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martedì 26 dicembre 2023

A Christmas Carol

Musica

Alle 6.30 in piazzetta c'è qualche finestra illuminata. Dietro forse ci sono persone che si vestono, che versano il caffè nella tazzina, che dimenticano il latte sul fornello lasciando che la schiuma trabocchi e spenga il fuoco.

Alle 6.31 il calzolaio ha la serranda sollevata a metà, sta già lavorando? Sta sistemando il laboratorio? Non si sentono rumori ma la luce è accesa. Il barista di fronte ha messo uno sgabello davanti alla porta, come a dire "Ci sono, tra poco apro, sto solo finendo di pulire, scaldare le brioches e scaricare l'ultima lavastoviglie". Intanto, marito e moglie sulla settantina, percorrono la via trasportando borse, lei cammina sempre qualche passo dinanzi a lui.

Alle 6.33 la signora con i capelli bianchi e corti aspetta, alla fine della mattonata sotto alle torri. Starà attendendo una collega, magari la figlia, chissà. 

Alle 6.36, 6.38 se il semaforo era rosso, un uomo con la giacca e lo zaino da ufficio entra nel cafè per fare colazione, prima saluta tutti, li fa ridere con qualche battuta, poi varca la soglia e sparisce.

Alle 6.43 il ragazzo delle consegne scende dal furgone con un grande contenitori pieno di dolci, apre la porta della pasticceria e li lascia sul bacone. Nel frattempo, un uomo anziano e ben vestito, risale lento sotto i portici, chissà dove sta andando.

Alle 6.46 una donna di mezza età, in ciabatte, è in piedi sulla scaletta e lava le enormi vetrine dell'agenzia immobiliare con un piccolo panno. Intanto un ragazzo corre veloce, indossando calzoncini e scarpe da running, probabilmente farà la doccia direttamente al lavoro.

Alle 6.50 le persone che dormono in piazza stanno sistemando coperte e cartoni, mentre un topo scappa sui mattoni e si infila tra gli arbusti dell'aiuola. I pullman sono parcheggiati, aspettano i passeggeri, i riders stanno già arrivando e il bar serve le colazioni sui tavolini sotto i portici.

Alle 6.51 una ragazza troppo vestita, con le cuffiette alle orecchie, zaino e borsa neri suona un campanello e aspetta.

Alle 6.50 quella ragazza sta camminando in mezzo alla piazza, un topo velocissimo le taglia la strada e si arrampica dentro a un'aiuola.

Alle 6.46 la ragazza pensa a come sarebbe bello cantare in un gruppo musicale, mentre, alla sua destra una signora in ciabatte pulisce una grossa vetrina e, alla sua sinistra, un ragazzo in calzoncini corti le corre incontro.

Alle 6.43 la ragazza sta facendo una foto del suo percorso, che più tardi posterà sul profilo Instagram, con l'hashtag #mymorningyogawalk. Intanto, lascia passare un ragazzo con un grande vassoio pieno di dolci e cerca invano di immaginare dove stia andando un vecchio con il cappotto doppiopetto.

Alle 6.36, 6.38 se il semaforo era rosso, la ragazza incrocia un signore con giacca e zaino da ufficio che, appena girato l'angolo, comincia subito a salutare camerieri e avventori del bar.

Alle 6.33 la ragazza toglie le cuffie dalla custodia, le mette alle orecchie e fa partire la musica (sì, quella che avete trovato quassù). Mentre cammina circondata dagli ulivi scorge una signora con i capelli bianchi ferma in fondo alla mattonata, starà aspettando una collega, magari la figlia.

Alle 6.31 la ragazza sbircia sotto alla serranda aperta a metà del calzolaio, nota uno sgabello davanti alla porta chiusa del bar, e osserva una coppia sulla settantina risalire la via, lei davanti e lui qualche passo indietro. Dove saranno diretti?

Alle 6.30 la ragazza sente il portone chiudersi alle sue spalle, mentre attraversa spedita la piazzetta, notando che non è l'unica ad essere già sveglia a quell'ora. Probabilmente, dietro alle finestre illuminate, qualcuno avrà dimenticato il latte sul fuoco, o magari si starà vestendo bevendo un caffè al volo.

Alle 6.00 suona una sveglia, la ragazza la spegne, accarezza la gatta acciambellata tra le sue gambe e si alza. Inizia un nuovo giorno, che comincerà con una passeggiata di circa 20 minuti.
Chissà chi incontrerà lungo il suo percorso...


lunedì 4 maggio 2020

Indulgenza plenaria


Un post scritto piano piano, che riassume tutti questi giorni, con i pensieri in cui mi sono immersa, i miei soliti elenchi, la luce che dura fino a tardi, la pizza impastata nella cucina arancione, la gatta che piange di notte. Iniziamo.

Più di un mese di quarantena e ovunque si legge qualcosa in proposito. Pure qui.
Le mie giornate, come quelle di tutti, trascorrono l'una simile all'altra, ma il tempo scorre velocissimo, almeno per me.
Mi annoio? Nemmeno un po'.
Sono arrabbiata? No, non per la mia condizione. Certo mi preoccupa la situazione in cui ci troviamo e ci troveremo, soprattutto dal punto di vista economico. Mi spaventano le conseguenze che l'isolamento avrà sui più piccoli, perché quelle che già sta avendo sui più grandi non mi stupiscono affatto, purtroppo. I social sono ormai un calderone di polemica continua: c'è chi insulta il vicino che esce troppo, chi si lamenta di non poter passeggiare, chi auspica che la didattica a distanza sia finalmente sdoganata, chi la trova inefficace, chi addirittura dannosa. Tutti i politici sono colpevoli, ma anche i cinesi non scherzano. I medici sono eroi, ma ieri erano scansafatiche (e domani?). Le mascherine gratis in cassetta non le voglio, ma in farmacia costano troppo. I corrieri sono costretti a lavorare in condizioni pericolose, è una vergogna, ma la spesa me la faccio portare a casa tutto l'anno, figuriamoci ora.

Io sono equilibrata? Proprio no, sono solo più passiva del solito. Qualcuno direbbe resiliente, qualcun altro adattabile. Io, invece, dico passiva. Perché è così che mi sento quando una cosa grossa si abbatte sul mio quotidiano, senza darmi alcuna possibilità di scelta, tranne quella di stringere i denti, adeguarmi e non guardare nè davanti, nè dietro di me.
Il famoso qui e ora, che sono totalmente incapace di vedere in tempi "normali", diventa improvvisamente l'unico posto in cui riesco a stare nell'emergenza.
Un giorno dopo l'altro.

C'è da dire che per me è semplice, non ho genitori di cui preoccuparmi o che ora stanno lontani più del solito, non ho figli reclusi, non vivo più solo di partita IVA (ma sono in cassa integrazione, per fortuna), sono abituata agli stop forzati. Pare brutto, pare esagerato, ma l'anno scorso ho trascorso sette mesi come adesso. Uscivo solo per lavorare, nessun week end fuori, nessuna gita, nessun cinema. Ho incontrato medici che avrei ucciso a mani nude e medici (infermieri, oss, volontari...) a cui ho scritto appena iniziata l'emergenza virus per far loro sentire la mia riconoscenza anche in questa occasione. Ho avuto paura perché conoscevo già come sarebbe andata a finire e, nonostante questo, non ho smesso di mettere in fila un giorno dopo l'altro, a denti stretti. Mi ha aiutato la terapia, questo è sicuro, credo però che mi abbia dato una grossa mano anche l'indulgenza. Verso gli altri, si intende, perché verso me stessa non ne ho mai avuta.
Fino ad oggi.

Ed è qui che si spiega il titolo di questo post: la quarantena 2020 (meglio specificare) mi sta regalando l'indulgenza plenaria. Come il papa.
Sono trascorsi più di due mesi in cui mi sono permessa lentezza e sole in faccia, anche se attraverso una finestra chiusa.
Ho girato decine di video davanti a telecamere, webcam, telefoni cellulari che per una con una vecchissima diagnosi di fobia sociale, sembra impossibile. Ho provato nuove ricette, mi sono iscritta a un corso di acquerello botanico, ho letto tantissimo. Ho fatto yoga o pilates tutti i giorni, ho ascoltato la musica che mi piace, ho visto un sacco di serie tv, alcune belle davvero. Credo di aver messo il reggiseno tre volte, giusto per andare in ufficio le poche mattine che ce n'è stato bisogno. Ho scritto, anche se non qui, mi sono regalata un ciondolo con tre parole importanti, le più importanti di tutte. Ho rivisto gli amici lontani su Zoom e pure quelli vicini. Ho pianto per la Maria, per la sua casa dove non posso andare, per i fiori al cimitero che non posso cambiare e la festa in suo onore che non sono riuscita a organizzare. Mi sono comprata poche cose, ma quelle che ho preso mi hanno fatto stare bene, ho reinventato ancora una volta il mio modo di lavorare e mi sono divertita a farlo. Non ho alimentato nessuna polemica in cui sono incappata, ho messo la mascherina quando mi sembrava giusto, ho goduto di tramonti spettacolari, ho sistemato dieci anni di documenti conservati a caso, ho dormito, male, ma ho dormito.

Avrei potuto fare molto di più, ma anche no.

Avrei potuto studiare più cose, leggere più libri, allenarmi più a lungo, vestirmi bene anche per stare in casa, truccarmi comunque ogni giorno, mangiare meglio, bere meno. Avrei potuto anche non sentirmi mai in colpa, ma poteva andare molto peggio, potevo sentirmi in colpa sempre. Credo di essere stata indulgente e di aver ascoltato i miei bisogni, ogni giorno diversi. Non mi sono sembrati scemi quelli che non si sono allenati, che si sono lamentati, che sono usciti lo stesso, che si sono barricati in casa, che hanno cambiato il loro modo di mangiare o che si sono scannati sui social. Li ho ignorati, ho provato a fare il meglio che potevo e mi è sembrato abbastanza. 
Tutto qui.





martedì 24 luglio 2018

Le cose più rare


Tra ventiquattro ore saremo in un piccolo hotel di Nantes, atterrati da poco e con un sacco di aspettative in tasca.

Domani si parte per le ferie, meritatissime come qualcuno oggi mi ha scritto in un messaggio.
Una dozzina di giorni in Bretagna, alla scoperta del posto dove per anni ho desiderato andare a vivere. Quando abitavo sui tetti sfogliavo spesso le pagine del blog di un italiano trasferito a Finisterre, invidiando il suo coraggio e la sua sete di cambiamento. Adesso è stato strano riaprire quel blog per cercare consigli su dove dormire, cosa mangiare, in quale paese sperduto tra i fari trascorrere un pomeriggio.

Come dimostra la foto quassù l'estate sembra essere finalmente arrivata. Qualche temporale notturno, molto caldo di giorno e una quantità incredibile di cicale rumorose. Ho passato la notte da mamma e questa mattina siamo state in un parco dove non ero mai entrata, pur essendo molto vicino a casa. Abbiamo incontrato poche persone, per lo più proprietarie di cani docili e distesi sotto gli alberi, in attesa che i padroni terminassero il capitolo del libro e smettessero di leggere il giornale. Una pace assoluta, voglio tornarci.

La settimana scorsa ho finito la seconda delle due summer school di SdR che ho seguito quest'anno: ne sono uscita contenta ma stremata. Ho testato in lungo e in largo le attività che avevo perfezionato ultimamente, proponendo laboratori a bambini di sei anni o ad adulti che seguivano le lezioni per portare in classe le cose imparate con me: una grande soddisfazione e un onore sapere che un po' di quello che ho provato e capito lungo il mio percorso potrà in qualche modo fare la differenza nelle future giornate scolastiche di un bambino!

Il lavoro al MadLab 2.0 procede benissimo, ci sono grandi novità in vista, ma se tutto andrà bene ne scriverò a tempo debito. Di sicuro mi aspetta una trasferta a fine agosto e anche in autunno le partenze non mancheranno. Sono contenta di fare nuove esperienze, di confrontarmi con nuove persone e, soprattutto, di imparare cose nuove. Non vedo l'ora di riavere un po' di tempo per proseguire la mia formazione con Guido.

Ho fatto un paio di acquisti on line, uno su Kings of Indigo, dove ho trovato un paio di jeans e una salopette super in saldo e uno da Melissa Erboristeria, grazie al quale vorrei riprendere possesso del mio corpo che, puntualmente, va in pezzi con l'arrivo delle vacanze.
La parte più complicata dei due ordini, come sempre, non è stata la scelta ma il recupero dei pacchi: quello di Kings of Indigo, appena arrivato in Italia, è magicamente sparito in un deposito fantasma irrintracciabile, scovato solo grazie a un sito di tracking russo. Nemmeno il KGB.

Ci sono poi un po' di cose che vorrei fare al mio ritorno, nella settimana di ferie che ancora avrò a disposizione, e in ordine sparso, sono: leggere moltissimo, mangiare la pasta con le vongole a Pieve e le focaccette al Baretto di Megli, poltrire in piscina, tingermi i capelli del mio colore 2018, dormire, trascorrere del tempo con mia mamma, andare a cena da Colombo e al mare a Ponente, ascoltare un concerto e indossare tutte le magliette a righe che comprerò in Bretagna, insieme a un cappello di paglia e un sorriso a 86 denti.

Direi che con Le Cose più Rare ci siamo. Si parte.


mercoledì 6 giugno 2018

Ready to start

L'ultimo post è di tanto tempo fa, lo so, ma detto sinceramente non avevo molto da scrivere.
Non che oggi le cose siano cambiate, ma sono bloccata a letto con il mal di schiena (strano...) e con il pc posato sulle gambe riesco a rimanere connessa con il mondo.

Stasera ho scoperto come funzionano le punture di artrosilene: bruciano talmente tanto che automaticamente il dolore ai lombi viene soppiantato da quello alla chiappa. Facile.

Come scrivevo un paio di righe più su, sono a corto di cose da dire ultimamente, probabilmente perché sono assorbita dal lavoro e dalle risposte che ancora non ho su un paio di questioni di salute che mi tormentano da inizio anno. Per quanto riguarda il primo aspetto, da poco più di un mese trascorro tre mattine a settimana al MadLab, il fablab di Via della Maddalena nato dalla sinergia tra Cooperativa il Laboratorio, Scuola di Robotica e Festival della Scienza.
Al di là dello stimolo professionale, che c'è ed è utilissimo dopo il primo duro anno di partita IVA e le tasse di giugno in arrivo, quello che mi sta davvero facendo bene di questa aggiunta nelle mie giornate lavorative è la compagnia. L'idea di alzarmi, vestirmi, uscire di casa, attraversare il centro storico nella magica luce del mattino, sedermi tra i colleghi, scrivere circondata da corsi, laboratori, stampanti in funzione, clienti, è complicato bellissimo.
Amo molto stare da sola, ma non mi piace sentirmi sola.
Avere l'opportunità di condividere parte della settimana con altre persone significa avere un motivo in più per vestirmi e non trascorrere tutto tempo in casa in pigiama. Sembra una banalità ma non lo è. Tante delle libere professioniste che conosco prima o poi hanno incontrato il pericolo dell'abbruttimento, nascosto dietro le abitudini del lavoro tra le mura domestiche. Non mi vede nessuno = pinza nei capelli, t-shirt oversize e zoccoli. A pensarci bene la t-shirt oversize e gli zoccoli li indosso anche per uscire ma, normalmente, l'insieme non è così disastroso come quando non prevedo di mettere il naso fuori dalla porta per le successive ventiquattro ore.

Detto questo, non posso che lodare la nuova parte della mia vita dedicata alla scrittura, alla comprensione di un mondo diverso, alla frequentazione di posti che ho sempre amato tanto e che, per forza di cose, ho vissuto solo in momenti di svago.
Per il resto, i laboratori continuano ma a un ritmo più umano, l'estate è in arrivo e il colore della mia pelle comincia a virare dal bianco cadavere al rosa pallido. Sono soddisfazioni.

Per concludere, credo che potrei dedicarmi a un breve elenco delle dieci cose degne di nota di queste ultime settimane. Sono piccole, come da tradizione, ma belle. Almeno per me.

1. L'orto urbano ha prodotto il primo zucchino commestibile della stagione! Gli abbiamo subito reso onore trasformandolo in condimento per la pasta.

2. La piscina del Porto Antico ha finalmente riaperto i battenti! Non solo siamo già andati a trovarla, ma io sto anche meditando di iscrivermi ad acqua gym, chissà che la mia schiena non ringrazi (e pure le mie cosce da freelance che ha buttato l'abbonamento alla palestra nella tazza del water).

3. Ho comprato uno smalto color corallo e uno dei nuovi rossetti Neve Cosmetics. Ho ordinato due t-shirt sostenibili (ma su questo punto ho le mie riserve) e un paio di scarpe handmade in Spain che non vedo l'ora che arrivino. Hanno la zeppa, la corda, i lacci alla caviglia... insomma tutto quello che spero mi faccia entrare nel mood estivo il prima possibile.

4. Ho tenuto un corso on line per Scuola di Robotica che mi è piaciuto un sacco. Speravo di divertirmi e così è stato. Speravo di essere ispirata dal lavoro altrui ed è successo. Speravo di avere feedback positivi e sono arrivati. Viva!

5. Non ho ancora prenotato le vacanze estive ma abbiamo definito il periodo e la meta, è già qualcosa, no?

6. Le cose che vorrei sistemare il prima possibile sono: i miei capelli, che vivono come al solito di vita propria e la questione costume, che deve essere affrontata di pancia, più che di petto. Letteralmente. Per ovviare ai chili di troppo (nascondendoli) ho scelto questo. Spero di trovarlo nei prossimi giorni!

7. Mi sono iscritta a un corso on line dell'Exploratorium di San Francisco. Di solito il binomio Coursera - Exploratorium funziona alla grande, staremo a vedere!

8. Mamma mi ha regalato uno dei libri più belli di sempre. Il pomeriggio alla premiazione Andersen 2018 ha dato i suoi frutti... evviva!

9. La mia canzone del momento, quella che mi sparo tutte le mattine appena uscita di casa, è questa. Entro in una specie di trans appena inizia e mi infilo nei vicoli più stretti con un sacco di carica in corpo.

10. Sono (siamo) perdutamente innamorata di Downton Abbey. Ho divorato gli episodi alla velocità della luce e ora che ne mancano solo due alla fine sono già in crisi di astinenza. Suggerimenti?

Non mi resta che godere dell'effetto della super puntura, ora, e provare a dormire come non sono riuscita a fare nelle sere passate.
Notte!






mercoledì 25 aprile 2018

The world is outside

Una vacanza lunga quattro giorni che sono sembrati quattrocento.
Ne avevo bisogno più di sempre, lo sapevo prima di partire, ne sono certa ora che sono tornata.
Inutile perdersi in motivazioni e necessità, meglio iniziare subito con la musica che ci ha accompagnati lungo il viaggio e che ha un titolo decisamente significativo, lo stesso di questo post.

Giorno 1: la prima birra e l'arrivo "a casa"
In valigia solo cose pesanti, si va in montagna! A Trento abbiamo parcheggiato all'ora di pranzo, quasi trenta gradi e nemmeno una bava d'aria. Per fortuna in centro c'è lo store Patagonia (il mio marchio tecnico preferito, dalla buona politica ambientale e sociale) dove comprare una felpa e una t-shirt in più, con cui sostituire pile e maglioni a collo alto. Carne salada, wurstel e birre all'aperto prima di rimetterci in moto verso il B&B che abbiamo scelto per questi quattro giorni sopra i mille metri. Se c'è una cosa che mi riesce bene è trovare i posti migliori dove alloggiare quando vado via, che sia una partenza per lavoro o per vacanza. Anche questa volta ci ho azzeccato in pieno: Ai Marchetini è un maso in Valsugana, costruito a qualche chilometro da Cinte e Pieve Tesino, in mezzo ai prati, circondato dai boschi, sotto un cielo di stelle da togliere il fiato. Di tutto il resto, marmellata di more e strudel compresi, scriverò tra poco. Sistemate le nostre cose nella stanza del Pertegante siamo scesi in paese per cena e per fare due passi tra le case, la maggior parte ancora chiuse nell'attesa che i proprietari vengano in villeggiatura con l'arrivo dell'estate. Stanchi morti e con la pancia decisamente piena ci siamo addormentati sotto uno spicchio di luna incorniciata dal lucernaio sul tetto.

Giorno 2: Arte Sella
Una delle ragioni per cui abbiamo scelto come meta il Trentino e come B&B Ai Marchetini è Arte Sella. Volevo visitare questa meraviglia già da diverso tempo, quest'anno abbiamo preso al balzo l'occasione del ponte lungo per trascorrere un'intera giornata tra natura e arte, in compagnia di due amici e del loro instancabile nipotino (si è sparato quindici chilometri a piedi senza fiatare!), scattando fotografie, mangiando pane e formaggio sui prati, costruendo astronavi con pezzi di corteccia, correndo a perdifiato sui sentieri. Qualche immagine di questo posto magico è doverosa:





Giorno 3: la gita nel Lagorai
Non ho ancora parlato delle colazioni del B&B e questo è male! Vi basti pensare che tra i prodotti che ci siamo portati a casa da questa vacanza ci sono i succhi al mirtillo e le marmellate di frutti di bosco che ci hanno tenuto compagnia tutte le mattine. Insieme allo strudel più buono di sempre e ai dolci di pasta sfoglia e confettura di mele calda che credo mi sognerò per il resto dei miei giorni. Formaggi, luganega, uova, bacon, bresaola, speck, pane fresco, burro, tutte ottime ragioni per tentare sentieri ripidi e pieni di neve nella speranza di perdere un etto. Non credo di esserci riuscita, ma ci ho guadagnato le tasche del pile piene di licheni tutti diversi, un panino mangiato seduta su una roccia in mezzo alla neve, il sentiero sotto le conifere più verdi e alte che io abbia mai visto, un lago di montagna, la paura degli orsi e dei lupi, centinaia di bucaneve bellissimi:
La sera, non contenti, siamo anche andati a Feltre, dove abbiamo bevuto un bicchiere di prosecco buonissimo a due euro e cinquanta e mangiato il risotto con i bruscandoli che volevo assaggiare da un sacco di tempo!

Giorno 4: la giornata al Muse
Impossibile non andarci (tornarci, per quanto mi riguarda), impossibile non restarci dal mattino al pomeriggio inoltrato. Abbiamo visto tutto il guardabile e anche di più, abbiamo pranzato al bistrot interno, svaligiato il bookshop, passeggiato nell'orto.
Cosa ho comprato?
- Tre confezioni di questi semi, da piantare nel nostro orto urbano
- Una matita che ancora non ho capito se e quanto mi convinca
- Due scatole di dadi per i miei laboratori (questi, per esempio)
La sera abbiamo deciso di fermarci a Trento, fare un giro in centro, prendere un aperitivo in piazza e cenare ordinando tutti i piatti più tipici che trovavamo nel menù, canederli compresi. Tornando al maso, in mezzo alla strada, in pieno tornante tra i boschi, un cervo. Un modo bellissimo per salutare questa vacanza!

Giorno 5: oggi
Abbiamo salutato tutti dopo una mega colazione, l'ennesima. Io sono salita in auto con il solito magone e siamo ripartiti verso casa, parlando dei nostri nonni partigiani, della libertà che sembra ogni giorno più dimenticata e a rischio, del coraggio di chi ha sacrificato tutto perché oggi potessimo dire la nostra, lavorare, scegliere di trascorrere qualche giorno in montagna senza però doverci nascondere.

W il 25 Aprile, sempre!



lunedì 20 febbraio 2017

Il Gigante e la Farfalla


Ieri, finalmente, gita.

Dopo una serie di weekend almeno parzialmente lavorativi questa volta sono (quasi) riuscita a lasciare a casa il dovere. Scrivo quasi perché, in realtà, per la prima parte della mattinata ho permesso che il cervello ragionasse su tre laboratori, elencando mentalmente i materiali da comprare, scegliendo i titoli, valutando età di riferimento e tempistiche.
Poi, per fortuna, ho incontrato lei e in un attimo tutto mi è parso lontano, rimandabile, fuori luogo. Magari sbagliando abbiamo pensato, vista l'evidente instabilità delle zampe e le ali stropicciate, che la farfalla avesse fatto capolino dalla sua crisalide poco tempo prima.

Nel caso fosse stato davvero così: che bel segnale!

Per ora, io, più che sentirmi somigliante a un lepidottero fresco di nascita, mi immedesimo meglio nella statua del Gigante di Monterosso, ovvero sento un gran peso sulla schiena (non solo a livello figurato, visto il male che ho) e tanta stanchezza nelle gambe. Avevo deciso che sarebbe stata la foto che ho scattato al Gigante prima di imboccare il sentiero ad accompagnare questo post, ma quando sono arrivata nel piccolo spiazzo che vedete nell'immagine quassù ho cambiato idea. Di solito in gita comincio a scrivere sul blog con il pensiero, appena inizio a camminare e a guardarmi intorno. Lo faccio senza quasi rendermene conto, perciò, quando ritornando da Punta Mesco alla volta di Levanto ho visto tutti questi ometti di pietra in equilibrio precario eppure magicamente fermi nel sole ho pensato che loro fossero la risposta. A cosa? A tutte le domande che mi sto ponendo.

Un sasso sopra l'altro, quello sotto importante quanto quello sopra perché nulla crolli.
Ciò che è stato prima e ciò che verrà poi.
Il passato e il futuro.

Nel frattempo somatizzo come non mi capitava da un (bel) po', cerco di incastrare l'incastrabile e ci riesco a spese di sonno, schiena e/o digestione. Non è una sorpresa, che la partita IVA sarebbe stata per certi versi liberatoria e per certi tanti altri una trappola insostenibile lo sapevo perfettamente e per questa ragione la temevo, tenendola il più a lungo possibile lontana dalla mia vita.

Ormai però siamo in ballo e io ho senso del ritmo da vendere, sono timida, non mi sciolgo subito, ma appena trovo il mio posto nel mondo mi ci accoccolo come un gatto nella scatola del trasloco (rilassata, sempre con un orecchio in allerta). Non mi resta che continuare a guardarmi attorno come quando vado in gita, aspettare che il resto del mondo si distragga e infilarmi sotto una montagna di pluriball, al riparo da attenzioni eccessive e richieste impossibili da soddisfare. Se poi riuscissi anche a evitare un po' di aggressività diffusa sarebbe bellissimo.

sabato 28 gennaio 2017

Ventiquattro ore per essere felici


Sabato mattina, sto lavorando. Fosse domenica starei lavorando comunque.

Non mi lamento, non me ne vanto, c'è qualcosa che non va perché non posso (e non voglio) lavorare sette giorni su sette, a ogni ora, su mille binari distinti. Non posso (e non voglio) perché so benissimo che così le cose non funzionano bene, che prima o poi "ci scappa il morto". Potrei essere io a non reggere, potrebbe (ed è infinitamente più probabile) che a uscirne male sia il lavoro stesso.
Ho una testa sola, anche piuttosto stanca e confusa, devo imparare a filtrare, a stabilire e rispettare orari e tempi di recupero, a dedicare energie e attenzione a una cosa alla volta.
Non sembra facile perché non lo è, ma è necessario e vale la pena (e le pene) provarci.
Detto questo, oggi scrivo di una di quelle volte in cui oltre che provarci ci sono pure riuscita.
Sabato scorso, a quest'ora, stavo davanti a una mummia secca, con le ginocchia strette contro il petto, rannicchiata dentro a un sarcofago polveroso.

Sono impazzita? No, ero al Museo Egizio.


Non ci andavo da venticinque anni e quando siamo usciti abbiamo subito incontrato un manifesto promozionale del nuovo allestimento museale che interpretava perfettamente il nostro pensiero dicendo una cosa tipo "se l'ultima volta ti ci ha portato la maestra è ora di tornare a visitare il Museo Egizio di Torino". Esattamente.
Noi abbiamo avuto la fortuna di beccare una guida bravissima, molto chiara e pure simpatica, con un bell'accento del sud, così diverso rispetto al piemontese stretto che avevamo sentito fino a un attimo prima di entrare... Siamo rimasti due ore abbondanti tra vasi, parrucche, sfingi e poggia testa, poi siamo usciti nel gelo, abbiamo mangiato in un posto orribile dove ho atteso più di mezz'ora per un piatto di verdure grigliate e robiola e dove alla fine ho mangiato verdure semi crude, Philadelphia e un insetto. Ma va bene così, dopo la cena buonissima della sera prima e la colazione splendida della mattina, al pranzo si può anche rinunciare.

Il motivo per cui ci siamo spinti fino al Po era questo. Volevamo fare una foto da un punto panoramico dove si vedessero bene la Mole e le Alpi e dove, poco dopo il mio scatto, si è vista pure una mongolfiera bianca prendere il volo lenta e gigantesca.
Quando si dice Mole si dice anche Melissa Erboristeria, ovviamente ci sono andata, ovviamente avevo con me una lista, ovviamente ho comprato tutto quello che c'era scritto sopra, meno ovviamente non ho comprato qualcosa in più.
Però poi fuori c'era Muji e non si può avere tutto dalla vita. Le penne servono sempre, le pinzette sono utilissime, gli elastici a molla non li avevo mai provati, il fermaglio a becco è un must have, la candela al sandalo "che la vuoi lasciare lì?", le mollette da bucato mi sono cadute tutte nel cavedio. Per fortuna alle sei avevamo il treno.

Per chiudere il cerchio con la premessa iniziale, sabato scorso sono stata una giornata a Torino per respirare un momento dopo un venerdì lavorativo iniziato alle 4.30 del mattino e concluso alle 18. Ho dormito in questo posto meraviglioso, mi sono distratta dai pensieri, ho visto cose bellissime che non conoscevo o non ricordavo, ho camminato nel freddo senza quasi sentirlo e sono tornata a casa, con la mente libera e pronta per una nuova settimana di lavoro.

Oggi non ci sono riuscita, ci riproverò.

venerdì 30 dicembre 2016

Cavalli, torte, ometti e betulle


7.46: treno per Ventimiglia, fermata Loano.
10.33: bus per Verzi, fermata Capolinea.
E da qui gambe, sentieri e tanto sole.

Viste le temperature, decisamente anormali per questo periodo dell'anno, siamo saliti in maniche corte e se avessimo potuto ci saremmo tolti anche quelle. La prima cosa che ci ha colpiti sono stati i filari di eucalipti, abbiamo affondato le dita nei rami potati a bordo strada ed è stato subito Vicks Vaporub. Poi sono arrivati i limoni, gialli nei frutti e nelle foglie e la strada è diventata bianca di roccia saponaria. I corbezzoli erano maturi (buon per me!), gli zaini pesavano ma non troppo e i bianconi volavano bassi. Unica nota stonata: i cacciatori incontrati sul sentiero, con il fucile tra le braccia, subito rivolto altrove.

Il percorso è durato più o meno tre ore, noi ci siamo fermati molto spesso, per fotografare praticamente tutto e mangiare seduti su una roccia piatta lungo il torrente. Appena arrivati al Rifugio sembrava di stare sul set di un film di Wes Anderson: betulle, laghetto, erba corta e persiane rosse. Ci siamo sistemati un poco e abbiamo chiesto informazioni per proseguire a camminare ancora un po'. Sotto consiglio di Valentina e Lorenzo, i meravigliosi gestori di Pian delle Bosse, abbiamo scelto il Sentiero degli Ometti, fino al presepe nella roccia, attraversando una pietraia bianca ricoperta di licheni giallo fluo talmente bella da togliere il fiato. Di fronte a noi un canyon di pietre geometriche sprofondato in coltri di nebbia dense, velocissime e trasformate in nuvole di latte dal sole delle tre.
Abbiamo continuato ancora un poco in salita, il tempo di una foto a un piccolo albero ritorto e cresciuto tra i sassi più alti (l'immagine di questo post) e siamo rientrati. Ad attenderci la torta di pesche e mele più buona che avessi mai mangiato.

Un salto in stanza, un po' di riposo e via con la cena, degna di un ristorante di prima categoria, con "l'aggravante" della stufa accesa e della gatta arancione alla ricerca di coccole. La notte è passata tranquillissima, nel buio e nel silenzio più totali e noi, memori dell'ultima volta in rifugio con il cellulare del demonio lasciato accesso in camerata, non potevamo essere più contenti.

Dopo una colazione con torta al cocco e alle nocciole, pane fatto in casa e cotto al calore della stufa, crema di latte, marmellate e caffè siamo partiti alla volta del Monte Carmo: un anello di circa 3 ore e mezza tra prati innevati, creste esposte in pieno sole, piccole faggete e branchi di cavalli selvatici (su questo punto devo applaudire a me stessa: ho vinto una grande paura e, seppur con la schiena un tantino rigida, ho attraversato il gruppetto equino senza morire d'infarto).

Il panorama dalla Vetta era uno spettacolo, Alpi e mare in un colpo solo, neve e caldo contemporaneamente.

Da qui siamo ridiscesi proseguendo lungo l'anello prestabilito, abbiamo camminato sul sentiero all'ombra e quindi ancora pieno di neve e abbiamo visto il più bel bosco di betulle che avessi mai incontrato prima di allora. Siamo arrivati al Rifugio giusto in tempo per pranzare alla grande (le tagliatelle al sugo di noci e nocciole le sognerò ancora a lungo) e ripartire verso casa: alla fine, complice anche l'assenza totale di mezzi di trasporto da Verzi a Loano, al termine della giornata abbiamo totalizzato 20 km di cammino, che sommati a quelli del giorno prima fanno i cingoli che mi ritrovo oggi al posto delle gambe :-)

Questa avventura di un paio di giorni, come al solito, sembra essere durata una settimana e io spero che il suo effetto duri a lungo. Prima di andare non stavo bene, i sintomi dell'influenza si facevano largo ed ero convinta che avrei dovuto rinunciare. Poi ho capito: non ero malata, avevo solo bisogno di camminare, di vedere alberi e annusare aria invernale, di saltare sulle rocce e dormire nel sacco a pelo, di sentire freddo e toccare la neve.





sabato 24 dicembre 2016

Natale arrabbiato


Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.

Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.

Io lo amo e sempre lo amerò.


Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.

Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.

P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.




mercoledì 7 dicembre 2016

Ricrescere, sempre


La mia vita, come credo quella di tutti, è da sempre costellata di battute di arresto e goffe ripartenze.
Ogni tanto, di solito passano mesi o addirittura anni tra un avvenimento e l'altro, le cose si complicano talmente da diventare pesantissime e difficili da gestire, la fatica si mette al volante e io non riesco a fare altro che non sia sedermi sul sedile posteriore e lasciarmi portare.
Mi pesa, mi pesa moltissimo, perché vorrei invece avere la forza di prendere il comando della situazione e di tirarmi fuori dal caos il prima possibile; poi, però, in sere come questa, penso che forse la chiave di tutto stia proprio nel lasciar andare gli eventi, senza accanirsi, senza cercare di contrastare la corrente, provando, piuttosto, a riposare in attesa di tempi migliori.

Stanno succedendo tante cose belle, una su tutte la diffusione inesorabile, divertente, inaspettata e a macchia d'olio del mio libro: è arrivato in libreria, è arrivato nelle scuole e nelle case, forse arriverà nelle fiere e nei laboratori prima del previsto: una bella soddisfazione. Io subisco battute d'arresto, come dicevo all'inizio, lui invece, piccolo e colorato, va avanti come un treno, anche al posto mio.

Oggi, dunque, ho bisogno di calma, di rifugio e, lo sapete, queste sono due cose che (per me) risiedono sempre in un elenco.

Via, dunque, alla lista di dieci motivi per cui vale la pena ricrescere, come i capelli colorati alla caxxo di cane da un parrucchiere che non ascolta, come la fiducia in se stessi davanti ad un'infinita serie di corsi a scuola in partenza la prossima settimana, come la forza di studiare (nelle vacanze) qualcosa come mille pagine per un esame, come la capacità di non mandare a quel paese il tecnico della caldaia che in due giorni ti chiede quattrocento euro per fare e per riparare quello che ha fatto. Quattrocento euro: un intero corso a scuola, un esame all'università, la giacca gialla e le scarpe verdi che tanto mi piacciono, il Fairphone, venti libri piuttosto costosi, dieci cene all'Osteria della Collina. Uffa.

1) L'Autunno nella mia città, che sto apprezzando troppo poco, ma che vedo ogni giorno, senza avere il tempo e la voglia di raccogliere le foglie gialle che incontro (a parte qualche caso imprescindibile)

2) Il Secret Santa di Cindy: il pacchetto è pronto, partirà tra qualche giorno e dopo aver visto a chi arriverà non posso che essere curiosa e felice di avere l'opportunità di conoscere una persona (almeno apparentemente) così simile a me!

3) Due concerti in tre giorni, tanto belli quanto diversi tra loro

4) Una giornata nell'acqua calda delle terme, tra foglie rosse, ravioli al sugo d'arrosto, capelli a cespuglio

5) Una camminata lungo l'Acquedotto Storico di Genova, l'ennesima, bella come la prima e come la prossima

6) Una nuova serie TV che mi fa venire voglia di ristudiare la storia contemporanea

7) I gioielli comprati da Demodé

8) Una cena di gala, inaspettata quanto divertente, in un posto meraviglioso

9) Un pomeriggio a giocare a uno due tre stella, in mezzo alla strada, per fare felici Emiliano e Martino, dopo un pranzo tutti insieme

10) Una mattina in ospedale, per togliere il tutore di mamma e iniziare finalmente a vedere un'uscita da questo delirio




giovedì 10 novembre 2016

"Non mi dire stai tranquillo, perché tranquillo non sono"


"Pronto mamma, dimmi"
"Elena, sono caduta"


Inizia così una tranquilla settimana di paura, in piena fine Festival, in pieno weekend.
Frattura scomposta dell'omero con tanto di operazione indispensabile.

Scrivo questo post in progress qua e là, un po' sul treno, un po' a casa, un po' a Vesima, mentre annaffio le piante e concedo un'ora d'aria alla gatta.
Domani c'è l'intervento, magari aggiornerò la situazione tra qualche ora, o tra qualche giorno. Sono cose che capitano, poteva andare peggio, poteva pure andare meglio.
Lei pensa alle sue lezioni con "i negretti" che le mandano messaggi di affetto e pronta guarigione, pensa al Presepe del paese da cominciare, pensa alla festa d'autunno (ma giuro che se ci riesco ce la porto), pensa al suo adorato lavoro a maglia, alle sue uscite con la scuola d'arte, al pilates, al bodyrolling, al giardinaggio.
Io penso a lei, al recupero che potrebbe essere lungo, al fatto che abitiamo sufficientemente distanti per essere nella merda, alla degenza a casa mia che è piccola e inadatta, ad Agata che in centro storico si sentirebbe (e forse si sentirà) reclusa, alla fisioterapia che chissà dove la farà, a mio padre che non c'è e ai fratelli che non ho.

Però poteva essere il femore, o una vertebra, o la testa e poi, dato il periodo complicato, questa sberla mi aiuterà a relativizzare e a dare il giusto peso alle cose che meritano attenzione, già lo sento.
Nel frattempo mi alzo, infilo il naso in un caffè quando ho ancora con gli occhi chiusi, lavoro o sbrigo commissioni, vado in ospedale per pranzare insieme (oggi io fagiolini lessi e lei polenta col sugo, per dire), salto su un bus, poi su un treno, poi su un bus e raggiungo la gatta, la faccio uscire un paio d'ore, la nutro, le metto la crema sull'occhio e sulle orecchie, ritiro la posta, aggiorno i vicini, risalto su un bus, su un treno e su un altro bus e vado da mamma. Lei cena, io la guardo, la aiuto a lavarsi, ritiro la biancheria sporca e me la porto a casa, mangio con la testa nel frigo e crollo a letto.

Tutta sta girandola la faccio ascoltando in loop l'ultimo album degli Ex Otago, immaginando di ballare ogni singola canzone con una maxibirra in mano e stilando elenchi immaginari di cose che vorrei fare in questo periodo, per distrarmi e non pensare alle prossime settimane di laboratori, corsi a scuola, lezioni e delirio.
Per ora me la sto cavando egregiamente, proud of me.

Nel dubbio, vai di wishlist disordinata, senza punti saldi, con un desiderio di seguito all'altro: andare a Torino per dormire di nuovo qui, visitare il Museo Egizio dopo tipo 25 anni, svaligiare Melissa, guardare le luci d'artista con il naso all'insù; godermi una cena costosa, magari di pesce; fare una gita nuova (ma anche vecchia) nel freddo del bosco di fine autunno; riprendere a correre con costanza al Porto Antico; bere un black russian; trascorrere una giornata alle terme; andare a ballare; perdermi in un mercatino dell'usato; fotografare un posto nuovo con calma, reflex e luce giusta; leggere un libro avvolta nel plaid, bevendo una tisana rovente e mangiando biscotti con le gocce di cioccolato.

Poi, alla fine, la cosa che vorrei di più, è che domani andasse tutto bene e che il futuro prossimo di mamma (e mio) fosse insperabilmente semplice, o, almeno, non troppo complicato.
Si vedrà!

P.S. Ad ogni modo, un enorme airone lento e placido poco fa ha volato sopra il giardino, sopra la mia testa, prima di andarsi a riposare nel fiume. C'è da stare tranquilli.

P.P. S.S. Due ore fa mi è suonato il telefono, numero sconosciuto. Ho risposto ed era lei, mamma, che mi chiamava dalla sala per dirmi che sarebbe salita in reparto con un po' di ritardo, ma tutto ok. Il gene della precisione non l'ha perso.

P.P.P. S.S.S. Di nuovo a Vesima a pascolare la gatta, incastro tutto e vado avanti.







martedì 9 agosto 2016

Il Pilates mi ha cambiato la vita


Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.

Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.

Nuoto abolito, come la corsa.


Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.

All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.

Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.

Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.

Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.

Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.




lunedì 13 giugno 2016

Santo Sonno


Sono una ragazza fortunata perché mi hanno regalato il sonno. (semi-cit.)

Chi è capitato qui per la prima volta o mi legge da poco probabilmente non sa che io, ora, sto benissimo.
Fisicamente intendo, con il cervello siamo ancora in alto mare :-)

Ho trascorso gli ultimi anni a combattere, ciclicamente, con dolori di ogni tipo.
Già da ragazzina non me la passavo proprio bene: la pancia era il mio punto debole e non saprei contare le volte che sono finita al pronto soccorso in preda a coliche fortissime. Via l'appendice e via il dolore? Ma manco pe niente, come direbbero a Roma.
Le ho provate tutte: medicine, rimedi naturali, diete, sedute di analisi...poi, come sono arrivati, i dolori alla pancia se ne sono andati.
La mia personale interpretazione? Visto che i giorni no erano quasi sempre collegati ad una festività, ho scelto di credere che quando finalmente mi sono fatta una ragione che intanto mio padre, per Natale, non sarebbe tornato, ho smesso di stare male.

Le difficoltà più grandi sono iniziate qui, sono continuate qui e in tantissime altre occasioni raccontate in altrettanti post. Sono finite? Non so, sicuramente non sono mai più tornate così forti.
Non ho capito cosa succeda, non lo hanno capito fino in fondo nemmeno i medici che mi hanno visitata in questi anni, prescrivendomi punture, bende, pastiglie, esercizi, fisioterapie. Sono riuscita a contrarre il mio corpo a dei livelli a cui neppure quel santo dell'osteopata ha saputo, in certi casi, rimediare.

Un colpo di freddo, un periodo complicato sul lavoro, l'angoscia di un futuro lontano dall'essere un minimo definito mi hanno messa ko tantissime volte e ancora oggi, se esagero con l'ansia, con la palestra, con le sudate, con la rabbia o la tristezza, mi blocco come una bambola senza pila.
Però, questo post, è un post positivo (anche se per adesso non sembra).
La frase con cui l'ho iniziato non è affatto casuale perché c'è una novità nella mia vita e quella novità mi ha tolto i dolori.

Dormo.

Vado a letto sempre (o quasi sempre) prima di mezzanotte e mi alzo sempre (o quasi sempre) intorno alle otto.
Mi sveglio solo un paio di volte per la pipì, gli incubi sono piuttosto rari e quando apro gli occhi non darei via un rene per poterli richiudere.
Incredibile.
Sono certa che il mio benessere dipenda da questo e se non è così non mi importa, perché dormo e non ho male al collo quando mi alzo.
Dormo e la schiena è distesa.
Dormo e non mi vengono i crampi ai polpacci.
Dormo e gli occhi non mi esplodono nelle orbite.
Dormo e non ho male ai denti o alle orecchie.
Dormo e non ho una mannaia piantata nella nuca.
Dormo.
Semplicemente dormo.

lunedì 6 giugno 2016

Il Giornale delle Gite

Delle meraviglie contenute nel Sacchetto Segreto del Cottage di Rita ve ne ho già parlato qui.
Oggi vi racconto cosa stanno diventando i quadernini, come sto impiegando le penne colorate, quale funzione hanno i bellissimi timbri alfabeto.

Tutto nasce da una delle mie passioni più sfrenate: camminare. In realtà, a questa che più che una passione è un bisogno, si aggiunge l'amore immenso per la natura sotto ogni sua forma e in particolare sotto quella arborea (foglie in primis), la fissazione atavica per cartoleria e similari (trovatemi una femmina nata negli anni ottanta che non abbia questo problema), l'invasione inarrestabile di diavolerie imperdibili come washitape e timbri, il mondo di Instagram e la sua popolazione: lei e le amiche in particolare.

Questo minestrone di stimoli ha risvegliato in me la voglia (mai realmente sopita, diciamocelo) di erbari, notes, disegnini, appunti verdi, foglie pressate, graffette, citazioni. Raccolgo residui della natura da tempo immemore, il primo albo in cui ho attaccato e catalogato foglie e fiori risale all'epoca delle elementari, possiedo una pressa bella e funzionale che si chiama Tessa e, quando esco per una gita, torno sempre con qualcosa in tasca. Una castagna, una pigna, una piuma, un rametto, un sasso, un insetto morto.

Dalle camminate, però, rientro anche piena di ricordi, di odori, di cose che vorrei fermare per riguardarle quando non posso uscire: che fare?
Semplice! Un Giornale delle Gite.

Ho preso la decisione definitiva guardando questo filmato (diecimila volte) e lasciandomi incantare da siti, video, tutorial, schemini, fotografie.
Per vedere come è andata a finire occorrerà aspettare un po', il mio Giornale delle Gite è solo a quota due uscite, ma intendo riempirlo per bene e, se la tecnologia (altrui) mi assiste, voglio fare un videino.
Cosa sto usando? I timbri alfabeto per i titoli, le foglie pressate, i washitape, le penne colorate, i disegni con i pastelli a cera, le fotografie stampate con una roba come questa. Il risultato, per ora, è un po' confusionario, come ogni prima volta che si rispetti. Magari tra qualche tempo sarà ancora più incasinato, non lo saprò finché non lo sfoglierò tutto, annusando rametti, riappiccicando disegni scollati, sottolineando nomi scientifici, aggiungendo schizzi, scrivendo citazioni, mostrandolo a voi.

domenica 15 maggio 2016

Un brusío di silenzio


Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l'accettano senza scomporsi: un brusío di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.


Qualche giorno fa ho fatto un test. Uno di quelli stupidissimi che Facebook ogni tanto si ostina a propinarmi inutilmente. Questa volta mi sono lasciata incuriosire e ho provato: era legato al mio segno zodiacale e prometteva di rivelarmi a quale poesia fosse associato il Capricorno.
Per la cronaca, io non credo nell'astrologia e mi diverto unicamente a leggere l'oroscopo di Brezsny su Internazionale, il perché non lo so e non ho nemmeno voglia di chiedermelo. Forse mi pare intelligente, ironico e simbolico quanto basta per non trovarlo noioso e stupido.

Ad ogni modo, il fantomatico test ha dato come risultato le quattro righe che vedete quassù in corsivo. Si tratta di uno stralcio di Mania di solitudine, poesia per nulla facile e leggera di Cesare Pavese. Perché l'ho presa tanto sul serio da scriverne un post? Perché (santo cielo) mi ci sono ritrovata completamente. Leggendola tutta sono a disagio, riconosco bene ogni sensazione descritta ma non la sento sulla mia pelle. Quelle poche parole proposte dal test, però, sì.
Eccome.

Mi trovo spesso a ragionare da sola su quello che sarà di me, su come continuerà la mia vita, sulle possibilità lavorative che forse arriveranno o forse no, su una ipotetica famiglia del futuro che chissà se mai nascerà. Lo facciamo tutti, credo, a questa età.
Però, ultimamente, c'è una cosa che accade sempre più spesso e che lo sento, davvero, quanto mi faccia bene. Quella cosa è l'improvvisazione: alla ricerca della bellezza. Zero programmi, cento soddisfazione. Sono già cambiata molto, rispetto al passato in cui calendarizzavo ogni cosa, ora però mi lascio assai spesso trasportare dagli eventi.
Una delle ultime occasioni è capitata il week end scorso, a Bologna, quando mi sono ritrovata per caso un giorno in più su una tabella di marcia inaspettata e questa modifica, prima presa malissimo e maledetta per un pomeriggio intero, è diventata, semplicemente, un'opportunità. Siamo andati a visitare la mostra di Hopper ma, cosa ancora più improvvisata, ci siamo arrampicati fino lassù, al Santuario di San Luca. Andateci, a piedi mi raccomando, percorrendo gli infiniti portici in salita, tra gente che corre, marcia, chiacchiera e fotografa.

Siamo riusciti a fare una gita nella gita: che bellezza!

Ieri mattina, per occupare al meglio un sabato pre lavorativo abbiamo finalmente visto la mostra di Salgado e poi ci siamo persi per i vicoli della nostra città dove, di nuovo inaspettatamente (forse nemmeno troppo, conoscendomi), sono riuscita a comprare un maglione, una borsa, un vestito e un dinosauro di plastica con diciannove euro al mercatino di quartiere. Se non è un'occasione questa!

L'ultima opportunità improvvisa, colta al volo sul bus mentre tornavo dalla visita a una nuova vita appena arrivata, la vedete quassù: il tramonto su Genova di ieri sera. La foto non è mia, ovviamente, visto che mentre il cielo si faceva giallo zabaione io mi lasciavo sballottare beata dal diciassette barrato, immersa nel mio solito brusío di silenzio. Però, appena ho capito cosa stava succedendo, gli ho mandato un messaggio: "fai un po' una foto al tramonto, immagino sia bellissimo".
Lui l'ha fatta.
E me l'ha mandata.

P.S. Lo scatto è di Andrea.





domenica 3 aprile 2016

La straniera


Erano anni che il cambio di stagione non ci andava giù così pesante.
Pure il passaggio dall'ora solare a quella legale non credo abbia aiutato.
Se poi ci aggiungiamo una settimana di antibiotici per scongiurare ipotetici morbi da puntura di zecca completiamo il disastroso quadro di stanchezza tremenda, sonno boia, stato confusionale semi costante.
Un esempio?
Ieri ho perso gli occhiali da vista. Stavo passeggiando in pieni Rolli Days e sono tornata alla polleria dove avevo pranzato, per controllare se magari li avessi dimenticati lì. Il locale era pienissimo, ho chiesto al ragazzo dietro al bancone se li avessero visti e lui, sorridendo, mi ha risposto:
"No cara, ma sai, noi non siamo mai usciti da qui, prova a vedere dove eri seduta. Però, non è che per caso sono quelli che hai appesi al collo, vero?".

Capito?
Non ce la posso fare.


In tutto questo lavorare, alzarsi, comunicare, spedire, scrivere, inviare, rispondere, accontentare, parlare, dire, fare, (baciare, lettera, testamento) io mi sento una straniera.
Come se non sapessi bene dove sono, né come esprimermi affinché gli altri mi capiscano. Il più delle volte, tra l'altro, mi pare di non comprendere io stessa quello che gli altri cercano di dirmi.
E non parlo solo di sconosciuti, persone appena incontrate sul mio cammino, nuove opportunità che si palesano all'improvviso: intendo anche gente che frequento da tipo dieci, dodici anni e che, di colpo, sembra parlare swahili.

Come sto cercando di ovviare al problema?
Facendo paragoni.

Il primo mi sta aiutando moltissimo ed è legato al corso di francese che seguo ormai da settembre. Ora che mi dedico alla conversation (da pronunciare rigorosamente alla francese) e che trascorro mattinate intere a mettere insieme frasi apparentemente insensate ma a volte incredibilmente corrette, ho capito perfettamente cosa significhi essere straniera, e tentare di integrarsi. Provo grande gioia quando, per esempio, riesco a tradurre mentalmente ciò che due turisti francesi si stanno dicendo in un negozio... la stessa felicità la sento quando capisco chi si rivolge a me in italiano ma sembra parlare un'altra lingua. Non solo, spesso mi sento più compresa balbettando in francese a lezione che dialogando in italiano nella vita di tutti i giorni.

Da cosa dipende tutto questo? Da me, ovviamente. Anche perché tutto (o quasi tutto) ciò che affrontiamo ci colpisce in modo diverso a seconda da come lo vediamo. Io non voglio arrabbiarmi, non voglio farmi mangiare dal nervoso, non voglio che mi capiti una volta a settimana nella stanza gialla, tanto meno voglio che succeda nella vita quotidiana. Quando mi accorgo che non c'è via d'uscita, che proprio non capisco un comportamento, una frase, una mail, un'azione e che non so assolutamente come comportarmi di conseguenza... divento francese. Oplà.

Il secondo paragone che uso (questo lo faccio da sempre e dopo ieri ancora di più) è legato alle piante che vivono in città, nate nella fessura di un muro, in una crepa sull'asfalto, tra i mattoni di un molo. Ieri ho partecipato a una passeggiata alla scoperta della biodiversità urbana e ho finalmente imparato alcuni nomi di coraggiosissime piantine resilienti, incontrandole qua e là tra automobili, turisti, barche e ringhiere. Le ho fotografate, catalogate sul mio taccuino e ammirate infinitamente per la loro pazienza. Ce ne sono alcune che si fingono morte nei periodi duri e ripartono più forti che mai appena il clima lo consente. Sono così avanti, in un ambiente in cui probabilmente nessuno le capisce, dove non ci sono alberi a proteggerle, uccelli e insetti a visitarle, acqua fresca a dissetarle, che non hanno nemmeno bisogno di diventare francesi per farcela.

Quale migliore esempio?
Io non voglio arrabbiarmi, voglio fiorire timida ad aprile trasformandomi in un sedum (francese).

sabato 26 marzo 2016

Cronache Pasquali


Una settimana da incubo che sta finendo, tanta voglia di scrivere un post facile, senza troppi pesi e fatiche, senza troppa attenzione a forma e contenuti, pieno di bellezza o, banalmente, di semplicità.
Il modo migliore, in questi casi, è sempre l'elenco.
Per non fare torto a niente e a nessuno, scriverò la mia lista di esperienze settimanali in rigoroso ordine di comparsa, esattamente così come le cose mi sono capitate.

1. Ho organizzato la tradizionale festa di Primavera sull'Albero. Mi sono divertita, ho cucinato, ho comprato un mazzo di tulipani arancioni e ho giocato con i piccoli nuovi arrivati del gruppo.

2. Ho fatto lezione alla mia mini classe universitaria camminando tra le tombe di Staglieno, spiegando la differenza tra una crosta nera e una patina algale, mostrando i danni del tempo su una statua di marmo esposta alla pioggia, allenando gli occhi di queste ragazze a guardare il contesto. Perché è sempre il contesto che decide le regole.

3. Dopo una notizia che mi ha gettata nel panico ho corso. Ho corso un sacco anche facendo le scalette del parco, ho corso sulle spirali disegnate per terra, ho corso davanti al mare, ho corso tra file di camelie striate.

4. In una mattina difficile ho ricevuto un regalo arrivato con il postino (il genere di regali che preferisco). Questa piccola spilla e la lettera che l'accompagnava sono state un raggio di sole, una coincidenza inaspettata, un momento di speranza che mi serviva moltissimo.

5. Ho accompagnato mamma a fare una visita medica importante, che ci ha tolto un dubbio terribile, così terribile che devo riprendermi ancora adesso.

6. Mi sono comprata una gonna pantalone nel mio negozio vintage del cuore, perché di gonne pantalone, specie se lunghe, ariose, di colori pastello, non se ne hanno mai abbastanza [e poi con i miei Pescura Corallo è perfetta!]

7. Ho mangiato dei pizzoccheri al pesto siciliano, ma anche dello stoccafisso accomodato, ho bevuto vino bianco, vino rosso e persino coca cola.

8. Ho visto un meraviglioso film al cinema e mi ci voleva, le ultime volte ero rimasta così delusa...

9. Ho fatto una gita bella, nei posti dove sono cresciuta dai dodici anni in poi e nei posti dove invece sono nata e ho trascorso la mia infanzia. Non sapevo come avrei reagito nel rivedere la magnolia con le foglie lucide, i leoni di marmo che ho cavalcato così tante volte, le due palme che non c'entravano proprio nulla, il sentiero accanto al fiume. [per inciso, credo di aver reagito bene]

12. Ho mangiato la focaccia con le cipolle sulla spiaggia.

10. Ho visto un capriolo col culo bianco.

11. Sono andata a trovare mio padre.

12. Ho guardato il mare diventare accecante sotto al sole della sera.

13. Ho scoperto Agata arrotolata dentro al piumone di mamma.

14. Ho ritrovato i miei amati boccoli, persi chissà quando e chissà dove.

15. Ho raccolto tutti i pensieri più belli e li ho stretti a me.

sabato 27 febbraio 2016

Vapore


Ho trascorso parte dello scorso week end immersa nella nebbia.
Ho trascorso parte di questo week end immersa nel vapore.


Oggi giornata alle terme.
Con Ale, come tanto tempo fa.
Dall'Agosto 2012 sono successe molte cose, per esempio è successa Giulia, la bambina di Ale.
Sono successi due traslochi sufficientemente distanti da avere poco tempo per incontrarci al volo e zero tempo per le nostre cene a base di birra Moretti e birra Moretti.
È successa la vita, che si mette sempre di mezzo, e probabilmente è giusto così.
Quindi, quando ieri mattina Ale mi ha scritto un messaggio per propormi una giorno insieme, nell'acqua calda e piena di bolle, ho semplicemente detto sì.

Ci siamo viste presto, quando siamo arrivate stavano aprendo le porte e in piscina non c'era quasi nessuno.
Abbiamo scelto prima la vasca interna, lì c'è meno rumore: avevamo talmente tante cose da raccontarci che ci occorreva silenzio. Il rientro al lavoro dopo la maternità, il mio contratto fresco fresco, i suoi chili persi, i miei chili presi, l'amore, Giulia che cresce e va al nido volentieri, i viaggi fatti, quelli mancati.
Tisane, bagno turco, toast, giornale, vasca esterna.
Ecco il paradiso vero, la pioggia ghiacciata che scende piano dal cielo, l'acqua calda, le bolle leggere e quelle violente, tanto, tantissimo vapore. E intorno alberi, betulle, pini, la natura silenziosa, qualche uccellino ogni tanto.
Abbiamo chiacchierato anche lì, ma in verità ci siamo concentrate soprattutto nella pratica della nostra attività termale preferita: l'ippopotamo che spunta dall'acqua unicamente con le narici.

Una doccia svelta che solo due come noi sanno fare così svelta, un incastro perfetto di lavaggi con lo shampoo per tutto il corpo che va bene uguale (lei) e di asciugatura capelli velocissima, senza spazzole e beccucci che intanto non servono (io).
La giornata è trascorsa in fretta, il prossimo incontro lo organizzerà Giulia con il suo battesimo, per fortuna, altrimenti chissà quanto altro tempo lontane avremmo dovuto passare.

Ora, tra una scheda di restauro e l'altra, mi sorprendo a pensarmi, a mollo nella vasca calda, con la testa piena di pensieri che si mescolano al vapore e volano via con lui, per tornare a volte più densi, a volte più leggeri, e allontanarsi di nuovo. Ne avevo bisogno, di tempo, di silenzio, di riposo, di Ale.


sabato 23 gennaio 2016

Giorni, gocce e foglie gentili

Questi, per me, sono giorni gentili.

È un periodo di impegni nuovi che devo ancora imparare a gestire e su cui ho deciso di provare a investire comunque, nonostante le incertezze, gli ostacoli inevitabili e non dipendenti da me, le difficoltà.
Ho iniziato il ciclo di laboratori in una primaria: quattordici bambini curiosi, vivaci quanto basta per tenere la mia attenzione costantemente vigile, educati anche nei momenti di maggiore entusiasmo. Per ora, preparare i materiali per andare da loro e trascorrere un pomeriggio di scienza e creatività è solamente un piacere.

Oggi, invece, mi sono dedicata al mio nuovo lavoro: ho passato la giornata al Cimitero Monumentale di Staglieno, il posto dove in futuro starò probabilmente più a lungo (e non solo da morta :-/). Siamo andati lì per l'ora di pranzo, con l'intento di scattare le prime foto per realizzare le schede diagnostiche, ma alla fine ci siamo lasciati inghiottire da viali, cipressi, gallerie, scalette e ne siamo usciti giusto in tempo per evitare di rimanere chiusi dentro. Che, detto tra noi, non deve essere propriamente una cosa divertente.
Stare tutto il giorno lì ha sortito il solito effetto: ogni oretta mi prendeva lo sconforto, mi veniva tristezza, mi facevo buia buia e poi, così come era arrivato, il malumore se ne andava. Chissà se a forza di trascorrere ore tra le tombe questa cosa prima o poi finirà (ecco il progetto a cui parteciperò).

Ad ogni modo sono felice, perché quello che per anni è stato un lavoro, la materia dei miei studi, l'argomento di due tesi e di tanti pomeriggi sui libri, potrebbe di nuovo essere la mia occupazione principale, almeno per un po'.

I giorni gentili sono gentili perché sono anche giorni ragionati. Passo ore su ore a lavorare, a scrivere, a inviare e-mail, a organizzare riunioni e a volte mi accorgo di aver pranzato davanti al pc. So che così non si fa e, nell'attesa di trovare un ritmo buono e giusto ho provato a dedicare un giorno ogni tanto al relax. Che magari ha significato pulire casa, ma che a volte, invece, è stato passeggiare con Cindy negli angoli preferiti della città, trascorrere qualche ora con mamma e Agata, dormicchiare leggendo un libro sul divano.
E poi c'è il corso di stampa 3D il lunedì sera, lo spettacolo di Celestini proprio ieri e domani si va niente popò di meno che all'East Market di Milano, con mostre di Basilico e Maier annesse.

Sono queste le ragioni per cui scrivo meno quaggiù, ma non solo: come forse ho già detto, il fatto che scrivere sia diventato un mezzo lavoro, rende meno spontaneo l'aggiornamento del blog. Non so che farci ma è così, magari sarà una cosa passeggera, magari no. Chissà.
Nel frattempo ho avuto l'immenso piacere di vedere la prima bozza grafica del mio libro e chissà che questo anno bisestile non porti con sé anche la pubblicazione; io tengo le dita incrociate!

Le ultime due cose che voglio condividere sono i soliti progetti strambi in cui mi imbatto, mi lascio coinvolgere e mi fisso finché non ho raggiunto l'obiettivo prefissato: il primo è questa meravigliosa iniziativa di Tulimami, ispirata a sua volta da Dear Stranger, a tea for a day! e ripresa da moltissime altre blogger e crafter come La casa degli Antouche e la cara Effe. Io, naturalmente, ho abbracciato l'idea con tutto l'entusiasmo possibile e, un po' per gioco, un po' per mettere alla prova la mia novella passione per i timbri hand made, ho fatto nascere le #fogliegentili. Cosa sono? Queste (e queste o queste). Sono biglietti di carta morbida su cui stampo a mano una foglia, inseriti in una piccola busta con l'albero, il primo stampo che ho costruito utilizzando un vecchio kit da intaglio di mio papà. Ogni biglietto viene casualmente abbandonato dove capita, per ora i posti prescelti sono stati i bagni pubblici di una stazione e lo scompartimento di un treno. Chissà chi avrà trovato la foglia gentile, e chissà se sarà finita dritta dritta nella spazzatura oppure no.

Il secondo progetto che proverò a portare a termine quest'anno è ritrovare la mia penfriend, una ragazza inglese dal nome più comune d'Inghilterra con la quale mi scrivevo a dodici anni. Sarà un'impresa, ma ho la speranza che con una buona dose di fortuna, l'aiuto dei social network e la perseveranza che in questi casi mi contraddistingue... ce la farò!

venerdì 25 dicembre 2015

Personne


Musica.

Oggi è il venticinque Dicembre, è Natale.
Sono da mamma e non sono arrabbiata come negli anni passati. Forse mi sento un po' triste, forse angosciata, ecco sì, in ansia, ma non arrabbiata.
Nei giorni scorsi, sedute nella stanza giallina, di tutta questa presunta rabbia abbiamo provato più volte a occuparcene, senza apparenti risultati. Magari i risultati invece ci sono e questa mattina tranquilla, priva di scossoni e tensioni ma solo un poco malinconica, è la testimonianza di un piccolo successo.

Negli ultimi mesi sono successe molte cose, quasi tutte in sordina: cose che mi hanno addolorata molto, cose che mi hanno resa fiera di me, cose che hanno confermato quanto la gente possa essere cattiva e menefreghista ma anche dolce e premurosa, cose che mi hanno messa davanti a una scelta e cose che invece mi hanno tolto ogni possibilità di scegliere, cose che mi piacerebbe capire ma che probabilmente non mi sarà permesso neppure sapere, cose che hanno dimostrato la bassezza di questo mondo, di questo sistema marcio e privo di senso e cose che hanno ridato valore all'essenziale, al quotidiano, al bello, alle luci accese dietro le finestre.

Forse, con l'arrivo del nuovo anno, avrò pure un nuovo lavoro, è presto per dirlo perché io mi conosco, finché non sarò seduta, sola, con il contratto firmato e un fiume di emozioni nel cuore non sarò tranquilla, perciò preferisco aspettare.
Forse ho trovato il mio taglio di capelli definitivo, che mi fa sentire bene, che mi rappresenta nella sua irregolarità, nella sua capacità di essere spettinato per un momento e in ordine l'attimo dopo, nel suo color volpe, nella sua semplicità che passa inosservata e non dà nell'occhio.
Forse ho scoperto il ritmo della mia casa e sono riuscita a sintonizzarmi con lei, così da sentirmi meno ospite, così da non aver voglia di scappare, così da essere capace di restare e godermi i suoi angoli verdi, il tavolino con il vetro color crema, il balcone delle prove di giardinaggio, il tappeto caldo della sala.

Ma, quindi, cosa significa il titolo di questo post?
In francese, come pronome, vuol dire nessuno, ma per me vuole dire tutti. Perché tante, tantissime volte quest'anno, mi è capitato di essere sola quando stavo in mezzo alle persone e coccolata quando ero da sola. Perché molto spesso non mi sono sentita riconosciuta, anche da chi, in realtà, mi conosce benissimo.

Tra le cose che ho fatto negli ultimi mesi c'è stato il corso di francese, iniziato a settembre e terminato pochi giorni fa. Tre moduli, tre esami e una passione inaspettata per una lingua che non conoscevo, che pensavo mi sarebbe piaciuta, ma che non immaginavo avrei amato così tanto.
Essendo un corso intensivo di novanta ore, praticamente ininterrotte (sei a settimana), molti dei miei impegni sono dipesi dalle lezioni e tanti appuntamenti hanno ruotato attorno a quei pomeriggi fuori dal tempo, in un'aula brutta, in un posto brutto, ma con tante persone belle, sedute tutte insieme attorno a me. Rosalba, Marcella, Giovanna, Andrea, Alessandro, Laura, Alessandra, Federica e Gabriele sono stati i miei compagni di viaggio in questa avventura piena di stimoli, di risate, di ironia e di condivisione. Fabienne, la nostra insegnante paziente ma efficace, ci ha guidati con attenzione, senza mai dimenticare le caratteristiche di ognuno e questa, almeno per me, è stata un'enorme dimostrazione di affetto (oltre che di professionalità). Che Elena amasse le feuillage si è capito subito e si è ricordato per sempre, tanto durante gli esercizi quanto nelle battute. Allo stesso modo la passione di Andrea per la cucina, di Alessandro per Nizza o di Federica per i gatti ci hanno tenuto compagnia lungo tutto il corso. Ognuno di noi ha portato un po' di sé e lo ha donato agli altri, una cosa rara, che toglie immediatamente una n al pronome personne.

Ora, che il corso è finito, magari riusciremo comunque a studiare insieme, ci rivedremo, ma in ogni caso so che ad ognuno di loro devo un grazie, per aver trasformato in opportunità un momento destinato a farmi crescere, per avermi dimostrato che posso fare ancora un sacco di cose per me, da sola, senza sentirmi tale nemmeno un minuto.