martedì 20 novembre 2018

La fattoria degli animali

Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.

Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.

Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi.
A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.

Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.

Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.

Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.

P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.




domenica 21 ottobre 2018

Coraggio e lavanda

Sdraiata sul divano-letto nella mia piccola sala penso a quante cose la vita mi stia insegnando in questi ultimi anni. Non che prima ci sia andata piano, anzi, ma in meno di ottocento giorni ho imparato a lavorare da sola, gestendo soldi che non arrivavano, soldi che dovevano andarsene appena arrivati, soldi che finalmente restavano, ho imparato a condividere le giornate, gli spazi e i desideri con una persona, ho imparato a entrare e uscire da paure grandissime lasciandomi aiutare anche dalla chimica, ho imparato ad alzarmi ogni giorno alla stessa ora per starne otto nello stesso posto (evviva!), ho imparato a guardare in faccia la morte e a dirle che va bene, è di nuovo tornata a prendersi troppo presto un pezzo di me, ma se lo dovrà sudare, perché non glielo lascerò portare via facilmente.

Mentre scrivo mamma riposa nel mio letto, la cesta ai suoi piedi è occupata da Agata, infermiera eccezionale, in trasferta da due settimane, che sembra capire la gravità della situazione e non si lamenta mai della reclusione forzata. Il week end è trascorso lento, finalmente con un po' di controllo sulle cose, con qualche passeggiata nel sole di luglio ottobre, con la spesa della domenica mattina, con l'acquisto del telefonino nuovo, così lei finalmente avrà il suo (mio) smartphone e io potrò scattare delle foto davvero degne di questo nome.

Tra pochissimi giorni inizierà il Festival della Scienza
e mai come quest'anno mi sembra stia per cominciare una vita parallela, dove chissà se potrò fare qualche incursione nei laboratori che mi interessano e magari anche vedere un paio di conferenze con mamma.
La settimana di Ognissanti sarà quella libera da terapie, spero tanto di riuscire ad approfittarne per farle fare due passi con meno stanchezza da sopportare e meno sale da attesa in cui aspettare.

Attorno a noi abbiamo trovato degli eroi quotidiani
, dall'oncologo che la chiama disaster e trova soluzioni per ogni cosa al palliativista che trascorre mattinate intere a bere caffè, mangiare pasticcini, mostrarle foto dei figli piccoli e cercare con lei sistemi efficaci per combattere il dolore. E poi ci sono la suora indiana che maneggia pacchi di terapie come fossero sacchetti di zucchero, la volontaria bionda che gestisce l'affluenza dei pazienti meglio di una torre di controllo, la caposala con il sorriso più rasserenante del mondo.
Tutte queste persone, insieme alla famiglia, agli amici, ai colleghi, stanno rendendo il mio viaggio più semplice, spero così di riuscire a trasmetterle tutta la forza che le serve, anche se, detto tra noi, è lei che ogni giorno mi mostra cosa è in grado di fare uno scricciolo di quaranta chili.

Il sonno che ho finalmente recuperato, il cambio degli armadi finito (questa volta per bene, con tanto di sacchettini profumati gentilmente forniti dalla festa francese in Piazza Matteotti, dove mamma ha svaligiato un banco di lavanda), i pigiami nuovi, il bucato steso, il libro da leggere pronto accanto a me.
Ti accontenti di poco, direte voi, ma è tantissimo, fidatevi.



giovedì 27 settembre 2018

Cavalcando i giganti


Musica

Tutte le mattine mi sveglio più o meno alle sette e mezza. Faccio colazione, mi vesto ed esco con le cuffie nelle orecchie. Percorro gli stessi vicoli, con la stessa luce che taglia a metà le facciate, con i bidoni appena svuotati, con le cassette di frutta ancora piene, con i cani che fanno pipì. Dall'inizio dell'estate la musica che non mi ha mai abbandonato è quella di Cosmo, ed è abbastanza strano perché non sono una grande ascoltatrice di autori italiani. Ogni sua canzone, però, prima ancora di entrare a piè pari in questo incubo, è stata perfetta per raccontarmi qualcosa di quello che stavo vivendo.

Ecco perché ho deciso di iniziare con lui il post di oggi, rubandogli pure le parole per il titolo.
Le mie, di parole, le ho raccolte nelle ultime settimane e rappresentano cose, situazioni, momenti, a volte addirittura attimi.
Sono scritte una dietro l'altra, perché, ormai mi conoscete, l'elenco è l'unica forma che mi salva quando non posso controllare nulla.
Eccole qui.

Il colore del cielo alle otto di sera, con le sagome nere degli alberi, dalle finestre grandi del terzo piano
Il ciclamino viola che beve al posto della signora Lalli
Le statue ricoperte di patina scura che mi fanno sentire sicura di sapere almeno qualcosa
Il cinghiale enorme che scodinzola nel buio
Le urla quotidiane del cinese
Il matrimonio in verde all'uscita dell'ascensore
Il profumo del nuovo latte detergente
Il mio maglione a coste grigio, oversize e comodissimo
Le mani sulla spalla che chiedono se ho bisogno di qualcosa
Le parole di conforto che si siedono accanto e piangono con me in uno dei pochi momenti di crollo
Il bastone della signora delle pulizie che si muove avanti e indietro, tra le sedie della sala d'aspetto
Il profumo del primario
Il "cara" delle infermiere
Il ragazzo con il virus nel ginocchio
Il Cristo crocifisso senza braccia e senza croce
Il gel per disinfettarsi le mani appeso in corridoio
Le gelatine di frutta Leone
I sogni al contrario e la sveglia all'alba
La goccia che scende lenta
Le liste infinite della spesa
Le scale polverose del patronato
I gamberi saltati in padella
La camicia da notte rossa
Le rose giallo ittero
Il bagnoschiuma della felicità
I discorsi belli e dolorosi passeggiando sotto gli alberi
Il sacchetto di zenzero candito contro la nausea
Il pranzo gigante del ritorno
La corsa a casa a perdifiato perché il telefono squilla a vuoto
Il mazzo di fiori in soggiorno con i grappoli di peperoncino
Il pianto inaspettato di Agata
Il pellegrinaggio senza sosta dei vicini di casa e le telefonate degli amici
Le ciabatte rosa
Le notti a leggere e a confrontarsi con i compagni di lotta
La faccia del medico della mutua
Le fotocopie, le code, i timbri negli uffici
Il mare calmo che ci scorre accanto percorrendo l'Aurelia la sera
La cena di pesce, senza domande, sotto gli ombrelloni
Il libro per bambini che non è ancora arrivato
La signora con il dito staccato
Il signore con la cacca nelle scarpe
Il tassista gentile al sorgere del sole
L'Autunno che arriva lo stesso
I viaggi in moto, con il vento che asciuga le lacrime
I colleghi meraviglia
Le battute in cucina e quelle al telefono
Le cose più rare

Potrei continuare ancora e lo farò, ma non questa sera.







domenica 2 settembre 2018

Il regno delle trappole di tulle


Negli stati di crisi il mio cervello ha sempre lavorato più del solito, soprattutto di notte.
Con l'insonnia, con i sogni.


In questi giorni, nei pochi momenti in cui mi addormento (comunque più frequenti di quanto sperassi), sogno moltissimo. Sogno situazioni vivide, potenzialmente tanto reali quanto assurde. Sogno moti di rabbia, sogno litigate, sogno case abbandonate aggredite dalle piante infestanti, sogno torte di compleanno ripiene di marmellata alla colomba, sogno di ricevere buste color avana indirizzate a una ragazza francese, sogno pacchetti regalo blu cobalto lanciati da una moto in corsa, sogno metropolitane che non partono, sogno metropolitane che partono lasciandomi a terra, sogno olimpiadi di corsa nel greto di un fiume, sogno laboratori rimandati, sogno gatti siamesi, sogno amiche d'infanzia, sogno ascensori lenti, sogno autobus sbagliati.

La notte scorsa ho sognato che dovevamo terminare un videogioco analogico, una scatoletta con tante scene intercambiabili in cui i personaggi, minuscole bambole di legno, venivano mossi a mano, liberati da corde, salvati da pericoli.
Si chiamava "Il regno delle trappole di tulle" ed era davvero difficile.

Due notti fa, invece, alla fine del giorno più lungo ho sognato il futuro e mi tengo stretto ogni passo.

Iniziavamo a camminare mano nella mano, faceva caldo e gli alberi erano pochi. Dietro una roccia enorme onde alte di schiuma bianca, come quella che c'è sulle spiagge bretoni durante la marea, ricoprivano tutto: "potete farcela, diceva il bagnino". E ce la facevamo, saltando su isolotti di sabbia, camminando radenti alla parete polverosa, aiutandoci a vicenda.
Dall'altra parte cominciava il bosco freddo, c'era neve ovunque. Soffice, profonda, dura, ghiacciata, scivolosa, bianca, sporca e freschissima. Tante cadute, qualche passo lungo, le gambe congelate, gli angoli bui, i rumori sinistri. Fino alla casa di sassi grigi, dove abitava una signora con i capelli grigi come le pareti, vestita con un abito grigio come i capelli. Ci ha fatto un caffè, ci ha dato una coperta, ci ha mostrato il suo canguro e la sua lepre arancioni. Aveva deciso di abbatterli, erano troppo impegnativi. Abbiamo deciso di comprarglieli, per ventitré euro, come in una canzone di De André. Ci ha spiegato che le sue due sorelle gemelle, saputelle e alla moda, abitavano nel centro storico, ci ha detto che lei aveva preferito restare lì. Siamo ripartite con un canguro e una lepre arancioni, due animali che saltano lontano e fanno danni in tutta la casa, perché non sanno stare rinchiusi.

Come è andata a finire non lo so, mi sono svegliata, ma sono certa che in ogni caso scapperemo dalle trappole di tulle in groppa a lepri e canguri arancioni.
Provate a prenderci.

lunedì 27 agosto 2018

Hotel Salicornia: un vaggio in Bretagna


Musica

Il momento di raccontarvi il nostro viaggio in Bretagna è arrivato.
In realtà sono anni che lo aspetto perché sogno di conoscere questi posti da sempre. Come al solito dividerò il post a tappe e lo correderò di qualche foto significativa. Tanti altri scatti sono sparsi sulla pagina Fb e sul profilo Instagram.
Cominciamo subito!

Prima tappa: Nantes
Partiti da Pisa con un Volotea comodissimo siamo arrivati a Nantes poco prima di cena. Durante l'attesa in aeroporto io, come sempre, ho trascorso dieci minuti buoni in profumeria sperando che spalmandomi e spruzzandomi tutti i tester disponibili mi sarei rilassata un po'. Non so se abbia funzionato, ma crisi isteriche non ne ho avute. Anzi, sorvolando la Francia mi sono anche divertita a riconoscere il sincrotrone di Grenoble
e i vulcani dell'Alvernia, di cui (shame on me) ignoravo l'esistenza.
Appena atterrati siamo andati a posare i bagagli, a fare una doccia veloce e poi via alla ricerca di un posto dove mangiare il primo piatto di Moules-Frites e la prima enorme coppa di gelato al burro salato. Dopo cena siamo tornati dritti all'hotel, stanchi ma pronti a scoprire Nantes il giorno dopo. La notte semi in bianco (sotto all'albergo c'era una specie di discoteca sempre aperta e, dovendo tenere le finestre chiuse, siamo morti di caldo) è passata veloce e il giorno dopo abbiamo esplorato la città in lungo e in largo. L'ultimo espresso decente da Starbucks prima di incontrare solo lunghe tazze di brodo scuro, un giro nella cattedrale, nel suo chiostro e nella cripta, una visita al Castello dei Duchi di Bretagna (con tanto di scivolo laterale), un'ora buona nel parco più bello che si possa immaginare, completo di stagni con le ranocchie, giochi d'acqua e ginkgo biloba secolari, il pranzo a base di baguette al lardo seduti nei pressi del Mirroir d'Eau. Che figata!
Il pomeriggio l'abbiamo trascorso in uno dei posti più bizzarri che abbia mai visto: Le Machines de l'Ile. Impossibile spiegarvi nei dettagli di cosa si tratti, andate a dare un'occhiata.
A fine giornata un'auto affittata ci aspettava all'aeroporto e con lei siamo partiti in direzione Dinan, dove avremmo trascorso le successive tre notti.




Seconda Tappa: Dinan, Mont Saint-Michel, Cap Fréhel, Saint-Malo
La chambre d'hôtes che ci attendeva a Saint-Samson-sur-Rance era un incanto: immersa tre le campagne bretoni, circondata da ortensie e campi di mais, ci ha offerto una stanza splendida in cui riposare e delle colazioni indimenticabili. Io, con il francese, me la sono cavata meglio di quanto mi aspettassi e nel giro di tre secondi mi sono sentita a casa.
La prima mattina ci siamo alzati presto e siamo partiti alla volta di Mont Saint-Michel, consapevoli dell'enorme quantità di turisti che avremmo incontrato. In effetti c'era molta gente, ma siamo stati fortunati: finché siamo rimasti sull'isola non abbiamo avuto difficoltà a muoverci e a visitare tutto con calma. Abbiamo mangiato la prima di mille crèpes e trascorso un sacco di tempo sulla piana in bassa marea che circonda il monte. La foto che apre il post direi che lo dimostra bene!
A cena siamo riusciti a mangiare in tranquillità a Dinan, lungo il porticciolo, cosa che la sera prima non era stata possibile: alle nove è già molto complicato trovare dei ristoranti liberi e, soprattutto, ancora disponibili a preparare cibo. Io l'ho sempre detto che si deve mangiare presto!
Il quarto giorno è stato quello della gita: sedici chilometri lungo una brughiera a picco sul mare per raggiungere Fort-La-Latte partendo dal faro verde di Cap Fréhel. Camminando sul sentiero il motivo per cui quel tratto di costa sia chiamato Costa di Smeraldo ci è stato subito chiaro.
Finito il percorso abbiamo cercato una spiaggia dove i miei piedi potessero immergersi per la prima volta nell'Oceano: costume e felpa (una volta lasciata Nantes non abbiamo mai superato i 24 gradi) mi sono avvicinata all'acqua, fredda, battuta dal vento e piena di onde lunghe… è stato potentissimo!
L'ultimo giorno in questa zona della Bretagna si è rivelato anche l'unico molto piovoso e lo abbiamo trascorso a Saint-Malo, dove abbiamo comprato l'immancabile maglietta a righe (non è una leggenda: tutti i bretoni la indossano, abbinata alla cerata gialla se sta piovendo) e mangiato le crèpes più buone di sempre. Qui ho fatto anche un'importante scoperta: il sidro non mi piace! Chi lo avrebbe mai detto.
Da Saint-Malo siamo ripartiti verso la città che forse più di tutte ci ha rapito il cuore: Roscoff!





Terza Tappa: Roscoff, Costa di Granito Rosa, giro dei Fari
A Roscoff avevamo deciso di alloggiare all'Ibis: che idea geniale! Il mare arrivava proprio sotto all'albergo e ogni volta che uscivamo passavamo interi minuti a disquisire sulle maree. Alta, bassa, coefficiente 78, salita alle ore 20... questa costante presenza della natura che detta le regole è forse uno degli aspetti che abbiamo amato di più. Barche in secca abbattute su un fianco in attesa che torni l'acqua, passerelle inabissate per metà, gabbiani alla continua ricerca di cibo sulle spiagge appena scoperte (un giorno vi racconterò la storia di Damiano). Il primo giorno, dopo aver girovagato in paese, abbiamo preso l'auto, visitato alcune delle tante e bellissime pastorali sparse nelle campagne intorno a Roscoff e terminato in bellezza mangiando il tipico granchio gigante, punteruoli e schiaccianoci compresi. Se doveste chiedermi, però, dove cenare in città senza dubbio vi manderei qui, noi ci siamo stati ben due giorni su tre e parliamo delle loro verdure ancora oggi.
L'ultimo giorno al nord lo abbiamo trascorso, indovinate un po', camminando! Questa tappa infatti prevedeva una gita lungo la Costa di Granito Rosa , dove le rocce sembrano di plastilina, dove i fari non mancano, dove potete comprare una mini guida per riconoscere le alghe (inutile dire che è venuta subito via con me) e dove il rispetto per il sentiero e la natura che lo circonda è scontato. Un'utopia, mi spiace scriverlo, per chi vive in Italia. Per la seconda volta abbiamo pucciato i piedi nell'Oceano e, per quanto mi riguarda, una super pennica in spiaggia non me l'ha levata nessuno.



Ripartiti da Roscoff ci siamo spostati verso sud, dividendo la giornata in minitappe alla scoperta di fari bellissimi come quelli di Pontusval, Kermovan e di Pont Saint Mathieu. Il pranzo ce lo siamo goduto nel Villaggio di Meneham, dove il tempo sembra essersi fermato e il colore chiaro dell'erba ricopre ogni cosa.





Quarta Tappa: Audierne, Pointe du Raz, Pont-Croix, Quimper, Douarnenez
L'ultimo bed and breakfast che ci ha ospitati si trova nella minuscola località di Plouhinec, vicino a Audierne e Pont Croix. Fuori dal paese, immerso tra covoni di fieno e boschi, questo luogo incantato ci ha regalato tramonti bellissimi alle dieci di sera, colazioni tipiche con gli yogurt fatti in casa più buoni di sempre, una stanza in mansarda completamente azzurra dove, se potessi, tornerei anche a domani. Il primo giorno in questa zona lo abbiamo trascorso sulla spiaggia di Audierne dove abbiamo fatto il primo vero (e freddissimo bagno) circondati da alghe enormi. Il pomeriggio, invece, abbiamo percorso un altro tratto del GR34, il Sentiero dei Doganieri, fino a raggiungere il faro di Pointe du Raz dove il mare che si arrabbia lo vedi a occhio nudo.
Il giorno seguente abbiamo tentato una gita fino alla spiaggia dell'Ile Vierge, ma, per la prima volta, il caldo torrido ci ha interrotti a metà. Poco male! Abbiamo risolto con un pic nic sotto l'albero guardano i delfini saltare nell'oceano (no, non sto scherzando!). Rientrando ci siamo fermati al mare e poi a cena nella creperia più buona di Audierne, dove il secondo mega gelato al caramello salato ci ha dato enormi soddisfazioni.
Eccoci arrivati alla fine del viaggio: un ultimo giorno pieno di piccole tappe, per conoscere il paesino bellissimo di Pont-Croix , la città di Quimper con le case a graticcio (dove mi sono finalmente scatenata nello shopping) e la cittadina di Douarnenez, che credevamo essere un porto chic e che invece è un delizioso villaggio marino, con piccoli locali sul lungo mare e il percorso delle sardine, da seguire a piedi per esplorare al meglio il paese.
L'ultima sera, già in preda alla nostalgia, abbiamo cenato in una bella trattoria, fuori il vento fresco e dentro la consapevolezza che a Nantes (e in Italia) ci avrebbe atteso il caldo africano.




Ho deciso di non descrivere volutamente ogni sensazione, di non pubblicare tutte le foto, né di elencare tutti gli aspetti che mi hanno colpito di questo viaggio. Il motivo? La lunghezza del post, che è già inaccettabile così, figuriamoci se avessi fatto la lista di tutti gli animalini che abbiamo incontrato, degli odori che mi hanno rapita, dei cibi più buoni che abbiamo assaggiato e delle atmosfere più suggestive che si incontrano in Bretagna. Ho pensato di dedicare a queste cose un post a parte, più frivolo e meno pratico, cosicché possa essere una sorta di diario consultabile da chi volesse farsi un giro in Bretagna e non sapesse da che parte cominciare.
Se servissero info tecniche, tipo come funziona l'affitto dell'auto, cosa fare in caso di incidente (ovviamente ci è successo), quale abbigliamento è meglio mettere in valigia, come comportarsi se in aeroporto a Nantes vi trovano delle forbici in borsa (presente!), dove mangiare il miglior kouign-aman di Francia, scrivetelo qui nei commenti (o sui vari social) e io proverò a rispondere nel prossimo post!

Scusate la lungaggine, ma non potevo proprio fare diversamente.
Au revoir!

P.S. Perché questo titolo? Semplice, quando finalmente riuscirò a ritirarmi sulla costa bretone aprirò il mio piccolo rifugio per viaggiatori e lo chiamerò Hotel Salicornia.

martedì 24 luglio 2018

Le cose più rare


Tra ventiquattro ore saremo in un piccolo hotel di Nantes, atterrati da poco e con un sacco di aspettative in tasca.

Domani si parte per le ferie, meritatissime come qualcuno oggi mi ha scritto in un messaggio.
Una dozzina di giorni in Bretagna, alla scoperta del posto dove per anni ho desiderato andare a vivere. Quando abitavo sui tetti sfogliavo spesso le pagine del blog di un italiano trasferito a Finisterre, invidiando il suo coraggio e la sua sete di cambiamento. Adesso è stato strano riaprire quel blog per cercare consigli su dove dormire, cosa mangiare, in quale paese sperduto tra i fari trascorrere un pomeriggio.

Come dimostra la foto quassù l'estate sembra essere finalmente arrivata. Qualche temporale notturno, molto caldo di giorno e una quantità incredibile di cicale rumorose. Ho passato la notte da mamma e questa mattina siamo state in un parco dove non ero mai entrata, pur essendo molto vicino a casa. Abbiamo incontrato poche persone, per lo più proprietarie di cani docili e distesi sotto gli alberi, in attesa che i padroni terminassero il capitolo del libro e smettessero di leggere il giornale. Una pace assoluta, voglio tornarci.

La settimana scorsa ho finito la seconda delle due summer school di SdR che ho seguito quest'anno: ne sono uscita contenta ma stremata. Ho testato in lungo e in largo le attività che avevo perfezionato ultimamente, proponendo laboratori a bambini di sei anni o ad adulti che seguivano le lezioni per portare in classe le cose imparate con me: una grande soddisfazione e un onore sapere che un po' di quello che ho provato e capito lungo il mio percorso potrà in qualche modo fare la differenza nelle future giornate scolastiche di un bambino!

Il lavoro al MadLab 2.0 procede benissimo, ci sono grandi novità in vista, ma se tutto andrà bene ne scriverò a tempo debito. Di sicuro mi aspetta una trasferta a fine agosto e anche in autunno le partenze non mancheranno. Sono contenta di fare nuove esperienze, di confrontarmi con nuove persone e, soprattutto, di imparare cose nuove. Non vedo l'ora di riavere un po' di tempo per proseguire la mia formazione con Guido.

Ho fatto un paio di acquisti on line, uno su Kings of Indigo, dove ho trovato un paio di jeans e una salopette super in saldo e uno da Melissa Erboristeria, grazie al quale vorrei riprendere possesso del mio corpo che, puntualmente, va in pezzi con l'arrivo delle vacanze.
La parte più complicata dei due ordini, come sempre, non è stata la scelta ma il recupero dei pacchi: quello di Kings of Indigo, appena arrivato in Italia, è magicamente sparito in un deposito fantasma irrintracciabile, scovato solo grazie a un sito di tracking russo. Nemmeno il KGB.

Ci sono poi un po' di cose che vorrei fare al mio ritorno, nella settimana di ferie che ancora avrò a disposizione, e in ordine sparso, sono: leggere moltissimo, mangiare la pasta con le vongole a Pieve e le focaccette al Baretto di Megli, poltrire in piscina, tingermi i capelli del mio colore 2018, dormire, trascorrere del tempo con mia mamma, andare a cena da Colombo e al mare a Ponente, ascoltare un concerto e indossare tutte le magliette a righe che comprerò in Bretagna, insieme a un cappello di paglia e un sorriso a 86 denti.

Direi che con Le Cose più Rare ci siamo. Si parte.


domenica 24 giugno 2018

Per chi risuona la campana?

Prima o poi risuona per tutti, per me negli ultimi mesi è risuonata tre volte. Due e mezzo in verità.

Cosa significa? Significa che da gennaio a oggi mi sono sparata due risonanze magnetiche, su tre segmenti di colonna vertebrale più l'encefalo. Come disse il mio neurologo "lei sarebbe da risuonare dalla testa ai piedi" e io ho obbedito.
A parte una schiena a quanto pare eccessivamente dritta e due spazi intervertebrali un goccino compressi a livello del codino, i risultati sono perfetti. Non c'è nulla che debba preoccupare o che possa essere correlato ai sintomi neurologici che mi hanno accompagnata nel nuovo anno.
A questo punto forse l'ipotesi virus influenzale andato a infastidire il sistema nervoso potrebbe essere la più probabile, soprattutto considerando che le cose stanno migliorando con il passare del tempo e con poca cura. Il prossimo obiettivo è sospendere definitivamente tutti i farmaci, provando a lasciarmi alle spalle il terrore con cui ho (abbiamo) convissuto ormai fin troppo. Se poi la diagnosi finalmente arriverà, con una sicurezza un poco più solida, ancora meglio, altrimenti proverò ad andare oltre. Scrivo proverò perché se invece la questione fosse (come ogni tanto, ciclicamente, qualcuno sospetta) "semplice" fibromialgia, allora so già che dovrò fare spazio a nuovi dolori e a nuove contratture, sicuramente però avrò meno paura.

Fatta questa doverosa premessa, che spiega un po' la latitanza degli ultimi tempi (scrivere di quello che mi spaventa non è il mio forte), posso raccontare ciò che di bello accade attorno a me.
Intanto sembra essere finalmente arrivata l'estate, sono a quota due bagni in mare e uno in piscina, una miseria rispetto ai miei standard, ma il lavoro e il meteo orribile fino a qualche giorno fa non hanno aiutato. Questo week end è fatto di tempi lenti, pranzi e cene con gli amici, tinta ai capelli in vista del matrimonio della prossima settimana e, soprattutto, acquisto dei voli per le vacanze in arrivo. Abbiamo atteso fino ad ora per prudenza, volevamo aspettare i risultati della risonanza prima di decidere, ora non abbiamo più scuse. Se non cambiamo idea all'ultimo minuto la meta dovrebbe essere la Bretagna (e forse anche la Normandia), vedremo!
Io, solo all'idea, piango.

Oggi pomeriggio ce ne andiamo al Coton Fioc Festival in una location super bella, la lavatrice sta lavando gli asciugamani, a pranzo formaggio e frutta fredda, domani lavoro da casa e mi preparo per la settimana di laboratori e di scrittura folle per il sito del MadLab 2.0. Sono contenta, mi piace questa dimensione, fatta di persone con cui trascorrere le mattine fianco a fianco, ma anche di momenti in solitudine per concentrarmi meglio sulle cose difficili. Potrei dire che la questione della salute mi ha ridato la dimensione giusta dei problemi, ma io quella l'ho sempre avuta, difficilmente mi lamento per le banalità, cosa sia davvero importante lo so e non lo dimentico.

Ho voglia di andare a un concerto, di inventare qualche attività nuova per i lab, di prendere un gattino, di fare il bagno a Pieve con il mio costume nuovo, di leggere un romanzo che mi appassioni (suggerimenti?), di dormire nella corrente d'aria, di costruire un libro tattile per la Fata Meravigliosa, di seguire le video lezioni di Guido (per sempre grata al MadLab 2.0 che mi ha comprato l'abbonamento annuale), di mangiare un ghiacciolo, di innamorarmi dei paesini bretoni, di salire su un aereo con Andrea.

P.S. Nella foto quassù la vista dal posto dove abbiamo cenato per festeggiare le lastre pulite. Yeee!