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martedì 20 novembre 2018

La fattoria degli animali

Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.

Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.

Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi.
A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.

Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.

Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.

Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.

P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.




venerdì 8 settembre 2017

Una banale Wishlist di Settembre


Io amo moltissimo l'autunno. Probabilmente più dell'estate e di tutte le altre stagioni.
Mi piacciono i suoi colori, l'odore dell'aria di Novembre, l'intimità che i mesi pre invernali mi riescono a regalare.
Per chi adora i boschi non c'è periodo migliore, le foglie ancora stanno lì, ma sono arancioni, la terra è umida e profuma di buono, le camminate con una temperatura frizzante sono le più belle.

Detto questo, a Settembre ricomincia tutto. Per chi lavora con le scuole ricominciano le e-mail alle segreterie, le telefonate, le presentazioni. Per chi lavora con il Festival della Scienza ricominciano le progettazioni, le ansie, le scadenze.
Per chi è libero professionista ricominciano i contatti con chi era sparito in estate, i controlli delle fatture sospese, i preventivi per le nuove collaborazioni.

Io vorrei solo un sentiero, una felpa e la mia macchina fotografica.


Visto che questo non lo posso avere (l'allerta meteo di domani sancisce la fine delle mie possibilità di fare una gita a breve, dato che nei prossimi week end di Settembre sarò in trasferta), ho deciso che tanto valeva elencare ciò che mi piacerebbe fare e possedere.
Non mi sono trattenuta, mi sono accorta che probabilmente la mia lista sarà di una banalità sconcertante, ma ho deciso che la scrivevo (e pubblicavo) lo stesso.

Eccola:

1) Vorrei seguire un corso di Enrica Crivello. Ho guardato tutti i suoi video nelle scorse settimane e mi piacerebbe un sacco imparare da lei come rendere la mia attività più chiara a me e agli altri. Credo sarebbe la persona giusta per indicarmi come valorizzare al meglio ciò che faccio senza snaturare il mio modo di essere. E poi, diciamolo, vorrei un sacco entrare nello #spaziofigo. Ho quindi deciso che quando compirò un anno di partita IVA, se sarò ancora in grado di sostenerla, seguirò un corso di Enrica e mi aprirò un sito internet come si deve.

2) Vorrei comprarmi un prodotto di Rimini Rimini. Mi piacciono tutti, li avevo visti qui a Genova da Paccottiglia e mi ero innamorata del progetto e dei colori di queste borse. Ieri, mentre cercavo un portafoglio, sono andata a sbirciare di nuovo nel loro sito e trovo che ogni cosa sia fantastica. Peccato che non abbia trovato il portafoglio, forse posso sostituirlo con una borsa da mare? :-)

3) A proposito di portafogli, proprio ieri sera mi sono imbattuta nella presentazione della nuova collezione di La Pinotteria. Nemmeno il tempo di riflettere se comprare un maxi modello della collaborazione con Febò ed era già tutto (giustamente) sold out. Sarà per la prossima volta!

4) Vorrei avere più tempo. Per scrivere e leggere innanzi tutto. Ma pure per non fare nulla, per dedicarmi all'orto, per non impazzire quando il corriere dichiara che la consegna è andata male senza nemmeno suonare al citofono (posticipando così l'arrivo di materiale che mi serviva per lavoro), per dormire, mangiare, andare a trovare mia madre, fare due passi, farne quattro.

5) Vorrei riuscire a progettare una fuga sotto Natale, anzi sotto Capodanno. L'ultimo passato qui è stato divertente perché la compagnia era buona ma, non me ne voglia la mia città che tanto amo: che palle! A sto giro mi piacerebbero il freddo, la polenta, le mani in tasca e la sciarpa gigante.

6) Non mi trucco molto, né sono una maniaca della cosiddetta skincare. Mi lavo bene il viso, spalmo la crema, ogni tanto metto una maschera, mi strappo i baffi e mi faccio sistemare le sopracciglia dall'estetista. Detto questo, forse vorrei il Clarisonic. Perché ce l'hanno tutte e chi non ce l'ha ne parla. Ecco. E, se proprio devo essere sincera, vorrei quello piccolo e super costoso. Non so perché, non lo comprerò mai, ma lo vorrei.

7) Ogni anno imparo qualcosa, due anni fa mi sono buttata nel francese e l'anno scorso ho continuato accantonando altri eventuali corsi. Quest'anno sarebbe bello se riuscissi a fare una nuova esperienza. Data la mia ormai nota fissazione per la moda sostenibile mi piacerebbe imparare a cucire. Probabilmente non riuscirò ad iscrivermi in palestra, visto che gli orari da libera professionista non coincidono con nulla. Magari un corso di cucito serale, però, lo trovo.

8) Mi servono un paio di scarponi da trekking. Autunnali, possibilmente non pesantissimi perché quelli per il freddo vero (più eventuale neve) già li ho e quelli estivi pure. So anche dove mi piacerebbe andare a cercarli: qui. Perché ho proprio la sensazione che quel posto e chi lo gestisce potrebbero farmi sentire a casa. Ho provato a passarci di ritorno da una trasferta, ma la stazione di Piacenza non ha deposito bagagli e io avevo un trolley enorme pieno di materiali per i laboratori. A malincuore ho rinunciato, rimanendo in stazione con 38 gradi effettivi e 57 percepiti e disperandomi per non poterci andare.

9) Seguo le peripezie del Fairphone da un sacco di tempo. Mi ero ripromessa di acquistarlo ma:
- Il mio si è rotto improvvisamente l'anno scorso e non ho fatto in tempo a ordinarlo
- La fotocamera è sempre stata molto modesta, non che io sia una fotografa professionista ma mi piace scattare e vorrei una discreta qualità
Ora, però, la fotocamera è stata migliorata, il mio attuale telefono è vivente e forse potrebbe essere il momento buono. Il problema è ovviamente sempre il solito: non posso permettermelo perciò non lo comprerò. Però posso desiderarlo, no?

10) Voglio sistemare il mio armadio in camera da letto. Si tratta di un vecchio e scuro mobile che arriva da casa dei miei al quale sono molto affezionata, mi piacerebbe rifasciarlo con carta da parati, tipo questo. Ho anche già trovato dei siti buoni dove recuperare la carta, ma, in questo caso, è il tempo che manca per fare tutta l'operazione. Ad ogni modo ad Agosto ho allestito il mio angolo studio e rivoluzionato la cucina riempiendola di giallo, quindi posso già ritenermi un sacco soddisfatta dei risultati.

Ecco fatto, la Wishlist è completa e sicuramente appena pubblicherò il post mi verranno in mente mille altre cose che vorrei. Pace! Le scriverò nella prossima.


giovedì 15 dicembre 2016

Ad alta voce

Il titolo del post mi è capitato in bocca l'altra sera.
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.

Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.

Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.

Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.

Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):

"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."






lunedì 3 ottobre 2016

Stelle marine nel bosco

Sono di ritorno da Roma e chi un poco di mi conosce sa che i viaggi rappresentano un luogo fecondo per la scrittura, specie se in treno come oggi.

Ho trascorso meno di ventiquattro ore nella Capitale per partecipare ad un incontro di lavoro: la presentazione di un progetto a cui ho collaborato nell'ultimo anno e che, piano piano, si sta avviando alla conclusione. C'era forse un modo migliore di festeggiare che bersi un aperitivo quassù, sperando in un futuro per la nostra idea? Naaaaa.

In realtà in questo posto meraviglioso ero già stata, qualche anno fa, di nuovo in occasione di una fine. Evidentemente i Fori Imperiali sono il mio luogo dei saluti, la casa della resa dei conti. Diciamocelo: potrebbe anche andarmi peggio!

Sono stati due giorni compatti, trascorsi per la maggior parte seduti, tra vagoni, stazioni, saloni, ristoranti, letti e divani. Come sempre ho onorato la partenza con il ciclo, che, a sto giro, ha cercato di uccidermi, costringendomi a prendere una quantità di antidolorifici mai sperimentata, con mix che temevo letali e tempistiche assolutamente casuali.
Il risultato è che ho un sonno, come dire, importante e che prevedo di boicottare senza troppi sensi di colpa il pilates di questa stasera, anche perché, a proposito di notti, ultimamente le cose non stanno filando troppo lisce. La sera prima della partenza per Roma, ad esempio, ho inanellato una serie di sogni che tenevo (finalmente) lontani da mesi.

Innanzi tutto un bel cadavere, che alla fine si scopriva essere "solo" un quasi cadavere. Tornando a casa per preparare gli ultimi bagagli (sono bravissima a rendere estremamente realistici gli incubi, per esempio sognando un viaggio il giorno prima di un viaggio) per partire verso la Cina (e qui ci sarebbe un lungo capitolo da aprire), vedevo un cappuccio bianco galleggiare nel laghetto condominiale. Riconoscevo subito la giacca di mamma e mi lanciavo nell'acqua ghiacciata per salvarla. Una volta tirata fuori almeno la testa e urlato "Aiuto!!!" con tutto il fiato possibile, l'unica persona arrivata in mio soccorso era un ex fidanzato medico, attualmente non proprio veloce nei movimenti, che mi consigliava qualche medicina, mi guidava nella rianimazione e si muoveva lentissimamente verso di noi. La scena successiva si svolgeva a casa dei miei, un litigio tra me e mamma che voleva vendere tutto, nonostante la già bellissima vista dal terrazzo fosse ulteriormente migliorata: una seconda spiaggia era infatti nata in mezzo al mare, all'improvviso, favorendo la formazione di una vera e propria barriera corallina, con tanto di squali, coralli e acqua cristallina. Non ero la sola ad essere in disaccordo con la vendita: anche mio padre, seduto sul divano, decantava le bellezze della natura e mi sorrideva benevolo, apparentemente in ottima salute. Ultimamente, le rarissime volte che lo sogno (a differenza del passato, quando lo incontravo ogni notte), non appena compare mi rendo subito conto di essere in un incubo e tendo a svegliarmi. Questa volta, invece, mi sono difesa cambiando ambientazione e ritrovandomi in un bosco buio, su di un sentiero in salita, circondata da stranissimi animali: un serpente peloso (e, francamente, parecchio orribile) mi ha tagliato la strada all'improvviso, mentre una stella marina gialla, dal corpo pulsante adagiato su un muschio, mi ha svegliata definitivamente.

Non so cosa mi riserveranno le prossime notti, certamente posso dire di aver iniziato nel modo migliore la mia stagione preferita. Si vedrà!

P.S. A questo proposito, nella foto l'Autunno che arriva sui gelsi del Porto.



domenica 31 luglio 2016

La fabbrica dei sogni

Avete presente quando trascorrete una giornata facendo tante cose diverse, così tante e così diverse che alla sera vi sembra di essere svegli da tre giorni? Avete presente quei momenti notturni in cui non riuscite a rendervi conto se state sognando oppure no? Avete presente quelle condizioni così perfette e fuori dal tempo che potrebbero arrivare dritte dritte da un mondo onirico ovattato e lontano?

Ecco, tutte quelle situazioni io le chiamo le fabbriche dei sogni e adoro quando capitano, specie se all'improvviso, specie se in giornate speciali.

Poco fa, per esempio, mi è successo questo: ero semi sdraiata sui sedili verde bosco del Trenino di Casella e provavo a dormire, vista l'oretta di viaggio che mi attende. Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio fatto di alberi e luce, polvere e sole e io non sono riuscita a prendere sonno, coinvolta com'ero dal momento magico e sospeso.

Mi è venuta voglia di scrivere, mi ha sorpreso l'ispirazione.


Quell'ispirazione che dopo ogni post sono convinta che non tornerà mai più e invece, inesorabile, si ripresenta all'improvviso. La settimana scorsa la scintilla l'ha accesa inconsapevolmente la bimba in piscina, oggi sempre di piscina si tratta, ma stavolta siamo sulla via del ritorno.

In verità, la prima avvisaglia che oggi sarebbe stata una giornata visionaria l'ho avuta stamattina presto, quando ho impiegato un bel po' di tempo a rendermi conto che il sogno dei vicini di casa che riuscivano ad aprire il portone rotto da giorni era, appunto, soltanto un sogno. Ieri sera lo abbiamo riparato con un po' d'olio d'oliva, ma i cori di gioia di questa notte non ci sono stati davvero, non mi sono mai affacciata alla finestra, non ho visto nessuno abbracciarsi e saltellare allegro nel vicolo buio (anche perché, diciamocelo, per una serratura funzionante mi sarebbe sembrato un tantino eccessivo).

Ieri sera, dunque, abbiamo fabbricato un sogno, semplicemente facendo (tornare a) girare la chiave nella toppa; chissà se anche il finestrino semiaperto di poco fa, il dondolio e il rumore del treno, il giornale stropicciato su cui scrivo questo post (riempiendo ogni buco libero della pagina dedicata alle ultime tendenze moda), fabbricheranno di nuovo qualcosa.

P.S. Nella foto quassù una diretta delle mie comunicazioni aliene (cit.)


lunedì 13 giugno 2016

Santo Sonno


Sono una ragazza fortunata perché mi hanno regalato il sonno. (semi-cit.)

Chi è capitato qui per la prima volta o mi legge da poco probabilmente non sa che io, ora, sto benissimo.
Fisicamente intendo, con il cervello siamo ancora in alto mare :-)

Ho trascorso gli ultimi anni a combattere, ciclicamente, con dolori di ogni tipo.
Già da ragazzina non me la passavo proprio bene: la pancia era il mio punto debole e non saprei contare le volte che sono finita al pronto soccorso in preda a coliche fortissime. Via l'appendice e via il dolore? Ma manco pe niente, come direbbero a Roma.
Le ho provate tutte: medicine, rimedi naturali, diete, sedute di analisi...poi, come sono arrivati, i dolori alla pancia se ne sono andati.
La mia personale interpretazione? Visto che i giorni no erano quasi sempre collegati ad una festività, ho scelto di credere che quando finalmente mi sono fatta una ragione che intanto mio padre, per Natale, non sarebbe tornato, ho smesso di stare male.

Le difficoltà più grandi sono iniziate qui, sono continuate qui e in tantissime altre occasioni raccontate in altrettanti post. Sono finite? Non so, sicuramente non sono mai più tornate così forti.
Non ho capito cosa succeda, non lo hanno capito fino in fondo nemmeno i medici che mi hanno visitata in questi anni, prescrivendomi punture, bende, pastiglie, esercizi, fisioterapie. Sono riuscita a contrarre il mio corpo a dei livelli a cui neppure quel santo dell'osteopata ha saputo, in certi casi, rimediare.

Un colpo di freddo, un periodo complicato sul lavoro, l'angoscia di un futuro lontano dall'essere un minimo definito mi hanno messa ko tantissime volte e ancora oggi, se esagero con l'ansia, con la palestra, con le sudate, con la rabbia o la tristezza, mi blocco come una bambola senza pila.
Però, questo post, è un post positivo (anche se per adesso non sembra).
La frase con cui l'ho iniziato non è affatto casuale perché c'è una novità nella mia vita e quella novità mi ha tolto i dolori.

Dormo.

Vado a letto sempre (o quasi sempre) prima di mezzanotte e mi alzo sempre (o quasi sempre) intorno alle otto.
Mi sveglio solo un paio di volte per la pipì, gli incubi sono piuttosto rari e quando apro gli occhi non darei via un rene per poterli richiudere.
Incredibile.
Sono certa che il mio benessere dipenda da questo e se non è così non mi importa, perché dormo e non ho male al collo quando mi alzo.
Dormo e la schiena è distesa.
Dormo e non mi vengono i crampi ai polpacci.
Dormo e gli occhi non mi esplodono nelle orbite.
Dormo e non ho male ai denti o alle orecchie.
Dormo e non ho una mannaia piantata nella nuca.
Dormo.
Semplicemente dormo.

sabato 14 novembre 2015

Chi muore si rivede


Non scriverò di Parigi.

Questo non vuol dire che, come tutti, non sia stata sveglia fino a notte fonda e non stia seguendo notizie, aggiornamenti, giornali.
Non sono abituata alle dirette TV (perché a casa mia la tele non c'è) e ieri sera, qui da mamma, sembravo in trance. Credo che la mia bella autoreferenzialità da occidentale abbia fatto il suo lavoro, che gli ormoni da trentaquattrenne abbiano tremato all'idea che il mio corpo possa un giorno mettere al mondo un figlio in un posto del genere, che la paura di una guerra alle porte (alle mie, di porte, perché altrove c'è già da anni) abbia giocato a sfavore della mia notte di sonno.

Ma, di Parigi, non scriverò.

Questo post è in canna da un paio di giorni, ho sognato mio padre martedì e mercoledì e mi ero ripromessa di scriverne se lo avessi sognato una terza volta. Giovedì non si è presentato, venerdì, ovviamente, sì.
Era moltissimo tempo che non capitava, forse da prima dell'anniversario di luglio e, a dir la verità, non mi mancava affatto.
Però, come sempre succede quando la mia vita è sotto prova, quando le cose attorno a me stanno cambiando (anzi, stanno provando cambiare), quando ci sono nuove possibilità ma non è ancora detto che saranno per me, lui torna.
Come se dovesse controllare, come se sentisse il bisogno di starmi accanto, di dire la sua, ma anche di rallentarmi, zavorrare i miei passi, distrarmi dagli obiettivi. Quando lo sogno non sto bene, perché a differenza del passato non ho l'illusione che sia ancora vivo, anzi, so benissimo che verso la fine del sogno ci sarà il momento dei saluti: uno strazio senza fine, fatto di abbracci, porte aperte e buie nelle quali lui entra... e sparisce.

Quindi, la prima notte ho sognato che ci prendevamo un caffè a casa, in cucina, in una mattina d'autunno. Poi uscivamo dalla finestra di camera mia per guardare una vicina che si sposava, accompagnata all'altare da suo papà, su una vespa rosa addobbata con bacche arancioni e fiori bellissimi.
La seconda notte eravamo in centro, nei vicoli, e lui voleva a tutti costi un gelato. Arrivati in gelateria il suo gusto preferito non c'era. Scena isterica. Del resto, il gusto "braccialetti", una sorta di crema rosa piena di stelline colorate, io non l'ho mai visto.
La terza notte (quella passata) eravamo a Parigi, ai piedi della Tour Eiffel. Io, come sapete, a Parigi non sono mai stata, ma nel sogno credo ci abitassi addirittura. Ricordo che camminavamo svelti, arrampicandoci sulla struttura di ferro della torre, scappando da bombe e spari, cercando di metterci al sicuro.

Verso la fine del sogno, in un piccolo cortile, in mezzo ad amici e parenti riuniti, come al solito ci abbracciavamo.
All'inizio non riconoscevo il suo corpo, ero a disagio. Poi un odore, la mia mano che si alza e gli carezza la nuca, lo stomaco che esplode e il pianto che comincia ad uscire, rumoroso e inarrestabile, mescolato ai singhiozzi di lui e a quelli di tutte le persone attorno a noi, finalmente consapevoli che non tornerà mai più.
E' strano tutto questo, perché nella vita di ogni giorno non posso dire che mi manchi molto. Non mi mancava dieci anni fa, tanto meno mi manca adesso.

Ma mi è venuto un dubbio: mi è venuto il dubbio che mi manchi nel futuro. Che l'idea di conquistare qualcosa, di iniziare un percorso nuovo, di proiettare la mia vita un po' più in là, mentre la sua resta ferma a quel maledetto luglio, proprio non mi vada giù. Almeno di notte.

P.S. Nella foto la sua pianta di caffè, con i frutti verdi, i frutti gialli, i frutti rossi e le bellissime foglie lucide. E forti.

venerdì 21 novembre 2014

Mormorii dei muri

Quando sulla mia strada incontro qualcosa di bello il primo istinto è sempre stato cercare di condividerlo con qualcuno che amo.
Ormai facebook, instagram, whatsapp e tutte le stramoderne diavolerie disponibili rendono semplicissima la diffusione di un piacere, agli amici cari, ai quasi amici, ai semi sconosciuti.
Ultimamente le cose stanno cambiando e io, davanti alla bellezza, non sento più la necessità di spartirla per sentirla davvero.
Stasera, per esempio, è andata così.
E' andata che ora sono sotto al piumone ricoperto di tavole botaniche, accanto a me fuma una tazza di camomilla e l'abat jour è accesa. Quello che voglio è salvare il più possibile la bellezza che mi si è infilata nel cuore, un cuore minuscolo e parecchio a pezzi. I miei amici sono a bere dopo il teatro e io scrivo qui e ragiono sul fatto che in fondo, anche adesso (forse più che mai) sto condividendo un'esperienza, nonostante abbia appena smesso di dichiarare che ultimamente questa cosa stia capitando sempre meno.
Ad ogni modo, poco più di mezz'ora fa ero seduta alla Tosse, a vedere Murmures des Mur, uno spettacolo di Aurélia Thierrée, nipote (bravissima) di Chaplin (sì, quel Chaplin che di nome faceva Charlie).
Come definirei lo spettacolo...non so. Nessie Parlava di teatro-danza, e forse aveva ragione.
Io, come penso sia capitato alla maggior parte degli spettatori in sala, mi ci sono ritrovata continuamente.
Gli stivali da pioggia, gli alberi sullo sfondo, le case dei vicoli piene di finestre e porte semi aperte, le cose piccole e preziose, i balli sulla punta dei piedi (in tazzina), i mari agitati, le angosce, ma, soprattutto, il sogno.
Perché la sensazione che mi ha accompagnata quasi da subito, quando ho iniziato sommessamente spudoratamente a piagnucolare, è la stessa che mi viene a trovare di notte, quando mi abbandono ai sogni più profondi.
Strane creature, volti senza volto, abiti chiari, velluto, scale, scatole e fruscii, dejavu, abbracci strappati, non dati, infiniti e, soprattutto, mormorii dei muri.
Parlare di uno spettacolo teatrale penso sia impossibile, come si fa a rendere le sensazioni della sala? I brusii, le risate, i colpi di tosse, i mezzi applausi e quelli scroscianti, l'odore del fumo finto, il rumore dei piedi nudi sul legno del palco...come si fa? L'unico modo per capire è vederlo.
La plastica con le bolle, le luci in bottiglia, le piume di struzzo, il raso bordeaux, le teiere d'argento, i tacchi rossi, la seta color crema, le calze nere, le scarpe da tip tap, i camici bianchi, i letti con le ruote, quelli con le sbarre, quelli con il baldacchino. Gufi, granchi, draghi, sirene, enormi creature.
Io, lo andrei a rivedere adesso.
Murmures des Mur

giovedì 6 novembre 2014

La notte dei morti viventi

Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".

Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".

Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...

domenica 7 settembre 2014

All is full of love

Mio padre non lo sognavo da mesi.
Mesi.
Non so se sia stata colpa della tisana allo zenzero, delle solite fatiche con il cibo, o di qualcosa che ancora non so, sta di fatto che l'ho sognato. Fino alle quattro e mezza, più o meno, quando mi sono svegliata in preda a un attacco d'ansia e con in testa la canzone del titolo.
Il sogno era bellissimo: io facevo la mia vita e lui, con la tuta blu e in totale silenzio, mi seguiva. Stava negli angoli delle stanze, in piedi e immobile, mentre apparecchiavo la tavola, discutevo con gli amici, parlavo con mamma. Poi nel salotto di casa dei miei venivano radunate alcune persone, per verificare, suppongo, la mia follia. Ricordo che lo chiamavo, si avvicinava e lo abbracciavo fortissimo. Provavo a spiegare alla gente intorno a me che lui era lì, che era vero anche se invisibile, anche se in silenzio. Nessuno mi credeva fino a che Andrea si staccava dal gruppo e si metteva di fronte a me. Allungava una mano e apriva il palmo, così, nel vuoto, nello spazio che corrispondeva alla schiena di mio padre, dove c'è il cuore. Improvvisamente nella stanza cominciava ad echeggiare un debole battito, poi sempre più forte e profondo, e tutti capivano che non mi sbagliavo, che non stavo mentendo: ero semplicemente l'unica a poterlo vedere e a poterlo toccare, ma lui c'era davvero.
Cominciavo a piangere. Come un piccolo animale ferito, a bassa voce, esattamente come sto facendo ora mentre scrivo.
Non pensavo sarebbe successo così, di risognare mio padre intendo. Non ho ancora decifrato il significato di questa notte, ammesso che un significato davvero ci sia. Posso solo provare ad immaginare che sia legato al periodo che sto vivendo, circondata da persone che chiaramente non capiscono nulla di me, che pensano di potermi trattare come vogliono loro solo perché "non mi allarmo", che credono di avere a che fare con una pedina di legno, da muovere a proprio piacimento, da considerare solo quando se ne ha voglia, da rendere partecipe una volta ogni tanto.
E così, come al solito, me ne vado in uno dei miei mondi paralleli, dove le regole sono decise solo da me, dove c'è rispetto per quello che vedono gli altri, anche se è strano, anche se è diverso dal nostro sguardo, anche se ci sembra incomprensibile.
Un mondo dove tutto è pieno di amore.

sabato 22 febbraio 2014

I've got you under my skin

Da quando mi sono dottorata ho ricominciato a sognarlo tutti i giorni, mio padre.
Era parecchio che non mi accadeva, al massimo qualche comparsata a sorpresa nel mezzo della notte, ma mai una dormita intera in sua compagnia.
Facile immaginare che la sua mancanza, accanto a mamma, nell'Aula Magna del Dipartimento di Chimica si faccia sentire quando la mente si stacca (o per lo meno ci prova) e il subconscio prende il timone della mia vita. Poi però, se mi fermo a riflettere, so che lui comunque non sarebbe mai venuto alla discussione della tesi, al massimo sarebbe rimasto a casa a preparare i gamberoni sfumati al cognac e la salsa rosa con il rosso d'uovo sodo passato al colino, con la gatta a sonnecchiargli accanto.
In questi giorni ho fatto un sacco di cose: ho cominciato a preparare le lezioni per gli studenti, sono andata in palestra tre volte, ho ripreso a scrivere con costanza, ho iniziato un libro nuovo (già bellissimo, se ne riparlerà), ho caricato un mio articolo qui, mi sono ubriacata, ho fatto le ore piccole e sono andata a letto presto. Ieri A Casa di Cindy è uscita la wishlist e con mamma si comincia a pensare seriamente alla Tour Eiffel e a come sistemare la nostra piccola Batman (in foto).
Oggi c'è un bellissimo sole, il mare sembra di metallo e fa male agli occhi guardare fuori dalla finestra, ma qui a Vesima lo stiamo lo stesso facendo tutti. Nel sogno di questa notte io e papà discutevamo, la bara chiusa in soggiorno proprio non la volevo: "portatela via, non la voglio vedere, non ci voglio pensare", "non posso mica prenderla io, ci sono sdraiato dentro!". Per fortuna che l'ironia non gli manca mai, anche da morto e anche in sogno.
Febbraio è quasi finito, in arrivo compleanni importanti e voglia di primavera, di camminate, di luce e di aperitivi all'aperto.
Ci sono piccole cose belle che ruotano veloci intorno a me, sempre più tranquilla, sempre più serena, anche davanti a situazioni che solo pochi mesi fa mi avrebbero spaventata a morte. Gli incoraggiamenti terapeutici a prendermi cura dei miei spazi, del mio tempo, mi spingono a continuare così, in un mondo che non mi vede al centro ma mi mescola alla perfezione con tutto quello che lo abita, musica compresa.
La canzone di febbraio, per mille motivi, è questa:
Your hand in mine (Explosions in the sky)

P.S. Un assaggio dal libro che sto leggendo, giusto per farvi venire la voglia:
"La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell'equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà"
(Valeria Parrella, Lo spazio bianco)

martedì 12 novembre 2013

L'uomo che dormiva con le scarpe

Una volta c'era un uomo che dormiva con le scarpe. Che scomodità direte voi, che schifo. Lui però mica si coricava con le scarpe che metteva per uscire, lui ne aveva un paio apposta per la notte, con una bella suola robusta, la tomaia in pelle marrone, i lacci beige che annodava con il fiocco. Dopo essersi lavato i denti e abbottonato il pigiama fino in cima, l'uomo che dormiva con le scarpe si sedeva sul bordo del letto, indossava un paio di calzini puliti e infilava i piedi al loro posto.
D'estate e d'inverno. All'inizio aveva due paia di scarpe diverse, uno che cominciava a mettere a maggio, di tela azzurra con i lacci bianchi e uno per la stagione fredda, più alto sulla caviglia e con le cuciture spesse. Col tempo decise di arrangiarsi con una via di mezzo, che non lo facesse sudare nei sonni di luglio e lo sapesse riparare nelle notti di Natale.
Ma perché l'uomo che dormiva con le scarpe, dormiva con le scarpe? Per essere sempre pronto a scappare, per non farsi mai cogliere impreparato, per imboccare con destrezza il corridoio, aprire la porta d'ingresso e fuggire nel buio.
Aveva fatto la guerra? No. Era stato aggredito? No. Aveva subito minacce? Nient'affatto. L'uomo che dormiva con le scarpe sognava sempre, ogni volta che andava a dormire e sprofondava nel sonno lui sognava; ma non sognava i banchi di scuola, la casa dei nonni, il pranzo di Pasqua o le foglie d'autunno, lui sognava percorsi, fossati, ponti di legno e corda, salti nel vuoto, prati scoscesi, rocce appuntite. E sognava uomini vestiti di scuro che gli correvano dietro, garage semi aperti in cui nascondersi, automobili a fari spenti che gli sfrecciavano accanto, finestre sbarrate, tetti scivolosi, pollai silenziosi, scatole chiuse.
Prima di prendere l'abitudine a dormire con le scarpe, l'uomo che dormiva con le scarpe si svegliava in piena notte, nel bel mezzo di una fuga, con la schiena sudata e i muscoli contratti, senza capire cosa fosse successo e cosa lo avesse spinto a sgranare gli occhi nel buio, in preda alla sete e all'angoscia. Dopo diversi episodi di insonnia, spaventi, e sogni interrotti a metà, lo capì. Se ne accorse una notte di febbraio, mentre correva tra l'erba alta, con un senso di inadeguatezza diffuso, con il fiato corto e il rumore di qualcuno alle calcagna che spezzava rami secchi ad ogni passo e fendeva l'aria fredda e profumata di paglia. Mentre continuava a zigzagare, con falcate regolari, volgendo ogni tanto gli occhi verso il cielo stellato, sentì un dolore acuto sotto la pianta del piede destro, come una grossa spina che si conficca nella carne, come un pezzo di legno duro che si pianta senza fare rumore. Perse l'equilibrio, cadde tra l'erba e si rialzò, cercò a tastoni qualcosa di invisibile e di doloroso poco sotto all'attaccatura delle dita, provò a muoversi ancora, ma una mano gli afferrò la maglia, tra le scapole e lo tirò via dalla sua corsa, svegliandolo. Cosa era capitato? Semplice! Come la notte in cui saltando giù da un muro era atterrato su una bottiglia rotta tagliandosi un calcagno e ritrovandosi rigido e sveglio sotto le coperte, o come quando svoltando dietro ad un angolo aveva sbattuto l'alluce contro un marciapiede troppo sporgente ed era balzato dal letto urlando, anche quella notte nel prato stava sognando senza scarpe. Strade sporche, siringhe, pozzanghere, macchie d'olio, cacche dei cani, ghiaia appuntita, rocce taglienti, neve e ghiaccio, asfalto bollente, corridoi di treni e pavimenti di stazioni...tutti calpestati senza scarpe, di corsa, con la paura di non arrivare alla fine del gioco e di svegliarsi prima, senza aver superato lo svantaggio di aver combattuto ad armi impari. Come fare per vincere, per veder nascere il giorno dopo una notte dormita tutta di filato, per provare la bella sensazione di un atterraggio protetto, di una schivata in scivolata, di un balzo su un piede solo? Indossando un paio di scarpe, comode preferibilmente. Da quella notte di febbraio, quindi, sotto un cielo stellato tra l'erba alta, l'uomo che dormiva con le scarpe cominciò una nuova vita, iniziò a divertirsi, a svegliarsi realizzato e riposato, a sentirsi forte e capace, indipendente e in gamba, pronto ad annodare i lacci, fare un bel respiro, voltare le spalle al mondo e chiudere gli occhi.


mercoledì 12 giugno 2013

Una cattedrale di pioggia

Lunedì sono andata a S. Torpete, parrocchia a pochi passi da casa. C'era uno degli incontri di Paolo Farinella, Prete, come ama definirsi lui stesso. Il tema principale era la commemorazione di Don Andrea Gallo, in realtà gli argomenti affrontati sono stati tantissimi, complice anche la figura di Don Gallo, "così piena di cose da dire".
Io sono arrivata un pochino in ritardo, reduce da una seduta dall'osteopata, la seconda trascorsa sul lettino in un bagno di lacrime involontarie.
Vuoi il lavoro che sto facendo sul mio corpo, vuoi la circostanza di memoria in cui mi trovavo, vuoi i vari punti trattati, a S. Torpete le lacrime mi sono uscite chiaramente e me ne sono accorta bene.
Raccontando del giorno del funerale di Don Gallo, Farinella ha parlato di cattedrale di pioggia, un'immagine bellissima, secondo me, per descrivere la folla di fedeli fuori dal Carmine, riunita sotto al diluvio in un grande abbraccio attorno al suo prete. A questo proposito si è parlato del concetto di necessità, il bisogno di esserci il giorno delle esequie per poter salutare quel pezzo di noi che se n'è andato con Don Andrea.
Ripercorrendo la vita del suo amico, Don Farinella ha citato passi del Vangelo, aneddoti di gioventù, articoli di giornale alquanto datati, avvenimenti della scena ecclesiastica che io non conoscevo.
Sono atea, si sa, ma partecipare agli incontri organizzati a S. Torpete o leggere il prezioso blog di Farinella non c'entra nulla con la religione. C'entra con la cristianità e io a volte penso di essere molto più cristiana di tanti altri. "La persona è il suo messaggio, il suo agire, la sua coerenza e l’impronta che lascia, senza nemmeno sapere di lasciare qualcosa", ho parlato di concetti simili non molto tempo fa, quando davanti alla sensazione di non lasciare nulla di buono dietro di me mi è stato detto che non è così, che l'amorevole cura che metto nelle piccole cose ha il suo peso, marca la sua impronta. Forse è così, non so.
Nel memorandum pubblicato nel suo blog Farinella scrive "In nessuno come in Don Andrea ho visto sperimentato quanto ho scritto in un libro alcuni anni fa: l’altro come misura della propria identità; ognuno di noi scopre se stesso solo se è capace di conoscere e di riconoscere gli altri come diversi da sé perché solo la presenza dell’alterità mi permette di prendere coscienza della mia identità che si definisce a partire dalla differenza/diversità." Com'è vero...com'è vero che ci si conosce meglio guardandoci accanto agli altri, che non vuol dire facendo confronti (atteggiamento che io non smetto mai), ma significa camminando vicino a chi è differente da noi, osservando un altro passo, analizzando il nostro, cercando di comprendere in che modo strade tanto diverse finiscono per incontrarsi.
E, a volte, faticano a separarsi di nuovo.
Il momento che ha aperto i miei rubinetti e mi ha commossa in mezzo alla chiesa bella piena è stato quello dedicato a questo passaggio della Bibbia: "Le parole con cui il Dio sconosciuto si manifesta, in ebraico sono: «’èhyèh ‘ashèr ’èhyèh» che tradotto secondo le regole della linguistica testuale deve rendersi così: «Io sarò chi sono stato» e non «Io sono colui che sono» (Es 3,14)" e io, subito ho pensato a Erri che la mattina presto legge le sue scritture in ebraico antico, poi ho riflettuto su quelle parole e mi sono sembrate terribili. Non ho ancora capito come interpretare correttamente "Io sarò chi sono stato", non voglio credere che nel futuro mi possa aspettare solo quello che già ho avuto, quello che già ho fatto: ho davanti a me la sensazione di dover attendere il niente. Le cose goffamente costruite sino ad oggi sono davvero lo specchio di quelle di domani? Io lunedì sera avevo bisogno di sentirmi dire tutto l'opposto, sentivo la necessità di ricevere rassicurazioni sulla mia capacità, in futuro, di nutrire un amore semplice, di godere delle piccole cose, di lasciare un insegnamento a qualcuno, anche minimo, anche unico.
Alla fine ho concluso la serata di lunedì arrabbiata, con poca voglia di fare, con la sensazione che qualunque iniziativa io provi a intraprendere abbia il valore, il senso e la finalità del nulla.
Mentre l'idea di guardare le travi sul soffitto continua ad essere quella più istintiva.
Domani però parto, vado a Bologna per un workshop e mi fa molto piacere togliermi di qui, provare a camminare in un'altra città per lo meno per pensare ad altro, per cercare di formarmi senza continuare a riflettere sulle mie immobilità, sulle enormi nostalgie che mi accompagnano giorno e notte, sui sensi di colpa da cattiva amica, cattiva figlia e cattiva tutto il resto, sensi di colpa che non riesco a cacciare lontano.
Giusto per concludere e spiegare la foto che ho scelto (figlia del corso iniziato da un po'), racconto brevemente il sogno che ho fatto lunedì notte:
"Ero in giardino dai miei, in cielo una piccola colomba grigia si incontrava con un maschio bianco bellissimo che le porgeva grandi piume, bianche pure quelle. La colomba con quelle piume costruiva un nido, riparato sotto un cespuglio fiorito di piccoli fiori bianchi. Erano così belli quei due animali innamorati che chiamavo mio padre a vederli, lui usciva, si fermava sulla soglia di casa accanto a me, ma il colombo bianco non arrivava più. Tornava solo lei, dal bosco, senza l'ala sinistra, con metà corpo bruciato e lentamente, volando piegata su un lato, andava a morire nel suo vecchio nido, costruito con rifiuti di plastica e rami secchi".
Non ho nessuna intenzione di interpretare questo incubo, né il sogno di pochi giorni prima in cui partorivo con gioia e senza dolore un bel maschietto in salute, subito consegnato alle braccia gentili del nonno materno, mio padre, felice di poter tornare un po' qui e occuparsi del piccolo nipote.
Che dire, tutta l'immobilità della vita reale pare compensata dal mio emisfero notturno.
Di seguito il link al "pacchetto" di Don Paolo Farinella, per chi lo volesse leggere per intero.
http://paolofarinella.files.wordpress.com/2013/06/pacchetto-del-mercoledi-n-51-di-paolo-farinella-del-11-06-2013_don-gallo-andrea.pdf

lunedì 18 marzo 2013

Macchina drogata

[Potrebbe essere utile leggere questo post ascoltando l'album The Idler Wheel is wiser than the Driver of the Screw, and Whipping Cords will serve you more than Ropes will ever do di Fiona Apple, l'ho fatto casualmente mentre lo scrivevo ed è perfetto per creare la tensione necessaria a capire il mio sonno]


Ho dormito tanto, mi sono svegliata per il caldo, avevo mille gocce di sudore in mezzo ai seni.
Sogni di un'angoscia lontana, come non mi accadeva da tempo, così pieni di significato da non dimenticarli nemmeno dopo un po'.
Come spesso mi accade i sogni sono stati un'appendice della realtà, quella che stavo vivendo un attimo prima di dormire.
E quindi il bucato è sparso per la casa, non più in lavatrice dove l'avevo lasciato. I calzini che credevo puliti puzzano e i reggiseni che avevo sistemato nella scatola sono invece umidi, in un angolo del salotto. Che succede? C'è qualcuno in cucina? Devo uscire.
Perché giù nel vicolo qualcosa non va? Perché mi fanno male i piedi? Li guardo quei piedi e le scarpe non sono le mie...io non ho stivaletti bordeaux a punta, non porto il 39, quelle scarpe non sono le mie...ma io sono io?
Torno indietro, mi serve uno specchio, ma non riesco a camminare...salto. Salto scoordinata, sgraziata, come una goffa bimba felice. Dietro di me tante voci, c'è un'operatrice della TV con una telecamera, che racconta agli spettatori questo angolo di Genova, con lei almeno venti persone con i microfoni, di quelli lunghi e pelosi, che si drizzano verso le finestre e captano tutto.
Ok, ragione di più per chiudermi in casa e controllare di essere veramente io. Oddio, ho preso le chiavi? Sì ce l'ho. Pfiu.
Ma non girano nella toppa, non aprono il portoncino verde. Perchè? Perché il portoncino non è verde, non è casa mia questa. Dove sono?
Il posto lo conosco, sembra quello dove ho passato gli anni della mia adolescenza, sempre vicoli stretti ma lontano da qui. Devo trovare casa, devo camminare.
Un signore anziano si offre di aiutarmi, mi dice che non ci conosciamo ma che in fondo io so chi è lui, mi tocca e si scusa, forse la mia casa l'ha spostata lui per sbaglio l'altra sera. Devo continuare a cercare, magari se passo dalla piazza mi oriento meglio. Ma come sono vestita? Dove sono finiti gli stivaletti? Perchè indosso una salopette con i pantaloni corti e le Superga verde acqua di quando ero bambina? Ho la calza elastica sul polpaccio sinistro, non posso essere piccola, sto anche fumando una sigaretta.
Infilo Vico Parodi automaticamente, come a quindici anni, sulla mia sinistra due vecchi amici bevono una birra, ma ho fretta e fingo di non vederli. A metà della strada buia e puzzolente alzo gli occhi e vedo due persiane socchiuse, incastrate tra gli scuri una di fronte all'altra ci sono due foto. Mio padre e Io. Li ho messe lì io quelle fotografie? Non ricordo. Perché lui è senza barba e ha il naso a punta? Sembra quella lapide che ho visto al Verano l'altro giorno. Io sorrido e ho gli occhi spalancati, porto il grembiule dell'asilo con il mio nome ricamato sul colletto. Rivoglio quelle foto, ma non posso suonare alle porte adesso, prima devo trovare casa mia.
Ricomincio a camminare verso la stazione, ci sono delle signore che parlano e una dice all'altra che deve trovarsi un compagno più bello, non come l'ultimo che era brutto e sgradevole. Ma la sua amica non vuole, preferisce stare da sola. Proseguo oltre, sono quasi in stazione, qui c'era il veterinario dove venivo da piccola con il siamese. Ma sono a venti chilometri da casa, come farò a trovare il portoncino verde così lontano? Ho caldo e ho fretta. Ho caldissimo. Un treno fischia.
Mi sveglio.
Non ho più trovato casa mia.

P.S. Il titolo si riferisce ad un'opera di Vincenzo Agnetti, vista questa mattina nei depositi del museo di arte contemporanea della mia città. Questo lavoro mi ha colpita molto, mi ha commossa. Chissà che, in qualche modo, lavorando in profondità, non abbia condizionato il mio sonno.

venerdì 28 dicembre 2012

Mai dire Maya

Eccoci qua, terzo post dei calzini: è la fine dell'anno.
Sono monotona e ogni volta mi accorgo che i buoni propositi di volta in volta non cambiano quasi. Oggi però aggiungerò delle novità, anche perché le novità ci sono già in entrata.
Intanto il mondo non è finito e come recitano le spille che Wincy e la Mary hanno distribuito nel nostro/loro ultimo aperitivo di Natale: "Mai dire Maya". Poi la casa nuova e tutto quello che comporta sono un incentivo ad aggiungere una buona speranza per il 2013: IMPARARE A VOLERMI BENE. Partiamo già alti.
Ripercorrendo, come già feci l'anno scorso, i buoni propositi prefissati, ecco cosa viene fuori:
PARLARE. Nel 2011 era al primo posto (devo dire quello che penso, devo far presente i miei sentimenti se serve), nel 2012 mi sentivo migliorata, nel 2013 sono regredita. Non so se sia un brutto segno, di sicuro sento maggiormente il bisogno di ascoltare e ascoltarmi piuttosto che di dire e tirare fuori cose.
GUIDARE. Ormai, per decenza, lo tolgo persino dai prossimi buoni propositi.
CONTINUARE A FARE ATTIVITA' FISICA. Ecco, vista la pessima partenza del 2012, con il collo bloccato e il corpo fermo di conseguenza, l'estate è stata ottima tra corse e nuotate e in questo momento scrivo a letto dopo un'ora di pilates tanto massacrante che fatico persino a lavare i piatti.
LEGGERE. Non mi pare di aver letto molto, non più del solito, quindi spero di riuscire a recuperare nell'anno che verrà.
LAVORARE. Qui il tasto si fa dolente, tra un lavoro in uscita su cui ancora non riesco e non voglio scrivere (chissà se mai lo farò), c'è una grossa possibilità in entrata, che potrebbe significare tranquillità economica per un paio d'anni, possibilità di dedicare agli altri piccoli impieghi il tempo che resta ma senza affanno, Vacanze (con la V maiuscola, anche di un paio di giorni, ma via da qui verso posti che non ho mai visto), cibo buono senza fare i salti mortali per comprarlo, giri da Feltrinelli con qualche scrupolo in meno se un libro mi rimane irrimediabilmente incollato alle mani.
STUDIARE. Se il lavoro sicuro di cui sopra dovesse effettivamente cominciare, studiare sarà indispensabile per svolgerlo al meglio, rispettando scadenze e consegne, portando avanti l'impegno del dottorato e sentendomi a posto dinanzi alle difficoltà inevitabili che ogni nuova esperienza porta con sè.
AMARE. Qui ho dato il meglio di me, amando all'improvviso gli occhi di una vita e dicendolo pure, dopo un sacco di tempo. Ho amato anche me stessa, concedendomi di guardarmi dentro e ascoltarmi in silenzio e solitudine, ho amato gli amici osservando da lontano gli affetti storici come la Ale e Fra e avvicinandomi un poco ai nuovi arrivi come Edu e ai ragazzi che adesso mi vivono attorno, in questa cornice cittadina. Ho amato i gesti di chi mi vuole bene e lo dimostra sempre, ho amato i luoghi dello Sminatore e quelli della mia infanzia, ho amato musiche, libri e film, ho amato profumi, gusti e momenti. Ho amato fare l'amore più di sempre, cucinare e prendermi cura di me. Insomma, ho amato tanto e mi è piaciuto.
I desideri per il 2013 sono simili a quelli passati, per forza di cose non posso non sperare nella serenità di mia mamma, degli amici più cari, delle mie persone.
Mi auguro di non rimanere delusa dalla gente come nel 2012, anno in cui ahimé è capitato più spesso di quanto potessi immaginare. Vorrei sentirmi meno frustrata nel lavoro, acquistare dignità in questo campo in cui così spesso mi lascio sopraffare senza motivo, trarre soddisfazione nell'imparare e nel mettermi alla prova.
Scrivo tutte queste cose consapevole di avere già molto: sono piena di sentimenti, vivo nel posto che ho costruito prima con il pensiero e poi nella realtà in un anno esatto, sono ancora capace di sorprendermi per le cose, anche piccole, che vedo ogni giorno, posso godere di buona compagnia ogni volta che lo desidero e ho una gattina meravigliosa...ma sperare in un anno buono è un diritto di tutti, anche mio!
Staremo a vedere...

domenica 2 settembre 2012

Riposa in pace

Un invito che mi fa sorridere ogni volta e che ha sempre la stessa risposta (Tiè).
Io però in pace non riposo quasi mai. Negli anni, anzi nei decenni, il mio rapporto con il sonno è cambiato tantissimo: da piccola non dormivo e non mangiavo. Una bambina maledetta. Di notte mi alzavo, volevo uscire o giocare e una delle prime parole che dissi fu "chiavi", ovvero "Andiamo?". Poi, quando la mania di non dormire poteva essermi d'aiuto permettendomi di alzarmi presto per andare all'asilo o a scuola, stare a letto cominciò a piacermi. Come avrei preferito rimanere a casa e magari passare la mattina con il gatto a giocare sulla moquette! Invece andavo in classe, disegnavo, scrivevo, mi spingevo con gli altri bimbi, costruivo casette con i lego e fingevo di mangiare l'insalata alla mensa scavando un buco nel panino, inghiottendo la mollica e nascondendo le foglie all'interno.
Il momento peggiore era il pisolino post pranzo, sulle brandine blu accanto al pianoforte. Non volevo starci. Non avevo sonno. Volevo giocare in giardino o andare a casa per mangiare pane burro e zucchero. Guardare le altre facce addormentate, i pollici in bocca, le pipì che colavano giù dai lettini e i pupazzi che cadevano tra la polvere mi faceva sentire a disagio.
Crescendo la pisa pomeridiana è diventata un rifugio irrinunciabile. Andare a letto tardi, stare fino alle due del mattino a guardare Notte Horror con papà, che veniva subito dopo il Festivalbar e che era annunciata in uno spot pubblicitario poco prima di decretare il vincitore, mi piaceva tantissimo. Andavo in bagno a lavarmi, prendevo il gelato nel freezer e mi rannicchiavo sul divano letto, terrorizzata ancora prima che il film iniziasse. Poi papà si addormentava e io non avevo più il coraggio di andare a letto attraversando da sola il salone buio. Così restavo lì.
Il giorno dopo, andare al mare la mattina presto e ingoiare quintali di insalata di riso a pranzo, significava per forza dormire nel primo pomeriggio. Che meraviglia le lenzuola fresche, le voci lontane dei bagnanti, il vento tra le foglie e il rumore ovattato dei piatti in cucina...
Durante gli anni del liceo la sveglia presto, i corsi di recupero alle due e le serata in Via Longo non hanno aiutato la riconciliazione tra me e Morfeo, ma sono stati anni meravigliosi e per dormire ci sarebbe stato tempo dopo.
Il tempo per la nanna è infatti arrivato con l'università, a parte le lezioni di latino alle 8 (siamo pazzi???), gli altri corsi iniziavano tardi e io potevo dormire di più. Al pomeriggio riuscivo persino a fare la pennica al Porto Antico, fingendo di leggere il giornale e lasciando invece cadere in avanti la testa, come i vecchi alla bocciofila. La sera da superfidanzata non terminava mai troppo tardi e quando nel week end ci si concedeva un Old da Wincy c'era sempre il pomeriggio del sabato da trascorrere sul divano a pelle d'orso. Peccato per le difficoltà logistiche di avere un ciclo sonno-veglia opposto al proprio innamorato, lui stramazzava sul tappeto all'inizio della sera e io tentavo di trascinarlo a letto alle tre del mattino, per essere a mia volta svegliata alle 7 con un "Andiamo? è tardi!". Bruttissimi gli anni in cui il sonno era diventato un rifugio, giorno o notte che fosse ero in grado di dormire per ore e ore di fila, senza quasi ricordare i miei sogni, con la voglia di ricominciare a dormire appena aprivo gli occhi. Adesso è la notte il momento peggiore, non faccio mai troppo tardi ma non riesco a garantirmi un sufficiente tempo di sonno, mi sveglio tre o quattro volte e alla mattina è come se mi fossi assopita sul treno. In realtà sui mezzi dormo ancora oggi come un ghiro, rischiando come al solito di perdere la stazione di discesa o di farmi rubare anche le mutande. Il pomeriggio è ormai più facile che vada a camminare piuttosto che a dormire, anche senza caffè tiro lungo fino a sera. Il mio parco sogni, infine, continua ad essere assurdo, variegato, divertente, terrorizzante al limite del trauma mentale, complicato, eccitante e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna è molto raro che al mattino non ricordi le mie avventure.
Ora sono quasi le due, sono mediamente lucida e ho voglia di vento, perciò mi berrò 'na tazzulella 'e cafè e andrò a fare due passi. Cià.

sabato 25 agosto 2012

Chi di verde si veste di sua beltà si fida

Ieri dopo il lavoro sono andata all'Albero della Coccagna, per vedere la mia nuova parete verde. E' bellissima. Mi ha raggiunta anche il vicino-vicino che ha concordato con me sulla bellezza del colore e sull'ottima idea di incorniciare la tinta con un bordo bianco, in questo modo la stanza sembra più profonda e si sfrutta l'effetto scenografia teatrale. Sono contenta anche del grande arco tra soggiorno e cucina, sembra fatto apposta per aiutare la luce a circolare e con lei la musica, i pensieri e le chiacchiere degli amici che inviterò a cena. Loro potranno starsene spaparanzati sul mio divano o sul tappeto parlando con me che traffico ai fornelli, io riuscirò a guardare in faccia gli ospiti e magari a posare un piatto di assaggi sul muretto di ardesia che ci separa.
Credo che a ottobre sarà tutto pronto, comprerò le cose indispensabili per prendere la residenza, trasporterò i vecchi mobili che sono qui a casa dei miei, metterò la mia vita nelle scatole e comincerò a vivere nella nuova tana.
Una cosa che vorrei tanto è che ci fossi anche tu, anche se non approveresti i lavori come non avresti approvato l'acquisto, che faresti mille storie per aiutarmi a impacchettare i libri e non ti muoveresti mai per venirmi a trovare. Invece mi limito a sognarti come al solito, più vivo che mai, che guardi con me una grossa cassetta di legno in giardino, piena di uova e bambagia. Ci sono uova enormi di struzzo che pulsano sotto i nostri palmi, lunghe uova piatte arancioni di qualche raro pesce, uova nere di pipistrello (ma mica fanno le uova loro), uova rosa di gallina, uova piccole bianche di passerotto, riccioli di uova di insetto. Non so come sia finita, non so se si sia schiuso qualcosa oppure no, una porta è sbattuta e mi sono svegliata. So però che ci saremmo presi cura di qualunque animale fosse nato, così come abbiamo sempre fatto con rospi, serpenti, ricci, gatti, uccellini, bruchi, lumache e pesci rossi, proteggendoli da tutto e da tutti, osservandoli adattarsi alla nostra casa, mentre la mamma li guardava con sospetto.
Nella mia nuova tana non ci saranno animali, cercherò di curare piante e comprarmi fiori colorati per rallegrare la cucina, ma non porterò nessuna bestiola a vivere in città. Lascerò Agata qui nel mio giardino incantato e la verrò a trovare ogni volta che potrò, giocherò con i mille cani di Marta e con Il Signor Siberia di Nessie, la notte sognerò i nostri animali e penserò ogni volta a te che giochi con loro mentre il sole tramonta.



venerdì 3 febbraio 2012

Ricordati di essere felice


Questa notte ho sognato che gli tenevo la testa mentre se ne andava, in realtà non è mai andata così. Ho sognato che dicevo a mamma "pensavo che sarebbe stata una cosa lunga mesi e invece è stata improvvisa", non è mai andata così. E' stato un sogno strano, molto triste, molto reale. In verità quasi tutte le storie che vivo di notte mi sembrano accadute davvero, specialmente quando chiamo in aiuto persone della mia infanzia: se sono in difficoltà di solito arriva Alessia, ricordo un sogno in cui risalendo le viscide pareti di una buca profonda vidi la sua sagoma controluce comparire sopra di me e tendermi la mano.
Credo che dipenda dai momenti felici che ho dentro e che da sveglia a volte non ricordo nemmeno di avere vissuto. Se mi concentro però, magari chiudendo gli occhi, raffiorano tutti, come piccole foglie colorate in una pozza d'acqua profondissima. Il corpo tiepido di una gallina, quel misto di piume lisce e ossute sotto alle mie piccole dita quando sollevo la Cocca dalla buca di terra in cui si siede stanca tutti pomeriggi. L'odore violento dei fiori di magnolia che punge il mio naso rivolto in basso, verso l'erba alta, quando raccolgo le mollette del bucato di mamma scivolate dalle sue mani che stendono i panni. Il colore verdissimo del pesto preparato con mia cugina piccola, mescolando tutte le foglie del mondo, schiacciate in una ciotola di plastica blu usando un sasso come pestello. La casa sull'albero con i mestoli appesi ai rami, costruita con Alessia che indossa il vestito giallo chiaro di sua mamma, quello nascosto nel baule di vimini e tirato fuori quando nessuno ci vede. L'allevamento di cimici nei cespugli di alisso bianco, con la certezza di poterle riconoscere una per una solo osservando la loro andatura. Le gite nei boschi di Finale con Marina e Claudio che mi fa gli agguati nascondendosi dietro ai pini marittimi e saltando fuori con un "bù" che mi terrorizza a morte ogni volta. Le spalle forti di Michele e l'emozione che mi scoppia il cuore quando mi solleva per superare i ruscelli di montagna senza che mi si bagnino i piedi. L'odore di radio, sigaretta, polvere e olio dello studio di papà, immerso nei fondi della casa, con il telefono in bachelite nera per comunicare con la mamma due piani più su. Le storie di Boscodirovo, lette sui prati d'estate, con l'erba secca che mi punge la schiena e le foglie che mi si appiccicano alla pelle sudata e mi lasciano solchi rossi sulle cosce. I parchi di Nervi, con la mamma e gli scoiattoli che corrono e spariscono prima ancora che io possa dire "eccolo mamma, guarda!". Le particelle di polvere che ondeggiano lente controluce, nelle spade di sole che filtrano tra le persiane chiuse d'estate, la mattina presto, mentre aspetto lo zio che mi porta al mare e guardo i cartoni alla tele. Il rumore dello zucchero di canna che scricchiola sotto i miei denti, mentre mangio lo yogurt bianco, senza la frutta come piace a me, ma troppo acido se non ci metto lo zucchero dentro. Le canzoni cantate con mamma mentre cuciniamo nella casa vecchia, mettendo le cassette nella radio e scrivendo i testi sui fogli bianchi. Il colore delle foglie dei cachi sulla strada che dai pollai porta al fienile, così arancione e forte rispetto alle pietre grigie che lo guardo e spero di ricordarlo per sempre. Le cioccolate calde al bar degli sciatori, col cane lupo del cieco che ogni mattina passa accanto alla nostra casa mentre attacco fiori secchi alle cortecce degli alberi rubate in segheria. Il presepe fatto sul muretto del soggiorno, col pandibosco che non si può più raccogliere, il ponte di sughero con gli stuzzicadenti e lo spago come ringhiera, le pecore troppo grosse rispetto ai pastori e il laghetto-specchio nascosto tra gli alberi. Il respiro della nonna che sale il sentiero tenendomi per mano, con il suo vestito scuro e i denti radi, con i capelli raccolti in un muccetto che non le ho mai visto fare in tutta la mia vita. Sono tantissimi i ricordi che mi rendono felice, che tornano nei miei sogni e mi fanno compagnia anche di giorno, quando cerco una coccola, un aiuto o un appoggio. Devo solo imparare a ricordarmi anche di essere felice.

venerdì 19 agosto 2011

Will you show me something that nobody else has seen?


Quando penso ai prossimi concerti che vorrei assolutamente vedere sono tre i nomi che ritornano sempre:
- REM
- Depeche Mode
- Coldplay
E questo post veloce è dedicato ai primi, anzi, a una delle loro canzoni che amo di più, lunga, difficile, evocativa.
Mi ricorda le atmosfere che ci sono spesso nei miei sogni, offuscate, confuse, indecifrabili ma fortemente collegabili con la realtà.
Al link qui sotto c'è la traduzione del testo super difficile e quasi parlato:
http://www.musicaememoria.com/REM-NewAdventures.htm
Qui sotto invece il link al video, bellissimo, con una Patti Smith delicata, così com'è delicata nell'eseguire la parte femminile del brano:
http://www.youtube.com/watch?v=5cnIQHJ169s&feature=related
Inutile dire che uno dei passi che preferisco è quello che ho scelto per il titolo del post.
Buon ascolto!

E-bow the letter

Look up, what do you see?
All of you and all of me
Fluorescent and starry
Some of them, they surprise

The bus ride, I went to write this,
4:00 a.m.
This letter
Fields of poppies, little pearls
All the boys and all the girls sweet-toothed
Each and every one a little scary
I said your name

I wore it like a badge of teenage film
stars
Hash bars, cherry mash and tin-foil
tiaras
Dreaming of Maria Callas
Whoever she is
This fame thing, I don't get it
I wrap my hand in plastic to try to
look through it
Maybelline eyes and girl-as-boy moves
I can take you far
This star thing, I don't get it

I'll take you over, there
I'll take you over, there
Aluminum, tastes like fear
Adrenaline, it pulls us near

I'll take you over
It tastes like fear, there
I'll take you over

Will you live to 83?
Will you ever welcome me?
Will you show me something that nobody
else has seen?
Smoke it, drink
Here comes the flood
Anything to thin the blood
These corrosives do their magic slowly
and sweet
Phone, eat it, drink
Just another chink
Cuts and dents, they catch the light
Aluminum, the weakest link

I don't want to disappoint you
I'm not here to anoint you
I would lick your feet
But is that sickest move?
I wear my own crown and sadness and
sorrow
And who'd have thought tomorrow could
be so strange?
My loss, and here we go again

I'll take you over, there
I'll take you over, there
Aluminum, tastes like fear
Adrenaline, it pulls us near

Look up, what do you see?
All of you and all of me
Fluorescent and starry
Some of them, they surprise

I can't look it in the eyes
Seconal, spanish fly, absinthe, kerosene
Cherry-flavored neck and collar
I can smell the sorrow on your breath
The sweat, the victory and sorrow
The smell of fear, I got it

I'll take you over, there
I'll take you over, there
Aluminum, tastes like fear
Adrenaline, it pulls us near

Pulls us near
Tastes like fear..

Nearer, nearer
over, over, over, over
Yeah, look over
I'll take you there, oh, yeah
I'll take you there
Oh, over
I'll take you there
Over, let me
I'll take you there
There, there, baby, yeah


P.S. La foto che ho scelto, un pò sfocata (ma quella a fuoco che avevo rendeva molto meno) e forse poco chiara, rappresenta fogli stesi ad asciugare in una vecchia cartiera ligure.

domenica 15 maggio 2011

Dream a little dream of me


Prima di andare a dormire, butto giù questo post volante. Sono partita per la riunione di Terra!Onlus dopo aver fatto un sogno, di quelli che John Carpenter e David Lynch mi farebbero una pippa.
Era un pò che non mi dedicavo a nottate da brivido, con incubi terrificanti, in cui non c'è nulla di splatter, ma l'ansia e la pressione psicologica sono alle stelle.
Come spesso mi accade il sogno era diviso: pezzi che si incastrano in altri pezzi, scene concluse che ricompaiono sul finale come se tutti i personaggi fossero in realtà d'accordo.

Inizia tutto a casa, come al solito. Esco in giardino e lì c'è mia madre, per strada un gatto è stato schiacchiato da un'auto e un mio vicino cerca di salvarlo. Sono preoccupata che si tratti di Agata ma quando staccano quella specie di peluche secco dall'asfalto mi accorgo che è il mio vecchio gatto siamese, morto sul serio da almeno 10 anni. Mentre il mio vicino tiene la bestia per la collottola, la coda comincia a muoversi e lui a lamentarsi, in quell'istante dietro di me spunta mio padre, arrivato per prendersi il suo gatto spiaccicato e coccolarlo.

La scena cambia, sono in una sorta di cinema/teatro, seduta in platea accanto a mia madre e alle sue amiche, pronta per vedere l'ultimo spettacolo di Clint Eastwood. In mezzo al pubblico ci sono quasi tutti i personaggi di Big Fish (il mio adorato film di Tim Burton) mie vecchie conoscenze e persone che attualmente ho vicine, in scena un ragazzo racconta la sua difficile vita da alpinista estremo dati gli evidenti problemi cardiaci di cui soffre. E' biondo, ha grandi occhi celesti e sbottonandosi la camicia ci mostra gli esiti dell'ultima operazione subita: un enorme corno in mezzo al petto, che si muove ritmicamente come il battito di un cuore. Ho nausea e ho bisogno di correre al bagno, davanti alla toilette una fila lunghissima di persone, do un'occhiata dentro per capire quanto dovrò attendere e vedo un ragazzo che pulisce l'interno di un water sporchissimo a mani nude. Per non vomitare esco dal teatro e mi trovo nei giardini di plastica, mi accorgo che è quasi buio, sono angosciata. Per fortuna in un prato vicino mio padre sta giocando con il suo gatto mezzo schiacciato e poco più avanti, all'angolo con un palazzo, Erri De Luca mi aspetta per fare due chiacchiere. Arrivata davanti a lui mi accorgo che in realtà si tratta di Clint Eastwood, che si trova in città per parlare del suo ultimo spettacolo.

A questo punto la scena cambia per la terza volta, sono in una cascina abbandonata, siedo accanto a mia madre su vecchie sedie di formica e alluminio. Per terra c'è un anello d'oro, lo raccolgo e mi accorgo che la gemma al centro è mobile: spostandola un poco lascia spazio ad un piccolo teschio di ceramica bianca, con grandi orbite vuote e incappucciato di nero. Chiedo spiegazioni a mia madre che sta in silenzio e in quel momento vedo entrare mio padre e tutte le persone che erano a teatro...mi guardano e piano piano cominciano ad applaudire.
Mi sveglio.