Sono trascorsi talmente tanti giorni dall'ultimo post quaggiù che non sono nemmeno troppo sicura di ricordarmi come scrivere dei fatti miei in maniera veloce, con un buon ritmo e possibilmente con un po' di ironia.
Volevo iniziare questo post anche la settimana scorsa, ma, davvero, non ho avuto un momento libero per prendermi il giusto tempo. Cosa sto facendo di tanto importante ultimamente? Tutto e niente.
Sto frequentando dei corsi in università (i famosi 24cfu di cui vi parlavo in un post recente) che risucchiano quasi tutte le ore libere che restano dopo una giornata di lavoro. Si tratta(va) di seguire le lezioni e adesso si tratta di studiare e sostenere gli esami. Per ora ne ho dati tre su quattro, due passati, uno ancora non so, l'ultimo lo avrò tra meno di due settimane.
Mi sta piacendo? No. Fondamentalmente perché non ho ancora capito come andrà a finire questa nuova normativa, perché si tratta dell'ennesima porta socchiusa, perché mi pare di ritornare sui miei passi senza nemmeno prepararmi a dovere. Insomma, tutto quello che, di solito, mi fa stare male.
Cos'altro occupa le mie giornate? Il lavoro. Sempre di più, tra l'altro. Le scuole stanno pian piano terminando i percorsi pomeridiani di robotica ma si moltiplicano gli impegni nei week end e una nuova opportunità si è affacciata sulla mia vita proprio la settimana scorsa.
Mi sta piacendo? Sì, perché avevo bisogno di qualcosa di un pochino più fermo, che non stravolgesse completamente la mia routine, ma che, allo stesso tempo, zittisse almeno in parte le ansie più grandi. E poi, manco a dirlo, è una questione di scrittura.
Dal punto di vista della salute preferisco stendere un velo pietoso, nell'attesa che qualcosa si muova. Di certo le risonanze quasi total body sono negative e questa è un'ottima notizia. Se metto in fila la quantità di esami fatti fino ad ora dall'inizio dell'anno secondo me copro la strada da qui a Katmandu, probabilmente anche se metto in fila gli euro che ci sono voluti per pagarli. Ma le alternative (almeno per me) non c'erano e non ci sono.
Nel frattempo non demordo e aspetto, con una pazienza che manco Giobbe.
Prima di mettermi a scrivere riflettevo sul titolo e la foto che avrei scelto, cadendo per forza di cose su uno scatto che parla di lavoro. Per forza di cose perché, essendo sempre al lavoro, è ovvio che le poche foto del periodo vadano a parare proprio lì. Nell'immagine quassù c'è uno scarabeo stercorario che spinge una grossa palla di mxxxa (un'ex arancia, dipinta di marrone) di fronte a una serie di bambini presi bene per il laboratorio in partenza.
Ecco, direi che nessun'altra foto potrebbe rappresentare meglio il mio momento attuale.
Quale sia il segreto per continuare a far rotolare il pallone non lo so nemmeno io, sospetto però che sia una questione di costanza. E di pazienza. Entrambe, quaggiù, abbondano da sempre (come la mxxxa).
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lunedì 9 aprile 2018
sabato 23 gennaio 2016
Giorni, gocce e foglie gentili
Questi, per me, sono giorni gentili.
È un periodo di impegni nuovi che devo ancora imparare a gestire e su cui ho deciso di provare a investire comunque, nonostante le incertezze, gli ostacoli inevitabili e non dipendenti da me, le difficoltà.
Ho iniziato il ciclo di laboratori in una primaria: quattordici bambini curiosi, vivaci quanto basta per tenere la mia attenzione costantemente vigile, educati anche nei momenti di maggiore entusiasmo. Per ora, preparare i materiali per andare da loro e trascorrere un pomeriggio di scienza e creatività è solamente un piacere.
Oggi, invece, mi sono dedicata al mio nuovo lavoro: ho passato la giornata al Cimitero Monumentale di Staglieno, il posto dove in futuro starò probabilmente più a lungo (e non solo da morta :-/). Siamo andati lì per l'ora di pranzo, con l'intento di scattare le prime foto per realizzare le schede diagnostiche, ma alla fine ci siamo lasciati inghiottire da viali, cipressi, gallerie, scalette e ne siamo usciti giusto in tempo per evitare di rimanere chiusi dentro. Che, detto tra noi, non deve essere propriamente una cosa divertente.
Stare tutto il giorno lì ha sortito il solito effetto: ogni oretta mi prendeva lo sconforto, mi veniva tristezza, mi facevo buia buia e poi, così come era arrivato, il malumore se ne andava. Chissà se a forza di trascorrere ore tra le tombe questa cosa prima o poi finirà (ecco il progetto a cui parteciperò).
Ad ogni modo sono felice, perché quello che per anni è stato un lavoro, la materia dei miei studi, l'argomento di due tesi e di tanti pomeriggi sui libri, potrebbe di nuovo essere la mia occupazione principale, almeno per un po'.
I giorni gentili sono gentili perché sono anche giorni ragionati. Passo ore su ore a lavorare, a scrivere, a inviare e-mail, a organizzare riunioni e a volte mi accorgo di aver pranzato davanti al pc. So che così non si fa e, nell'attesa di trovare un ritmo buono e giusto ho provato a dedicare un giorno ogni tanto al relax. Che magari ha significato pulire casa, ma che a volte, invece, è stato passeggiare con Cindy negli angoli preferiti della città, trascorrere qualche ora con mamma e Agata, dormicchiare leggendo un libro sul divano.
E poi c'è il corso di stampa 3D il lunedì sera, lo spettacolo di Celestini proprio ieri e domani si va niente popò di meno che all'East Market di Milano, con mostre di Basilico e Maier annesse.
Sono queste le ragioni per cui scrivo meno quaggiù, ma non solo: come forse ho già detto, il fatto che scrivere sia diventato un mezzo lavoro, rende meno spontaneo l'aggiornamento del blog. Non so che farci ma è così, magari sarà una cosa passeggera, magari no. Chissà.
Nel frattempo ho avuto l'immenso piacere di vedere la prima bozza grafica del mio libro e chissà che questo anno bisestile non porti con sé anche la pubblicazione; io tengo le dita incrociate!
Le ultime due cose che voglio condividere sono i soliti progetti strambi in cui mi imbatto, mi lascio coinvolgere e mi fisso finché non ho raggiunto l'obiettivo prefissato: il primo è questa meravigliosa iniziativa di Tulimami, ispirata a sua volta da Dear Stranger, a tea for a day! e ripresa da moltissime altre blogger e crafter come La casa degli Antouche e la cara Effe. Io, naturalmente, ho abbracciato l'idea con tutto l'entusiasmo possibile e, un po' per gioco, un po' per mettere alla prova la mia novella passione per i timbri hand made, ho fatto nascere le #fogliegentili. Cosa sono? Queste (e queste o queste). Sono biglietti di carta morbida su cui stampo a mano una foglia, inseriti in una piccola busta con l'albero, il primo stampo che ho costruito utilizzando un vecchio kit da intaglio di mio papà. Ogni biglietto viene casualmente abbandonato dove capita, per ora i posti prescelti sono stati i bagni pubblici di una stazione e lo scompartimento di un treno. Chissà chi avrà trovato la foglia gentile, e chissà se sarà finita dritta dritta nella spazzatura oppure no.
Il secondo progetto che proverò a portare a termine quest'anno è ritrovare la mia penfriend, una ragazza inglese dal nome più comune d'Inghilterra con la quale mi scrivevo a dodici anni. Sarà un'impresa, ma ho la speranza che con una buona dose di fortuna, l'aiuto dei social network e la perseveranza che in questi casi mi contraddistingue... ce la farò!
È un periodo di impegni nuovi che devo ancora imparare a gestire e su cui ho deciso di provare a investire comunque, nonostante le incertezze, gli ostacoli inevitabili e non dipendenti da me, le difficoltà.
Ho iniziato il ciclo di laboratori in una primaria: quattordici bambini curiosi, vivaci quanto basta per tenere la mia attenzione costantemente vigile, educati anche nei momenti di maggiore entusiasmo. Per ora, preparare i materiali per andare da loro e trascorrere un pomeriggio di scienza e creatività è solamente un piacere.
Oggi, invece, mi sono dedicata al mio nuovo lavoro: ho passato la giornata al Cimitero Monumentale di Staglieno, il posto dove in futuro starò probabilmente più a lungo (e non solo da morta :-/). Siamo andati lì per l'ora di pranzo, con l'intento di scattare le prime foto per realizzare le schede diagnostiche, ma alla fine ci siamo lasciati inghiottire da viali, cipressi, gallerie, scalette e ne siamo usciti giusto in tempo per evitare di rimanere chiusi dentro. Che, detto tra noi, non deve essere propriamente una cosa divertente.
Stare tutto il giorno lì ha sortito il solito effetto: ogni oretta mi prendeva lo sconforto, mi veniva tristezza, mi facevo buia buia e poi, così come era arrivato, il malumore se ne andava. Chissà se a forza di trascorrere ore tra le tombe questa cosa prima o poi finirà (ecco il progetto a cui parteciperò).
Ad ogni modo sono felice, perché quello che per anni è stato un lavoro, la materia dei miei studi, l'argomento di due tesi e di tanti pomeriggi sui libri, potrebbe di nuovo essere la mia occupazione principale, almeno per un po'.
I giorni gentili sono gentili perché sono anche giorni ragionati. Passo ore su ore a lavorare, a scrivere, a inviare e-mail, a organizzare riunioni e a volte mi accorgo di aver pranzato davanti al pc. So che così non si fa e, nell'attesa di trovare un ritmo buono e giusto ho provato a dedicare un giorno ogni tanto al relax. Che magari ha significato pulire casa, ma che a volte, invece, è stato passeggiare con Cindy negli angoli preferiti della città, trascorrere qualche ora con mamma e Agata, dormicchiare leggendo un libro sul divano.
E poi c'è il corso di stampa 3D il lunedì sera, lo spettacolo di Celestini proprio ieri e domani si va niente popò di meno che all'East Market di Milano, con mostre di Basilico e Maier annesse.
Sono queste le ragioni per cui scrivo meno quaggiù, ma non solo: come forse ho già detto, il fatto che scrivere sia diventato un mezzo lavoro, rende meno spontaneo l'aggiornamento del blog. Non so che farci ma è così, magari sarà una cosa passeggera, magari no. Chissà.
Nel frattempo ho avuto l'immenso piacere di vedere la prima bozza grafica del mio libro e chissà che questo anno bisestile non porti con sé anche la pubblicazione; io tengo le dita incrociate!
Le ultime due cose che voglio condividere sono i soliti progetti strambi in cui mi imbatto, mi lascio coinvolgere e mi fisso finché non ho raggiunto l'obiettivo prefissato: il primo è questa meravigliosa iniziativa di Tulimami, ispirata a sua volta da Dear Stranger, a tea for a day! e ripresa da moltissime altre blogger e crafter come La casa degli Antouche e la cara Effe. Io, naturalmente, ho abbracciato l'idea con tutto l'entusiasmo possibile e, un po' per gioco, un po' per mettere alla prova la mia novella passione per i timbri hand made, ho fatto nascere le #fogliegentili. Cosa sono? Queste (e queste o queste). Sono biglietti di carta morbida su cui stampo a mano una foglia, inseriti in una piccola busta con l'albero, il primo stampo che ho costruito utilizzando un vecchio kit da intaglio di mio papà. Ogni biglietto viene casualmente abbandonato dove capita, per ora i posti prescelti sono stati i bagni pubblici di una stazione e lo scompartimento di un treno. Chissà chi avrà trovato la foglia gentile, e chissà se sarà finita dritta dritta nella spazzatura oppure no.
Il secondo progetto che proverò a portare a termine quest'anno è ritrovare la mia penfriend, una ragazza inglese dal nome più comune d'Inghilterra con la quale mi scrivevo a dodici anni. Sarà un'impresa, ma ho la speranza che con una buona dose di fortuna, l'aiuto dei social network e la perseveranza che in questi casi mi contraddistingue... ce la farò!
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domenica 14 dicembre 2014
Sfere
Palle.
Di Natale e non solo.
Reduce da un week end lavorativo, un corso di robotica che mi ha divertita e stancata contemporaneamente, scrivo a letto con la solita tisana che mi fuma accanto. Zuppa per cena e film romantico pronto in canna (anche se, vista l'ora, visto il sonno e visto l'appuntamento in Soprintendenza di domani, mi sa che crollerò).
Tra poco più di una settimana cominciano le vacanze e come se andassi ancora a scuola ho i compiti da fare: relazione di fine assegno più organizzazione per lo meno mentale di laboratori e lezioni per SDR. Altro compito: riposare. Non che sia particolarmente stanca, i giorni duri sono stati gli ultimi e saranno i prossimi, ma non si può proprio dire che i miei ritmi non siano sostenibili, anzi. Visto che da gennaio le cose cambieranno, probabilmente anche parecchio, penso sia comunque meglio arrivarci rilassati o per lo meno provarci.
Nella foto una delle palline vintage del mio sobrio alberello natalizio, come al solito oberato a dir poco da ogni gingillo possibile: latta, vetro, panno, legno, terracotta...tutti gli addobbi appesi hanno un loro materiale e una loro storia, qualcuno viene da lontano, direttamente dalla mia infanzia o addirittura dall'infanzia dei miei, qualcun altro è un acquisto più recente, arrivato nella scatola rossa l'anno che mi sono trasferita in centro. In questa settimana non sono state le sfere di Natale le vere protagoniste dei miei giorni e dei miei pensieri, ma piuttosto quelle di cui ho parlato giovedì nella stanza bianca. Immaginando tre palle sovrapposte l'una sull'altra, chiamiamo la prima (quella più in alto) Genitore, la seconda (quella al centro) Adulto e la terza (quella in basso) Bambino. Nella vita di ogni giorno l'ideale sarebbe che queste tre realtà, questi tre piccoli/grandi insiemi esistenziali coesistessero separati tra loro ma uniti dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro le strade che decidiamo di percorrere. Probabilmente, però, non è così semplice e può capitare che le tre palle si sovrappongano un poco, lasciando giudicare al Genitore le azioni dell'Adulto, già così spesso condizionato dalle emozioni del Bambino. Ma come ci si sente quando qualcuno ci rimprovera di un comportamento che abbiamo sentito inevitabile? E come può affermarsi un Adulto se si muove così di frequente tra gli sguardi di disappunto di un Genitore e i bisogni essenziali di un Bambino?
Io, pochi giorni fa, ho scoperto (e sentito) di aver finalmente praticato una sana divisione tra le tre sfere, liberando l'Adulto da pregiudizi e impulsi, permettendogli di camminare con uno sguardo alle regole e uno all'istinto ma senza costringerlo ad assecondare per forza nessuno dei due aspetti. Questa piccola/grande cosa che è successa mi ha reso felice, è stato come trovare un pezzo di puzzle che sembrava sparito e che non mi permetteva di continuare a costruire(mi).
Alè!
Di Natale e non solo.
Reduce da un week end lavorativo, un corso di robotica che mi ha divertita e stancata contemporaneamente, scrivo a letto con la solita tisana che mi fuma accanto. Zuppa per cena e film romantico pronto in canna (anche se, vista l'ora, visto il sonno e visto l'appuntamento in Soprintendenza di domani, mi sa che crollerò).
Tra poco più di una settimana cominciano le vacanze e come se andassi ancora a scuola ho i compiti da fare: relazione di fine assegno più organizzazione per lo meno mentale di laboratori e lezioni per SDR. Altro compito: riposare. Non che sia particolarmente stanca, i giorni duri sono stati gli ultimi e saranno i prossimi, ma non si può proprio dire che i miei ritmi non siano sostenibili, anzi. Visto che da gennaio le cose cambieranno, probabilmente anche parecchio, penso sia comunque meglio arrivarci rilassati o per lo meno provarci.
Nella foto una delle palline vintage del mio sobrio alberello natalizio, come al solito oberato a dir poco da ogni gingillo possibile: latta, vetro, panno, legno, terracotta...tutti gli addobbi appesi hanno un loro materiale e una loro storia, qualcuno viene da lontano, direttamente dalla mia infanzia o addirittura dall'infanzia dei miei, qualcun altro è un acquisto più recente, arrivato nella scatola rossa l'anno che mi sono trasferita in centro. In questa settimana non sono state le sfere di Natale le vere protagoniste dei miei giorni e dei miei pensieri, ma piuttosto quelle di cui ho parlato giovedì nella stanza bianca. Immaginando tre palle sovrapposte l'una sull'altra, chiamiamo la prima (quella più in alto) Genitore, la seconda (quella al centro) Adulto e la terza (quella in basso) Bambino. Nella vita di ogni giorno l'ideale sarebbe che queste tre realtà, questi tre piccoli/grandi insiemi esistenziali coesistessero separati tra loro ma uniti dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro le strade che decidiamo di percorrere. Probabilmente, però, non è così semplice e può capitare che le tre palle si sovrappongano un poco, lasciando giudicare al Genitore le azioni dell'Adulto, già così spesso condizionato dalle emozioni del Bambino. Ma come ci si sente quando qualcuno ci rimprovera di un comportamento che abbiamo sentito inevitabile? E come può affermarsi un Adulto se si muove così di frequente tra gli sguardi di disappunto di un Genitore e i bisogni essenziali di un Bambino?
Io, pochi giorni fa, ho scoperto (e sentito) di aver finalmente praticato una sana divisione tra le tre sfere, liberando l'Adulto da pregiudizi e impulsi, permettendogli di camminare con uno sguardo alle regole e uno all'istinto ma senza costringerlo ad assecondare per forza nessuno dei due aspetti. Questa piccola/grande cosa che è successa mi ha reso felice, è stato come trovare un pezzo di puzzle che sembrava sparito e che non mi permetteva di continuare a costruire(mi).
Alè!
domenica 3 agosto 2014
Impronte sulla neve
"Prima di amare, impara a camminare sulla neve senza lasciare impronte" dice un proverbio turco, e santiddio quanto è vero.
Con leggerezza, estrema. Con tranquillità, estrema. Con attenzione, estrema. Sono questi i modi in cui mi immagino camminare sulla neve, nel complicatissimo tentativo di non lasciare tracce.
Cosa vorrà dire? Non lo so, io la interpreto così: un gesto difficile, un movimento di velluto, che occorre saper fare alla perfezione prima di amare, pena il fallimento stesso dell'amore. D'istinto poi penso che allora sia impossibile amare, quanto lo è probabilmente riuscire a camminare nella neve senza affondare nemmeno un poco con i propri scarponi.
In almeno diciassette anni di onorata carriera nel mondo dell'amore credo di aver passato più tempo a cercare di uscire da una valanga che a passeggiare tranquilla in mezzo al bianco.
Ci ho provato, non so neppure più io quanto, e ogni volta ho aggiustato il tiro. Ho cambiato scarpe, ho messo i ramponi, le ciaspole, gli sci, ho scelto la neve fresca, quella compatta, quella sporca e quella quasi ghiacciata. Ho camminato col sole, con la pioggia e con altra neve che arrivava dal cielo. Ho camminato con il caldo, con il freddo gelido, con il vento e con la calma totale che solo la neve appena scesa, quella nuova ed emozionante, sa darti.
Ho sempre lasciato impronte, ho sempre fallito. A volte di più con solchi profondi, a volte di meno con semplici strisciate. Ma non sono ancora riuscita ad entrare in armonia e in risonanza, passando senza tracce nel paese dell'amore.
Riflettendo in questa giornata di pioggia, più simile ad un autunno anticipato che a una domenica di inizio agosto, mi sono accorta che davvero le tecniche possibili le ho provate tutte. So essere accondiscendente (sono maestra in questo, per la verità), so essere dura, so essere dolce, so essere compagnona, so essere femmina, so essere maschio, so essere simpatica, so essere sexy, so essere allegra, so essere triste, so essere buona, so essere affettuosa, so essere di pietra e so essere sfuggente. Sono diventata fotografa, scrittrice, cuoca, lettrice, educatrice, camminatrice, imprenditrice, assegnista, creativa, arrampicatrice, cameriera, ballerina, intellettuale, cazzara, bevitrice e salutista. Ho pesato quarantanove chili e cinquantasette chili. Ho vissuto con i genitori, con un genitore, con gli inquilini, da sola. Ho dormito con uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito senza un uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito con un uomo e ne sono stata felice. Ho dormito senza un uomo e ne sono stata felice. Ho vestito come un maschio, ho rasato la testa, ho indossato pantaloni larghissimi, ho messo jeans stretti, ho infilato gonne, tacchi, sandali e ballerine, ho tinto i capelli e li ho resi lisci, ho liberato i boccoli e li ho raccolti, ho messo il rossetto, il mascara, il profumo e lo smalto alle unghie. Sono uscita in tuta e con il cappotto, ho infilato i piedi negli stivali da pioggia e ho scordato l'ombrello. Ho ascoltato musica italiana e straniera, hip hop, rock, disco, indie, grunge, classica mentre leggevo libri gialli, romanzi, saggi, poesie.
Ho studiato arte, chimica, robotica e di nuovo arte. Ho bevuto birra, rum e vino bianco.
Sono andata a letto presto e ho fatto l'alba. Ho accolto un nuovo anno ballando, bevendo, camminando, piangendo e facendo l'amore.
Con quello che sono stata, con quello che sono e con quello che sono diventata, potrei andare avanti ore, ma non servirebbe a nulla, mi sa, visto che nella pratica non cambia un tubo. Quando mi sembra di essere accessoriata con i pezzi più giusti qualcosa immancabilmente non va e quasi sempre immancabilmente sono io. Che non so neppure più tornare indietro, a quando ero composta da un solo tipo di musica, di vestito, di acconciatura, di abitudine, di passione, di lavoro e di comportamento. Ora sono un frullato di cose, che goffamente cerca di tirare fuori l'accessorio giusto al momento giusto, affondando con un piede nella neve mentre con una mano aggiusta il cappello di piume e con l'altra controlla il rossetto.
Ci sono giorni che mi sento piena di risorse, di possibilità, giorni in cui credo di essermi creata così mille sbocchi, porte aperte, un'istintiva capacità di stare con le persone e, perché no, innamorarmene. Ci sono altri giorni, come oggi, in cui mi faccio solo una tristezza infinita.
Con leggerezza, estrema. Con tranquillità, estrema. Con attenzione, estrema. Sono questi i modi in cui mi immagino camminare sulla neve, nel complicatissimo tentativo di non lasciare tracce.
Cosa vorrà dire? Non lo so, io la interpreto così: un gesto difficile, un movimento di velluto, che occorre saper fare alla perfezione prima di amare, pena il fallimento stesso dell'amore. D'istinto poi penso che allora sia impossibile amare, quanto lo è probabilmente riuscire a camminare nella neve senza affondare nemmeno un poco con i propri scarponi.
In almeno diciassette anni di onorata carriera nel mondo dell'amore credo di aver passato più tempo a cercare di uscire da una valanga che a passeggiare tranquilla in mezzo al bianco.
Ci ho provato, non so neppure più io quanto, e ogni volta ho aggiustato il tiro. Ho cambiato scarpe, ho messo i ramponi, le ciaspole, gli sci, ho scelto la neve fresca, quella compatta, quella sporca e quella quasi ghiacciata. Ho camminato col sole, con la pioggia e con altra neve che arrivava dal cielo. Ho camminato con il caldo, con il freddo gelido, con il vento e con la calma totale che solo la neve appena scesa, quella nuova ed emozionante, sa darti.
Ho sempre lasciato impronte, ho sempre fallito. A volte di più con solchi profondi, a volte di meno con semplici strisciate. Ma non sono ancora riuscita ad entrare in armonia e in risonanza, passando senza tracce nel paese dell'amore.
Riflettendo in questa giornata di pioggia, più simile ad un autunno anticipato che a una domenica di inizio agosto, mi sono accorta che davvero le tecniche possibili le ho provate tutte. So essere accondiscendente (sono maestra in questo, per la verità), so essere dura, so essere dolce, so essere compagnona, so essere femmina, so essere maschio, so essere simpatica, so essere sexy, so essere allegra, so essere triste, so essere buona, so essere affettuosa, so essere di pietra e so essere sfuggente. Sono diventata fotografa, scrittrice, cuoca, lettrice, educatrice, camminatrice, imprenditrice, assegnista, creativa, arrampicatrice, cameriera, ballerina, intellettuale, cazzara, bevitrice e salutista. Ho pesato quarantanove chili e cinquantasette chili. Ho vissuto con i genitori, con un genitore, con gli inquilini, da sola. Ho dormito con uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito senza un uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito con un uomo e ne sono stata felice. Ho dormito senza un uomo e ne sono stata felice. Ho vestito come un maschio, ho rasato la testa, ho indossato pantaloni larghissimi, ho messo jeans stretti, ho infilato gonne, tacchi, sandali e ballerine, ho tinto i capelli e li ho resi lisci, ho liberato i boccoli e li ho raccolti, ho messo il rossetto, il mascara, il profumo e lo smalto alle unghie. Sono uscita in tuta e con il cappotto, ho infilato i piedi negli stivali da pioggia e ho scordato l'ombrello. Ho ascoltato musica italiana e straniera, hip hop, rock, disco, indie, grunge, classica mentre leggevo libri gialli, romanzi, saggi, poesie.
Ho studiato arte, chimica, robotica e di nuovo arte. Ho bevuto birra, rum e vino bianco.
Sono andata a letto presto e ho fatto l'alba. Ho accolto un nuovo anno ballando, bevendo, camminando, piangendo e facendo l'amore.
Con quello che sono stata, con quello che sono e con quello che sono diventata, potrei andare avanti ore, ma non servirebbe a nulla, mi sa, visto che nella pratica non cambia un tubo. Quando mi sembra di essere accessoriata con i pezzi più giusti qualcosa immancabilmente non va e quasi sempre immancabilmente sono io. Che non so neppure più tornare indietro, a quando ero composta da un solo tipo di musica, di vestito, di acconciatura, di abitudine, di passione, di lavoro e di comportamento. Ora sono un frullato di cose, che goffamente cerca di tirare fuori l'accessorio giusto al momento giusto, affondando con un piede nella neve mentre con una mano aggiusta il cappello di piume e con l'altra controlla il rossetto.
Ci sono giorni che mi sento piena di risorse, di possibilità, giorni in cui credo di essermi creata così mille sbocchi, porte aperte, un'istintiva capacità di stare con le persone e, perché no, innamorarmene. Ci sono altri giorni, come oggi, in cui mi faccio solo una tristezza infinita.
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martedì 22 luglio 2014
La cura
"The comfort zone is a behavioural state within which a person operates in an anxiety-neutral condition, using a limited set of behaviours to deliver a steady level of performance, usually without a sense of risk. A person's personality can be described by his or her comfort zones. A comfort zone is a type of mental conditioning that causes a person to create and operate mental boundaries. Such boundaries create an unfounded sense of security. Like inertia, a person who has established a comfort zone in a particular axis of his or her life, will tend to stay within that zone without stepping outside of it. To step outside their comfort zone, a person must experiment with new and different behaviours, and then experience the new and different responses that occur within their environment"
Questa è la definizione che Wikipedia scrive sul concetto di comfort zone.
Se si cerca in rete si trovano un sacco di altri documenti, tipo questo, che mi fa sorridere perché proprio oggi ho fotografato la tartaruga dei vicini, nella sua vaschetta in bilico sul davanzale della finestra, pensando quanto fosse dura pure per lei la giornata.
Oggi è difficile perché non sto bene, complice un ciclo-devasto e il caldo umidiccio, ho la pressione bassa e la mia lotta con la chimica è stata complicatissima fino alle due, quando finalmente ho toccato il letto e mi sono messa in salvo.
Ho aspettato il bus cercando un po' di ombra e tentando di ricacciare in gola la nausea e le lacrime che salivano alla velocità della luce senza alcun motivo.
E allora, sotto un albero polveroso, in mezzo al traffico, alla puzza e al rumore, ho scattato la foto quassù e mi sono chiusa nella mia comfort zone. Se leggo qua e là non sembra essere granché positivo il concetto di zona di conforto, perché viene immediatamente legato all'essere immobili, al non provare, al rinunciare ad apprendere.
Io non lo so, mi sembra di essere più d'accordo con Wikipedia, perché in questi mesi è l'aver trovato un'area protetta che mi ha salvata davvero. Uscire meno, uscire meglio. Parlare meno, parlare bene. Una sorta di introspezione che è stata invece un'uscita importantissima, una specie di appuntamento con me. Questa scelta, arrivata spontaneamente in verità, è stata indispensabile per la cura, io che già ero bravissima ad ascoltare il mio corpo, ho dovuto affinare la tecnica e tenermi d'occhio più del solito. In questi giorni in cui pian piano sto togliendo le rotelle è tutto più complicato e alla terapia dell'ascolto devo aggiungere, ancora più spesso, le altre medicine che da gennaio sto assumendo in dosi massicce:
- cucinare (oggi ho persino preparato la mia prima maionese, e l'unica impazzita, in cucina, ho continuato ad essere solo io!)
- leggere (due libri alla volta, con il progetto delle foto pantonelibronuovo e le recensioni puntuali)
- fare pilates (con più costanza possibile)
- cimentarmi in piccoli lavoretti fai da te (le lampadiyne ne sono un esempio)
- ascoltare musica ogni volta che posso, accostando il genere giusto al momento giusto
- dormire (tanto, spesso, bene)
- mangiare (con qualche sgarro in più ma con molta cura nella preparazione dei piatti)
- pensare (pochissimo, il meno possibile)
- scrivere (con una costanza commovente, che mi rende felice)
- andare oltre (a tutto quello che mi fa male, a tutte le persone che mi feriscono, a volte pure volontariamente)
Quindi, alla faccia delle teorie che vedono la comfort zone come un'area da cui uscire, come una restrizione che impedisce la crescita, io questa zona di conforto ho deciso che la arredo. Allegria.
Questa è la definizione che Wikipedia scrive sul concetto di comfort zone.
Se si cerca in rete si trovano un sacco di altri documenti, tipo questo, che mi fa sorridere perché proprio oggi ho fotografato la tartaruga dei vicini, nella sua vaschetta in bilico sul davanzale della finestra, pensando quanto fosse dura pure per lei la giornata.
Oggi è difficile perché non sto bene, complice un ciclo-devasto e il caldo umidiccio, ho la pressione bassa e la mia lotta con la chimica è stata complicatissima fino alle due, quando finalmente ho toccato il letto e mi sono messa in salvo.
Ho aspettato il bus cercando un po' di ombra e tentando di ricacciare in gola la nausea e le lacrime che salivano alla velocità della luce senza alcun motivo.
E allora, sotto un albero polveroso, in mezzo al traffico, alla puzza e al rumore, ho scattato la foto quassù e mi sono chiusa nella mia comfort zone. Se leggo qua e là non sembra essere granché positivo il concetto di zona di conforto, perché viene immediatamente legato all'essere immobili, al non provare, al rinunciare ad apprendere.
Io non lo so, mi sembra di essere più d'accordo con Wikipedia, perché in questi mesi è l'aver trovato un'area protetta che mi ha salvata davvero. Uscire meno, uscire meglio. Parlare meno, parlare bene. Una sorta di introspezione che è stata invece un'uscita importantissima, una specie di appuntamento con me. Questa scelta, arrivata spontaneamente in verità, è stata indispensabile per la cura, io che già ero bravissima ad ascoltare il mio corpo, ho dovuto affinare la tecnica e tenermi d'occhio più del solito. In questi giorni in cui pian piano sto togliendo le rotelle è tutto più complicato e alla terapia dell'ascolto devo aggiungere, ancora più spesso, le altre medicine che da gennaio sto assumendo in dosi massicce:
- cucinare (oggi ho persino preparato la mia prima maionese, e l'unica impazzita, in cucina, ho continuato ad essere solo io!)
- leggere (due libri alla volta, con il progetto delle foto pantonelibronuovo e le recensioni puntuali)
- fare pilates (con più costanza possibile)
- cimentarmi in piccoli lavoretti fai da te (le lampadiyne ne sono un esempio)
- ascoltare musica ogni volta che posso, accostando il genere giusto al momento giusto
- dormire (tanto, spesso, bene)
- mangiare (con qualche sgarro in più ma con molta cura nella preparazione dei piatti)
- pensare (pochissimo, il meno possibile)
- scrivere (con una costanza commovente, che mi rende felice)
- andare oltre (a tutto quello che mi fa male, a tutte le persone che mi feriscono, a volte pure volontariamente)
Quindi, alla faccia delle teorie che vedono la comfort zone come un'area da cui uscire, come una restrizione che impedisce la crescita, io questa zona di conforto ho deciso che la arredo. Allegria.
domenica 6 luglio 2014
Il diario verde
Ho perso la carta prepagata e così, prima di andare dai carabinieri per la denuncia ho messo sottosopra la mia vecchia stanza a casa di mamma...niente da fare. E' sparita.
In compenso però, dopo due giorni di sole, mare, amici, uncinetto, frutta e persino una vittoria al Palio del Gallinaccio 2014, mettendo in ordine (o in disordine) scatole, cassetti e scaffali ho trovato il mio diario.
Il blog di quando ero piccola insomma. Ed è il più recente di quelli che ho scritto. Aprirlo e rileggerlo tutto è stato così doloroso, commovente e a tratti pure divertente che ho deciso di fermarmi e non cercare anche gli altri miei scritti.
Terrò il piccolo libro rosa per la prossima volta, stasera mi basterà andare a dormire con in mente qualche brano del diario verde.
Ricordo benissimo dove andavo a comprare le agende per scrivere i miei pensieri, in Piazzetta del Ferro, dove ancora oggi credo ci sia la bottega che rilega e confeziona oggetti con la carta. Costavano cari e la scelta era difficilissima. Non volevo righe né quadretti, preferivo gli spazi bianchi da gestire sul momento, anche incollando frasi, biglietti o foglie secche, come sempre.
Rileggendo indietro nel tempo (il primo "post" è del 2002) ho trovato la solita me in difficoltà, spaventata dagli abbandoni, piena di forza e tenacia nelle relazioni, stanca di studiare e dare esami per poi non andare in vacanza, non concedersi due giorni di svago, sfiancata dal carattere impossibile di papà e dalle fatiche di mamma. Ho trovato una Elena in fuga, che non faceva altro che scrivere quanto desiderasse scappare, ora però, tutto questo bisogno, non lo ricordo per nulla.
Credo di aver rimosso moltissime cose, nel mio cervello si confondono le date e si accavallano gli avvenimenti, tra analisi, macchie nei polmoni di tre persone diverse, ospedali, prelievi, funerali, candele, treni, gatti e auto in fiamme non saprei ricostruire a memoria tutto quello che ho visto in quegli anni. Ma l'ho scritto. E oggi l'ho ritrovato.
Mi sono seduta sul pavimento, schiena contro il muro, e ho letto tutto d'un fiato i miei pensieri di dodici anni fa.
Stasera ne riporto un pezzo, perché mi ha lasciata sorpresa, forse pure un po' ammirata, di sicuro mi ha inumidito gli occhi.
05-03-2003
La mia vita sta cambiando un'altra volta. Col trapano di mio padre e Wild Horses come sottofondo mi accorgo di questo. Non posso fermarla forse perché non voglio o perché non si può bloccare il vento sugli anni.
Gli anni giovani sono i più sottili, dondolano più degli altri, fanno venire la nausea al cuore e pensare che io soffro persino l'automobile. La mia vita sta cambiando perché il vento è sempre più forte e non riesco più a rimettere gli anni al loro posto, rimangono scompigliati. Ciò che mi resta è spezzare quelli che appesantiscono la pianta più grande che esista, la vita più grande che esista.
La mia vita è la più grande che esista, certe sue parti sono marce e da tagliare via certe sono solo da potare ma devo lasciare che le rondini vi riposino, creino altra vita alla mia vita. Sono vuota, infetta nella pancia di una malattia vegetale. Sono bella di poesia e di cuore e di miele e di sangue.
Sono muta di parole di accidenti di malumori.
Sono calda di cielo di mare e di sale.
Sono vitale di speranze e di rese.
Quello che mi viene da pensare è che già scrivevo di piante, di mondo vegetale, di natura che vive e cresce. Nel giorno in cui ho terminato Una barca nel bosco di Paola Mastrocola sentendomi parte totale del delirio verde del protagonista e della sua inadeguatezza verso il resto del mondo, ho trovato parole che a ventun anni non riuscivo a trattenere. Avevo ventuno anni accidenti, e doveva ancora iniziare l'inferno.
Ho grandi ragioni, ma enormi davvero, per essere indulgente con me stessa, per volere più bene a quel mio primo amore così affaticato, per guardare indietro e capire da dove trascino il senso di incapacità che non riesco mai ad appoggiare. Quanto sentimento ho sottovalutato! Quante difficoltà ho superato! E meno male che ho scritto tutto, come al solito, meno male che ho le prove per ricordare al mio peggior giudice che sono stata proprio brava.
In compenso però, dopo due giorni di sole, mare, amici, uncinetto, frutta e persino una vittoria al Palio del Gallinaccio 2014, mettendo in ordine (o in disordine) scatole, cassetti e scaffali ho trovato il mio diario.
Il blog di quando ero piccola insomma. Ed è il più recente di quelli che ho scritto. Aprirlo e rileggerlo tutto è stato così doloroso, commovente e a tratti pure divertente che ho deciso di fermarmi e non cercare anche gli altri miei scritti.
Terrò il piccolo libro rosa per la prossima volta, stasera mi basterà andare a dormire con in mente qualche brano del diario verde.
Ricordo benissimo dove andavo a comprare le agende per scrivere i miei pensieri, in Piazzetta del Ferro, dove ancora oggi credo ci sia la bottega che rilega e confeziona oggetti con la carta. Costavano cari e la scelta era difficilissima. Non volevo righe né quadretti, preferivo gli spazi bianchi da gestire sul momento, anche incollando frasi, biglietti o foglie secche, come sempre.
Rileggendo indietro nel tempo (il primo "post" è del 2002) ho trovato la solita me in difficoltà, spaventata dagli abbandoni, piena di forza e tenacia nelle relazioni, stanca di studiare e dare esami per poi non andare in vacanza, non concedersi due giorni di svago, sfiancata dal carattere impossibile di papà e dalle fatiche di mamma. Ho trovato una Elena in fuga, che non faceva altro che scrivere quanto desiderasse scappare, ora però, tutto questo bisogno, non lo ricordo per nulla.
Credo di aver rimosso moltissime cose, nel mio cervello si confondono le date e si accavallano gli avvenimenti, tra analisi, macchie nei polmoni di tre persone diverse, ospedali, prelievi, funerali, candele, treni, gatti e auto in fiamme non saprei ricostruire a memoria tutto quello che ho visto in quegli anni. Ma l'ho scritto. E oggi l'ho ritrovato.
Mi sono seduta sul pavimento, schiena contro il muro, e ho letto tutto d'un fiato i miei pensieri di dodici anni fa.
Stasera ne riporto un pezzo, perché mi ha lasciata sorpresa, forse pure un po' ammirata, di sicuro mi ha inumidito gli occhi.
05-03-2003
La mia vita sta cambiando un'altra volta. Col trapano di mio padre e Wild Horses come sottofondo mi accorgo di questo. Non posso fermarla forse perché non voglio o perché non si può bloccare il vento sugli anni.
Gli anni giovani sono i più sottili, dondolano più degli altri, fanno venire la nausea al cuore e pensare che io soffro persino l'automobile. La mia vita sta cambiando perché il vento è sempre più forte e non riesco più a rimettere gli anni al loro posto, rimangono scompigliati. Ciò che mi resta è spezzare quelli che appesantiscono la pianta più grande che esista, la vita più grande che esista.
La mia vita è la più grande che esista, certe sue parti sono marce e da tagliare via certe sono solo da potare ma devo lasciare che le rondini vi riposino, creino altra vita alla mia vita. Sono vuota, infetta nella pancia di una malattia vegetale. Sono bella di poesia e di cuore e di miele e di sangue.
Sono muta di parole di accidenti di malumori.
Sono calda di cielo di mare e di sale.
Sono vitale di speranze e di rese.
Quello che mi viene da pensare è che già scrivevo di piante, di mondo vegetale, di natura che vive e cresce. Nel giorno in cui ho terminato Una barca nel bosco di Paola Mastrocola sentendomi parte totale del delirio verde del protagonista e della sua inadeguatezza verso il resto del mondo, ho trovato parole che a ventun anni non riuscivo a trattenere. Avevo ventuno anni accidenti, e doveva ancora iniziare l'inferno.
Ho grandi ragioni, ma enormi davvero, per essere indulgente con me stessa, per volere più bene a quel mio primo amore così affaticato, per guardare indietro e capire da dove trascino il senso di incapacità che non riesco mai ad appoggiare. Quanto sentimento ho sottovalutato! Quante difficoltà ho superato! E meno male che ho scritto tutto, come al solito, meno male che ho le prove per ricordare al mio peggior giudice che sono stata proprio brava.
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lunedì 9 giugno 2014
Due
Il pretesto, ancora una volta, me lo ha dato Cindy con questo post. Anzi, me lo hanno dato Daria Pop che lo ha scritto (e che io ancora non conosco) e Cindy che ha ospitato i suoi pensieri.
Io ce l'ho un obiettivo?
Eh, bella domanda.
Per capirlo forse dovrei prima sapere chi sono e cosa faccio. Ma forse, anche a quel punto, sarei comunque confusa e piena di dubbi sul futuro e sulle mete che ho davanti. O che potrei raggiungere. O che boh.
Credo di avere due vite, forse pure tre, ugualmente importanti, ugualmente divertenti. Mentirei se dicessi che andare al lavoro mi piace quanto stare sull'albero a costruire con la mente prima ancora che con le mani o a scrivere come sto facendo ora, nel silenzio e nella calma più totali. Ma è pur vero che se la creatività fosse la mia primaria occupazione forse non mi piacerebbe così tanto e le mattinate a scoprire i segreti di un dipinto mi mancherebbero assai. Chi può dirlo.
Ho appena salvato la presentazione power point che dovrò usare la settimana prossima per dire chi sono ai miei compagni di corso, e così, in un attimo, sono saltata ne ilmareingiardino per buttarmi in questo post che mi pizzica dalla mattina.
Con uguale concentrazione e presenza di me ho scritto di analisi al microscopio e ho pensato a come rendere comprensibile il senso di dualità che mi caratterizza. O di trinità, dicevamo, ma così forse si fa troppo pretenzioso.
E' come se avessi una gemella siamese, come se fossimo attaccate una alla schiena dell'altra e ogni giorno c'è chi appoggia il primo piede sul parquet e inizia la nuova giornata. Cross section o garofani color salmone? Raggi X o pantone del libro nuovo? Resina epossidica o zucchine sul balcone?
La grande differenza credo stia innanzi tutto nel fatto che questo lavoro mi dà da mangiare, e bene pure. Ma questo lavoro che mi permette orari flessibili, uscite anticipate, vacanze improvvisate, viaggi rimborsati e pure qualche bella soddisfazione ogni tanto, il prossimo anno non ci sarà più. E quindi? Toccherà mica all'altra gemella farsi avanti? A quella dei semi-conigli (vedi foto), quella delle recensioni piene di cuore, quella dei pupazzi di lana e dei collage con la carta abrasiva?
Io non lo so e a volte vorrei proprio avere una sfera di cristallo in cui poter guardare il mio (nostro) domani senza la paura di ciò che non conosco. Giusto per avere il tempo di organizzarmi eh, giusto per capire se fotografare amarene o scrivere di vita, morte e erba verde possa davvero essere un lavoro. Qualcosa su cui investire. Qualcosa che si definisce un obiettivo.
Nel frattempo ho almeno tre progetti fotografici in mente, un'idea handmade perfettamente funzionante che non ho maitempo, voglia, coraggio di portare avanti, uno spiccato gusto per il bello-bellissimo che è davvero un delitto chiudere in un cassetto, un sacco di parole scritte, in parte condivise, ma mai rese ordinate e accordate tra loro, un milione di piccole grandi passioni più o meno passeggere, da vera smandrappata, che mi riprometto sempre di fissare su un quaderno ma che alla fine restano un semplice soffio di vento.
Ora perdonatemi, ma devo inviare il power point al mio tutor e dire due parole alla menta sulla finestra.
Io ce l'ho un obiettivo?
Eh, bella domanda.
Per capirlo forse dovrei prima sapere chi sono e cosa faccio. Ma forse, anche a quel punto, sarei comunque confusa e piena di dubbi sul futuro e sulle mete che ho davanti. O che potrei raggiungere. O che boh.
Credo di avere due vite, forse pure tre, ugualmente importanti, ugualmente divertenti. Mentirei se dicessi che andare al lavoro mi piace quanto stare sull'albero a costruire con la mente prima ancora che con le mani o a scrivere come sto facendo ora, nel silenzio e nella calma più totali. Ma è pur vero che se la creatività fosse la mia primaria occupazione forse non mi piacerebbe così tanto e le mattinate a scoprire i segreti di un dipinto mi mancherebbero assai. Chi può dirlo.
Ho appena salvato la presentazione power point che dovrò usare la settimana prossima per dire chi sono ai miei compagni di corso, e così, in un attimo, sono saltata ne ilmareingiardino per buttarmi in questo post che mi pizzica dalla mattina.
Con uguale concentrazione e presenza di me ho scritto di analisi al microscopio e ho pensato a come rendere comprensibile il senso di dualità che mi caratterizza. O di trinità, dicevamo, ma così forse si fa troppo pretenzioso.
E' come se avessi una gemella siamese, come se fossimo attaccate una alla schiena dell'altra e ogni giorno c'è chi appoggia il primo piede sul parquet e inizia la nuova giornata. Cross section o garofani color salmone? Raggi X o pantone del libro nuovo? Resina epossidica o zucchine sul balcone?
La grande differenza credo stia innanzi tutto nel fatto che questo lavoro mi dà da mangiare, e bene pure. Ma questo lavoro che mi permette orari flessibili, uscite anticipate, vacanze improvvisate, viaggi rimborsati e pure qualche bella soddisfazione ogni tanto, il prossimo anno non ci sarà più. E quindi? Toccherà mica all'altra gemella farsi avanti? A quella dei semi-conigli (vedi foto), quella delle recensioni piene di cuore, quella dei pupazzi di lana e dei collage con la carta abrasiva?
Io non lo so e a volte vorrei proprio avere una sfera di cristallo in cui poter guardare il mio (nostro) domani senza la paura di ciò che non conosco. Giusto per avere il tempo di organizzarmi eh, giusto per capire se fotografare amarene o scrivere di vita, morte e erba verde possa davvero essere un lavoro. Qualcosa su cui investire. Qualcosa che si definisce un obiettivo.
Nel frattempo ho almeno tre progetti fotografici in mente, un'idea handmade perfettamente funzionante che non ho mai
Ora perdonatemi, ma devo inviare il power point al mio tutor e dire due parole alla menta sulla finestra.
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giovedì 6 febbraio 2014
L'acquario
In questi giorni si parla di acquari, di giusta distanza (questa) e di ascensori che salgono e scendono obliqui.
Ho comprato quattro libri, non tutti per me in verità, ma tra gli sconti, la voglia di ricominciare a tuffarmi tra pagine e storie, il bisogno di passare direttamente a domani sera, non ho saputo resistere.
Sono andata per libri nello stesso modo in cui vado per cibo. Con la fame, quando mi accorgo di aver finito le scorte, di aver mangiato tutto quello che potevo e letto ogni cosa, comprese le etichette degli shampoo.
In realtà qualche cecio in dispensa, un po' di pasta nel barattolo e un paio di yogurt nel frigo c'erano ancora, come del resto, ad essere sinceri, non ho letto proprio tutto tutto, ma ci sono libri che vanno presi a pezzi, una pagina ogni tanto, un capitolo qua e là e io ora ho proprio bisogno di storie da divorare in una notte, di vite raccontate in duecento pagine e di personaggi nuovi.
In questo periodo sto seguendo blog interessanti, come questo e questo, trovando in quest'ultimo un sacco di spunti, sogni e letture stimolanti: uno degli acquisti di oggi arriva proprio da lì.
Da dietro il mio vetro spesso guardo gli altri che guardano me, immagino mondi miei di serenità e naturalezza, coltivo distacchi necessari, utili e (spero) definitivi, libero vicinanze spontanee, dolci e piene di tranquillità.
Ascolto il mio corpo parlare, senza ignorarlo come un tempo, lo curo con tutte le armi che ho mescolando la chimica alla corsa, la terapia al pilates, i lunghi sonni alle coccole, l'alimentazione attenta al vino buono.
Ho paura che il vetro si rompa e che tutto si mescoli di nuovo, temo confusione e dolore, ma quando mi rilasso, quando lascio andare le cose così come vogliono loro, allora tutto mi appare più facile, più mio, senza dovermi per forza arrendere alla freddezza, alla diffidenza, al rancore, ma semplicemente vivendo la vita. VIVENDO LA VITA. Cosa c'è di più banale? Cosa c'è di più difficile?
Sono tutti pensieri in libertà questi, mi rendo conto, sono le riflessioni che mi scopro a fare ad alta voce mentre preparo la cena o stendo il bucato, ma per me sono traguardi importanti, obiettivi che ho provato a raggiungere mille volte (in quanti post parlo di queste difficoltà???), motivi di frustrazioni grandi e di crisi lunghe e faticose.
Per questo mi piacerebbe inserire delle sane abitudini anche qui, qualche appuntamento fisso, come la canzone al mese che ho istituito con l'anno nuovo, un'idea che alleggerisca i toni, o che mescoli un po' le carte ogni tanto.
Ho in mente qualcosa in effetti, voglio pensarci ancora un po' su (magari questa voglia di novità mi passa, chissà) e non voglio decidere nessun calendario stabilito: nel mio nuovo acquario i tempi sono dilatati e pure parecchio casuali.
Per ora quello che so è che vorrei seguire il filo di un'idea che da qualche tempo mi si è attorcigliato a un dito, vorrei scrivere sotto al segno di QB, Qualcosa di Bello e Qualcosa di Brutto. Mi spiego meglio, in sostanza quaggiù non cambierà nulla, ci sarà solo un'etichetta in più, ma mi piacerebbe raccontare con cadenza più o meno regolare un'esperienza piacevole e una negativa, provando ad analizzarle nelle loro caratteristiche più visibili e pure in quelle più nascoste. Cosa rende una cosa bella o brutta per me? Senza limiti...potrà trattarsi di un piatto, di uno spettacolo teatrale, di un vestito, un libro, un film, un paio di orecchini, una domenica, una colazione o un concerto. QB.
Vedremo.
Ho comprato quattro libri, non tutti per me in verità, ma tra gli sconti, la voglia di ricominciare a tuffarmi tra pagine e storie, il bisogno di passare direttamente a domani sera, non ho saputo resistere.
Sono andata per libri nello stesso modo in cui vado per cibo. Con la fame, quando mi accorgo di aver finito le scorte, di aver mangiato tutto quello che potevo e letto ogni cosa, comprese le etichette degli shampoo.
In realtà qualche cecio in dispensa, un po' di pasta nel barattolo e un paio di yogurt nel frigo c'erano ancora, come del resto, ad essere sinceri, non ho letto proprio tutto tutto, ma ci sono libri che vanno presi a pezzi, una pagina ogni tanto, un capitolo qua e là e io ora ho proprio bisogno di storie da divorare in una notte, di vite raccontate in duecento pagine e di personaggi nuovi.
In questo periodo sto seguendo blog interessanti, come questo e questo, trovando in quest'ultimo un sacco di spunti, sogni e letture stimolanti: uno degli acquisti di oggi arriva proprio da lì.
Da dietro il mio vetro spesso guardo gli altri che guardano me, immagino mondi miei di serenità e naturalezza, coltivo distacchi necessari, utili e (spero) definitivi, libero vicinanze spontanee, dolci e piene di tranquillità.
Ascolto il mio corpo parlare, senza ignorarlo come un tempo, lo curo con tutte le armi che ho mescolando la chimica alla corsa, la terapia al pilates, i lunghi sonni alle coccole, l'alimentazione attenta al vino buono.
Ho paura che il vetro si rompa e che tutto si mescoli di nuovo, temo confusione e dolore, ma quando mi rilasso, quando lascio andare le cose così come vogliono loro, allora tutto mi appare più facile, più mio, senza dovermi per forza arrendere alla freddezza, alla diffidenza, al rancore, ma semplicemente vivendo la vita. VIVENDO LA VITA. Cosa c'è di più banale? Cosa c'è di più difficile?
Sono tutti pensieri in libertà questi, mi rendo conto, sono le riflessioni che mi scopro a fare ad alta voce mentre preparo la cena o stendo il bucato, ma per me sono traguardi importanti, obiettivi che ho provato a raggiungere mille volte (in quanti post parlo di queste difficoltà???), motivi di frustrazioni grandi e di crisi lunghe e faticose.
Per questo mi piacerebbe inserire delle sane abitudini anche qui, qualche appuntamento fisso, come la canzone al mese che ho istituito con l'anno nuovo, un'idea che alleggerisca i toni, o che mescoli un po' le carte ogni tanto.
Ho in mente qualcosa in effetti, voglio pensarci ancora un po' su (magari questa voglia di novità mi passa, chissà) e non voglio decidere nessun calendario stabilito: nel mio nuovo acquario i tempi sono dilatati e pure parecchio casuali.
Per ora quello che so è che vorrei seguire il filo di un'idea che da qualche tempo mi si è attorcigliato a un dito, vorrei scrivere sotto al segno di QB, Qualcosa di Bello e Qualcosa di Brutto. Mi spiego meglio, in sostanza quaggiù non cambierà nulla, ci sarà solo un'etichetta in più, ma mi piacerebbe raccontare con cadenza più o meno regolare un'esperienza piacevole e una negativa, provando ad analizzarle nelle loro caratteristiche più visibili e pure in quelle più nascoste. Cosa rende una cosa bella o brutta per me? Senza limiti...potrà trattarsi di un piatto, di uno spettacolo teatrale, di un vestito, un libro, un film, un paio di orecchini, una domenica, una colazione o un concerto. QB.
Vedremo.
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venerdì 17 gennaio 2014
La finestra di fronte
Quando ero piccola facevo un gioco: seduta sul sedile posteriore dell'auto, di ritorno da una serata al cinema o da qualche cena da amici di mamma, guardavo passare i palazzi accanto a me e immaginavo la vita dietro alle finestre illuminate. Penso fosse un'abitudine comune a molti, ma ricordo che per me era un vero e proprio rito, da novembre in poi, quando le giornate ormai inesorabilmente corte lasciavano molto presto spazio al buio, io mi incantavo a osservare quei quadratini di luce. Se ero fortunata poteva capitare che qualcuno passasse davanti alla finestra proprio mentre guardavo io, piccole sagome nere indaffarate a vivere vite che non conoscevo, lontane dalla mia, forse brutte, forse meravigliose, forse normali.
Mi pare di ricordare che in certi casi fossi persino arrivata a dare un nome agli abitanti di quelle case, seduti al tavolo di una cucina, con la tovaglia chiara illuminata dalla luce fredda di un neon tondo, anni ottanta, con una bottiglia di birra aperta e una TV che va, ignorata da tutti.
Crescendo non ho mai perso questa abitudine, anche adesso che sono grande (!) e vivo da sola continuo a guardare verso le luci accese e Genova mi offre sempre un'opportunità perfetta per coltivare questa strana mania: la Sopraelevata. Da quel serpente più alto di tutto posso scorrere centinaia di metri di case accese, di appartamenti grandi, uffici, piccole stanze, tende rosse, tende rotte, persiane un poco accostate, vetrate immense. Ancora stasera, come sempre passeggera, le ho guardate tutte, soffermandomi su quelle che ormai conosco e che aspetto ogni volta con (im)pazienza: quella dove ho abitato due anni, incastrata tra le pareti gialle e i tetti dritti, quella del vicino-vicino, quella dei vicini matematici-fotografi-pasticceri e quella della famiglia nuova nuova che per arrivare sale mille scalini. C'è la sala piena di quadri e mobili scuri, come se fosse una galleria d'arte, con una grande televisione a schermo piatto sempre accesa, oggi guardavano un gioco a premi mi pare e la luce era come al solito troppo forte. La linea di uffici tutti uguali mi porta alla mia preferita, quella con il balcone pieno di strane piante mezze secche, pendule e bellissime, quella che ha un lampadario enorme, un insieme di bicchieri di vetro colorati che colano dal soffitto e scendono su un grande tavolo; questa casa è a due piani secondo me, perché pure l'ammezzato sopra, con le travi a vista e tutti i libri, non può che appartenere alle stesse persone. Poco dopo c'è un appartamento pieno di piante da interno, tutte accostate alle finestre e una appesa ad un vaso di corda, la luce non è mai troppa...forse leggono, forse sono riservati, gli abitanti di quella casa.
Pian piano che ci si avvicina alla parte più affaticata, ai vicoli più difficili, le piante non si vedono più e le stanze sono spesso attraversate da corde per il bucato e mobili rotti. A volte le finestre hanno un vetro solo e a volte la luce arriva da lampadine appese a un filo, e basta. Le case di Genova hanno spesso i soffitti alti e questo significa soppalchi, dalla Sopraelevata se ne vedono tanti, con le lenzuola che penzolano, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e le librerie piene di volumi da studenti universitari. Quando cammino per strada e non ho la visione così privilegiata che mi regala la Sopraelevata alzo il naso e provo comunque a immaginare cosa ci sarà, una delle scene che preferisco è la ragazza che rientra con un sacchetto di carta marrone, all'americana per intenderci, pieno di cose da mangiare e un mazzo di anemoni mosci da mettere subito in acqua. Immagino un gatto che miagola, una luce che si accende, immagino un papà che rientra stanco e due bimbi che gli si appendono ai pantaloni, immagino una zuppa che bolle, una doccia che va, un neonato che piange, un vecchio che toglie la dentiera, una coppia che fa l'amore, una casa vuota e buia. Anche quando sono a casa mia, accoccolata sul divano con un libro e una coperta penso a cosa vedrà la gente sotto casa, penserà che la luce è troppo fredda? E' vero, avete ragione, ma le lampadine più gialle erano finite. Penserà a quanto sono alte le finestre? Eh sì, per questo non lavo mai i vetri e il solo pensiero di mettermi a smontare le tende mi inorridisce. Penserà alle mie piante d'edera che scendono coraggiose? Ci penso anche io, tutte le volte che infilo la chiave nel portone, controllo la posta e accendo la luce.
Mi pare di ricordare che in certi casi fossi persino arrivata a dare un nome agli abitanti di quelle case, seduti al tavolo di una cucina, con la tovaglia chiara illuminata dalla luce fredda di un neon tondo, anni ottanta, con una bottiglia di birra aperta e una TV che va, ignorata da tutti.
Crescendo non ho mai perso questa abitudine, anche adesso che sono grande (!) e vivo da sola continuo a guardare verso le luci accese e Genova mi offre sempre un'opportunità perfetta per coltivare questa strana mania: la Sopraelevata. Da quel serpente più alto di tutto posso scorrere centinaia di metri di case accese, di appartamenti grandi, uffici, piccole stanze, tende rosse, tende rotte, persiane un poco accostate, vetrate immense. Ancora stasera, come sempre passeggera, le ho guardate tutte, soffermandomi su quelle che ormai conosco e che aspetto ogni volta con (im)pazienza: quella dove ho abitato due anni, incastrata tra le pareti gialle e i tetti dritti, quella del vicino-vicino, quella dei vicini matematici-fotografi-pasticceri e quella della famiglia nuova nuova che per arrivare sale mille scalini. C'è la sala piena di quadri e mobili scuri, come se fosse una galleria d'arte, con una grande televisione a schermo piatto sempre accesa, oggi guardavano un gioco a premi mi pare e la luce era come al solito troppo forte. La linea di uffici tutti uguali mi porta alla mia preferita, quella con il balcone pieno di strane piante mezze secche, pendule e bellissime, quella che ha un lampadario enorme, un insieme di bicchieri di vetro colorati che colano dal soffitto e scendono su un grande tavolo; questa casa è a due piani secondo me, perché pure l'ammezzato sopra, con le travi a vista e tutti i libri, non può che appartenere alle stesse persone. Poco dopo c'è un appartamento pieno di piante da interno, tutte accostate alle finestre e una appesa ad un vaso di corda, la luce non è mai troppa...forse leggono, forse sono riservati, gli abitanti di quella casa.
Pian piano che ci si avvicina alla parte più affaticata, ai vicoli più difficili, le piante non si vedono più e le stanze sono spesso attraversate da corde per il bucato e mobili rotti. A volte le finestre hanno un vetro solo e a volte la luce arriva da lampadine appese a un filo, e basta. Le case di Genova hanno spesso i soffitti alti e questo significa soppalchi, dalla Sopraelevata se ne vedono tanti, con le lenzuola che penzolano, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e le librerie piene di volumi da studenti universitari. Quando cammino per strada e non ho la visione così privilegiata che mi regala la Sopraelevata alzo il naso e provo comunque a immaginare cosa ci sarà, una delle scene che preferisco è la ragazza che rientra con un sacchetto di carta marrone, all'americana per intenderci, pieno di cose da mangiare e un mazzo di anemoni mosci da mettere subito in acqua. Immagino un gatto che miagola, una luce che si accende, immagino un papà che rientra stanco e due bimbi che gli si appendono ai pantaloni, immagino una zuppa che bolle, una doccia che va, un neonato che piange, un vecchio che toglie la dentiera, una coppia che fa l'amore, una casa vuota e buia. Anche quando sono a casa mia, accoccolata sul divano con un libro e una coperta penso a cosa vedrà la gente sotto casa, penserà che la luce è troppo fredda? E' vero, avete ragione, ma le lampadine più gialle erano finite. Penserà a quanto sono alte le finestre? Eh sì, per questo non lavo mai i vetri e il solo pensiero di mettermi a smontare le tende mi inorridisce. Penserà alle mie piante d'edera che scendono coraggiose? Ci penso anche io, tutte le volte che infilo la chiave nel portone, controllo la posta e accendo la luce.
domenica 12 gennaio 2014
L'amore in tutte le sue forme
Ho preso una strana abitudine ultimamente: vado a leggere con curiosità quali sono le parole o le definizioni chiave attraverso cui viene letto il mio blog. Cosa digitano più spesso gli utenti che finiscono tra queste pagine?
L'amore in tutte le sue forme è una delle frasi che ho trovato. Ed è buffo perché a me non sembra di scrivere d'amore, anzi, questa parola non è nemmeno fra le keywords di ricerca che ho scelto negli anni. Però forse "in tutte le sue forme" è vero che ne parlo. L'amore per la natura, per la cucina, per i miei luoghi, per la lettura e la musica, per la gatta, per quelle mani dure, per l'arte, per il mare, per il vento e per il sole.
E sono pure molte le cose che faccio, quasi senza accorgermene, per amore.
Tra di esse c'è per esempio questo corso, iniziato (e purtroppo concluso causa febbre) ieri pomeriggio. Un workshop di comunicazione teatrale a cui mi sono iscritta perché amo stare con i bambini, imparare con loro, iniziare percorsi e strade comuni cercando di comunicare al meglio piccoli insegnamenti e grandi modi di affrontare le cose che non conosciamo. Per fare tutto questo occorre incontrare il proprio corpo, le sue potenzialità e i suoi limiti e serve imparare come occupare spazi e momenti nel modo più efficace.
Per amore leggo libri, ho già scritto un post a tal proposito, così come l'ultima volta ho parlato della musica che amo ascoltare. Per amore delle cose belle navigo in rete, in luoghi come questo, questo, questo e in tutti quelli che vedete nella sezione "dove navigo?" qui a lato.
Per amore cammino, faccio pilates e cerco di non pensare a quanto sto male in questi giorni, al respiro che manca, alla febbre che va e viene, alle scadenze che se continuo così sarà sempre più difficile rispettare, a questa salute che non va mai come dovrebbe e che sono un po' stufa di pensare in perenne dipendenza dalla mia mente nervosa.
Per amore faccio un sacco di altre cose, per esempio amo. Ma questo è un mondo mio, nostro, che resterà tale...per amore.
Per amore, infine, scrivo. Circa quattro anni fa nasceva questo blog dove ho riversato momenti belli, momenti brutti, cose semplici e difficili, esperienze, ricette, paure e conquiste. L'amore per la scrittura mi ha salvata tante volte, mettere nero su bianco una preoccupazione mi ha spesso aiutata a guardarla in maniera diversa, così come raccontare un viaggio e una gioia rende tutto immediatamente più reale e grandioso.
Non so per quanto questa avventura continuerà, non ho ancora sentito la necessità di smettere, le foto che scatto e conservo trovano sempre un post adeguato per loro (questa ad esempio è amore puro) e io, almeno nei pochi minuti che dedico a ilmareingiardino, mi regalo tregua...e un po' di amore.
L'amore in tutte le sue forme è una delle frasi che ho trovato. Ed è buffo perché a me non sembra di scrivere d'amore, anzi, questa parola non è nemmeno fra le keywords di ricerca che ho scelto negli anni. Però forse "in tutte le sue forme" è vero che ne parlo. L'amore per la natura, per la cucina, per i miei luoghi, per la lettura e la musica, per la gatta, per quelle mani dure, per l'arte, per il mare, per il vento e per il sole.
E sono pure molte le cose che faccio, quasi senza accorgermene, per amore.
Tra di esse c'è per esempio questo corso, iniziato (e purtroppo concluso causa febbre) ieri pomeriggio. Un workshop di comunicazione teatrale a cui mi sono iscritta perché amo stare con i bambini, imparare con loro, iniziare percorsi e strade comuni cercando di comunicare al meglio piccoli insegnamenti e grandi modi di affrontare le cose che non conosciamo. Per fare tutto questo occorre incontrare il proprio corpo, le sue potenzialità e i suoi limiti e serve imparare come occupare spazi e momenti nel modo più efficace.
Per amore leggo libri, ho già scritto un post a tal proposito, così come l'ultima volta ho parlato della musica che amo ascoltare. Per amore delle cose belle navigo in rete, in luoghi come questo, questo, questo e in tutti quelli che vedete nella sezione "dove navigo?" qui a lato.
Per amore cammino, faccio pilates e cerco di non pensare a quanto sto male in questi giorni, al respiro che manca, alla febbre che va e viene, alle scadenze che se continuo così sarà sempre più difficile rispettare, a questa salute che non va mai come dovrebbe e che sono un po' stufa di pensare in perenne dipendenza dalla mia mente nervosa.
Per amore faccio un sacco di altre cose, per esempio amo. Ma questo è un mondo mio, nostro, che resterà tale...per amore.
Per amore, infine, scrivo. Circa quattro anni fa nasceva questo blog dove ho riversato momenti belli, momenti brutti, cose semplici e difficili, esperienze, ricette, paure e conquiste. L'amore per la scrittura mi ha salvata tante volte, mettere nero su bianco una preoccupazione mi ha spesso aiutata a guardarla in maniera diversa, così come raccontare un viaggio e una gioia rende tutto immediatamente più reale e grandioso.
Non so per quanto questa avventura continuerà, non ho ancora sentito la necessità di smettere, le foto che scatto e conservo trovano sempre un post adeguato per loro (questa ad esempio è amore puro) e io, almeno nei pochi minuti che dedico a ilmareingiardino, mi regalo tregua...e un po' di amore.
sabato 4 gennaio 2014
Music is my food
In questi giorni di festa il tempo ha fatto parecchio schifo e quindi è stato obbligatorio provare a dedicarmi con un minimo di serietà alla tesi. Dal momento che sto lavorando al computer, anche le pause caffè, tisana, biscottino, stretching al collo, carezza al gatto, le passo al computer e ne approfitto. Per fare che? Leggere articoli, spulciare in nuovi siti, riempirmi gli occhi di immagini, immergermi pericolosamente in blog scoperti per caso e mai più lasciati. Tra le cose che faccio al pc (ma non solo in pausa, lo faccio continuamente) c'è ascoltare musica. Ogni momento ha la sua playlist, chiaro, quando scrivo prediligo canzoni con poche o meglio senza parole, altrimenti inevitabilmente canticchio e mi deconcentro. Se cucino preferisco la radio e mi lascio andare al brivido dell'ignoto (quasi sempre mi va male, Mengoni e compagnia sono continuamente in agguato), se pulisco casa vado di roba da cantare a squarciagola, mentre se faccio la doccia o mi preparo per uscire mi lancio in balli da tende tirate per dignità.
Quindi, tutta questa premessa, per spiegare lo scopo del post di oggi, una paginetta facilona che fa molto blogger alla moda, ma che tutto sommato credo che mi rappresenti: la mia playlist 2013. Alla radio non si sente altro no? Quali sono le canzoni che hanno segnato i dodici mesi appena passati?
Ieri era il mio compleanno, sono andata a pranzo fuori con gli amici e non c'era musica nel locale dove abbiamo mangiato, tutto sommato un bene perché s'è chiacchierato e riso un sacco senza pensare alle canzoni in sottofondo.
La foto che ho scelto per questo post però è legata sempre ad un mio compleanno, quello dei trenta, quando organizzai una super festa al circolo, con tema della serata il verde (il mio colore) e la coinquilina-dj che metteva su i miei dischi preferiti. Nell'immagine ci sono io, un cerchietto fluo (verde ovviamente) che si illuminava al buio e un biglietto che spunta dal mio décolleté: era il biglietto per il concerto del Coldplay, uno spettacolo incredibile con i braccialetti che si illuminavano a tempo di musica e i fuochi artificiali, questo per intenderci (il suono è quello che è ma chi è nato negli anni '80 e ha amato Ritorno al Futuro quanto me apprezzerà).
Ecco che allora ho pensato di scrivere quali sono le canzoni che in un modo o nell'altro mi hanno tenuto compagnia in questo anno appena passato, chissà che non ci prenda gusto e che segnalare magari un pezzo al mese a chi passa di qui diventi un'abitudine!
Mi sono data qualche regola, posterò 12 canzoni mettendo il link da youtube perché dove possibile vorrei fossero legate anche a un video decente (spesso sono proprio i video che mi colpiscono e che mi fanno innamorare di un gruppo o di un cantante), non metterò più di un pezzo per autore, non ci saranno robe della mia adolescenza che, beninteso, continuo ad ascoltare ma l'idea perderebbe un po' di significato.
Non c'è un criterio temporale preciso nelle segnalazioni anche se mi sto accorgendo che, per lo meno nella mia testa, le musiche vengono fuori associate a determinati periodi dell'anno e quindi in ordine cronologico.
1) Camera Obscura - French Navy (ascoltata un sacco a cavallo tra il 2012 e il 2013)
2) Beirut - Nantes (qua sto già barando, è una vita che la ascolto, ma nel 2013 di più e questa versione è troppo bella)
3) Ludovico Einaudi - Waterways (se quello dei Colplay è stato il concerto più esaltante della mia vita, quello di Einaudi è stato il più commovente)
4) John Grant - Where dreams go to die (ma qui l'imbarazzo della scelta è enorme, ho sparato a caso)
5) Beach House - Myth (visti dal vivo con il mio amico Edu, sono bravissimi e anche se il video ufficiale non c'è va bene lo stesso)
6) Daughter - Youth (ma giusto perché è la più famosa, altrimenti ce ne sarebbero altre moooolto belle. Pure loro dal vivo sono forti, visti due volte)
7) The Lumineers - Ho Hey (non volevo postare di nuovo la più conosciuta ma il video è così carino...Bel concerto un'altra volta)
8) Agnes Obel - Riverside (non è la più bella ma è una delle e il video vintage è figo. A sto giro concerto mancato, ero impegnata e lei all'ultimo si è data malata)
9) Birdy - 1901 (ascoltata fino alla nausea, video tristerrimo e cover di un'originale molto più allegra. Ma a me, come direbbe qualcuno, le canzoni allegre non piacciono)
10) The National - I should live in salt (loro li adoro sempre e pure l'ultimo album è bello. Questa versione live poi...è super)
11) Nouvelle Vague - Dance with me (non sono sicura sicura di averla ascoltata quest'anno di più degli anni scorsi, ma facciamo finta di nulla)
12) Soley - Smashed birds (a questa ragazza voglio persino bene, mi sono lasciata sfuggire un suo concerto ma rimedierò. I video sono sempre bellissimi, secondo me lei mi somiglia pure e in questo c'è addirittura una casa sull'albero).
Ok, ho fatto. Ovviamente mentre scrivo le conclusioni mi stanno venendo in mente altre mille canzoni che avrei potuto postare ma vabbè, tanto le riascolterò ancora e probabilmente diventeranno via via il pezzo del mese.
Buon ascolto!
Quindi, tutta questa premessa, per spiegare lo scopo del post di oggi, una paginetta facilona che fa molto blogger alla moda, ma che tutto sommato credo che mi rappresenti: la mia playlist 2013. Alla radio non si sente altro no? Quali sono le canzoni che hanno segnato i dodici mesi appena passati?
Ieri era il mio compleanno, sono andata a pranzo fuori con gli amici e non c'era musica nel locale dove abbiamo mangiato, tutto sommato un bene perché s'è chiacchierato e riso un sacco senza pensare alle canzoni in sottofondo.
La foto che ho scelto per questo post però è legata sempre ad un mio compleanno, quello dei trenta, quando organizzai una super festa al circolo, con tema della serata il verde (il mio colore) e la coinquilina-dj che metteva su i miei dischi preferiti. Nell'immagine ci sono io, un cerchietto fluo (verde ovviamente) che si illuminava al buio e un biglietto che spunta dal mio décolleté: era il biglietto per il concerto del Coldplay, uno spettacolo incredibile con i braccialetti che si illuminavano a tempo di musica e i fuochi artificiali, questo per intenderci (il suono è quello che è ma chi è nato negli anni '80 e ha amato Ritorno al Futuro quanto me apprezzerà).
Ecco che allora ho pensato di scrivere quali sono le canzoni che in un modo o nell'altro mi hanno tenuto compagnia in questo anno appena passato, chissà che non ci prenda gusto e che segnalare magari un pezzo al mese a chi passa di qui diventi un'abitudine!
Mi sono data qualche regola, posterò 12 canzoni mettendo il link da youtube perché dove possibile vorrei fossero legate anche a un video decente (spesso sono proprio i video che mi colpiscono e che mi fanno innamorare di un gruppo o di un cantante), non metterò più di un pezzo per autore, non ci saranno robe della mia adolescenza che, beninteso, continuo ad ascoltare ma l'idea perderebbe un po' di significato.
Non c'è un criterio temporale preciso nelle segnalazioni anche se mi sto accorgendo che, per lo meno nella mia testa, le musiche vengono fuori associate a determinati periodi dell'anno e quindi in ordine cronologico.
1) Camera Obscura - French Navy (ascoltata un sacco a cavallo tra il 2012 e il 2013)
2) Beirut - Nantes (qua sto già barando, è una vita che la ascolto, ma nel 2013 di più e questa versione è troppo bella)
3) Ludovico Einaudi - Waterways (se quello dei Colplay è stato il concerto più esaltante della mia vita, quello di Einaudi è stato il più commovente)
4) John Grant - Where dreams go to die (ma qui l'imbarazzo della scelta è enorme, ho sparato a caso)
5) Beach House - Myth (visti dal vivo con il mio amico Edu, sono bravissimi e anche se il video ufficiale non c'è va bene lo stesso)
6) Daughter - Youth (ma giusto perché è la più famosa, altrimenti ce ne sarebbero altre moooolto belle. Pure loro dal vivo sono forti, visti due volte)
7) The Lumineers - Ho Hey (non volevo postare di nuovo la più conosciuta ma il video è così carino...Bel concerto un'altra volta)
8) Agnes Obel - Riverside (non è la più bella ma è una delle e il video vintage è figo. A sto giro concerto mancato, ero impegnata e lei all'ultimo si è data malata)
9) Birdy - 1901 (ascoltata fino alla nausea, video tristerrimo e cover di un'originale molto più allegra. Ma a me, come direbbe qualcuno, le canzoni allegre non piacciono)
10) The National - I should live in salt (loro li adoro sempre e pure l'ultimo album è bello. Questa versione live poi...è super)
11) Nouvelle Vague - Dance with me (non sono sicura sicura di averla ascoltata quest'anno di più degli anni scorsi, ma facciamo finta di nulla)
12) Soley - Smashed birds (a questa ragazza voglio persino bene, mi sono lasciata sfuggire un suo concerto ma rimedierò. I video sono sempre bellissimi, secondo me lei mi somiglia pure e in questo c'è addirittura una casa sull'albero).
Ok, ho fatto. Ovviamente mentre scrivo le conclusioni mi stanno venendo in mente altre mille canzoni che avrei potuto postare ma vabbè, tanto le riascolterò ancora e probabilmente diventeranno via via il pezzo del mese.
Buon ascolto!
martedì 17 dicembre 2013
I am enough
La presentazione di ieri è andata bene, seppure fossi meno preoccupata del previsto era comunque un passo da fare, e l'ho fatto. Mancano solo la consegna della tesi e l'esame finale, poi anche questo capitolo sarà chiuso.
Oggi quindi me la sono presa con un po' più di calma, salto dal medico stamattina, spesa veloce, tesi. Avevo anche pensato di andare a stretching alle cinque, ma poi mi sono persa, sto procedendo a rilento e preferisco prendermi tutto il tempo che mi serve, senza corse inutili.
Nella pausa caffè, gironzolando in rete, mi sono imbattuta in un video. Un cartone animato sulla differenza tra empatia e simpatia uscito su Internazionale. Carino. Poi però ne ho letto la provenienza e ho visto che era collegato ad un TED di Brené Brown, una ricercatrice dei rapporti umani che sulla home del suo blog scrive "Maybe stories are just data with a soul". Venti minuti, che non sono tanti ma neppure pochi. Ho pensato "Ok, lo vedrò, ora ho da fare"...però il titolo (Il potere della vulnerabilità ) è venuto a punzecchiarmi gli alluci per una buona mezz'ora, mentre cercavo di orientarmi tra spettri XRF e microfotografie.
E allora vabbè, al diavolo, vediamolo, mi sono detta. E l'ho visto, con iniziale piacere perché lei è davvero in gamba, è simpatica, preparata, regge benissimo la telecamera, è chiara e mai banale. Poi verso la metà del discorso le sue parole cominciano a spingermi, mi entrano dentro e improvvisamente mi raccontano, nel senso che raccontano me stessa, i miei dati con anima annessa. Spiegano a tutti la lunga analisi dalla psicoterapeuta, le interminabili e bellissime serate a parlare sull'auto azzurra, le notti insonni, l'attesa davanti al telefono, le travi sul soffitto.
Credo che questo intervento sia così illuminante e fondamentale, pur essendo anche ovvio probabilmente e per molti scontato o addirittura noioso, che dovrebbe essere proiettato a scuola e che tutti dovrebbero guardarlo almeno una volta nella vita.
Io lo metto qui sotto e vi consiglio davvero di darci un'occhiata, per una volta non ho pianto davanti alle gioie di una nascita, alle storie d'amore di un film, alle avventure di un animaletto coraggioso...per una volta mi sono commossa (e quanto!) davanti alla mia vita. Perché I am enough.
Brené Brown: Il potere della vulnerabilità.
Oggi quindi me la sono presa con un po' più di calma, salto dal medico stamattina, spesa veloce, tesi. Avevo anche pensato di andare a stretching alle cinque, ma poi mi sono persa, sto procedendo a rilento e preferisco prendermi tutto il tempo che mi serve, senza corse inutili.
Nella pausa caffè, gironzolando in rete, mi sono imbattuta in un video. Un cartone animato sulla differenza tra empatia e simpatia uscito su Internazionale. Carino. Poi però ne ho letto la provenienza e ho visto che era collegato ad un TED di Brené Brown, una ricercatrice dei rapporti umani che sulla home del suo blog scrive "Maybe stories are just data with a soul". Venti minuti, che non sono tanti ma neppure pochi. Ho pensato "Ok, lo vedrò, ora ho da fare"...però il titolo (Il potere della vulnerabilità ) è venuto a punzecchiarmi gli alluci per una buona mezz'ora, mentre cercavo di orientarmi tra spettri XRF e microfotografie.
E allora vabbè, al diavolo, vediamolo, mi sono detta. E l'ho visto, con iniziale piacere perché lei è davvero in gamba, è simpatica, preparata, regge benissimo la telecamera, è chiara e mai banale. Poi verso la metà del discorso le sue parole cominciano a spingermi, mi entrano dentro e improvvisamente mi raccontano, nel senso che raccontano me stessa, i miei dati con anima annessa. Spiegano a tutti la lunga analisi dalla psicoterapeuta, le interminabili e bellissime serate a parlare sull'auto azzurra, le notti insonni, l'attesa davanti al telefono, le travi sul soffitto.
Credo che questo intervento sia così illuminante e fondamentale, pur essendo anche ovvio probabilmente e per molti scontato o addirittura noioso, che dovrebbe essere proiettato a scuola e che tutti dovrebbero guardarlo almeno una volta nella vita.
Io lo metto qui sotto e vi consiglio davvero di darci un'occhiata, per una volta non ho pianto davanti alle gioie di una nascita, alle storie d'amore di un film, alle avventure di un animaletto coraggioso...per una volta mi sono commossa (e quanto!) davanti alla mia vita. Perché I am enough.
Brené Brown: Il potere della vulnerabilità.
mercoledì 27 novembre 2013
Mancanze
Sono a casa con la febbre oggi, poco male. Sotto al piumone, con pigiama, maglia, felpa e maglione con gli alamari mi godo i primi timidi effetti del paracetamolo. Il mal di testa persiste ma quel senso di oppressione su zigomi, fronte, occhi e nuca sembra attutirsi pian piano.
Ieri sera sono andata a cena fuori, solo donne, nella nuova zupperia accanto a casa. Per mesi ho visto quel locale riempirsi di operai, mattoni, conche di materiali, mobili e ho temuto si trattasse di un pub serale, pronto a tuffarsi nella movida genovese e a tenermi sveglia, soprattutto d'estate. Invece qui attorno non fanno che aprire posti da albero: una zupperia, un panificio per celiaci, il "mio" ristorante dell'estate, quello in cui lavorai per comprarmi il frigorifero, nella sua versione invernale, una mini cartoleria "tuttoauneuro" o anche meno, dove sono esposti, nel vicolo, anche gli animali di plastica. Dinosauri, granchi, serpenti, zebre, galline, topi, elefanti, di gomma dura, colorata, un po' brutta anche, ma che fa tanto anni '80, banchi di scuola, spiaggia, odore di plastica.
Ogni giorni che passa, in questa piccola casa verde e bianca, sto sempre meglio. Fa per me, lo sento. Anche se a volte la guardo in maniera lontana e distaccata, anche se spesso mi sento ospite tra i miei stessi muri, credo che la pace, il silenzio e la protezione che ho trovato qui fossero proprio quelli che mi mancavano. Basta spulciare in un robivecchi e portarsi a casa una seggiola verde bosco o trovare dei piccoli funghi rossi da piantare nel vasetto chiuso in serra, per sentirsi amati, per sentirsi a casa.
Ieri pomeriggio ho parlato tanto di mancanze, di controllo dell'assenza, di quanto questo mio nuovo rapporto con il cibo sia bello, importante e pericoloso al tempo stesso, o di quanto, per lo meno, io lo viva così. Mangio cose che mi fanno bene, mi concedo rarissimamente degli sgarri, delle "coccole" alimentari, sottoforma principalmente di lieviti e latticini. Non bevo quasi più nulla di alcolico, ho reintrodotto il glutine per capire se davvero la celiachia sarà una nuova compagna di giochi oppure no, ma per il resto persevero nella mia rigida dieta senza regali, tanto da portare a casa degli esami del sangue in cui colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi sono in certi casi addirittura sotto norma. Io, come sempre propensa alle dipendenze, ho le orecchie a punta in questo momento, tese a captare qualcosa che magari non c'è ma che è meglio vedere subito in caso ci fosse. Controllo quello che mangio, la quantità di coccole che ricevo, che mi concedo. In un momento in cui non ho proprio nulla di cui lamentarmi, in cui tutti i campi della mia vita mi offrono qualcosa di buono, di fortemente voluto, di tanto cercato, io mi tolgo del piacere dove posso. E mi piace, mi fa sentire forte, perché ho acquistato energia, perché ho perso i chili accumulati, perché non ho più mal di stomaco, perché la mia pelle è luminosa e perché ho di nuovo il controllo della situazione. Ho provato diverse mancanze, di persone che sono morte, di persone che sono passate nella mia vita e se ne sono andate facendomi soffrire, di soldi, di amici, di salute, di stimoli e soddisfazioni, ma non avevo mai provato mancanze alimentari, non avevo mai dovuto rinunciare a nulla. Anche in questo caso mi sono adattata con una velocità imbarazzante di fronte a questa assenza, ho tolto tutto quello che mi hanno detto di togliere esattamente nello stesso modo in cui dieci anni fa ho indossato la prima calza elastica e ingoiato la prima pastiglia per la coagulazione: non ho più smesso. Non ci sono ancora abbastanza elementi per capire quale meccanismo metto in pratica ogni volta, dove arrivi una semplice propensione caratteriale all'obbedienza e dove cominci uno spirito di sacrificio poco sano e legato al concetto di punizione. Tutto questo non l'ho capito per adesso, mi pare già una buona cosa ragionarci su e non prendere automaticamente per giusto ogni mio comportamento. Poi si vedrà.
P.S. Ho scattato questa foto domenica, durante una bella pessaggiata d'inverno con un'amica. Era l'ora del tramonto, c'era un cielo bellissimo. Ieri sera ho terminato il libro di Mauro Corona che mi ha regalato Andrea (Confessioni Ultime), tra le mille frasi che ho sottolineato c'è questa, che mi fa pensare alla foto lassù:
"La betulla piega il ramo fino a terra e scarica la neve altrimenti il peso glielo spezza. Cedendo vince."
Ieri sera sono andata a cena fuori, solo donne, nella nuova zupperia accanto a casa. Per mesi ho visto quel locale riempirsi di operai, mattoni, conche di materiali, mobili e ho temuto si trattasse di un pub serale, pronto a tuffarsi nella movida genovese e a tenermi sveglia, soprattutto d'estate. Invece qui attorno non fanno che aprire posti da albero: una zupperia, un panificio per celiaci, il "mio" ristorante dell'estate, quello in cui lavorai per comprarmi il frigorifero, nella sua versione invernale, una mini cartoleria "tuttoauneuro" o anche meno, dove sono esposti, nel vicolo, anche gli animali di plastica. Dinosauri, granchi, serpenti, zebre, galline, topi, elefanti, di gomma dura, colorata, un po' brutta anche, ma che fa tanto anni '80, banchi di scuola, spiaggia, odore di plastica.
Ogni giorni che passa, in questa piccola casa verde e bianca, sto sempre meglio. Fa per me, lo sento. Anche se a volte la guardo in maniera lontana e distaccata, anche se spesso mi sento ospite tra i miei stessi muri, credo che la pace, il silenzio e la protezione che ho trovato qui fossero proprio quelli che mi mancavano. Basta spulciare in un robivecchi e portarsi a casa una seggiola verde bosco o trovare dei piccoli funghi rossi da piantare nel vasetto chiuso in serra, per sentirsi amati, per sentirsi a casa.
Ieri pomeriggio ho parlato tanto di mancanze, di controllo dell'assenza, di quanto questo mio nuovo rapporto con il cibo sia bello, importante e pericoloso al tempo stesso, o di quanto, per lo meno, io lo viva così. Mangio cose che mi fanno bene, mi concedo rarissimamente degli sgarri, delle "coccole" alimentari, sottoforma principalmente di lieviti e latticini. Non bevo quasi più nulla di alcolico, ho reintrodotto il glutine per capire se davvero la celiachia sarà una nuova compagna di giochi oppure no, ma per il resto persevero nella mia rigida dieta senza regali, tanto da portare a casa degli esami del sangue in cui colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi sono in certi casi addirittura sotto norma. Io, come sempre propensa alle dipendenze, ho le orecchie a punta in questo momento, tese a captare qualcosa che magari non c'è ma che è meglio vedere subito in caso ci fosse. Controllo quello che mangio, la quantità di coccole che ricevo, che mi concedo. In un momento in cui non ho proprio nulla di cui lamentarmi, in cui tutti i campi della mia vita mi offrono qualcosa di buono, di fortemente voluto, di tanto cercato, io mi tolgo del piacere dove posso. E mi piace, mi fa sentire forte, perché ho acquistato energia, perché ho perso i chili accumulati, perché non ho più mal di stomaco, perché la mia pelle è luminosa e perché ho di nuovo il controllo della situazione. Ho provato diverse mancanze, di persone che sono morte, di persone che sono passate nella mia vita e se ne sono andate facendomi soffrire, di soldi, di amici, di salute, di stimoli e soddisfazioni, ma non avevo mai provato mancanze alimentari, non avevo mai dovuto rinunciare a nulla. Anche in questo caso mi sono adattata con una velocità imbarazzante di fronte a questa assenza, ho tolto tutto quello che mi hanno detto di togliere esattamente nello stesso modo in cui dieci anni fa ho indossato la prima calza elastica e ingoiato la prima pastiglia per la coagulazione: non ho più smesso. Non ci sono ancora abbastanza elementi per capire quale meccanismo metto in pratica ogni volta, dove arrivi una semplice propensione caratteriale all'obbedienza e dove cominci uno spirito di sacrificio poco sano e legato al concetto di punizione. Tutto questo non l'ho capito per adesso, mi pare già una buona cosa ragionarci su e non prendere automaticamente per giusto ogni mio comportamento. Poi si vedrà.
P.S. Ho scattato questa foto domenica, durante una bella pessaggiata d'inverno con un'amica. Era l'ora del tramonto, c'era un cielo bellissimo. Ieri sera ho terminato il libro di Mauro Corona che mi ha regalato Andrea (Confessioni Ultime), tra le mille frasi che ho sottolineato c'è questa, che mi fa pensare alla foto lassù:
"La betulla piega il ramo fino a terra e scarica la neve altrimenti il peso glielo spezza. Cedendo vince."
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venerdì 8 novembre 2013
Ma tu, di preciso, che lavoro fai?
Io, di preciso preciso, non faccio nulla. Ma se uno si accontenta della precisione non assoluta allora basta farsi andare bene questa definizione: "Io di lavoro cerco le piccole cose". Aridaje direte voi, con sta storia delle mini isole, del quotidiano, delle micro conquiste...però non sapete, perché non ne parlo (scrivo) mai, che è davvero così, che la maggior parte del mio lavoro si svolge al microscopio, davanti al monitor del computer, oppure in mezzo a risultati minuscoli, da sistemare e da rendere grandi.
Questo passaggio dal piccolo al grande lo faccio ogni giorno, dinanzi a tutte le occasioni che incontro e non solo sul lavoro, ma anche nell'amore, nell'amicizia, nelle passioni alternative che da sempre coltivo in semi silenzio.
Quando mi dedico a quello per cui ho studiato, sto studiando e per cui vengo regolarmente pagata (ancora un anno e mezzo), allora le cose piccole diventano tracce di colore, pennellate infinitesimali scampate alla furia pulitrice che ci ha contraddistinti per un buon periodo storico, quando riportare una statua al suo antico e candido splendore ci pareva la mossa più trendy e intelligente da compiere. Chissà se in quel tempo gli "addetti alla rimozione delle pitture" si sarebbero mai immaginati che secoli dopo una povera disgraziata, super precaria assegnista di ricerca, avrebbe passato intere giornate con una pistola a Raggi X in mano (Spettrofotometro a Raggi X portatile - XRF, per chi fosse interessato a capirne di più o già lo conoscesse), nella speranza di riuscire ad individuare, analizzare, rilevare e caratterizzare un piccolissimo granello rosso rimasto incastrato nella narice di un doge di marmo, una scheggia d'oro grande quanto una lentiggine appena visibile sull'aureola di un angelo di Pietra di Promontorio, una briciola di azzurrite in un mare di ardesia. E quindi benvenuti trabatelli mostruosamente oscillanti, macrofotografie, lenti di ingrandimento, microscopi USB da cantiere, lampade di Wood, diottrie, scale a pioli, seggiole, punte dei piedi, tutti ugualmente indispensabili per arrivare a padiglioni auricolari profondissimi (tipica sede di pennellate dimenticate), per guardare in mezzo alle dita dei piedi, tra le labbra o nei riccioli di un soldato di pietra, per raggiungere pannelli di lavagna dipinti e appesi in una chiesa o sovrapporta policromi dispersi in un vicolo di città. E quando, nei rari casi in cui mi è concesso effettuare un prelievo, posso portare il mio piccolo materiale via con me, allora è il momento di sedersi, preparare il campione nel suo letto di resina epossidica, guardarlo al microscopio ottico, contarne gli strati, confrontare i colori trovati con gli elementi chimici rilevati dall'XRF e dare un'ultima occhiata al tutto in microscopia elettronica (SEM-EDS), dove di solito escono fuori i nomi definitivi, dove un mercurio e un'ombra rossa vengono chiamati cinabro con più sicurezza, dove uno striscia bianca stesa prima di tutto il resto e piena di piombo è una preparazione a Biacca, dove un blu che non contiene rame e neppure cobalto probabilmente nasconde un preziosissimo Lapislazuli. Ieri ho guardato quattordici campioni al microscopio ottico e dopo mille peripezie, strumenti rotti, strumenti occupati, tempi stretti, tecnici in arrivo, tecnici in ritardo, tecnici assenti, scadenze e nervosismi, sono riuscita a prepararmi diverse cartelle fotografiche da cui attingere per report, relazioni e tesi.
In un grande insieme, bello e pieno di caratteristiche inequivocabili, cerco la distrazione, cerco la traccia di qualcosa che gli altri vedono a fatica, guardo di cosa si tratta, lo mostro a chi non lo trovava o non l'aveva mai visto, lo metto in luce e lo valorizzo, lo rendo importante perché lo è. Questo è ciò che spesso mi capita anche con la gente, le delusioni più grandi arrivano infatti quando ti sembra di avere trovato qualcosa di raro, di piccolo ma grande, di speciale e prezioso, e hai l'onore di notarlo tu per prima, di tirarlo fuori e rendergli merito, per poi accorgerti che questa minuscola macchia di colore non era altro che un intervento di restauro, una chiazza di vernice caduta lì per sbaglio, un granello di sporco completamente casuale.
Questo passaggio dal piccolo al grande lo faccio ogni giorno, dinanzi a tutte le occasioni che incontro e non solo sul lavoro, ma anche nell'amore, nell'amicizia, nelle passioni alternative che da sempre coltivo in semi silenzio.
Quando mi dedico a quello per cui ho studiato, sto studiando e per cui vengo regolarmente pagata (ancora un anno e mezzo), allora le cose piccole diventano tracce di colore, pennellate infinitesimali scampate alla furia pulitrice che ci ha contraddistinti per un buon periodo storico, quando riportare una statua al suo antico e candido splendore ci pareva la mossa più trendy e intelligente da compiere. Chissà se in quel tempo gli "addetti alla rimozione delle pitture" si sarebbero mai immaginati che secoli dopo una povera disgraziata, super precaria assegnista di ricerca, avrebbe passato intere giornate con una pistola a Raggi X in mano (Spettrofotometro a Raggi X portatile - XRF, per chi fosse interessato a capirne di più o già lo conoscesse), nella speranza di riuscire ad individuare, analizzare, rilevare e caratterizzare un piccolissimo granello rosso rimasto incastrato nella narice di un doge di marmo, una scheggia d'oro grande quanto una lentiggine appena visibile sull'aureola di un angelo di Pietra di Promontorio, una briciola di azzurrite in un mare di ardesia. E quindi benvenuti trabatelli mostruosamente oscillanti, macrofotografie, lenti di ingrandimento, microscopi USB da cantiere, lampade di Wood, diottrie, scale a pioli, seggiole, punte dei piedi, tutti ugualmente indispensabili per arrivare a padiglioni auricolari profondissimi (tipica sede di pennellate dimenticate), per guardare in mezzo alle dita dei piedi, tra le labbra o nei riccioli di un soldato di pietra, per raggiungere pannelli di lavagna dipinti e appesi in una chiesa o sovrapporta policromi dispersi in un vicolo di città. E quando, nei rari casi in cui mi è concesso effettuare un prelievo, posso portare il mio piccolo materiale via con me, allora è il momento di sedersi, preparare il campione nel suo letto di resina epossidica, guardarlo al microscopio ottico, contarne gli strati, confrontare i colori trovati con gli elementi chimici rilevati dall'XRF e dare un'ultima occhiata al tutto in microscopia elettronica (SEM-EDS), dove di solito escono fuori i nomi definitivi, dove un mercurio e un'ombra rossa vengono chiamati cinabro con più sicurezza, dove uno striscia bianca stesa prima di tutto il resto e piena di piombo è una preparazione a Biacca, dove un blu che non contiene rame e neppure cobalto probabilmente nasconde un preziosissimo Lapislazuli. Ieri ho guardato quattordici campioni al microscopio ottico e dopo mille peripezie, strumenti rotti, strumenti occupati, tempi stretti, tecnici in arrivo, tecnici in ritardo, tecnici assenti, scadenze e nervosismi, sono riuscita a prepararmi diverse cartelle fotografiche da cui attingere per report, relazioni e tesi.
In un grande insieme, bello e pieno di caratteristiche inequivocabili, cerco la distrazione, cerco la traccia di qualcosa che gli altri vedono a fatica, guardo di cosa si tratta, lo mostro a chi non lo trovava o non l'aveva mai visto, lo metto in luce e lo valorizzo, lo rendo importante perché lo è. Questo è ciò che spesso mi capita anche con la gente, le delusioni più grandi arrivano infatti quando ti sembra di avere trovato qualcosa di raro, di piccolo ma grande, di speciale e prezioso, e hai l'onore di notarlo tu per prima, di tirarlo fuori e rendergli merito, per poi accorgerti che questa minuscola macchia di colore non era altro che un intervento di restauro, una chiazza di vernice caduta lì per sbaglio, un granello di sporco completamente casuale.
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sabato 5 ottobre 2013
Imparare a leggere
Agata dorme nella stanza accanto e io ho un mal di testa fotonico che mi ha costretto ad accantonare in un attimo l'idea di fare due passi in mezzo alla forte Tramontana autunnale di stamattina.
Mentre aspetto lo squillo di mamma per mettere a cuocere le patate al rosmarino rifletto un po' (tanto per cambiare) sulle strategie di sopravvivenza che sto attuando in questo periodo, per lo meno su quelle che sembrano funzionare.
Ho imparato a leggere, o meglio, sto imparando a guardare le cose che capitano a me e agli altri, per quello che sono. Tutto ha un significato preciso, ma contemporaneamente ne ha mille diversi. Certi comportamenti, certe battute, certi sguardi, certe decisioni, sono figli di avvenimenti, dinamiche, abitudini, paure, atteggiamenti. Ciò che fa malissimo a me perché va a toccare nervi scoperti e sensibili magari è a sua volta generato da un dolore altrettanto grande che si esprime vomitando una cattiveria, anche piccola, che alleggerisca il carico.
Il mio proverbiale senso di colpa verso tutto e tutti, pesante e persino noioso, si sveglia in un attimo ma quando lo riesco a leggere per quello che è posso zittirlo, dargli una caramella, e continuare a vivere in pace.
Cosa sarà mai una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire? Con tutta probabilità sarà una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire.
E un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni? Immagino sarà un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni. Uh, e quella visita guidata in una domenica di novembre su cose che conosco stra bene perché le studio da sette anni e che basta rileggerle una volta per ricordarle ancora meglio? Qualcosa mi dice che si tratterà di preparare un giro tranquillo, non troppo complicato, senza fare torti e pestare i piedi, godendomi posti, domande e curiosità.
Inutile provare a leggere il laboratorio del Festival, bambini-mani alzate-occhi grandi-sorrisi...quando mai, quando dico io, è andata male?
E così anche nelle riunioni di lavoro, dove dai, ammettiamolo, c'è chi si sbatte quanto me se non addirittura meno.
Il libro degli amici, lungo e pieno di sottocapitoli, è magari più complicato perché è come un libro-game, scegli una strada ed entri in un mondo ancora più difficile di quello da cui sei partita. Ma cosa c'è da perdere? Gli amici li perdi comunque se vogliono andarsene.
Chi mi raccomanda di relativizzare ha (come sempre o quasi) ragione: leggere la mia vita come un libro, per quanto possa sembrare un comportamento asettico e distaccato, è in questo momento il modo migliore per vedere le cose come sono e capire dove le mie energie, la mia comprensione, il mio amore meritano di essere indirizzati. Va da sè che è pure più semplice guardare con chiarezza "contro" chi o cosa lanciare anatemi o, più "maturamente", dire la mia con convinzione.
Il libro dell'amore invece è tutta un'altra storia, lì si legge, si rilegge, si sottolinea, si guardano le figure, si fanno orecchie alle pagine, si piazzano segnalibri, si piange quando ci si ritrova fin troppo nelle parole che si leggono e si sogna.
P.S.
La foto, che sembra non c'entrare nulla con i contenuti del post, in realtà per me ha un senso: scattata una sera in piazza S. Brigida, durante una proiezione di cinema di montagna, in piena ricerca.
Oggi, alla fine, un giretto nel vento penso lo farò, con questo pezzo nelle orecchie (ah...ho imparato a inserire i link, tanti applausi a me):
Colonna sonora
Mentre aspetto lo squillo di mamma per mettere a cuocere le patate al rosmarino rifletto un po' (tanto per cambiare) sulle strategie di sopravvivenza che sto attuando in questo periodo, per lo meno su quelle che sembrano funzionare.
Ho imparato a leggere, o meglio, sto imparando a guardare le cose che capitano a me e agli altri, per quello che sono. Tutto ha un significato preciso, ma contemporaneamente ne ha mille diversi. Certi comportamenti, certe battute, certi sguardi, certe decisioni, sono figli di avvenimenti, dinamiche, abitudini, paure, atteggiamenti. Ciò che fa malissimo a me perché va a toccare nervi scoperti e sensibili magari è a sua volta generato da un dolore altrettanto grande che si esprime vomitando una cattiveria, anche piccola, che alleggerisca il carico.
Il mio proverbiale senso di colpa verso tutto e tutti, pesante e persino noioso, si sveglia in un attimo ma quando lo riesco a leggere per quello che è posso zittirlo, dargli una caramella, e continuare a vivere in pace.
Cosa sarà mai una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire? Con tutta probabilità sarà una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire.
E un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni? Immagino sarà un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni. Uh, e quella visita guidata in una domenica di novembre su cose che conosco stra bene perché le studio da sette anni e che basta rileggerle una volta per ricordarle ancora meglio? Qualcosa mi dice che si tratterà di preparare un giro tranquillo, non troppo complicato, senza fare torti e pestare i piedi, godendomi posti, domande e curiosità.
Inutile provare a leggere il laboratorio del Festival, bambini-mani alzate-occhi grandi-sorrisi...quando mai, quando dico io, è andata male?
E così anche nelle riunioni di lavoro, dove dai, ammettiamolo, c'è chi si sbatte quanto me se non addirittura meno.
Il libro degli amici, lungo e pieno di sottocapitoli, è magari più complicato perché è come un libro-game, scegli una strada ed entri in un mondo ancora più difficile di quello da cui sei partita. Ma cosa c'è da perdere? Gli amici li perdi comunque se vogliono andarsene.
Chi mi raccomanda di relativizzare ha (come sempre o quasi) ragione: leggere la mia vita come un libro, per quanto possa sembrare un comportamento asettico e distaccato, è in questo momento il modo migliore per vedere le cose come sono e capire dove le mie energie, la mia comprensione, il mio amore meritano di essere indirizzati. Va da sè che è pure più semplice guardare con chiarezza "contro" chi o cosa lanciare anatemi o, più "maturamente", dire la mia con convinzione.
Il libro dell'amore invece è tutta un'altra storia, lì si legge, si rilegge, si sottolinea, si guardano le figure, si fanno orecchie alle pagine, si piazzano segnalibri, si piange quando ci si ritrova fin troppo nelle parole che si leggono e si sogna.
P.S.
La foto, che sembra non c'entrare nulla con i contenuti del post, in realtà per me ha un senso: scattata una sera in piazza S. Brigida, durante una proiezione di cinema di montagna, in piena ricerca.
Oggi, alla fine, un giretto nel vento penso lo farò, con questo pezzo nelle orecchie (ah...ho imparato a inserire i link, tanti applausi a me):
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domenica 7 luglio 2013
Sulla collina
C'è un sentiero, pieno di curve. Terra polverosa e bianca, un po' di pendenza e il sole forte che brucia tutto. Gli odori sono violenti, non si vedono nuvole, non c'è speranza di conforto immediato. Il fagotto pesa, quadretti blu, sulla punta del bastone storto e scomodo, come in una favola con il viandante che arriva all'ostello.
Niente riposo stavolta, le gambe sono pesanti, fanno male le cosce, il fiato è corto e doloroso sotto alle costole tese. Sudore, paura, sicurezza di non farcela, rabbia, arresa.
Pensieri sul perché stia succedendo tutto questo, la notte calda non porta aiuto, si somma solo il buio ad altro buio e i terrori si moltiplicano, si accoppiano, si sdoppiano. E' una malattia? E' impossibile curarla? E' davvero solo la testa? C'è davvero quell'unica soluzione nel bicchiere la mattina perché davvero si è deciso di non proseguire oltre?
Occhi chiusi e si cercano pensieri freschi, la castagnola con la coda divisa a metà che stuzzica le dita pucciate nel mare, il piccolo granchio coraggioso che attraversa il mondo in orizzontale e non teme le onde enormi capaci di stravolgere la sua mappa. Gli animali non hanno sensi di colpa.
Una solida, commovente sicurezza, la porta la mente che inquadra l'unico grande rapporto che basta a se stesso e che rende degno un cammino così: due donne vicine che davanti a grossi massi hanno saputo salirci sopra e guardare al di là, senza dividersi alla base per superarli e senza tornare indietro. Solo con questo pensiero si supera la paura della notte, si calma il cuore in affanno, si ignorano le immagini più brutte.
La mattina arriva con le cicale, l'odore di erba secca che punge le narici, i bastoncini duri che graffiano la schiena sdraiata, la sete e, di nuovo, le gambe che non reggono. La collina è grande, sugli altri sentieri le persone camminano a passo svelto, chiacchierano, salutano chi è arrivato sulla cima e sta tornando indietro, per cercare un nuovo viaggio.
Qui tra la terra gialla c'è solo un'impronta, che ogni tanto si ferma e così sul sentiero si confondono i segni delle suole mentre si cerca l'acqua nel fagotto, mentre improvvisamente non si trattiene più la paura di mollare e si scoppia a piangere senza smettere mai, mentre la sensazione di aver sbagliato strada avanza prepotente. Arrivano tutti in cima e qui si resta fermi. Ci si fanno le foto di gruppo, si festeggia, giacche colorate, sorrisi bianchi e non importa se qualcuno è rimasto indietro, se non si è teso la mano, se si è fatto del male, non ci si pensa più.
Le persone lasciate, quelle che si potevano aiutare, quelle non capite, quelle ferite per errore, per paura, per semplice umanità, chi cammina sul sentiero di polvere le tiene nel fagotto a quadretti blu e cerca di portarle fino in cima. E qualche volta i boschi freschi vicini ai ruscelli, i giardini incantati, i vini buoni, i libri belli, le ombre sul muro, non bastano per trovare la forza di mettere un piede davanti all'altro e continuare a salire lassù, sulla collina.
Niente riposo stavolta, le gambe sono pesanti, fanno male le cosce, il fiato è corto e doloroso sotto alle costole tese. Sudore, paura, sicurezza di non farcela, rabbia, arresa.
Pensieri sul perché stia succedendo tutto questo, la notte calda non porta aiuto, si somma solo il buio ad altro buio e i terrori si moltiplicano, si accoppiano, si sdoppiano. E' una malattia? E' impossibile curarla? E' davvero solo la testa? C'è davvero quell'unica soluzione nel bicchiere la mattina perché davvero si è deciso di non proseguire oltre?
Occhi chiusi e si cercano pensieri freschi, la castagnola con la coda divisa a metà che stuzzica le dita pucciate nel mare, il piccolo granchio coraggioso che attraversa il mondo in orizzontale e non teme le onde enormi capaci di stravolgere la sua mappa. Gli animali non hanno sensi di colpa.
Una solida, commovente sicurezza, la porta la mente che inquadra l'unico grande rapporto che basta a se stesso e che rende degno un cammino così: due donne vicine che davanti a grossi massi hanno saputo salirci sopra e guardare al di là, senza dividersi alla base per superarli e senza tornare indietro. Solo con questo pensiero si supera la paura della notte, si calma il cuore in affanno, si ignorano le immagini più brutte.
La mattina arriva con le cicale, l'odore di erba secca che punge le narici, i bastoncini duri che graffiano la schiena sdraiata, la sete e, di nuovo, le gambe che non reggono. La collina è grande, sugli altri sentieri le persone camminano a passo svelto, chiacchierano, salutano chi è arrivato sulla cima e sta tornando indietro, per cercare un nuovo viaggio.
Qui tra la terra gialla c'è solo un'impronta, che ogni tanto si ferma e così sul sentiero si confondono i segni delle suole mentre si cerca l'acqua nel fagotto, mentre improvvisamente non si trattiene più la paura di mollare e si scoppia a piangere senza smettere mai, mentre la sensazione di aver sbagliato strada avanza prepotente. Arrivano tutti in cima e qui si resta fermi. Ci si fanno le foto di gruppo, si festeggia, giacche colorate, sorrisi bianchi e non importa se qualcuno è rimasto indietro, se non si è teso la mano, se si è fatto del male, non ci si pensa più.
Le persone lasciate, quelle che si potevano aiutare, quelle non capite, quelle ferite per errore, per paura, per semplice umanità, chi cammina sul sentiero di polvere le tiene nel fagotto a quadretti blu e cerca di portarle fino in cima. E qualche volta i boschi freschi vicini ai ruscelli, i giardini incantati, i vini buoni, i libri belli, le ombre sul muro, non bastano per trovare la forza di mettere un piede davanti all'altro e continuare a salire lassù, sulla collina.
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domenica 24 febbraio 2013
L'autostima, questa sconosciuta.
Dire quello che penso.
Fare quello che voglio.
Insistere quando sono in difficoltà.
Non vergognarmi di rinunciare.
Sapere che posso sopravvivere ai miei fallimenti.
Osare dire "no" o "basta".
Concedermi il diritto di essere felice.
Andare per la mia strada, anche se sono solo(a).
Sentirmi degno(a) di essere amato.
Sentirmi in pace con me stesso(a).
Fare del mio meglio per riuscire in quello che voglio realizzare, ma senza mettermi sotto pressione.
Concedermi il diritto di deludere o di fallire.
Non sminuirmi nè farmi male quando non sono contento(a)di me.
Sapere che posso sopravvivere ai miei guai.
Concedermi il diritto di cambiare idea dopo aver riflettuto.
Dire quello che ho da dire anche se ho paura.
Sentirmi in pace con le ferite del mio passato.
Non avere paura del futuro.
Sentire che progredisco e che traggo insegnamenti dalla vita.
Accettarmi così come sono oggi senza per questo rinunciare a cambiare domani.
Mi è stato regalato un libro anni fa, da una persona che mi vuole bene e che in qualche modo ha intrapreso un percorso comune al mio. Il libro si intitola Imperfetti e felici, di Christophe André e parla di autostima.
Va letto, come mi ricorda la dedica all'inizio, con la matita in mano (e il temperino nelle vicinanze).
Avrei voluto riportare in un post tutte le frasi che mi colpivano, che mi facevano riflettere, che mi rispecchiavano, mi addoloravano, mi aprivano gli occhi...ma avrei riscritto tutto il volume.
Allora mi sono limitata a riprendere l'incipit, ovvero un elenco (evviva!) di cose che, chi come me scarseggia (eufemismo) in autostima, dovrebbe imparare a fare per sentirsi meglio, per riconoscersi, per volersi bene almeno un po'.
I punti affrontati dall'autore sono 33, qui sopra ho riscritto solo quelli che mi pare si riferiscano a me, e sono 20. Non male come inizio...
P.S. La foto è un vecchio scatto di Raffi, io nella biblioteca di storia dell'arte, in un bel periodo della mia vita.
Fare quello che voglio.
Insistere quando sono in difficoltà.
Non vergognarmi di rinunciare.
Sapere che posso sopravvivere ai miei fallimenti.
Osare dire "no" o "basta".
Concedermi il diritto di essere felice.
Andare per la mia strada, anche se sono solo(a).
Sentirmi degno(a) di essere amato.
Sentirmi in pace con me stesso(a).
Fare del mio meglio per riuscire in quello che voglio realizzare, ma senza mettermi sotto pressione.
Concedermi il diritto di deludere o di fallire.
Non sminuirmi nè farmi male quando non sono contento(a)di me.
Sapere che posso sopravvivere ai miei guai.
Concedermi il diritto di cambiare idea dopo aver riflettuto.
Dire quello che ho da dire anche se ho paura.
Sentirmi in pace con le ferite del mio passato.
Non avere paura del futuro.
Sentire che progredisco e che traggo insegnamenti dalla vita.
Accettarmi così come sono oggi senza per questo rinunciare a cambiare domani.
Mi è stato regalato un libro anni fa, da una persona che mi vuole bene e che in qualche modo ha intrapreso un percorso comune al mio. Il libro si intitola Imperfetti e felici, di Christophe André e parla di autostima.
Va letto, come mi ricorda la dedica all'inizio, con la matita in mano (e il temperino nelle vicinanze).
Avrei voluto riportare in un post tutte le frasi che mi colpivano, che mi facevano riflettere, che mi rispecchiavano, mi addoloravano, mi aprivano gli occhi...ma avrei riscritto tutto il volume.
Allora mi sono limitata a riprendere l'incipit, ovvero un elenco (evviva!) di cose che, chi come me scarseggia (eufemismo) in autostima, dovrebbe imparare a fare per sentirsi meglio, per riconoscersi, per volersi bene almeno un po'.
I punti affrontati dall'autore sono 33, qui sopra ho riscritto solo quelli che mi pare si riferiscano a me, e sono 20. Non male come inizio...
P.S. La foto è un vecchio scatto di Raffi, io nella biblioteca di storia dell'arte, in un bel periodo della mia vita.
lunedì 20 agosto 2012
Fichi neri a colazione
E' mattina e ho pochissimo tempo per questo post.
Tra quindici minuti devo entrare al lavoro, cinque ore oggi, spero. Poi di corsa all'Albero della Coccagna a vedere come vanno i lavori e poi di nuovo a casa per cercare di dormire. Ho fatto colazione con i fichi neri e pensato a mio padre tutto il tempo. Immaginavo che questo lunedì non sarebbe stato semplice, un po' per il mal di testa incessante da giorni, un po' per il fine settimana impegnativo appena trascorso, un po' per i giorni di lavoro-scrittura articolo-lavoro-scrittura articolo-ufficio-lavoro-scrittura articolo che mi si prospettano. Non ci sono isole felici, nè tra poco nè tra tanto tempo. Mi sento circondata da persone che non capisco, che detengono o pretendono di detenere diritti sulle scelte altrui (le mie per esempio) che nemmeno mia madre si permette di accampare.
Non ho tempo per scrivere il blog perché la mia concentrazione è assorbita dalla consegna del pezzo per l'editore, non ho tempo di pensare a me perché gli altri vengono prima. L'unica cosa che mi riesce sempre bene è essere felice per la gioia di chi amo, è scorgere la contentezza negli occhi tagliati con l'ascia per una nuova partenza piena di emozioni, è prendermi le mie responsabilità e chiudermi in un locale in pieno agosto, con un caldo micidiale, per accontentare tutti e guadagnare qualcosa che mi eviti il peso totale sulle finanze di mamma.
Io però dove sono?
Per fortuna mi restano i fichi neri a colazione.
Tra quindici minuti devo entrare al lavoro, cinque ore oggi, spero. Poi di corsa all'Albero della Coccagna a vedere come vanno i lavori e poi di nuovo a casa per cercare di dormire. Ho fatto colazione con i fichi neri e pensato a mio padre tutto il tempo. Immaginavo che questo lunedì non sarebbe stato semplice, un po' per il mal di testa incessante da giorni, un po' per il fine settimana impegnativo appena trascorso, un po' per i giorni di lavoro-scrittura articolo-lavoro-scrittura articolo-ufficio-lavoro-scrittura articolo che mi si prospettano. Non ci sono isole felici, nè tra poco nè tra tanto tempo. Mi sento circondata da persone che non capisco, che detengono o pretendono di detenere diritti sulle scelte altrui (le mie per esempio) che nemmeno mia madre si permette di accampare.
Non ho tempo per scrivere il blog perché la mia concentrazione è assorbita dalla consegna del pezzo per l'editore, non ho tempo di pensare a me perché gli altri vengono prima. L'unica cosa che mi riesce sempre bene è essere felice per la gioia di chi amo, è scorgere la contentezza negli occhi tagliati con l'ascia per una nuova partenza piena di emozioni, è prendermi le mie responsabilità e chiudermi in un locale in pieno agosto, con un caldo micidiale, per accontentare tutti e guadagnare qualcosa che mi eviti il peso totale sulle finanze di mamma.
Io però dove sono?
Per fortuna mi restano i fichi neri a colazione.
sabato 23 giugno 2012
L'arte di correre
Omaggio ad Haruki e all'unico suo libro che non mi è piaciuto, ecco spiegato il titolo di questo post. Non ho certo la presunzione di pensare che il mio modo di correre sia un'arte, anche perché non corro. Cammino. Veloce.
Ed è bellissimo. Non è certo la prima volta che mi cimento in uscite estemporanee sul lungomare, ma ora il lavoro è serio, è una cura (l'unica ormai) per il mio collo e funziona su un sacco di cose, non solo come anti-virus potentissimo! Funziona sulla cellulite, almeno spero, simpatico regalo dei trent'anni e delle super medicine gonfia-cosce che hanno scandito i miei giorni di primavera. Funziona sulla schiena, che tengo per forza dritta per non appesantirla con il passo e che si distende con più facilità. Funziona sui piedi, che appoggio con attenzione per salvare le caviglie e che mi ancorano a terra più di una seduta dall'analista. Funziona sull'umore, maledettamente. Non posso dire che mi rilassi, che mi rallegri...camminare mi scarica. Mi aiuta ad espellere le tossine del virus e quelle delle persone, a buttare fuori cattiverie, menefreghismi, autoreferenzialità, isterismi, manie di persecuzione, protagonismi. Mi libera, dal male. Camminare mi sposta fisicamente e sposta i miei pensieri, questa mattina, appena sveglia, ho infilato le scarpette, la maglia tecnica e ho cercato le cuffie del telefono. Non sono accessoriata, non ho ipod, lettori e cose simili ma ho un vecchio telefono con la radio che, con un po' di fortuna, è una buona compagnia. Oggi Marc Knopfler ha coperto il rumore delle auto, le mezze dichiarazioni porno di autisti evidentemente ciechi davanti alla mia figura scoordinata, i motorini senza marmitta e gli urli della spiaggia. Poi la Pausini, ahimè, mi ha fatto rimpiangere gli apprezzamenti da bettola dei camioncini operai ma era quello che passava il convento e in trentacinque minuti mi sono dedicata a svuotare la testa e i muscoli come raramente mi riesce.
Arrivata a casa un asciugamano per salvarmi dalla polmonite e una doccia tiepida mi hanno riportata alla realtà, stanca e distesa, perennemente grata a quel fisiatra che ha messo da parte cortisoni, antiepilettici e integratori e ha scelto me, le mie capacità naturali di difesa e la mia voglia di recuperare, anzi, recuperarmi.
Ed è bellissimo. Non è certo la prima volta che mi cimento in uscite estemporanee sul lungomare, ma ora il lavoro è serio, è una cura (l'unica ormai) per il mio collo e funziona su un sacco di cose, non solo come anti-virus potentissimo! Funziona sulla cellulite, almeno spero, simpatico regalo dei trent'anni e delle super medicine gonfia-cosce che hanno scandito i miei giorni di primavera. Funziona sulla schiena, che tengo per forza dritta per non appesantirla con il passo e che si distende con più facilità. Funziona sui piedi, che appoggio con attenzione per salvare le caviglie e che mi ancorano a terra più di una seduta dall'analista. Funziona sull'umore, maledettamente. Non posso dire che mi rilassi, che mi rallegri...camminare mi scarica. Mi aiuta ad espellere le tossine del virus e quelle delle persone, a buttare fuori cattiverie, menefreghismi, autoreferenzialità, isterismi, manie di persecuzione, protagonismi. Mi libera, dal male. Camminare mi sposta fisicamente e sposta i miei pensieri, questa mattina, appena sveglia, ho infilato le scarpette, la maglia tecnica e ho cercato le cuffie del telefono. Non sono accessoriata, non ho ipod, lettori e cose simili ma ho un vecchio telefono con la radio che, con un po' di fortuna, è una buona compagnia. Oggi Marc Knopfler ha coperto il rumore delle auto, le mezze dichiarazioni porno di autisti evidentemente ciechi davanti alla mia figura scoordinata, i motorini senza marmitta e gli urli della spiaggia. Poi la Pausini, ahimè, mi ha fatto rimpiangere gli apprezzamenti da bettola dei camioncini operai ma era quello che passava il convento e in trentacinque minuti mi sono dedicata a svuotare la testa e i muscoli come raramente mi riesce.
Arrivata a casa un asciugamano per salvarmi dalla polmonite e una doccia tiepida mi hanno riportata alla realtà, stanca e distesa, perennemente grata a quel fisiatra che ha messo da parte cortisoni, antiepilettici e integratori e ha scelto me, le mie capacità naturali di difesa e la mia voglia di recuperare, anzi, recuperarmi.
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lunedì 28 maggio 2012
Un bauletto speciale
Questa è la storia di un bauletto speciale:
è un pò che non scrivo di fai da te, di materiali di recupero, di oggetti frutto del riciclo e così sono contenta di presentarvi l'ultima creazione di mamma.
La borsa della foto l'ha fatta lei: aiutata dalla sua maestra delle Scuole Vespertine, ha raccolto copie su copie della rivista con cui collaboro e pazientemente ha incastrato 700 (settecento!) tasselli di carta, plastificandoli uno per uno, cucendoli tra loro e scegliendo con cura i soggetti da mettere in risalto con l'intreccio.
Non è possibile stare qui a spiegare il meccanismo di produzione, ci vorrebbe un post lungo mille righe e probabilmente mi sarebbe molto difficile rendere comprensibili i vari passaggi della realizzazione, soprattutto dal momento che non l'ho fatto io.
Posso sicuramente affermare che è stato un lavoro lunghissimo e mia madre molto paziente: ogni sera, per settimane, l'ho trovata al tavolo di cucina che tagliava, piegava, contava, misurava, cuciva, intrecciava...in silenzio, con la musica accesa e la gatta tra i piedi.
Una volta preparati i fianchi e la base, la maestra e la mamma hanno incastrato il tutto, aggiunto chiave e lucchetto, piedini in metallo e piccole rifiniture; io sono intervenuta solo nella scelta delle maniglie e della cerniera, optando per un bel verde bosco ovviamente. Ora non mi resta che vantarmi con tutti, portarla in redazione e sfoggiarla nelle sere d'estate.
Grazie mamma!
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