domenica 8 novembre 2015

Natale a Novembre

Oggi, anche se siamo solo ai primi di Novembre, sembrava Natale.
E non per il clima, che anzi era quasi settembrino, ma per l'aria di festa che si respirava.
Mi sono svegliata e ho fatto colazione con il pane dolce e la marmellata di bergamotto, sapevo che mi avrebbero atteso alberi, foglie, sole, amici e la macchina fotografica nuova. Forse qui non lo avevo nemmeno scritto, ma qualche settimana fa, in pieno Festival della Scienza, mi hanno rubato la reflex. Ci sono rimasta male, per le modalità del furto più che per il costo della fotocamera, che per me però aveva un grande valore affettivo: la mia prima reflex comprata con i soldi di una cosa importante che stava finendo. Era un oggetto proiettato nel futuro e perderlo così, mentre stavo lavorando, mi è dispiaciuto moltissimo. Poi, come faccio sempre, non ho dimenticato ma ho chiuso tutto in un cassetto. A chiave.

Inaspettatamente, pochi giorni dopo, i colleghi mi hanno regalato una nuova macchina, più bella di quella che avevo, più leggera e maneggevole, con una sensibilità ai colori davvero sorprendente. Quale occasione migliore, di una domenica d'autunno nel verde, per provare i primi scatti (il primissimo in assoluto è quello quassù)?
Via con il motorino e poi a piedi, prima sotto gli alberi carichi di foglie gialle, poi in un piccolo cimitero dove il tempo pareva essersi fermato tantissimi anni fa, tra ragnatele, muschio, funghi e pozze di fango.
Bianconi che volavano bassi, gatti diffidenti, rampicanti rossi come il fuoco, semi bianchi che sembravano neve, corbezzoli ancora acerbi che legavano la lingua, momenti silenziosi che a me dicevano un sacco di cose.

E poi gli amici, tutti quanti, tutti i vicini del gruppo whatsapp, l'unico che tollero sul telefono senza sbattere la testa contro il muro ad ogni notifica. Siamo tanti, siamo undici (se non contiamo i bimbi), e oggi, complici tre compleanni ravvicinati, siamo andati a pranzo fuori.
Qui.
Eviterò di scrivere il menù completo, al quale è impossibile sottrarsi perché il gestore porta tutto in tavola come se fossimo a casa, la domenica, con la mamma che ti riempie il piatto perché ti vede deperito. Certamente fino a domattina non toccherò cibo e continuerò a pensare al minestrone clamoroso che ho mangiato oggi, senza fare il bis solo perché dopo mi aspettavano i ravioli.

Abbiamo chiacchierato un sacco, abbiamo aperto i regali (come a Natale!), abbiamo giocato a palla con Martino e aspettato (invano) che Adele si svegliasse. Abbiamo guardato (e fotografato) tramonti, bevuto amari, raccontato viaggi e riso un sacco.
Era da un bel po' che non capitava così e viste le notifiche sul gruppo whatsapp che continuano ad arrivare so che non lo penso soltanto io.
Questa bella domenica chiude un week end strano, iniziato di venerdì e formato da tante cose diverse.
Ieri, per esempio, è stata una giornata un po' stancante perché ho lavorato fuori Genova e mi sono svegliata alle cinque di mattina, reduce da un viaggio a Torino con mamma, bellissimo ma di sicuro per niente riposante. Con lei ho pranzato nel bar che ha inventato i tramezzini, sono andata da Melissa a fare le scorte per l'inverno, ho visitato la mostra di Monet e sono entrata qui, dove ho ricevuto un regalo di Natale anticipato e inaspettato.
Anche se è Novembre.

domenica 1 novembre 2015

Effetto loto

Il Festival è finito. Anzi, tecnicamente finisce tra mezz'ora.

Stasera c'è la festa con la consueta foto di rito sullo scalone, da domani si torna alla normalità.
Chi mi conosce sa che questi dieci giorni non sono mai semplici per me: passo la metà del tempo a non sentirmi all'altezza di niente e di nessuno, mi affanno nel tentativo di riuscire a vedere qualche laboratorio interessante tra un turno e l'altro, mi fiondo alle conferenze appena posso e buco molte delle occasioni mondane super frequentate dagli altri animatori.
Non sono persona da folla, con il mio prossimo sto bene, ma sempre per questioni di autostima faccio fatica a trascorrere intere serate in mezzo alla gente. A tanta gente. Più invecchio più peggioro, ma va bene così.

Detto ciò, il Festival della Scienza 2015 mi è piaciuto da matti, come non mi accadeva da anni. Una questione di aria, di tranquillità, di tempo gestito bene. Una questione di Equilibrio e mai parola chiave fu più azzeccata di quest'anno.
Nel laboratorio dove ho lavorato c'è stato un afflusso costante e gigantesco di visitatori: tante persone, molti bambini, scuole, famiglie; tutti educati, curiosi, simpatici, pronti a fare domande, a ridere per le battute, ad adattarsi.
Gli animatori con cui ho diviso i turni sono stati splendidi e non avrei potuto chiedere di meglio, compresi i ragazzi delle superiori che ci hanno assegnato come supporto: uno più bravo, disponibile e serio dell'altro.
Dal punto di vista della pubblicità, a sto giro i manifesti erano ovunque, c'erano persino il banner video sul grattacielo e gli annunci in metro. Poi, "l'elefantino che fa pipì sull'asterisco" a me è piaciuto un sacco, certamente più del "piccolo astronauta fallico" di tre anni fa.

Ovviamente gli ultimi dieci giorni non sono stati solo di Festival, ho continuato con i laboratori in altre sedi, con il corso di francese, con la solita vita insomma, anche se avrei voluto riuscire a scrivere di più.

Oggi, giornata senza turni, mi sono goduta la mia città e il mio Festival, esattamente come piace a me. Ho corso cinque chilometri nel sole, fatto colazione con caffè e girella all'uvetta, pranzato con mamma, girato per il mercatino dell'antiquariato (dove ho scovato, udite udite, la zuccheriera fungo che mancava alle mie tazzine fungo) e ascoltato una conferenza.

Ecco, quella conferenza è stata uno spettacolo e una coincidenza assurda: mentre passeggiavo in città ho trovato, per terra, questo biglietto (è un periodo così), una serie di appunti nei quali compariva il nome di Stefano Mancuso, autore per nulla nuovo nella mia libreria (ho già scritto qui di un suo libro che ho letto e amato). Appena ho visto il nome sul foglio mi si è accesa una lampadina: forse c'è una conferenza al Festival! Esatto, alle 16 iniziava Robot come piante, nella sala del Maggior Consiglio. Erano le tre e mezza e con calma ci siamo avviate, siamo riuscite a sederci comode davanti e ci siamo godute quasi due ore di dialogo, se così si può dire, tra Stefano Mancuso e Barbara Mazzolai.

Il tema, ovviamente molto interessante per me che adoro le piante e lavoro con i robot, è stato affrontato in maniera semplice, toccando argomenti complessi e mettendo in campo un sacco di esempi affascinanti, utili per spiegare il livello di "coscienza" dei vegetali, la loro sensibilità, la capacità di interazione tra piante diverse, la complessità di questo mondo spesso ritenuto inferiore a quello animale ma, in realtà, molto più avanzato. Come mi capita sempre, mi sono immedesimata e stavolta non l'ho fatto con un personaggio di un libro o con un attore, ma con un fagiolo, una mimosa, un tiglio. Ho imparato che le piante non amano essere toccate, che sfuggono l'ombra delle altre piante ma non la propria, che ascoltano volentieri tanti tipi di musica o meglio che percepiscono perfettamente i suoni e in particolare rivolgono la loro crescita verso quelli intorno ai 200 Hz. Perché? Perché è la frequenza dell'acqua. Le piante non possono fuggire da dove sono (sono esseri sessili...come mi sento io nella maggior parte del mio tempo) e per questo devono approntare molte strategie di difesa; alcune di esse hanno comportamenti sociali, come i girasoli che crescono bene se in comunità, le radici di un albero tipo il tiglio hanno più apici dei neuroni presenti nel cervello umano...e potrei continuare all'infinito.

In realtà, anche tutta la parte tecnica dedicata all'applicazione delle caratteristiche vegetali agli studi di robotica mi è piaciuta molto. Stampa 3D, automazione, scienza dei materiali: pensare che un robot possa essere costruito ispirandosi ad un'abilità vegetale mi sembra meraviglioso.
Trovate qui molte info utili sul progetto Plantoid, ma penso possa essere buona cosa cominciare credendo nelle piante e nelle loro enormi capacità adattive. Il loto completamente idrorepellente, in grado di mantenere sempre pulite le foglie nonostante viva in acque putride, è e sarà per sempre mio maestro.

lunedì 26 ottobre 2015

Controluce

E' questo il momento che amo di più in assoluto. Quello che arriva un attimo dopo lo spiegone e un attimo prima dell'attività pratica vera e propria.

Quei minuti preziosi in cui i bambini cominciano a cercare i materiali da usare, a prendere confidenza con essi e a immaginarli come parte dell'oggetto che costruiranno. Lì in piedi, controluce, visualizzano il loro personalissimo progetto e scelgono ciò che meglio rappresenterà l'idea che hanno avuto.
Osservo sempre in silenzio questo tempo prezioso, li guardo interagire, scambiarsi opinioni, arrabbiarsi se qualche compagno prende un materiale al posto loro o essere generosi con chi è rimasto senza.

Ci sono giorni che mi pare di non farcela, giorni come questi, in cui corro da un laboratorio ad un altro, in cui mi sembra di non riuscire a dare il meglio di me, di non essere in grado di lasciare qualcosa ai ragazzi con cui trascorro quelle ore.
Passo minuti interi in piedi su una gamba sola, cercando di spiegare al meglio il concetto di equilibrio e tutto quello che si porta con sé. Dov'è il baricentro? Cosa è il bilanciamento? Quanto conta la forza di gravità?
Dai sei ai quindici anni, per ora, chissà nei giorni che verranno.
Mi piace avere i loro occhi addosso, mi piace dare la parola a tutte le mani alzate, una dopo l'altra, perché nessuna domanda, nessuna storia, nessuna questione, è meno importante di un'altra.

Ma non è quello il momento che amo di più.

L'istante migliore è, come scrivevo all'inizio, quello in cui io non ci sono più.

Quello in cui a malapena ci sono loro.
Quello in cui sicuramente hanno spazio le idee. Sembra di vederli, i pensieri, che prendono forma piano piano, ognuno dalla testa del singolo, ma tutti pronti ad aggrovigliarsi e diventare un'unica, grande, idea.

E' in questo momento che anche i più timidi riescono a dire la loro, magari con un aiuto, magari semplicemente sfruttando la titubanza dei compagni che di solito si mostrano sicuri e infallibili.
E' così che i gruppi più fragili costruiscono l'oggetto migliore. Che i bambini più piccoli finiscono per primi la loro creazione. Che le femmine stupiscono tutti con i risultati più soddisfacenti. Che i bulli della classe aiutano le vittime di sempre, non solo perché sono finite per sbaglio in squadra con loro, ma anche perché davanti a un obiettivo comune non c'è differenza che tenga.

Ed ecco, alla fine, ciò che mi massacra ogni volta.
Accorgermi che è questa la cosa che mi manca di più, tutti i giorni, in tutte le circostanze, con tutte le persone: non avere (quasi) mai un obiettivo comune, ma ritrovarmi sempre maledettamente sola lungo la mia strada. Non per forza giusta, non per forza sbagliata, ma molto spesso vuota.



domenica 18 ottobre 2015

Avere Paura

Oggi ho scoperto una cosa: ho scoperto che la scrittura è davvero una passione grande, se, dopo averle dedicato otto ore, quello che vuoi fare di più è continuare a scrivere. Cose di lavoro, cose per le amiche, di nuovo cose di lavoro (un altro) e ora cose per me, che ho voglia di tirare fuori già da qualche giorno.

Nella foto quassù c'è il cartellino rosso di Camminando pe e lische, una delle marce che, acciacchi e impegni permettendo, io e mamma facciamo ogni anno. L'immagine è di domenica scorsa, avevo da poco superato il guado dove Andrea costruiva ponti di pietra sul fiume che nemmeno nell'Impero Romano, e stavo pensando sempre più intensamente alla polenta e al prato al sole dove l'avrei mangiata. Erano le undici e avevo una fame da lupi.
Oggi, a distanza di una settimana, sono stata in casa tutto il giorno, a letto per la precisione, mangiando plum cake, biscotti, mele rosse e riso al pesto. E bevendo Chianti per cena.

Ho iniziato a scrivere all'una e ora che sono quasi le dieci di sera non ho ancora smesso, né smetterei più.
Ascolto musica perfetta, tipo questa che sta passando ora, che non è particolarmente allegra come non lo è affatto il suo video, ma del resto nemmeno io lo sono, quindi mettiamoci l'animo in pace.
Se poi io non sono allegra è perché ho paura, una paura che non ho mai provato, per cose, persone e situazioni che non pensavo potessero suscitarmi questo sentimento. Invece è accaduto e io non so assolutamente come comportarmi.
Per ora tento, senza grande successo, di fingermi morta come fanno molti animali. Cerco di muovermi senza spostare l'aria, di vivere senza essere notata, di alzarmi, fare colazione, andare al lavoro, pranzare con quello che ho preparato la sera prima, seguire il corso di francese, cenare, leggere o scrivere qualcosa e dormire. Poi certo, dentro di me scoppio, di cose che vorrei fare e dire ma so che non è tempo.

Ottobre, mese di letarghi e di foglie che cadono.
Adeguiamoci.

Tra pochi giorni comincia il Festival della Scienza e io, per la prima volta, non vedo l'ora. Anni di esperienza mi hanno assicurato un orario perfetto, con turni calibrati al millimetro che mi lasceranno un sacco di tempo per dedicarmi ad altro o, se mai fosse possibile, per riposarmi.
Ci saranno concerti, serate di festa, laboratori bellissimi da seguire con le amiche, bimbe appena nate da visitare, bimbi un po' più grandi da salutare e, lo spero tanto, camminate fuori città che mi aspettano. Dopotutto basta una funicolare. O un autobus.
Basta che il mio piano di resilienza funzioni per riuscire a godere di questa stagione meravigliosa, continuando a scrivere per il progetto più grande che c'è in cantiere e alimentando ogni giorno la mia voglia di scoprire e imparare cose nuove.
A questo proposito il corso di francese sta andando alla grande: comunque finirà, il mio cervello sarà abitato da suoni e significati che prima non conosceva, credo che a quasi trentaquattro anni sia una cosa bellissima, provare a imparare una lingua diversa dalla propria.
Soprattutto quando con le parole si cerca di costruirsi il futuro.

E' chiaro dal titolo del post che immaginavo di andare a parare altrove, il fatto che non sia stato così mi riempie di gioia: significa che sta funzionando, che se voglio sono salva, che se mi proteggo (magari anche con un bicchiere di Chianti :-) ), acquisisco una visione nuova delle cose, più dipendente da me che dal resto del mondo, e mi tranquillizzo almeno un po'.
Il succo non cambia, lo so, ma cambio io che lo guardo e che cerco di mandarlo giù.

domenica 11 ottobre 2015

16 km di desideri

Disclaimer: sono stanca e assolutamente non in grado di scrivere un post sensato, nonostante le buone intenzioni, nonostante le belle esperienze dell'ultima settimana. Ecco il perché di questo elenco, nemmeno troppo sommario, di cose da comprare. Superflue (per usare un eufemismo).

1. I Dansko clogs, in vendita da Flamingo Bergamo, non so ancora il colore e nemmeno se li vorrei aperti o chiusi dietro, ma son dettagli (già che ci sono potrei allargarmi e portarmi via anche calze e vestito).
2. La nuova collezione di Lazzari, in particolare: questa camicia con i dinosauri (indispensabile, per me che non porto quasi mai camicie), questo abito con i cavallini (che potrebbe essere un'ottima terapia d'urto, visto che ho paura dei cavalli), questo maglione con le ghiande (ma solo in caso non riuscissi a comprarmi il prossimo vestito), questo vestito (perché, che ve lo dico a fare, è autunno), questa salopette (che quella di Lazzari che ho comprato l'anno scorso non l'ho tolta quasi mai!)
3. La borsa con i loti di Isabò e Insunsit (è possibile avere, in una sola borsa, delle stampe così belle, un colore così bello e una forma così bella? Evidentemente sì)
4. Le #Tuliclips di Tulimami (dal momento che sono una più bella dell'altra, non sceglierò: le vorrei tutte)
5. Una My#selfie di Faccio e disfo apposta per me (perché è una vita che la vorrei, perché le avventure estive su Instagram delle sue bamboline senza storia mi hanno rapita, perché partecipare al racconto è stato divertentissimo)
6. Un lavoro della bravissima Enrica Trevisan (per esempio questa spilla con i ginkgo, oppure questa con il giardiniere barbuto, per non parlare della serie dedicata alla mia amata Frida)
7. Qualche pezzo dai Vintage Corner di Maison Du Monde (in particolare vorrei tutta la collezione Berlino, chi conosce casa mia sa che sarebbe perfetta!)
8. Un bastimento carico di prodotti di Melissa Erboristeria (perché quelli che ho comprato all'inizio dell'estate stanno finendo e poi perché ricevere un pacco da Valeria è sempre bellissimo. Per esempio, in questo istante, vorrei tantissimo questi)
9. Questo libro (perché mi sembra meraviglioso e indispensabile)
10. I capelli nuovi (ma, come si evince dalla foto, dal parrucchiere ci sono appena stata...un desiderio in meno sulla lista!)

P.S. Il titolo si riferisce alla camminata da cui sono appena tornata: sedici chilometri di sentieri, più di quattro chilometri all'ora. Io e mamma siamo state grandi!

mercoledì 30 settembre 2015

Caprioli e Capriole

Ho una lista dei desideri (dicesi wishlist) lunga tre chilometri, che parte dalle creazioni di Tulimami e arriva alla collezione di Lazzari (imperdibile come sempre), passando per l'adorato Flamingo e per gli scaffali di Maisons Du Monde e delle sue maledettissime Tendenze Vintage.
Però oggi è il giorno dei caprioli e delle capriole e non scriverne sarebbe un reato, l'elenco delle cose materiali (che più materiali non si può) che vorrei comprarmi o regalarmi o trovare sotto l'albero o nella cassetta della posta dovrà aspettare la prossima settimana.

Oggi, dicevo, è un giorno speciale, è una di quelle giornate da io di cui ho scritto l'ultima volta.
Sono fortunata, perché la bella sensazione di vivere esattamente come sono davvero sta continuando, anche se più faticosamente di prima.
Più faticosamente di prima semplicemente perché ci vanno di mezzo gli altri, ma fa parte del gioco e il prossimo obiettivo è quello di proseguire come se nulla fosse, scavalcando, aggirando, superando intoppi, richieste, blocchi e difficoltà. Sembra facile? No, non lo sembra e non lo è.

Comunque, oggi ho trascorso tre ore in una quinta elementare, dove ho portato uno dei laboratori sul riciclo dei rifiuti (in particolare di quelli RAEE) che sto facendo in questo periodo. L'attività che ho pensato, come al solito, non riguarda semplicemente la robotica, ma si sviluppa anche all'interno di altre discipline, una su tutte l'ecologia e in particolare lo studio della biodiversità.
Prima di affrontare questo argomento, però, ho pianto.
Che sarebbe arrivato il giorno della commozione in classe in fondo in fondo lo sapevo, che sarebbe arrivato oggi, invece, non lo immaginavo proprio.
Appena entrata i diciotto bambini seduti tranquilli a ferro di cavallo (evviva!) mi hanno accolta salutandomi e leggendo, ad alta voce, una ricerca fatta sull'Associazione dove lavoro. Sapevano tutto e sapevano anche il mio nome, hanno citato l'importanza dell'attività di gruppo e dell'impiego di materiali di recupero e hanno concluso dando il via ad una serie di domande. Ognuno mi ha chiesto qualcosa:
- Da quanto lavori nella robotica? Ti piace? Cosa è la robotica? E' difficile? Dove si trova il posto in cui lavori?
Io ero allibita, emozionata, avevo paura di tradire le loro aspettative, mi sembravano tutti più preparati e pronti di me.
Alla fine è andata benissimo: ho fatto una lezione meravigliosa, lo ammetto.

Abbiamo sviscerato ogni parola nuova, ogni vocabolo mai sentito prima, abbiamo cercato sinonimi e contrari e fatto decine di esempi. È facile quando sui banchi c'è un vocabolario, che gira gira gira, passando di mano in mano, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
Il maestro ha chiesto ai bambini di raccontarmi cosa fanno quando scoprono una parola nuova: bene, mi hanno risposto che la ripetono, ne parlano, la usano tanto, la portano a casa. LA PORTANO A CASA.

Tra le presentazioni iniziali, così belle e spontanee che mi pare di aver imparato già i nomi di tutti, e la ricreazione in cortile, abbiamo osservato le caratteristiche degli animali presenti nel territorio dove i bambini vivono e dove vanno a scuola. Ghiri, lucertole, cinghiali, vipere, cormorani, cefali, aironi, rospi, salamandre, lepri e tanti altri, comparsi uno per uno sullo schermo del mio computer, guardati e commentati, raccontati e analizzati. Tutti hanno portato esempi, aneddoti e curiosità, alzando decine di mani, ponendo domande sincere e regalandosi(mi) dialoghi meravigliosi come questo:
- Che caratteristiche ha il capriolo?
- Beh, ad esempio salta!
- E cosa ci dice che salta?
- Il nome! Deriva da capriola.


Oggi avevo previsto anche di disegnare il progetto dell'animale da costruire e, eventualmente, di scegliere i materiali tra i tanti a disposizione: sono a malapena riuscita a terminare la carrellata di fotografie e a lasciare "i compiti" per la prossima settimana. Ascoltare le loro storie e accettare i loro pezzi di focaccia per merenda è stato più importante.

giovedì 24 settembre 2015

Una settimana da Io

Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.

1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.

2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.

3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.

4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.

5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).

6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.

7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.

8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!

9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.

P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).