domenica 1 settembre 2024

Profondo Nord: Stoccolma e Helsinki

Musica

STOCCOLMA - GIORNO 1

Mi sono svegliata adesso, di soprassalto, con un braccio completamente addormentato.
Al di là dell'oblò, alla mia destra, una distesa di nuvole a fiocchi copre un puzzle infinito di campi verdi e marroni. Non me ne intendo molto, ma, con tutta probabilità, stiamo sorvolando la Germania.

Ininzia quindi, in queste ore, il nostro viaggio estivo 2024, direzione Scandinavia e, in particolare, Stoccolma e Helsinki, perché noi, distanti dalla quiete del Nord, non ci sappiamo proprio stare.

Appena atterrati ad Arlanda, neanche il tempo di uscire dall'aeroporto, abbiamo fatto merenda: un kanelbulle e un secchio di tè verde rovente.
Questa settimana alla ricerca di caffé deca sarà una sfida, vedremo come riuscirò a organizzarmi con tè e tisane calde.

Dall'aeroporto abbiamo preso un bus comodissimo, che, dopo quaranta minuti tra boschi e prati ci ha portati in centro, poco distanti dall'Hellsten Hotel dove alloggeremo.

L'albergo è bellissimo, una vecchia costruzione nel quartiere di Sodermalm. Ci hanno dato la possibilità di selezionare la stanza sul momento e noi non potevamo che scegliere l'abbaino: una mini camera mansardata, con un oblò delizioso che affaccia sull'enorme albero nel cortile.
In questo momento, per dire, sto scrivendo da qui:

Giusto il tempo di cambiarci al volo e siamo usciti direzione tramonto a Skinnarviksberget, una collinetta in pieno centro da cui si gode di un panorama incredibile su tutta la città.

Arrivati in cima, l'atmosfera che si respirava era molto simile a quella incontrata l'anno scorso a Primerose Hill: gruppi di ragazz*, qualche famiglia, tra chiacchiere e pic nic al calar del sole; la prima compagnia che abbiamo incontrato stava ascoltando Unfinished Sympathy dei Massive Attack davanti a questa vista



Siamo scesi da quel posto magico unicamente per andare a cena, mezz'oretta di passeggiata in cui abbiamo realizzato che Stoccolma non è la città tranquillona che ci aspettavamo: locali pienissimi, gare di BMX in piazza, ma, soprattutto, discoteche all'aperto super affollate... alle 20.00.

Come da tradizione la prima sera cucina tipica e, sempre come da tradizione, troverete tutte le info sul cibo a fine post.
Siamo rientrati in hotel con la metro perché quest'anno, udite udite, mentre io me la sto cavando con un piccolo acciacco e con la solita eparina per volare, Andrea ha la schiena bloccata e l'ansia di condizionare le vacanze. Insomma, sta facendo un viaggio d'istruzione nel mio cervello.

Bene, detto questo, direi che il primo giorno lo possiamo salutare così, dal mini letto, nella mini stanza, con due mini trapunte. In che senso due mini trapunte? Fa così freddo? No, sono una per uno, così non c'è pericolo di rubarsele durante il sonno. Che incredibile segno di civiltà, eh!

STOCCOLMA - GIORNO 2

Cosa scrivevo ieri?
Io tutto ok, Andrea mal di schiena? Beh... ribaltone!
Ma andiamo con ordine.

Dopo una bella colazione in hotel siamo usciti a piedi e abbiamo espolorato il nostro quartiere per arrivare, piano piano, a Gamla Stan, la parte più antica della città.

Come tutte le volte che veniamo al nord ci siamo stupiti per la tarda apertura dei negozi, una (sana e sacrosanta) abitudine che fa il paio con l'anticipata chiusura: 11-18 al massimo ma, tendenzialmente, alle 17 (16 nel weekend) tutti a casa.

Dopo una doverosa (e leggerissima) princess cake siamo andati a visitare il Nobel Prize Museum, dove mi sono commossa almeno dieci volte.


È stato lì che, fra me e me, ho pensato: cavoli, ho lasciato assorbenti e antidolorifici in albergo, ma vabbè, le mestruazioni devono venirmi a fine vancanza, anche se anticipassero, oggi sarebbe comunque troppo presto.
Usciti dal museo ci siamo imbattuti nel cambio della guardia davanti al Palazzo Reale, con tanto di banda e polizia a cavallo, da qui ci siamo spostati, sempre a piedi, nel quartiere "più nuovo".
In questi giorni a Stoccolma c'è il Kultur Festivalen, con spettacoli, palchi e animazioni un po' ovunque, oggi, per esempio, abbiamo beccato un concertino jazz di un gruppo di adolescenti adorabili (e super agitati).


A pranzo siamo andati all'Ostermalmshallen, uno dei mercati coperti della città e, proprio dopo aver mangiato, ho realizzato: mi erano arrivate le mestruazioni e, nell'ordine, ero senza assorbenti, senza pastiglie, con i pantaloni bianchi e con l'idea di rientrare in hotel dopo cena.
La mia testa dura ha prevalso e abbiamo comunque finito il giro che volevo fare nella zona ottocentesca, prima di passare al volo in albergo per un cambio e per prendere, udite udite, la maglia di lana (considerando il caldo lasciato in Italia, ci è parso un sogno).


Dopo un ottimo ramen bollente ci siamo avventurati in metropolitana, obiettivo: visitare quattro stazioni super decorate e tutte diverse prima di andare a dormire. In pratica, dalle 21.30 alle 23.30 abbiamo vagato sottoterra, salendo e scendendo dai treni, mescolandoci tra ragazz*, partecipanti alla corsa di mezzanotte, lavoratori e lavoratrici di ritorno a casa.




Alle 24.00 circa eravamo di nuovo sotto le mini trapunte, chi a scrivere chi a definire il prossimo itinerario: domani, per me, la giornata sarà vicina al Paradiso!
Ah, per tornare all'incipit di questo scritto: io devastata (e sbadata), Andrea rinato grazie Mr Brufen (e alla mia insistenza a fidarsi dei farmaci, almeno quando li si ha nello zaino!).

STOCCOLMA - GIORNO 3

Terzo giorno di bel tempo qui!
Siamo partiti in metro per raggiungere un traghetto: ci attendevano il Moderna Museet, il Vasa Museet e il pranzo in un posto davvero speciale.


Il Museo di Arte Moderna è un piccolo gioiello, con sculture di Picasso e Niki de Saint Phalle in giardino, qualche sala permanente per raccontare gli artisti contemporanei locali più importanti e due percorsi temporanei, uno dei quali ospiterà, fino a gennaio 2025, una personale di Cattelan.





Abbiamo trascorso un (bel) po' di tempo nelle sale silenziose in legno chiaro e ci siamo concessi l'ennesima Fika nel cafè del museo, mentre un nuovo traghetto ci aspettava al porto per portarci a pranzo a Rosendals Trädgård, un luogo che desideravo vedere da una vita.
A metà tra un vivaio, un ristorante, uno shop, un bar, un orto, in questo posto magico è possibile raccogliere fiori per comporre il proprio bouquet, pranzare nel frutteto all'ombra di un melo (come abbiamo fatto noi), leggere sull'erba, acquistare marmellate, semi, piante, articoli per il giardinaggio e prodotti tipici, trascorrendo un pomeriggio di totale tranquillità, circondati da bellezza.
Si vede che mi è piaciuto, sì?




Rientrando ci siamo fermati al Vasa Museet, dove è esposto il veliero secentesco meglio conservato al mondo. L'allestimento è molto interessante, potenzialmente ci si potrebbe stare una mezza giornata, noi siamo rimasti circa novanta minuti, fino a che non ci hanno avvisati della chiusura.



Nonostate la stanchezza da 25.000 passi, la sera siamo andati, a piedi, al ristorante, per assaggiare alcuni dei piatti più tipici della cucina svedese.

STOCCOLMA - GIORNO 4

Oggi, gita!
Siamo partiti abbastanza presto con un bus e ci siamo diretti Vaxholm su un'isola poco distante dalla capitale, circa quaranta minuti di viaggio.

Appena arrivati siamo stati accolti da un luogo molto simile a Brännö, dove siamo stati cinque anni fa (se volte recuperare quel post, con un altro itinerario al nord, lo trovate qui): giardini, casette colorate, luce, lentezza e il mare tranquillo che lambisce tutto.



Mini spuntino al furgoncino in piazza e via per il sentiero nel bosco, una passeggiata semplice di circa novanta minuti, che vi condurrà lungo la parte più verde dell'isola, con le spiagge alla vostra sinistra e il bosco di betulle, pini, querce e bacche rosse alla vostra destra.
Il percorso è in leggera pendenza, a tratti un po' scosceso, ma, per intenderci, io l'ho fatto con le Teva ai piedi senza nessun problema.



Il meteo, ancora una volta, non solo ci ha graziati, a sto giro ci ha proprio benedetti: una giornata di sole talmente caldo che si stava bene in mezze maniche, con il pile pronto nello zaino per le zone d'ombra.
Pranzo in un café delizioso e giretto nei negozietti locali (dove per me è sempre un piacere notare la grande cultura del second hand che hanno qui) per acquistare i regalini da portare a casa.

A metà pomeriggio abbiamo iniziato a rientrare in città e, questa volta, abbiamo scelto il traghetto. Attraversando l'arcipelago di isolette, alcune così piccole da ospitare un'unica casa (che sogno!), siamo tornati a Stoccolma stanchissimi e cotti dal sole, con gli occhi e il cervello pieni di luce e meraviglia. 



Cena thai al chioschetto "sotto casa" e tè caldo nella hall, con valigia già pronta che domani si parte! 

STOCCOLMA - GIORNO 5

Ultima mezza giornata a Stoccolma.
Sveglia con calma perché ce n'era bisogno e colazione in giardino insieme ai passeri.


Abbiamo lasciato l'hotel e siamo passati al terminal della Viking Line a chiudere i bagagli in un deposito. Da qui siamo risaliti a SoFo, una zona molto carina e viva, piena zeppa di parchi urbani, negozi vintage e di articoli usati e cafè. Insomma, un condensato delle mie passioni!
Abbiamo passeggiato, fatto acquisti e io, che ultimamente ho deciso di dare una svolta minimal al mio armadio predilegendo i colori neutri ed evitando le fantasie, ho comprato un maglione giallo, rosa e azzurro. Bene così.




A pranzo in un all you can eat vegano buonissimo (sì, avete capito bene) e poi di nuovo giretti.
Verso le 15 siamo tornati al terminal e ci siamo imbarcati sulla motonave Gabriella, un traghettone che, in notturna, ci porterà ad Helsinki, dove, da domani, trascorreremo le prossime tre notti.
La nave è tipo una di quelle che collegano Genova alla Sardegna, ma all'interno ci sono più bar, negozi, ristoranti e cose da fare. Il minimo comun denominatore di ogni zona, che sia il locale sul ponte o il cafè interno, che sia il carrello dello shop o il bar del casinò è... l'alcool.
Bevono tutti in allegria, tutti comprano decine di bottiglie, come se il mondo dovesse finire domani;
a Stoccolma, nei normali supermercati, non è possibile acquistare alcolici (esistono solo negozi specializzati), sulla motonave Gabriella, invece, nei corridoi rosa antico e giallo paglierino, che sembrano progettati da Wes Anderson, la gente passa con i sacchetti tintinnanti.

Comunque ci siamo subito adeguati e, dopo un gin tonic al mirtillo vista tramonto, abbiamo cenato al volo e ci siamo ritirati nella nostra cuccetta, dove io, complici il fuso avanti di un'ora e la stanchezza accumulata, ho letto un po' e sono crollata nel sonno dei giusti.
Ecco qualche foto del viaggio (quella luce, difficilmente la scorderò):




HELSINKI - GIORNO 1

Che dormita!
Incredibilmente non ho per nulla sofferto la nave, ma, anzi, sono persino riuscita a fare colazione.
Alle 10.10, puntuali al minuto, siamo sbarcati a Helsinki e abbiamo lasciato nuovamente i bagagli al deposito del terminal, per essere liberi di iniziare subito a esplorare la città.
Chiese, tra cui la cattedrale, piazze, spazi enormi inondati di sole e mercati (e mirtilli), tra cui quello coperto, bellissimo, dove abbiamo pranzato.








Nel primo pomeriggio siamo tornati a recuperare le valigie e, carichi come muli, abbiamo iniziato il nostro viaggetto verso il Majamaja, dove staremo nei prossimi giorni.
Prima, però, spesa totalmente (o quasi) finlandese, per cucinare non so bene cosa, perché la metà degli ingredienti non credo di averla capita.
Dopo mezz'ora di spostamenti, tra metro e bus, siamo arrivati al limitare di un bosco e abbiamo imboccato una piccola passerella di legno. La distanza dalla strada principale, in realtà, è pochissima, ma basta qualche passo tra muschi e licheni per avere l'impressione di essere lontano da tutto.


Sulle rocce lisce, che dolcemente scivolano nel Baltico, ci sono le quattro costruzioni in legno del Majamaja Living, noi alloggeremo in quella grigia, con il piccolo patio laterale, una finestra enorme affacciata sull'acqua, proprio di fronte a un'isoletta abitata da cigni, anatre, aironi, gabbiani e altri uccellini.




Appena arrivati abbiamo esplorato i dintorni e io ho pure azzardato un bagno nell'acqua gelida.
La pace di questo posto si descrive a fatica, così come la quantità di vita che lo circonda; anche un serpente, scuro come la nostra cabina, si è goduto gli ultimi raggi del sole sullo scoglio, mentre preparavo un piccolo aperitivo da bere al tramonto.


La sera, con la luce fino a tardi, il rumore leggero delle onde e i suoni della natura, è davvero qualcosa di magico:

HELSINKI - GIORNO 2

La notte nella "nostra" casina è stata silenziosa e super riposante, così, oggi, abbiamo potuto dedicarci con calma alla visita della città.
Abbiamo iniziato con un imprescindibile giro al Mumin Store e poi merenda nel cafè di un negozio vintage dove ho scovato una tuta di Marimekko che, cosa ve lo dico a fare, è venuta via con me (ricordate la questione colori neutri e no fantasie: è rossa a righe nere).

Ci siamo poi spostati nel parco Kaivopuisto, super curato e semi deserto, un vero regalo per gli occhi e le gambe, che avevano bisogno di muoversi con leggerezza, senza il peso di zaini e borsoni.
Il pranzo lo abbiamo fatto al buffet di Oodi, la Biblioteca Nazionale della Finlandia: ecco, credo di aver visto raramente un posto così capace di riempirmi il cuore.


Famiglie, ragazz*, mamme con bambini anche piccolissimi, persone in difficoltà, turisti, chi sedut* a leggere, chi impegnat* a cucire o a stampare 3D nell'area creativa, chi concentrat* nelle salette studio a ripassare per un esame e chi rilassat* su una delle tantissime possibili soluzioni per sostare: gradoni di legno, tappeti, poltrone a uovo, divanetti... .
C'è pure un'area di libri in italiano che, se domani non avessimo altri programmi, tornerei a sceglierne e a leggerne uno, tra le piante e la luce di questo luogo meraviglioso.




Nel pomeriggio siamo stati a zonzo tra le vie della città, fino alla famosissima Chiesa nella Roccia, nulla di imperdibile per noi, ma, sicuramente, meta super gettonata e consigliata da ogni guida.



Verso le 17.00 abbiamo scelto di rientrare per goderci il nostro rifugio affacciato sul Baltico e io ne ho approfittato anche per praticare una mezz'oretta, ne sentivo veramente il bisogno.


Cena casalinga come ieri e il tentativo detox fatto comprando una zuppa teoricamente agli spinaci è miseramente fallito quando, scaldandola, mi sono resa conto della quantità imbarazzante di panna che doveva esserci dentro. Il sapore? Quello di una buonissima besciamella... però verde.
Ora sono qui, che scrivo, con il rumore del mare alle spalle, mentre rifletto su mille cose e penso alla mia Bibbi, in ottime mani, ma, comunque, tanto lontana.


HELSINKI - GIORNO 3

Ultimo giorno intero a Helsinki!
Il meteo incerto fin dal mattino presto ha fatto sì che uscissimo con sciarpa di lana e costume da bagno, scegliendo di decidere all'ultimo cosa fare.
Abbiamo iniziato con un giro al Sibelius Park, un parco intitolato a un compositore finlandese molto importante a cui è dedicato anche un monumento che ci è piaciuto un sacco:




Abbiamo quindi proseguito la nostra passeggiata costeggiando la spiaggia e, subito dopo il Cafe Regatta, ci ha sorpresi la pioggia, perciò, costume a asciugamano sono rimasti nello zaino e al mare siamo andati soltanto a fotografare... una distesa di oche!



Visto che, poco distante, c'era il cimitero di Helsinki e che io amo tantissimo i cimiteri abbiamo deciso di attraversarlo per raggiungere il centro a piedi e Andrea si è accorto, facendo qualche ricerca, che lì riposa Tove Jansson.
Per chi non la conoscesse, Tove è stata l'autrice della saga dei Moomin, una collana di storie per bambini ambientata proprio nei boschi finlandesi, con un sacco di personaggi caratteristici e indimenticabili. 
Da piccola divoravo i libri giallo limone, editi da Salani nella categoria I Ricci, da adulta ho acquistato qualche volume a fumetti uscito per Iperborea e ho continuato ad amare quel mondo così bizzaro, ma anche tanto vero e attuale.
Tornando a oggi, dopo un bel po' di ricerca tra i viali e dopo aver incontrato una lepre (!) e uno scoiattolo, abbiamo trovato la piccola tomba di Tove, con alcuni regalini a tema Moomin lasciati alla base della lapide.
Mi si è riempito il cuore.


Pranzo come ieri, al buffet della biblioteca, ancora un po' di shopping per terminare i regali da portare a casa, un salto al supermercato per procurarci la cena e poi via, a fare le valigie.

HELSINKI - GIORNO 4

Ci siamo svegliati presto, come al solito, anche perché a me toccava la seconda eparina per il rientro.
Nonostante il meteo piuttosto burrascoso, strascico di una notte ventosissima e piovosa, abbiamo deciso di salutare la Finlandia esplorando i dintorni di "casa".
Nel piccolo golfo dove si trova il Majamaja ci sono spiagge, boschi, e sentieri; proprio imboccando uno di questi siamo partiti per una breve passeggiata.
Abbiamo incontrato, nell'ordine:
- un signore che nuotava solitario alle 8 di mattina (noi indossavamo pile, giacca a vento e berretto di lana)
- un sacco di persone con i loro cani, rigorosamente identici ai proprietari
- qualche ciclista
E poi betulle, querce, distese di sottobosco verdissimo, funghi, stradine morbide di aghi di pino e passerelle in legno per superare le zone fangose, vecchi patii bianchi affacciati sull'acqua, piccole casette e grandi ville, giardini selvaggi e vasi curatissimi, anatre, frutti di bosco e tronchi intagliati.






Poco più di un'ora di passeggiata per respirare l'odore costante di resina, terra e acqua salmastra e per dire arrivederci a un luogo fantastico!

Il rientro è stato semplice, l'aeroporto di Helsinki è il posto più rilassante del mondo (nel bagno c'è il rumore degli uccellini che cantano), il volo è andato benone e l'autostrada Linate - Genova stranamente liberissima. Arrivati a casa avevamo occhi solo per due "cose": Agata e la pasta al pesto.

Info generali e info per mangiare

Mezzi di trasporto
Cosa c'è da sapere? Tutto e niente, perché, come sempre, molto dipende dal tipo di viaggiatori/trici che siete.
Noi, più passano gli anni, più possiamo definirci viaggiatori comodi e le nostre scelte rispecchiano questo. Quindi, siamo volati da Linate a Stoccolma alle 13 con Scadinavian, lasciando l'auto 9 giorni nel parcheggio accanto all'aeroporto (abbiamo preferito così per essere velocissimi in caso Agata fosse stata male e avessimo dovuto rientrare in emergenza e fiondarci da Milano a Genova, nel più breve tempo possibile). Siamo tornati con Finnair da Helsinki a Linate con un volo alle 16.30.
Nessuna levataccia, solo bagaglio a mano all'andata, stiva inclusa al ritorno.

Non abbiamo affittato l'auto nè a Stoccolma nè a Helsinki, ci siamo mossi esclusivamente con bus, tram, traghetti (grandi e piccoli). Con un'automobile, chiaramente, si avrebbe più libertà di girare, uscire dagli itinerari più classici e spingersi fuori dalla città (e in Scandinavia ne vale senz'altro la pena). Noi però avevamo pochi giorni a disposizione e abbiamo preferito visitare bene le capitali e assicurarci un po' di "stacco" dormendo fuori Helsinki.

Alloggio
Ormai abbiamo collaudato questa abitudine da qualche anno: dopo la permanenza in città abbiamo bisogno di "un'isola" silenziosa e possibilmente immersa nella natura dove concludere la vacanza. Ci basta anche un solo giorno fuori dal caos (vedi la gita dello scorso anno ai Kew Gardens dopo una settimana a Londra) per stare bene e riposare il cervello, questa volta abbiamo fatto le cose in grande (anche perchè, in primavera, nonostante i ghiottosissimi ponti, non siamo andati via) e abbiamo prenotato al Majamaja living.
Mentre l'albergo svedese era in linea con i prezzi della zona, la struttura finlandese è decisamente più costosa e, chi si aspettasse mille confort, è bene che sappia che si tratta di una cabin off grid, quindi senza corrente, acqua potabile e allaccio fognario. Tutto ottimamente sostituito: ci sono luci staccabili e sistemabili su quasi ogni parete caricate con i pannelli solari, l'acqua potabile si trova sul sentiero che conduce alla casetta, il bagno è una dry toilet che, dopo due utilizzi (giusto il tempo di prendere confidenza con il suo funzionamento!), è comodissima.

Costi
In generale, è tutto (molto) più costoso che in Italia.
Una corsa in metro costa quasi 4 euro a persona, un caffè idem, una cena al ristorante non scende mai sotto i 40 euro a testa (a meno che, come a volte abbiamo fatto anche noi, non scegliate cucine alernative a quella locale o fast food).
L'acqua è, come sempre al nord, gratis ovunque e così anche il pane (no coperto).
Una spesa al supermercato in Finlandia per 3 giorni, acquistando prevalentemente prodotti per la colazione e verdura, ci è costata quanto una spesa per una settimana qui a casa. Giusto per darvi un paragone.
Detto questo, i mezzi di trasporto sono pura fantascienza (non abbiamo mai atteso, non abbiamo mai accumulato ritardo, neppure con il traghetto notturno che doveva arrivare a Helsinki alle 10.10 e alle 10.08 stava attraccando).
Si possono trovare alternative alimentari uscendo dalle proprie abitudini (per me, ad esempio, non è stato semplicissimo proseguire con la "dieta" che seguo da ormai un anno, perché per evitare di farmi venire la sindrome sgombroide mangiando solo salmone, gamberetti e sardine, ho spesso scelto cibo vegano e quindi legumi, che il mio intestino non accetta molto volentieri) e fare a meno di caffè/vino/bevande varie, anche se, una fika ogni tanto, secondo me è obbligatoria.
Vestiti, souvenir, prodotti per la casa, sono costosi, non ci piove: una tovaglietta di stoffa da cucina, bella, magari made in Svezia, non costa meno di 45 euro.
Io però ho "svaligiato" vintage e second hand, sia per me sia per la casa. Se qualcuno fosse interessato a qualche consiglio anche in questo campo me lo scriva, sarò felice di condividere i posti che ho scovato e amato di più.
That's it.

Cibo
Eccoci con la consueta carrellata, divisa (per comodità) tra pranzi e cene, in ordine cronologico, segnalando solo ciò che ci è piaciuto particolarmente (le cene a Helsinki sono state tutte cucinate da noi a casa, quindi ve le evito).
Pranzi a Stoccolma
Rosendals Trädgård : quanto questo posto mi abbia rubato il cuore credo si sia capito, cibo compreso.
All'interno di una delle tante serre trovate un ristorante/buffet dove potete scegliere tra piatti semplici o un poco più elaborati e dolci deliziosi. C'è anche un piccolo cafè per merende e colazioni e, in un altro periodo (quando siamo andati noi era chiuso), all'Herbarium, potete prendere anche l'aperitivo.
Il cibo direi che è prevalentemente plant based e noi abbiamo scelto questo:

Hummus con verdure croccanti, crostini con formaggio di capra e chutney di pomodori, carrotcake 

A Vaxholm abbiamo pranzato all'Hembygdsgårds Café che sembrerebbe essere un'istituzione sull'isola.
Io insalata con patate lesse, gamberetti e una vasca di maionese e lui salmone affumicato (buonissimo) con patate annegate nella solita, deliziosa, salsa di formaggio e aneto. Purtroppo non abbiamo assaggiato i dolci, nonostante all'ingresso vi attenda un tavolo enorme imbandito su più livelli, di torte e cupcakes di ogni tipo.


L'ultimo giorno a Stoccolma abbiamo scelto Hermans, un all you can eat vegano, davvero ottimo ed economico, che avevo prenotato prima di partire perché volevo provarlo (la prenotazione è consigliata, ma c'è tantissimo posto) e perché avevamo poco tempo per pranzare, vista la partenza pomeridiana in traghetto.
C'era una varietà di verdure crude e cotte mai vista, che potevano essere mixate a proprio piacimento e rifornite ogni volta che si voleva. Non scorderò mai le dimensioni del secchio di insalata che stava mangiando un ragazzo, seduto da solo con le cuffie: credo che sia ancora lì che rumina.


Cene a Stoccolma
La prima sera abbiamo cenato al Kvarnen, un locale tipico nel centro del quartiere di Sodermalm. Ovviamente non abbiamo potuto esimerci dall'ordinare le polpette, con purea, cetrioli e mirtilli. Anche la salsiccia era molto buona e il contorno sempre (e per sempre) lo stesso.
Il secondo giorno cena giapponese al Rawbata. Abbiamo mangiato super bene, il ramen era delizioso (forse ha battuto, almeno per me, quello di Londra) e il cocktail al mandarino bevuto prima di cena... ottimo! Ahimè non abbiamo foto (io al cibo non ne faccio mai, per fortuna che Andrea pone rimedio), così come non ne abbiamo della cena al Pelikan, uno dei ristoranti più belli e conosciuti della città, dove potete trovare piatti super tipici come l'S.O.S. (antipasto a base di aringhe conservate in vari modi, burro, vasa e patate), dei ravioli di patate ripieni di funghi che sono la fine del mondo e, ovviamente, pesce in tutte le salse (nel vero senso della parola). Qui il conto più salato.
I tre precedenti ristoranti li avevo prenotati dall'Italia dieci giorni prima. Erano tutti pienissimi.
Ultima cena al thailandese vicino all'albergo, uno street food che si chiama Little Cashew Thai Wok e che ci ha attirato grazie alle recensioni. Malgrado la posizione non proprio felice e l'aspetto generale (qualche tavolo davanti a un furgone) beh, abbiamo mangiato il pad thai più buono di sempre, senza se e senza ma.

Pranzi a Helsinki
A parte i due pranzi al buffet della biblioteca, di cui avete letto (buoni, abbondandi, economici), appena arrivati dal traghetto abbiamo mangiato al mercato coperto (con tavoli, volendo, anche all'esterno) Hakaniemen Kauppahalli nel quartiere di Kallio. Abbiamo scelto due zuppe, Andrea con il salmone, io veg.
Erano premonitrici di quelle successivamente acquistate al supermercato per le cene: gustosissime e piene di panna. La mia non so che ingredienti avesse (ringrazio il cielo di non essere allergica a nulla, la metà di quello che ho mangiato in Finlandia non ho tuttora idea di cosa fosse), ma a giudicare dalle dimensioni assunte della mia pancia nel pomeriggio presumo moooolto porro.


Bene, direi che è tutto, come bonus posso dirvi che il coreano all'aeroporto di Helsinki è inaspettatamente ottimo e posso lasciarvi i veri protagonisti alimentari di questa vacanza, presenti ovunque, dalla colazione all'aperitivo:


Ciao! Anzi, Hej!



domenica 30 giugno 2024

È successo davvero!

Ero stata dimessa dall'ospedale da qualche giorno.

Stavo imparando a stritolare, ogni mattina, la mia gamba sinistra in una lunga calza color carne che si annodava in vita, ma non stavo imparando ad accettarla, ad accettare che da quel momento avrei dovuto indossarla sempre, in qualunque occasione, per anni.

Prima del ricovero avevo già provato a chiedere, timidamente, aiuto, perché avevo paura, nessuno mi credeva e quindi avevo deciso di essere, semplicemente, pazza. Mi avevano ascoltato e prescritto delle compresse che avevo puntualmente vomitato fino a che gli anticoagulanti erano diventati ben più urgenti e di quelle pastiglie per l'ansia nessuno aveva parlato più.

Ero stata dimessa dall'ospedale da qualche giorno quando mio padre, dopo un pranzo nella scuola del paese, aveva deciso di andare a casa perché non si sentiva bene. Non vedendolo tornare ero scesa a dare un'occhiata e l'avevo trovato riverso sul divano, con la pelle fredda, il respiro affannoso e la mano destra che stringeva il braccio sinistro. 
La telefonata con il 118 non l'ho mai dimenticata:
- è cosciente? sì
- respira male? sì
- sente dolore al petto o al braccio sinistro? sì
- è pallido? sì
- ha il colesterolo alto? sì
- suda? sì
- è sovrappeso? sì
- ha i trigliceridi alti? sì
- è un fumatore? sì
- ci sono casi di problemi cardiaci in famiglia? sì
Mentre rispondevo sì a ogni domanda e seguivo tutte le indicazioni dei paramedici (lo faccia sdraiare, lo tenga calmo, stiamo arrivando con l'automedica) entrava di corsa anche mamma, per poi salire in ambulanza con lui.

Nel giro di tre settimane io avevo avuto una trombosi in una gamba e lui nel cuore.
Trascorremmo giorni bellissimi, andavamo insieme a fare le analisi del sangue per controllare la coagulazione due volte a settimana, ci fermavamo in un bar orrendo a fare colazione, stavamo all'ombra mentre mamma era impegnata con gli esami di maturità.
L'estate della trombosi fu il periodo più bello che abbia mai passato con mio padre.

A settembre ci trovammo improvvisamente a dover ditruggere e ricostruire da zero il suo amato giardino a causa di una perdita e, mentre io studiavo per la sessione autunnale, lui litigava con i muratori che sbagliavano, di qualche micron, la posizione delle nuove piastrelle.
L'aria cominciava a rinfrescare, soprattuto la mattina presto, perciò quel mal di schiena che non passava fu liquidato, dal medico della mutua, come un colpo di freddo. Del resto era lo stesso medico che, pochi mesi prima, aveva sentenziato, analizzandomi il polpaccio: "non so di preciso cosa sia, ma sicuramente non è nulla di vascolare".

Al mal di schiena si aggiunse la tosse, stizzosa, fastidiosa, continua.
Facemmo una lastra, per sicurezza, anche se lui non voleva, perché l'anno precedente, sotto Natale, i raggi che gli furono prescritti per respiro corto e tosse non erano serviti a nulla.
A sto giro, però, ricordo ancora l'aspetto di mia madre che saliva le scale per raggiungermi nella sala d'attesa del medico di famiglia dove le stavo tenendo il posto: era pallida, si vedeva che aveva pianto, tremava pure un po'. 
Aveva letto il referto, lo lessi anche io e lo lesse anche il sostituto del dottore, osservando i polmoni di mio padre sulla lavagna luminosa:
"è un fumatore?"
"sì"
"ha un cancro, anche bello grosso. Dovrebbe fare una TAC perché ci saranno sicuramente metastasi, ma io non la prescrivo. Per i fumatori non prescrivo esami così costosi".

Quella sera non tornai a casa, rimasi a dormire fuori, mamma voleva rimanere sola con suo marito.
Ricordo che pensai "ora come lo dico alla dottoressa, da cui sono andata solo un paio di volte, che di me non possiamo parlare più perché mio padre ha un cancro ai polmoni?"

Dopo l'estate avevo deciso di riprovare ad affrontare la questione "paure", anche perché l'ansia della morte, mia e degli altri, negli ultimi mesi si era trasformata in una certezza. Avevo iniziato un percorso di analisi transazionale con una psicoterapeuta consigliatami da un collega di mamma, terapeuta a sua volta. Mi sedevo una volta a settimana in quella stanza bianca, in un palazzo con il cancello spesso, affacciato sulla passeggiata. 
M. mi ascoltava, non giudicava mai, parlava poco e con voce calma. 
L'ho seguita ovunque, dalla stanza bianca alla stanza gialla numero uno, poi dalla stanza gialla numero uno alla numero due e poi dalla stanza gialla numero due alla numero tre, l'ultima.

C'era M. quando cambiavo la bombola di ossigeno, quando aggiornavo mamma, che mi telefonava da scuola, sulla visita della palliativista, quando studiavo per laurearmi una volta finito tutto.
C'era M. quando, nove mesi dopo, mio padre non c'era più.

C'era M. quando ho scoperchiato l'enorme vaso di Pandora che aveva inghiottito le verità più marce della mia infanzia, quando ho deciso di andarmene per vivere da sola nella casa sui tetti con la porticina rossa, quando il corpo parlava al posto mio e si ammalava di qualunque cosa, continuamente, senza darmi un attimo di tregua.

C'era M. quando, a un certo punto, ho avuto bisogno anche di R., perché i sintomi erano troppi, perché ci volevano risonanze, prelievi, martelletti e medicine.
M. c'è stata sempre, anche quando, per due volte, non c'ero io.
Non era ancora il momento giusto per mollare e lei ha aspettato che tornassi, che riprendessi le fila del discorso, che portassi tra quei muri gialli tutta la paura che avevo dentro.
M. è stata la prima persona che ho chiamato quando è morto mio padre e la prima persona che ho chiamato quando è morta mia madre.

Abbiamo trasferito on line le nostre sedute durante la pandemia, abbiamo parlato del lavoro, del mio matrimonio, degli amici, della vita.

L'anno scorso, in primavera, M. mi disse che, forse, avrei potuto beneficiare di un altro approccio, per sciogliere quegli ultimi nodi che tanti anni di terapia non erano stati capaci di allentare.
E così, curiosa e un po' agitata, mi ritrovai davanti a E.

M. aveva avuto, ancora una volta, ragione.
Una settimana dopo l'altra, una seduta dopo l'altra, i pozzi più bui in cui ricadevo ciclicamente erano stati individuati, perlustrati, svuotati, ripuliti e chiusi.
L'EMDR è una tecnica di poche parole e io ne avevo già dette tante, tantissime: evidentemente, quello che mi serviva ora era agire metodicamente, in silenzio, come un chirurgo che, super concentrato, deve rimuovere un coagulo che impedisce al sangue di scorrere libero.

È trascorso un anno dal mio primo incontro con E. e, pochi giorni fa, ci siamo salutate.
Abbiamo finito.
Per la prima volta, dopo 20 anni esatti, non sono più in terapia.
Sono stata congedata.

Non so ancora come mi sento, non so nemmeno se non dovrò tornare, prima o poi... lo scoprirò.
Ma qui avevo voglia di scriverlo, se non altro perché voglio ringraziare M., R., E. per tutto il lavoro che hanno fatto con me e per me.
Se ho sempre continuato a camminare e se ora riesco persino a farlo senza paura, è soprattuto merito loro.


domenica 24 marzo 2024

Un, due, tre... stai là!

 


Musica

Qualche anno fa ho scoperto, con non poco stupore, che il gioco Un, due, tre…stella! si chiama, in realtà, Un due tre…stai là!
Non so se sia vero e, comunque, non è questo il punto.
Il punto è che quello che mi fa venire in mente il titolo inaspettato corrisponde, più o meno, a come ho vissuto negli ultimi mesi.


Ieri erano cinque anni che è morta la Maria e, finalmente, mi sembrano trascorsi 5 anni.
Non è successo tre anni fa, nemmeno l'anno scorso, neppure ieri.
è successo cinque anni fa.


Dall’ultimo post su questo argomento a oggi sono cambiate un'infinità di cose nella mia vita, eppure, da fuori, probabilmente sembra solo che io stia giocando a uno due tre stai là.
Ferma tra un passo e l'altro.

Forse è proprio questo che ho fatto per un anno: un gioco in cui ho concentrato tantissimo di me in pochi scatti e poi mi sono immobilizzata a riprendere fiato. Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.

Come? Ascoltando.
- La paura, lasciandola entrare e invitandola, dolcemente, a uscire. Come fosse un bambino che deve imparare, pian piano, a dormire da solo nella sua stanza.
Il corpo, dandogli lo spazio che nella mia vita non ha (quasi) mai avuto, regalandogli sonni tanto lunghi quanto inediti su questi schermi, pur proponendogli sveglie molto più anticipate del consueto, per dargli l’opportunità di muoversi.
La tristezza, quella pura, spontanea, di tutti i giorni, concedendole finalmente di uscire con un mezzo banale, ma chiuso in garage da secoli: il pianto. A dirotto, nei luoghi più disparati, nei momenti più inopportuni.
La speranza, permettendole semplicemente di esistere, dopo averla dimenticata per scaramanzia in un cassetto, pieno di cose verdi, di progetti, di idee, ancora lontani nel tempo e nello spazio, ma pur sempre immaginabili e perché no, magari pure possibili.

Poi ci sono cose che, piuttosto di recente, si sono timidamente affacciate nella mia vita per diventare, via via, parte integrante delle giornate e, in alcuni casi, addirittura parte imprescindibile.
Cose che mi fanno percepire lo stare, come un esserci in maniera autentica.
Mi ritrovo, per esempio, a compiere movimenti semplici tipo aprire un cassetto e rendermi perfettamente conto di quello che sto facendo. Come se andasse tutto a rallentatore, come se i sensi fossero amplificati e non semplicemente iper vigili (quella è la mia condizione base di allerta, che, per ora, non ha intenzione di abbandonarmi).

Tutte queste cose nuove hanno, credo, una base comune: il tempo.
Mi sono sempre lamentata, negli ultimi anni forse ancora più che in passato, della mancanza di tempo a disposizione per fare, scoprire, imparare, riposare. Quando scrivo lamentata intendo, in verità, resa conto, perché, in fondo in fondo, l’ho sempre saputo che, nella condizione privilegiata in cui vivo, il tempo, volendo, ci sarebbe.
Ho quindi deciso di andarlo a cercare, questo benedetto tempo, per riempirlo e svuotarlo ogni giorno.

Per avere tempo occorre togliere tempo, questa è la prima cosa che ho capito. Sembrerà banale, e forse lo è, ma in una giornata di 24 ore, in cui il lavoro ne occupa 9, a volte anche 10, le restanti 15 devono essere suddivise, almeno, in tempo per dormire e tempo per mangiare.
Posso ormai dire di conoscermi e so che per stare bene ho bisogno di 7 ore di sonno, quindi ecco che le ore disponibili diventano, magicamente, 9.

Da agosto sono seguita da una nutrizionista per una serie di problemi digestivi e metabolici ormai non più ignorabili e il mio rapporto con il cibo ha dovuto per forza cambiare. Le quantità sono pressoché rimaste invariate, la qualità, invece, è stata stravolta.
Per me che non mangio praticamente più carne, perdere i legumi è stato un trauma.
Il colesterolo ballerino non mi permette di abbondare con uova e formaggi e, così, mi resta il pesce a cadenza molto più frequente del passato. Ma come si cuoce il pesce? Come posso prepare il tofu e il tempeh affinché non mi sembri di mangiare l’imballo dei pacchi di Amazon? Come si concilia l’amore per la cucina, intesa proprio come gesto del cucinare, con una variazione così decisa delle mie abitudini? E come si riesce a preparare per due tenendo conto delle esigenze e dei gusti dell’altra persona? Rispondere a tutte queste domande ha richiesto impegno, ma è così che sono nati il menu e la spesa settimanali: per risparmiare tempo e dedicare alla cucina non più di un’ora al giorno.

Rimangono 8 ore che, per metà dell’anno, diventano 6 perché gli spostamenti casa-lab sono molto più lunghi, ma non importa: in quel tempo posso leggere, ascoltare podcast, guardare video (magari, in futuro, potrei pure dedicare un post anche a queste cose).

Tutto il tempo che rimane lo dedico, a
- lo yoga, possibilmente alle 7 di mattina. A parte il trauma della prima volta, ormai due volte a settimana mi sveglio alle 6, mangio un paio di biscotti ed esco. Faccio sempre la stessa strada, di solito con la musica nelle orecchie, mentre il corpo riparte e la testa si preparano a otto ore di pc. Per iniziare questa nuova abitudine ho parallelamente cominciato ad andare a letto prima: se il giorno dopo devo alzarmi alle 6, alle 22.30 sono già sotto le coperte.
- l’EMDR, un’ora a settimana, dove smonto tutto quello che mi è successo negli ultimi 42 anni e sistemo, pazientemente, i danni.
- la cura della mia persona e della casa, perché tutt* ci laviamo, facciamo il bucato, cambiamo le lenzuola…
- la famiglia, che essendo composta da due esseri viventi (piante escluse) oltre a me, è molto facile da gestire: bastano un divano, una coperta, una manciata di crocchette, una serie TV, un argomento interessante di cui parlare, il bisogno di sentirsi vicini.

Ma quindi, il titolo del post e la ricorrenza in cui ho deciso di pubblicarlo, cosa c’èntrano con tutta questa pappardella sul tempo?
La spiegazione sta nella frase che ho scritto poco più su:
Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.
Nel quinto anno dalla morte di mia madre posso, forse, sussurrare che ho ricominciato a vivere bene. Per farcela ho dovuto stravolgere tutto, cambiare modo di stare al mondo, utilizzare il tempo con criterio, come se fossi in una casa di cura in cui ogni momento è funzionale al recupero.

Ci sono aspetti di cui vado particolamente fiera e altri che mi appesantiscono ancora, come il senso di colpa quando mi accorgo che la penso meno (faccio persino fatica a scriverlo senza sentire dolore).
Ma, dopotutto, è così, la penso meno e la penso meglio.
La ricordo viva e mi manca più di prima, più di quando rimpiangevo uno scheletro calvo e terrorizzato, perché era l’unica immagine che ricordavo di lei, l’unica che tornava a tormentarmi giorno e notte, qualsiasi cosa facessi per non pensarci.
Ora non è più così, ora è i fiori di Vesima che aspettano l’estate, è la pelle delle sue guance sempre fresche, è la sagoma storta che mi cammina davanti spedita, è la bottiglia di vino lasciata sul tavolo in cucina, è la battuta giusta al momento giusto, è il sorriso enorme e contagioso, è l’ascolto silenzioso, sempre e comunque.

Ora è finalmente, di nuovo, la Maria.

Quindi eccoci qui, il post è finito e ora schiaccio il tasto pubblica, direttamente dal suo giardino, in una bellissima giornata di primavera, come quella di cinque anni fa.

martedì 26 dicembre 2023

A Christmas Carol

Musica

Alle 6.30 in piazzetta c'è qualche finestra illuminata. Dietro forse ci sono persone che si vestono, che versano il caffè nella tazzina, che dimenticano il latte sul fornello lasciando che la schiuma trabocchi e spenga il fuoco.

Alle 6.31 il calzolaio ha la serranda sollevata a metà, sta già lavorando? Sta sistemando il laboratorio? Non si sentono rumori ma la luce è accesa. Il barista di fronte ha messo uno sgabello davanti alla porta, come a dire "Ci sono, tra poco apro, sto solo finendo di pulire, scaldare le brioches e scaricare l'ultima lavastoviglie". Intanto, marito e moglie sulla settantina, percorrono la via trasportando borse, lei cammina sempre qualche passo dinanzi a lui.

Alle 6.33 la signora con i capelli bianchi e corti aspetta, alla fine della mattonata sotto alle torri. Starà attendendo una collega, magari la figlia, chissà. 

Alle 6.36, 6.38 se il semaforo era rosso, un uomo con la giacca e lo zaino da ufficio entra nel cafè per fare colazione, prima saluta tutti, li fa ridere con qualche battuta, poi varca la soglia e sparisce.

Alle 6.43 il ragazzo delle consegne scende dal furgone con un grande contenitori pieno di dolci, apre la porta della pasticceria e li lascia sul bacone. Nel frattempo, un uomo anziano e ben vestito, risale lento sotto i portici, chissà dove sta andando.

Alle 6.46 una donna di mezza età, in ciabatte, è in piedi sulla scaletta e lava le enormi vetrine dell'agenzia immobiliare con un piccolo panno. Intanto un ragazzo corre veloce, indossando calzoncini e scarpe da running, probabilmente farà la doccia direttamente al lavoro.

Alle 6.50 le persone che dormono in piazza stanno sistemando coperte e cartoni, mentre un topo scappa sui mattoni e si infila tra gli arbusti dell'aiuola. I pullman sono parcheggiati, aspettano i passeggeri, i riders stanno già arrivando e il bar serve le colazioni sui tavolini sotto i portici.

Alle 6.51 una ragazza troppo vestita, con le cuffiette alle orecchie, zaino e borsa neri suona un campanello e aspetta.

Alle 6.50 quella ragazza sta camminando in mezzo alla piazza, un topo velocissimo le taglia la strada e si arrampica dentro a un'aiuola.

Alle 6.46 la ragazza pensa a come sarebbe bello cantare in un gruppo musicale, mentre, alla sua destra una signora in ciabatte pulisce una grossa vetrina e, alla sua sinistra, un ragazzo in calzoncini corti le corre incontro.

Alle 6.43 la ragazza sta facendo una foto del suo percorso, che più tardi posterà sul profilo Instagram, con l'hashtag #mymorningyogawalk. Intanto, lascia passare un ragazzo con un grande vassoio pieno di dolci e cerca invano di immaginare dove stia andando un vecchio con il cappotto doppiopetto.

Alle 6.36, 6.38 se il semaforo era rosso, la ragazza incrocia un signore con giacca e zaino da ufficio che, appena girato l'angolo, comincia subito a salutare camerieri e avventori del bar.

Alle 6.33 la ragazza toglie le cuffie dalla custodia, le mette alle orecchie e fa partire la musica (sì, quella che avete trovato quassù). Mentre cammina circondata dagli ulivi scorge una signora con i capelli bianchi ferma in fondo alla mattonata, starà aspettando una collega, magari la figlia.

Alle 6.31 la ragazza sbircia sotto alla serranda aperta a metà del calzolaio, nota uno sgabello davanti alla porta chiusa del bar, e osserva una coppia sulla settantina risalire la via, lei davanti e lui qualche passo indietro. Dove saranno diretti?

Alle 6.30 la ragazza sente il portone chiudersi alle sue spalle, mentre attraversa spedita la piazzetta, notando che non è l'unica ad essere già sveglia a quell'ora. Probabilmente, dietro alle finestre illuminate, qualcuno avrà dimenticato il latte sul fuoco, o magari si starà vestendo bevendo un caffè al volo.

Alle 6.00 suona una sveglia, la ragazza la spegne, accarezza la gatta acciambellata tra le sue gambe e si alza. Inizia un nuovo giorno, che comincerà con una passeggiata di circa 20 minuti.
Chissà chi incontrerà lungo il suo percorso...


lunedì 27 novembre 2023

Basilicata in my mind

 


Musica.

Questo è un post difficile da scrivere, perché contiene tanto, perché contiene tutto.

Contiene il mio amore, il mio lavoro, le mie paure, le mie gioie, il mio passato, il mio futuro, la mia salute e la mia malattia.

Inizio dal principio e poi salterò qua e là, dai Sassi ai cavi coccodrillo, dalle nuvole agli ulivi, dal sole alla neve, dalle cicorie al ragù.

Sono partita per lavoro, sono rimasta per e con amore, ho coltivato la gioia, ho pensato al passato e al futuro vivendo più che mai il presente e ho fatto i conti con la mia salute gestendo la paura che è, per me, la malattia più difficile da curare.

Siamo partiti di giovedì mattina, abbiamo iniziato con un treno per Pisa, proseguito con un aereo per Bari e terminato con un'auto a noleggio per Potenza.
Siamo usciti di casa alle 8 del mattino e siamo arrivati al B&B alle 8 di sera, senza alcun intoppo, se non consideriamo la leggendaria frase "Signore e Signori, c'è un medico a bordo?!" pronunciata a metà volo da una hostess un poco in affanno. Il tutto si è concluso per il meglio, il medico a bordo c'era e il passeggero che si è sentito male è stato soccorso, non abbiamo dovuto atterrare in emergenza e i paramedici hanno subito preso in carico il malcapitato al nostro arrivo.

Quindi, dicevamo, senza grossi intoppi siamo arrivati a Potenza, abbiamo cenato e ci siamo fiondati a letto, vista la giornata trascorsa e quella in arrivo, decisamente più impegnativa della precedente.

La mattina, dopo colazione, abbiamo fatto un giretto in città e abbiamo trovato una Potenza sospesa tra le nuvole basse, pronta per l'arrivo di un sole caldo e avvolgente.



La prima tappa è stata una visita al MOON - Museo Officina Oggetti Narranti, un luogo che entrambi desideravamo vedere da tempo, la casa del Salone dei Rifiutati, dove l'Associazione La Luna al Guinzaglio ha riunito materiali, valori storie e possibilità mettendoli a disposizione delle persone attraverso un instancabile lavoro di progettazione. 

Si respira aria di comunità e di (in)genio, di bellezza e di semplicità, di passato e di futuro.


Il MOON si trova vicinissimo a Contrada Bucaletto, un luogo senza tempo, nato a seguito del terremoto dell'Irpinia per garantire unità abitative agli sfollati. Questa sorta di villaggio alpino ospita la Cooperativa Sociale la Mimosa che, insieme a Il Salone dei Rifiutati, ha portato avanti il bellissimo progetto Officina del Rifare, tra laboratori partecipati, percorsi formativi e seminari. L'ultimo è quello che ho tenuto io, presso la sede del Centro Italiano Femminile, sempre in Contrada Bucaletto.

Solo al momento dell'applauso finale, mentre, come al mio solito, mi commuovevo davanti a tutti, mi sono resa conto di quello che avevamo appena fatto:
un pomeriggio di formazione per 50 insegnanti, tra maestre dell'infanzia, docenti della primaria, professoresse della secondaria, educatrici e persone interessate a sperimentare con creatività e scienza, senza sovrastrutture o giudizi, con entusiasmo e voglia di mettersi in gioco.
Alla vigilia del 25 novembre, Sara, Rossana e le loro collaboratrici hanno chiamato me, Elena, per costruire un'opportunità di apprendimento STEAM a cui hanno preso parte decine di donne, all'interno del Centro Italiano Femminile, custodito con cura da Ausilia.

È stato bello, è stato grande, è stato Potenza!



Finito il seminario abbiamo mangiato una pizza (buonissima) al volo e siamo ripartiti, direzione Matera.
Poco più di un'ora di viaggio e siamo arrivati in quello che, ad oggi, è decisamente uno dei posti più incredibili che abbia mai visto. Andrea c'era già stato per lavoro qualche anno fa, mentre io volevo andarci da una vita; ecco un altro motivo per ringraziare Sara e Rossana, che, con il loro invito, mi hanno regalato anche la giusta scusa per visitare Matera.

Appena parcheggiato in uno dei silos attorno al centro storico siamo scesi tra le vie illuminate e silenziose, incantandoci davanti a ogni scorcio e abbiamo raggiunto il Carrubo, il Sasso dove abbiamo dormito le due notti successive.

Il posto è bellissimo, il proprietario della struttura molto gentile e sempre pronto a dare consigli e a raccontare curiosità storiche sulla città... insomma, super consigliato!

La mattina seguente ci siamo svegliati con calma, abbiamo fatto colazione e siamo usciti tra pioggia e gelo. Abbiamo preso l'auto e raggiunto l'azienda vinicola da cui parte la visita alla Cripta del Peccato Originale, una delle tantissime chiese rupestri sparse sul territorio materano. Accompagnati da una guida bravissima e dal suo cagnolone bianco e affettuoso abbiamo cominciato a entrare nell'enorme complessità della storia di un luogo che ha radici profondissime e piene di significato (vi basti pensare che nelle campagne attorno a Matera è stata trovato uno scheletro di Balena, a 400m sul livello del mare).

La grotta e le sue decorazioni sono meravigliose, vale assolutamente la pena programmare una visita.


Rientrati in città abbiamo pranzato con fave e cicorie e crapiata, una zuppa di legumi e cereali tipica e calda, poi, visto il freddo e il vento siberiani abbiamo deciso di fare un breve giro e andare sia a Casa Noha sia al MUSMA.


La prima è uno spazio del FAI dove è possibile vedere un documentario molto interessante sull'incredibile storia di Matera, dall'insediamento all'abbandono forzato, dalla rinascita alla proclamazione a Capitale Europea della Cultura nel 2019.

Il MUSMA, invece, è il museo di scultura contemporanea della città, allestito in un antico palazzo su due piani, ricchissimo di lunghi ipogei dove sono esposte le opere.


Terminata la visita siamo passati in albergo per un cambio veloce e siamo usciti a cena.
Mentre aprivo la porta della stanza Andrea mi a chiesto "Piove ancora?". No, ho risposto io, però nevica! L'avevo detto che faceva freddo...

La neve, in realtà, è durata pochissimo e non si è posata, nella notte il meteo è migliorato e l'ultimo giorno è stato all'insegna del sole e di temperature più miti.

Al mattino abbiamo visitato il Palombaro Lungo, una enorme cisterna ormai in disuso che si estende sotto una delle piazze principali di Matera, poi abbiamo girovagato alla scoperta del Sasso Barisano, ovvero la porzione di città opposta a quella in cui abbiamo soggiornato, chiamata, invece, Sasso Caveoso.




Ci siamo poi spostati a Casa Ortega, l'abitazione/laboratorio dello scultore spagnolo che, a Matera, a vissuto diversi anni, collaborando con le maestranze artigiane del posto, specialmente nella lavorazione della cartapesta.

Casa Ortega è bellissima, dentro e fuori.
La guida, che avevamo già incontrato al MUSMA, è super disponibile e preparata, mentre la vista, beh, giudicate voi:



Il tempo a nostra disposizione è ormai agli sgoccioli (per questo ringraziamo Ryanair che ci ha anticipato il volo di rientro di quasi 24 ore), abbiamo pranzato al volo con lasagne al ragù lucano e crostone con salumi e formaggi del posto e siamo ripartiti, con una breve sosta al Belvedere Murgia Timone per ammirare Matera da lontano, in tutto il suo splendore.


Ora siamo in treno, dopo un rientro liscio sia in auto sia in aereo, perciò chiudo il post riprendendo da dove ho iniziato: dentro a questo mini resoconto di viaggio avete trovato l'amore, per mio marito che non ha esitato a starmi accanto e a supportarmi in questa bella sfacchinata, per il viaggio, croce e delizia che adoro e che mi terrorizza ogni volta. C'è il mio lavoro che, come il viaggio, mi mette sempre alla prova e che, spesso, mi dona gioie inaspettate. C'è la salute, che con la paura determina tanto della mia vita, a partire dalla prima puntura di eparina fatta il giorno della partenza per arrivare all'ultima di questa mattina. Infine, ci sono il mio passato e il mio futuro, intrecciati come sempre per sorreggere il presente, tra quello che sono stata, che ho visto e ho portato con me, quello che sarò, vedrò e custodirò nel cuore e, soprattutto, quello che sono, vedo e stringo forte a me ogni giorno.

P.S. La musica scelta per il post è una delle canzoni che abbiamo ascoltato al caldo della rosticceria dove abbiamo pranzato il primo giorno a Matera.

Bonus foto - un'Agata lucana decisamente più affabile di quella genovese: