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domenica 24 marzo 2024

Un, due, tre... stai là!

 


Musica

Qualche anno fa ho scoperto, con non poco stupore, che il gioco Un, due, tre…stella! si chiama, in realtà, Un due tre…stai là!
Non so se sia vero e, comunque, non è questo il punto.
Il punto è che quello che mi fa venire in mente il titolo inaspettato corrisponde, più o meno, a come ho vissuto negli ultimi mesi.


Ieri erano cinque anni che è morta la Maria e, finalmente, mi sembrano trascorsi 5 anni.
Non è successo tre anni fa, nemmeno l'anno scorso, neppure ieri.
è successo cinque anni fa.


Dall’ultimo post su questo argomento a oggi sono cambiate un'infinità di cose nella mia vita, eppure, da fuori, probabilmente sembra solo che io stia giocando a uno due tre stai là.
Ferma tra un passo e l'altro.

Forse è proprio questo che ho fatto per un anno: un gioco in cui ho concentrato tantissimo di me in pochi scatti e poi mi sono immobilizzata a riprendere fiato. Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.

Come? Ascoltando.
- La paura, lasciandola entrare e invitandola, dolcemente, a uscire. Come fosse un bambino che deve imparare, pian piano, a dormire da solo nella sua stanza.
Il corpo, dandogli lo spazio che nella mia vita non ha (quasi) mai avuto, regalandogli sonni tanto lunghi quanto inediti su questi schermi, pur proponendogli sveglie molto più anticipate del consueto, per dargli l’opportunità di muoversi.
La tristezza, quella pura, spontanea, di tutti i giorni, concedendole finalmente di uscire con un mezzo banale, ma chiuso in garage da secoli: il pianto. A dirotto, nei luoghi più disparati, nei momenti più inopportuni.
La speranza, permettendole semplicemente di esistere, dopo averla dimenticata per scaramanzia in un cassetto, pieno di cose verdi, di progetti, di idee, ancora lontani nel tempo e nello spazio, ma pur sempre immaginabili e perché no, magari pure possibili.

Poi ci sono cose che, piuttosto di recente, si sono timidamente affacciate nella mia vita per diventare, via via, parte integrante delle giornate e, in alcuni casi, addirittura parte imprescindibile.
Cose che mi fanno percepire lo stare, come un esserci in maniera autentica.
Mi ritrovo, per esempio, a compiere movimenti semplici tipo aprire un cassetto e rendermi perfettamente conto di quello che sto facendo. Come se andasse tutto a rallentatore, come se i sensi fossero amplificati e non semplicemente iper vigili (quella è la mia condizione base di allerta, che, per ora, non ha intenzione di abbandonarmi).

Tutte queste cose nuove hanno, credo, una base comune: il tempo.
Mi sono sempre lamentata, negli ultimi anni forse ancora più che in passato, della mancanza di tempo a disposizione per fare, scoprire, imparare, riposare. Quando scrivo lamentata intendo, in verità, resa conto, perché, in fondo in fondo, l’ho sempre saputo che, nella condizione privilegiata in cui vivo, il tempo, volendo, ci sarebbe.
Ho quindi deciso di andarlo a cercare, questo benedetto tempo, per riempirlo e svuotarlo ogni giorno.

Per avere tempo occorre togliere tempo, questa è la prima cosa che ho capito. Sembrerà banale, e forse lo è, ma in una giornata di 24 ore, in cui il lavoro ne occupa 9, a volte anche 10, le restanti 15 devono essere suddivise, almeno, in tempo per dormire e tempo per mangiare.
Posso ormai dire di conoscermi e so che per stare bene ho bisogno di 7 ore di sonno, quindi ecco che le ore disponibili diventano, magicamente, 9.

Da agosto sono seguita da una nutrizionista per una serie di problemi digestivi e metabolici ormai non più ignorabili e il mio rapporto con il cibo ha dovuto per forza cambiare. Le quantità sono pressoché rimaste invariate, la qualità, invece, è stata stravolta.
Per me che non mangio praticamente più carne, perdere i legumi è stato un trauma.
Il colesterolo ballerino non mi permette di abbondare con uova e formaggi e, così, mi resta il pesce a cadenza molto più frequente del passato. Ma come si cuoce il pesce? Come posso prepare il tofu e il tempeh affinché non mi sembri di mangiare l’imballo dei pacchi di Amazon? Come si concilia l’amore per la cucina, intesa proprio come gesto del cucinare, con una variazione così decisa delle mie abitudini? E come si riesce a preparare per due tenendo conto delle esigenze e dei gusti dell’altra persona? Rispondere a tutte queste domande ha richiesto impegno, ma è così che sono nati il menu e la spesa settimanali: per risparmiare tempo e dedicare alla cucina non più di un’ora al giorno.

Rimangono 8 ore che, per metà dell’anno, diventano 6 perché gli spostamenti casa-lab sono molto più lunghi, ma non importa: in quel tempo posso leggere, ascoltare podcast, guardare video (magari, in futuro, potrei pure dedicare un post anche a queste cose).

Tutto il tempo che rimane lo dedico, a
- lo yoga, possibilmente alle 7 di mattina. A parte il trauma della prima volta, ormai due volte a settimana mi sveglio alle 6, mangio un paio di biscotti ed esco. Faccio sempre la stessa strada, di solito con la musica nelle orecchie, mentre il corpo riparte e la testa si preparano a otto ore di pc. Per iniziare questa nuova abitudine ho parallelamente cominciato ad andare a letto prima: se il giorno dopo devo alzarmi alle 6, alle 22.30 sono già sotto le coperte.
- l’EMDR, un’ora a settimana, dove smonto tutto quello che mi è successo negli ultimi 42 anni e sistemo, pazientemente, i danni.
- la cura della mia persona e della casa, perché tutt* ci laviamo, facciamo il bucato, cambiamo le lenzuola…
- la famiglia, che essendo composta da due esseri viventi (piante escluse) oltre a me, è molto facile da gestire: bastano un divano, una coperta, una manciata di crocchette, una serie TV, un argomento interessante di cui parlare, il bisogno di sentirsi vicini.

Ma quindi, il titolo del post e la ricorrenza in cui ho deciso di pubblicarlo, cosa c’èntrano con tutta questa pappardella sul tempo?
La spiegazione sta nella frase che ho scritto poco più su:
Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.
Nel quinto anno dalla morte di mia madre posso, forse, sussurrare che ho ricominciato a vivere bene. Per farcela ho dovuto stravolgere tutto, cambiare modo di stare al mondo, utilizzare il tempo con criterio, come se fossi in una casa di cura in cui ogni momento è funzionale al recupero.

Ci sono aspetti di cui vado particolamente fiera e altri che mi appesantiscono ancora, come il senso di colpa quando mi accorgo che la penso meno (faccio persino fatica a scriverlo senza sentire dolore).
Ma, dopotutto, è così, la penso meno e la penso meglio.
La ricordo viva e mi manca più di prima, più di quando rimpiangevo uno scheletro calvo e terrorizzato, perché era l’unica immagine che ricordavo di lei, l’unica che tornava a tormentarmi giorno e notte, qualsiasi cosa facessi per non pensarci.
Ora non è più così, ora è i fiori di Vesima che aspettano l’estate, è la pelle delle sue guance sempre fresche, è la sagoma storta che mi cammina davanti spedita, è la bottiglia di vino lasciata sul tavolo in cucina, è la battuta giusta al momento giusto, è il sorriso enorme e contagioso, è l’ascolto silenzioso, sempre e comunque.

Ora è finalmente, di nuovo, la Maria.

Quindi eccoci qui, il post è finito e ora schiaccio il tasto pubblica, direttamente dal suo giardino, in una bellissima giornata di primavera, come quella di cinque anni fa.

lunedì 22 marzo 2021

Ciao Maria, io esco



Mio padre assomigliava a Gino Strada. Lo diciamo sempre, io e la zia, che quando ci capita di vederlo in tv pensiamo a papà. È principalmente una questione di sguardo: grandi occhi circondati da pesanti borse e cipiglio sempre un po' arrabbiato. Ma anche sorriso raro, un po' sornione, spesso nascosto da baffi e barba incolta.

Mia madre, invece, assomigliava a tutte. Ogni donna intorno alla settantina, piccola di statura, magra, con i capelli brizzolati e l'andatura a metà tra il fiero e l'incerto è mia madre, nonostante la sua personalità fosse particolare e inconfondibile. Genova, si sa, è una città vecchia e, almeno nel centro storico dove vivo, lavoro e mi sposto quotidianamente, la maggior parte delle "signore anziane" che incontro non porta i tacchi alti, nè la pelliccia, nè i capelli lunghi e tinti. Tra le persone in cui mi imbatto spesso, di media tre o quattro volte al giorno, ci sono donnine basse, con i capelli corti e bianchi, il piumino, la borsa a tracolla e le scarpe da trekking.
In pratica, c'è mia madre.

All'inizio mi andava il cuore in gola, adesso ci ho fatto l'abitudine e, anzi, se sono particolarmente malinconica, quando ne vedo una all'orizzonte, socchiudo gli occhi per scorgerne solo i tratti sommari e fingere che sia lei. A volte devo trattenermi dall'avvicinarmi, dal chiedere di scambiare due parole, dall'abbracciare. Proprio io, che gli abbracci li odio (e se c'era una persona che li odiava più di me, forse, era mia madre).

Domani sono due anni che è morta la Maria. Come ho già scritto in passato, pochi giorni prima di ricevere la diagnosi ascoltava spesso e condivise addirittura sul suo profilo facebook questa canzone, in particolare queste parole: 

Al tramonto, di tutto, potremo capire
Sopravvivere dentro ad un tratto di colore
Nei suoni più caldi scomparirà il dolore
Poi forse un giorno ci rincontreremo

Inutile che scriva quanto per me sia ancora difficile sentire il pezzo di Cosmo, nonostante, in qualche modo, mettermi le cuffie e farlo partire significhi anche riavvicinarmi a lei e accorgermi che, per un momento, "nei suoni più caldi scomparirà il dolore".

Il mio passaggio preferito, però, è quello che arriva un attimo prima:
Saremo orizzonti e ci potremo ammirare
Ci nasconderemo nel profumo del mare
Ci ritroveremo nei dettagli più belli
Ci riscopriremo nelle cose più rare
E sarà superfluo non saperlo spiegare

perché è esattamente così che succede, da ventiquattro mesi esatti.
Un anno trascorso dall'ultimo post di anniversario, un anno in cui non è cambiato nulla. Per tutti, mica solo per me. La pandemia ci costringe tra casa e lavoro, limita gli spostamenti fisici ma, al contrario, alimenta quelli mentali. Quanti film mi sono fatta in questi mesi! Quante volte ho incontrato il passato nella quotidianità, senza riuscire non dico a scalzarlo, ma almeno a contenerlo con immagini del futuro.

E dire che di progetti in cantiere, anche piuttosto grandini, ne ho eccome. Ma a costo di sembrare retorica, pesante e scontata, senza poterli raccontare a lei, a loro, diventano automaticamente più piccoli. 
E quindi, in questi giorni tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, cerco di riprendere il controllo che ho perso due anni fa e che, volutamente, ho fuggito per tutto questo tempo. In un periodo in cui possiamo controllare poco mi sono data il permesso di non controllare niente. Però mi sono persa, e tanto. Non ho ricominciato, non ho proiettato, sono stata nel passato e, quando è andata bene, sono sopravvissuta nel presente. Che lo so, l'importante è il qui e ora, ma a volte mi piacerebbe sentire i quasi quarant'anni che ho e cominciare a riflettere su quello che vorrei e che, vita di mxxxa permettendo, potrei provare ad avere. Magari ce l'ho già e non lo so, magari invece no.

Detto questo, la Maria, la cerco (e la trovo) ovunque.
Nei garofani lilla che mi ha regalato qualche giorno fa una sua amica, nei fiori raccolti a Vesima appena la Primavera ha iniziato a farsi spazio, nelle riunioni di condominio e di comitato in cui faccio malamente le sue veci, nella mia voce, nella stoffa rosa cipria, nella creta a cui do forma, nella strada che percorro al mattino, nello yoga che pratico la sera, nelle verdure di Maurone, nei dopo cena al telefono con gli zii, nei caffé con i vicini di sopra, nei vecchi scatti che conservo nel telefono, nella pervinca infilata nel vasetto al cimitero che chissà chi le ha portato, nei tramonti visti per sbaglio, nei libri che leggo, nei ricordi puntuali del mio ex professore di filosofia, nei vestiti che indosso, nei miei capelli bianchi, nell'albero fiorito della foto quassù, nelle quotidiane discussioni del forum, in questo post scritto nei giorni sospesi della diagnosi (e io, che non credo a nulla, non sono riuscita a non notare, in una notte insonne, il numero 23 degli euro spesi per comprare gli animali: lo stesso numero del giorno in cui è andata via, sei mesi dopo).

E niente, ho finito, con un dito mignolo bruciato dal forno, pubblico a distanza di tre mesi dall'ultima volta, con tanta e contemporaneamente poca voglia di dire, di scrivere, di aprirmi. Ma come mi ha consigliato oggi quel sant'uomo che vive con me, il titolo giusto è "Ciao Maria, io esco", per ritrovarti e, soprattutto, ritrovarmi.

domenica 18 marzo 2018

What else is there?


Musica, maestro.

Domenica sera, fuori pioviggina (come sempre negli ultimi giorni), io ho un mal di schiena incredibile e mi preparo per iniziare una settimana di fuoco, che culminerà con doppia risonanza nel week end.
Mi chiedo come farò, domani, a uscire di casa alle otto, a rientrare dopo le venti e a fare tutto quello che devo nonostante la schiena a pezzi e le mille medicine che mi circolano in corpo. Ma, del resto, se mi volto indietro vedo prove allergologiche, giornate a scuola, pomeriggi di studio e prelievi all'alba: sono sopravvissuta alle settimane passate, se mi impegno posso farcela di nuovo!

Nonostante le difficoltà, come sempre da quando mi conosco, ho reso tutto più semplice (non organizzativamente parlando, ovvio) iscrivendomi a un workshop che mi interessava un sacco e che, indubbiamente, ha dato i suoi frutti fiori. Il corso in questione è questo, la fiorista si trova proprio sotto casa mia e, nonostante il diluvio universale di domenica scorsa, partecipare è stato bellissimo. Oggi non ce l'ho fatta, ma la prossima sessione spero proprio di non perdermela.
Comunque, per darvi un po' un'idea di quello che ho realizzato sotto la guida di Eleonora, ecco qualche foto:


Probabilmente risulterà difficile, a chi mi conosce solo in campo lavorativo, capire perché io mi iscriva (con gioia!) a un corso di decorazione floreale dal momento che, per vivere, mi occupo di divulgazione scientifica e in particolare di didattica della robotica.
La risposta è semplice: senza il corso di decorazione floreale non riuscirei ad insegnare bene, con spirito di iniziativa, creatività, capacità di mescolare le carte e trovare vie d'uscita. Poco tempo fa, in una classe, abbiamo costruito degli insetti impollinatori con un kit programmabile Lego: parlare delle strategie di alcune orchidee, che si fingono bombi per essere impollinate mi è venuto spontaneo ed è stato vincente. In questo modo, i ragazzi, hanno elencato tante altre tipologie di impollinazione e ne è nata subito una bella discussione piena di spunti. La storia delle orchidee non l'ho certo imparata su un libro di robotica, ma l'ho ascoltata con piacere ad una conferenza organizzata dall'Orto Botanico della mia città.

Ora questa tecnica di avere attorno tanti maniglioni antipanico da aprire di colpo quando tutto mi sta stretto la uso molto anche per lavoro, un tempo, invece, mi serviva per prendere aria e ricaricarmi. Il fatto che il lavoro stia entrando anche in questo lato della mia vita non so se sia un bene o meno, di certo mi accorgo che le fughe si sono diradate e che mi mancano moltissimo. Mi piacerebbe tornare a rifugiarmi su un sentiero ogni volta che ne sento il bisogno, anche (e soprattutto) se l'unica conseguenza che ne otterrei probabilmente sarebbe solo di distrarmi un attimo da tutto il resto.

Chissà, confido in un giro di boa (che sono certa arriverà prestissimo) e nella Primavera, che, lo sappiamo, non bussa ma entra sicura. Basta spingere il maniglione antipanico.

lunedì 10 aprile 2017

Sì, me lo ricordo, grazie.

Il titolo che ho scelto, in realtà, me lo avete suggerito voi. Come? Trovando il mio blog con questa chiave di ricerca: "Ricordati di essere felice".

Probabilmente il post che vi sarà uscito fuori sarà questo. L'ho scritto ormai cinque anni fa (!), quando ancora mettevo una frase dopo l'altra, senza stacchi, grassetti, corsivi, come un flusso di pensieri alla Joyce, incurante di quanto potesse essere difficile leggere una roba così.

Ora il mio stile è un poco più snello, ma i ricordi belli, quelli che mi fanno le coccole, sono sempre gli stessi. Ed è buffo, perché proprio ieri, mentre riflettevo sul post che avrei scritto oggi, pensavo anche al passato e a quei piccoli grandi momenti che sorreggono il presente, basta correre lì un attimo, il tempo di risentire l'odore dell'erba o la morbidezza di una stoffa.

Dopo qualche settimana di assenza, per colpa del lavoro, della pioggia, della vita che non sempre gira bene, sono tornata a camminare su un sentiero, ricordandomi, quindi, di essere felice.
La gita che abbiamo fatto, tutta nuova dall'inizio alla fine, è cominciata con il Trenino di Casella e si è conclusa con il bus numero 13. Abbiamo viaggiato fino a Pino e da lì, a piedi, abbiamo raggiunto il Monte Alpe. Pochi fiori rispetto a quanti me ne aspettassi, decisamente più sole del previsto: il risultato è facilmente intuibile guardandomi in faccia, come sia la situazione spalle/braccia ve lo lascio solo immaginare. L'ultima salita verso la cima l'abbiamo forse presa un po' troppo diretta, ma ne è valsa la pena e il prato verdissimo su cui abbiamo mangiato e sonnecchiato ci ha ripagati della fatica. Ci sarebbe pure un aneddoto abbastanza assurdo su uno scarabeo stercorario, ma me lo tengo in serbo per il prossimo Leggermente, a tempo debito capirete il perché.

Il ritorno, via bosco, è stato ugualmente bello anche se un po' inquietante: una villetta custodita da cinque o sei levrieri, enormi e puntuti (e arrabbiati), una casa apparentemente abbandonata ma in realtà piena di antenne, parabole, pannelli solari e doppi vetri alle finestre, una riva fitta di vegetazione in cui tra gli alberi vicini erano incastrate decine di auto arrugginite, evidentemente lanciate nel vuoto per far perdere le loro tracce, i fiori velenosi dei maggiociondoli, un muro di pietra ricoperto di muschio verdissimo, i muscari viola sparsi qua e là, ma, soprattutto, nessun'anima viva ad esclusione di un gruppetto di ragazzi in stile Goonies (o Stranger Things, scegliete voi) intenti a risalire il sentiero con le bici.

Arrivati in un centro abitato abbiamo aspettato il primo bus e con il secondo siamo rientrati a casa, alla ricerca di un gelato per la merenda e per nulla stanchi nonostante la dozzina abbondante di chilometri percorsi.

Questa mattina, quando mi sono svegliata, ho riguardato la foto che ho messo quassù e l'ho sentita forte e chiara, la felicità.




domenica 26 marzo 2017

Un passo dopo l'altro


Niente gite in questo periodo.
Il sole è ormai tiepido, a volte persino caldo, ma il lavoro mi tiene lontana dai sentieri.
Potrei disperarmi, ma non servirebbe. Ho deciso quindi di farli qui, in città, i passi. Uno dopo l'altro.

Ieri, per esempio, ho camminato davvero e ho camminato in senso figurato, il tutto senza quasi muovermi dal mio quartiere.

Alla mattina giretto in Villa Croce, faceva così caldo che dopo i primi cinque minuti sulla panchina ho tolto maglia e calzini e mi sono goduta un'oretta di luce piena, con un libro da leggere e due cani meravigliosi che giocavano sul prato accanto a noi.
Pranzo all'aperto, crema di ceci con calamari scottati, un salto all'orto di quartiere (perché l'idea di curare un pezzettino di terra ancora non mi ha abbandonata) e una lunga passeggiata fino alla nuova gelateria dove - sorpresa! - c'era anche un mercatino delle pulci di quelli che piacciono a me: sedie vintage, macchine fotografiche, specchi sbilenchi, collane improbabili, tazze colorate e mille altre cose tra cui perdersi.

Il pomeriggio, invece, ho smesso di camminare davvero e ho cominciato a farlo in senso figurato: alle 16.30 ho presentato Robotica creativa per giovani tecnologici alla Libreria l'Albero delle Lettere, un posto bellissimo dove ho comprato libri per anni e mai avrei immaginato di diventare, un giorno, uno degli autori in vendita.
Dopo una breve introduzione dell'editore ho allestito un piccolo laboratorio per i bimbi presenti: insieme abbiamo costruito le ormai mitiche scribbling machines usando i washi tape colorati e scarabocchiando in libertà per un'oretta abbondante. Il risultato? Un grosso Bristol bianco pieno di segni, punti, strisce, e trattini di tutti i colori che sto meditando di incorniciare e appendere in corridoio, in onore di questa giornata importante e speciale.

La settimana appena trascorsa è stata anche nuovi laboratori a scuola, dove ho finalmente dato sfogo a tutta la creatività scientifica che spesso mi tengo dentro e nuovi percorsi di didattica e aiuto, che porto nel cuore e custodisco con cura.
Nei giorni che verranno non so cosa succederà, so solo che il prossimo week end non si lavora e quindi, meteo permettendo, GITAAAAAAAAA!


martedì 24 maggio 2016

Piccole cose sparse


Questa Primavera è una Primavera lenta.

Scorre piano e mi lascia molto tempo per pensare, non che questo sia per forza un bene (anzi), ma è così.
A Maggio ho provato a non comprare l'abbonamento dei mezzi pubblici, facendo affidamento su tutto questo tempo nuovo che non ricordo di aver mai avuto: è stata un'ottima idea, perché sono costretta a camminare tantissimo per coprire percorsi, anche lunghi, che di solito facevo in bus. Si parla di passeggiate di mezz'ora/quarantacinque minuti, almeno, che mi consentono di riflettere, riflettere, riflettere, guardarmi intorno, ascoltare musica e... riflettere.
Entrambi i lavori (che prima o poi, un post su quello che faccio per vivere, lo dovrò pur scrivere) stanno bene, tra poco vado a un incontro con l'editore del mio libro per bambini, il manuale di robotica è quasi in stampa, i laboratori continuano più raramente ma continuano (e la foto scelta oggi ne è una valida testimonianza), le attività a Staglieno entrano nel vivo proprio ora, sempre che si possa parlare di attività vive in un Cimitero.

Non ci sono novità, dunque, se non quelle che affollano più del solito la mia testa senza pace.

Penso che quindi oggi sia una buona occasione per sfruttare l'eterno potere degli elenchi, in cui riesco sempre a visualizzare la bellezza inaspettata, piccola quanto grande, incontrata sulla (buona) strada.
Ecco, in ordine casuale, venti cose che hanno accentato giornate apparentemente semplici, a prima vista tutte uguali, ma in verità sempre diverse:

1. Le orchidee selvatiche del Parco di Portofino
2. Il profumo di Emiliano
3. Un tramonto dal tetto degli aperitivi
4. Una conchiglia trovata per caso, in pieno centro, in un giorno difficile
5. Un'altra conchiglia cercata e regalata, che dal mio collo non se ne andrà mai più
6. Il blu della mia città in una mattina assolata di maggio
7. Gli anemoni che danno i pizzicotti (cit.)
8. Una pizza improvvisata dopo una lunga giornata di lavoro
9. Il primo bagno in mare dell'anno e i suoi tesori
10. Un nuovo libro da leggere
11. Il Leggermente appena pubblicato su A Casa di Cindy
12. Le idee per il futuro che scorrono facili in un pomeriggio d'ufficio
13. L'ultima #fogliagentile lasciata al volo in ascensore
14. La mattina dall'Editore per sistemare immagini e correzioni
15. Le cene lunghe e buone, tutte fatte in casa, dal pane al budino
16. Le camminate silenziose, al sole, costeggiando il mare
17. I ritrovamenti inaspettati, perfetti per arredare gli ultimi pezzi dell'Albero (ecco a voi, il mio nuovo comodino)
18. I cagnolini che nuotano attirando gabbiani
19. Le chiacchiere sulla panchina, la sera, perché ormai è come d'estate
20. Questa cosa di angoscia nel cuore, che non va via, e probabilmente è giusto così

sabato 19 marzo 2016

Sassi


Sì, oggi è la festa del papà.
Sì, il mio è morto.
No, non scriverò nulla in proposito.

Ho fatto una gita. Primo evidente segno la camminata: sono rigida. Polpacci, ginocchia, caviglie poco collaborative questa sera.
Secondo segno più evidente del primo: il colorito non più cadaverico, anzi, inaspettatamente salutare. Siamo a Marzo inoltrato, domani inizia la Primavera, e ci si abbronza.
Terzo segno evidente solo a me che lo vivo in prima persona (e a voi che leggete qui): cena inventata, consumata tra cucina-letto-divano, con tonno, legumi, cioccolata, pane e vino rosso. Sono stanca, fingo (nemmeno troppo) di lavorare e penso. Penso che se non ci fosse stato un contrattempo non saremmo tornati in treno (mollando il motorino in stazione). Penso che se mi fossi fermata di più nel panificio, o dal verduraio, o che ne so, sarei rimasta sotto una marea di sassi.

Ho scelto di tornare a camminare, almeno per un giorno, dove l'ho sempre fatto.
Forse non avrei dovuto.
Ho cercato senza trovarlo il pezzo di Sliding Doors, il film, quello in cui per una metro persa (o presa) cambiano un sacco di cose.
Stamattina non si è trattato, per fortuna, del tempo di una metro, ma un'oretta scarsa ha cambiato molte cose lo stesso.
La gita è stata bella, senza vista, con un sacco di nebbia, con mia mamma che chiamava, a sua volta in gita fuori regione, per sapere se ero io una delle due persone rimaste sotto la frana.
I miei posti non mi hanno accolta: solo nebbia, tanta, un po' di vento, ma insufficiente per allontanare il mal tempo, un percorso che le caviglie non sanno fare più. Troppe pietre, troppi dislivelli, poche super salite, poche super discese. Ora mi trascino, forse ho pure un po' di febbre.
Non è certo una spugna gettata questa, ci tornerò e andrò a trovare mio padre come avrei voluto fare oggi, prima che chiudessero l'unica possibilità che avevo di raggiungere il cimitero.

Un paesaggio brullo, con tanti sassi, con i pini storti, i cespugli violentati dal vento, i sentieri erosi e spesso mangiati dall'acqua. Qualche riparo, l'abbaiare di un capriolo, una fila di processionarie, un uccellino morto con le formiche nelle orbite vuote. I ginepri con le bacche, le euforbie stentate, due pallini rossi, un orizzonte che non c'è.
Ma, nonostante tutto, io sono a casa qui, dove ogni angolo mi somiglia, nella sua scontrosità apparente, nel modo schivo di presentarsi, nella calma di un prato silenzioso, perché non c'è nulla da dire.
Sono del Ponente e non posso farci niente.
La rima, lo giuro, non era voluta.

P.S. Nella foto una viola, simbolo universale di resilienza, visto il suo crescere imperterrita in mezzo ai sassi.

domenica 22 marzo 2015

Ho bisogno

Colonna sonora
Ho bisogno di ricordare.
Cose, persone e motivi. Motivi per essere felice e per non avere paura, motivi per mettercela tutta e per non interrompere la mia ricerca della gioia.
Che è peccato mortale smettere di cercare.
E' il secondo (per l'esattezza terzo) giorno di Primavera, piove a dirotto e stanotte ho sognato mio padre, dopo mesi.
Si vede che ne avevo bisogno.
Come ho bisogno di prendermi del tempo per capire che direzione imboccare, ma non appena faccio questo pensiero vengo presa dall'ansia dell'immobilità e mi rimetto a correre. Che lo dovrei sapere, ormai, con tutti i sentieri che ho percorso, veri e figurati, che correndo non si va da nessuna parte, ci si stanca soltanto. In questo periodo, poi, che di fiato ne ho già poco per i fatti miei, proprio non posso permettermi di rimanere senza aria.
I nuovi laboratori con le nuove associazioni, i corsi della provincia che pare inizieranno e, guarda un po', sono stata selezionata, il lavorone per la Soprintendenza quasi finito, il progetto sulla sicurezza in rete che pure lui sta giungendo al termine, le opportunità da valutare (e io non sono per nulla brava in questo!), i nuovi bimbi da aprile, la mia piccola vita robotica che continua e continua anche bene.
Ho bisogno di ricordare che la sorpresa ci salverà, non le sorprese eh, che quelle proprio non le sopporto, ma la sorpresa. La capacità di rimanere a bocca aperta, di sussultare, di battere le mani davanti a una cosa che non si conosceva fino ad un secondo prima e che ora sembra impossibile non averla mai vista. Lavorare con i bambini aiuta moltissimo da questo punto di vista: anche se sempre meno del passato, i piccoli sanno sorprendersi e sorprenderci con la loro sorpresa.
La settimana scorsa ho tenuto un laboratorio in chiatta, con una serie di bimbi affetti da forme di disagio e disabilità più o meno gravi. Cosa mi ha sorpreso di più? La sincerità che non hanno mai lesinato, lasciandoci spesso a bocca aperta. Venerdì ho visto lo stupore negli occhi "delle mie ragazze" quando con le caramelle gommose che avevo consegnato hanno acceso il circuito di MakeyMakey e suonato la tastiera del piano.
Ho bisogno di ricordare i momenti di sorpresa e ho bisogno che mi basti il ricordo per "vedere il buono dove già esiste".
Non leggo.
Non scrivo quasi, e chi mi conosce se ne sarà accorto.
E' come se fossi completamente assorbita dal tentativo di capire come fare, dove andare e non mi accorgo che sto già facendo, sto già andando. E mi sto sorprendendo.
Come poco fa, che mi sono alzata per andare in bagno e ho visto la foto del vicino vicino che vedete quassù. Sta sopra il mio letto da anni, da prima che arrivassi qui sull'Albero, eppure mi sorprende sempre. Io che amo gli ombrelli, che amo i colori, che amo i ricordi, in questa foto ritrovo gli orti di casa con l'ombrello di carta di riso fuxia piantato in mezzo ai filari di piselli, con la musica di sottofondo, l'estate che esplode e molto fiato in più.

sabato 14 marzo 2015

Chanson egocentrique

Colonna sonora
Qualche giorno fa, con mamma, ho immaginato una storia. Eravamo sedute sul 20, all'ora di cena, reduci dall'ultimo esame di una serie infinita di visite mediche.
Un elettrocardiogramma.
Un ecocardiogramma.
Un ecodoppler.
E non è ancora finita.
Io non miglioro granché, ma per ora nemmeno peggioro, si vedrà.
Insomma che lì, sballottata dalla corsa veloce del filobus, stavo impazzendo dal mal di testa e ho immaginato che dalla fronte si aprisse una crepa e il cranio si spaccasse a metà, lasciando il cervello scoperto, grigio chiaro e con qualche sfumatura di lilla proprio come lo smalto per le unghie che mi sono appena comprata.
Allora mia madre mi ha chiesto: "Cosa ne faresti del tuo cervello?"
"Lo tirerei fuori un attimo, mamma, giusto per riposarmi un po'", le ho risposto.
E abbiamo continuato a fantasticare, su di me che mi sfilo quella poltiglia un poco soda dalla testa e la appoggio sul mobile della sala, per provare a rilassarmi e a non pensare a niente, almeno per qualche ora.
"Ma poi come faresti a ritrovarlo? Senza cervello non potresti vedere"
"Ah, cazzo, giusto...Dovresti venire anche tu allora, per rimettermelo a posto quando ho finito di riposarmi"
Oppure, abbiamo convenuto entrambe, potrei togliermelo in un posto che conosco bene e poi, a tentoni, recuperarlo quando mi sono stufata di stare senza.
Non so se le persone sul bus ci abbiano sentite, ad ogni modo dovevamo sembrare quantomeno bizzarre.
Sono nel frattempo trascorsi un paio di giorni e io ho sempre più voglia di togliermi i pensieri dalla testa, visto che i sintomi fisici fanno più resistenza del previsto.
Così mi riempio le giornate di cose da fare: due lavori nuovi in forse, uno piccolino in partenza da aprile, mille piedi in duemila scarpe, nel tentativo di non lasciare scampo a ragionamenti faticosi e sensi di colpa.
Come sempre le terapie migliori sono camminare, cucinare, fare cose belle (tipo andare a teatro a vedere questo spettacolo e quest'altro) e scrivere. Mercoledì scorso su A Casa di Cindy è uscita la puntata di marzo di Leggermente, la "rubrica libraria" a cui ormai sono talmente affezionata che la aspetto con impazienza, come se non fosse la mia.
Non so di cosa parlerò nel prossimo post, non sto leggendo per adesso, o per lo meno non ho nulla di recente di cui vorrei scrivere...probabilmente andrò a ripescare qualche vecchio amore, di quelli che non si scordano mai.
E quindi basta, continuiamo questo sabato dal tempo incerto, iniziato con un ciuffo di viole, le coccole della gatta, una bella passeggiata sul mare e un secchio di zuppa di fagioli alla palermitana.
Stasera turno Altrove.
Con il vestito nuovo e lo smalto color cervello.





giovedì 25 aprile 2013

Libere promesse

Domani è il 25 aprile, Festa della Liberazione.
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/

sabato 24 marzo 2012

Springtime


E' primavera.
A primavera bisogna godere del sole, dei colori e dei profumi. Bisogna incamerare vitamina D, spruzzare endorfine, annusare feromoni e mettere le all star.
Ho deciso che nonostante tutto, nonostante la risonanza alla testa della prossima settimana, nonostante lo spauracchio del virus che mi mangia i nervi del collo, io spruzzerò endorfine e metterò le all star.
Vesima in questo aiuta.
Oggi un trasloco, domani una cena da sorella Ale dopo tanto tempo, la panacea di tutti i mali.
In giorni di incubi notturni, paure ingiustificate, paure giustificate, gente che urla, treni che viaggiano lenti, libri bellissimi, oro ciock e bulbi che nascono, incamero vitamina D e abbronzo il mio collo stanco.
Ho lasciato il corso da barman, per forza, con i farmaci che mi fanno vivere nel mondo di Iridella è l'unica cosa che aveva senso fare. Ho sospeso le animazioni, impossibile restare lucida e far divertire i bambini quando la mia faccia è quella di Sara Tommasi.
Mi dispiace, per tutto, ma inutile rimuginare e molto più utile dedicarsi ad altro: alla ditta e alle cose belle che imparerò la prossima settimana, agli articoli per la rivista che mi tengono compagnia nelle giornate sul divano, alla primavera con le sue bellezze che commuovono.
Passerò il week end così, guardandomi intorno, aspettando il mio turno, lavorando in tranquillità, abbracciando un'amica, accarezzando la gatta che mi molla soltanto per saltellare scoordinata in giardino.
Ci sono stati Springtime peggiori quaggiù, questo è certo. E' bene ricordarlo.
Vorrei scrivere cose definitive, diagnosi certe, mettere punti e andare a capo, perché a sto giro a capo ci andrò sul serio. Questa volta, nell'ennesimo aggiustamento delle priorità della mia vita, ci sarò io. E vaffanculo.