Disclaimer: sono stanca e assolutamente non in grado di scrivere un post sensato, nonostante le buone intenzioni, nonostante le belle esperienze dell'ultima settimana. Ecco il perché di questo elenco, nemmeno troppo sommario, di cose da comprare. Superflue (per usare un eufemismo).
1. I Dansko clogs, in vendita da Flamingo Bergamo, non so ancora il colore e nemmeno se li vorrei aperti o chiusi dietro, ma son dettagli (già che ci sono potrei allargarmi e portarmi via anche calze e vestito).
2. La nuova collezione di Lazzari, in particolare: questa camicia con i dinosauri (indispensabile, per me che non porto quasi mai camicie), questo abito con i cavallini (che potrebbe essere un'ottima terapia d'urto, visto che ho paura dei cavalli), questo maglione con le ghiande (ma solo in caso non riuscissi a comprarmi il prossimo vestito), questo vestito (perché, che ve lo dico a fare, è autunno), questa salopette (che quella di Lazzari che ho comprato l'anno scorso non l'ho tolta quasi mai!)
3. La borsa con i loti di Isabò e Insunsit (è possibile avere, in una sola borsa, delle stampe così belle, un colore così bello e una forma così bella? Evidentemente sì)
4. Le #Tuliclips di Tulimami (dal momento che sono una più bella dell'altra, non sceglierò: le vorrei tutte)
5. Una My#selfie di Faccio e disfo apposta per me (perché è una vita che la vorrei, perché le avventure estive su Instagram delle sue bamboline senza storia mi hanno rapita, perché partecipare al racconto è stato divertentissimo)
6. Un lavoro della bravissima Enrica Trevisan (per esempio questa spilla con i ginkgo, oppure questa con il giardiniere barbuto, per non parlare della serie dedicata alla mia amata Frida)
7. Qualche pezzo dai Vintage Corner di Maison Du Monde (in particolare vorrei tutta la collezione Berlino, chi conosce casa mia sa che sarebbe perfetta!)
8. Un bastimento carico di prodotti di Melissa Erboristeria (perché quelli che ho comprato all'inizio dell'estate stanno finendo e poi perché ricevere un pacco da Valeria è sempre bellissimo. Per esempio, in questo istante, vorrei tantissimo questi)
9. Questo libro (perché mi sembra meraviglioso e indispensabile)
10. I capelli nuovi (ma, come si evince dalla foto, dal parrucchiere ci sono appena stata...un desiderio in meno sulla lista!)
P.S. Il titolo si riferisce alla camminata da cui sono appena tornata: sedici chilometri di sentieri, più di quattro chilometri all'ora. Io e mamma siamo state grandi!
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domenica 11 ottobre 2015
martedì 17 giugno 2014
Una borsa a pois
Odio le partenze quanto amo i ritorni.
Che siano le mie o quelle delle persone a cui voglio bene, le valigie da preparare mi hanno sempre messo l'angoscia. Quante volte ho chiesto "l'hai già fatta la valigia?", quante volte ho scrupolosamente stilato la lista delle cose da portare, anche per un viaggio di due miseri giorni, con la netta sensazione che avrei comunque dimenticato qualcosa di assolutamente fondamentale.
"Fare le valigie" per me vuol dire andarsene, lasciare un luogo e le persone che lo abitano, abbandonare. Insomma...una tragedia.
Anche domenica scorsa, prima di varcare la soglia di casa con il mio orribile trolley marrone e il mio inseparabile zaino da trekking, l'ultima cosa che ho pensato (e pure detto) è stata: "io non voglio andare". Chissà poi perché, ho fatto domanda per il Training Camp, ho avuto tutto il tempo per pensarci, per ripensarci, per rinunciare, per non confermare la mia presenza e sono stata felice quando mi hanno avvisata della selezione e cominciato a fornire indicazioni per raggiungere questo posto disperso tra tigli in fiore, papaveri sbiaditi e girasoli ancora chiusi.
Credo che il problema, per lo meno per i viaggi che riguardano me, risieda solo nel momento della partenza. Una volta arrivata a destinazione normalmente me la godo, faccio amicizia con facilità, vago senza meta tra le strade del mondo nuovo, sfrutto con estrema serenità i giorni concessi lontano da casa e dalle sue innumerevoli inevitabili distrazioni.
Questa scuola, così difficile da raggiungere e ricca di lunghi momenti di studio, mi ha regalato molto tempo per stare con me, per guardare fuori da finestrini sporchi e traballanti, per dormire (scomoda) in una stanza immersa tra i tetti, per attraversare i vicoli di pietra mentre il sole tramonta, per leggere pagine su pagine nel silenzio della sera un attimo prima di scivolare nel sonno.
La connessione internet è debole, questo post forse uscirà solo una volta rientrata a casa, ma ora, mentre scrivo, si sentono i miei compagni ridere sotto alla finestra, i pensieri sono lontani e forse meno dolorosi del solito, la sensazione di aver scelto qualcosa per me, dopo tanti mesi di ufficio, mi fa stare bene e in pace con quella parte del mio cuore che ancora non si arrende a lasciare andare anni di studio, lavoro, tempo dedicato all'aggiornamento e timida passione per il piccolo, per lo sconosciuto, per il colorato, per l'ibrido...per tutto ciò che sta al confine, esattamente come me.
Al confine tra l'antico e il moderno, tra il vero e il falso, tra il bello e il brutto, tra il vicino e il lontano, tra me e il resto del mondo.
E così ieri mentre entravo nel museo delle erbe e venivo investita dal profumo forte e familiare dell'elicriso, ho pensato che è vero che "partire è un po' morire" e che mai come negli ultimi giorni la mia partenza l'ho associata a una morte che mi ha colto di sorpresa. Poi però, sotto a un soffitto di mazzi appesi a testa ingiù mi sono vista da fuori, contenta davanti a uno specchio screpolato, felice di aver trovato un posto mio, profondamente mio, in mezzo a cose che adoro ma dalle quali troppo spesso mi sento esclusa, dalle quali mi tengo lontana anche di proposito, come se non volessi disturbare, come se tra un decotto di malva e uno sciroppo di rose mi sentissi più sicura.
Alla fine è arrivato oggi, che abbiamo cominciato con gli strumenti, che non mi ha risparmiato nulla sulla consapevolezza della mia ignoranza in certi argomenti, ma che mi ha anche mostrato quanto invece sotto tanti altri aspetti io sia inconsciamente preparata e pronta al ragionamento. Non lo credevo, non lo sospettavo nemmeno forse, perciò per festeggiare ho pensato che l'unica cosa possibile da fare fosse comprarmi (qui) una borsa di plastica rossa, a pois.
Che siano le mie o quelle delle persone a cui voglio bene, le valigie da preparare mi hanno sempre messo l'angoscia. Quante volte ho chiesto "l'hai già fatta la valigia?", quante volte ho scrupolosamente stilato la lista delle cose da portare, anche per un viaggio di due miseri giorni, con la netta sensazione che avrei comunque dimenticato qualcosa di assolutamente fondamentale.
"Fare le valigie" per me vuol dire andarsene, lasciare un luogo e le persone che lo abitano, abbandonare. Insomma...una tragedia.
Anche domenica scorsa, prima di varcare la soglia di casa con il mio orribile trolley marrone e il mio inseparabile zaino da trekking, l'ultima cosa che ho pensato (e pure detto) è stata: "io non voglio andare". Chissà poi perché, ho fatto domanda per il Training Camp, ho avuto tutto il tempo per pensarci, per ripensarci, per rinunciare, per non confermare la mia presenza e sono stata felice quando mi hanno avvisata della selezione e cominciato a fornire indicazioni per raggiungere questo posto disperso tra tigli in fiore, papaveri sbiaditi e girasoli ancora chiusi.
Credo che il problema, per lo meno per i viaggi che riguardano me, risieda solo nel momento della partenza. Una volta arrivata a destinazione normalmente me la godo, faccio amicizia con facilità, vago senza meta tra le strade del mondo nuovo, sfrutto con estrema serenità i giorni concessi lontano da casa e dalle sue innumerevoli inevitabili distrazioni.
Questa scuola, così difficile da raggiungere e ricca di lunghi momenti di studio, mi ha regalato molto tempo per stare con me, per guardare fuori da finestrini sporchi e traballanti, per dormire (scomoda) in una stanza immersa tra i tetti, per attraversare i vicoli di pietra mentre il sole tramonta, per leggere pagine su pagine nel silenzio della sera un attimo prima di scivolare nel sonno.
La connessione internet è debole, questo post forse uscirà solo una volta rientrata a casa, ma ora, mentre scrivo, si sentono i miei compagni ridere sotto alla finestra, i pensieri sono lontani e forse meno dolorosi del solito, la sensazione di aver scelto qualcosa per me, dopo tanti mesi di ufficio, mi fa stare bene e in pace con quella parte del mio cuore che ancora non si arrende a lasciare andare anni di studio, lavoro, tempo dedicato all'aggiornamento e timida passione per il piccolo, per lo sconosciuto, per il colorato, per l'ibrido...per tutto ciò che sta al confine, esattamente come me.
Al confine tra l'antico e il moderno, tra il vero e il falso, tra il bello e il brutto, tra il vicino e il lontano, tra me e il resto del mondo.
E così ieri mentre entravo nel museo delle erbe e venivo investita dal profumo forte e familiare dell'elicriso, ho pensato che è vero che "partire è un po' morire" e che mai come negli ultimi giorni la mia partenza l'ho associata a una morte che mi ha colto di sorpresa. Poi però, sotto a un soffitto di mazzi appesi a testa ingiù mi sono vista da fuori, contenta davanti a uno specchio screpolato, felice di aver trovato un posto mio, profondamente mio, in mezzo a cose che adoro ma dalle quali troppo spesso mi sento esclusa, dalle quali mi tengo lontana anche di proposito, come se non volessi disturbare, come se tra un decotto di malva e uno sciroppo di rose mi sentissi più sicura.
Alla fine è arrivato oggi, che abbiamo cominciato con gli strumenti, che non mi ha risparmiato nulla sulla consapevolezza della mia ignoranza in certi argomenti, ma che mi ha anche mostrato quanto invece sotto tanti altri aspetti io sia inconsciamente preparata e pronta al ragionamento. Non lo credevo, non lo sospettavo nemmeno forse, perciò per festeggiare ho pensato che l'unica cosa possibile da fare fosse comprarmi (qui) una borsa di plastica rossa, a pois.
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lunedì 28 maggio 2012
Un bauletto speciale
Questa è la storia di un bauletto speciale:
è un pò che non scrivo di fai da te, di materiali di recupero, di oggetti frutto del riciclo e così sono contenta di presentarvi l'ultima creazione di mamma.
La borsa della foto l'ha fatta lei: aiutata dalla sua maestra delle Scuole Vespertine, ha raccolto copie su copie della rivista con cui collaboro e pazientemente ha incastrato 700 (settecento!) tasselli di carta, plastificandoli uno per uno, cucendoli tra loro e scegliendo con cura i soggetti da mettere in risalto con l'intreccio.
Non è possibile stare qui a spiegare il meccanismo di produzione, ci vorrebbe un post lungo mille righe e probabilmente mi sarebbe molto difficile rendere comprensibili i vari passaggi della realizzazione, soprattutto dal momento che non l'ho fatto io.
Posso sicuramente affermare che è stato un lavoro lunghissimo e mia madre molto paziente: ogni sera, per settimane, l'ho trovata al tavolo di cucina che tagliava, piegava, contava, misurava, cuciva, intrecciava...in silenzio, con la musica accesa e la gatta tra i piedi.
Una volta preparati i fianchi e la base, la maestra e la mamma hanno incastrato il tutto, aggiunto chiave e lucchetto, piedini in metallo e piccole rifiniture; io sono intervenuta solo nella scelta delle maniglie e della cerniera, optando per un bel verde bosco ovviamente. Ora non mi resta che vantarmi con tutti, portarla in redazione e sfoggiarla nelle sere d'estate.
Grazie mamma!
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