Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.
Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.
Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi. A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.
Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.
Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.
Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.
P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.
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martedì 20 novembre 2018
martedì 16 gennaio 2018
And in the day, everything's complex
Musica
Sono sparita, è un dato di fatto.
Questo è il primo post del 2018 e non mi era (quasi) mai successo, in tanti anni di onorato blogging, di stare così a lungo senza scrivere qui, ma ho le mie ragioni. Che non sono buone, ma sono comunque ragioni.
La verità è che non sono molto in forma e, di solito, quando sto male non mi va di aggiornare Ilmareingiardino.
Sotto Natale ho avuto l'influenza (come credo quasi tutte le persone che conosco), poco prima ero stata piegata (sul water) dall'accidente intestinale del secolo e non sono riuscita a ripigliarmi tra l'una e l'altra sciagura. A quanto pare un virus ha deciso di tenermi compagnia ancora per un po', devo stare dietro a un sacco di medici, visite ed esami, sono bella imbottita di medicine e per ora non so cos'altro mi riserverà questo 2018 iniziato scoppiettante più che mai.
Io, se possibile, per quest'anno avrei dato.
Fatte le dovute premesse, passo a spiegare la foto quassù, un origami giallo banana a forma di gru. Quando l'ho trovato a terra nella metro di Milano, in un momento in cui dire che stavo di mxxxa è usare un dolce eufemismo, ho subito pensato che fosse un airone, l'animale che più mi fa pensare a mio padre per una serie di coincidenze inanellate negli ultimi tredici anni. Tanto, dopo Folle di Scienza, che sono avvezza a superstizioni e riti lo sanno tutti, ormai, anche i colleghi scienziati che più stimo, sparsi in giro per l'Italia.
Quindi, trovato il segnale ultraterreno, ho deciso di tenerlo con me, a chiusura di un anno caratterizzato dal giallo banana in tutte le sue declinazioni, dal guscio da montagna alla parete della cucina (cavoli dell'orto urbano compresi).
I due giorni a Milano, organizzati al volo per il mio compleanno, sono stati molto belli nonostante stessi proprio male. Siamo andati a vedere la mostra Giro Giro Tondo, quella sul design del giocattolo: una meraviglia. In Triennale siamo rimasti un sacco e ne è valsa davvero la pena.
La sera è saltata causa aironi in metropolitana e il giorno dopo giro sui navigli e visita al Mudec. Al ritorno Trenitalia ci ha riservato un trattamento di favore rompendo il treno a Voghera e ritardandoci il rientro a casa di un paio d'ore. Olè.
Dopo la fuga milanese, il (quasi) niente.
Nelle ultime due settimane ho rallentato molto, ho trascorso tanto tempo in casa, ho lavorato un po' meno in classe (santi i colleghi che mi hanno sostituita) perché di stare in mezzo a tanti bimbi piccoli, da sola, proprio non me la sentivo. Sono riuscita, però, a seguire progetti importanti, ho comunque organizzato laboratori a cui tengo molto
e ho continuato il lavoro da casa, quello sui Social, come se nulla fosse.
Oggi ho pure preso coraggio e sono uscita a farmi un giro in solitaria, un'oretta nei vicoli. Sono stata premiata per l'audacia e ho portato a casa con me un sacco di cose dal mio negozio vintage preferito. Non facevo acquisti da mesi e l'affare di oggi è stato un meritatissimo autoregalo di compleanno, arrivato un poco in ritardo: quattro maglie, un paio di scarpe e un poncho-cappotto al prezzo di due maglioni. Non vedo l'ora di sfoggiare casette di lana colorata, doppi colli, mantelle col cappuccio e ballerine assurde. Magari, però, non tutto insieme.
Ecco, direi che il blog è ripartito e io posso ritenermi soddisfatta. Non mi resta che continuare a riattaccare i miei pezzi, armandomi della santa pazienza che mi contraddistingue e mantenendo vivo il fuoco degli impegni... solo tenuto più basso. Un po' come si fa con il brasato.
P.S. La colonna sonora è stata istintiva, conosco quel CD a memoria, come il novanta per cento della mia generazione e il titolo del post non poteva che essere quello di una delle sue canzoni che amo di più. Un grande dispiacere, per una ragazza dalla voce incredibile e dagli occhi familiari.
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lunedì 3 ottobre 2016
Stelle marine nel bosco
Sono di ritorno da Roma e chi un poco di mi conosce sa che i viaggi rappresentano un luogo fecondo per la scrittura, specie se in treno come oggi.
Ho trascorso meno di ventiquattro ore nella Capitale per partecipare ad un incontro di lavoro: la presentazione di un progetto a cui ho collaborato nell'ultimo anno e che, piano piano, si sta avviando alla conclusione. C'era forse un modo migliore di festeggiare che bersi un aperitivo quassù, sperando in un futuro per la nostra idea? Naaaaa.
In realtà in questo posto meraviglioso ero già stata, qualche anno fa, di nuovo in occasione di una fine. Evidentemente i Fori Imperiali sono il mio luogo dei saluti, la casa della resa dei conti. Diciamocelo: potrebbe anche andarmi peggio!
Sono stati due giorni compatti, trascorsi per la maggior parte seduti, tra vagoni, stazioni, saloni, ristoranti, letti e divani. Come sempre ho onorato la partenza con il ciclo, che, a sto giro, ha cercato di uccidermi, costringendomi a prendere una quantità di antidolorifici mai sperimentata, con mix che temevo letali e tempistiche assolutamente casuali.
Il risultato è che ho un sonno, come dire, importante e che prevedo di boicottare senza troppi sensi di colpa il pilates di questa stasera, anche perché, a proposito di notti, ultimamente le cose non stanno filando troppo lisce. La sera prima della partenza per Roma, ad esempio, ho inanellato una serie di sogni che tenevo (finalmente) lontani da mesi.
Innanzi tutto un bel cadavere, che alla fine si scopriva essere "solo" un quasi cadavere. Tornando a casa per preparare gli ultimi bagagli (sono bravissima a rendere estremamente realistici gli incubi, per esempio sognando un viaggio il giorno prima di un viaggio) per partire verso la Cina (e qui ci sarebbe un lungo capitolo da aprire), vedevo un cappuccio bianco galleggiare nel laghetto condominiale. Riconoscevo subito la giacca di mamma e mi lanciavo nell'acqua ghiacciata per salvarla. Una volta tirata fuori almeno la testa e urlato "Aiuto!!!" con tutto il fiato possibile, l'unica persona arrivata in mio soccorso era un ex fidanzato medico, attualmente non proprio veloce nei movimenti, che mi consigliava qualche medicina, mi guidava nella rianimazione e si muoveva lentissimamente verso di noi. La scena successiva si svolgeva a casa dei miei, un litigio tra me e mamma che voleva vendere tutto, nonostante la già bellissima vista dal terrazzo fosse ulteriormente migliorata: una seconda spiaggia era infatti nata in mezzo al mare, all'improvviso, favorendo la formazione di una vera e propria barriera corallina, con tanto di squali, coralli e acqua cristallina. Non ero la sola ad essere in disaccordo con la vendita: anche mio padre, seduto sul divano, decantava le bellezze della natura e mi sorrideva benevolo, apparentemente in ottima salute. Ultimamente, le rarissime volte che lo sogno (a differenza del passato, quando lo incontravo ogni notte), non appena compare mi rendo subito conto di essere in un incubo e tendo a svegliarmi. Questa volta, invece, mi sono difesa cambiando ambientazione e ritrovandomi in un bosco buio, su di un sentiero in salita, circondata da stranissimi animali: un serpente peloso (e, francamente, parecchio orribile) mi ha tagliato la strada all'improvviso, mentre una stella marina gialla, dal corpo pulsante adagiato su un muschio, mi ha svegliata definitivamente.
Non so cosa mi riserveranno le prossime notti, certamente posso dire di aver iniziato nel modo migliore la mia stagione preferita. Si vedrà!
P.S. A questo proposito, nella foto l'Autunno che arriva sui gelsi del Porto.
Ho trascorso meno di ventiquattro ore nella Capitale per partecipare ad un incontro di lavoro: la presentazione di un progetto a cui ho collaborato nell'ultimo anno e che, piano piano, si sta avviando alla conclusione. C'era forse un modo migliore di festeggiare che bersi un aperitivo quassù, sperando in un futuro per la nostra idea? Naaaaa.
In realtà in questo posto meraviglioso ero già stata, qualche anno fa, di nuovo in occasione di una fine. Evidentemente i Fori Imperiali sono il mio luogo dei saluti, la casa della resa dei conti. Diciamocelo: potrebbe anche andarmi peggio!
Sono stati due giorni compatti, trascorsi per la maggior parte seduti, tra vagoni, stazioni, saloni, ristoranti, letti e divani. Come sempre ho onorato la partenza con il ciclo, che, a sto giro, ha cercato di uccidermi, costringendomi a prendere una quantità di antidolorifici mai sperimentata, con mix che temevo letali e tempistiche assolutamente casuali.
Il risultato è che ho un sonno, come dire, importante e che prevedo di boicottare senza troppi sensi di colpa il pilates di questa stasera, anche perché, a proposito di notti, ultimamente le cose non stanno filando troppo lisce. La sera prima della partenza per Roma, ad esempio, ho inanellato una serie di sogni che tenevo (finalmente) lontani da mesi.
Innanzi tutto un bel cadavere, che alla fine si scopriva essere "solo" un quasi cadavere. Tornando a casa per preparare gli ultimi bagagli (sono bravissima a rendere estremamente realistici gli incubi, per esempio sognando un viaggio il giorno prima di un viaggio) per partire verso la Cina (e qui ci sarebbe un lungo capitolo da aprire), vedevo un cappuccio bianco galleggiare nel laghetto condominiale. Riconoscevo subito la giacca di mamma e mi lanciavo nell'acqua ghiacciata per salvarla. Una volta tirata fuori almeno la testa e urlato "Aiuto!!!" con tutto il fiato possibile, l'unica persona arrivata in mio soccorso era un ex fidanzato medico, attualmente non proprio veloce nei movimenti, che mi consigliava qualche medicina, mi guidava nella rianimazione e si muoveva lentissimamente verso di noi. La scena successiva si svolgeva a casa dei miei, un litigio tra me e mamma che voleva vendere tutto, nonostante la già bellissima vista dal terrazzo fosse ulteriormente migliorata: una seconda spiaggia era infatti nata in mezzo al mare, all'improvviso, favorendo la formazione di una vera e propria barriera corallina, con tanto di squali, coralli e acqua cristallina. Non ero la sola ad essere in disaccordo con la vendita: anche mio padre, seduto sul divano, decantava le bellezze della natura e mi sorrideva benevolo, apparentemente in ottima salute. Ultimamente, le rarissime volte che lo sogno (a differenza del passato, quando lo incontravo ogni notte), non appena compare mi rendo subito conto di essere in un incubo e tendo a svegliarmi. Questa volta, invece, mi sono difesa cambiando ambientazione e ritrovandomi in un bosco buio, su di un sentiero in salita, circondata da stranissimi animali: un serpente peloso (e, francamente, parecchio orribile) mi ha tagliato la strada all'improvviso, mentre una stella marina gialla, dal corpo pulsante adagiato su un muschio, mi ha svegliata definitivamente.
Non so cosa mi riserveranno le prossime notti, certamente posso dire di aver iniziato nel modo migliore la mia stagione preferita. Si vedrà!
P.S. A questo proposito, nella foto l'Autunno che arriva sui gelsi del Porto.
lunedì 13 giugno 2016
Santo Sonno
Sono una ragazza fortunata perché mi hanno regalato il sonno. (semi-cit.)
Chi è capitato qui per la prima volta o mi legge da poco probabilmente non sa che io, ora, sto benissimo.
Fisicamente intendo, con il cervello siamo ancora in alto mare :-)
Ho trascorso gli ultimi anni a combattere, ciclicamente, con dolori di ogni tipo.
Già da ragazzina non me la passavo proprio bene: la pancia era il mio punto debole e non saprei contare le volte che sono finita al pronto soccorso in preda a coliche fortissime. Via l'appendice e via il dolore? Ma manco pe niente, come direbbero a Roma.
Le ho provate tutte: medicine, rimedi naturali, diete, sedute di analisi...poi, come sono arrivati, i dolori alla pancia se ne sono andati.
La mia personale interpretazione? Visto che i giorni no erano quasi sempre collegati ad una festività, ho scelto di credere che quando finalmente mi sono fatta una ragione che intanto mio padre, per Natale, non sarebbe tornato, ho smesso di stare male.
Le difficoltà più grandi sono iniziate qui, sono continuate qui e in tantissime altre occasioni raccontate in altrettanti post. Sono finite? Non so, sicuramente non sono mai più tornate così forti.
Non ho capito cosa succeda, non lo hanno capito fino in fondo nemmeno i medici che mi hanno visitata in questi anni, prescrivendomi punture, bende, pastiglie, esercizi, fisioterapie. Sono riuscita a contrarre il mio corpo a dei livelli a cui neppure quel santo dell'osteopata ha saputo, in certi casi, rimediare.
Un colpo di freddo, un periodo complicato sul lavoro, l'angoscia di un futuro lontano dall'essere un minimo definito mi hanno messa ko tantissime volte e ancora oggi, se esagero con l'ansia, con la palestra, con le sudate, con la rabbia o la tristezza, mi blocco come una bambola senza pila.
Però, questo post, è un post positivo (anche se per adesso non sembra).
La frase con cui l'ho iniziato non è affatto casuale perché c'è una novità nella mia vita e quella novità mi ha tolto i dolori.
Dormo.
Vado a letto sempre (o quasi sempre) prima di mezzanotte e mi alzo sempre (o quasi sempre) intorno alle otto.
Mi sveglio solo un paio di volte per la pipì, gli incubi sono piuttosto rari e quando apro gli occhi non darei via un rene per poterli richiudere.
Incredibile.
Sono certa che il mio benessere dipenda da questo e se non è così non mi importa, perché dormo e non ho male al collo quando mi alzo.
Dormo e la schiena è distesa.
Dormo e non mi vengono i crampi ai polpacci.
Dormo e gli occhi non mi esplodono nelle orbite.
Dormo e non ho male ai denti o alle orecchie.
Dormo e non ho una mannaia piantata nella nuca.
Dormo.
Semplicemente dormo.
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sabato 14 novembre 2015
Chi muore si rivede
Non scriverò di Parigi.
Questo non vuol dire che, come tutti, non sia stata sveglia fino a notte fonda e non stia seguendo notizie, aggiornamenti, giornali.
Non sono abituata alle dirette TV (perché a casa mia la tele non c'è) e ieri sera, qui da mamma, sembravo in trance. Credo che la mia bella autoreferenzialità da occidentale abbia fatto il suo lavoro, che gli ormoni da trentaquattrenne abbiano tremato all'idea che il mio corpo possa un giorno mettere al mondo un figlio in un posto del genere, che la paura di una guerra alle porte (alle mie, di porte, perché altrove c'è già da anni) abbia giocato a sfavore della mia notte di sonno.
Ma, di Parigi, non scriverò.
Questo post è in canna da un paio di giorni, ho sognato mio padre martedì e mercoledì e mi ero ripromessa di scriverne se lo avessi sognato una terza volta. Giovedì non si è presentato, venerdì, ovviamente, sì.
Era moltissimo tempo che non capitava, forse da prima dell'anniversario di luglio e, a dir la verità, non mi mancava affatto.
Però, come sempre succede quando la mia vita è sotto prova, quando le cose attorno a me stanno cambiando (anzi, stanno provando cambiare), quando ci sono nuove possibilità ma non è ancora detto che saranno per me, lui torna.
Come se dovesse controllare, come se sentisse il bisogno di starmi accanto, di dire la sua, ma anche di rallentarmi, zavorrare i miei passi, distrarmi dagli obiettivi. Quando lo sogno non sto bene, perché a differenza del passato non ho l'illusione che sia ancora vivo, anzi, so benissimo che verso la fine del sogno ci sarà il momento dei saluti: uno strazio senza fine, fatto di abbracci, porte aperte e buie nelle quali lui entra... e sparisce.
Quindi, la prima notte ho sognato che ci prendevamo un caffè a casa, in cucina, in una mattina d'autunno. Poi uscivamo dalla finestra di camera mia per guardare una vicina che si sposava, accompagnata all'altare da suo papà, su una vespa rosa addobbata con bacche arancioni e fiori bellissimi.
La seconda notte eravamo in centro, nei vicoli, e lui voleva a tutti costi un gelato. Arrivati in gelateria il suo gusto preferito non c'era. Scena isterica. Del resto, il gusto "braccialetti", una sorta di crema rosa piena di stelline colorate, io non l'ho mai visto.
La terza notte (quella passata) eravamo a Parigi, ai piedi della Tour Eiffel. Io, come sapete, a Parigi non sono mai stata, ma nel sogno credo ci abitassi addirittura. Ricordo che camminavamo svelti, arrampicandoci sulla struttura di ferro della torre, scappando da bombe e spari, cercando di metterci al sicuro.
Verso la fine del sogno, in un piccolo cortile, in mezzo ad amici e parenti riuniti, come al solito ci abbracciavamo.
All'inizio non riconoscevo il suo corpo, ero a disagio. Poi un odore, la mia mano che si alza e gli carezza la nuca, lo stomaco che esplode e il pianto che comincia ad uscire, rumoroso e inarrestabile, mescolato ai singhiozzi di lui e a quelli di tutte le persone attorno a noi, finalmente consapevoli che non tornerà mai più.
E' strano tutto questo, perché nella vita di ogni giorno non posso dire che mi manchi molto. Non mi mancava dieci anni fa, tanto meno mi manca adesso.
Ma mi è venuto un dubbio: mi è venuto il dubbio che mi manchi nel futuro. Che l'idea di conquistare qualcosa, di iniziare un percorso nuovo, di proiettare la mia vita un po' più in là, mentre la sua resta ferma a quel maledetto luglio, proprio non mi vada giù. Almeno di notte.
P.S. Nella foto la sua pianta di caffè, con i frutti verdi, i frutti gialli, i frutti rossi e le bellissime foglie lucide. E forti.
martedì 14 aprile 2015
...e penso a me
Bisogna ammettere che lo dicevo da un bel po'.
Che non riuscivo a respirare, intendo.
Ora sono a letto, febbre e bronchite bella tosta, costretta a riposarmi e a pensare a me.
Devo dire, però, che ultimamente mi sono concessa molti momenti di bellezza, attimi più o meno lunghi e ugualmente preziosi, per trovare equilibrio e dare una svolta positiva alle mie giornate.
Ho ripreso a leggere, terminando una raccolta di racconti che vegetava da troppo tempo tra il comodino e le tasche della borsa, ho comprato un libro illustrato che avevo puntato da un po' e che presto penso vedrete su Leggermente e ho letto un fumetto che avevo trovato a Roma questo autunno, di cui magari prima o poi vi racconterò.
Questa sera mi lascio coccolare dagli strascichi della giornata di ieri: passeggiata da San Rocco di Camogli alle Batterie, Punta Chiappa, Porto Pidocchio e di nuovo San Rocco, con il sole, tantissima erba, il mare profumato e una scoperta di quelle che mi esaltano assai. Lo avrete già capito, immagino, sto parlando del libro quassù, impossibile da lasciare sul banco del Centro Visita Batterie, leggero e maneggevole, pieno di tavole interessanti per scoprire e riconoscere le felci presenti in abbondanza e grande varietà tra i sentieri del Parco.
Sulla via del ritorno ho raccolto qualche piccolo rametto e ora, avvolta nel piumone e tremante di febbre, sto cercando di individuare quali esemplari ho trovato. In questo modo penso a me.
E non sono l'unica, e dire il vero: negli ultimi giorni ben due persone mi hanno detto di avermi pensata, prima in libreria davanti a un illustrato sugli alberi (che tra l'altro credo pure di possedere) e poi ad una mostra fotografica, dove l'autore ha portato avanti un progetto sulle mani e sulla loro immagine.
[Pausa delirio]
Uno dei modi migliori per pensare a me, per esempio, è stato smettere di scrivere questo post quando gli occhi hanno cominciato a farmi troppo male e la febbre a salire troppo alta. E' nel frattempo trascorsa una notte (quasi bianca) e mia madre è arrivata in soccorso con una zuppa di riso e lenticchie e una mela sbucciata, l'ennesimo modo per pensare a me.
Ho pensato a me quando, facendo una fatica impressionante, ho disdetto gli impegni di oggi e di domani e penserò a me sotto una doccia calda e profumata, o avvolta nelle lenzuola pulite che mamma ha già intenzione di preparare mentre mangio il mio pranzo con il termometro sotto l'ascella.
Ne facevo a meno di pensare a me costretta da una bronchite assassina, ma ormai che ci sono, pensiamomi.
Che non riuscivo a respirare, intendo.
Ora sono a letto, febbre e bronchite bella tosta, costretta a riposarmi e a pensare a me.
Devo dire, però, che ultimamente mi sono concessa molti momenti di bellezza, attimi più o meno lunghi e ugualmente preziosi, per trovare equilibrio e dare una svolta positiva alle mie giornate.
Ho ripreso a leggere, terminando una raccolta di racconti che vegetava da troppo tempo tra il comodino e le tasche della borsa, ho comprato un libro illustrato che avevo puntato da un po' e che presto penso vedrete su Leggermente e ho letto un fumetto che avevo trovato a Roma questo autunno, di cui magari prima o poi vi racconterò.
Questa sera mi lascio coccolare dagli strascichi della giornata di ieri: passeggiata da San Rocco di Camogli alle Batterie, Punta Chiappa, Porto Pidocchio e di nuovo San Rocco, con il sole, tantissima erba, il mare profumato e una scoperta di quelle che mi esaltano assai. Lo avrete già capito, immagino, sto parlando del libro quassù, impossibile da lasciare sul banco del Centro Visita Batterie, leggero e maneggevole, pieno di tavole interessanti per scoprire e riconoscere le felci presenti in abbondanza e grande varietà tra i sentieri del Parco.
Sulla via del ritorno ho raccolto qualche piccolo rametto e ora, avvolta nel piumone e tremante di febbre, sto cercando di individuare quali esemplari ho trovato. In questo modo penso a me.
E non sono l'unica, e dire il vero: negli ultimi giorni ben due persone mi hanno detto di avermi pensata, prima in libreria davanti a un illustrato sugli alberi (che tra l'altro credo pure di possedere) e poi ad una mostra fotografica, dove l'autore ha portato avanti un progetto sulle mani e sulla loro immagine.
[Pausa delirio]
Uno dei modi migliori per pensare a me, per esempio, è stato smettere di scrivere questo post quando gli occhi hanno cominciato a farmi troppo male e la febbre a salire troppo alta. E' nel frattempo trascorsa una notte (quasi bianca) e mia madre è arrivata in soccorso con una zuppa di riso e lenticchie e una mela sbucciata, l'ennesimo modo per pensare a me.
Ho pensato a me quando, facendo una fatica impressionante, ho disdetto gli impegni di oggi e di domani e penserò a me sotto una doccia calda e profumata, o avvolta nelle lenzuola pulite che mamma ha già intenzione di preparare mentre mangio il mio pranzo con il termometro sotto l'ascella.
Ne facevo a meno di pensare a me costretta da una bronchite assassina, ma ormai che ci sono, pensiamomi.
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sabato 20 dicembre 2014
C'era una volta un re...
Vesima, interno giorno.
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.
"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."
Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:
"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.
"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."
Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:
"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."
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giovedì 6 novembre 2014
La notte dei morti viventi
Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".
Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".
Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...
Poi uno dice "sei contratta".
Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".
Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...
domenica 7 settembre 2014
All is full of love
Mio padre non lo sognavo da mesi.
Mesi.
Non so se sia stata colpa della tisana allo zenzero, delle solite fatiche con il cibo, o di qualcosa che ancora non so, sta di fatto che l'ho sognato. Fino alle quattro e mezza, più o meno, quando mi sono svegliata in preda a un attacco d'ansia e con in testa la canzone del titolo.
Il sogno era bellissimo: io facevo la mia vita e lui, con la tuta blu e in totale silenzio, mi seguiva. Stava negli angoli delle stanze, in piedi e immobile, mentre apparecchiavo la tavola, discutevo con gli amici, parlavo con mamma. Poi nel salotto di casa dei miei venivano radunate alcune persone, per verificare, suppongo, la mia follia. Ricordo che lo chiamavo, si avvicinava e lo abbracciavo fortissimo. Provavo a spiegare alla gente intorno a me che lui era lì, che era vero anche se invisibile, anche se in silenzio. Nessuno mi credeva fino a che Andrea si staccava dal gruppo e si metteva di fronte a me. Allungava una mano e apriva il palmo, così, nel vuoto, nello spazio che corrispondeva alla schiena di mio padre, dove c'è il cuore. Improvvisamente nella stanza cominciava ad echeggiare un debole battito, poi sempre più forte e profondo, e tutti capivano che non mi sbagliavo, che non stavo mentendo: ero semplicemente l'unica a poterlo vedere e a poterlo toccare, ma lui c'era davvero.
Cominciavo a piangere. Come un piccolo animale ferito, a bassa voce, esattamente come sto facendo ora mentre scrivo.
Non pensavo sarebbe successo così, di risognare mio padre intendo. Non ho ancora decifrato il significato di questa notte, ammesso che un significato davvero ci sia. Posso solo provare ad immaginare che sia legato al periodo che sto vivendo, circondata da persone che chiaramente non capiscono nulla di me, che pensano di potermi trattare come vogliono loro solo perché "non mi allarmo", che credono di avere a che fare con una pedina di legno, da muovere a proprio piacimento, da considerare solo quando se ne ha voglia, da rendere partecipe una volta ogni tanto.
E così, come al solito, me ne vado in uno dei miei mondi paralleli, dove le regole sono decise solo da me, dove c'è rispetto per quello che vedono gli altri, anche se è strano, anche se è diverso dal nostro sguardo, anche se ci sembra incomprensibile.
Un mondo dove tutto è pieno di amore.
Mesi.
Non so se sia stata colpa della tisana allo zenzero, delle solite fatiche con il cibo, o di qualcosa che ancora non so, sta di fatto che l'ho sognato. Fino alle quattro e mezza, più o meno, quando mi sono svegliata in preda a un attacco d'ansia e con in testa la canzone del titolo.
Il sogno era bellissimo: io facevo la mia vita e lui, con la tuta blu e in totale silenzio, mi seguiva. Stava negli angoli delle stanze, in piedi e immobile, mentre apparecchiavo la tavola, discutevo con gli amici, parlavo con mamma. Poi nel salotto di casa dei miei venivano radunate alcune persone, per verificare, suppongo, la mia follia. Ricordo che lo chiamavo, si avvicinava e lo abbracciavo fortissimo. Provavo a spiegare alla gente intorno a me che lui era lì, che era vero anche se invisibile, anche se in silenzio. Nessuno mi credeva fino a che Andrea si staccava dal gruppo e si metteva di fronte a me. Allungava una mano e apriva il palmo, così, nel vuoto, nello spazio che corrispondeva alla schiena di mio padre, dove c'è il cuore. Improvvisamente nella stanza cominciava ad echeggiare un debole battito, poi sempre più forte e profondo, e tutti capivano che non mi sbagliavo, che non stavo mentendo: ero semplicemente l'unica a poterlo vedere e a poterlo toccare, ma lui c'era davvero.
Cominciavo a piangere. Come un piccolo animale ferito, a bassa voce, esattamente come sto facendo ora mentre scrivo.
Non pensavo sarebbe successo così, di risognare mio padre intendo. Non ho ancora decifrato il significato di questa notte, ammesso che un significato davvero ci sia. Posso solo provare ad immaginare che sia legato al periodo che sto vivendo, circondata da persone che chiaramente non capiscono nulla di me, che pensano di potermi trattare come vogliono loro solo perché "non mi allarmo", che credono di avere a che fare con una pedina di legno, da muovere a proprio piacimento, da considerare solo quando se ne ha voglia, da rendere partecipe una volta ogni tanto.
E così, come al solito, me ne vado in uno dei miei mondi paralleli, dove le regole sono decise solo da me, dove c'è rispetto per quello che vedono gli altri, anche se è strano, anche se è diverso dal nostro sguardo, anche se ci sembra incomprensibile.
Un mondo dove tutto è pieno di amore.
lunedì 29 luglio 2013
Ciao, come stai?
Ultimo (forse) post di luglio, mi sa. Questo mese ho scritto poco, ma ho fatto e pensato molto. Ora sono da mamma, in ritiro nel "giardino incantato" per un paio di giorni, recupero del week end trascorso lavorando.
E' tutta la mattina che piove, previsioni azzeccatissime: tuoni, acquazzoni, la gatta che entra ed esce inquieta, la connessione che va e viene, il vestito giallo con il golfino bianco sopra, le cicale comunque instancabili, l'odore di terra bagnata.
Ho male al collo, ieri sera non ho asciugato la testa e forse ho preso freddo; magari, la notte mal dormita e piena di ricordi e pensieri tristi, ha contribuito.
Tuttavia, se qualcuno oggi mi chiedesse "Ciao, come stai?" risponderei bene. Anche se mamma non è in forma, anche se sono stanca, anche se il mio rapporto con i pasti, dalla preparazione alla digestione, continua ad essere complicato, anche se mi sembra di non avere tempo per il lavoro e per la tesi di dottorato, anche se le ultime notizie delle persone vicine non sono buone, io sto bene, è giusto imparare a riconoscerlo.
Mesi (anni forse?) fa scrissi un pezzo sulla "giusta distanza", non ricordo nemmeno di cosa parlasse, ricordo solo che riflettevo sull'incapacità e necessità di tirare su dei muri tra la mia vita e le cose dure attorno a me. Ancora oggi e forse per sempre, dovrò combattere con la mia attitudine istintiva a farmi coinvolgere troppo, anche in cose che non posso in alcun modo manovrare, su cui non si può assolutamente intervenire, che arrivano e basta, occorre solo accettarle.
Sono stanca e sempre meno multitasking, chi mi vuole bene lo nota. Lo vede. In questi due giorni di corso con i bambini ho fatto più fatica a mantenere la calma, mi sono innervosita prima e durante, ho rischiato di non riuscire bene nei laboratori che avevo preparato perché ci sono arrivata sommersa da mille altre cose. Non deve accadere più, è necessario prendere aria e calcolare ancora una volta la giusta distanza, ponendomi dei limiti, accettando la mia fallibilità, dicendo semplicemente NO.
Ho trascorso questa mattina a mandare e-mail arretrate, aggiornamenti e comunicazioni, intendo dedicarmi un po' alla tesi buttando giù i report tecnici delle ultime settimane super intense tra analisi, trabatelli, corridoi al sole e depositi polverosi, ma voglio anche uscire a fare due passi, annusare il mare finchè sarà troppo gonfio per andarci vicino, condividere un caffè con la De, giocare in giardino con la mia piccola gatta bianca.
Perciò, con la playlist di Stereomood puntata su Cloudy, ripenso ai trenta occhioni curiosi di questi ultimi due giorni, a quelli grandi e interrogativi di Arturo, a quelli chiari e arrabbiati di Alice, a quelli azzurri e taglienti di Corinne, a quelli limpidi e ghiacciati di Zeno, a quelli furbi e belli di Asia, a quelli scuri e coraggiosi di Federico e a tutti gli altri, puntati su di me che spiego il galleggiamento partendo da "Eureka!" e arrivando a una pallina di carta stagnola sul fondo della vaschetta trasparente. Quindi, dopo tanto tempo, riporto qui qualcosa di pratico e mi allontano un po' (la giusta distanza) dalle mie difficoltà...
Nel prossimo post tre esperimenti veloci che potete fare con i più piccoli per spiegare il galleggiamento, le fonti di ispirazione sono state le innumerevoli pagine web sull'argomento, l'esperienza accumulata negli anni, la reperibilità degli "ingredienti" e la semplicità di realizzazione.
Buon divertimento!
E' tutta la mattina che piove, previsioni azzeccatissime: tuoni, acquazzoni, la gatta che entra ed esce inquieta, la connessione che va e viene, il vestito giallo con il golfino bianco sopra, le cicale comunque instancabili, l'odore di terra bagnata.
Ho male al collo, ieri sera non ho asciugato la testa e forse ho preso freddo; magari, la notte mal dormita e piena di ricordi e pensieri tristi, ha contribuito.
Tuttavia, se qualcuno oggi mi chiedesse "Ciao, come stai?" risponderei bene. Anche se mamma non è in forma, anche se sono stanca, anche se il mio rapporto con i pasti, dalla preparazione alla digestione, continua ad essere complicato, anche se mi sembra di non avere tempo per il lavoro e per la tesi di dottorato, anche se le ultime notizie delle persone vicine non sono buone, io sto bene, è giusto imparare a riconoscerlo.
Mesi (anni forse?) fa scrissi un pezzo sulla "giusta distanza", non ricordo nemmeno di cosa parlasse, ricordo solo che riflettevo sull'incapacità e necessità di tirare su dei muri tra la mia vita e le cose dure attorno a me. Ancora oggi e forse per sempre, dovrò combattere con la mia attitudine istintiva a farmi coinvolgere troppo, anche in cose che non posso in alcun modo manovrare, su cui non si può assolutamente intervenire, che arrivano e basta, occorre solo accettarle.
Sono stanca e sempre meno multitasking, chi mi vuole bene lo nota. Lo vede. In questi due giorni di corso con i bambini ho fatto più fatica a mantenere la calma, mi sono innervosita prima e durante, ho rischiato di non riuscire bene nei laboratori che avevo preparato perché ci sono arrivata sommersa da mille altre cose. Non deve accadere più, è necessario prendere aria e calcolare ancora una volta la giusta distanza, ponendomi dei limiti, accettando la mia fallibilità, dicendo semplicemente NO.
Ho trascorso questa mattina a mandare e-mail arretrate, aggiornamenti e comunicazioni, intendo dedicarmi un po' alla tesi buttando giù i report tecnici delle ultime settimane super intense tra analisi, trabatelli, corridoi al sole e depositi polverosi, ma voglio anche uscire a fare due passi, annusare il mare finchè sarà troppo gonfio per andarci vicino, condividere un caffè con la De, giocare in giardino con la mia piccola gatta bianca.
Perciò, con la playlist di Stereomood puntata su Cloudy, ripenso ai trenta occhioni curiosi di questi ultimi due giorni, a quelli grandi e interrogativi di Arturo, a quelli chiari e arrabbiati di Alice, a quelli azzurri e taglienti di Corinne, a quelli limpidi e ghiacciati di Zeno, a quelli furbi e belli di Asia, a quelli scuri e coraggiosi di Federico e a tutti gli altri, puntati su di me che spiego il galleggiamento partendo da "Eureka!" e arrivando a una pallina di carta stagnola sul fondo della vaschetta trasparente. Quindi, dopo tanto tempo, riporto qui qualcosa di pratico e mi allontano un po' (la giusta distanza) dalle mie difficoltà...
Nel prossimo post tre esperimenti veloci che potete fare con i più piccoli per spiegare il galleggiamento, le fonti di ispirazione sono state le innumerevoli pagine web sull'argomento, l'esperienza accumulata negli anni, la reperibilità degli "ingredienti" e la semplicità di realizzazione.
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lunedì 29 aprile 2013
Io mi trovo
Uno strappo alla regola: post dall'ufficio.
Credo sia il secondo, forse il terzo in quasi tre anni. I motivi sono diversi: non togliere spazio al lavoro, non pensare troppo a cose faticose, conservare il buon tempo del post scritto a letto con qualcosa di caldo da bere o sul treno al ritorno da un viaggio. Oggi però ne sento la necessità.
E' ora di pranzo, ho già fatto fuori la torta di verdura davanti al pc (altra cosa che mi sono ripromessa di smettere di fare, individuando un piccolo e umido giardino a 5 minuti dall'ufficio dove andare a consumare i miei pasti in tranquillità e solitudine) e tra poco riprenderò ad aggiustare foto, scrivere report, sistemare spettri.
Pioviggina, reale motivo per cui non sono uscita e sono rimasta qui. La mia collega è in vacanza, il prof è andato a casa per pranzo e Lady Labyrinth di Einaudi suona nei miei auricolari.
Ho trascorso una lunga notte insonne, non so nemmeno io perché, sogni angosciosi, letture piene di spunti, mal di testa.
L'inizio della mattina è stato un disastro, poi le cose nei laboratori hanno cominciato a girare per il verso giusto e ora, con estrema riluttanza, comincio a rilassarmi. Scrivere, come sempre, mi cura.
A volte penso che dovrei farlo seriamente, che dovrei riprendere quella cosa iniziata mesi fa, che dovrei cercare altre collaborazioni, che anche continuare a copiare il diario di mio nonno potrebbe essere utile, per lo meno a relativizzare. Certo però, che se l'alternativa a leggere un libro bellissimo e pieno di me, dei miei affetti, della mia vita, dovesse diventare riportare su computer la prigionia di mio nonno a Mauthausen, poi non posso lamentarmi delle notti bianche che mi aspettano.
Tra qualche giorno operano mamma, una cosa semplice, un piccolo pensiero. La settimana prossima altro viaggio a Milano per lavoro e poi si srotoleranno i preparativi per la settimana al Congresso di Rimini e i tre giorni di Bologna. Chissà se nel frattempo la primavera si sarà decisa ad arrivare lasciandomi il piacere di correre la sera e di regalarmi un po' di spiaggia tiepida verso il "giardino incantato". Qualche notte fa mio padre ed io abbiamo litigato perché voleva portassi al collo una piccola croce di legno e pregassi il dio che aveva incontrato...quanti urli, quanta rabbia, quanto dolore. Fregata da lui, che di solito arriva in sogno per proteggermi e che questa volta, di ritorno da un viaggio in cui aveva trovato la verità, mi costringeva senza riserve a credere in un mondo colpevole di esserselo portato via.
Nel libro che sto leggendo c'è una ragazzina che cerca suo padre, ci sono occhi-fessure, c'è la mia città, ci sono le mie canzoni, i miei libri e le citazioni che più ho amato, ci sono le statue che ho tanto studiato (persino l'angelo con le braccia conserte!), c'è quel cucinare che rilassa e che ho scoperto vivendo con me, c'è la lontana vicinanza, c'è il riconoscersi nell'altro in equilibrio sulla fune.
Quando e se digerirò questo romanzo magari ne scriverò qui, come faccio di solito.
Ora, anche se è presto, anche se la mia pausa pranzo con scrittura-terapia associata mi ha rubato poco più di mezz'ora, mi immergo nei volti di pietra che mi conoscono e stanno muti, nei muri colorati, negli occhi vuoti e perfetti, nelle bocche serrate, nei vestiti di seta, nei bambini pallidi come cadaveri, nelle pennellate d'oro e nei prati verde di rame. Io mi trovo anche lì.
Credo sia il secondo, forse il terzo in quasi tre anni. I motivi sono diversi: non togliere spazio al lavoro, non pensare troppo a cose faticose, conservare il buon tempo del post scritto a letto con qualcosa di caldo da bere o sul treno al ritorno da un viaggio. Oggi però ne sento la necessità.
E' ora di pranzo, ho già fatto fuori la torta di verdura davanti al pc (altra cosa che mi sono ripromessa di smettere di fare, individuando un piccolo e umido giardino a 5 minuti dall'ufficio dove andare a consumare i miei pasti in tranquillità e solitudine) e tra poco riprenderò ad aggiustare foto, scrivere report, sistemare spettri.
Pioviggina, reale motivo per cui non sono uscita e sono rimasta qui. La mia collega è in vacanza, il prof è andato a casa per pranzo e Lady Labyrinth di Einaudi suona nei miei auricolari.
Ho trascorso una lunga notte insonne, non so nemmeno io perché, sogni angosciosi, letture piene di spunti, mal di testa.
L'inizio della mattina è stato un disastro, poi le cose nei laboratori hanno cominciato a girare per il verso giusto e ora, con estrema riluttanza, comincio a rilassarmi. Scrivere, come sempre, mi cura.
A volte penso che dovrei farlo seriamente, che dovrei riprendere quella cosa iniziata mesi fa, che dovrei cercare altre collaborazioni, che anche continuare a copiare il diario di mio nonno potrebbe essere utile, per lo meno a relativizzare. Certo però, che se l'alternativa a leggere un libro bellissimo e pieno di me, dei miei affetti, della mia vita, dovesse diventare riportare su computer la prigionia di mio nonno a Mauthausen, poi non posso lamentarmi delle notti bianche che mi aspettano.
Tra qualche giorno operano mamma, una cosa semplice, un piccolo pensiero. La settimana prossima altro viaggio a Milano per lavoro e poi si srotoleranno i preparativi per la settimana al Congresso di Rimini e i tre giorni di Bologna. Chissà se nel frattempo la primavera si sarà decisa ad arrivare lasciandomi il piacere di correre la sera e di regalarmi un po' di spiaggia tiepida verso il "giardino incantato". Qualche notte fa mio padre ed io abbiamo litigato perché voleva portassi al collo una piccola croce di legno e pregassi il dio che aveva incontrato...quanti urli, quanta rabbia, quanto dolore. Fregata da lui, che di solito arriva in sogno per proteggermi e che questa volta, di ritorno da un viaggio in cui aveva trovato la verità, mi costringeva senza riserve a credere in un mondo colpevole di esserselo portato via.
Nel libro che sto leggendo c'è una ragazzina che cerca suo padre, ci sono occhi-fessure, c'è la mia città, ci sono le mie canzoni, i miei libri e le citazioni che più ho amato, ci sono le statue che ho tanto studiato (persino l'angelo con le braccia conserte!), c'è quel cucinare che rilassa e che ho scoperto vivendo con me, c'è la lontana vicinanza, c'è il riconoscersi nell'altro in equilibrio sulla fune.
Quando e se digerirò questo romanzo magari ne scriverò qui, come faccio di solito.
Ora, anche se è presto, anche se la mia pausa pranzo con scrittura-terapia associata mi ha rubato poco più di mezz'ora, mi immergo nei volti di pietra che mi conoscono e stanno muti, nei muri colorati, negli occhi vuoti e perfetti, nelle bocche serrate, nei vestiti di seta, nei bambini pallidi come cadaveri, nelle pennellate d'oro e nei prati verde di rame. Io mi trovo anche lì.
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venerdì 11 gennaio 2013
Una tigre a testa in giù
Qualche giorno fa, uscendo di casa, ho visto una tigre a testa in giù.
Era il peluche di qualche piccolo vicino di fronte, appeso con una grossa molletta di legno fuori dalla finestra. Immagino fosse stato lavato e se ne stesse lì ad asciugare. Chissà cosa gli era successo, magari era caduto nella minestra, oppure l'aveva leccato il cane, o forse qualcuno ci aveva fatto la pipì sopra.
Quella tigre, animale forte e coraggioso, appesa a testa in giù, mi ha colpita perché mi ha ricordato me in questi giorni. Una settimana in cui ho tirato fuori tutta la forza che avevo per restare in piedi e l'unico risultato che ho ottenuto è stato non crollare ma rimanere capovolta. Non sono riuscita a reagire alla paura come speravo, mi sono chiusa e arrabbiata tanto, mi sono sentita come un animale feroce dentro ad una gabbia stretta. Come la tigre della Vita di Pi, da poco visto al cinema con lo Sminatore, che dondolava sulla barca in mezzo al nulla senza poter fare niente per fuggire. I giorni appena passati, tra attese e spaventi, mi hanno portato davanti ad un grande obiettivo, un traguardo che inseguivo da un anno e che determinerà il mio futuro: ho vinto una borsa di studio che mi permetterà di vivere tranquillamente per 24 mesi, senza pesare su nessuno, senza sentirmi fuori posto, facendo quello per cui ho studiato e lasciandomi del tempo sano per me.
Mi accorgo che mentre scrivo queste parole è come se te le sussurrassi a bassa voce, per questo domani verrò a trovarti e te lo dirò di persona. Mi metterò le scarpe giuste e attraverserò il sentiero nel bosco, fino ad arrivare da te, poi tornerò a casa costeggiando il mare. Ilmareingiardino.
Scrivo ascoltando Tempo di attesa di Ginevra Di Marco, con le sue frasi così appropriate per questo mio momento:
"...Liberami, proteggimi
Strada deserta ancora da tracciare
Liberami, proteggimi
Orizzonte costante da disabitare
Parlami una sola parola
Che è tempo di attesa
Tempo di cielo, di terra e di mare
Tempo da dove tutto può arrivare"
Questa mattina mi sono alzata presto, dopo aver finalmente dormito un sonno giusto, senza incubi, risvegli e occhi spalancati. Sono andata in palestra, ho allungato tutti i muscoli che potevo e, una volta a casa, ho disfatto gli addobbi natalizi e finito i mille lavori lasciati a metà.
Ora mi rilasso, ascolto la musica e mi preparo a prendere il treno, mi aspettano i festeggiamenti per il futuro che inizia e le coccole della gatta.
Sono felice e te lo vorrei proprio dire.
A domani
Era il peluche di qualche piccolo vicino di fronte, appeso con una grossa molletta di legno fuori dalla finestra. Immagino fosse stato lavato e se ne stesse lì ad asciugare. Chissà cosa gli era successo, magari era caduto nella minestra, oppure l'aveva leccato il cane, o forse qualcuno ci aveva fatto la pipì sopra.
Quella tigre, animale forte e coraggioso, appesa a testa in giù, mi ha colpita perché mi ha ricordato me in questi giorni. Una settimana in cui ho tirato fuori tutta la forza che avevo per restare in piedi e l'unico risultato che ho ottenuto è stato non crollare ma rimanere capovolta. Non sono riuscita a reagire alla paura come speravo, mi sono chiusa e arrabbiata tanto, mi sono sentita come un animale feroce dentro ad una gabbia stretta. Come la tigre della Vita di Pi, da poco visto al cinema con lo Sminatore, che dondolava sulla barca in mezzo al nulla senza poter fare niente per fuggire. I giorni appena passati, tra attese e spaventi, mi hanno portato davanti ad un grande obiettivo, un traguardo che inseguivo da un anno e che determinerà il mio futuro: ho vinto una borsa di studio che mi permetterà di vivere tranquillamente per 24 mesi, senza pesare su nessuno, senza sentirmi fuori posto, facendo quello per cui ho studiato e lasciandomi del tempo sano per me.
Mi accorgo che mentre scrivo queste parole è come se te le sussurrassi a bassa voce, per questo domani verrò a trovarti e te lo dirò di persona. Mi metterò le scarpe giuste e attraverserò il sentiero nel bosco, fino ad arrivare da te, poi tornerò a casa costeggiando il mare. Ilmareingiardino.
Scrivo ascoltando Tempo di attesa di Ginevra Di Marco, con le sue frasi così appropriate per questo mio momento:
"...Liberami, proteggimi
Strada deserta ancora da tracciare
Liberami, proteggimi
Orizzonte costante da disabitare
Parlami una sola parola
Che è tempo di attesa
Tempo di cielo, di terra e di mare
Tempo da dove tutto può arrivare"
Questa mattina mi sono alzata presto, dopo aver finalmente dormito un sonno giusto, senza incubi, risvegli e occhi spalancati. Sono andata in palestra, ho allungato tutti i muscoli che potevo e, una volta a casa, ho disfatto gli addobbi natalizi e finito i mille lavori lasciati a metà.
Ora mi rilasso, ascolto la musica e mi preparo a prendere il treno, mi aspettano i festeggiamenti per il futuro che inizia e le coccole della gatta.
Sono felice e te lo vorrei proprio dire.
A domani
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domenica 2 settembre 2012
Riposa in pace
Un invito che mi fa sorridere ogni volta e che ha sempre la stessa risposta (Tiè).
Io però in pace non riposo quasi mai. Negli anni, anzi nei decenni, il mio rapporto con il sonno è cambiato tantissimo: da piccola non dormivo e non mangiavo. Una bambina maledetta. Di notte mi alzavo, volevo uscire o giocare e una delle prime parole che dissi fu "chiavi", ovvero "Andiamo?". Poi, quando la mania di non dormire poteva essermi d'aiuto permettendomi di alzarmi presto per andare all'asilo o a scuola, stare a letto cominciò a piacermi. Come avrei preferito rimanere a casa e magari passare la mattina con il gatto a giocare sulla moquette! Invece andavo in classe, disegnavo, scrivevo, mi spingevo con gli altri bimbi, costruivo casette con i lego e fingevo di mangiare l'insalata alla mensa scavando un buco nel panino, inghiottendo la mollica e nascondendo le foglie all'interno.
Il momento peggiore era il pisolino post pranzo, sulle brandine blu accanto al pianoforte. Non volevo starci. Non avevo sonno. Volevo giocare in giardino o andare a casa per mangiare pane burro e zucchero. Guardare le altre facce addormentate, i pollici in bocca, le pipì che colavano giù dai lettini e i pupazzi che cadevano tra la polvere mi faceva sentire a disagio.
Crescendo la pisa pomeridiana è diventata un rifugio irrinunciabile. Andare a letto tardi, stare fino alle due del mattino a guardare Notte Horror con papà, che veniva subito dopo il Festivalbar e che era annunciata in uno spot pubblicitario poco prima di decretare il vincitore, mi piaceva tantissimo. Andavo in bagno a lavarmi, prendevo il gelato nel freezer e mi rannicchiavo sul divano letto, terrorizzata ancora prima che il film iniziasse. Poi papà si addormentava e io non avevo più il coraggio di andare a letto attraversando da sola il salone buio. Così restavo lì.
Il giorno dopo, andare al mare la mattina presto e ingoiare quintali di insalata di riso a pranzo, significava per forza dormire nel primo pomeriggio. Che meraviglia le lenzuola fresche, le voci lontane dei bagnanti, il vento tra le foglie e il rumore ovattato dei piatti in cucina...
Durante gli anni del liceo la sveglia presto, i corsi di recupero alle due e le serata in Via Longo non hanno aiutato la riconciliazione tra me e Morfeo, ma sono stati anni meravigliosi e per dormire ci sarebbe stato tempo dopo.
Il tempo per la nanna è infatti arrivato con l'università, a parte le lezioni di latino alle 8 (siamo pazzi???), gli altri corsi iniziavano tardi e io potevo dormire di più. Al pomeriggio riuscivo persino a fare la pennica al Porto Antico, fingendo di leggere il giornale e lasciando invece cadere in avanti la testa, come i vecchi alla bocciofila. La sera da superfidanzata non terminava mai troppo tardi e quando nel week end ci si concedeva un Old da Wincy c'era sempre il pomeriggio del sabato da trascorrere sul divano a pelle d'orso. Peccato per le difficoltà logistiche di avere un ciclo sonno-veglia opposto al proprio innamorato, lui stramazzava sul tappeto all'inizio della sera e io tentavo di trascinarlo a letto alle tre del mattino, per essere a mia volta svegliata alle 7 con un "Andiamo? è tardi!". Bruttissimi gli anni in cui il sonno era diventato un rifugio, giorno o notte che fosse ero in grado di dormire per ore e ore di fila, senza quasi ricordare i miei sogni, con la voglia di ricominciare a dormire appena aprivo gli occhi. Adesso è la notte il momento peggiore, non faccio mai troppo tardi ma non riesco a garantirmi un sufficiente tempo di sonno, mi sveglio tre o quattro volte e alla mattina è come se mi fossi assopita sul treno. In realtà sui mezzi dormo ancora oggi come un ghiro, rischiando come al solito di perdere la stazione di discesa o di farmi rubare anche le mutande. Il pomeriggio è ormai più facile che vada a camminare piuttosto che a dormire, anche senza caffè tiro lungo fino a sera. Il mio parco sogni, infine, continua ad essere assurdo, variegato, divertente, terrorizzante al limite del trauma mentale, complicato, eccitante e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna è molto raro che al mattino non ricordi le mie avventure.
Ora sono quasi le due, sono mediamente lucida e ho voglia di vento, perciò mi berrò 'na tazzulella 'e cafè e andrò a fare due passi. Cià.
Io però in pace non riposo quasi mai. Negli anni, anzi nei decenni, il mio rapporto con il sonno è cambiato tantissimo: da piccola non dormivo e non mangiavo. Una bambina maledetta. Di notte mi alzavo, volevo uscire o giocare e una delle prime parole che dissi fu "chiavi", ovvero "Andiamo?". Poi, quando la mania di non dormire poteva essermi d'aiuto permettendomi di alzarmi presto per andare all'asilo o a scuola, stare a letto cominciò a piacermi. Come avrei preferito rimanere a casa e magari passare la mattina con il gatto a giocare sulla moquette! Invece andavo in classe, disegnavo, scrivevo, mi spingevo con gli altri bimbi, costruivo casette con i lego e fingevo di mangiare l'insalata alla mensa scavando un buco nel panino, inghiottendo la mollica e nascondendo le foglie all'interno.
Il momento peggiore era il pisolino post pranzo, sulle brandine blu accanto al pianoforte. Non volevo starci. Non avevo sonno. Volevo giocare in giardino o andare a casa per mangiare pane burro e zucchero. Guardare le altre facce addormentate, i pollici in bocca, le pipì che colavano giù dai lettini e i pupazzi che cadevano tra la polvere mi faceva sentire a disagio.
Crescendo la pisa pomeridiana è diventata un rifugio irrinunciabile. Andare a letto tardi, stare fino alle due del mattino a guardare Notte Horror con papà, che veniva subito dopo il Festivalbar e che era annunciata in uno spot pubblicitario poco prima di decretare il vincitore, mi piaceva tantissimo. Andavo in bagno a lavarmi, prendevo il gelato nel freezer e mi rannicchiavo sul divano letto, terrorizzata ancora prima che il film iniziasse. Poi papà si addormentava e io non avevo più il coraggio di andare a letto attraversando da sola il salone buio. Così restavo lì.
Il giorno dopo, andare al mare la mattina presto e ingoiare quintali di insalata di riso a pranzo, significava per forza dormire nel primo pomeriggio. Che meraviglia le lenzuola fresche, le voci lontane dei bagnanti, il vento tra le foglie e il rumore ovattato dei piatti in cucina...
Durante gli anni del liceo la sveglia presto, i corsi di recupero alle due e le serata in Via Longo non hanno aiutato la riconciliazione tra me e Morfeo, ma sono stati anni meravigliosi e per dormire ci sarebbe stato tempo dopo.
Il tempo per la nanna è infatti arrivato con l'università, a parte le lezioni di latino alle 8 (siamo pazzi???), gli altri corsi iniziavano tardi e io potevo dormire di più. Al pomeriggio riuscivo persino a fare la pennica al Porto Antico, fingendo di leggere il giornale e lasciando invece cadere in avanti la testa, come i vecchi alla bocciofila. La sera da superfidanzata non terminava mai troppo tardi e quando nel week end ci si concedeva un Old da Wincy c'era sempre il pomeriggio del sabato da trascorrere sul divano a pelle d'orso. Peccato per le difficoltà logistiche di avere un ciclo sonno-veglia opposto al proprio innamorato, lui stramazzava sul tappeto all'inizio della sera e io tentavo di trascinarlo a letto alle tre del mattino, per essere a mia volta svegliata alle 7 con un "Andiamo? è tardi!". Bruttissimi gli anni in cui il sonno era diventato un rifugio, giorno o notte che fosse ero in grado di dormire per ore e ore di fila, senza quasi ricordare i miei sogni, con la voglia di ricominciare a dormire appena aprivo gli occhi. Adesso è la notte il momento peggiore, non faccio mai troppo tardi ma non riesco a garantirmi un sufficiente tempo di sonno, mi sveglio tre o quattro volte e alla mattina è come se mi fossi assopita sul treno. In realtà sui mezzi dormo ancora oggi come un ghiro, rischiando come al solito di perdere la stazione di discesa o di farmi rubare anche le mutande. Il pomeriggio è ormai più facile che vada a camminare piuttosto che a dormire, anche senza caffè tiro lungo fino a sera. Il mio parco sogni, infine, continua ad essere assurdo, variegato, divertente, terrorizzante al limite del trauma mentale, complicato, eccitante e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna è molto raro che al mattino non ricordi le mie avventure.
Ora sono quasi le due, sono mediamente lucida e ho voglia di vento, perciò mi berrò 'na tazzulella 'e cafè e andrò a fare due passi. Cià.
sabato 4 agosto 2012
Disintossicazione profonda
Primo post di Agosto, di un Agosto che si preannuncia caldissimo.
Io ho bisogno di disintossicarmi. Da cosa? Dal veleno che mi riempie, che scorre dalla punta dei miei piedi alla cima dei miei capelli. Da dove arrivi non lo so, o meglio posso immaginarlo, come si combatta mi è completamente ignoto.
Ignoto era anche il titolo della mia tesina di maturità, avrei dovuto già allora capire che non sarei stata una ragazza lieve. Non ricordo quasi nulla degli argomenti che avevo tentato di collegare nelle varie materie, so che per storia avevo parlato dei campi di concentramento come di un posto che nessuno conosceva prima di finirci, avevo portato il concetto di entropia per cercare di agganciare anche fisica, e avevo introdotto le teorie sui buchi neri per scienze.
Credo che in questi giorni potrei tranquillamente ridare l'esame di maturità con il massimo dei voti: non c'è quasi nessun campo in cui abbia una vaga idea di quello che mi aspetti. Il lavoro di cui non mi va di scrivere nulla, la mia salute che pare discreta fino a che non mi guardo allo specchio e vedo il mio trapezio sinistro più alto del destro di almeno tre centimentri o non osservo il cielo e con lui i fili neri che mi passano davanti gli occhi, la salute di mia mamma che è al centro dei miei pensieri in quanto non propriamente buona, la condizione della casa che procede con mille dubbi, ripensamenti, insicurezze, paure.
Non ci sarebbe nulla di particolarmente strano se non vivessi questa situazione con una sorta di rabbia perennemente incastrata tra i denti, che poi non viene sempre fuori come rabbia, ma piuttosto come veleno serpeggiante, sottoforma di risposte acide, preoccupazioni eccessive, insonnie notturne, aggressioni estemporanee.
Qualcosa mi aiuta, per esempio camminare (del resto il medico che me lo ha prescritto lo ha fatto nella speranza che mi servisse ad eliminare le perfide tossine post virus), oppure leggere perché mi immedesimo nelle vite di altri o mi limito a seguire le difficoltà altrui accantonando le mie.
In questa giornata fatta di mega negozi di mobili pieni gente e aria condizionata improponibile, sono riuscita a ritagliarmi un momento per infilare le scarpe da running e le cuffie e uscire con il sole che tramontava, per scrivere un articolo, per bermi una Moretti e, a brevissimo, per leggere un po'.
Notte.
Io ho bisogno di disintossicarmi. Da cosa? Dal veleno che mi riempie, che scorre dalla punta dei miei piedi alla cima dei miei capelli. Da dove arrivi non lo so, o meglio posso immaginarlo, come si combatta mi è completamente ignoto.
Ignoto era anche il titolo della mia tesina di maturità, avrei dovuto già allora capire che non sarei stata una ragazza lieve. Non ricordo quasi nulla degli argomenti che avevo tentato di collegare nelle varie materie, so che per storia avevo parlato dei campi di concentramento come di un posto che nessuno conosceva prima di finirci, avevo portato il concetto di entropia per cercare di agganciare anche fisica, e avevo introdotto le teorie sui buchi neri per scienze.
Credo che in questi giorni potrei tranquillamente ridare l'esame di maturità con il massimo dei voti: non c'è quasi nessun campo in cui abbia una vaga idea di quello che mi aspetti. Il lavoro di cui non mi va di scrivere nulla, la mia salute che pare discreta fino a che non mi guardo allo specchio e vedo il mio trapezio sinistro più alto del destro di almeno tre centimentri o non osservo il cielo e con lui i fili neri che mi passano davanti gli occhi, la salute di mia mamma che è al centro dei miei pensieri in quanto non propriamente buona, la condizione della casa che procede con mille dubbi, ripensamenti, insicurezze, paure.
Non ci sarebbe nulla di particolarmente strano se non vivessi questa situazione con una sorta di rabbia perennemente incastrata tra i denti, che poi non viene sempre fuori come rabbia, ma piuttosto come veleno serpeggiante, sottoforma di risposte acide, preoccupazioni eccessive, insonnie notturne, aggressioni estemporanee.
Qualcosa mi aiuta, per esempio camminare (del resto il medico che me lo ha prescritto lo ha fatto nella speranza che mi servisse ad eliminare le perfide tossine post virus), oppure leggere perché mi immedesimo nelle vite di altri o mi limito a seguire le difficoltà altrui accantonando le mie.
In questa giornata fatta di mega negozi di mobili pieni gente e aria condizionata improponibile, sono riuscita a ritagliarmi un momento per infilare le scarpe da running e le cuffie e uscire con il sole che tramontava, per scrivere un articolo, per bermi una Moretti e, a brevissimo, per leggere un po'.
Notte.
domenica 29 gennaio 2012
4

4 gradi fuori.
4 gradi dentro. Di me.
E' finalmente arrivato l'inverno, siamo a gennaio e nevica un po' ovunque. Giorni di divano e coperta, ma anche di passeggiate fredde e ombrello.
Vince il lavoro, su tutto e tutti, anche su di me.
Lunghi turni al Belleville, ore in ufficio, migliaia di battute per l'articolo e animazioni in programma. Va bene così, io sono anche questo.
Io sono anche i cinque minuti che mi ritaglio per un tè con i biscotti, le telefonate con le amiche innamorate, le confidenze tra coinquiline sul divano e il pavimento del bagno da lavare. Sono la scatola di plastica con la frittata e il formaggio per il pranzo di domani davanti al pc, sono questo post che scorre sotto alle mie dita, sono l'insonnia della notte passata e la fame che non ho.
I caloriferi roventi accanto a me e la voglia di leggere un po', le chiacchiere col vicino-vicino in chat e il poncho di lana che mi punge il collo nudo.
La luce va e viene, anche i pensieri fanno così. Non ho paura, per una volta, forse è rassegnazione oppure è consapevolezza. So di essere fortunata e so che questa condizione la sto scegliendo io, con piccole azioni quotidiane, una su tutte scendere dal letto e uscire. Camminare a lungo, arrampicare, guardare il tramonto, ascoltare le corde delle barche attraccate, parlare guardando negli occhi e gustarsi una milonga in penombra. E' fortuna questa qui e non è peccato accorgersene.
E' fortuna anche passare un pomeriggio con mia madre e una sera con me stessa, ricevere messaggi inaspettati e mangiare anatra con gli amici, è fortuna mantenere forti legami con persone in viaggio e segnare un futuro come lo vorrei io.
Mi accorgo che questo post non è altro che una specie di mantra, che mi accompagna da giorni, continuamente, con dolcezza. Elena, sei fortunata. Perché ti conosci, ti rispetti, ti sfrutti, ti ami, ti aspetti e ti domandi. Sei fortunata perché fuori ci sono 4 gradi e 4 gradi sono dentro di te, farai meno fatica a superare l'inverno. Pian piano la tua temperatura risalirà, questo è certo, ma magari nel frattempo avrai imparato ad accorgerti ancora più facilmente di quanto sei fortunata.
Arrivederci gennaio...
domenica 10 ottobre 2010
A volte ritornano
Ore 2.54 del mattino.
Sabato sera (ormai domenica).
Non ho sonno, perciò bentornata cara insonnia, o per chi ama prendermi in giro per il mio spirito dal fondo triste: "hello darkness my old friend...". Peccato che nonostante l'oscurità io non senta minimamente il bisogno di dormire.
Anzi, ho appena steso una lavatrice gigante, controllato le mail e ora scrivo per passare un pò il tempo. Questa sera sono sola a casa, sono rientrata da una giornata lunghissima. Dopo la mattina di visite mediche, il pomeriggio è stato un crescendo delirante, iniziato con lo smontaggio-rimontaggio del box doccia (e chi abbia mai in vita sua smontato-rimontato un box doccia ha idea di ciò di cui sto parlando) e culminato quando, con un borsone pesantissimo, dopo un trenopresoalvolo + metro mi sono trovata davanti alla porta di casa senza le chiavi. Un incubo.
Ma mi sono detta "figurati se, con tutta la gente che ha un doppione, non trovi nessuno che possa aprirti". Infatti. Nessuno.
Così, dopo un momento di razionale ottimismo...scoppio a piangere! In piazza, davanti a mezzo mondo, con un maxi borsone (la metà della gente mi avrà immaginata sbattuta fuori casa dal marito tradito) e un sacchetto pieno di legumi per Sturm.
Mi ricompongo e chiedo aiuto, il vicino-vicino mi ospita il borsone e, seppur mezza assiderata (i vestiti caldi erano in casa) continuo decisa la mia serata, così come doveva essere: inaugurazione della "casa della convivenza" (e la proprietaria, se leggerà, si riconoscerà) e inaugurazione del Belleville. Come promesso a me stessa buon cibo e niente alcool, giusto due dita di prosecco per il brindisi: primo attraversamento di Genova. A metà festeggio prendo e scappo a recuperare un mazzo di chiavi dalla coinquilina rientrata per cena: secondo attraversamento di Genova. Mi cambio, faccio partire una lavatrice e torno alla seconda inaugurazione: terzo attraversamento di Genova. Gioco, bevo chinotto (!!!), chiacchiero con amiche un pò giù di morale e poi esco, per la missione "intercettazione di Sturm e consegna legumi" : quarto attraversamento di Genova. Ci si ritrova alle Erbe, si incontrano persone importanti, ci si sposta alla Bottega del Conte. Si canta e si suona e si decide: è ora di tornare a casa. Da sola. L'unica ad avere sonno.
Tagliati i vicoli più brutti arrivo a casa, pigiama e nanna? Il sonno non c'è più, ma c'è il bucato da stendere, le mail da controllare...
Sono le 3.15 e tutto va bene.
giovedì 19 agosto 2010
Zombie
Si che lo so cosa sei!
Wikipedia dice così: "L'insonnia è un disturbo del sonno caratterizzato dall'impossibilità di addormentarsi o di dormire per un tempo ragionevole durante la notte...".
La seconda direi, perchè ora mi addormento abbastanza facilmente. Mai prestissimo, certo, ma dopo un pò di libro crollo.
E' orrendo però, aprire gli occhi e non desiderare che sia ancora lontano il mattino, ma sperare, al contrario, che la ragione di tutto questo buio fuori dalle finestre sia un temporale senza precedenti o l'apocalisse. E invece no, è buio perchè sono le 4 e alle 4 è buio.
Proviamo con la pipì, magari è quello. No, non è quello. Cambiamo posizione, respiriamo profondamente, pensiamo a cose belle, contiamo le pecore, recitiamo poesie...sono le 4.15.
Cambiamo posizione, accendiamo il cellulare, leggiamo un paio di sms, spegnamo il cellulare, teniamo gli occhi chiusi, rilassiamo i muscoli...sono le 4.30. Cambiamo posizione, facciamo la lista della spesa, immaginiamo una vasca di acqua calda, pensiamo ad una passeggiata nel bosco, ripassiamo una canzone...sono le 4.45.
Cambiamo posizione, spostiamo il lenzuolo, chiudiamo la finestra, facciamo uscire la gatta, riflettiamo sull'opportunità di leggere un pò, facciamo il calcolo dei soldi che devono ancora arrivare e di quelli che devono uscire...sono le 5.00.
Posiamo i piedi sul pavimento freddo, accendiamo le luci, beviamo un bicchiere di latte, borbottiamo parolacce, accendiamo il pc, cerchiamo la parola insonnia su wikipedia, scriviamo sul blog. Sono le 5.30.
Buongiorno.
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