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domenica 24 marzo 2024

Un, due, tre... stai là!

 


Musica

Qualche anno fa ho scoperto, con non poco stupore, che il gioco Un, due, tre…stella! si chiama, in realtà, Un due tre…stai là!
Non so se sia vero e, comunque, non è questo il punto.
Il punto è che quello che mi fa venire in mente il titolo inaspettato corrisponde, più o meno, a come ho vissuto negli ultimi mesi.


Ieri erano cinque anni che è morta la Maria e, finalmente, mi sembrano trascorsi 5 anni.
Non è successo tre anni fa, nemmeno l'anno scorso, neppure ieri.
è successo cinque anni fa.


Dall’ultimo post su questo argomento a oggi sono cambiate un'infinità di cose nella mia vita, eppure, da fuori, probabilmente sembra solo che io stia giocando a uno due tre stai là.
Ferma tra un passo e l'altro.

Forse è proprio questo che ho fatto per un anno: un gioco in cui ho concentrato tantissimo di me in pochi scatti e poi mi sono immobilizzata a riprendere fiato. Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.

Come? Ascoltando.
- La paura, lasciandola entrare e invitandola, dolcemente, a uscire. Come fosse un bambino che deve imparare, pian piano, a dormire da solo nella sua stanza.
Il corpo, dandogli lo spazio che nella mia vita non ha (quasi) mai avuto, regalandogli sonni tanto lunghi quanto inediti su questi schermi, pur proponendogli sveglie molto più anticipate del consueto, per dargli l’opportunità di muoversi.
La tristezza, quella pura, spontanea, di tutti i giorni, concedendole finalmente di uscire con un mezzo banale, ma chiuso in garage da secoli: il pianto. A dirotto, nei luoghi più disparati, nei momenti più inopportuni.
La speranza, permettendole semplicemente di esistere, dopo averla dimenticata per scaramanzia in un cassetto, pieno di cose verdi, di progetti, di idee, ancora lontani nel tempo e nello spazio, ma pur sempre immaginabili e perché no, magari pure possibili.

Poi ci sono cose che, piuttosto di recente, si sono timidamente affacciate nella mia vita per diventare, via via, parte integrante delle giornate e, in alcuni casi, addirittura parte imprescindibile.
Cose che mi fanno percepire lo stare, come un esserci in maniera autentica.
Mi ritrovo, per esempio, a compiere movimenti semplici tipo aprire un cassetto e rendermi perfettamente conto di quello che sto facendo. Come se andasse tutto a rallentatore, come se i sensi fossero amplificati e non semplicemente iper vigili (quella è la mia condizione base di allerta, che, per ora, non ha intenzione di abbandonarmi).

Tutte queste cose nuove hanno, credo, una base comune: il tempo.
Mi sono sempre lamentata, negli ultimi anni forse ancora più che in passato, della mancanza di tempo a disposizione per fare, scoprire, imparare, riposare. Quando scrivo lamentata intendo, in verità, resa conto, perché, in fondo in fondo, l’ho sempre saputo che, nella condizione privilegiata in cui vivo, il tempo, volendo, ci sarebbe.
Ho quindi deciso di andarlo a cercare, questo benedetto tempo, per riempirlo e svuotarlo ogni giorno.

Per avere tempo occorre togliere tempo, questa è la prima cosa che ho capito. Sembrerà banale, e forse lo è, ma in una giornata di 24 ore, in cui il lavoro ne occupa 9, a volte anche 10, le restanti 15 devono essere suddivise, almeno, in tempo per dormire e tempo per mangiare.
Posso ormai dire di conoscermi e so che per stare bene ho bisogno di 7 ore di sonno, quindi ecco che le ore disponibili diventano, magicamente, 9.

Da agosto sono seguita da una nutrizionista per una serie di problemi digestivi e metabolici ormai non più ignorabili e il mio rapporto con il cibo ha dovuto per forza cambiare. Le quantità sono pressoché rimaste invariate, la qualità, invece, è stata stravolta.
Per me che non mangio praticamente più carne, perdere i legumi è stato un trauma.
Il colesterolo ballerino non mi permette di abbondare con uova e formaggi e, così, mi resta il pesce a cadenza molto più frequente del passato. Ma come si cuoce il pesce? Come posso prepare il tofu e il tempeh affinché non mi sembri di mangiare l’imballo dei pacchi di Amazon? Come si concilia l’amore per la cucina, intesa proprio come gesto del cucinare, con una variazione così decisa delle mie abitudini? E come si riesce a preparare per due tenendo conto delle esigenze e dei gusti dell’altra persona? Rispondere a tutte queste domande ha richiesto impegno, ma è così che sono nati il menu e la spesa settimanali: per risparmiare tempo e dedicare alla cucina non più di un’ora al giorno.

Rimangono 8 ore che, per metà dell’anno, diventano 6 perché gli spostamenti casa-lab sono molto più lunghi, ma non importa: in quel tempo posso leggere, ascoltare podcast, guardare video (magari, in futuro, potrei pure dedicare un post anche a queste cose).

Tutto il tempo che rimane lo dedico, a
- lo yoga, possibilmente alle 7 di mattina. A parte il trauma della prima volta, ormai due volte a settimana mi sveglio alle 6, mangio un paio di biscotti ed esco. Faccio sempre la stessa strada, di solito con la musica nelle orecchie, mentre il corpo riparte e la testa si preparano a otto ore di pc. Per iniziare questa nuova abitudine ho parallelamente cominciato ad andare a letto prima: se il giorno dopo devo alzarmi alle 6, alle 22.30 sono già sotto le coperte.
- l’EMDR, un’ora a settimana, dove smonto tutto quello che mi è successo negli ultimi 42 anni e sistemo, pazientemente, i danni.
- la cura della mia persona e della casa, perché tutt* ci laviamo, facciamo il bucato, cambiamo le lenzuola…
- la famiglia, che essendo composta da due esseri viventi (piante escluse) oltre a me, è molto facile da gestire: bastano un divano, una coperta, una manciata di crocchette, una serie TV, un argomento interessante di cui parlare, il bisogno di sentirsi vicini.

Ma quindi, il titolo del post e la ricorrenza in cui ho deciso di pubblicarlo, cosa c’èntrano con tutta questa pappardella sul tempo?
La spiegazione sta nella frase che ho scritto poco più su:
Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.
Nel quinto anno dalla morte di mia madre posso, forse, sussurrare che ho ricominciato a vivere bene. Per farcela ho dovuto stravolgere tutto, cambiare modo di stare al mondo, utilizzare il tempo con criterio, come se fossi in una casa di cura in cui ogni momento è funzionale al recupero.

Ci sono aspetti di cui vado particolamente fiera e altri che mi appesantiscono ancora, come il senso di colpa quando mi accorgo che la penso meno (faccio persino fatica a scriverlo senza sentire dolore).
Ma, dopotutto, è così, la penso meno e la penso meglio.
La ricordo viva e mi manca più di prima, più di quando rimpiangevo uno scheletro calvo e terrorizzato, perché era l’unica immagine che ricordavo di lei, l’unica che tornava a tormentarmi giorno e notte, qualsiasi cosa facessi per non pensarci.
Ora non è più così, ora è i fiori di Vesima che aspettano l’estate, è la pelle delle sue guance sempre fresche, è la sagoma storta che mi cammina davanti spedita, è la bottiglia di vino lasciata sul tavolo in cucina, è la battuta giusta al momento giusto, è il sorriso enorme e contagioso, è l’ascolto silenzioso, sempre e comunque.

Ora è finalmente, di nuovo, la Maria.

Quindi eccoci qui, il post è finito e ora schiaccio il tasto pubblica, direttamente dal suo giardino, in una bellissima giornata di primavera, come quella di cinque anni fa.

mercoledì 22 marzo 2023

Conchiglie

 


Musica.

C'è stato un tempo in cui scrivevo i post di getto, aprivo il pc e non mi fermavo finché non avevo finito di buttare fuori tutto.

Ora non è più così: a parte in rari casi, inizio ad appuntare idee, pensieri e sensazioni sul mio fidato quaderno o, se non ho nulla dove scrivere, cerco di tenere a mente quello che voglio dire, sperando di non dimenticarlo, di non perdere il filo, di non rovinare quell'atmosfera che mi ha risvegliato il bisogno di scrivere qui.

Oggi parlerò, anzi scriverò, di conchiglie.

Il primo momento in cui questo post ha fatto capolino è stato nelle vacanze di Natale, quando, un pomeriggio, ho scoperto la musica di Andrea Laszlo De Simone. 
Non lo avevo mai sentito nominare, né ascoltato, non ricordo nemmeno come sia successo, probabilmente per caso, grazie all'algoritmo di Spotify che nel mio caso deve essere tarato sulla parola nostalgia.

Quindi, dicevamo, ho esplorato la produzione musicale di questo autore e me ne sono innamorata. In particolare del pezzo che ho messo quassù, in apertura, una canzone per me bellissima, che sento tanto mia e che, alla Maria, sono certa sarebbe piaciuta tantissimo.

Domani sono quattro anni che la mia mamma non c'è più, che la conchiglia da cui sono nata "è sparsa sulla sabbia", chissà dove.

Nelle ultime settimane ho provato a ricordare le conchiglie "incontrate" nella mia vita e, appena ho dato un'occhiata nel cassetto della memoria, hanno cominciato a succedere cose, tante cose:

La profezia del Paguro
Da bambina andavo spesso a Sestri Levante con mamma, a volte persino in campeggio. Papà non viaggiava mai con noi, quindi, per la maggior parte del tempo, eravamo solo io e lei. Le prime conchiglie che io abbia mai visto, da buona ligure, sono quelle dei paguri. Trascorrevo mattinate intere china con la maschera a pelo d'acqua nella Baia del Silenzio per avvistarli e osservarli mentre si muovevano, lentamente, nella sabbia. Ricordo che pensavo "quanta strada riescono a fare, alla fine, con quel peso sulla schiena!".
Che profezia.
A Sestri Levante un giorno riuscii anche a convincere mia madre a comprarmi una conchiglia liscissima e piena di puntini da una bancarella sul lungomare, volevo portarla a casa con noi per posarla accanto al "telefono del mare".

Il telefono del mare
Questa enorme conchiglia era di mio padre e la conservava da quando era bambino. Aveva un sacco di punte laterali, era ruvida e segnata dal tempo, ma, soprattutto, accostandola all'orecchio, si poteva sentire il rumore del mare. Quante volte l'ho presa in mano come una cornetta temendo mi cadesse, ora non so nemmeno più dove sia, chissà.

Le conchiglie gialle della Bretagna
L'estate che la Maria cominciò a stare male noi eravamo in vacanza in Bretagna. Di quella settimana ricordo l'angoscia, che non mi lasciava mai, che ritrovavo di fronte alla bassa marea, alle pietre arrotondate dal vento, ai messaggi su Messenger in cui leggevo la sofferenza, ancora senza nome, di mamma. Camminavo sulla spiaggia, tra le barche adagiate su un fianco, indossavo la mia amata giacca gialla e, ovunque, c'erano minuscole conchiglie, gialle come me, posate sulla sabbia umida. Sembravano monete, sembravano fiori. Erano tantissime e, qualcuna, tornò a Genova, per finire in un barattolino di vetro da mostrare alla Maria.

Da qui, cominciano a succedere cose.

Mentre nella mia testa iniziava a prendere forma questo post, una sera di Gennaio trascorsa sul divano a guardare serie TV, abbiamo sentito scivolare qualcosa in bagno e poi, un fracasso allucinante seguito da un tintinnio infinito. Pensando che Agata avesse combinato un guaio, ci siamo alzati e abbiamo trovato il barattolino di vetro dentro il bidet. Un quadretto era scivolato spingendo il barattolo, che era caduto dalla mensola, aveva colpito il bidet (scheggiandone pure il bordo) e aveva sparato conchiglie gialle ovunque, anche nella lettiera di Bibbi, che si sarebbe ritrovata, per qualche ora, a fare i suoi bisogni su una spiaggia bretone.

L'idea del post, a questo punto, si era fatta, nella mia testa, sempre più concreta, ma ancora l'avevo tenuta per me.
Fino a un paio di settimane seguenti.

Dopo aver raccolto le poche conchiglie intere rimaste, le abbiamo messe in un altro barattolino di vetro, questa volta sulla libreria della sala, lontano da oggetti che potessero colpire il contenitore.
Una sera, mentre cucinavamo insieme, abbiamo sentito scivolare qualcosa in soggiorno e poi, un fracasso allucinante seguito da un tintinnio infinito. Pensando che Agata avesse combinato un guaio, ci siamo alzati e abbiamo trovato il barattolino di vetro a terra, in mille pezzi. Un libro era scivolato dalla mensola più alta dello scaffale, cadendo dritto sul barattolo, che era volato giù, sul parquet, sparando di nuovo conchiglie gialle ovunque (si allega testimonianza fotografica a inizio post).

A quel punto non ce l'ho fatta più e ho raccontato ad Andrea tutta la storia che mi stava nascendo dentro e che, evidentemente, aveva bisogno di uscire fuori, in qualche modo.

Ci siamo messi a pulire ascoltando la canzone di Laszlo De Simone, a me veniva un poco da piangere, ma mai quanto, al termine della canzone, il mitico algoritmo di Spotify ha deciso di riprodurre questa. Ci siamo guardati increduli, Andrea mi ha proposto di traslocare e poi mi ha abbracciato.

Inutile dirvi che il giorno dopo ho scoperto che Marcel the Shellun film di animazione che stavo inseguendo da un po', era uscito a Genova, tanto ormai si è capito come sta andando questa avventura.
La mia.

P.S. Vi lascio con il video originale di Conchiglie che, per me, è bellissimo e pieno di significato. La versione della canzone è un po' diversa da quella in apertura del post, ma non fa niente.







martedì 27 dicembre 2022

Light Years

Musica

Questo post ha diversi "colpevoli".

La prima, ovviamente, sono io.

Gli altri, in ordine di comparsa, sono Matteo Caccia e Francesco Costa.
Ma, in realtà, siamo tutti noi, mia madre compresa.

Come spesso mi succede, soprattutto da quando le mie comparse quassù si sono rarefatte assai, avrei inizialmente voluto scrivere di altro.
Avevo pure cominciato a buttare giù pensieri e idee sul quaderno, il tema principale doveva essere il mondo delle newsletter, il mio rapporto con le mail mensili a cui non ricordo neppure di essermi iscritta e l'opportunità di trasformare questo spazio in un appuntamento più contemporaneo, meno blog e più social, meno post e più mail. 
Spoiler: non succederà.

Quindi, fatte le doverose premesse, riprendo dal punto in cui ero rimasta prima di sproloquiare:
questo post è scivolato dalle mie dita in una sera di Vigilia, dopo aver mangiato tortellini industriali su una tavola non apparecchiata, con le seggiole accatastate sopra, per facilitare il lavaggio pavimenti.

Domani è Natale, l'anno è quasi finito e la settimana scorsa è morto Siniša Mihajlović.
Non sono tifosa, quando ho letto la notizia sui giornali sapevo a malapena che carriera avesse fatto, ricordavo che era malato, non avevo capito quanto.

Poi è arrivato Matteo Caccia, su cui dovrei aprire una parentesi gigantesca e probabilmente tra poco lo farò, che ha condiviso su Instagram il link a una puntata di Morning in cui Francesco Costa parlava della morte di Mihajlović e del modo in cui veniva raccontata dai quotidiani, in particolare da quelli on line.

Ed eccola lì, la retorica del guerriero.
La malattia come una battaglia, le terapie come una lotta, i malati come soldati, la morte, infine, come una guerra persa.

Tutti ragionamenti già letti, per quanto mi riguarda pure già fatti e persino in tempi non sospetti. Ricordo perfettamente le chiacchierate con mamma su quanto fosse inopportuno, irrispettoso e persino inutile riferirsi a una persona ammalata come a un paziente al fronte. Svalutando il ruolo e il senso della scienza, riponendo responsabilità sull'unico soggetto che dovrebbe non averne, caricando la situazione di metafore e scenari lontani anni luce dalla realtà che, ogni giorno, i malati e le loro famiglie affrontano come possono. Di certo non armati.

Eppure.

Eppure non appena la Maria aveva scoperto di avere un cancro in fase terminale si era fatta rasare i capelli e aveva iniziato a indossare una parrucca. Prima ancora, però, mi aveva chiesto di insegnarle ad annodare foulard e turbanti per coprirsi il capo. Il suo profilo FB ha tutt'oggi, come foto profilo, quella che le scattai un pomeriggio, mentre guardava il suo giardino dall'uscio di casa con un fazzoletto rosso in testa. La scritta sotto, scelta da lei, recita: "La combattente".

Eccallà.

Ed è così che i mesi successivi erano andati, con la convinzione di avere colpa se le terapie non funzionavano, se i chili continuavano a scendere, se gli esami peggioravano.
Fino al ricovero in hospice dove la dottoressa dovette spendere parecchie parole per convincerla che non avrebbe potuto fare di più, davvero, per fronteggiare la sua malattia, che non aveva avuto alcuna responsabilità, che nessun cibo, nessun medicinale, nessuna decisione avrebbero cambiato le cose.

Eppure.

Eppure un paio di giorni dopo la morte di mamma scrissi a Matteo Caccia, all'epoca conduttore di Pascal, trasmissione radiofonica seguitissima da mia madre, alla quale partecipò pure con due storie che ormai, appunto, sono storia.
Non so perché gli mandai quel messaggio su Facebook, in piena notte.
Probabilmente per consegnare a lui un pezzetto del mio dolore, a lui che aveva ascoltato e dato spazio alla voce di mia madre e che, in qualche modo, pensavo fosse abbastanza lontano (e vicino) da ascoltare e dare spazio anche alla mia.

Gli mandai il messaggio che ora potete trovare sul suo nuovo libro "Voci che sono la mia" (ecco) e che, tra le altre cose, diceva così:
Mamma 
si è ammalata l'estate scorsa, ha lottato come una vera leonessa, ma il cancro al pancreas ha vinto. 

Lotte, leonesse e vittorie, in una frase di venti parole scarse.

Ma, del resto, il mio intento era quello di inviargli la lettera che la Maria scrisse all'inizio del suo viaggio e che venne letta in chiesa durante il funerale.
La lettera iniziava così:
Ho lottato più che ho potuto ma, stavolta, sono stata sconfitta.

E allora mi chiedo, perché, anche noi che avevamo più volte riflettuto sulla tossicità di questa narrazione, alla prima occasione che, purtroppo, ci è capitata, ci siamo cascate a piè pari?

Lo spiega bene Costa nella puntata di Morning del 19 dicembre: 
"...tutti in generale utilizziamo parole non nostre, non pensiamo a quello che diciamo, attingiamo a una cassetta degli attrezzi di espressioni, di culture, che è stata predisposta per noi da qualcun altro, dalla cultura popolare cosiddetta, dai giornali, dalla televisione. Usiamo parole scelte da altri tipo queste sul guerriero e sulla lotta perché non riusciamo a trovarne di nostre ed è chiaro che è difficile trovarne di nostre a fronte di una cosa così tragica e enorme come la morte, la morte prematura di una persona così amata..."

Preferisco quindi trovare un senso e uno sguardo diverso su tutta la questione in ciò che mamma scrisse un paio di giorni dopo la diagnosi, quando ancora le leonesse stavano nella savana, quando la battaglia non era nemmeno stata presa in considerazione e dei combattimenti non c'era alcuna traccia.
Era (e dovrebbe sempre essere) il regno degli stambecchi, pronti a saltare con l'aiuto degli amici, era il momento dei tentativi, della condivisione delle preoccupazioni, dei ricordi che danno speranza.
Era, ancora, il tempo dei proverò:

Trentaquattro anni fa, in uno dei tanti momenti terribili della mia vita, dissi a un amico che non avrei voluto essere un cagnolino, a cui non vengono lesinate coccole, neppure da coloro, inutili ipocriti, a cui non gliene può importare di meno.
Lui mi rispose che, mai, io avrei potuto assomigliare a un cane: io ero uno stambecco che, proprio quando, in bilico sulla roccia più impervia, sembra stia per cadere, con un salto favoloso riesce sempre a rimettersi in salvo e ricominciare.
Che bel complimento!
Amici, il balzo che dovrò provare a fare adesso è quasi impossibile!
Se fossi isolata, in cima a un monte, senza parenti e amici sarei uno stambecco disperato e il vuoto mi farebbe troppa paura per saltare.
Ma io sono sicura di non essere sola e, unicamente per questa mia certezza, proverò a non cadere.
Proverò…

Ora è il mattino del 27 dicembre, tra poco partiremo per trascorrere al paesello gli ultimi giorni di festa.
Il post è rimasto in stand by per un po', nonostante fosse nato in meno di mezz'ora, come un'urgenza più che come una riflessione ragionata, pensata e confezionata per chi la leggerà.

Non è comunque mai stata mia intenzione tornare a scrivere di lutti, perdite e sofferenze, anzi.
Vorrei, con queste poche righe che di natalizio non quasi hanno nulla (o forse invece sì), essere vicina a chi sta trascorrendo giorni di angoscia, di tentativi, di speranza e di paura, a chi è malato o caregiver, a chi fa fatica a stare al mondo perché, semplicemente, fa fatica. Per motivi che non si vedono, non si capiscono, non si accettano, sono anni luce da noi e dal nostro modo di vivere la vita.
E non c'è lotta che tenga.




lunedì 22 marzo 2021

Ciao Maria, io esco



Mio padre assomigliava a Gino Strada. Lo diciamo sempre, io e la zia, che quando ci capita di vederlo in tv pensiamo a papà. È principalmente una questione di sguardo: grandi occhi circondati da pesanti borse e cipiglio sempre un po' arrabbiato. Ma anche sorriso raro, un po' sornione, spesso nascosto da baffi e barba incolta.

Mia madre, invece, assomigliava a tutte. Ogni donna intorno alla settantina, piccola di statura, magra, con i capelli brizzolati e l'andatura a metà tra il fiero e l'incerto è mia madre, nonostante la sua personalità fosse particolare e inconfondibile. Genova, si sa, è una città vecchia e, almeno nel centro storico dove vivo, lavoro e mi sposto quotidianamente, la maggior parte delle "signore anziane" che incontro non porta i tacchi alti, nè la pelliccia, nè i capelli lunghi e tinti. Tra le persone in cui mi imbatto spesso, di media tre o quattro volte al giorno, ci sono donnine basse, con i capelli corti e bianchi, il piumino, la borsa a tracolla e le scarpe da trekking.
In pratica, c'è mia madre.

All'inizio mi andava il cuore in gola, adesso ci ho fatto l'abitudine e, anzi, se sono particolarmente malinconica, quando ne vedo una all'orizzonte, socchiudo gli occhi per scorgerne solo i tratti sommari e fingere che sia lei. A volte devo trattenermi dall'avvicinarmi, dal chiedere di scambiare due parole, dall'abbracciare. Proprio io, che gli abbracci li odio (e se c'era una persona che li odiava più di me, forse, era mia madre).

Domani sono due anni che è morta la Maria. Come ho già scritto in passato, pochi giorni prima di ricevere la diagnosi ascoltava spesso e condivise addirittura sul suo profilo facebook questa canzone, in particolare queste parole: 

Al tramonto, di tutto, potremo capire
Sopravvivere dentro ad un tratto di colore
Nei suoni più caldi scomparirà il dolore
Poi forse un giorno ci rincontreremo

Inutile che scriva quanto per me sia ancora difficile sentire il pezzo di Cosmo, nonostante, in qualche modo, mettermi le cuffie e farlo partire significhi anche riavvicinarmi a lei e accorgermi che, per un momento, "nei suoni più caldi scomparirà il dolore".

Il mio passaggio preferito, però, è quello che arriva un attimo prima:
Saremo orizzonti e ci potremo ammirare
Ci nasconderemo nel profumo del mare
Ci ritroveremo nei dettagli più belli
Ci riscopriremo nelle cose più rare
E sarà superfluo non saperlo spiegare

perché è esattamente così che succede, da ventiquattro mesi esatti.
Un anno trascorso dall'ultimo post di anniversario, un anno in cui non è cambiato nulla. Per tutti, mica solo per me. La pandemia ci costringe tra casa e lavoro, limita gli spostamenti fisici ma, al contrario, alimenta quelli mentali. Quanti film mi sono fatta in questi mesi! Quante volte ho incontrato il passato nella quotidianità, senza riuscire non dico a scalzarlo, ma almeno a contenerlo con immagini del futuro.

E dire che di progetti in cantiere, anche piuttosto grandini, ne ho eccome. Ma a costo di sembrare retorica, pesante e scontata, senza poterli raccontare a lei, a loro, diventano automaticamente più piccoli. 
E quindi, in questi giorni tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, cerco di riprendere il controllo che ho perso due anni fa e che, volutamente, ho fuggito per tutto questo tempo. In un periodo in cui possiamo controllare poco mi sono data il permesso di non controllare niente. Però mi sono persa, e tanto. Non ho ricominciato, non ho proiettato, sono stata nel passato e, quando è andata bene, sono sopravvissuta nel presente. Che lo so, l'importante è il qui e ora, ma a volte mi piacerebbe sentire i quasi quarant'anni che ho e cominciare a riflettere su quello che vorrei e che, vita di mxxxa permettendo, potrei provare ad avere. Magari ce l'ho già e non lo so, magari invece no.

Detto questo, la Maria, la cerco (e la trovo) ovunque.
Nei garofani lilla che mi ha regalato qualche giorno fa una sua amica, nei fiori raccolti a Vesima appena la Primavera ha iniziato a farsi spazio, nelle riunioni di condominio e di comitato in cui faccio malamente le sue veci, nella mia voce, nella stoffa rosa cipria, nella creta a cui do forma, nella strada che percorro al mattino, nello yoga che pratico la sera, nelle verdure di Maurone, nei dopo cena al telefono con gli zii, nei caffé con i vicini di sopra, nei vecchi scatti che conservo nel telefono, nella pervinca infilata nel vasetto al cimitero che chissà chi le ha portato, nei tramonti visti per sbaglio, nei libri che leggo, nei ricordi puntuali del mio ex professore di filosofia, nei vestiti che indosso, nei miei capelli bianchi, nell'albero fiorito della foto quassù, nelle quotidiane discussioni del forum, in questo post scritto nei giorni sospesi della diagnosi (e io, che non credo a nulla, non sono riuscita a non notare, in una notte insonne, il numero 23 degli euro spesi per comprare gli animali: lo stesso numero del giorno in cui è andata via, sei mesi dopo).

E niente, ho finito, con un dito mignolo bruciato dal forno, pubblico a distanza di tre mesi dall'ultima volta, con tanta e contemporaneamente poca voglia di dire, di scrivere, di aprirmi. Ma come mi ha consigliato oggi quel sant'uomo che vive con me, il titolo giusto è "Ciao Maria, io esco", per ritrovarti e, soprattutto, ritrovarmi.

sabato 28 novembre 2020

E ti vengo a cercare


Musica.
È trascorso ormai più di un anno e mezzo da quando mi ha sussurrato le ultime parole tutte nostre, ora incise sul mio ciondolo in argento, che non tolgo mai.

In questi lunghi mesi ho atteso paziente che diminuisse il dolore, quello che tormenta giorno e notte, che spezza il fiato e le gambe. Pian piano è accaduto e, al suo posto, sono arrivati il senso di colpa e la consapevolezza che la mia vita non sarà mai più quella di prima.
All'inzio la sognavo sempre, malata
, sofferente con mio padre ad aiutarla come poteva. La sognavo arrabbiata, imprudente, a volte persino cattiva. La sognavo con i primi sintomi e trascorrevo la notte terrorizzata da una diagnosi e da una fine che conoscevo già.

Ora le cose sono un pochino cambiate, la sogno sana e in procinto di ammalarsi di nuovo, perché anche mentre dormo non dimentico mai che è successo, aspetto solo che succeda ancora. In uno degli ultimi sogni si ammalava di Covid e ricordo che gridavo, disperata, "li ho già persi entrambi, non può riaccadere!".
L'interpretazione della mia mente contorta è, fortunatamente, terreno dell'analista, c'è da dire che negli ultimi quindici anni le ho dato un gran lavoro da fare.

Ogni tanto mi capita ancora di immaginare mamma dietro alle vetrine del MadLab, che passa a trovarmi al lavoro dopo aver saccheggiato il mercato giallo del giovedì. Vedo il suo sorrisone, così simile al mio, il piumino azzurro, le scarpe da trekking, la borsa a tracolla e penso: è tornata!
Perché in uno dei sogni peggiori, forse il più terribile che abbia mai fatto, la incontravo per caso e lei fingeva di non conoscermi. La imploravo di parlarmi e mi rispondeva che non era morta, si era solo stufata di tutto e voleva ricominciare altrove, libera da me, dai ricordi, dalla vita difficile e solitaria che le era toccata in sorte.
Che se ci penso bene, alla fine, saperla viva anche se lontana, mi farebbe molto meno male.

Forse è per questo che la vado a cercare, di notte a occhi chiusi, di giorno a occhi aperti, mentre scelgo le piante nuove, cucino le verdure, cammino nei vicoli, appendo la stampa dell'airone, leggo un libro, ascolto la musica. La vado a cercare per non smettere di pensarla, la sua più grande paura, per farla tornare, in qualche modo, ogni volta che voglio.

Oggi, per esempio, in una Vesima fredda e quasi buia, ho trovato il suo giardino sconvolto dal vento, le piante di casa quasi morte, la corrente saltata e il frigo sciolto in cucina. Ho pensato a tutti gli anni che ha trascorso lì da sola, in inverno, osservando il mare grigio che ha dato il nome a questo blog. Ho immaginato i suoi pensieri, lo sgabello su cui poggiava i piedi per lavorare a maglia dopo cena, con Agata sulle ginocchia. Ho pensato al suo eterno bisogno di uscire, di andare al cinema, a teatro, di fare lezione di italiano, di seguire il corso di arte, di camminare per le vie del centro o per i sentieri dietro casa.
Sono andata a cercarla e ho capito tutto.
L'ho trovata,  ma quanto male mi ha fatto.

P.S. Nella foto, la camera da letto che cresce e si moltiplica.

sabato 19 settembre 2020

Diari d'estate


Quando ero bambina, la prima tramontana di settembre mi spezzava il cuore. 
Ricordo chiaramente una mattina di quasi trent'anni fa, a Varazze mi pare, che nuotavo con la maschera scrutando i fondali. Fuori c'era vento, l'acqua era fredda, mamma leggeva in spiaggia seduta sull'asciugamano con disegnato lo zodiaco. Ogni tanto riemergevo, mi guardavo attorno e cercavo di fare tesoro di quel momento, giurando a me stessa che lo avrei ricordato per sempre. 

Ha funzionato.

Qualche anno dopo, ormai adolescente, le prime settimane di settembre significavano ritorno a scuola... che dramma! All'università erano sinonimo di esami, fino alle malattie di papà e mamma, che iniziarono a mostrare la loro terribile faccia proprio a fine estate. 
Quest'anno ho ricominciato a fare pace con il periodo, vivendolo come il preludio di un nuovo inizio: il lavoro che lascia poco tempo alle ferie non permette di affezionarsi alle giornate lunghe, ai risvegli lenti, alle cene in giardino, alle passeggiate di lunedì anziché di domenica.

In questa estate strana, trascorsa per lo più a casa se si escludono cinque giorni in montagna, ho pensato poco e ricordato tanto. Dedicandomi a sistemare le stanze e a svuotare la cantina era inevitabile.
Ho ritrovato di tutto, dai miei vestiti di neonata ai libri di scuola dell'intera famiglia, nonni compresi. Ho scovato tre enormi valvole da radio d'epoca di mio padre, le prime tv in bianco e nero che avevamo a Crevari, un remo da barca, dei vassoi di legno che mi porterò a casa in centro, i giochi da tavola, mille pupazzi, decine di libri e fumetti, due lampadari, tante piastrelle, un macinino da caffè, i moonboot di pelo vero, due valigie, i disegni dell'asilo, un materassino, persino un microscopio.

Ma quello che proprio non mi aspettavo di trovare erano i diari di mia madre. Non sono i primi ad essere saltati fuori: l'anno scorso, poco dopo la sua morte, mi imbattei nel quaderno nero che aveva riempito di dolore quando morì mia nonna, la sua, di mamma. Poi, appena arrivati a Vesima a inizio giugno, scovai in fondo a un cassetto un piccolo taccuino blu, con lunghe e faticose riflessioni sulla sua vita, in particolare sui suoi anni da donna vedova. Leggere quelle parole mi fece malissimo, com'era prevedibile risvegliò sensi di colpa e profondo disagio.

I diari della cantina, invece, sono stati una benedizione. 
Scritti ogni giorno, dal 1970 al 1973, su agende brutte e anonime, regalatele da mio padre approfittando del lavoro di rappresentante di cancelleria del nonno. Centinaia di pagine scritte da una ragazza che stava studiando, che si laureava, che iniziava i preparativi per il matrimonio. Centinaia di pagine di lavoro nei campi, di domeniche a messa e al cinema, di serate a leggere al freddo, di lunghi viaggi in autobus, di pranzi operai, di chiacchiere con il baracchino tra giovani radioamatori, di lezioni private a bambini di campagna, di fratelli a militare. Ma anche centinaia di pagine di attentati delle BR davanti alle scuole, di comizi di Berlinguer, di edizioni di Sanremo, di Olimpiadi, di Rischiatutto e di saldi da Bagnara. Ma, soprattutto, centinaia di pagine di sogni e futuro, di amore e speranza, di progetti e impegno.

Sono abbastanza certa che l'ordine con cui ho trovato i diari non sia stato casuale: prima, in bella vista, mi ha lasciato la guida di una figlia che ha perso la mamma a una figlia che ha perso la mamma.
Poi, ben nascoste tra i vestiti, mi ha lasciato le parole più difficili, per farmi entrare nelle sue fatiche sempre affrontate con dignità e forza.
Infine, dove sapeva sarei arrivata all'ultimo, mi ha fatto trovare la storia da cui sono nata, l'amore dei miei, le radici dell'educazione che ho ricevuto, le basi di me stessa, come donna e come persona.

Non c'era modo migliore per raccontare questa estate strana, che scrivere di una piccola grande storia ritrovata in cantina.

martedì 17 marzo 2020

I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare


Inizio questo post sdraiata su un prato, con il sole in faccia e gli amici accanto. Siamo in quattro, abbiamo preso l'auto sta mattina presto, abbiamo cambiato itinerario all'ultimo per evitare spostamenti potenzialmente a rischio e siamo saliti a piedi da Pieve a Santa Giulia.
Sopra di noi, nel cortile della chiesa, ci sono comitive forse troppo numerose, ma meglio qui, all'aria aperta, che chiusi in un ristorante per il pranzo della domenica.

Mi sono chiesta spesso cosa avrei scritto nel post dell'anniversario. Pensavo che avrei raccontato i dodici mesi senza di lei, che avrei provato ad analizzare i (pochi) libri letti, che avrei fatto il resoconto della piccola festa organizzata per ricordarla.
Alla fine, come al solito, la vita cambia tutto. Il Covid-19 ha ribaltato un po' di prospettiva e le restrizioni mettono a dura prova tutti, non tanto me che sono più asociale della mia gatta, quanto chi è abituato a viaggiare per lavoro, a uscire in gruppo, a portare i bambini ai giardini, a trascorrere serate nei locali, ad andare a scuola o in palestra.

Nel frattempo sono trascorse quasi tre settimane e sto continuando a scrivere il post dal letto, mentre aspetto che Andrea finisca una call per riuscire a concentrarmi nel lavoro: la casa è piccola, le porte non si chiudono e alle chiamate di lavoro partecipiamo, involontariamente, tutti.
Non oso pensare alla seconda seduta via Skype che farò con l'analista tra qualche giorno...
Le disposizioni restrittive di cui parlavo poco più su sono diventate quarantena, le giornate trascorrono quasi uguali l'una all'altra, le prospettive economiche di una coppia che lavora con il pubblico, con le scuole e nel sociale non sono certo le più rosee, ma non molliamo e andiamo avanti, come al solito. Il gruppo meraviglioso con cui lavoro ha girato nelle settimane scorse una serie di video che possano aiutare i bambini ad affrontare i lunghi pomeriggi a casa, con gli amici ci sentiamo via Google meet, con gli zii e i vicini del paesello usiamo Whatsapp, con il papà di Andrea funzionano benissimo le care, vecchie telefonate.

In tutto questo delirio sospeso, tra cinque giorni è un anno che è morta la Maria.
Negli hospice sono vietate le visite e penso costantemente a come avrei fatto, senza poterle stare accanto sempre, fino all'ultimo respiro. Volevo ricordarla con i suoi amici nel prato dove cresce l'ulivo piantato per lei, volevo andare al cimitero a portarle i fiori nuovi, volevo preparare il suo giardino all'arrivo della Primavera, volevo condividere con la comunità la scelta di donare qualcosa in onore della sua bella anima.
Dovrò rimandare, poco male, c'è chi sta peggio e lo so bene. Però mi dispiace e, inevitabilmente, il cervello va lì di continuo, soprattutto la notte. Dormire con me deve essere ormai impossibile, tra urli, calci e pianti diperati: la mia abitudine agli incubi non era un segreto prima, tanto meno adesso.

Ad ogni modo, a scrivere di un paio di libri letti e scelti per accompagnarmi nel lutto sono ancora in tempo. Il primo è La via del bosco di Long Witt Woon, acquistato all'ultimo Book Pride attirata dal sottotitolo (Una storia di lutto, funghi e rinascita) e dalla copertina. Il secondo è Blue Nights di Joan Didion, perchè mi piace vincere facile (o difficile, dipende dai punti di vista).
Entrambi i romanzi parlano di perdita e lo fanno in maniera completamente diversa. Per chi conoscesse già la Didion e avesse letto quella meraviglia di dolore che è L'anno del pensiero magico non avrà difficoltà a immaginare il modo in cui l'autrice scrive della morte della figlia Quintana e di tutti i ricordi di vita che la legano a lei, a partire dall'atmosfera delle sere di quasi estate, quando la luce si fa azzurra sul finire del giorno. Long Witt Woon racconta, invece, il suo percorso attraverso il lutto per la morte del marito, fatto di isolamento, di tempo dilatato, di panico per l'assenza e di timido tentativo di rinascita. Un corso di riconoscimento funghi quanto può aiutare a superare la perdita di una persona cara? Tanto, perché tutto fa.
Un aperitivo con gli amici al quale ci costringiamo ad andare, una serata a piangere sul divano perché uscire era troppo difficile, un pomeriggio di lavoro soddisfacente, una camminata nel bosco, una pizza fatta in casa, un paio di pastiglie giuste, un libro letto tutto d'un fiato, un film al cinema di quelli impossibili da dimenticare, una puntata del Commissario Montalbano, una chiacchierata con i colleghi di prima mattina, una telefonata triste agli zii, una chiamata delle sue amiche, una cena fuori all'improvviso, un laboratorio con i bambini, un post sul blog scritto durante una giornata di quarantena nel bel mezzo di una pandemia. Tutto fa.

Chissà cosa avresti detto tu, cara mamma, di fronte a questo casino.
Cosa avresti fatto? Saresti stata in giardino, avresti fatto la spesa solo alla Pam, perché la Coop è fuori comune e sono abbastanza sicura che ti avrebbero fermata i Carabinieri, avresti fatto due passi fino alla chiesa, saresti salita dai vicini di sopra per un caffè o un Asinello, avresti seguito la messa della tua parrocchia su FaceBook, avresti letto un sacco di libri e ti saresti lamentata per averli finiti tutti ed essere rimasta senza (ieri è uscito l'ultimissimo di Kent Haruf, che rabbia non poterlo commentare con te!), avresti cucinato poco perché intanto, solo per te, non ne valeva la pena, avresti parlato con Agata che - guardala quassù - sembra sempre aspettare che torni.

Io, fuori dal lutto, ancora decisamente non ci sono. Ma ho una casa da finire di sistemare che lei avrebbe adorato, ho la pratica di yoga giornaliera, ho la sua palla di pelo da curare, un lavoro da cercare di alimentare nonostante il Coronavirus, una salute da controllare appena finirà l'emergenza e potrò andare a fare gli esami previsti, un viaggio da immaginare perché con la situazione quarantena e ferie da recuperare è un disastro, una festa da organizzare per ricordarla insieme alla sua grande famiglia.
E non mollo, perché se mi vedesse, si incazzerebbe di brutto!

L'onere della memoria è ricaduto tutto su di me, e mi pesa. Se dimentico, vanno in fumo gli anni passati insieme. Non ci sono più nemmeno i nostri sogni per il futuro; posso solo tenerli in un cassetto. [Long Litt Woon - La via del bosco]

"Hai i tuoi meravigliosi ricordi", diceva, dopo, la gente, come se i ricordi fossero una consolazione. I ricordi non lo sono. I ricordi, per definizione, riguardano tempi andati, cose che non ci sono più (...) I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare. [Joan Didion - Blue Nights]

lunedì 23 dicembre 2019

Le vite degli altri

Lo abbiamo fatto tutti, penso, di immaginare le vite degli altri.
Di quelli che vediamo rientrare a casa la sera, di quelli che ci camminano accanto frettolosamente la mattina, degli attori che guardiamo al cinema, delle sagome scure che passano davanti alle finestre illuminate nelle serate d’estate o di quelle impegnate ad addobbare l’albero nel salotto a Natale.
Credo addirittura di aver già scritto un post su questo argomento, ma chissà quando: sono quasi dieci anni che esiste Ilmareingiardino, nel frattempo i blog sono praticamente morti e con loro un sacco di altre cose.

L'inverno è iniziato e forse questo autunno terribile, fatto di piogge incessanti, sintomi impietosi, traslochi, e capelli corti sta terminando: oggi ci sono vento freddo e sole, questo già mi basta.
A proposito di vite degli altri, in questo periodo mi interessano più di sempre. Guardo le persone fare la spesa, incontrarsi per bere qualcosa, correre sotto il diluvio senza usare l’ombrello, parlare al telefono, scegliere un vestito e immagino le cucine invase dal vapore, i tappeti davanti ai divani, i giretti attorno all'isolato con il cane la mattina prestissimo, il parrucchiere dopo il lavoro o in pausa pranzo, le lavatrici da stendere la domenica, i cinema il sabato sera.

Ma la mia, di vita? Prima di convincermi a pubblicare questo post, che come al solito è in bozze da giorni, ho riflettuto sul concetto di tempo e su quanto abbia la sensazione di aver vissuto almeno tre esistenze diverse. Penso che capiti a molte persone, soprattutto a chi ha fatto cambiamenti drastici, traslochi importanti, separazioni, colpi di testa e di cuore come lasciare il proprio paese per cercare fortuna (e felicità) altrove... a me pare di essere alle porte della mia terza vita, quella in cui non sono più figlia di nessuno, ma continuerò a essere nipote, amica, compagna, collega, cugina, vicina di casa.

Sono stata figlia fino a ventitré anni: in quel quarto di secolo scarso avevo vissuto in due posti, avuto un amore sbagliato e uno grandissimo, rischiato la pelle, fatto tre lavori, tolto l'appendice, voluto bene ad amici fraterni e detto addio a persone decisamente importanti, tra loro mio padre.
Sono stata ancora figlia fino a trentasette anni: quattordici anni per laurearmi, dottorarmi, scoperchiare enormi vasi di pandora, cambiare altre due case, innamorarmi ancora, fare almeno sette lavori diversi, conoscere nuovi amici, trovare un lavoro stabile, dire addio a mia madre.
Ora non sono più figlia: nove mesi oggi per raccogliere i pezzi che sono ancora sparsi da tutte le parti. Un po' sono a Vesima dove pianto ciclamini da ventiquattro ore, dove la gatta saltella finalmente libera, dove il vento e i pensieri mi hanno tenuta sveglia tutta la notte, dove riposano metà della mia prima e metà della mia seconda vita. Un po' di pezzi sono nella casa sull'albero, dove stanno finendo di costruire i pavimenti, dove non ci sono i sanitari e la cucina, dove scatole e mobili stanno impilati tutti in un'unica stanza. Ci sono pezzi al quinto pianto del Monoblocco, tra le seggiole dell'accettazione e le poltrone grigie della chemio, tra i lettini di medicina e l'ascensore, pezzi sotto il cedro nel cortile dell'Hospice, sul terrazzo dei gatti, sulla panca dove ti siedi quando aspetti che sistemino il disastro. Qualche pezzo forse è in ufficio, dove trascorro la maggior parte del mio tempo o sul tappeto dello yoga, dove ho deciso di ricominciare a prendermi cura di un corpo che non ricordavo di avere. I pezzi più rovinati li ho lasciati andare con i capelli, che ora sono corti e un (bel) po' bianchi.
Dovrò pian piano recuperarli tutti e sostituire quelli introvabili con qualche pezzo nuovo che spero di trovare strada facendo.

Tra pochi giorni compio gli anni, all'inizio del 2020.
Non faccio bilanci perché davvero a sto giro non mi sembra il caso, non ho buoni propositi se non quello di provare a non morire, visto l'andazzo. Ho dei desideri, quelli sì. Vorrei fare del bene nel nome di mia mamma, vorrei ricordarla viva e energica, vorrei continuare a viaggiare come negli ultimi tre anni (e forse un po' di più) e vorrei riuscire a godermi quella piccola casa rinnovata che avrebbe adorato.

Nel frattempo pianto ciclamini nel suo giardino mentre l'ultimo che mi aveva comprato lei, non so con quali forze un mese prima di andarsene, sta fiorendo sul mio balcone.
Buon Natale.

mercoledì 16 ottobre 2019

Un'auto in fondo al lago

Qualche anno fa, parlando di mio padre con l'analista, mi definii orfana. Ricordo che mi corresse e mi disse che, tecnicamente, si è orfani se si perde un genitore prima dei diciotto anni. Mi sentii una merda, convenendo che, dopotutto, quello che mi aveva detto avesse senso.

Sono trascorsi quasi sette mesi dal 23 marzo.
Non sono una maniaca delle date, anzi, solitamente cancello il passato in un attimo, ma ho dovuto produrre tanti di quei certificati di morte che, anche volendo, non è stato proprio possibile dimenticare un bel niente.
Cosa è successo nel frattempo?

Principalmente ho lavorato.
Ho fatto un bel viaggio.
Ho vissuto a casa sua per quasi due mesi.
Mi sono lasciata coccolare (anche se, essendo sua figlia, mi rendo conto che scalfire sta corazza che mi ritrovo non sia semplice).
Ho preso tre chili, li ho persi, li ho ripresi.
Ho iniziato i lavori a casa mia, o meglio, ho iniziato a inscatolare tutto nell'attesa che comincino lavori.
Ho percorso venti chilometri di Mare e Monti.
Ho pianto riempiendo le scatole, vuotandole, dormendo, ascoltando musica, camminando, leggendo, andando al mare, facendo la doccia, svegliandomi, bevendo, aspettando il bus, buttando vestiti, scegliendo piastrelle, scrivendo agli amici, ordinando una birra, vomitando, tagliandomi la frangia alle tre del mattino, accarezzando la gatta, salutando l'ennesimo airone.
Ho letto (poco).
Ho nuotato (ancora meno).
Ho cucinato (quasi niente).
Ho parlato con una foto, un cielo, una stella cadente, un appunto su un foglietto, un fiore, una maglia, un anello, una focaccetta fritta, un portafoglio, un odore, un albero, una seggiola, una ciotola, un sapone...

Sono passati quasi sette mesi e mi sto sgretolando come la Torre d'Avorio di Fantàsia, completamente impreparata a questo crollo tardivo.
Sarà colpa delle scatole piene di foto, dei suoi documenti perfetti e pronti per il dopo, dei miei incasinati e sempre insufficienti, dei cambiamenti inutili perché non glieli posso spiegare, delle conquiste superflue perché senza i suoi occhi valgono meno.
Beninteso, so perfettamente che non è così, so benissimo che questi post non si dovrebbero scrivere, tanto meno pubblicare, ma quel 23 marzo alle 14.40 un'auto ha toccato il fondo del lago, sopra c'erano mia madre, mia sorella e la mia migliore amica, in quest'ordine, alla faccia di tutti i manuali di pedagogia e delle nostre più profonde convinzioni. Hanno impiegato sette mesi ad affondare, sapevo e sapevamo sarebbe successo, potevamo solo aspettare cercando di rassicurarci a vicenda.
Ora, però, sono rimasta io e la carcassa di quell'auto sta tornando a galla. Non ho il coraggio di guardarci dentro e non voglio farlo: non ho paura, è solo che sono incredibilmente stanca, come se avessi corso dieci anni ininterrottamente.

Serve tempo, dicono tutti, e io ci credo. Quel tempo che per papà non è stato necessario, non per mancanza di amore, ma per le tante differenze tra allora e adesso: la mia età, le modalità, le circostanze, le abitudini e la presenza di mamma, che attutiva il colpo e condivideva il dolore con me.
Credevo di essere pronta, credevo di conoscere, e invece non sapevo un bel niente.
Ci hanno sempre fatto notare che ci somigliavamo moltissimo e immagino fosse così, lo vedo bene dalle foto (come quella quassù).
C'è una cosa però, di cui non mi ero mai accorta: spesso parlo come lei. Non c'entrano le cose che dico e non è solo una questione di voce, ma di intonazione, di cadenza. Prima non lo sentivo, ora che non c'è più la ritrovo nel mio modo pronunciare le parole. Quando succede mi salta il cuore in gola, mi riempio di gratitudine e resto sospesa a metà tra la voglia di strapparmi le corde vocali e il bisogno di riparlare come lei, per sentirla ancora una volta. Ogni tanto lo faccio, ripeto una parola, cerco di riprodurre un suono, una, due, tre volte. Poi, generalmente, o sorrido o piango. Tendenzialmente faccio entrambe le cose, una dopo l'altra.

Qui scrivo sempre meno, mi pare chiaro, ma diversamente non so più fare. Prendiamola così.



sabato 24 agosto 2019

Il Nuovo Mondo


Sono seduta da poco meno di tre ore su un treno svedese che da Malmö ci porterà a Göteborg. Da lì dovremo salire su un traghetto per raggiungere l'isola di Brännö, dove vivremo nei prossimi giorni.

È martedì, siamo in viaggio da sabato e sono quasi cinque mesi che è morta mia madre.
Non ho mai smesso di scrivere: prima il diario rilegato con stoffa di camicia per raccogliere le lunghe lettere rivolte a lei, poi questo mini quadernino bianco senza valore, per non dimenticare il nord dell'Europa e, in qualche modo, raccontarle ancora una volta ogni cosa.

Abbiamo scelto di partire all'ultimo, facendo poche previsioni, decidendo di visitare Copenhagen, Göteborg, Oslo.
Non abbiamo affittato auto, quest'anno. Ci muoveremo in aereo, treno, metro, bus, traghetto e bici, tanta bici.

Che io ami il nord non non è una sorpresa per nessuno. L'anno scorso, nonostante il fantasma dei sintomi di mamma che per me aveva già un nome (di merda), era stato bellissimo.
Questa volta è diverso, vivo in un nuovo mondo anche quando sono a casa, trovarmi a migliaia di chilometri da dove normalmente trascorro le mie giornate non cambia granché le cose. Intendiamoci, sono contenta ed emozionata di scoprire terre di cui ho letto per anni gli autori più in voga (a partire dalla mitica Tove Jansson, che era finlandese - lo so - ma qui si respira comunque aria di Mumin in ogni dove), di cui ho sognato gli spazi, la natura, i silenzi, le case, persino i vestiti. Solo che mi sento spaesata tanto quanto la mattina quando mi sveglio nel mio letto e non trovo il suo messaggio, quando percorro i dieci minuti scarsi che mi separano dal lab (#mymorningwalk) senza telefonarle, quando non organizzo i week end per andare a trovarla o non ascolto il suo passo montano raggiungere il mio portone e fermarsi bruscamente, prima di citofonarmi.
In questi tre giorni già trascorsi in Danimarca mi sono sentita forse meno spaesata del solito: è normale non vederla arrivare davanti alle vetrine del lab, i dati del telefono sono disattivati quindi è ovvio non ricevere i suoi messaggi. Solo la sera, quando sono troppe le cose che vorrei raccontarle per farla viaggiare insieme a me, mi prende un dolore nel cuore che vorrei spazzare via con un urlo potentissimo le migliaia di alberi scuri che ci circondano, spegnere le fiamme di ogni candela accesa dietro a una finestra, abbattere tutte le bici parcheggiate nei cortili della Scandinavia. Ma non lo faccio.

Detto questo, prima che il post si trasformi nel copione di un film di Inarritu, ecco il nostro viaggio nel nord dell'Europa, un piede a Copenhagen, uno a Göteborg e uno a Oslo. Il quarto piede lo abbiamo usato per una fermata inaspettata a Malmö e lo useremo per tre giorni di "isolamento", nel vero senso del termine, a Brännö. Ancora mi chiedo se alla fine avrò il coraggio di tornare a casa!

DANIMARCA - COPENHAGEN
Piccola premessa: la prima ragione per cui abbiamo scelto questa tappa si chiama Giulia, è un'amica di Andrea, vive qui da una decina d'anni ed è meravigliosa come i suoi occhi blu.
Abbiamo dormito da lei, poco distanti dal centro e ci siamo affidati alle sue cure per esplorare la città senza affrontarla in modo troppo turistico. Prima tappa: il ritiro delle bici! Io non ci salivo probabilmente dal '92 ma, come promesso al negoziante mentre mi porgeva il casco, non ho ucciso nessuno (tranne il mio perineo).
Grazie alla bici ci siamo sparati settanta chilometri in meno di tre giorni e abbiamo visto un sacco di cose. Per praticità, da questo momento in poi, dividerò il post in giornate, così, chi vuole, può rendersi meglio conto delle tempistiche.

Giorno 1
Subito dopo una sopponta nappoletana-genovese a base di melanzane alla parmigiana e focaccia siamo stati allo Stella Polaris, un festival di musica chill out organizzato nel parco Frederiksberg. Cosa ho trovato lì? Innanzi tutto due bellissimi aironi che "vegliavano" su un tetto all'ingresso. Poi ho trovato educazione, fiori meravigliosi, tantissima gente di tutti i tipi (compreso un tizio buffo con bastone, fez e completo kaki che sembrava uscito da un film di Wes Anderson), una luce incredibile e il silenzio. A un festival musicale -ok che era chill out e non Heavy Metal - ma la sensazione era quella della Silent Disco. Mi è piaciuto tantissimo.

Stella Polarit - Chill Out Festival

Lasciato il parco abbiamo inforcato le bici (del mio mini cancello color anguria vi parlerò poi) e siamo andati a Nyhavn: è superfluo scrivere dei colori e dei riflessi del vecchio porto, vero? Vabbè, ormai l'ho fatto.

Nyhavn

Per cena ci siamo spostati al Reffen, una grande area di street food molto curata e con una varietà di scelta per quanto riguarda i cibi veramente notevole. Io sono andata di Moules Frites, ma avrei potuto prendere thai, greco, pizza, polenta, vegan, grigliata, indiano e molto altro. Cosa mi ha colpito di più a parte l'idea e il bellissimo furgoncino colorato all'ingresso? La pulizia dei bagni, il tramonto pazzesco con lo skyline di Copenhagen sullo sfondo, il pagamento con la carta affinché tutti gli incassi siano tracciabili (questo è un aspetto che abbiamo incontrato in ogni street food dove siamo stati).

Panorama dal Reffen - Street Food

Di questa prima giornata mi sono portata via le case barca, con gli oblò al posto delle finestre, ormeggiate lungo la via verso Reffen, le case-container arredate come un catalogo Ikea, la pedalata al buio illuminata solo dalle lucine accese sulle case-barca.

Giorno 2
La seconda giornata l'abbiamo dedicata a Sessarego passione foto: mattina e pomeriggio alla ricerca punti di vista, architetture bizzarre e quartieri super moderni a picco sull'acqua. Abbiamo girato principalmente a Nørrebro (ve ne parlo meglio la prossima giornata, perché ci siamo tornati per fare un po' di sano shopping), fatto un salto al cimitero dove è sepolto Hans Christian Andersen e poi via verso Circle Bridge, Islands Brygge, Ørestad e VM Husene (la casa con le punte). Come se non bastasse, abbiamo trascorso il pomeriggio all'Experimentarium, il science center della città, dove ovviamente ci siamo divertiti come più dei ragazzini (Giulia conserva sul telefono un sacco di video a dir poco compromettenti).

Superkilen - Nørrebro

The Circle Bridge

VM House

Cosa mi ha colpito di più? Le porte della biblioteca di Nørrebro, le barche-bus, le barche-pic-nic (affittabili, per pranzare navigando), il mercatino delle pulci lungo il fiume (ovvio che ho comprato), l'urgenza di scrivere assecondata ovunque (testimonianza fotografica qui sotto, dove è ben visibile anche la mia possente bici folding, con due ruote talmente piccole che ancora non mi spiego come abbia fatto a non dimagrire 10 chili dopo il primo isolato).


Giorno 3
Come anticipato poco fa, l'ultimo giorno siamo tornati a Nørrebro, in particolare abbiamo vagato a Jægersborggade tutta la mattina, dove abbiamo comprato buona parte dei regali per gli amici e dove, grazie ai preziosi consigli di L'Altrosport abbiamo pranzato qui (ma magari del cibo scrivo un box a parte alla fine di questo lunghissimo post). Nel pomeriggio, prima di ribeccarci con Giulia che, essendo lunedì, era al lavoro, abbiamo fatto un giro in centro, abbiamo visitato Christiania e, con le ultime forze rimaste, abbiamo pedalato fino alla Sirenetta, dove la cosa più sensata che potessimo fare, invece che accalcarci per fotografarla, era mangiare un gelato (e così abbiamo fatto).
La sera siamo stati a cena con Giulia e la sua amica Sara al Torvehallerne, il mercato coperto, abbiamo restituito le bici e fatto una lunga passeggiata per tornare a casa, dove mi hanno atteso yogurt e granola homemade, chiacchiere sul divano e l'ultima notte danese.

Nørrebro

Jægersborggade

Christiania

Cosa ho portato via con me? Lo stretching sul prato la mattina, per cercare di disinfiammare la schiena non abituata alla bici, quasi tutti i negozi di Jægersborggade (quello zero waste, quello di gioielli, quello vintage, quello gestito da un collettivo di artisti con i fiori secchi e le pigne appese a testa in giù all'ingresso, quello con le candele Meraki, quello con i tubi avvolti da manicotti di lana colorata accanto alla porta). Mi sono portata via anche l'unicorno affacciato alla finestra in pieno centro, il parco giochi a tema bosco perfettamente mimetizzato, la tristezza che mi ha messo Christiana così turistica, il gelato palla alla fine del lungomare, le tapas con le acciughe al mercato.

Jægersborggade

Copenhagen - Centro

SVEZIA - MALMÖ GÖTEBORG BRÄNNÖ
Ci hanno svegliato la pioggia sulla finestra a tetto e il verso delle tortore, molto più pop rispetto a quello delle parenti genovesi. Abbiamo fatto colazione e siamo ripartiti prima con il bus, poi con il treno, in direzione Göteborg, dove ho iniziato a riordinare gli appunti per questo post.

Giorno 4
Visto l'anticipo sulla nostra tabella di marcia abbiamo deciso di scendere a Malmö per qualche ora. Qui abbiamo avuto giusto il tempo per comprare un'imperdibile tazzina dei Mumin, scattare foto, pranzare al Saluhall, dove ho mangiato l'insalata più buona della mia vita e fatto scorta di kanelbulle.
Nel primissimo pomeriggio siamo ripartiti e arrivati a Göteborg, dove ci attendeva un traghetto per Brännö, una telefonata dell'amministratrice di condominio che farfugliava confusa di una possibile perdita in bagno senza farci sapere più nulla (santo Geppo che ci ha aiutati), un breve viaggio tra isole e gabbiani che nemmeno nei migliori libri scandinavi. Il Brännö Varv ci aspettava esattamente come lo vedete sul sito: colorato, suggestivo, accogliente e discreto. Uno dei posti più incantevoli che abbia mai visto. Posati i bagagli abbiamo fatto un giretto di perlustrazione nei dintorni del B&B, passeggiando accanto a giardini meravigliosi, gatti enormi e barche bianche. Cena con gamberoni e salmone e poi diretti a dormire.

Malmö

Brännö

Panorama dal Brännö Varv

Brännö

Giorno 5
La prima colazione fatta sull'isola è stata a base di... tutto. Pane nero, pane bianco, focaccine, salumi, pecorino, roquefort, marmellate, yogurt, latte di mille tipi diversi, cereali, frutti rossi, pomodori, melone, uova, torta al cioccolato e frutta a guscio, succo di mela e potrei continuare ancora. Tenendo sempre d'occhio il meteo, che fino ad ora si era comportato benissimo, abbiamo scelto di visitare Göteborg, lasciando la gita su Brännö per il sesto giorno. Il traghetto ci ha portati in città con la solita disarmante puntualità, appena arrivati abbiamo visitato il quartiere Haga, famoso per i negozi tipici, l'handmade, il vintage.
Ho comprato? Certo. Ho comprato tanto? Temo di sì.
Ma non è colpa mia se ad ogni angolo c'era un negozio di moda sostenibile, abiti fatti a mano e cavallini Dala. Pranzo ottimo al Feskekorka con birretta e un secchiello (letteralmente) di bocconcini di salmone marinati in mille modi diversi. Nel pomeriggio giro veloce al parco, visita alle serre, infinita ammirazione per l'organizzazione di un festival dedicato ai bambini con caccia al tesoro tra le piante, workshop e musica. Fine giornata all'Universeum, che per me che non amo gli animali in cattività tutto sommato non è stata una tappa fondamentale. Cena a base di - che ve lo dico a fare - salmone. Urge variazione sul tema.

Dal traghetto verso Göteborg

Göteborg

Parco a Göteborg

Brännö

Cosa mi ha colpito di Göteborg? I colori pastello sparsi qua e là, la tranquillità, le serre, la capacità di godersi il momento delle persone che abbiamo incontrato.

Göteborg

Nelle serre a Göteborg

Giorno 6
Colazione più abbondante della prima (se mai fosse possibile) con l'intento (fallito) di saltare il pranzo. Super esplorazione di Brännö e di Galterö, una piccola isola collegata da un ponte ancora più piccolo. Per prima cosa abbiamo raggiunto il molo sud, ci siamo sdraiati sulla spiaggetta e, come tradizione vuole almeno una volta nel corso delle vacanze, mi sono addormentata. Dopo un'oretta di sonno profondissimo ci siamo rimessi in marcia e, alla faccia dei buoni propositi, abbiamo mangiato focaccine, sgombri sott'olio e birra fresca nell'area pic nic accanto all'unico, minuscolo supermarket di Brännö. Attraversata la foresta abbiamo quindi raggiunto la riserva naturale di Galterö: una folgorazione. Paludi, erica viola in fiore, spiagge, rocce arrotondate dal vento, uccelli marini, conchiglie, pecore. Pecore in ogni dove. Impassibili, semi addormentate, molto affamate, dai musi simpaticissimi. A un certo punto ha iniziato a piovere piano, poi più forte, poi di nuovo piano. Ho filmato il momento perché era di una potenza enorme. Cessata la pioggia ci siamo seduti sulla riva del mare, qualche decina di metri da noi una mamma e una bambina biondissime giocavano sulla sabbia. Rientrare "alla base" non è stato facile, tanto che, a cena, abbiamo deciso di tornare in paese per mangiare nell'unico vero ristorante che c'è e per poi fare un'ultima passeggiata tra i giardini, le barche e gli scogli sul mare.

Brännö

Brännö

Galterö
Galterö

NORVEGIA - OSLO

Abbiamo salutato Brännö con il cuore pieno di amore per lei e una nemmeno troppo scherzosa intenzione di tornarci a trascorrere la vecchiaia.

Giorno 7
Siamo arrivati a Oslo con il bus, perché tutti i treni erano completi. Tre ore di viaggio super confortevole tra le campagne scandinave e quando siamo scesi ci ha accolto una città molto più trafficata di quanto mi aspettassi. Nei giorni a seguire ho imparato che sì, ci sono tante auto, ma sono in buona parte elettriche. Il primo giro che abbiamo fatto, appena lasciati i bagagli in albergo, è stata una lunga passeggiata per scoprire l'Opera House (con e senza pioggia) e per esplorare le aree portuali della città. Passaggio nel parco della Fortezza, cena al Salt, una sorta di festival/street food dove però siamo arrivati un po' tardi e molti degli stand che ci interessavano erano già chiusi (ricordatevi che in Norvegia, ma in generale nel grande nord, si cena al massimo alle 19) e tutti a nanna.
L'hotel dove abbiamo alloggiato era un Thon, a quanto parte Oslo ne è piena, lo si deduce facilmente osservando la quantità di ombrelli rossi di cortesia che si aprono ovunque appena inizia a piovere.

Opera House - Oslo

Opera House - Oslo

Salt - Oslo

Oslo

Giorno 8
A chi ogni tanto ama leggere gialli scandinavi e, in particolare, gialli norvegesi, vagare per queste vie risulterà familiare. Io, per esempio, a Grünerløkka mi sono sentita a casa, grazie alle pagine di Anne Holt così realmente ambientate. Un quartiere bellissimo che non vedevo l'ora di visitare, con negozi vintage, charity shop, graffiti, aree riqualificate in maniera originale ed estremamente moderna, fiori, parchi giochi per bambini davvero interattivi (vi basti pensare che, al posto del solito scivolo, ci sono piccoli sistemi di chiuse da aprire per far scorrere l'acqua nel fiume accanto).

Grünerløkka

Grünerløkka

Grünerløkka

Abbiamo pranzato al Mathallen, il mercato coperto, ascoltato il pianoforte pubblico suonare Le Vals d'Amelie grazie a generosi avventori di passaggio e tra uno scroscio di pioggia e l'altro abbiamo raggiunto il Munchmuseet.

Mathallen

In questo momento il museo ospita una mostra, intitolata Exit! e dedicata all'uscita delle opere verso una nuova destinazione: la galleria d'arte in via di costruzione che sarà pronta nel 2020. Come ho più volte scritto su Instagram, una delle cose che mi ha colpito di più in questo viaggio è la capacità di valorizzare ciò che c'è nelle città che abbiamo visitato. Portatrici ci un decimo di quello che abbiamo in Italia, ma certamente più brave a comunicare, rendere fruibile, raccontare il proprio patrimonio.
Inutile che vi spieghi la bellezza delle opere esposte, potete immaginarvela da soli, quello che magari invece non riuscite a visualizzare è l'opportunità di conoscere autori e storia anche attraverso, per esempio, la possibilità di sfogliare liberamente vecchi cataloghi espositivi nel bel mezzo di una mostra.

Munchmuseet

Munchmuseet

Munchmuseet

Alla sera cena thai vicino all'albergo (il bamboo si può considerare verdura, sì?) e letto presto.

Giorno 9
Un ultimo giorno a tratti piovoso, con un bellissimo giro al Parco di Vigeland, tra fiori, statue, pettirossi e prati lasciati crescere indisturbati per favorire gli insetti impollinatori (il tutto spiegato con cartelli per i pubblico). Pranzo al sacco a base di focaccine svedesi "importate" direttamente da Brännö e salmone locale, oltre a due banane trafugate dalla colazione più abbondante mai vista servita dall'hotel. Sulla questione breakfast occorrerebbe scrivere un post a parte: va bene tutto, signori, vanno bene uova e bacon alle sette di mattina, posso comprendere anche i salumi e i formaggi alle otto. Ma zuppa di fagioli, funghi e pomodori ripieni, salmone affumicato, polpette e sardine marinate prima delle 11 proprio no. Questa roba si mangia a pranzo, se siete fashion anche al brunch. Non prima!

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Dopo il pic nic sul prato di fronte al The Viking Ship Museum siamo entrati a vedere le tre navi ritrovate in anni di scavi. Come ho già scritto a proposito del Munchmuseet c'è poco da fare: due grandi sale in cui volendo si può trascorrere mezza giornata, osservando i sistemi di controllo conservativo dei reperti, guardando il cortometraggio che racconta (con animazioni e ricostruzioni video) la vita vichinga, scattando foto dai tanti "punti panoramici" sparsi nel museo, perché inquadrare dall'alto una nave di quindici metri e tutta un'altra cosa. Anche questo museo sta per spostarsi: è, infatti, in via di costruzione una sede molto più grande moderna.

The Viking Ship Museum

Siamo rientrati in centro con il traghetto, abbiamo raggiunto l'albergo attraversando il quartiere storico, pronti per fare le valigie. Una volta preparati i bagagli siamo usciti a cena, meta lo Schrøder, uno dei luoghi più famosi dei libri di Jo Nesbø (di cui non ho mai letto nulla, ma non appena atterro corro in libreria). Abbiamo ordinato un piatto di carne e uno di pesce, io, finalmente, ho assaggiato la renna! Alla fine del post proverò ad approfondire un po' la questione cibo scandinavo, tanto ormai sono andata lunghissima.
Siamo rientrati prendendola larga, attraversando un quartierino tutto colorato, circondato da orti urbani e fiori bellissimi. Siamo passati di nuovo da Grünerløkka, questa volta costeggiando il fiume e ci siamo fiondati a letto data la sveglia presto pro volo.

Grünerløkka

Cosa mi ha colpito di più di Oslo, a parte tutto quello che ho già scritto? La street art, usata ovunque. Per abbellire i quartieri più famosi, quelli più nuovi e "alternativi" o, semplicemente, per personalizzare aree in cui sono in corso lavori e cantieri.

Grünerløkka

Cantiere ad Oslo

Grünerløkka

Approfondimento cibo: se siete vegani e vegetariani, se siete nostalgici della pastasciutta e del gelato, la Scandinavia non offre piatti tipici esattamente ritagliati sulle vostre esigenze. Offre, però, moltissime cucine internazionali che, penso, possano soddisfare tutti.
Noi non sentivamo la necessità di mangiare pasta e pizza, anzi, avevamo voglia di provare le pietanze del nord. Al terzo giorno di gamberi e salmone, però, ho cominciato e temere lo scorbuto e ad avere bisogno di verdure. No problem: insalate di tutti i tipi (anche senza salmone!) e cibo asiatico a volontà. Un paio di gelati confezionati e tante brioches alla cannella, marmellate, pane e burro, persino il caffè, ormai, non è più un miraggio come un tempo. Il costo è alto? Boh, sì se si vuole a tutti i costi mangiare al ristorante. Di nuovo, le alternative sono molte: mercati, street food, pranzi al sacco sfruttando le svariate proposte di pesce in scatola e di carboidrati sotto forma di pane e focaccine. In generale non abbiamo mai superato i 35 euro a testa (quando ci siamo trattati molto bene) e, soprattutto a pranzo siamo sempre rimasti intorno ai 5-10 euro a persona. Insomma, per come l'abbiamo vissuta noi è fattibile, non economica, ma fattibile. Idem per i trasporti, ma servirebbe un post a sé.

Manfreds - Copenhagen

Brännö Varv Café och Bar - Brännö

Schrøder Restaurant - Oslo

Foto bonus prima di chiudere il post più lungo della storia:
Un'amica, sull'isola di Galterö