Questo dovrebbe essere un post di update del progetto A year in a postcard, in realtà conterrà anche una storia.
Innanzi tutto ecco i luoghi ufficiali dove potete trovare informazioni su questa avventura, se ancora non la doveste conoscere: il blog, l'account Instagram.
La fotografia che ho scelto è la penultima cartolina che ho inviato, l'ultima invece credo sia ancora in viaggio verso la cassetta di Norma, Nuvolesulsoffitto. Quella che vedete quassù è Il Bosco della Fatica, è stata preparata durante una settimana complicata e piena di incastri, senza sapere che i giorni a seguire sarebbero stati anche peggio :-).
Ho usato i timbri in gomma, impiegando solo stampi incisi da me, perché è la tecnica che padroneggio meglio, che mi rappresenta maggiormente e che mi regala le soddisfazioni più grandi. Inoltre, è anche la tecnica che mi ha tenuto compagnia durante tutto il 2016, grazie al progetto delle #fogliegentili e sentivo il bisogno di ritrovarla per un attimo.
Come scrivevo all'inizio, però, questo post non è solo un aggiornamento, ma è anche il luogo in cui racconterò una piccola storia, legata in particolare alla cartolina della foto. Il giorno che l'ho spedita, infatti, ho ricevuto un messaggio: "Secondo me stamane sono stato testimone di un pre-imbuco di una nuova cartolina. Possibile?"
Eccome se era possibile, la mattina avevo inviato Il Bosco della Fatica a GIö e avevo attraversato la strada tenendo in mano la cartolina e saltellando verso la buca delle lettere vicino all'ufficio postale. In coda al semaforo un amico ha visto la scena e, pare, ha anche provato a salutarmi, emozionato per aver capito il momento. Un attimo dopo, raggiunto l'altro lato della via, ho scattato la foto che vedete quassù (senza essermi accorta di nulla).
Un aspetto che viene fuori spessissimo nel gruppo delle partecipanti di #ayearinapostcard è la corrispondenza di momenti, la presenza di coincidenze magiche, la condivisione di sensazioni: questo piccolo aneddoto che ho raccontato mi pare possa proprio considerarsi tutte e tre le cose messe insieme. L'idea di essere vista mentre facevo qualcosa di così personale, mentre mi accingevo a lasciare un oggetto molto intimo perché portava con sé la descrizione disegnata di un periodo di grande fatica e l'idea di aver suscitato stupore in quel brevissimo istante in cui ho attraversato la strada mi è sembrata allo stesso tempo una cosa buffa e meravigliosa.
Non potevo che inserire questo aneddoto nel post di aggiornamento del progetto, se non altro per condividere con le mie compagne di viaggio l'ennesima coincidenza speciale.
P.S. Il titolo arriva direttamente dal secondo verso Cinghiali Incazzati degli Ex Otago
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domenica 5 febbraio 2017
domenica 1 novembre 2015
Effetto loto
Il Festival è finito. Anzi, tecnicamente finisce tra mezz'ora.
Stasera c'è la festa con la consueta foto di rito sullo scalone, da domani si torna alla normalità.
Chi mi conosce sa che questi dieci giorni non sono mai semplici per me: passo la metà del tempo a non sentirmi all'altezza di niente e di nessuno, mi affanno nel tentativo di riuscire a vedere qualche laboratorio interessante tra un turno e l'altro, mi fiondo alle conferenze appena posso e buco molte delle occasioni mondane super frequentate dagli altri animatori.
Non sono persona da folla, con il mio prossimo sto bene, ma sempre per questioni di autostima faccio fatica a trascorrere intere serate in mezzo alla gente. A tanta gente. Più invecchio più peggioro, ma va bene così.
Detto ciò, il Festival della Scienza 2015 mi è piaciuto da matti, come non mi accadeva da anni. Una questione di aria, di tranquillità, di tempo gestito bene. Una questione di Equilibrio e mai parola chiave fu più azzeccata di quest'anno.
Nel laboratorio dove ho lavorato c'è stato un afflusso costante e gigantesco di visitatori: tante persone, molti bambini, scuole, famiglie; tutti educati, curiosi, simpatici, pronti a fare domande, a ridere per le battute, ad adattarsi.
Gli animatori con cui ho diviso i turni sono stati splendidi e non avrei potuto chiedere di meglio, compresi i ragazzi delle superiori che ci hanno assegnato come supporto: uno più bravo, disponibile e serio dell'altro.
Dal punto di vista della pubblicità, a sto giro i manifesti erano ovunque, c'erano persino il banner video sul grattacielo e gli annunci in metro. Poi, "l'elefantino che fa pipì sull'asterisco" a me è piaciuto un sacco, certamente più del "piccolo astronauta fallico" di tre anni fa.
Ovviamente gli ultimi dieci giorni non sono stati solo di Festival, ho continuato con i laboratori in altre sedi, con il corso di francese, con la solita vita insomma, anche se avrei voluto riuscire a scrivere di più.
Oggi, giornata senza turni, mi sono goduta la mia città e il mio Festival, esattamente come piace a me. Ho corso cinque chilometri nel sole, fatto colazione con caffè e girella all'uvetta, pranzato con mamma, girato per il mercatino dell'antiquariato (dove ho scovato, udite udite, la zuccheriera fungo che mancava alle mie tazzine fungo) e ascoltato una conferenza.
Ecco, quella conferenza è stata uno spettacolo e una coincidenza assurda: mentre passeggiavo in città ho trovato, per terra, questo biglietto (è un periodo così), una serie di appunti nei quali compariva il nome di Stefano Mancuso, autore per nulla nuovo nella mia libreria (ho già scritto qui di un suo libro che ho letto e amato). Appena ho visto il nome sul foglio mi si è accesa una lampadina: forse c'è una conferenza al Festival! Esatto, alle 16 iniziava Robot come piante, nella sala del Maggior Consiglio. Erano le tre e mezza e con calma ci siamo avviate, siamo riuscite a sederci comode davanti e ci siamo godute quasi due ore di dialogo, se così si può dire, tra Stefano Mancuso e Barbara Mazzolai.
Il tema, ovviamente molto interessante per me che adoro le piante e lavoro con i robot, è stato affrontato in maniera semplice, toccando argomenti complessi e mettendo in campo un sacco di esempi affascinanti, utili per spiegare il livello di "coscienza" dei vegetali, la loro sensibilità, la capacità di interazione tra piante diverse, la complessità di questo mondo spesso ritenuto inferiore a quello animale ma, in realtà, molto più avanzato. Come mi capita sempre, mi sono immedesimata e stavolta non l'ho fatto con un personaggio di un libro o con un attore, ma con un fagiolo, una mimosa, un tiglio. Ho imparato che le piante non amano essere toccate, che sfuggono l'ombra delle altre piante ma non la propria, che ascoltano volentieri tanti tipi di musica o meglio che percepiscono perfettamente i suoni e in particolare rivolgono la loro crescita verso quelli intorno ai 200 Hz. Perché? Perché è la frequenza dell'acqua. Le piante non possono fuggire da dove sono (sono esseri sessili...come mi sento io nella maggior parte del mio tempo) e per questo devono approntare molte strategie di difesa; alcune di esse hanno comportamenti sociali, come i girasoli che crescono bene se in comunità, le radici di un albero tipo il tiglio hanno più apici dei neuroni presenti nel cervello umano...e potrei continuare all'infinito.
In realtà, anche tutta la parte tecnica dedicata all'applicazione delle caratteristiche vegetali agli studi di robotica mi è piaciuta molto. Stampa 3D, automazione, scienza dei materiali: pensare che un robot possa essere costruito ispirandosi ad un'abilità vegetale mi sembra meraviglioso.
Trovate qui molte info utili sul progetto Plantoid, ma penso possa essere buona cosa cominciare credendo nelle piante e nelle loro enormi capacità adattive. Il loto completamente idrorepellente, in grado di mantenere sempre pulite le foglie nonostante viva in acque putride, è e sarà per sempre mio maestro.
Stasera c'è la festa con la consueta foto di rito sullo scalone, da domani si torna alla normalità.
Chi mi conosce sa che questi dieci giorni non sono mai semplici per me: passo la metà del tempo a non sentirmi all'altezza di niente e di nessuno, mi affanno nel tentativo di riuscire a vedere qualche laboratorio interessante tra un turno e l'altro, mi fiondo alle conferenze appena posso e buco molte delle occasioni mondane super frequentate dagli altri animatori.
Non sono persona da folla, con il mio prossimo sto bene, ma sempre per questioni di autostima faccio fatica a trascorrere intere serate in mezzo alla gente. A tanta gente. Più invecchio più peggioro, ma va bene così.
Detto ciò, il Festival della Scienza 2015 mi è piaciuto da matti, come non mi accadeva da anni. Una questione di aria, di tranquillità, di tempo gestito bene. Una questione di Equilibrio e mai parola chiave fu più azzeccata di quest'anno.
Nel laboratorio dove ho lavorato c'è stato un afflusso costante e gigantesco di visitatori: tante persone, molti bambini, scuole, famiglie; tutti educati, curiosi, simpatici, pronti a fare domande, a ridere per le battute, ad adattarsi.
Gli animatori con cui ho diviso i turni sono stati splendidi e non avrei potuto chiedere di meglio, compresi i ragazzi delle superiori che ci hanno assegnato come supporto: uno più bravo, disponibile e serio dell'altro.
Dal punto di vista della pubblicità, a sto giro i manifesti erano ovunque, c'erano persino il banner video sul grattacielo e gli annunci in metro. Poi, "l'elefantino che fa pipì sull'asterisco" a me è piaciuto un sacco, certamente più del "piccolo astronauta fallico" di tre anni fa.
Ovviamente gli ultimi dieci giorni non sono stati solo di Festival, ho continuato con i laboratori in altre sedi, con il corso di francese, con la solita vita insomma, anche se avrei voluto riuscire a scrivere di più.
Oggi, giornata senza turni, mi sono goduta la mia città e il mio Festival, esattamente come piace a me. Ho corso cinque chilometri nel sole, fatto colazione con caffè e girella all'uvetta, pranzato con mamma, girato per il mercatino dell'antiquariato (dove ho scovato, udite udite, la zuccheriera fungo che mancava alle mie tazzine fungo) e ascoltato una conferenza.
Ecco, quella conferenza è stata uno spettacolo e una coincidenza assurda: mentre passeggiavo in città ho trovato, per terra, questo biglietto (è un periodo così), una serie di appunti nei quali compariva il nome di Stefano Mancuso, autore per nulla nuovo nella mia libreria (ho già scritto qui di un suo libro che ho letto e amato). Appena ho visto il nome sul foglio mi si è accesa una lampadina: forse c'è una conferenza al Festival! Esatto, alle 16 iniziava Robot come piante, nella sala del Maggior Consiglio. Erano le tre e mezza e con calma ci siamo avviate, siamo riuscite a sederci comode davanti e ci siamo godute quasi due ore di dialogo, se così si può dire, tra Stefano Mancuso e Barbara Mazzolai.
Il tema, ovviamente molto interessante per me che adoro le piante e lavoro con i robot, è stato affrontato in maniera semplice, toccando argomenti complessi e mettendo in campo un sacco di esempi affascinanti, utili per spiegare il livello di "coscienza" dei vegetali, la loro sensibilità, la capacità di interazione tra piante diverse, la complessità di questo mondo spesso ritenuto inferiore a quello animale ma, in realtà, molto più avanzato. Come mi capita sempre, mi sono immedesimata e stavolta non l'ho fatto con un personaggio di un libro o con un attore, ma con un fagiolo, una mimosa, un tiglio. Ho imparato che le piante non amano essere toccate, che sfuggono l'ombra delle altre piante ma non la propria, che ascoltano volentieri tanti tipi di musica o meglio che percepiscono perfettamente i suoni e in particolare rivolgono la loro crescita verso quelli intorno ai 200 Hz. Perché? Perché è la frequenza dell'acqua. Le piante non possono fuggire da dove sono (sono esseri sessili...come mi sento io nella maggior parte del mio tempo) e per questo devono approntare molte strategie di difesa; alcune di esse hanno comportamenti sociali, come i girasoli che crescono bene se in comunità, le radici di un albero tipo il tiglio hanno più apici dei neuroni presenti nel cervello umano...e potrei continuare all'infinito.
In realtà, anche tutta la parte tecnica dedicata all'applicazione delle caratteristiche vegetali agli studi di robotica mi è piaciuta molto. Stampa 3D, automazione, scienza dei materiali: pensare che un robot possa essere costruito ispirandosi ad un'abilità vegetale mi sembra meraviglioso.
Trovate qui molte info utili sul progetto Plantoid, ma penso possa essere buona cosa cominciare credendo nelle piante e nelle loro enormi capacità adattive. Il loto completamente idrorepellente, in grado di mantenere sempre pulite le foglie nonostante viva in acque putride, è e sarà per sempre mio maestro.
venerdì 29 maggio 2015
Non lo saprà nessuno
Scrivere è un comportamento sociale, per questo pensiamo che allenare la buona scrittura sia un modo per migliorare le nostre relazioni.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.
Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:
Non lo saprà nessuno
Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.
Nino Pedretti, al vóusi.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.
Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:
Non lo saprà nessuno
Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.
Nino Pedretti, al vóusi.
venerdì 15 maggio 2015
Cose capitate
Ormai si sa, che mi piacciono le "cose capitate".
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.
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domenica 22 marzo 2015
Ho bisogno
Colonna sonora
Ho bisogno di ricordare.
Cose, persone e motivi. Motivi per essere felice e per non avere paura, motivi per mettercela tutta e per non interrompere la mia ricerca della gioia.
Che è peccato mortale smettere di cercare.
E' il secondo (per l'esattezza terzo) giorno di Primavera, piove a dirotto e stanotte ho sognato mio padre, dopo mesi.
Si vede che ne avevo bisogno.
Come ho bisogno di prendermi del tempo per capire che direzione imboccare, ma non appena faccio questo pensiero vengo presa dall'ansia dell'immobilità e mi rimetto a correre. Che lo dovrei sapere, ormai, con tutti i sentieri che ho percorso, veri e figurati, che correndo non si va da nessuna parte, ci si stanca soltanto. In questo periodo, poi, che di fiato ne ho già poco per i fatti miei, proprio non posso permettermi di rimanere senza aria.
I nuovi laboratori con le nuove associazioni, i corsi della provincia che pare inizieranno e, guarda un po', sono stata selezionata, il lavorone per la Soprintendenza quasi finito, il progetto sulla sicurezza in rete che pure lui sta giungendo al termine, le opportunità da valutare (e io non sono per nulla brava in questo!), i nuovi bimbi da aprile, la mia piccola vita robotica che continua e continua anche bene.
Ho bisogno di ricordare che la sorpresa ci salverà, non le sorprese eh, che quelle proprio non le sopporto, ma la sorpresa. La capacità di rimanere a bocca aperta, di sussultare, di battere le mani davanti a una cosa che non si conosceva fino ad un secondo prima e che ora sembra impossibile non averla mai vista. Lavorare con i bambini aiuta moltissimo da questo punto di vista: anche se sempre meno del passato, i piccoli sanno sorprendersi e sorprenderci con la loro sorpresa.
La settimana scorsa ho tenuto un laboratorio in chiatta, con una serie di bimbi affetti da forme di disagio e disabilità più o meno gravi. Cosa mi ha sorpreso di più? La sincerità che non hanno mai lesinato, lasciandoci spesso a bocca aperta. Venerdì ho visto lo stupore negli occhi "delle mie ragazze" quando con le caramelle gommose che avevo consegnato hanno acceso il circuito di MakeyMakey e suonato la tastiera del piano.
Ho bisogno di ricordare i momenti di sorpresa e ho bisogno che mi basti il ricordo per "vedere il buono dove già esiste".
Non leggo.
Non scrivo quasi, e chi mi conosce se ne sarà accorto.
E' come se fossi completamente assorbita dal tentativo di capire come fare, dove andare e non mi accorgo che sto già facendo, sto già andando. E mi sto sorprendendo.
Come poco fa, che mi sono alzata per andare in bagno e ho visto la foto del vicino vicino che vedete quassù. Sta sopra il mio letto da anni, da prima che arrivassi qui sull'Albero, eppure mi sorprende sempre. Io che amo gli ombrelli, che amo i colori, che amo i ricordi, in questa foto ritrovo gli orti di casa con l'ombrello di carta di riso fuxia piantato in mezzo ai filari di piselli, con la musica di sottofondo, l'estate che esplode e molto fiato in più.
Ho bisogno di ricordare.
Cose, persone e motivi. Motivi per essere felice e per non avere paura, motivi per mettercela tutta e per non interrompere la mia ricerca della gioia.
Che è peccato mortale smettere di cercare.
E' il secondo (per l'esattezza terzo) giorno di Primavera, piove a dirotto e stanotte ho sognato mio padre, dopo mesi.
Si vede che ne avevo bisogno.
Come ho bisogno di prendermi del tempo per capire che direzione imboccare, ma non appena faccio questo pensiero vengo presa dall'ansia dell'immobilità e mi rimetto a correre. Che lo dovrei sapere, ormai, con tutti i sentieri che ho percorso, veri e figurati, che correndo non si va da nessuna parte, ci si stanca soltanto. In questo periodo, poi, che di fiato ne ho già poco per i fatti miei, proprio non posso permettermi di rimanere senza aria.
I nuovi laboratori con le nuove associazioni, i corsi della provincia che pare inizieranno e, guarda un po', sono stata selezionata, il lavorone per la Soprintendenza quasi finito, il progetto sulla sicurezza in rete che pure lui sta giungendo al termine, le opportunità da valutare (e io non sono per nulla brava in questo!), i nuovi bimbi da aprile, la mia piccola vita robotica che continua e continua anche bene.
Ho bisogno di ricordare che la sorpresa ci salverà, non le sorprese eh, che quelle proprio non le sopporto, ma la sorpresa. La capacità di rimanere a bocca aperta, di sussultare, di battere le mani davanti a una cosa che non si conosceva fino ad un secondo prima e che ora sembra impossibile non averla mai vista. Lavorare con i bambini aiuta moltissimo da questo punto di vista: anche se sempre meno del passato, i piccoli sanno sorprendersi e sorprenderci con la loro sorpresa.
La settimana scorsa ho tenuto un laboratorio in chiatta, con una serie di bimbi affetti da forme di disagio e disabilità più o meno gravi. Cosa mi ha sorpreso di più? La sincerità che non hanno mai lesinato, lasciandoci spesso a bocca aperta. Venerdì ho visto lo stupore negli occhi "delle mie ragazze" quando con le caramelle gommose che avevo consegnato hanno acceso il circuito di MakeyMakey e suonato la tastiera del piano.
Ho bisogno di ricordare i momenti di sorpresa e ho bisogno che mi basti il ricordo per "vedere il buono dove già esiste".
Non leggo.
Non scrivo quasi, e chi mi conosce se ne sarà accorto.
E' come se fossi completamente assorbita dal tentativo di capire come fare, dove andare e non mi accorgo che sto già facendo, sto già andando. E mi sto sorprendendo.
Come poco fa, che mi sono alzata per andare in bagno e ho visto la foto del vicino vicino che vedete quassù. Sta sopra il mio letto da anni, da prima che arrivassi qui sull'Albero, eppure mi sorprende sempre. Io che amo gli ombrelli, che amo i colori, che amo i ricordi, in questa foto ritrovo gli orti di casa con l'ombrello di carta di riso fuxia piantato in mezzo ai filari di piselli, con la musica di sottofondo, l'estate che esplode e molto fiato in più.
martedì 19 agosto 2014
In fuga
L'ho finito.
E non so assolutamente come scrivere una recensione decente di questo capolavoro.
Occorre premettere che non amo i racconti, proprio no. Ho bisogno di essere coinvolta, di innamorarmi dei personaggi, di attendere con ansia i colpi di scena, le liti, gli abbandoni, le soluzioni, le svolte.
Con un racconto, che sai finirà, che per quanto complesso e articolato sia non ti accompagnerà fino all'ultima pagina, che magari è noioso e ti fa perdere la voglia di leggere quelli che lo seguiranno, è difficile affezionarsi.
Ecco. Scordatevi tutto quello che ho appena scritto quando prenderete in mano il libro della Munro.
Ha vinto il Nobel, è vero, ma non potrebbe proprio essere altrimenti. Dov'è che avevo letto qualcosa sul suo conto che mi aveva fatto affiorare la curiosità di andarla a cercare? Ah ecco sì, in un botto di pensieri di Paolo Cognetti (I love you), in qualche scaffale degli amici di Giulia e poi forse in libreria, scontrando una copertina che mi piaceva, facendomi rapire da un cartello seminascosto.
Comunque, ho comprato In fuga, che è del 2004 ed è edito da Einaudi.
Ci sono tre racconti con la protagonista in comune mentre gli altri sono tutti solitari, isole galleggianti in un mare immobile.
L'inesorabilità della scrittura di questa autrice mi ha stregata. Non succede nulla e nello stesso tempo succede di tutto. Sliding doors come se non ci fosse un domani, promontori solitari e noiosi dove all'improvviso si bruciano persone su una pira in spiaggia, abiti verdi le cui sfumature di colore fanno differenze enormi, segreti inconfessabili e a volte inconfessati, vite che si sgretolano in un attimo o che continuano a procedere lente, inesorabili appunto, come se nulla fosse.
Di solito scrivo brani tratti direttamente dal libro che ho letto ma stavolta non lo farò. Non ne vale la pena, probabilmente i pezzi che sceglierei perderebbero significato e sarebbero avvilenti per lo stile, la prosa secca e femminile, il lessico ricercato e appagante scelti da Alice Munro. Perché davvero nelle sue pagine si leggono frasi di un tempo, con costruzioni perfette, parole perfette, utilizzo dei tempi verbali perfetto.
Non c'è un'esclamazione di troppo (proprio come piace a me), nulla è dato per scontato, niente è scritto male o con scarsa attenzione per la bellezza.
Insomma leggetelo e quando sarete alla fine del racconto intitolato Passione immaginate di essere al tramonto, in spiaggia e che dallo stereo del piccolo bar a picco sugli scogli parta questa canzone, esattamente come è successo a me.
P.S. Per dovere di cronaca, il mio racconto preferito è Scherzi del destino.
E non so assolutamente come scrivere una recensione decente di questo capolavoro.
Occorre premettere che non amo i racconti, proprio no. Ho bisogno di essere coinvolta, di innamorarmi dei personaggi, di attendere con ansia i colpi di scena, le liti, gli abbandoni, le soluzioni, le svolte.
Con un racconto, che sai finirà, che per quanto complesso e articolato sia non ti accompagnerà fino all'ultima pagina, che magari è noioso e ti fa perdere la voglia di leggere quelli che lo seguiranno, è difficile affezionarsi.
Ecco. Scordatevi tutto quello che ho appena scritto quando prenderete in mano il libro della Munro.
Ha vinto il Nobel, è vero, ma non potrebbe proprio essere altrimenti. Dov'è che avevo letto qualcosa sul suo conto che mi aveva fatto affiorare la curiosità di andarla a cercare? Ah ecco sì, in un botto di pensieri di Paolo Cognetti (I love you), in qualche scaffale degli amici di Giulia e poi forse in libreria, scontrando una copertina che mi piaceva, facendomi rapire da un cartello seminascosto.
Comunque, ho comprato In fuga, che è del 2004 ed è edito da Einaudi.
Ci sono tre racconti con la protagonista in comune mentre gli altri sono tutti solitari, isole galleggianti in un mare immobile.
L'inesorabilità della scrittura di questa autrice mi ha stregata. Non succede nulla e nello stesso tempo succede di tutto. Sliding doors come se non ci fosse un domani, promontori solitari e noiosi dove all'improvviso si bruciano persone su una pira in spiaggia, abiti verdi le cui sfumature di colore fanno differenze enormi, segreti inconfessabili e a volte inconfessati, vite che si sgretolano in un attimo o che continuano a procedere lente, inesorabili appunto, come se nulla fosse.
Di solito scrivo brani tratti direttamente dal libro che ho letto ma stavolta non lo farò. Non ne vale la pena, probabilmente i pezzi che sceglierei perderebbero significato e sarebbero avvilenti per lo stile, la prosa secca e femminile, il lessico ricercato e appagante scelti da Alice Munro. Perché davvero nelle sue pagine si leggono frasi di un tempo, con costruzioni perfette, parole perfette, utilizzo dei tempi verbali perfetto.
Non c'è un'esclamazione di troppo (proprio come piace a me), nulla è dato per scontato, niente è scritto male o con scarsa attenzione per la bellezza.
Insomma leggetelo e quando sarete alla fine del racconto intitolato Passione immaginate di essere al tramonto, in spiaggia e che dallo stereo del piccolo bar a picco sugli scogli parta questa canzone, esattamente come è successo a me.
P.S. Per dovere di cronaca, il mio racconto preferito è Scherzi del destino.
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martedì 12 agosto 2014
QB: una goccia nonostante
Qualcosa di brutto.
Oggi la mia lotta con la chimica mi vede in netto vantaggio. Anzi quasi pareggio. 1 a 0 per lei. Una goccia. Poi basta.
E mi sento bene.
Però nel frattempo sono diventata una fragilona. Passano gli anni e le cose peggiorano, negli ultimi mesi poi...piango anche per quello che, effettivamente, dovrebbe farmi piangere. I morti per esempio.
Ne ho visti tanti senza versare una lacrima, anche di molto vicini a me. Di giovani. Di vecchi. Di morti bene (ammesso che si possa morire bene). Di morti male. Ora patisco pure per quelli che non conosco, pure per quelli famosi.
Oggi, per esempio, è uscita la notizia che è morto Robin Williams, l'attore. S'è ammazzato.
E io, che non sopporto le frasi sui Social Network, le foto, i pezzi di film, i saluti e le cose così, non ho letto nulla. Poi stasera mamma mi chiama e mi dice che si è impiccato e che aveva il polso sinistro un po' tagliato.
Io, davanti a questo, non ce la faccio. Non che un altro suicidio sia meno grave, non che annegarsi, lanciarsi sotto al treno, bersi tutta la boccetta di gocce, sia diverso, assolutamente no. Ma non faccio che pensare a quest'uomo che si taglia un polso, che magari era destro e che quindi quando ha dovuto impugnare il coltello con la sinistra ferita non è riuscito ad andare avanti. E che comunque non ha rinunciato. Ha avuto tempo e ha continuato. Cintura, porta. 911.
Cosa succede in quei minuti?
Non lo sa nessuno credo.
Né ho intenzione io, che lotto ormai solo con una goccia (yeeee!), di scrivere un pensiero qualunque sull'argomento.
Parlavo poco fa con il vicino-vicino di quell'insegna luminosa che dice EXIT e per fortuna che lui, come sempre, ha trovato il modo per affrontare un argomento serio e per fornirmi/ci all'improvviso una via di fuga veloce. E pure divertente (molto divertente).
E alla fine, se ci penso bene, questo QB: qualcosa di brutto, forse non è così terribile, perché si porta con sé una nuova capacità: soffrire per quello che è sofferenza vera. Come fanno tutti, o quasi.
In questo giorno di lavoro nonostante le ferie, di tempo grigio nonostante l'estate, di acquisti vintage nonostante il negozio fosse un centro estetico, in questo giorno di nonostante voglio essere felice. Nonostante.
E magari rivolgere un pensiero volante a una persona che non è riuscita a continuare, che ha aperto quella maledetta porta EXIT, nonostante fosse famosa o lo fosse stata, nonostante fosse conosciuta, amata, apprezzata.
Quel nonostante l'ha fregata.
Che peccato.
Oggi la mia lotta con la chimica mi vede in netto vantaggio. Anzi quasi pareggio. 1 a 0 per lei. Una goccia. Poi basta.
E mi sento bene.
Però nel frattempo sono diventata una fragilona. Passano gli anni e le cose peggiorano, negli ultimi mesi poi...piango anche per quello che, effettivamente, dovrebbe farmi piangere. I morti per esempio.
Ne ho visti tanti senza versare una lacrima, anche di molto vicini a me. Di giovani. Di vecchi. Di morti bene (ammesso che si possa morire bene). Di morti male. Ora patisco pure per quelli che non conosco, pure per quelli famosi.
Oggi, per esempio, è uscita la notizia che è morto Robin Williams, l'attore. S'è ammazzato.
E io, che non sopporto le frasi sui Social Network, le foto, i pezzi di film, i saluti e le cose così, non ho letto nulla. Poi stasera mamma mi chiama e mi dice che si è impiccato e che aveva il polso sinistro un po' tagliato.
Io, davanti a questo, non ce la faccio. Non che un altro suicidio sia meno grave, non che annegarsi, lanciarsi sotto al treno, bersi tutta la boccetta di gocce, sia diverso, assolutamente no. Ma non faccio che pensare a quest'uomo che si taglia un polso, che magari era destro e che quindi quando ha dovuto impugnare il coltello con la sinistra ferita non è riuscito ad andare avanti. E che comunque non ha rinunciato. Ha avuto tempo e ha continuato. Cintura, porta. 911.
Cosa succede in quei minuti?
Non lo sa nessuno credo.
Né ho intenzione io, che lotto ormai solo con una goccia (yeeee!), di scrivere un pensiero qualunque sull'argomento.
Parlavo poco fa con il vicino-vicino di quell'insegna luminosa che dice EXIT e per fortuna che lui, come sempre, ha trovato il modo per affrontare un argomento serio e per fornirmi/ci all'improvviso una via di fuga veloce. E pure divertente (molto divertente).
E alla fine, se ci penso bene, questo QB: qualcosa di brutto, forse non è così terribile, perché si porta con sé una nuova capacità: soffrire per quello che è sofferenza vera. Come fanno tutti, o quasi.
In questo giorno di lavoro nonostante le ferie, di tempo grigio nonostante l'estate, di acquisti vintage nonostante il negozio fosse un centro estetico, in questo giorno di nonostante voglio essere felice. Nonostante.
E magari rivolgere un pensiero volante a una persona che non è riuscita a continuare, che ha aperto quella maledetta porta EXIT, nonostante fosse famosa o lo fosse stata, nonostante fosse conosciuta, amata, apprezzata.
Quel nonostante l'ha fregata.
Che peccato.
lunedì 29 luglio 2013
Il peso, la forma e la natura delle cose
Se poi andiamo a vedere, non è vero che portando qui questi tre esperimenti io stia ponendo la giusta distanza fra me e il mondo: il concetto di galleggiamento è infatti uno dei tanti affrontati nel blog, applicando la sensazione sospesa agli stati dell'animo più che alle leggi della fisica vera e propria.
Esperimento N°1
Uovo su o uovo giù?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
sale
un uovo di gallina (fresco)
- Procedimento:
Riempite la bacinella d'acqua e immergete delicatamente l'uovo...che succede? L'uovo va immediatamente a sdraiarsi sul fondo. Ma se aggiungete del sale nell'acqua? Cosa accade? Provate, dovrete metterne molto (almeno per me è andata così), dovrete farlo sciogliere bene e vi accorgerete che prima l'uovo si posizionerà in verticale e poi comincerà a risalire in superficie.
- Considerazioni:
Una considerazione che si può fare riguarda per esempio il Mar Morto e la sua nota "galleggiabilità", dovuta proprio alla grande quantità di sale contenuta nell'acqua. Potete anche far ragionare i piccoli sulle differenze tra fare il bagno in mare o al lago: dove si galleggia meglio? In ultimo potete fare riferimento all'eventualità che l'uovo utilizzato non sia fresco: cosa accadrebbe in questo caso? L'uovo galleggerebbe anche in acqua dolce, perché la bolla d'aria formatasi al suo interno con l'invecchiamento funzionerebbe come una sorta di "vescica natatoria". Ma che cosa è la vescica natatoria? Noi l'abbiamo? Come funziona? Si potrebbe, naturalmente, continuare all'infinito...i bambini di solito sono in grado di condurre una lezione dove vogliono loro, rendendola spesso molto più interessante di quanto abbiamo immaginato noi nel prepararla.
Esperimento N°2
Tre e tre
- Occorrente:
tre bacinelle (possibilimente trasparenti e uguali, possibilmente con coperchio...credo che quelle a mia disposizione fossero IKEA)
tre candele (rigorosamente uguali, io ho usato ancora una volta quelle piccole IKEA, togliendo stoppino e rivestimento in alluminio)
acqua
alcool
olio (io ne ho usato un tipo molto economico, di semi)
- Procedimento:
Riempite le tre bacinelle (bastano quattro dita di liquido), una con alcool, una con olio, una con acqua, senza che i bimbi vi vedano (potete anche farlo fare a loro e coinvolgerli dall'inizio dell'esperimento, io preferisco sempre l'iniziale effetto sorpresa per catturare l'attenzione stimolando domande e idee). Disponete i tre contenitori su un tavolo senza scoperchiarli e chiedete "cosa c'è dentro?". Facilmente l'acqua verrà indovinata subito, più difficile sarà invece riconoscere gli altri due liquidi, ci sarà chi dirà succo di pompelmo, succo d'arancia, pipì, ma nel mio caso nessuno ha ipotizzato olio e alcool. Il secondo passaggio per l'identificazione è stato provare a stuzzicare un altro senso oltre a quello della vista: l'olfatto. Togliendo il coperchio alle bacinelle l'alcool è stato subito indovinato mentre per l'olio non c'è stato nulla da fare, ho dovuto svelare io il mistero. L'ultimo punto è consistito nel fare previsioni sull'immersione delle tre candele: come si comporteranno? Ognuno ha detto la sua, chi sosteneva sarebbero affondate in ogni liquido, chi era convinto del contrario, chi differenziava a seconda della bacinella. Il risultato dovrebbe vedere una candela galleggiare sull'acqua, una affondare un poco nell'olio e una precipitare completamente nell'alcool...perché?
- Considerazioni:
Questo esperimento permette di introdurre il concetto di peso specifico, il corpo immerso è infatti sempre il medesimo ma cambia il peso specifico del liquido usato, l'acqua ha il peso specifico più alto e l'alcool il più basso. Un buon metodo per spiegare questo concetto con semplicità può essere anche quello di far cadere un po' di gocce d'olio nella bacinella con l'acqua: cosa succede?
Esperimento N°3
Foglio, fagotto o pallina?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
qualche pezzo di carta stagnola di uguali dimensioni
- Procedimento:
Riempire la bacinella con l'acqua e cominciare a creare forme diverse con i pezzi di alluminio, per esempio un tubicino, una pallina molto schiacciata, un fagottino, una barchetta, un foglio lasciato tal quale...
Immergete le varie forme nella bacinella e osservate cosa accade.
- Considerazioni:
Come si noterà facilmente, il foglio di alluminio lasciato intatto galleggia tranquillamente e va a fondo solo se ricoperto dall'acqua, anche la pallina schiacciata va sul fondo, mentre il fagottino rimane in superficie: questo accade perché l'aria contenuta in esso lo rende galleggiante. E' la forma distesa del foglio di alluminio, invece, a permettergli di galleggiare, così come noi restiamo sul pelo dell'acqua quando ci sdraiamo a stella e facciamo più fatica se raccogliamo per esempio le gambe al petto. Sono quindi molto importanti, ai fini del galleggiamento, anche la forma dell'oggetto immerso e la presenza, al suo interno, dell'aria.
Esperimento N°1
Uovo su o uovo giù?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
sale
un uovo di gallina (fresco)
- Procedimento:
Riempite la bacinella d'acqua e immergete delicatamente l'uovo...che succede? L'uovo va immediatamente a sdraiarsi sul fondo. Ma se aggiungete del sale nell'acqua? Cosa accade? Provate, dovrete metterne molto (almeno per me è andata così), dovrete farlo sciogliere bene e vi accorgerete che prima l'uovo si posizionerà in verticale e poi comincerà a risalire in superficie.
- Considerazioni:
Una considerazione che si può fare riguarda per esempio il Mar Morto e la sua nota "galleggiabilità", dovuta proprio alla grande quantità di sale contenuta nell'acqua. Potete anche far ragionare i piccoli sulle differenze tra fare il bagno in mare o al lago: dove si galleggia meglio? In ultimo potete fare riferimento all'eventualità che l'uovo utilizzato non sia fresco: cosa accadrebbe in questo caso? L'uovo galleggerebbe anche in acqua dolce, perché la bolla d'aria formatasi al suo interno con l'invecchiamento funzionerebbe come una sorta di "vescica natatoria". Ma che cosa è la vescica natatoria? Noi l'abbiamo? Come funziona? Si potrebbe, naturalmente, continuare all'infinito...i bambini di solito sono in grado di condurre una lezione dove vogliono loro, rendendola spesso molto più interessante di quanto abbiamo immaginato noi nel prepararla.
Esperimento N°2
Tre e tre
- Occorrente:
tre bacinelle (possibilimente trasparenti e uguali, possibilmente con coperchio...credo che quelle a mia disposizione fossero IKEA)
tre candele (rigorosamente uguali, io ho usato ancora una volta quelle piccole IKEA, togliendo stoppino e rivestimento in alluminio)
acqua
alcool
olio (io ne ho usato un tipo molto economico, di semi)
- Procedimento:
Riempite le tre bacinelle (bastano quattro dita di liquido), una con alcool, una con olio, una con acqua, senza che i bimbi vi vedano (potete anche farlo fare a loro e coinvolgerli dall'inizio dell'esperimento, io preferisco sempre l'iniziale effetto sorpresa per catturare l'attenzione stimolando domande e idee). Disponete i tre contenitori su un tavolo senza scoperchiarli e chiedete "cosa c'è dentro?". Facilmente l'acqua verrà indovinata subito, più difficile sarà invece riconoscere gli altri due liquidi, ci sarà chi dirà succo di pompelmo, succo d'arancia, pipì, ma nel mio caso nessuno ha ipotizzato olio e alcool. Il secondo passaggio per l'identificazione è stato provare a stuzzicare un altro senso oltre a quello della vista: l'olfatto. Togliendo il coperchio alle bacinelle l'alcool è stato subito indovinato mentre per l'olio non c'è stato nulla da fare, ho dovuto svelare io il mistero. L'ultimo punto è consistito nel fare previsioni sull'immersione delle tre candele: come si comporteranno? Ognuno ha detto la sua, chi sosteneva sarebbero affondate in ogni liquido, chi era convinto del contrario, chi differenziava a seconda della bacinella. Il risultato dovrebbe vedere una candela galleggiare sull'acqua, una affondare un poco nell'olio e una precipitare completamente nell'alcool...perché?
- Considerazioni:
Questo esperimento permette di introdurre il concetto di peso specifico, il corpo immerso è infatti sempre il medesimo ma cambia il peso specifico del liquido usato, l'acqua ha il peso specifico più alto e l'alcool il più basso. Un buon metodo per spiegare questo concetto con semplicità può essere anche quello di far cadere un po' di gocce d'olio nella bacinella con l'acqua: cosa succede?
Esperimento N°3
Foglio, fagotto o pallina?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
qualche pezzo di carta stagnola di uguali dimensioni
- Procedimento:
Riempire la bacinella con l'acqua e cominciare a creare forme diverse con i pezzi di alluminio, per esempio un tubicino, una pallina molto schiacciata, un fagottino, una barchetta, un foglio lasciato tal quale...
Immergete le varie forme nella bacinella e osservate cosa accade.
- Considerazioni:
Come si noterà facilmente, il foglio di alluminio lasciato intatto galleggia tranquillamente e va a fondo solo se ricoperto dall'acqua, anche la pallina schiacciata va sul fondo, mentre il fagottino rimane in superficie: questo accade perché l'aria contenuta in esso lo rende galleggiante. E' la forma distesa del foglio di alluminio, invece, a permettergli di galleggiare, così come noi restiamo sul pelo dell'acqua quando ci sdraiamo a stella e facciamo più fatica se raccogliamo per esempio le gambe al petto. Sono quindi molto importanti, ai fini del galleggiamento, anche la forma dell'oggetto immerso e la presenza, al suo interno, dell'aria.
lunedì 6 maggio 2013
"Rispondimi di sera, dopo un bicchiere giusto."
Il titolo di questo post arriva diretto dall'ultimo libro che ho letto, in tre giorni, nelle mini pause dal lavoro e dallo studio, per prepararmi all'incontro di mercoledì sera.
Il libro è Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo, dove il narratore è Erri De Luca e il biologo è Paolo Sassone-Corsi, l'incontro è con gli autori, alla Feltrinelli, dopodomani alle 18.
Mi capita qualche volta di leggere libri un poco più "scientifici", dove non ci sono solo storie, personaggi, trame e paesaggi. Ricordo l'anno scorso (o forse due?) il saggio di Oliver Sacks che mi aprì al concetto di per(proprio)cezione corporea, un mese fa a quest'ora ero immersa (assai dolorosamente) in Donne che amano troppo e oggi, per pranzo, ho mantenuto la promessa: sono uscita dall'Università, ho cercato e trovato una scaletta isolata e ho finito di leggere questo mini volume bianco abbracciata da un sole incerto.
Io, "scienziata" per errore, ancora molto (forse troppo) legata alle parole, alla storia dei posti, al mistero dell'arte, mi sono un po' riappacificata con il senso di inadeguatezza che per anni ho sentito rendendomi conto di stare eccessivamente lontana dalla vita di laboratorio, fatta di calcoli, previsioni, tentativi. Tutte cose che, in verità, in passato ho messo assai in pratica nel quotidiano, ottenendo la fama di quella che programma sempre tutto, non lascia nulla al caso (anzi Caso), non si gode la vita alla giornata.
Ora che forse questa Elena super organizzata e previdente è rimasta indietro, mi sono automaticamente avvicinata di più alla scienza per lavoro e, come nel caso della lettura di questo libro, per puro interesse. Lo stesso che mi spinge a seguire i laboratori di Robotica Educativa, attraverso i quali la matematica, la meccanica, i numeri insomma, possono aiutare addirittura a scrivere e diffondere una storia.
Nel libro di Erri e Paolo (e un poco anche di Emiliana, moglie di Paolo e scienziata come lui) ci sono Napoli, i batteri, la montagna, le stelle, la notte, il giorno, il vino (v. titolo del post), la chimica, Dio, il sole, la lontananza, i perché, le risposte a questi perché, l'amicizia, l'uomo, mille altri argomenti che hanno segnato il mio andare e spunti che da anni porto con me quando cerco di far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, ma anche quando tento di godermi la vita per come arriva.
Una sera di qualche tempo fa un discorso simile a quelli affrontati dagli autori di Ti sembra il caso? rovinò una serata, mi ferì profondamente e mi fece riflettere per mesi. Tuttora ne porto il segno, un taglio nell'anima che mi costringe a relativizzare e a scervellarmi sul piccolo e sul grande, come Erri scrive all'inizio.
Quel discorso mi unisce alla persona con cui lo feci, con cui, ancora oggi, spesso capita di ricordarlo e con cui, mercoledì, sarò a sentire Erri e il suo amico Paolo parlare di amore per la scienza e amore per la vita.
Il libro è Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo, dove il narratore è Erri De Luca e il biologo è Paolo Sassone-Corsi, l'incontro è con gli autori, alla Feltrinelli, dopodomani alle 18.
Mi capita qualche volta di leggere libri un poco più "scientifici", dove non ci sono solo storie, personaggi, trame e paesaggi. Ricordo l'anno scorso (o forse due?) il saggio di Oliver Sacks che mi aprì al concetto di per(proprio)cezione corporea, un mese fa a quest'ora ero immersa (assai dolorosamente) in Donne che amano troppo e oggi, per pranzo, ho mantenuto la promessa: sono uscita dall'Università, ho cercato e trovato una scaletta isolata e ho finito di leggere questo mini volume bianco abbracciata da un sole incerto.
Io, "scienziata" per errore, ancora molto (forse troppo) legata alle parole, alla storia dei posti, al mistero dell'arte, mi sono un po' riappacificata con il senso di inadeguatezza che per anni ho sentito rendendomi conto di stare eccessivamente lontana dalla vita di laboratorio, fatta di calcoli, previsioni, tentativi. Tutte cose che, in verità, in passato ho messo assai in pratica nel quotidiano, ottenendo la fama di quella che programma sempre tutto, non lascia nulla al caso (anzi Caso), non si gode la vita alla giornata.
Ora che forse questa Elena super organizzata e previdente è rimasta indietro, mi sono automaticamente avvicinata di più alla scienza per lavoro e, come nel caso della lettura di questo libro, per puro interesse. Lo stesso che mi spinge a seguire i laboratori di Robotica Educativa, attraverso i quali la matematica, la meccanica, i numeri insomma, possono aiutare addirittura a scrivere e diffondere una storia.
Nel libro di Erri e Paolo (e un poco anche di Emiliana, moglie di Paolo e scienziata come lui) ci sono Napoli, i batteri, la montagna, le stelle, la notte, il giorno, il vino (v. titolo del post), la chimica, Dio, il sole, la lontananza, i perché, le risposte a questi perché, l'amicizia, l'uomo, mille altri argomenti che hanno segnato il mio andare e spunti che da anni porto con me quando cerco di far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, ma anche quando tento di godermi la vita per come arriva.
Una sera di qualche tempo fa un discorso simile a quelli affrontati dagli autori di Ti sembra il caso? rovinò una serata, mi ferì profondamente e mi fece riflettere per mesi. Tuttora ne porto il segno, un taglio nell'anima che mi costringe a relativizzare e a scervellarmi sul piccolo e sul grande, come Erri scrive all'inizio.
Quel discorso mi unisce alla persona con cui lo feci, con cui, ancora oggi, spesso capita di ricordarlo e con cui, mercoledì, sarò a sentire Erri e il suo amico Paolo parlare di amore per la scienza e amore per la vita.
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giovedì 25 aprile 2013
Libere promesse
Domani è il 25 aprile, Festa della Liberazione.
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/
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lunedì 28 maggio 2012
Un bauletto speciale
Questa è la storia di un bauletto speciale:
è un pò che non scrivo di fai da te, di materiali di recupero, di oggetti frutto del riciclo e così sono contenta di presentarvi l'ultima creazione di mamma.
La borsa della foto l'ha fatta lei: aiutata dalla sua maestra delle Scuole Vespertine, ha raccolto copie su copie della rivista con cui collaboro e pazientemente ha incastrato 700 (settecento!) tasselli di carta, plastificandoli uno per uno, cucendoli tra loro e scegliendo con cura i soggetti da mettere in risalto con l'intreccio.
Non è possibile stare qui a spiegare il meccanismo di produzione, ci vorrebbe un post lungo mille righe e probabilmente mi sarebbe molto difficile rendere comprensibili i vari passaggi della realizzazione, soprattutto dal momento che non l'ho fatto io.
Posso sicuramente affermare che è stato un lavoro lunghissimo e mia madre molto paziente: ogni sera, per settimane, l'ho trovata al tavolo di cucina che tagliava, piegava, contava, misurava, cuciva, intrecciava...in silenzio, con la musica accesa e la gatta tra i piedi.
Una volta preparati i fianchi e la base, la maestra e la mamma hanno incastrato il tutto, aggiunto chiave e lucchetto, piedini in metallo e piccole rifiniture; io sono intervenuta solo nella scelta delle maniglie e della cerniera, optando per un bel verde bosco ovviamente. Ora non mi resta che vantarmi con tutti, portarla in redazione e sfoggiarla nelle sere d'estate.
Grazie mamma!
lunedì 18 aprile 2011
Aria sospesa
Vi è ma capitato di avere quella sensazione per cui qualcosa di strano sta per accadere e vi trovate esattamente nell'attimo che precede la catastrofe?
Tipo Jurassic Park prima che arrivi il T-Rex e la terra trema a intervalli regolari, o tipo Hereafter quando lo Tzunami alza un venticello anomalo ad annunciare l'onda...
Oggi è tutto il giorno che l'aria è così. Una sorta di tensione continua, impalpabile e nello stesso tempo maledettamente presente. Se davvero la mia vita fosse una specie di The Truman Show allora oggi la produzione è stata al limite del collasso, un pò di attenzione in più e li avrei smascherati tutti!
Già la luce in giardino prima delle 8 era strana, il treno preso al volo come se mi aspettasse, fermo, sul binario morto. L'autobus immobile alla fermata, con un unico posto libero è partito non appena mi sono seduta, solita persona rimasta chiusa nelle porte, solita colazione e solite facce sorridenti. Un salto in ufficio e da quel momento ecco la catena di strane congiunture: l'auto che vaga per il parcheggio del dipartimento senza nessuno a bordo (compreso l'autista), io che ad alta voce e senza alcuna preoccupazione apparente dico "Ma quella macchina va da sola?" e i due ragazzi che tirano il freno a mano infilandosi dai finestrini un attimo prima di scontrare le auto in sosta. La persona accanto a me alla fermata del bus, la stessa che esattamente un anno fa incontrai sull'autobus. La macchina che all'incrocio non dà la precedenza all'ambulanza e la frenata che evita per un millimetro l'impatto. Il tutto avvolto da una luce fortissima, così intensa che tenere gli occhi aperti è faticoso, con le persone riverse sulle panchine come gatti e i pescatori in Darsena che cuciono le reti come in un film di Montalbano. Oggi il tempo sembra non scorrere mai, il terrazzo bianco di sole ha bevuto tutta l'acqua che gli ho dato fino a che il tubo di gomma si è staccato dalla vasca e si è allagato ovunque, una telefonata di lavoro inaspettata ha messo in moto i prossimi giorni pre festa e la puntura non ha voluto entrare alla prima. Devo preparare l'animazione di mercoledì e pulire casa.
Sono le sei e mezza di sera e c'è ancora tantissima luce.
P.S. per dovere di cronaca, dopo una gran serata col vicino-vicino, un blackout nelle vie "su da noi" mentre sfogliavamo attico e postulavamo teorie di parallelismi acquisto immobile/amore-sesso ha concluso in bellezza questo delirio.
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venerdì 14 gennaio 2011
Un giorno perfetto

La stanchezza che ho stasera.
L'urgenza di questo post. In un giorno perfetto.
La sveglia prima delle sette, la doccia veloce e il treno...lento.
Quattro ore di corso per diventare project manager dei miei coglioni inframezzate da telefonate all'ARPAL, alle colleghe, al Prof. Strappo in macchina dell'ultimo minuto, pranzo al volo col panino più schifoso della storia dei panini schifosi.
Biblioteca per un paio d'ore, a casa per cambiarmi, mangiare qualche biscotto e bere un bicchiere di latte, perchè dalle sei turno al Belleville.
Un super turno in serata degustazione. Storie di castagne e birra...tutto ottimo, tanta gente, molti amici, parecchio da fare, fatica, bicchieri da lavare, organizzazione per i giorni successivi.
Ma mentre dietro al bancone preparavo i caffè stavo bene, ero contenta. Ho fatto l'ordine di Dolcetto da ValliUnite, ho mangiato arrosto ripieno con le patate al forno, biscotti e birra buonissima. Ho anche svuotato i barattoli di marmellata di castagne.
Ho salutato tutti e sono tornata a casa a piedi, con un vicino-vicino accanto che scampanellava con la bici a tempo di musica e la voglia di tana in ogni singolo muscolo. Domani si ricomincerà: analisi con camici da due quintali addosso, prelievi e resina, inagurazione della mostra fotografica del vicino-vicino con annesse scarpe col tacco.
Ma non importa. Tanto impegno, tanta fatica ma tranquillità. Mi sembra di essere in totale pace, più di così non mi sarebbe possibile fare. Non sto lavorando troppo, non sto cazzeggiando troppo, non sto dormendo troppo, non sto amando troppo, non sto mangiando troppo, non sto bevendo troppo, non mi sto arrabbiando troppo...ma sto facendo tutte queste cose, il giusto.
E quando passo da casa mi capita pure di essere inondata da una strana luce fuxia e salire in terrazza, per trovarmi davanti lo spettacolo che c'è in foto...
Buonanotte
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domenica 7 novembre 2010
Un asterisco rosso tra due parentesi quadrate.

Eccoci.
Ultimo giorno di Festival quasi trascorso.
Per me i turni sono finiti ieri in realtà, oggi i laboratori li ho vissuti da ospite.
Primo anno da animatrice, primo anno anche da proponente in verità...non mi sono fatta mancare niente.
Il Festival è iniziato a Gennaio per noi che abbiamo inviato la proposta, che siamo stati accettati, che abbiamo mandato la bozza, preso contatti, cercato fondi, raccolto informazioni, realizzato i pannelli, trasferito un intero laboratorio di chimica in un museo.
Per me il Festival è iniziato a Gennaio e proseguito fino a Novembre, come animatrice che ha raccontato la storia del colore nei secoli e aiutato centinaia di visitatori a creare il loro personale pigmento.
Sono stata fortunata, perchè ho conosciuto un sacco di persone interessanti, perchè ho arricchito il mio cevello, ho riso tanto, ho lavorato e ho guadagnato, soprattutto in esperienza.
Eticamente non so come prenderla, c'è la scienza di mezzo, c'è l'Enel, c'è il nucleare...e io faccio parte di Terra! Onlus. Però emotivamente...tanta roba...
Ho conosciuto il vicino-vicino all'inizio dell'anno, più o meno, e si sta giocando con Sturm il podio di nuova persona 2010...con lei c'è stato il Corso WWF, con lui c'è stato il Festival e, sebbene le vedessi entrambe come cose lontanissime da me, le ho fatte comunque e mi è piaciuto.
Inutile dire che la mia squadra animatori sia stata fantastica, avendo trascorso dieci giorni insieme se non ci fosse stato feeling sarebbe andata male; però anche i bimbi delle scuole che hanno lasciato i loro messaggi, le insegnanti entusiaste, le famiglie, i toscani alla ricerca di colori naturali, gli amici in visita, hanno contribuito a farmi venire voglia di infilarmi il camice tutti i giorni e parlare per ore.
E' stancante, nel corpo e nello spirito, ma dà soddisfazione, soprattutto leggere le dediche dei più piccoli e vedere la sorpresa nei loro occhi.
Abbiamo raccontato storie, fatto indovinelli, mostrato foto, fatto battute. Abbiamo riso tra noi, ci siamo presi in giro e aiutati a vicenda, ci siamo suddivisi il lavoro senza difficoltà, almeno per me.
Ora non resta che festeggiare: tra meno di un'ora nell'atrio di Palazzo Ducale saremo una marea e tutti pronti a bere e a divertirci, per rilassarci, allontanare la fatica, scambiarci opinioni ed esperienze.
Centinaia di ragazzi con un asterisco rosso tra due parentesi quadrate appeso al collo.
martedì 25 maggio 2010
Il consulente del lavoro (o i sogni son desideri…)
Ieri sera sono rimasta d'accordo con le mie colleghe che avrei potuto lavorare da casa oggi. E’ un periodo in cui ci sono molte cose da fare ma tutte più o meno gestibili separatamente e non per forza dall’ufficio.
Verso mezzanotte, con una spalla dolorante dopo la mia seconda serata di arrampicata, mi inerpico sul soppalco, rito della crema, un po’ di Murakami e poi ecco Morfeo.
Come sempre non fila tutto liscio: caldo, brividi, coliche, rumori, pipì, sete, fianco sinistro, ma niente fianco destro perché il tricipite tira…Tra un tormento e l’altro però dormo. E sogno. Almeno tre volte, almeno tre sogni diversi. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, come a un matrimonio. Fondamentale il tema dell’acqua, saranno le mie letture giapponesi di primavera ma in tutti e tre i sogni o pioveva o c’erano terme, piscine, bagni pubblici, rubinetti.
Il sogno più buffo però è stato sicuramente l’ultimo (o almeno quello che mi pare di aver fatto dopo la metà della notte).
Era mattina presto e mi arrivava un sms dalle mie colleghe che, per qualche intoppo e impegno improvviso mi informavano che dovevo andare in ufficio nonostante gli ultimi accordi. Mi vestivo e uscivo dalla sorta di capannone-campus in cui vivevo, molto più simile alla palestra di arrampicata in cui vado che a qualunque tipo di abitazione.
Fuori dal portone mi aspettavano le altre, che parlavano a bassa voce tra loro senza condividere con me le loro chiacchiere: mi arrabbiavo e chiedevo spiegazioni. L’unico risultato era un sorriso e un “No niente, parlavamo di altre cose, non di te. Andiamo in ufficio così vedi le novità”. Io mi incammino, staccata da loro, telefono a Giacomo e gli spiego che sta succedendo qualcosa che non capisco, che sono angosciata e che non se ne parla di andare in vacanza prima che questa strana sensazione mi sia passata. Lui protesta e io lancio con forza il cellulare in una pozzanghera, mi avvicino con i miei stivali di gomma rossi, l’ombrello rosso, il cappuccio in testa e guardo tutti i pezzi di plastica che galleggiano sull’acqua.
Mi volto e seguo le altre fino all’ufficio, lì ci sono il Prof, una mia compagna di liceo e un ragazzo mai visto prima, girato di schiena sulla sedia di stoffa blu. La stanza però non è la solita, ma è la camera di Alessia, la mia più grande amica di infanzia; la attraverso e vado di fronte al signore seduto. Lui si volta, ha un viso conosciuto e uno sguardo dolce, non riesco però a capire chi sia nonostante mi ispiri tantissima fiducia. Mi prende subito le braccia, una per una e mi risvolta le maniche del Montgomery, poi mi fa sedere su di lui e mi comincia a parlare in francese.. Io gli appoggio la testa sulla spalla mentre lui mi accarezza la testa, la schiena e mi chiede cosa provo. Sono stupita, mi viene da piangere ma nello stesso tempo sono rilassata come mai in vita mia, perciò gli dico che sono tranquilla, che mi fa stare bene e che sono molto stanca. Allora mi fa sdraiare, sul fianco destro (la spalla non mi fa male!) e lui fa altrettanto, guardandomi sempre negli occhi e accarezzandomi il viso. Continua a chiedermi di parlare, di lasciarmi andare e di dirgli cosa sento, io rispondo che sto benissimo, ma questa a lui sembra una cosa strana: le mie colleghe però dicono che lo sapevano che avrei reagito così, che chiamare uno come lui avrebbe fatto solo che bene alla mia tranquillità. Io sono confusa, come quando ci si sente anestetizzati da un bagno caldo in inverno, tengo gli occhi chiusi, ripeto che sono rilassata, mentre il misterioso ragazzo mi sussurra “Really?”.
A questo punto me lo chiedo anche io: “Really?”
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