come l'olio tra applausi, sorrisi e tortelli alla zucca. E' stato facile svegliarsi presto ieri mattina per costruire un mazzo di fiori dei miei, questi qui, che volevo regalare ad un'amica di mamma in piena inaugurazione di una nuova avventura. E' stato facile, anzi facilissimo, alzarsi questa mattina, infilare tuta e scarpe da ginnastica e perdersi tra le felci e il cielo azzurro. Per la Festa della Mamma, siamo andate a pranzo al Forte Geremia, un posto che io non ero ancora riuscita a vedere e di cui mamma mi aveva parlato un sacco, e benissimo. Effettivamente è un incanto, un lungo lumacone addormentato sui prati, ora adibito ad agriturismo e, volendo, a dormitorio, dove si può mangiare nei week end e avvertendo con un po' di anticipo rimanere anche per la notte. Ci siamo sdraiate sull'erba rivolte verso il mare, mentre la città paralizzata aspettava il Giro d'Italia, abbiamo mangiato una grigliata buonissima con le patate al forno e ci siamo fatte raccontare, con mini giretto incorporato, la storia del forte. Poi ci siamo di nuovo allungate sotto al sole e io, come al solito, ho avuto la peggio ustionandomi una gamba e assicurandomi un'abbronzatura a strisce a dir poco imbarazzante. Però è stato tutto facile, scottatura compresa.
Questo fine settimana è stato così facile che è volato in un baleno e io spero tanto che anche i prossimi giorni non siano da meno: ho laboratori sparsi nel raggio di trenta chilometri, da raggiungere con i mezzi nel minor tempo possible, ho week end di lavoro da organizzare, aperitivi cene e compleanni da incastrare, animazioni da studiare, ma tutto sommato mi sembra facile. Non lo so perché, ma è così.
Nel frattempo, per semplificare ancora di più e rendere tranquillo ogni pensiero difficile, condisco le mie giornate con piccoli momenti di felicità, come esaudire ben cinque dei desideri della mia wishlist di qualche tempo fa, in un colpo solo!
- Voglio andare dal parrucchiere e ravvivare il rosso dei capelli [per questo avevo barato e l'avevo esaudito prima ancora di scrivere l'elenco]
- Voglio andare dall'estetista e concedermi qualcosa di più che la solita ceretta
- Voglio ricominciare a correre e fare sport, visto che sono immobile da almeno due settimane
- Voglio comprarmi un costume bello. Ma bello davvero, di quelli che durano due, tre, quattro estati senza diventare molli, scoloriti e tristi (l'avrei pure già individuato, non costasse 90 euro)
- Voglio tornare a cena qui
- Voglio vedere almeno tre mostre: questa, questa e questa
- Voglio riuscire a iscrivermi qui
- Voglio sfruttare l'occasione offerta dall'ultimo desiderio per trascorrere minimo due ore qui dentro (sto già immaginando tutto quello che comprerò)
- Voglio informarmi sul corso di ceramica della parrocchia vicino casa (almeno informarmi, dai)
- Voglio cavalcare l'onda della convalescenza per rallentare e leggere e dedicarmi all'handmade come ho fatto negli ultimi giorni
- Voglio tornare a Bergamo Alta e andare qui, perché l'unica volta che ci sono stata questo splendido negozio era chiuso e soltanto mesi dopo, seguendo per caso su instagram il profilo di MysticFlaminga7, ho scoperto che mi stavo perdendo proprio tra gli stessi vestiti e accessori che avevo intravisto in quella vetrina spenta
- Voglio riuscire a partecipare a un Bookeater Club di Zelda
- Voglio andare al mare e stare con la mia gatta per interi pomeriggi (questa, me ne rendo conto, è un'utopia. Perché devo, seppur poco ahimè, lavorare e perché la mia gatta non passerebbe mai interi pomeriggi con qualcuno)
- Voglio attivare una carta prepagata, pur sapendo che questo mi condurrà brevemente alla morte per stenti
- Voglio programmare un piccolo viaggio
- Voglio andare a un concerto figo
- Voglio ridere assai

Bene, alla Scuola Holden mi sono appena iscritta, all'handmade mi sono dedicata per mezzo weekend, l'estetista mi aspetta martedì mattina, il dopocena lo trascorrerò a sfogliare il (bellissimo) catalogo di Melissa Erboristeria che mi ha mandato Valeria qualche giorno fa, e adesso chiudo il post perché vado a correre. Per ridere assai troverò il modo. Facile. Easy like sunday morning.

sabato 13 settembre 2014

M&M

Io e mamma abbiamo sempre camminato insieme.
Oggi, mentre poco più avanti di noi una bimba arrancava dietro al papà, ci siamo ricordate di quando io, piccolissima, risalivo i sentieri quasi sempre senza lamentarmi.
Scrivo quasi perché resta memorabile quel giorno che domandai, stravolta: "mamma ma muoiono prima le mamme o le bambine?" Mia madre, certamente un po' interdetta, mi rispose "beh, di solito le mamme" e continuò a camminare. Pare che io, dopo aver proseguito in silenzio la lunga marcia, a un certo punto cominciai a piagnucolare, accusandola di avermi mentito.
"In che senso, Elena?"
"Nel senso che ora io sto morendo, ma tu sei ancora viva"
C'è sempre stato grande ottimismo dentro di me e pure una buona dose di consapevole resa, occorre ammetterlo.
Oggi, come tante volte nel passato e come l'anno scorso, abbiamo percorso insieme la Mari e Monti di Arenzano, scegliendo l'itinerario A.
E' andata bene, ci siamo divertite e nemmeno stancate troppo. Pochi gli inconvenienti, se non contiamo il mio solito piede sinistro più mal preso che mai, la pietra che, come si dice da queste parti, "ha fatto lippa" e si è schiantata contro un malleolo di mamma e il primo giorno di ciclo, che mi ha costretta ad acrobazie igieniche non proprio banali.
E' andata bene perché il tempo è stato perfetto, fresco e con poco pochissimo sole in quota, più caldino una volta arrivate quasi in paese. Abbiamo bevuto il tè caldo al rifugio, sgranocchiato mele e pane con la marmellata, risparmiato il fiato chiacchierando il minimo indispensabile e imprecato contro le "comitive spezza passo" (quei gruppi che non sanno cosa sia la fila indiana, che non contemplano l'ipotesi di essere superati, che camminano come se fossero tra gli scaffali del supermercato parlando di detersivi e cibo esotico). Siamo andate piano, tutto sommato, in sei ore, comprese le soste, abbiamo percorso quasi venti chilometri e mille metri di dislivello. Insomma, all'andata si saliva parecchio e io l'avevo già fatta una volta quella strada, senza però arrivare al rifugio e mi era piaciuta da matti.
Al ritorno, in proporzione, il giro si allunga e la discesa, seppur ripida, è meno strong della salita, che resta comunque la mia parte preferita.
Arrivate alla base un panino e una birra non ce li ha tolti nessuno, così come la pizza stasera e al diavolo la dieta senza lieviti e carboidrati!
Mentre la lavatrice con i vestiti di oggi va, e il microonde fa bip per dirci che la nostra tisana è pronta, io ripenso a quando ero piccola e saltellare intorno a mia madre, in montagna, mi pareva la cosa più faticosa e normale del mondo. Come oggi.

venerdì 30 maggio 2014

Passerà anche questa stazione...

Senza far male un par di palle.
Anni fa il titolo del post è stato un sms, scritto dal mio amore mentre perdevo mio padre, rimasto nel telefono per un sacco di tempo, riletto ogni tanto per sorridere e sentirmi ben voluta, anche quando ormai il cuore era altrove.
Oggi penso che di stazioni ne sono passate moltissime, con ritardi, soppressioni e cambi di binario, ma sono passate. E anche questa passerà, forse davvero senza fare (troppo) male. Oppure non è così, forse passerà facendo malissimo, ma sono io stavolta che ho imparato a proteggermi. Sembra che tutto sia più semplice, sembra bastarmi uno spicchio di azzurro dalla finestra del bagno durante la prima pipì del giorno per sentirmi felice, per sentirmi in pace. E pazienza se in questo periodo mi trascino fino alle dieci, fino all'ora della ricarica. Pazienza se prendo peso, se non digerisco, se ho mal di testa, se ho il collo teso. Passerà anche questa stazione. E anche se farà male passerà lo stesso.
L'anno prossimo avrò finito l'assegno di ricerca e chissà a fine maggio cosa farò, chissà se sarò una babysitter, una cameriera, una commessa, una scrittrice, un'animatrice, una fioraia, una barista o una disoccupata. Passerà anche quella difficoltà come sempre e, come sempre, sarò felice e sarò fortunata.
Tutto quello che posso fare ora per rendere il viaggio più semplice, è continuare a difendermi e a proteggermi, da me stessa e da ciò che può rendere incerta la corsa, da quello che ha il potere di rendermi fragile e nuda in mezzo ad un mondo dove spesso non riesco a trovare un posto, un approdo, una stazione. I boschi mi aiuteranno, insieme ai fornelli e alle verdure del sabato, insieme alle fotografie che ormai scatto in ogni dove per fermare un attimo o comporre un momento di colore, insieme al mare che mi chiama sempre più spesso e che è ora di andare a trovare davvero.
Comincio già stasera a sedermi accanto a me, qui in stazione, leggendo un libro nuovo che si intitola Guida rapida agli addii (della Tyler, quasi una garanzia), aspettando la tisana della sera che mamma sta preparando di là in cucina, accovacciandomi in giardino con felpa e pigiama per guardare la gatta che gioca nel buio.


sabato 3 maggio 2014

Paulonia

Il titolo è strano, lo so, ma ho appena scoperto il nome dell'albero nella foto e mi ha fatto subito pensare a un mondo fantastico, una terra lontana nella quale rifugiarmi in cerca di pace e tranquillità.
A Paulonia sto vivendo da qualche giorno, c'ero già stata in passato ma soltanto per una gita fuori porta. Ultimamente ho piantato le tende in questo posto ovattato, fatto di musica preferita, lavoro, passeggiate, pomeriggi ai fornelli, arte, pagine, lana, tisane, stoffe colorate e bimbi che sorridono.
Sta terminando la serie di festività, arrivate una dietro l'altra, suddivise tra giorni di pioggia seria e sole caldissimo, tra parchi illuminati e mostre surreali, tra feste di primavera e corse al tramonto.
Oggi ho camminato per quasi tutta la mattina, ho spedito Belty, il coniglio per il famoso progetto Sollevalamenteconlemanidelcuore e mi sono lasciata coccolare dal mio mare e dal mio mondo verde.
Stasera turno Altrove, gli amici sono tutti lontani e io ne approfitterò per stare nel silenzio dei pensieri, senza fretta, senza affanni, pronta alla domenica di sole che mi aspetta sui forti. Domattina è prevista l'uscita del corso di fotografia e io sono felice di poter guardare, per tutto il giorno, all'interno di un obiettivo in totale isolamento. Che poi si parla eh, eccome, e ci si diverte pure, ma gli esercizi di concentrazione solitaria sono quelli che ultimamente mi danno maggiore soddisfazione.
Ieri sera ho visto un film con mamma, Ida, la storia di una giovane polacca in procinto di prendere i voti e farsi suora. E' un racconto di ricerca, in bianco e nero, con pochi dialoghi, poca musica e un'attenzione per inquadrature e fotografia davvero eccezionale. Una cosa bella che si è aggiunta alle altre, ai fiori giganti che nascono in ufficio, ai sorrisi meravigliosi dei bimbi che amo, alle nuove avventure in cui mi butto inaspettatamente a capofitto e dalle quali come sempre riesco a trarre qualcosa di buono mantenendo la giusta distanza (Instagram e un'idea formativa per il futuro, per ora, sono tra quelle).
Quindi questa è la mia Paulonia, dove nessuno può entrare e dove devo stare attenta a non trovarmi troppo bene perché rischio di non tornare più.

domenica 9 marzo 2014

Speed of silence


Mercoledì 5 marzo, sera.

Quassù c'è il sole, di quello che brucia gli occhi anche con gli occhiali.
Queste montagne non le conosco, non hanno la punta, sono spaccate con l'ascia come pezzi di legno. Anche i colori sono diversi, roccia rossa nelle valli basse, grigia sempre più chiara man mano che si sale. Oggi abbiamo camminato e pedalato, ognuno con i suoi tempi e i suoi silenzi, in mezzo a un'enorme quantità di neve, di abeti e di luce.
A un certo punto ho anche visto uno scoiattolo, piccolo, scuro, con i peletti a punta sulle orecchie, che saltando veloce attraversava un pianoro e si arrampicava svelto, non senza soffermarsi un poco a guardare, pure lui, quella strana bici dalle grandi gomme. Siamo rossi, gialli, grigi e azzurri, ci muoviamo con poca fatica e mangiamo tantissimo. Salumi, formaggi, selvaggina, polenta, vino e dolci come se non ci fosse un domani, qualcuno dimagrirà e qualcuno prenderà peso, non ho dubbi su chi ingrasserà.
Ho visto alberi contro il sole oggi, neve illuminata da mille cristalli, licheni caduti dai rami, pipì gialle su sentieri bianchissimi, pale piantate accanto alle baite, tetti ricoperti più di quanto si possa immaginare, slitte veloci e molestissime (almeno per me), cani felici, orme piccole e tracce grandi, fiumi nel bosco, vette accese, nonni e nipoti insieme sul bob.
Ho usato le racchette e i miei scarponi nuovi, ho cercato inutilmente di abbronzarmi e mangiato la torta di ricotta più buona del reame. Ho sudato tanto da puzzare come mai nella vita, mi sono sciolta sotto una doccia bollente e cenato con i miei primi canederli in brodo. Ho conosciuto alberi che avevo solo sentito nominare per anni, ho camminato sotto la luna cercando caldo per le mani, ho attraversato un ponte illuminato sul fiume avvolto nel buio, ho schivato il ghiaccio e ho pensato alla cena trentina per gli amici.
Vivo in modo strano queste camminate, davanti ho i passi di sempre, ma intorno è tutto nuovo.
E pure io un po' lo sono, disabituata al viaggio, a regalarmi un piacere, a pensare a me e solo a me. Ieri al Muse, posto meraviglioso che desideravo visitare da mesi, mi sono sentita persa, persa tra le cose che amo e che non so se avrò mai il coraggio di inseguire davvero, persa tra scolaresche e bimbi curiosi, tra borracce, lepri impagliate e colate di neve, persa tra caschi di banane, pesci blu e poiane appese, persa tra le possibilità che presto o tardi sarò costretta a guardare in faccia.
Quindi adesso, mentre Andrea è andato a prendere l'acqua in camera e io scrivo nel salotto del garnì che ci ospita ascoltando Speed of sound e scrivendo questo post, chiudo gli occhi e mi sento bene, non potrebbe essere altrimenti.

P.S: E' ovvio che questo post sia un QB, qualcosa di bello. Ma non è tutto oro quel che luccica giusto? Mezza schiena incriccata, un'oretta abbondante di paura ad ascoltare il rumore più spaventoso del mondo, una crisi isterica d'alta quota, la febbre da sole del ritorno...QB, qualcosa di brutto.
Poi però ho visto i mufloni, femmine brune che saltavano la staccionata come le pecore che si contano prima di dormire, controllate dal maschio e felici nel loro bosco. E tutto si è fatto bellissimo.

domenica 1 dicembre 2013

A forza di essere vento

Fino a due minuti fa Agata sonnecchiava sulle mie ginocchia. Sono da mamma, è domenica, primo giorno dell'ultimo mese. Da ieri c'è un vento che porta via, sono uscita pochissimo questo fine settimana, reduce dalla febbre ho preferito riposare. L'idea, per questo pomeriggio alle porte, è scrivere un po' di tesi...come al solito mille altre cose prendono il sopravvento sui buoni propositi e persino il post su ilmareingiardino ha la precedenza.
Ho male al collo, forte. Mi spavento, soprattutto la sera, ma mi aggrappo al briciolo di razionalità che mi resta dopo il tramonto per non andare in paranoia, così il sonno anche questa volta non è mancato e sono riuscita a dormire a lungo. Ho sognato un fiume, una ragazza straniera con i riccioli biondi, una casa che non conosco, un affetto che non ho più e, soprattutto, ho sognato alberi. Mi sembravano cercis siliquastrum, dalle foglie, ma non ci giurerei. Ricordo che stavo lì, sulla spiaggetta di ciottoli vicino all'acqua che scorreva veloce e cercavo di fotografare grappoli di rami in controluce. Il cellulare faceva cilecca e ogni volta che scattavo le foglie del mio albero avevano cambiato colore, prima tutte rosa, poi verdi e viola, poi rosse, gialle, fucsia e azzurre. Parevano palloncini colorati, forse lo erano, ed è buffo, pensandoci adesso, che abbia sognato l'albero di Giuda (detto anche albero dell'amore) così pieno di sfumature, con le sue foglie cuoriformi ognuna di un colore diverso, a seconda del vento.
Un vento che in questi giorni, come si diceva all'inizio, è forte, è freddo, alza la superficie del mare come fosse un torrente veloce e non rallenta mai.
Ho iniziato un libro nuovo, Verde Brillante s'intitola, e come sottotitolo ha "Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale". Per ora mi piace, un punto di vista nuovo su quello che ho sempre sostenuto, senza saperlo davvero. Io non sono vegana e neppure vegetariana. Le attenzioni alimentari che ho (a parte il delirio di diete e intolleranze degli ultimi mesi) sono sempre state accorgimenti di stampo egoista: non evito il pollo perché "povero pollo", né scelgo la carne di provenienza certa (= del contadino dietro casa o dell'allevatore che conosco) perché "povero vitello", prendo queste decisioni principalmente per la mia salute e per quella del pianeta in generale. Ho la fortuna di poter comprare le uova bio (e per bio intendo dei ragazzi del gas a cui mamma ordina le verdure) o, addirittura, di averle gratis dalle galline di mio zio. Sono privilegiata a potermi permettere una fettina di carne buona, allevata allo stato brado e non gonfia di ormoni, piena di coloranti e proveniente da un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione. Certo che ho a cuore cosa sente una mucca, cosa pensa un maiale, cosa provano un pulcino, una scrofa, un agnello e un fagiano, ma non sono così coerente nella vita, non faccio abbastanza attenzione, tutti i giorni, ai vestiti che compro (spesso confezionati dalle mani di un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione), agli oggetti con cui arredo casa, alle piccole scelte quotidiane che purtroppo non sempre sono all'altezza del mio predicare bene.
Nel libro che sto leggendo per ora sono arrivata al capitolo sulla vista delle piante, uno dei molti sensi che queste meraviglie naturali hanno a disposizione. Oltre alla vista hanno anche i quattro sensi rimasti, come li abbiamo noi, più un'infinità di altri, indispensabili per svilupparsi, crescere e lottare non avendo la possibilità di muoversi, spostarsi e fuggire. Le piante non sono mica così stupide da concentrare quasi tutti gli organi di senso in un solo punto, il medesimo punto dove sta il centro di controllo di questi stessi organi...chi mai lo farebbe? L'uomo, per esempio (e molti altri animali). Nella testa noi teniamo le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi e il cervello: bastano dunque una sprangata, una zuccata seria, un cancro, una bella meningite e via, tanti saluti. Se invece, io pianta, incontro un ruminante di passaggio, magari pure parecchio affamato, che mi mangiucchia tutto il verde...probabilmente non morirò, anzi, ricrescerò ancora più rigogliosa. E quindi, nelle mie idee alimentari e non, nelle decisioni che io mammifero onnivoro e comodo prendo ogni giorno, per ora preferisco mettere insieme l'acquisto di carta ecologica all'assenza di carne avicola dal mio piatto (per lo meno finché non troverò un rivenditore che mi farà ricredere), unire la scelta di detersivi biologici alla spina a quella di acquistare olio e riso da cascine familiari con un concetto etico di produzione e distribuzione, affiancare l'abitudine di comprare pasta, caffè e cioccolata da organizzazioni eque e con una storia critica alle spalle al tentativo di privilegiare frutta e verdura a Km 0, vino buono da "niente mal di testa", spesa al mercato con poco imballaggio piuttosto che al super. Perchè in qualche modo sento che la mia impronta ecologica, sicuramente pesante e dannosa, può alleggerirsi un poco se il mio pensiero ha una partenza ampia, un abbraccio grande, seppur costruito su gesti piccolissimi, scelte minime e quotidiane, istinti verdi arrivati pian piano, crescendo.
Poi però sono mortale, mangio sushi se mi va, compro magliette economiche per la vita di tutti i giorni, ho un cellulare e un computer Samsung e lo shampoo proprio no, non riesco a comprarlo biologico perché mi fa sembrare i capelli uno sputo di mucca.
E' diventato un post impegnato, volevo solo scrivere qualcosa su questo libro piccolo, in carta riciclata, che mi porterò dietro per un po' e che mi fa volere più bene a un geranio che a un picchio. Forse, però, il fatto che mi abbia svegliato tante riflessioni, di domenica, a stomaco vuoto, è già un buon segno.

venerdì 18 ottobre 2013

La rossa

Serata da blogger, oggi. Un nuovo progetto che è ancora presto per parlarne, gli occhi che bruciano e il cuore risollevato da un pomeriggio fertile per la mia autostima. Conferenza su parte del lavoro che sto svolgendo in Università andata bene, meglio del previsto, non tanto per il successo avuto quanto per le conferme circa l'esattezza delle analisi che faccio, arrivate come un fulmine al ciel sereno dalla presentazione dopo la mia. E c'è persino la possibilità che io abbia accesso a quei dati per confrontarli con i miei e inserirli in tesi...incredibile.
Ma non è di questo che voglio scrivere, né del Festival in arrivo, né delle grandi scadenze vicine in maniera inversamente proporzionale al tempo che ho a disposizione per organizzarmi.
Stasera, prima di rannicchiarmi sotto al piumone, voglio raccontare la domenica che ho trascorso ormai quasi una settimana fa. Non è successo nulla in particolare per la verità, ma ho vissuto una serie di piccole situazioni che sembravano simboleggiare il mio percorso.
Alzata presto con mamma ho infilato le scarpe da trekking, la felpa verde e siamo uscite di casa, direzione Marcia delle Lische. Questa camminata amatoriale, organizzata tutti gli anni nell'infame stagione autunnale (che peraltro io amo moltissimo!), si snoda lungo una serie di sentieri che conosco e che frequento, non troppo di rado, con Andrea.
La salita verso la Baiarda, le Lische Basse e quelle Alte, i Piani di Pra', sono tutti luoghi dei quali in qualche modo ho parlato anche qui. Le volte che avete trovato alberi, terra rossa, mantidi religiose, piedi che camminano silenziosi davanti ai miei, spesso si trattava proprio di quei posti.
Quindi, l'altra mattina mi sono preparata per una salita, a modo mio, con un po' di entusiasmo e con il pessimismo che mi contraddistingue piantato su quelle nuvole nere a cappello sui sentieri.
Colazione, iscrizione e marcia. Appena partite tappa dagli zii, un caffè al volo, due parole sul tempo in peggioramento e via di nuovo, io e mamma da sole. Da questo momento in poi solo qualche battuta ogni tanto, il fiato risparmiato per il cammino, la sosta al ristoro alla ricerca di acqua e cioccolata, la strada che diventa sentiero e si fa più ripida. Io davanti e lei dietro, i ruoli invertiti rispetto alle mie abitudini "di montagna". La via ogni tanto si interrompe per attendere, accanto a cespugli freschi di taglio che mi pare di riconoscere uno ad uno, sulla vetta sembra che piova e noi optiamo per il percorso intermedio, "la rossa", sperando di scansare aria, acqua e risparmiarci qualche difficoltà.
Ed è in mezzo all'erica di due colori che il vento mi porta una voce: io lo so che è la sua perché mai la confonderei, ma non si vede nessuno all'orizzonte. Basta camminare ancora un poco, svoltare la curva e Andrea è lì di vedetta, che controlla, davanti al mare lontano, che nessuno si perda imboccando una via sbagliata. Un sorriso, anche due, le battute del cacciatore di compagnia e il braccio che si tende, mi dice dove la mia strada si staccherà dal percorso lungo e mi indica il vento sulla pala eolica, fa freddo laggiù.
Da qui in poi è discesa, la mamma mi saltella dietro, io trovo una mantide religiosa senza testa (la prima!) e penso al prezzo salato che si paga a volte per amare qualcuno. Mi sento felice e realizzo in un attimo quanto quella mattina somigli alla mia vita, fatta di preparazioni, salite, piccole soste veloci, previsioni, cambi di programma, rinunce. E' la vita di tutti, no?
Ancora qualche chilometro e ricomincio a riconoscere i posti, stiamo arrivando all'ingresso del sentiero per la Baiarda nel verso in cui lo imbocco io di solito, la polenta calda e il vino rosso sono vicini e solo il cielo sa quanto ci facciano piacere in mezzo a quel freddo polare. Andrea aveva ragione, la pala diceva "vento" e lui, come da un sacco di tempo ormai, a modo suo, mi ha indicato la strada. Mettendoci un sorriso.

mercoledì 5 giugno 2013

Il potere lenitivo dei boschi

"Talvolta sento l'irrefrenable desiderio di venire in un bosco di montagna proprio quando la testa è piena di pensieri, quei pensieri che ti incatenano alla gelosia, al timore di perdere tutto, baracca e burattini; pensieri litigiosi, cannibali, il lago nero è solcato da vento forte. Toccando le cortecce farinose che si sbriciolano appena le sfiori, inspirando profondamente l'odore delle resine, e ancora scandagliando le geometrie delle fronde che si espandono ovunque tranne verso altri tronchi cresciuti magari a pochi centimetri, fra rocce basaltiche, resti di tronchi esplosi e corrosi dai funghi agarici, arancioni, comprendo, nel manifestarsi del "miracolo", il potere lenitivo dei boschi. Annullano il peso del passato, lo prosciugano, lasciano respirare e sudare in un presente storico dove tutto, o quasi, potrebbe accadere. Inizi a discernere, razionalmente, qanto in te, nel tuo turbinio di pensieri, sia frutto di disgrazie e quanto di scelte consapevoli condotte fino alle (eventuali) estreme conseguenze. Quanto sia stato causato da decisioni non prese, da rinunce, da ritiri preventivi, da fughe se preferite chiamarle in questo modo, o da errori. Queste distinte radici sono profonde e coesistono in noi, dovremmo avere la capacità di distinguerle, come se fossero di dolore e sostanza diversi, ma spesso si presentano aggrovigliate, fuse, annodate in modo così stretto da sembrare un'unica materia penitente, un dolore che ci sussulta nel petto, o nella testa, troncando il futuro. Nei boschi l'anima trova nuova luce, e ci viene concesso di individuare nuove scelte, libere e giuste, di scartare le paure e le fregature di ordine psicologico. Anche l'orgoglio si riduce sensibilmente, anzi ci appare - dentro questo ordinario bosco di alberi che corrono verso il cielo immersi nella penombra - un bagaglio inutilmente pesante che può essere abbandonato all'ingresso della selva. Il futuro riacquista valore, il passato si emargina, e si prosegue senza fretta, senza la furia di dover arrivare per conquistare il punto, è il camminare che rappresenta l'unità di misura utile, la nostra via, prima ancora di tutto il resto"

Tiziano Fratus, Il manuale del perfetto cercatore d'alberi.

domenica 8 agosto 2010

Animator non porta pena


Ci sono tornata.
Ho trascorso di nuovo dieci giorni con i ragazzi del Campo Avventura WWF.
Solo una questione economica mi dicevo, quando pensavo di ritrovare una ventina di piccoli Snorky-Arrampicatori, inesperti, spaventati, con la voglia costante di sentire la mamma e sempre alla ricerca di attenzioni o conferme.
Non è andata così questa volta.
Il posto era lo stesso, diversi i colleghi, uguali le gite e le promesse fatte alle famiglie.
Sapevo che avrei trovato spazio per me, che sarei riuscita, nonostante la fatica e la responsabilità, a rilassarmi e a pensare come prendermi cura dei miei bisogni.
In pochi momenti però ho dovuto ritirarmi per stare bene, in mezzo ai ragazzi, infatti, mi sono ritrovata e letteralmente divertita. Ho avuto la fortuna di essere circondata da ventidue pre-adolescenti (terribile definizione) che sapevano scherzare in modo adulto, che si accorgevano dei loro errori, che chiedevano scusa per le mancanze di rispetto e addirittura per le disattenzioni. Certo non tutti erano così, alcuni più disobbedienti, altri semplicemente più distanti da me, molti capaci di strapparmi un sorriso improvviso, di scaldarmi con un abbraccio.
Spaventosa la loro precocità, quello sì, bruciavano tutto, non avevano sogni, poche le emozioni e raro lo stupore nei loro occhi. Sapevano in anticipo cosa avrebbero visto? Avevano già visitato quei posti? No, solo si lasciavano trasportare dalle giornate, chiedevano cosa avrebbero mangiato, si lamentavano per le troppe passeggiate, domandavano le stesse cose centinaia di volte.
Però erano speciali, infatti ho imparato i loro nomi in pochissimo tempo, forse perché quasi tutti avevano una personalità ben definita, delle precise caratteristiche che distinguevano perfettamente gli uni dagli altri.
Le serate a ricordare il “coprifuoco”, a gridare “Tutti nelle proprie stanze!”, ad ascoltare le chiacchiere e le paure delle ragazze, a fare brindisi per le sorprese della vita arrivate per la prima volta proprio in questo campo.
E’ stato difficile gestirli perché i compiti di noi animatrici erano anche, o soprattutto, intrattenerli, preparare attività, fare didattica e organizzare giochi di gruppo…ma le loro battute, i soprannomi affettuosi, le richieste di aiuto e le ricerche di un consiglio hanno ripagato le fatiche, sostituendo nei miei ricordi le cene cucinate in pochissimo tempo, le pulizie, i sentieri duri e i pensieri tragici sul futuro che non c’è.
Devo ringraziarli tutti questi ragazzi, compresi i più difficili, devo augurare loro di cambiare obiettivo, di guardare maggiormente la loro condizione di bimbi e non correre per forza incontro alla vita. Devo ricordare a quelle minigonne che sono bellissime anche in pigiama e a quei cappellini con la visiera storta che sono forti anche senza parolacce.
Devo ripetere a me stessa che ho fatto bene, nonostante tutto, a tornare da loro, a conoscere amici nuovi con cui chiacchierare davanti a una birra e a osservare dieci giorni di crescita di un gruppo di ragazzini preziosi.

giovedì 1 luglio 2010

Ventiquattro Piccoli Snorky-Arrampicatori


Tornata ieri sera dal mio primo campo WWF. Tu fai il corso, diventi educatore ambientale, vai anche al seminario, ma non sai che incontrerai loro, Ventiquattro Piccoli Snorky-Arrampicatori. Arrivano spaesati, ben vestiti, qualcuno già triste, qualcuno un pò casinista...ma vanno via tutti con gli stessi sorrisi, gli stessi pantaloncini sporchi, le stesse ginocchia sbucciate, gli stessi capelli schiariti dal sole.
Dieci giorni di escursioni sotto al sole, di visite alle Cinque Terre, di bagni a Bonassola, di Snorkeling a Monterosso e Vernazza, di immersioni con le bombole a Framura, di cacce al Tesoro, di partite di calcio contro i ragazzi della zona.
Però ci sono anche dieci giorni di nostalgie, di febbri a 39, di spine di riccio sotto i piedi, di cene e pranzi da preparare, di salite, rovi, capricci...
Non ho ancora capito se ne vale la pena, ripenso alla consapevolezza di alcuni, alla distrazione di altri, alle paure di altri ancora, alla maleducazione di pochi e ai sorrisi di molti e credo che siano cose su cui mi farebbe bene riflettere.
Dopo tutto sono i bimbi di fine secolo, quelli venuti dopo di me, che hanno conosciuto poca campagna e tanta Nintendo DS, che scappano davanti a un coleottero ma sono iscritti a un campo WWF, che hanno l'istinto di strappare i fiori ma se gliela spieghi fanno la raccolta differenziata.
Intanto, almeno per me, sono stati dieci giorni senza somatizzazioni, con la mente assorbita dalle esigenze dei Ventiquattro Piccoli Snorky-Arrampicatori, senza internet e con poco campo per il telefono, divisa tra passeggiate nella macchia mediterranea piena di profumi e nuotate nel mare di Liguria.
Ancora qualche giorno per pensare e poi si decide...ne faccio un altro?