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sabato 16 aprile 2016

Basta rimanere in silenzio

Inteso come "è sufficiente stare in silenzio".
Avviso già che questo sarà un post ad alto tasso di giudizio e di profonda condanna per le persone che giudicano. Insomma, un controsenso assoluto.

Ho ricevuto un'educazione parecchio rigida, dovuta a un'età non giovanissima dei miei (per l'epoca, s'intende, ora sarebbero considerati dei genitori-bambini) e a una zona di crescita geograficamente più propensa alla chiusura. Per intenderci, sono nata in campagna e quando ho traslocato, a inizio adolescenza, sono andata a vivere in un posto servito da un autobus ogni ora e zero treni per raggiungere il primo centro (realmente) abitato. Avevo orari ferrei per tornare a casa, sono potuta rientrare dopo la mezzanotte solo poco prima dei diciotto anni, sono andata in vacanza con gli amici da sola per il Capodanno del duemila, tre giorni prima di diventare maggiorenne, con grandissimo disappunto di mio padre.
Me lo ricordo ancora:
Mamma: "Giancarlo, dai, compie gli anni il 3 gennaio..."
Papa: "Lo so, quindi ora ha 17 anni e decido io."
Ha vinto mamma, ma che sudata!

Ho fatto le mie cazzate, più o meno gravi, più o meno irrisolvibili. Ho fatto piangere i miei, pochissime volte, ma l'ho fatto. Li ho sicuramente preoccupati, soprattutto nell'età critica tra i 14 e i 19 anni, poi mi sono calmata e la vita ha fatto il resto, provando ad ammazzarmi e riuscendo ad ammazzare mio padre.

Ho abitato fino ai 28 anni con un'insegnante, che di rigore e disciplina se ne intende assai e di genitori di merda pure.
Ho studiato tutto quello che ho potuto studiare, ho lavorato in tutti i campi che mi sono capitati, sono stata (e sono) in analisi, ho vissuto relazioni quasi sempre lunghe e importanti, ho preso facciate medio-brutte, ho avuto parecchio paura di non farcela da sola.

Mio padre era una persona complicata, soprattutto per se stessa, e di conseguenza per gli altri. Il mini paesino in cui sono diventata adulta è un posto meraviglioso ma davvero difficile, se si è deciso di avere una vita. Ringrazierò sempre mia madre per avermi accompagnata a prendere il treno mille volte e la mia pazienza infinita per aver atteso ore autobus in perenne ritardo (e che spesso non arrivavano proprio).

In tutta questa fatica, che per me è sempre stata normale routine (e questo, fortunatamente, è un bagaglio di inestimabile valore, che mi fa sopportare e supportare scioperi e disagi cittadini senza fare rumore), io non mi sono mai sentita giudicata male. Né dalla mia famiglia (intesa come mamma e papà) né dai miei vicini più stretti. Quando ho iniziato a percepire che per me era il momento giusto me ne sono andata, consapevole che le cose cambiano, diventano altro, spesso peggiorano a causa del mondo che va avanti e non possiamo fare nulla, se non accettarle.

Non sempre mia madre e mio padre hanno apprezzato le mie scelte, mio padre a volte nemmeno le ha viste, preso com'era dalle sue difficoltà. Di certo non si sono mai permessi di farmi sentire sbagliata per quello che ero e che volevo fare.

Ora, sempre più spesso, non faccio altro che trovare cattiveria e soprattutto giudizio in tutte le persone che incontro. Sia chiaro, giudicare giudichiamo tutti, chi più chi meno, ma giudicare sempre e comunque... quello no, non lo capisco.
Non ne comprendo la necessità, non ne vedo lo scopo, il tornaconto, in particolare quando si tratta di parentela, di genitori-figli e figli-genitori. Le scelte di un figlio sono le sue, lo sono quando ha tre anni come quando ne ha trenta, con la differenza che a tre anni è compito di un genitore guidare il bambino nella scelta meno pericolosa, più "buona" per lui e per la sua salute; non necessariamente per la sua felicità, perché un errore che ci rende un po' tristi non ho mai pensato sia un dramma, piuttosto credo possa diventare un insegnamento. Se questo è il ruolo di una mamma e di un papà quando il figlio ha tre anni figuriamoci quando ne ha trenta e prende decisioni autonome e personali, come deve essere. Magari sono scelte distanti da quello che ci si aspetta, a volte sono opposte, ma non capirò mai cosa spinge un genitore a giudicarle, giudicarle e giudicarle ancora. Comprendo di più il taglio netto, la presa di posizione definitiva. Il giudizio perpetuo e sfiancante, per chi lo dà e chi lo riceve, proprio non lo capisco.

Questo discorso vale anche per gli amici, che si trattano male, si disprezzano in (nemmeno troppo) segreto e continuano a cercarsi non si sa bene perché, o per i conoscenti che sorridono in loop e intanto pensano le peggio cose possibili sul conto della persona a cui hanno rivolto un gioioso quanto falso saluto. Si fanno scelte, si hanno idee e sentimenti, si prendono posizioni. Non mi pare né difficile né sbagliato.

Prima di tutto questo, però, credo che basterebbe rimanere in silenzio davanti alle decisioni altrui, perché più spesso di quanto crediamo nascono da un vissuto che non abbiamo non solo nessun diritto di giudicare, ma probabilmente nemmeno di provare a capire. Possiamo solo rispettarlo, stando zitti.

domenica 6 marzo 2016

Chi va piano va sano e va lontano

Sono una persona costante, credo. Ma parto a rallentatore.

Non nel senso che pondero molto prima di rimboccarmi le maniche, tutt'altro. All'inizio di ogni nuova cosa che mi capita sono frenata soprattutto dal fatto che, fondamentalmente, non ci credo. Non so cosa significhi buttarsi a capofitto. Non dico quasi mai di no alle occasioni che mi si presentano, ma certamente non mi vedrete lanciata nei primi momenti di un progetto.
Che sia questione di sentimenti, affetti, lavoro, passioni, sport: piano piano...forte forte.

Verso i vent'anni mi comprai un libro intitolato La paura degli altri, non nel senso di quello che gli altri temono, ma proprio nel senso di avere paura del prossimo. Ero terrorizzata all'idea di trovarmi al centro dell'attenzione, ero stata una bambina fobica delle recite, delle gare di atletica e di nuoto, degli spettacoli di pattinaggio e danza, delle partite di pallavolo. Comprando quel libro volevo capire cosa succedesse nella mia testa ogni volta che si presentava l'occasione di avere degli occhi puntati addosso. Ricordo che mi servì moltissimo leggere le storie raccontate, le soluzioni, le terapie di tante persone spaventate dal resto del mondo almeno quanto me. Lentamente, ci vollero anni e tantissima pratica, parlare in pubblico divenne più semplice. Non feci entrare nessuno durante la discussione della mia tesi di laurea, né la prima né la seconda volta. Non invitai mai amici e parenti a convegni, seminari, conferenze nei quali era previsto un mio intervento. Non condivisi belle figure, successi, gioie. Ma lavorai duramente e ottenni tanti risultati: ora, per esempio, fare lezione in classe, raccontare il mio lavoro, animare un laboratorio, organizzare attività per il pubblico e con il pubblico, non solo sono lavori che faccio con naturalezza, ma sono anche lavori che mi piacciono moltissimo.

Quando iniziai a scrivere qui sul blog non pensavo assolutamente che sarebbe durato. Aprii la pagina in pochissimo tempo e non smisi più di aggiornarla. Non ho mai creduto di saperlo fare bene, tanto meno ho pensato che le cose che lasciavo tra queste righe potessero interessare o piacere a qualcuno. Ho pochi lettori ma quei pochi mi fanno spesso sapere che le mie parole li colpiscono, li stimolano, addirittura qualcuno ha usato la parola ispirare. Incredibile.

Ho cominciato un corso di fotografia anni fa e non solo l'ho finito, ma mi sono iscritta pure al modulo avanzato, ho comprato una macchina fotografica e ho scattato foto in continuazione, in gita, in viaggio, al lavoro... sempre. Non sono certo una fotografa professionista ma mi piace e, a detta degli altri, a volte mi riesce pure piuttosto bene.

Ho scelto un'università piuttosto facile, era il 2001 e quando si è presentata l'occasione di complicare un po' le cose cambiando indirizzo...beh, l'ho fatto. A ogni esame ero certa che sarebbe andata male, ogni semestre pensavo sarebbe stato l'ultimo e il mio futuro un sonoro fallimento. Invece mi laureai, mi dottorai, ottenni un assegno di ricerca e ora vivrò fino all'autunno grazie a una borsa di studio, poi si vedrà. Certo, nel frattempo ho fatto (e faccio) tutti i lavori possibili e immaginabili per provare a mantenermi, anche cose mooooolto distanti dal mio percorso di studi, ma chissene, va bene così.

È andata allo stesso modo quando ho risposto alla prima mail dell'editore in cerca dell'autore giusto per un libro: non ero sicura di nulla esattamente tanto quanto mi sono sentita confidente e a mio agio mentre scrivevo i sei capitoli di laboratori di robotica creativa e attività con materiali di recupero che andranno a riempire le pagine del mio libro per bambini.

Ho pensato a questo post sulle partenze rallentate oggi, prima di pranzo, mentre camminavo con i miei amici nel Parco di Portofino, felice anche se in piena salita. Da bambina non amavo le gite in montagna, nonostante alla fine essere lì, tra prati mucche e sentieri mi piacesse da matti. Mi lamentavo un po' all'inizio e poi marciavo seria e concentrata fino alla meta. Lo faccio ancora adesso, iniziando piano e assestandomi poi sulle mie stesse frequenze, un passo davanti all'altro, aria dentro dal naso e fuori dalla bocca. Questo ingranaggio in movimento diventa improvvisamente la cosa più facile e indispensabile del mondo. Soprattutto se in cima alla strada ti aspetta una vista come quella nella foto, il panorama che si gode dall'Agririfugio Molini mangiando un piatto scuccuzzo con vongole e ceci e bevendo vino bianco.
Evviva.

venerdì 25 dicembre 2015

Personne


Musica.

Oggi è il venticinque Dicembre, è Natale.
Sono da mamma e non sono arrabbiata come negli anni passati. Forse mi sento un po' triste, forse angosciata, ecco sì, in ansia, ma non arrabbiata.
Nei giorni scorsi, sedute nella stanza giallina, di tutta questa presunta rabbia abbiamo provato più volte a occuparcene, senza apparenti risultati. Magari i risultati invece ci sono e questa mattina tranquilla, priva di scossoni e tensioni ma solo un poco malinconica, è la testimonianza di un piccolo successo.

Negli ultimi mesi sono successe molte cose, quasi tutte in sordina: cose che mi hanno addolorata molto, cose che mi hanno resa fiera di me, cose che hanno confermato quanto la gente possa essere cattiva e menefreghista ma anche dolce e premurosa, cose che mi hanno messa davanti a una scelta e cose che invece mi hanno tolto ogni possibilità di scegliere, cose che mi piacerebbe capire ma che probabilmente non mi sarà permesso neppure sapere, cose che hanno dimostrato la bassezza di questo mondo, di questo sistema marcio e privo di senso e cose che hanno ridato valore all'essenziale, al quotidiano, al bello, alle luci accese dietro le finestre.

Forse, con l'arrivo del nuovo anno, avrò pure un nuovo lavoro, è presto per dirlo perché io mi conosco, finché non sarò seduta, sola, con il contratto firmato e un fiume di emozioni nel cuore non sarò tranquilla, perciò preferisco aspettare.
Forse ho trovato il mio taglio di capelli definitivo, che mi fa sentire bene, che mi rappresenta nella sua irregolarità, nella sua capacità di essere spettinato per un momento e in ordine l'attimo dopo, nel suo color volpe, nella sua semplicità che passa inosservata e non dà nell'occhio.
Forse ho scoperto il ritmo della mia casa e sono riuscita a sintonizzarmi con lei, così da sentirmi meno ospite, così da non aver voglia di scappare, così da essere capace di restare e godermi i suoi angoli verdi, il tavolino con il vetro color crema, il balcone delle prove di giardinaggio, il tappeto caldo della sala.

Ma, quindi, cosa significa il titolo di questo post?
In francese, come pronome, vuol dire nessuno, ma per me vuole dire tutti. Perché tante, tantissime volte quest'anno, mi è capitato di essere sola quando stavo in mezzo alle persone e coccolata quando ero da sola. Perché molto spesso non mi sono sentita riconosciuta, anche da chi, in realtà, mi conosce benissimo.

Tra le cose che ho fatto negli ultimi mesi c'è stato il corso di francese, iniziato a settembre e terminato pochi giorni fa. Tre moduli, tre esami e una passione inaspettata per una lingua che non conoscevo, che pensavo mi sarebbe piaciuta, ma che non immaginavo avrei amato così tanto.
Essendo un corso intensivo di novanta ore, praticamente ininterrotte (sei a settimana), molti dei miei impegni sono dipesi dalle lezioni e tanti appuntamenti hanno ruotato attorno a quei pomeriggi fuori dal tempo, in un'aula brutta, in un posto brutto, ma con tante persone belle, sedute tutte insieme attorno a me. Rosalba, Marcella, Giovanna, Andrea, Alessandro, Laura, Alessandra, Federica e Gabriele sono stati i miei compagni di viaggio in questa avventura piena di stimoli, di risate, di ironia e di condivisione. Fabienne, la nostra insegnante paziente ma efficace, ci ha guidati con attenzione, senza mai dimenticare le caratteristiche di ognuno e questa, almeno per me, è stata un'enorme dimostrazione di affetto (oltre che di professionalità). Che Elena amasse le feuillage si è capito subito e si è ricordato per sempre, tanto durante gli esercizi quanto nelle battute. Allo stesso modo la passione di Andrea per la cucina, di Alessandro per Nizza o di Federica per i gatti ci hanno tenuto compagnia lungo tutto il corso. Ognuno di noi ha portato un po' di sé e lo ha donato agli altri, una cosa rara, che toglie immediatamente una n al pronome personne.

Ora, che il corso è finito, magari riusciremo comunque a studiare insieme, ci rivedremo, ma in ogni caso so che ad ognuno di loro devo un grazie, per aver trasformato in opportunità un momento destinato a farmi crescere, per avermi dimostrato che posso fare ancora un sacco di cose per me, da sola, senza sentirmi tale nemmeno un minuto.


domenica 13 dicembre 2015

"e la foglia scivola via"

Qualche sera fa mi sono imbattuta in questa poesia di strada.

Genova è tappezzata di fogli del Movimento per l'Emancipazione della Poesia e devo dire che molti dei versi che trovo per caso, camminando nei vicoli, non mi dispiacciono affatto, anzi (qui trovate il sito).
"Non siamo mai troppo lontani dalla...", c'è scritto. Lontani da cosa? Quei puntini di sospensione mi danno fastidio, perché vorrei una risposta.
In realtà vorrei una risposta a moltissime delle domande che mi pongo in questo periodo, domande che nascono da situazioni in cui mi ritrovo quasi sempre per sbaglio, mai per mia volontà e che si materializzano nell'aria rimanendo sospese, appunto, senza risposta.

...

Come ho già scritto nell'ultimo post sto facendo fatica ad aggiornare il mio blog. Non che sia un dramma, capita, però mi fa strano. Sono stata abbastanza costante sin dall'inizio e, soprattutto negli anni più recenti, ho pubblicato qualcosa ogni settimana. Ora non riesco, e il perché è una delle tante domande sospese. Ho tempo libero, lavorando da casa, eppure non ne trovo mai per entrare qui. Faccio tante cose, anche belle, eppure non ho voglia di condividerle qui. Scopro e vedo meraviglie tutti i giorni, eppure non mi viene da parlarne qui.

Allora ho pensato che di solito, quello che mi viene in aiuto quando sono bloccata, quando non so da che parte cominciare, quando mi pare di avere troppe cose da fare e tutte ugualmente urgenti, è l'elenco.
Quindi ecco un elenco sommario di ciò che sto facendo in questo periodo strano:

1. Scrivo, per il libro, per aggiornare i social network dell'associazione con cui collaboro, per Cindy (in partenza la produzione dell'ultimo Leggermente 2015!).

2. Studio, per il terzo esame di francese, poi anche questa avventura sarà finita e mi spiace proprio tanto: è stato divertente e mi è parso, finalmente, di fare qualcosa per me.

3. Ingrasso, come mai nella vita. Probabilmente i lieviti hanno deciso di rompere di nuovo i maroni, con un tempismo perfetto, considerando le vacanze di Natale e i trecentomila pranzi e/o cene a cui dovrò andare.

4. Partecipo, seppur un po' più defilata del solito, a due piccoli progetti natalizi: questo e il Secret Santa di Cindy. Il primo è un vero e proprio calendario dell'avvento fotografico; mi sto divertendo a scattare foto a tema (sbagliando per tipo cinque giorni di fila l'hashtag , ma vabbé) e mi piace l'idea di una parola precisa da provare a inseguire. Il secondo, chi non lo conosce? Il mio pacchettino è già stato spedito!

5. Costruisco, perché quando ho bisogno di rilassarmi è quello che faccio più volentieri, oltre a cucinare. Le ultime produzioni sono questo centro tavola Natalizio e questa collana, assemblata mettendo insieme un pezzo di gioiello trovato per strada, un ciondolino recuperato da mamma e una catenina di metallo.

6. Parlo, con chi mi ascolta, per provare a trovare quelle risposte di cui scrivevo prima. Non riesco a sciogliere il bandolo della matassa, ma non sentirmi sbagliata mi aiuta molto.

7. Cammino, facendo gite divertenti come quella di oggi. Un giro sulla cremagliera, una passeggiata facile ma lunghetta, una folle raccolta di bacche e rametti per abbellire la cucina (vedi punto 5).

8. Progetto, corsi che vorrei fare, cose che vorrei imparare. Prima tra tutte, per ora, la costruzione di timbri in gomma. In che senso? In questo. Una figata pazzesca, lo so.

9. Presso, le foglie che trovo, come se non ci fosse un domani. Nella foto che ho scelto per il post c'è la scatola di latta piena di foglie e fiori raccolti questo autunno e schiacciati con la mia meravigliosa Tessa La Pressa.

10. Sto ferma, ascoltando e guardando quello che succede. Mi costa una fatica boia, perché nonostante qualcuno mi dica che vivo alla giornata, sono umana pure io e a volte mi piacerebbe avere voce in capitolo, vedere che una mia azione genera una reazione più o meno nota, almeno un pochino prevedibile e non, nel migliore dei casi, completamente diversa dalle aspettative. Nel peggiore (e ultimamente molto frequente) dei casi, invece, quello che accade è l'opposto di quello che mi aspetto o che vorrei.

Io, imperterrita, respiro e sto a guardare, sperando che le prossime risposte siano facili. Non dico giuste. Ma facili.



domenica 1 novembre 2015

Effetto loto

Il Festival è finito. Anzi, tecnicamente finisce tra mezz'ora.

Stasera c'è la festa con la consueta foto di rito sullo scalone, da domani si torna alla normalità.
Chi mi conosce sa che questi dieci giorni non sono mai semplici per me: passo la metà del tempo a non sentirmi all'altezza di niente e di nessuno, mi affanno nel tentativo di riuscire a vedere qualche laboratorio interessante tra un turno e l'altro, mi fiondo alle conferenze appena posso e buco molte delle occasioni mondane super frequentate dagli altri animatori.
Non sono persona da folla, con il mio prossimo sto bene, ma sempre per questioni di autostima faccio fatica a trascorrere intere serate in mezzo alla gente. A tanta gente. Più invecchio più peggioro, ma va bene così.

Detto ciò, il Festival della Scienza 2015 mi è piaciuto da matti, come non mi accadeva da anni. Una questione di aria, di tranquillità, di tempo gestito bene. Una questione di Equilibrio e mai parola chiave fu più azzeccata di quest'anno.
Nel laboratorio dove ho lavorato c'è stato un afflusso costante e gigantesco di visitatori: tante persone, molti bambini, scuole, famiglie; tutti educati, curiosi, simpatici, pronti a fare domande, a ridere per le battute, ad adattarsi.
Gli animatori con cui ho diviso i turni sono stati splendidi e non avrei potuto chiedere di meglio, compresi i ragazzi delle superiori che ci hanno assegnato come supporto: uno più bravo, disponibile e serio dell'altro.
Dal punto di vista della pubblicità, a sto giro i manifesti erano ovunque, c'erano persino il banner video sul grattacielo e gli annunci in metro. Poi, "l'elefantino che fa pipì sull'asterisco" a me è piaciuto un sacco, certamente più del "piccolo astronauta fallico" di tre anni fa.

Ovviamente gli ultimi dieci giorni non sono stati solo di Festival, ho continuato con i laboratori in altre sedi, con il corso di francese, con la solita vita insomma, anche se avrei voluto riuscire a scrivere di più.

Oggi, giornata senza turni, mi sono goduta la mia città e il mio Festival, esattamente come piace a me. Ho corso cinque chilometri nel sole, fatto colazione con caffè e girella all'uvetta, pranzato con mamma, girato per il mercatino dell'antiquariato (dove ho scovato, udite udite, la zuccheriera fungo che mancava alle mie tazzine fungo) e ascoltato una conferenza.

Ecco, quella conferenza è stata uno spettacolo e una coincidenza assurda: mentre passeggiavo in città ho trovato, per terra, questo biglietto (è un periodo così), una serie di appunti nei quali compariva il nome di Stefano Mancuso, autore per nulla nuovo nella mia libreria (ho già scritto qui di un suo libro che ho letto e amato). Appena ho visto il nome sul foglio mi si è accesa una lampadina: forse c'è una conferenza al Festival! Esatto, alle 16 iniziava Robot come piante, nella sala del Maggior Consiglio. Erano le tre e mezza e con calma ci siamo avviate, siamo riuscite a sederci comode davanti e ci siamo godute quasi due ore di dialogo, se così si può dire, tra Stefano Mancuso e Barbara Mazzolai.

Il tema, ovviamente molto interessante per me che adoro le piante e lavoro con i robot, è stato affrontato in maniera semplice, toccando argomenti complessi e mettendo in campo un sacco di esempi affascinanti, utili per spiegare il livello di "coscienza" dei vegetali, la loro sensibilità, la capacità di interazione tra piante diverse, la complessità di questo mondo spesso ritenuto inferiore a quello animale ma, in realtà, molto più avanzato. Come mi capita sempre, mi sono immedesimata e stavolta non l'ho fatto con un personaggio di un libro o con un attore, ma con un fagiolo, una mimosa, un tiglio. Ho imparato che le piante non amano essere toccate, che sfuggono l'ombra delle altre piante ma non la propria, che ascoltano volentieri tanti tipi di musica o meglio che percepiscono perfettamente i suoni e in particolare rivolgono la loro crescita verso quelli intorno ai 200 Hz. Perché? Perché è la frequenza dell'acqua. Le piante non possono fuggire da dove sono (sono esseri sessili...come mi sento io nella maggior parte del mio tempo) e per questo devono approntare molte strategie di difesa; alcune di esse hanno comportamenti sociali, come i girasoli che crescono bene se in comunità, le radici di un albero tipo il tiglio hanno più apici dei neuroni presenti nel cervello umano...e potrei continuare all'infinito.

In realtà, anche tutta la parte tecnica dedicata all'applicazione delle caratteristiche vegetali agli studi di robotica mi è piaciuta molto. Stampa 3D, automazione, scienza dei materiali: pensare che un robot possa essere costruito ispirandosi ad un'abilità vegetale mi sembra meraviglioso.
Trovate qui molte info utili sul progetto Plantoid, ma penso possa essere buona cosa cominciare credendo nelle piante e nelle loro enormi capacità adattive. Il loto completamente idrorepellente, in grado di mantenere sempre pulite le foglie nonostante viva in acque putride, è e sarà per sempre mio maestro.

lunedì 26 ottobre 2015

Controluce

E' questo il momento che amo di più in assoluto. Quello che arriva un attimo dopo lo spiegone e un attimo prima dell'attività pratica vera e propria.

Quei minuti preziosi in cui i bambini cominciano a cercare i materiali da usare, a prendere confidenza con essi e a immaginarli come parte dell'oggetto che costruiranno. Lì in piedi, controluce, visualizzano il loro personalissimo progetto e scelgono ciò che meglio rappresenterà l'idea che hanno avuto.
Osservo sempre in silenzio questo tempo prezioso, li guardo interagire, scambiarsi opinioni, arrabbiarsi se qualche compagno prende un materiale al posto loro o essere generosi con chi è rimasto senza.

Ci sono giorni che mi pare di non farcela, giorni come questi, in cui corro da un laboratorio ad un altro, in cui mi sembra di non riuscire a dare il meglio di me, di non essere in grado di lasciare qualcosa ai ragazzi con cui trascorro quelle ore.
Passo minuti interi in piedi su una gamba sola, cercando di spiegare al meglio il concetto di equilibrio e tutto quello che si porta con sé. Dov'è il baricentro? Cosa è il bilanciamento? Quanto conta la forza di gravità?
Dai sei ai quindici anni, per ora, chissà nei giorni che verranno.
Mi piace avere i loro occhi addosso, mi piace dare la parola a tutte le mani alzate, una dopo l'altra, perché nessuna domanda, nessuna storia, nessuna questione, è meno importante di un'altra.

Ma non è quello il momento che amo di più.

L'istante migliore è, come scrivevo all'inizio, quello in cui io non ci sono più.

Quello in cui a malapena ci sono loro.
Quello in cui sicuramente hanno spazio le idee. Sembra di vederli, i pensieri, che prendono forma piano piano, ognuno dalla testa del singolo, ma tutti pronti ad aggrovigliarsi e diventare un'unica, grande, idea.

E' in questo momento che anche i più timidi riescono a dire la loro, magari con un aiuto, magari semplicemente sfruttando la titubanza dei compagni che di solito si mostrano sicuri e infallibili.
E' così che i gruppi più fragili costruiscono l'oggetto migliore. Che i bambini più piccoli finiscono per primi la loro creazione. Che le femmine stupiscono tutti con i risultati più soddisfacenti. Che i bulli della classe aiutano le vittime di sempre, non solo perché sono finite per sbaglio in squadra con loro, ma anche perché davanti a un obiettivo comune non c'è differenza che tenga.

Ed ecco, alla fine, ciò che mi massacra ogni volta.
Accorgermi che è questa la cosa che mi manca di più, tutti i giorni, in tutte le circostanze, con tutte le persone: non avere (quasi) mai un obiettivo comune, ma ritrovarmi sempre maledettamente sola lungo la mia strada. Non per forza giusta, non per forza sbagliata, ma molto spesso vuota.



domenica 3 maggio 2015

Faccio cose (vedo gente)

In questo periodo faccio cose...e vedo gente, poca per la verità. Vedo poca gente perché, appunto, faccio cose.
E dormo.
Ma dormo forte, fortissimo, tipo che vado a letto presto e mi sveglio alle sette, scendendo solo una, massimo due volte, per fare pipì. Non me ne capacito e all'inizio non lo dicevo a nessuno, neppure a me stessa, ma ora non posso nasconderlo più: mamma mi cerca e io non rispondo, perché dormo. I vicini scrivono sul gruppo whatsapp e io vedo i messaggi solo il giorno dopo, perché dormo. Nel week end il pranzo lo sostituisco con la colazione perché prima...dormo. Subito credevo che il sonno mostruoso fosse dovuto agli antibiotici da cavallo presi per la broncopolmonite, ora però, dai, li ho smessi da un un po'. Ho anche pensato che "Aprile dolce dormire" fosse la vera (e ragionevolissssima) causa dell'improvvisa narcolessia, ma oggi è il tre maggio, mi sono alzata tardi e ho pure dormito due ore dopo "pranzo" (un pasto a base di caffè e biscotti). Ieri sera ho fatto turno all'Altrove e ho cenato a mezzanotte, con un piatto di trippe. Credevo che non solo non avrei chiuso occhio, credevo che sarei morta. Nulla, ho semplicemente dormito.
Quindi, si diceva, quando non dormo faccio cose e, ogni tanto, vedo gente.
Le cose che faccio, però, non si notano, perché sono tutte in continuo divenire e sono per lo più caratterizzate da interminabili attese.
Io però sono tanto soddisfatta.
Innanzi tutto sto lavorando, senza l'ansia dello stipendio perché devo prima capire se ho diritto alla disoccupazione e nel frattempo non posso cumulare troppi utili, perciò sto lavorando per lavorare. E questo è davvero una figata. Ho meno sensi di colpa sugli orari, sulle scadenze, sugli obiettivi e il risultato è che sono puntuale e raggiungo tutto quello che mi prefiggo.
A Scuola di Robotica le cose vanno bene, io mi diverto sia con i ragazzi sia quando scrivo e il nuovo sito ha riservato un posto tutto speciale per gli articoli de L'uomodilatta che mi rende un sacco orgogliosa di questo piccolo mondo nato ormai tre anni fa, per gioco, dopo aver partecipato ad una Scuola Estiva che mai dimenticherò.
La settimana scorsa ho fatto lezione in università e davanti ad una classe di sole femmine paragonare la preparazione pittorica al fondotinta, l'imprimitura alla cipria, il blush e gli ombretti ai pigmenti è sempre molto divertente e, mi pare, lo è anche per chi mi ascolta.
Venerdì andrò al Salone del Restauro di Ferrara e porterò un lavoro che ho fatto un paio di anni fa per il Museo dove ho trascorso più tempo e imparato più cose in quel lungo percorso che sono stati il dottorato e l'assegno di ricerca: sono contenta di poter raccontare ad un bel pubblico che anche una piccola realtà comunale, con impegno e dedizione, può raggiungere un grande risultato. Il frutto delle nostre analisi e dello studio di numerosi esperti del settore finirà dritto dritto anche in un e-book che è già pronto (e bellissimo) e verrà presentato proprio al Salone.
Nel frattempo preparo il power point per questa occasione e per l'evento finale del Progetto Firewall, un'altra avventura terminata da pochissimo e dalla quale ho imparato un sacco.
Per le prossime settimane ci sono in programma molti laboratori e un grande ritorno in un Science Center dove lavorai anni fa, divertendomi tanto. Sono previste lunghe sessioni di scrittura per nuovi progetti, programmazioni difficili per percorsi didattici desiderati e ottenuti, preparazioni pratiche (e psicologiche!) per interi weekend di lavoro.
E poi c'è il mio piccolo mondo parallelo, fatto di storie verdi come il pothos che vedete nella foto, che è talmente gigante da attraversare tutta la cucina e tutta la sala per terminare appeso a uno dei miei quadri preferiti, "La Conservatrice della Flora" di Emanuele Luzzati, un regalo per la prima laurea arrivato dai vicini vesimini tanti anni fa. Un altro pothos altrettanto grande sta colonizzando il bagno ed entrambi vengono da una casa preziosa, da pochi giorni molto vuota anche se piena, che, grazie all'attitudine generosa e di estrema condivisione di una famiglia, sta lasciando un pezzo di sé nelle vite degli amici. Io sarò circondata da nuovi libri e da tanto, tantissimo, verde, proprio come piace a me.

sabato 28 marzo 2015

Gli Argonauti

Colonna sonora
Non ho mai saputo giocare a scacchi.
Da bambina provavo le partite contro il computer e, naturalmente, perdevo. Ogni tanto sfidavo mamma e anche in quel caso non c'era verso di capirci qualcosa. Non ho mai saputo giocare a scacchi, ma gli scacchi mi sono sempre piaciuti e mi hanno sempre affascinata moltissimo.
Amavo soprattutto l'alfiere e il suo movimento diagonale, lineare e sicuro, elegante e senza interruzioni.
Mi faceva invece paura la torre, con la sua forza, il suo incedere pesante e inesorabile, partendo anche da molto lontano.
Perché stasera scrivo di scacchi?
Perché ne ho parlato giovedì, quando ho cercato di spiegare come mi sento e come sto vivendo questo ultimo strano periodo.
Un lavoro che salta, una possibilità completamente inaspettata che arriva prontamente il giorno dopo ma che per ora resta solo una possibilità, i nuovi laboratori che mi appassionano, quelli vecchi che ricominciano a frullarmi in testa, un progetto Instagram praticamente al via, il post di Cindy, il tempo per me fatto di cura del corpo, analisi del sangue, cene buone e sorrisi.
E' come se stessi giocando una partita a scacchi, come se, molto lentamente, stessi aggiustando il tiro a ogni mossa della vita, senza però perdere mai. Non sto bene? Mi faccio controllare. Ci sono esami da ripetere? Nessun problema, approfondisco. Un lavoro non è andato in porto? Ne cerco un altro e annaffio quelli che già ho. Ho bisogno di aria buona e tempo libero? Ok, pic-nic in spiaggia e passeggiata accanto al mare. Un cambio continuo di rotta, un aggiustamento quotidiano che somiglia a una danza perfetta e silenziosa: taaac taaac, taaac taaac. Come una pedina degli scacchi, ma non come una pedina qualsiasi. Non sono sicura, non vado solo dritta, non mi sposto a L come il cavallo e non sono potente come la donna. Ho deciso che la mia è una pedina nuova, una pedina che non esiste: L'Argonauta. Che ha viaggiato con fatica, che ha cambiato strada mille volte, che si è persa in difficoltà e scoperte, che ha incontrato tempeste e lutti.
Così oggi, mentre cercavo tra me e me il nome del mio personaggio e camminavo verso casa, ho cercato nei passi di chi incontravo sulla via una specie di regola, un movimento caratterizzante, qualcosa che desse un ruolo ad ogni faccia che i miei occhi hanno incrociato.
Ho trovato la bimba sui pattini presa per mano dal babbo che ha corso con lei fino a spingerla dritta e lontana, la signora in pelliccia dal passo montano con le mani appese agli spallacci di uno zaino che nulla aveva a che vedere con il pelo di volpe del suo lungo soprabito, il neonato che rigurgitava in braccio alla mamma col passo spezzato dalla ricerca di un fazzoletto, i due fratelli in monopattino che si sono tagliati la strada a vicenda per tutto il tempo, i genitori del vicino matematico-fotografo che procedevano tranquilli e regolari per la loro strada, la madre simpatica che inseguiva correndo a zig zag i figlioletti piccoli e li minacciava di ricoprirli di baci.
Io ho solo camminato, camminato e camminato ancora. Ho fatto scale e salite quando era necessario, ho attraversato strade e piazze e mi sono fermata in un porto inondato dal sole, con il piccolo Martin che saliva e scendeva dallo scivolo, a passi minuscoli, e incerti.


sabato 1 novembre 2014

OK

Premessa:
Questo post è in realtà di ieri, ma si sa, durante il Festival il tempo è quello che è e si fa quel che si può.

Finalmente ho trovato un modo per usare la parte finale del catalogo del Festival. La sezione Memo. Quella che sta dopo gli Eventi Ospite. E' l'ora di pranzo, sono in treno, vado a Nervi a vedere un laboratorio che più mio di così non credo si possa: Piante Guerriere.
C'è un sole bellissimo stamattina, ho persino dovuto cambiare giacca, lasciare il cappotto di lana rossa a casa e infilare al volo il blazer di velluto marrone, quello da uomo. E' un giorno di regali, uno pensato per chi compirà gli anni tra poco e uno concesso a me: pranzo con girella gigante all'uvetta e caffè.
Sono trascorse settimane vissute alla giornata, alla spera in Dio per usare un detto, alla ti ma riesci per dirla in dialetto, alla cazzo di cane per andare subito al sodo. Pensieri di fuga sempre più o meno presenti (un poco pure tentati, inutilmente), momenti di sconforto, attimi di entusiasmo, rivendicazioni di spazi, tempi, diritti e attenzioni.
Dopo questo periodo che ancora non so se sia stato sensato o magari addirittura dannoso, è l'ora di tracciare una strada più chiara, mettere dei punti fermi, compilare un memo, dopotutto la pagina dopo gli Eventi Ospite dice così, no?

[pausa lab]

Quindi, "riordinando" le idee:
1) Ok. Devo Voglio uscire di più a fare cose belle. Rimpiermi gli occhi, il cuore, la pelle di cose belle. Senza per forza pensare di viaggiare, le cose belle sono pure qui, dietro casa. La foglia di ginkgo biloba che ho raccolto stamattina e lo scoiattolo che ho incontrato poco fa non avevano proprio nulla da invidiare alle meraviglie di Roma.
2) Ok. Non devo smettere mai di credere nelle mie capacità. Il lavoro è poco per tutti. Quando a Gennaio mi troverò quasi completamente disoccupata non dovrò provare vergogna a lasciarmi aiutare da mia madre fino a che non troverò un altro impiego. Non importa quanto ci vorrà. Ce la farò.
3) Ok. Non voglio aspettare gli altri per essere felice. L'avrò già scritto, detto, pensato diecimila volte. Le persone che desiderano condividere con me un momento, un sentiero, una mostra, un concerto, una cena, arriveranno. Basta smettere di aspettarle e cominciare a lavorare su quanto possano essere belli un tramonto, un quadro, una canzone o un albero pieno di foglie gialle anche se li vivo da sola, anche se nessuno è accanto a me quando incontro una di queste meraviglie (oggi però nel parco di Nervi, tra gli scoiattoli, c'era pure Luca Mercalli. Sì, quello della TV).
4) Ok. Voglio riprendere piano piano e con costanza ad andare in palestra, ignorando la tosse che mi scuote da due settimane e tutti i ricordi mostruosi che si porta con sé. Così come voglio chiudere fuori il dolore al collo e la mezza faccia che trema, lei al posto mio.
5) Ok. Voglio camminare, è pure questo lo dico sempre. Ma magari anche correndo, combattendo il freddo che arriverà e seguendo il proposito al punto uno.
6) Ok. Voglio finire il lavoro che mi ha accompagnata per due anni senza massacrarmi l'anima per la perdita. Sono stata fortunata fortunatissima per un sacco di tempo e va bene così. Inutile fare di più, inutile rendersi ancora (troppo) disponibile. Finire quello che ho iniziato (e che per ora giace da un po') e ricominciare da qualcosa di nuovo.
7) Ok. Voglio riaprire i libri che stanno lì a guardarmi sul comodino e che, come al solito quando galleggio, non riesco a divorarli ma nemmeno a leggerli ogni tanto. Proprio no.
8) Ok. Voglio organizzare una festa d'autunno per me e i miei amici, non appena sarò capace di pensare positivo per più di quindici minuti di seguito.

Epilogo:
Essendo passate ventiquattro ore posso già dire qualcosa su come stiamo andando io e i miei propositi:
Ieri sono stata in giro tutto il giorno e ho fatto il pieno di cose belle (punto 1), tipo qui dal mio amico Edu e davanti a bicchiere di Rossese con Sardina, nell'attesa di andare a sentire La notte dei libri viventi.
Sono anche andata a pilates ma la conseguenza è che ora sto a letto piena di Brufen. Temo dunque di avere un tantino fallito il punto 4 e, di conseguenza, di sentire lontano il punto 5. Inoltre mi sono persa Nespoli al Ducale e mi spiace proprio tantissimo.
Non ho ripreso in mano i libri sul comodino ma oggi mamma, che è telepatica come me, mi ha portato in laboratorio questa meraviglia qui.
Per il resto siamo ancora in alto mare, ma ci lavorerò.
Da domani.
Forse.
Ok.

giovedì 31 luglio 2014

QB: che fatica...

Che fatica, signori miei.
Questo è uno dei pochi (forse l'unico?) QB dedicato a Qualcosa di Brutto. Che poi non è neppure una tragedia, intendiamoci, semplicemente sono affaticata. Da cosa? Da tutto. Principalmente dalla lotta con la chimica.
Quando parlo di fatica intendo fisica, non mentale, a quella sono più che abituata. Come l'anno scorso qualche chilo in più ha deciso di venirmi a trovare proprio ora (il mio tempismo con la prova costume è sempre perfetto) e immagino che in parte siano colpevoli i soliti alimenti incriminati che d'estate mi concedo più spesso. La chiusura del dipartimento e quindi l'arrivo delle pseudo ferie si avvicinano, le possibilità di stare a riposo aumentano, eppure sono terribilmente stanca. Ho scoperto che se alla mattina riesco a dormire un poco di più la giornata è gestibile, meno svarioni, meno disagio. Resta il fatto che sempre più spesso sento la necessità di chiudermi nel mio personalissimo "rehab" a ritagliare, dipingere, cucinare, scrivere. Il lavoro è come al solito un argomento un po' delicato, ai rapporti cerco di non pensare, mi compro taccuini bellissimi per organizzare le idee e sogno vacanze al mare o in mezzo alle nebbie del nord.
Sopra a tutto questo è arrivata Lei, prepotente come non mai: la voglia di camminare. Che vista la situazione della mia gamba sinistra non sono neppure abbastanza in forma per darci dentro quanto vorrei, anzi, ma lo sapevo che prima o poi sarebbe successo e avrei cominciato a contemplare l'ipotesi di ricominciare a macinare chilometri in salita, anche da sola se necessario. Se poi qualcuno avesse voglia di dirmi "Ehi, fatti lo zaino che si va" io sarei ancora più contenta!
Poi è vero che due scale mi uccidono, che di correre per ora non se ne parla (domani ci riprovo, a costo di svitarmi il femore) e che tutto quello che il mio corpo sembra desiderare è un materasso. Pure al mare non nuoto, resto sdraiata lì, un po' inutile e un po' in crisi, con un libro da leggere e la borraccia dell'acqua ormai tiepida.
Quindi oggi, dopo un'ora di terapia e un'altra ora dall'osteopata, mi pare di avere un collo lunghissimo e un peso meno duro (o magari semplicemente ormai noto) da sopportare, mi pare di possedere qualche piccolo strumento in più per arrivare a fine giornata, anche quando sono così stanca da non riuscire neppure a scrivere un post o a dipingere una lampadiyna.
[...]
Ecco, per darvi un'idea della stanchezza, mi sono addormentata mentre scrivevo (!) e ho ripreso questa pagina solo dodici ore dopo.
Adesso è mattina, indosso un paio di pantaloni a pois e tra un attimo esco a mangiare all'aperto. Ecco. Sono stanca come non mai, mascara e smalto rosso tentano timidamente inutilmente di darmi un tono, ma io me ne frego e vado avanti. Cià.

martedì 17 giugno 2014

Una borsa a pois

Odio le partenze quanto amo i ritorni.
Che siano le mie o quelle delle persone a cui voglio bene, le valigie da preparare mi hanno sempre messo l'angoscia. Quante volte ho chiesto "l'hai già fatta la valigia?", quante volte ho scrupolosamente stilato la lista delle cose da portare, anche per un viaggio di due miseri giorni, con la netta sensazione che avrei comunque dimenticato qualcosa di assolutamente fondamentale.
"Fare le valigie" per me vuol dire andarsene, lasciare un luogo e le persone che lo abitano, abbandonare. Insomma...una tragedia.
Anche domenica scorsa, prima di varcare la soglia di casa con il mio orribile trolley marrone e il mio inseparabile zaino da trekking, l'ultima cosa che ho pensato (e pure detto) è stata: "io non voglio andare". Chissà poi perché, ho fatto domanda per il Training Camp, ho avuto tutto il tempo per pensarci, per ripensarci, per rinunciare, per non confermare la mia presenza e sono stata felice quando mi hanno avvisata della selezione e cominciato a fornire indicazioni per raggiungere questo posto disperso tra tigli in fiore, papaveri sbiaditi e girasoli ancora chiusi.
Credo che il problema, per lo meno per i viaggi che riguardano me, risieda solo nel momento della partenza. Una volta arrivata a destinazione normalmente me la godo, faccio amicizia con facilità, vago senza meta tra le strade del mondo nuovo, sfrutto con estrema serenità i giorni concessi lontano da casa e dalle sue innumerevoli inevitabili distrazioni.
Questa scuola, così difficile da raggiungere e ricca di lunghi momenti di studio, mi ha regalato molto tempo per stare con me, per guardare fuori da finestrini sporchi e traballanti, per dormire (scomoda) in una stanza immersa tra i tetti, per attraversare i vicoli di pietra mentre il sole tramonta, per leggere pagine su pagine nel silenzio della sera un attimo prima di scivolare nel sonno.
La connessione internet è debole, questo post forse uscirà solo una volta rientrata a casa, ma ora, mentre scrivo, si sentono i miei compagni ridere sotto alla finestra, i pensieri sono lontani e forse meno dolorosi del solito, la sensazione di aver scelto qualcosa per me, dopo tanti mesi di ufficio, mi fa stare bene e in pace con quella parte del mio cuore che ancora non si arrende a lasciare andare anni di studio, lavoro, tempo dedicato all'aggiornamento e timida passione per il piccolo, per lo sconosciuto, per il colorato, per l'ibrido...per tutto ciò che sta al confine, esattamente come me.
Al confine tra l'antico e il moderno, tra il vero e il falso, tra il bello e il brutto, tra il vicino e il lontano, tra me e il resto del mondo.
E così ieri mentre entravo nel museo delle erbe e venivo investita dal profumo forte e familiare dell'elicriso, ho pensato che è vero che "partire è un po' morire" e che mai come negli ultimi giorni la mia partenza l'ho associata a una morte che mi ha colto di sorpresa. Poi però, sotto a un soffitto di mazzi appesi a testa ingiù mi sono vista da fuori, contenta davanti a uno specchio screpolato, felice di aver trovato un posto mio, profondamente mio, in mezzo a cose che adoro ma dalle quali troppo spesso mi sento esclusa, dalle quali mi tengo lontana anche di proposito, come se non volessi disturbare, come se tra un decotto di malva e uno sciroppo di rose mi sentissi più sicura.
Alla fine è arrivato oggi, che abbiamo cominciato con gli strumenti, che non mi ha risparmiato nulla sulla consapevolezza della mia ignoranza in certi argomenti, ma che mi ha anche mostrato quanto invece sotto tanti altri aspetti io sia inconsciamente preparata e pronta al ragionamento. Non lo credevo, non lo sospettavo nemmeno forse, perciò per festeggiare ho pensato che l'unica cosa possibile da fare fosse comprarmi (qui) una borsa di plastica rossa, a pois.

lunedì 9 giugno 2014

Due

Il pretesto, ancora una volta, me lo ha dato Cindy con questo post. Anzi, me lo hanno dato Daria Pop che lo ha scritto (e che io ancora non conosco) e Cindy che ha ospitato i suoi pensieri.
Io ce l'ho un obiettivo?
Eh, bella domanda.
Per capirlo forse dovrei prima sapere chi sono e cosa faccio. Ma forse, anche a quel punto, sarei comunque confusa e piena di dubbi sul futuro e sulle mete che ho davanti. O che potrei raggiungere. O che boh.
Credo di avere due vite, forse pure tre, ugualmente importanti, ugualmente divertenti. Mentirei se dicessi che andare al lavoro mi piace quanto stare sull'albero a costruire con la mente prima ancora che con le mani o a scrivere come sto facendo ora, nel silenzio e nella calma più totali. Ma è pur vero che se la creatività fosse la mia primaria occupazione forse non mi piacerebbe così tanto e le mattinate a scoprire i segreti di un dipinto mi mancherebbero assai. Chi può dirlo.
Ho appena salvato la presentazione power point che dovrò usare la settimana prossima per dire chi sono ai miei compagni di corso, e così, in un attimo, sono saltata ne ilmareingiardino per buttarmi in questo post che mi pizzica dalla mattina.
Con uguale concentrazione e presenza di me ho scritto di analisi al microscopio e ho pensato a come rendere comprensibile il senso di dualità che mi caratterizza. O di trinità, dicevamo, ma così forse si fa troppo pretenzioso.
E' come se avessi una gemella siamese, come se fossimo attaccate una alla schiena dell'altra e ogni giorno c'è chi appoggia il primo piede sul parquet e inizia la nuova giornata. Cross section o garofani color salmone? Raggi X o pantone del libro nuovo? Resina epossidica o zucchine sul balcone?
La grande differenza credo stia innanzi tutto nel fatto che questo lavoro mi dà da mangiare, e bene pure. Ma questo lavoro che mi permette orari flessibili, uscite anticipate, vacanze improvvisate, viaggi rimborsati e pure qualche bella soddisfazione ogni tanto, il prossimo anno non ci sarà più. E quindi? Toccherà mica all'altra gemella farsi avanti? A quella dei semi-conigli (vedi foto), quella delle recensioni piene di cuore, quella dei pupazzi di lana e dei collage con la carta abrasiva?
Io non lo so e a volte vorrei proprio avere una sfera di cristallo in cui poter guardare il mio (nostro) domani senza la paura di ciò che non conosco. Giusto per avere il tempo di organizzarmi eh, giusto per capire se fotografare amarene o scrivere di vita, morte e erba verde possa davvero essere un lavoro. Qualcosa su cui investire. Qualcosa che si definisce un obiettivo.
Nel frattempo ho almeno tre progetti fotografici in mente, un'idea handmade perfettamente funzionante che non ho mai tempo, voglia, coraggio di portare avanti, uno spiccato gusto per il bello-bellissimo che è davvero un delitto chiudere in un cassetto, un sacco di parole scritte, in parte condivise, ma mai rese ordinate e accordate tra loro, un milione di piccole grandi passioni più o meno passeggere, da vera smandrappata, che mi riprometto sempre di fissare su un quaderno ma che alla fine restano un semplice soffio di vento.
Ora perdonatemi, ma devo inviare il power point al mio tutor e dire due parole alla menta sulla finestra.

venerdì 23 maggio 2014

Ci sono cose che non cambiano

Ci sono cose che non cambiano, come la paura dell'abbandono, come il dolce preferito, come le abitudini prima di dormire.
Avevo già scritto, tempo fa, un post sulle abitudini, ma questa volta non è mia intenzione raccontare cosa faccio regolarmente ogni giorno, piuttosto mi piacerebbe riflettere un po' (strano...) su quello che non cambia, sulle emozioni, i gesti, i posti che rimangono sempre gli stessi. Nonostante tutto.
Nonostante tutto poteva essere tranquillamente un titolo valido oggi, perché nonostante tutto io ci sono.
Qui sul blog, nonostante i dolori, nonostante a volte vorrei essere lontano, senza mani, occhi, testa per scrivere, nonostante tutto ciò quasi ogni settimana butto giù una pagina e la mando in rete, da anni ormai.
Nonostante l'analisi, nonostante il lavoro faticoso terribilmente faticoso che faccio su me stessa, nonostante la rabbia, non sono ancora capace di piangere tanto quanto ne avrei bisogno. Solo a volte, solo al buio, solo nel silenzio prima del sonno, mi lascio andare e singhiozzo per minuti, anche per ore intere, fino ad arrivare al lavoro con gli occhi pesti e la faccia esausta.
Nonostante ci siano stati momenti difficili per la mia salute, a volte davvero pericolosi, a volte "solo" spaventosi, io sto bene e ultimamente questo benessere non cambia, anzi, qualche chilo in più forse dimostra che il mio corpo ce la fa meglio della mia testa.
Ci sono posti che non cambiano, come il fiume dove sono cresciuta e accanto al quale sono passata la settimana scorsa, con le anatre, gli alberi e la scorciatoia esattamente dove li avevo lasciati venti anni fa.
Il mio amore folle per i boschi, i sentieri, i fiori, la terra e gli animali che la abitano non cambia mai, nemmeno un poco, perciò il sabato passato sulle strade di levante con il vicino-vicino mi sentivo a casa quasi come se fossi stata a I Belli Venti.
Ci sono cose che non cambiano come l'intermittenza nella lettura, la stessa da sempre. Ora non c'è verso, nemmeno con i libri nuovi mi viene la voglia, ma so per certo che tra poco tornerà più prepotente e urgente di prima.
Ci sono sentimenti che restano gli stessi per sempre, anche se le persone per cui si provano non esistono più, perché sono lontane dalla vita che stiamo percorrendo, perché sono morte, perché sono sepolte sotto a spessi strati difensivi, perché per noi sono ancora sdraiate su una spiaggia di fiume nel giorno più bello in cui le abbiamo amate.
E poi ci sono cose che cambiano, come l'indulgenza verso noi stessi, che si può praticare anche rubando un pomeriggio al lavoro per dedicarlo a camminare camminare camminare in completa solitudine fino a sentire male alle gambe, confezionando un regalo per il bimbo bellissimo che domani andiamo tutti a festeggiare, comprando un sacco di prodotti di bellezza da provare la sera in compagnia di musica, tisana e lavoretti fai da te, regalandosi qualche ora di letto (senza esagerare) a guardare il soffitto.
Tutto quello che cambia e che resta è stato affrontato anche dal progetto Dear Teen Me, di cui in tanti abbiamo già scritto, compresa Cindy in un post meraviglioso.
Indispensabile per chiudere, a questo punto, una canzone che rimane, tra mille, una delle mie preferite di sempre, per la musica, per il video e perché dice:
You're probably right, seen from your side, that I've been lucky
but I've been meaning to crack all week.
Yes I've been involved, it never resolved into anything shocking.
Pains playing yoyo in my body as we speak.

venerdì 16 maggio 2014

Sottobosco

Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Mi mal dispongo? Mal dispongo gli altri?
Forse la prima. Forse la seconda. Probabilmente entrambe.
A me la parola sottobosco piace, anzi, mi piace proprio il sottobosco in generale. Il rumore delle foglie secche quando le calpesti in una passeggiata di autunno, l'odore della terra umida dopo un poco di pioggia, il colore verde scuro così intenso e vivo, la morbidezza dei cuscini di muschio che sembrano velluto sotto i polpastrelli, i funghi che spuntano qua e là tra le rocce fredde, gli insetti che camminano svelti e si nascondono in un attimo, i rami che fanno crack sotto il peso di un passo.
Quindi le parole sottobosco e negativo per me insieme non stanno bene, anzi non stanno proprio.
Ieri ho ritirato le lenzuola stese e sono uscita, quando sono rientrata a casa e ho cominciato a piegare il bucato la stoffa era ancora tiepida di sole. Lo avrei urlato al mondo. In camera c'era odore di caldo, di aria tiepida, di vento, di Tramontana e io non avevo nessuno lì vicino a me a cui far toccare quel cotone bianco e pulito.
Ho rifatto il letto con le stesse lenzuola e ho dormito dentro a quel piccolo pomeriggio di fine primavera. Ho dormito bene.
Ieri ho lavato tre bottigliette di ginger ale, le ho decorate con un washi tape a quadretti verdi e le ho legate insieme con un po' di rafia. Nei vasetti ho infilato delle calle fresche. Ora stanno sul tavolo, in cucina e sono belli.
Ieri ho scritto una lettera di motivazione per entrare in una scuola estiva, l'ho scritta a matita su un piccolo quaderno verde, avvolta dalla luce e circondata da righe azzurre, mentre un gruppo di bambini in mutande dipingeva con le tempere da dita.
Ieri ho comprato un vaso di margherite per un'amica che compieva gli anni, non avevo carta da regalo e l'ho avvolto nella velina con cui vengono ricoperte le arance di Sicilia, un po' di spago bianco e il pacchetto era pronto. Era buffo. Era carino.
Ieri ho camminato un sacco, sono arrivata nella piazza piena di magnolie, sono entrata nella piccola stanza che sa sempre di fumo e poi, quando la porta bianca si è aperta mi sono seduta sulla poltrona arancione. Come tutti i giovedì pomeriggio.
Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Oggi il tempo è peggiorato, non c'è più quell'aria calda che ieri intiepidiva le lenzuola, né la luce che illuminava il mio quadernino verde.
Oggi pomeriggio mi chiuderò nella camera del microscopio e poi mi ingegnerò per recuperare l'ennesima cosa volata dalla finestra e caduta nel giardino sotto casa. E' la federa bianca della nonna, quella con le iniziali ricamate, non voglio che resti immersa nella terra quando comincerà a piovere.
Non sono una persona semplice, questo io lo so.
O forse lo sono troppo e così è più facile e divertente prendersi gioco di me e del mio sottobosco.





lunedì 31 marzo 2014

Cara me

Ho una voglia matta di scrivere qui ma non ho il tempo per farlo.
Due presentazioni power point in dirittura d'arrivo, una ancora da iniziare, il week end lavorativo, il sole che fa venir voglia di correre sui prati dalla mattina alla sera. Altro che ufficio. Altro che pc.
Ma non si può, non ancora per lo meno: un po' di tranquillità ci sarà già tra una settimana, il viaggio in programma sarà da rimandare di qualche tempo, ma passeggiate, spiaggia e libro non sono poi così lontani.
Nel frattempo però, negli unici momenti in cui mi concedo un attimo di pausa dal monitor super illuminato e molesto, ho voglia di scrivere.
Oggi, navigando qua e là, mi sono imbattuta in questo e mi sono subito commossa. Nell'occhiata veloce che ho dato al sito mi pare di aver capito che si tratti di una piattaforma on line, gestita da alcuni autori, in cui chi scrive dedica una lettera al se stesso teenager, raccontandogli cosa è successo dall'adolescenza ad oggi, come sono cambiate le cose, com'è proseguita la vita, dove sono andate le speranze messe nel cassetto così tanti anni prima.
Non so con quale criterio vengano scelti argomento, modalità e scrittore del post, non ho ancora avuto il tempo di leggere seriamente tra le pagine del sito e farmi un'impressione più precisa. So solo che trovo sia un'idea splendida, romantica, forse pure un poco triste, ma certamente vicina alle mie corde e al mio modo di pensare.
Perciò in questi pochi minuti strappati alle slide piene di colori e di formule, voglio scrivermi anche io una lettera, partendo dalla foto sfocata quassù, quando avevo solo diciassette anni e la testa rasata.

"Cara me,
sono passati quindici anni, QUINDICI, da quando correvi su quella spiaggia, con il pellicciotto giallo e i Doctor Martens. Alla fine ti sei diplomata, nonostante quel liceo assurdo pieno di morti, di canzoni, di vodka alla pesca e assemblee, sembrasse non terminare mai. Ti sei iscritta a Lettere, con lo sguardo vigile di disappunto e rassegnazione di mamma, con la solita indifferenza di papà e con la buona abitudine di lavorare d'estate per pagarti i sabati sera fuori e la prima vacanza da quasi maggiorenne.
L'amore è andato come ha potuto, gestito da te che non sei mai stata brava a cercarti il bene nel mondo. Storie lunghe quasi tutte, intense, faticose, necessarie. Qualche tentativo poco felice, qualche altro poco fortunato, qualche altro ancora semplicemente un modo, l'ennesimo, per punirti il più possibile.
L'università l'hai finita, due volte, nel frattempo hai sepolto papà e un sacco di altra gente, rantolando in silenzio e stringendo i denti come non pensavi fosse possibile. Fai fatica a crederci anche adesso se è per questo.
Quello che non hai detto a parole l'ha detto il tuo corpo, ti sei ammalata spesso, ti sei spaventata ancora più di frequente e ancora oggi somatizzi tutto, dall'inceppo sul lavoro al peggiore dei soprusi.
Hai trovato l'amicizia vera e quella falsa, hai ascoltato voci amate, rispettate e accolte come fossero di famiglia, hai perso persone che hanno guardato altrove per troppo tempo, con la convinzione di trovarti ancora lì una volta tornate.
Hai fatto mille lavori diversi, alcuni divertenti, alcuni imbarazzanti, alcuni faticosi per la testa, per il corpo e per il cuore.
Hai avuto fame, sonno, voglia di fare l'amore.
Hai perso peso e lo hai ripreso, e riperso, e ripreso. Hai corso dietro a un treno, dietro a un cane, hai corso e basta. Ti sei guardata dentro, hai chiesto aiuto per farlo, hai lasciato casa, mamma e gatta per trovare il tuo piccolo posto nel mondo. Hai costruito un nido verde pieno di legna e di cose belle, hai continuato a studiare e, pensa un po', ti sei persino dottorata. Hai provato con poco successo a mettere da parte qualche soldo ma l'unica cosa che sai accantonare è l'orgoglio, anche se forse, in questi quindici anni, sei un poco migliorata.
Hai imparato a cucinare, a fotografare, a fare pilates e (ogni tanto) a dire di no.
Hai cominciato a scrivere come mai avevi fatto fino ad ora, con costanza, passione e visione futura, leggendo libri, spulciando blog, pensando ai tuoi diciassette anni."


P.S. In questi anni di ilmareingiardino la foto del post potrei pure averla già usata, non ricordo, ma fa lo stesso.

sabato 8 febbraio 2014

QB: PHD

Oggi primo QB, tentativo numero uno di mettere in pratica l'idea di postare, ogni tanto, Qualcosa di Bello e Qualcosa di Brutto. Si capisce già dalla foto quale sia il lato della medaglia di questa partenza: come potrebbe essere Qualcosa di Brutto??? E poi, chi mi legge e segue le vicende ben poco varie della mia vita, sa che giorno è oggi.
The day after.
Oggi è il giorno dopo.
Oggi sono dottorata.
Echissenefrega.
Perché in realtà ciò che è cambiato e cambierà è che nel mio cervello aleggerà un'ansia in meno, che le uscite economiche diminuiranno (basta tasse universitarie), che sul mio curriculum si aggiungerà un titolo. Tutto qui.
E non è poco, lo so, è un traguardo raggiunto tra sacrifici, dubbi, paure, frustrazioni e, in proporzione, poche soddisfazioni.
Allora cos'è questo Qualcosa di Bello?
Qualcosa di Bello è la giornata di ieri, iniziata all'alba perché di dormire non se ne parlava proprio, doccia, vestito nuovo, tesi verde, cappotto rosso e rossetto fuxia. Colazione al solito posto con girella, caffé e "in bocca al lupo, bimba", ombrello trasparente sotto al diluvio, bus strapieno, cravatte e Aula Magna.
Il resto è stato semplice ed è stato Qualcosa di Bello. Perché la commissione la tesi l'ha letta (davvero), perché ha preso appunti mentre spiegavo, perché ha sorriso davanti alle slide colorate quanto me, perché mi ha posto domande intelligenti, perché ha fatto considerazioni giuste, anche dure magari, ma giuste. Per una volta.
Per una volta sono stata vista nella fatica di parlare una lingua diversa, sono stata compresa nella difficoltà di un lavoro ancora poco capito, sono stata spronata a non arrendermi (e questo non lo posso proprio garantire).
Di sicuro per me ieri è stato Qualcosa di Bello, come la battuta dell'ultimo commissario "E ora ci dica la cosa più importante signorina: chi è questo Andrea?", come la primula bianca di Anna, piena di affetto, come il pinot grigio bevuto al volo con il tutor dopo la discussione, come la telefonata orgogliosa del co-tutor, come la stretta di mano della coordinatrice, come le foto della Vale, come mamma seduta tra il pubblico, come papà seduto tra i miei pensieri.
Ieri sono stati belli anche il male ai muscoli, il sonno boia, i messaggi degli amici, la grigliata di selvaggina, le chiacchiere e i sorrisi sinceri. Ma l'aspetto più bello di tutti è che Qualcosa di Bello rimane ancora oggi: c'è la gatta sulle mie ginocchia da stamattina, ci sono i libri nuovi da leggere, c'è la coperta, ci sono i biglietti del festival di montagna, c'è il dopo cena davanti a una birra e c'è pure un sorriso abbozzato su questa faccia ultimamente sempre pallida e stanca. Io, che i ringraziamenti nella tesi non li ho messi, scriverò a tutti uno per uno, e le persone che dimenticherò non si arrabbieranno perché sapranno di avermi aiutata.
Anche con un silenzio, uno sguardo, una zuppa, una porta aperta, un caffè, un bicchiere d'acqua, una cornetta sollevata, un commento qui sotto.
Grazie.




sabato 1 febbraio 2014

Silenzio stampa

Shhhhhhhhh
Come a volte (spesso) mi accade, quando devo leggere e scrivere parecchio per lavoro, non riesco né a leggere né a scrivere per piacere. Per questa ragione, posti come ilmareingiardino rimangono vuoti per un po'. In realtà, forse, i motivi sono anche altri, poche cose da condividere, molti pensieri da riordinare prima di tirarli fuori, scarsa necessità di mettere per iscritto la mia vita. Non so.
Sono giorni densi, pieni di scadenze, sono giorni un po' annebbiati e molto più semplici del previsto, sono giorni in cui per la prima volta nella mia vita faccio le cose senza una montagna d'ansia sulle spalle...e non ci sono affatto abituata.
Sono quindi giorni strani, che prendo un po' così, come vengono, che vivo cercando di arrivare alla sera con nuovi obiettivi raggiunti e un sorriso in più nato per caso. Dopo un paio di settimane (forse tre) di reclusione più o meno indispensabile sono uscita dalla tana: due turni Altrove, una cena con il vicino-vicino, persino un acquisto frivolo e colorato.
Tutto il resto è stato casa, ufficio, palestra e letto, con qualche meravigliosa parentesi su sentiero, tra cielo azzurro, vento forte e alberi solitari da amare alla follia. Come quello nella foto, alla fine di una strada in salita, davanti a un panorama da togliere il fiato, immobile e forte nella luce e nel sole.
Ancora sette giorni di power point da ripetere, abstract da correggere, articoli da mettere a posto e lanciare on line e poi, forse, avrò un titolo in più e un pensiero in meno. Cosa penso di questo percorso? Non lo so, è stato faticoso perché non retribuito, perché poco capito, a volte avvilito, a volte neppure considerato. E' stato un viaggio importante perché, come l'esperienza della ditta nata e morta in tre anni mi è servito a comprendere cosa non voglio per me, cosa sono in grado di fare da sola e cosa significhi dover sottostare alle regole, ai tempi e ai bisogni del resto del mondo, senza mai veder riconosciuti i propri sforzi.
E' stato però un viaggio in cui ho incontrato anche persone entusiaste, persone che hanno dato valore (e calore) al mio lavoro, anche quando ero io la prima a vestire tutto di nero, persone che sono riuscite a trasmettermi un po' di forza e di rispetto per i piccoli traguardi oltrepassati.
Quindi non me ne pento, forse non lo rifarei, ma, comunque vada la discussione, sono contenta di aver provato a seguire questa strada, appoggiata da chi mi ama e da chi ha sempre saputo vedere il buono che già esiste in ogni cosa, condividendo con me questa impagabile capacità.
Scrivo (e concludo) questo post, quindi, per giustificare un poco la mia latitanza, indubbiamente legata a questo nuovo e ancora poco accettato benessere, ma dovuta soprattutto al grande caos mentale che la conclusione di un dottorato di ricerca porta con sé, a cominciare da un frigorifero perennemente vuoto, per continuare con una cesta del bucato sporco che esplode, due vasi d'edera morti di sete e un blog un po' meno aggiornato.
A presto


giovedì 23 gennaio 2014

Liscio come l'olio

Come l'olio di Argan che Annalisa mi ha portato dal Marocco e che mi sono spalmata in faccia, come l'olio d'oliva che ho messo in padella per cuocere la carne. Come sarebbe bello (e facile) se tutto filasse liscio come l'olio. Non succede mai, c'è sempre un intoppo, un pensiero, un inciampo che non ci aspettavamo o che avevamo provato, in tutti i modi, ad evitare.
E' presto, sono da poco passate le dieci di sera, ma sono morta di sonno e sono già a letto. Oggi ho consegnato la tesi di dottorato, il formato elettronico per lo meno, da domani ho qualche giorno per preparare la stampa. Naturalmente le cose non sono uscite semplici, serate intere passate ad aggiustare, impaginare, correggere e spostare, che senza il paziente (e santo!) aiuto che ho ricevuto non sarei mai riuscita a finire in tempo. L'invio è stato un inceppo continuo e pure trovare una copisteria è un'impresa. Ma non fa niente, in qualche modo ci sto riuscendo.
L'obiettivo è rallentare e un po' da sola un po' per forza lo sto facendo, mantenendo anche le promesse fatte, tipo mangiare la carne stasera (visto mamma?) e non trovarmi altri pensieri difficili per compensare il vuoto.
Mi sono anche fatta lo scrub al viso con il bicarbonato e domani giuro che penserò al corpo, ho messo a bagno il bucato, ho avviato una lavastoviglie. Oggi, come quattro anni fa, sto pensando a un traguardo da raggiungere, accanto a me ho la tisana della sera, quella vera e quella figurata e, in qualche modo che ora mi sfugge, mi sento fortunata. Innanzi tutto per aver avuto l'opportunità di studiare fino a questo punto, poi per aver trovato chi ha saputo appoggiarmi, sgridarmi, rimettermi dritta e aiutarmi a salire e infine per essere riuscita a rimanere in piedi e a continuare a camminare. Non so come andrà, ma fino a qua ci sono arrivata.
Tra le cose che mi riprometto di fare da un po' ci sono uscire, camminare, leggere, regalarmi un massaggio, scrivere una wishlist da inviare a Cindy, bere di più (acqua) e continuare ad aggiungere parole alla lista qui sotto, un elenco di vocaboli che mi piacciono, per il loro suono:
Palude, Pingue, Pioggia, Salmastro, Sollievo, Pube, Mollica, Guizzo, Guado, Roncola, Rubino, Ruggine, Neve, Bruma, Schiuma, Ghianda, Lumaca, Ofiuco, Dugongo, Goccia, Ghiaia, Conca, Vibrissa, Cucchiaio, Gheppio, Polvere, Pula, Lamantino, Nebbia, Brina, Brughiera, Plumbeo, Preludio, Plenilunio, Polpo, Miele, Piuma, Dubbio...
E visto che qualche post fa avevo scritto di un'ipotetica canzone al mese, di quelle che amo e ascolto di più, eccola (loro, dal vivo, sono bravissimi).

sabato 28 dicembre 2013

And if you're still bleeding, you're the lucky ones

Colonna Sonora (scelta semplicemente perché i Daughter, insieme ai Beach House credo che siano la band che ho ascoltato di più in questo 2013, con ben due concerti visti e un sacco di lacrime versate, come al mio solito!)
Siamo alla fine dell'anno, giorni di tradizione: datteri ripieni di mascarpone, scambio dei regali, corse dal medico con somatizzazioni da manuale, lunghe ore di riposo, nebbiolina leggera, post di bilanci e propositi.
Ma questa volta mi frego, cinque pastiglie al giorno sono sufficienti per decidere che no, non mi guardo indietro e non cerco cosa ha funzionato e cosa si è inceppato. In verità non voglio neppure cercare nel domani, non mi interessa. Cazzate. Mi interessa eccome ma non ne ho la forza. Sto leggendo un libro, L'Orologiaio Miope di Lisa Signorile, un saggio sull'evoluzione di animali che vivono in posti estremi e sulle strategie di sopravvivenza raffinate negli anni per migliorarsi e riuscire a farcela in questo mondo di merda. Ecco, non guardare indietro e non guardare avanti è, per me, una strategia di sopravvivenza.
So che mi ero ripromessa di guidare, leggere, studiare, parlare, volermi bene...lo so perché mi conosco, ogni anno è così e ogni anno, puntualmente, mi deludo caricando i futuri dodici mesi di aspettative che so solo io, che condivido solo con me (perché ok che ne scrivo qui, ma cosa significa? A cosa serve?) e che immancabilmente disattendo alla fine dell'anno successivo. E vai di delusione al cubo.
Quindi per questa volta non scrivo nulla, anzi, mi concedo un solo obiettivo, non tanto da raggiungere quanto da perseguire ogni giorno: fare cose che mi fanno stare bene ogni volta che ne ho la possibilità.
Dal lavoro non si scappa e così dalle sue responsabilità, ingiustizie, fatiche.
Gli stronzi ci sono sempre, sempre ci saranno e le persone, anche quelle che credevi più vicine, più leali, più importanti possono fregarti in un attimo (questo non lo dimentico mai per fortuna, solo ogni tanto, quando sono stanca, debole o stranamente ottimista, tendo ad assumere la posizione della squadretta da educazione tecnica).
I problemi di salute propri e degli affetti non si cancellano, spesso non si possono prevedere, di solito arrivano e basta. Di solito ma non nel mio caso: io me li faccio venire. E il mono proposito di quest'anno dovrebbe (si spera) ovviare un poco anche a questa tendenza, perché una persona che sta bene e che insegue il benessere magari tenderà a massacrarsi di morbi psicosomatici un tantino meno.
L'incertezza economica, strettamente legata al punto sul lavoro, sarà lontana ancora per tutto il 2014, ma in questo anno dovrò darmi da fare per garantirmi un minimo di serenità futura...don't worry adesso, ci si penserà da febbraio, chiuso l'incubo dottorato.
Visto che lo sento l'istinto a progettare, programmare, rimproverare rimproverarmi, prevedere, scuotere la testa, lo chiudo qua questo insolito post di fine anno, prendendo in prestito un pezzo della colonna sonora segnalata all'inizio, che mi serva per riflettere ancora una volta sugli errori da non fare, sulle cose importanti da ricordare, sul bene che ci dobbiamo volere.

"Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it's a waste of time.
From the perfect start to the finish line.
And if you're still breathing, you're the lucky ones.
'Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.
We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we'll reveal the truth
That one will die before he gets there.
And if you're still bleeding, you're the lucky ones..."


Buon Duemilaquattordici

giovedì 19 dicembre 2013

Una dose massiccia di vita

Oggi ho scoperto una cosa importantissima, che non sapevo o forse sì, ma che non ero in grado di fissare, a cui non ho mai dato un nome.
Oggi ho scoperto che i quattro sentimenti, quelli grandi e veri, hanno bisogno di una risposta altrettanto grande e vera e soprattutto precisa.
Rabbia, Paura, Tristezza, Gioia.
Cosa buona e giusta sarebbe intanto riconoscerli, sti sentimenti. Quando arrivano, quando vogliono uscire, quando un amico li sta provando, quando l'uomo della nostra vita è triste, quando la sorella è felice, quando siamo arrabbiati.
Io sono un disastro a riconoscerli, o anzi, faccio una cosa ancora peggiore: quando li riconosco li evito. Come l'HIV.
Non li tiro fuori, li nego a me stessa, li nascondo il più possibile agli altri e di solito ci riesco bene. Negli anni sono molto migliorata, ci sono persone a cui non posso assolutamente mentire, che mi leggono dentro e vedono che qualcosa non va, ci sono amici che mi conoscono, c'è mia mamma che sa come sono fatta, ma poco importa finché sarò bravissima a ingannare me stessa.
Ecco quindi che oggi ho scoperto che non solo è importante accogliere questi quattro cavalieri mascherati, ma che è importante pure essere ospitali con loro nel modo giusto. Faccio un esempio: abbiamo lavorato tutto il giorno, siamo andati in palestra, sono le 20.30 e andiamo a cena. Cosa ci servono nel piatto? Un'insalata semplice e una macedonia fresca. INUTILI.
Inutili tanto quanto: Andiamo a scuola, prendiamo un voto pessimo anche se abbiamo studiato tanto. Siamo arrabbiati, ci sentiamo ingiustamente valutati, arriviamo a casa e mamma dice "Ma cosa ti ha chiesto? Ma cosa hai risposto? Beh, però potevi dire meglio, se avessi introdotto quel concetto forse...se avessi approfondito quel capitolo magari...".
Ogni sentimento ha bisogno di una risposta precisa, per essere registrato, compreso e vissuto.
La rabbia vuole attenzione, deve essere ascoltata, vista.
La paura vuole comprensione, deve essere capita, abbracciata.
La tristezza vuole consolazione, deve essere coccolata, curata.
La gioia vuole condivisione, deve essere festeggiata, amata.

Io queste cose le ho sempre guardate negli altri, credo di essere un'amica discreta (in tutti i sensi) proprio perché abbastanza incline all'accoglienza, all'empatia, alla capacità di ascoltare un amico arrabbiato, di aiutare un'amica spaventata, di accarezzare un affetto triste e di fare i salti di gioia per le conquiste altrui.
Però, tutta questa grande capacità di risposta svanisce quando si tratta di me.
Negli ultimi giorni sono rimasta delusa e ho somatizzato (spero, perché al solito il mio cervello pensa ad altro) mostruosamente e in maniera pure piuttosto chiara ed evidente, proprio perché non ho saputo accogliere e buttare fuori la rabbia, in assoluto il sentimento che mi rifiuto maggiormente di provare, insieme alla gioia. Per quanto riguarda la paura, invece, sono maestra: la sento spesso, spessissimo, in maniera del tutto irrazionale, dannosa e fuori luogo. Non temo cose che ad altri farebbero cadere i capelli, affronto prove dure, di quelle toste e faticose, ma annego in un bicchier d'acqua perché da sola lo trasformo in un lago profondissimo.
La tristezza, invece, ogni tanto arriva e io quando posso mi sposto un po' più in là. A volte la confondo con la paura, a volte mi ci immergo come mi immergo nel piumone (in senso letterale: "Sono triste? Mi butto a letto"), a volte, molto raramente, la ascolto e me ne prendo cura.
Oggi però aver capito questi passaggi è stato utile, mi ha permesso di comprendere perché il senso di frustrazione e di irrisolto mi facesse visita anche quando mi pareva di aver risposto a un mio sentimento. Se si utilizza la reazione sbagliata, per esempio rispondendo alla rabbia comportandoci come se fossimo tristi, non riusciremo mai a superare il momento della difficoltà, ma anzi ci avvilupperemo in un groviglio di ansie, paure, paranoie e ossessioni difficilmente affrontabili.
Quindi, il prossimo grande passo potrebbe essere quello di accoppiare la carta A con la sua gemella, come in quei vecchi giochi da bambini in cui, inutile dirlo, sono sempre stata una frana.