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lunedì 6 giugno 2016

Il Giornale delle Gite

Delle meraviglie contenute nel Sacchetto Segreto del Cottage di Rita ve ne ho già parlato qui.
Oggi vi racconto cosa stanno diventando i quadernini, come sto impiegando le penne colorate, quale funzione hanno i bellissimi timbri alfabeto.

Tutto nasce da una delle mie passioni più sfrenate: camminare. In realtà, a questa che più che una passione è un bisogno, si aggiunge l'amore immenso per la natura sotto ogni sua forma e in particolare sotto quella arborea (foglie in primis), la fissazione atavica per cartoleria e similari (trovatemi una femmina nata negli anni ottanta che non abbia questo problema), l'invasione inarrestabile di diavolerie imperdibili come washitape e timbri, il mondo di Instagram e la sua popolazione: lei e le amiche in particolare.

Questo minestrone di stimoli ha risvegliato in me la voglia (mai realmente sopita, diciamocelo) di erbari, notes, disegnini, appunti verdi, foglie pressate, graffette, citazioni. Raccolgo residui della natura da tempo immemore, il primo albo in cui ho attaccato e catalogato foglie e fiori risale all'epoca delle elementari, possiedo una pressa bella e funzionale che si chiama Tessa e, quando esco per una gita, torno sempre con qualcosa in tasca. Una castagna, una pigna, una piuma, un rametto, un sasso, un insetto morto.

Dalle camminate, però, rientro anche piena di ricordi, di odori, di cose che vorrei fermare per riguardarle quando non posso uscire: che fare?
Semplice! Un Giornale delle Gite.

Ho preso la decisione definitiva guardando questo filmato (diecimila volte) e lasciandomi incantare da siti, video, tutorial, schemini, fotografie.
Per vedere come è andata a finire occorrerà aspettare un po', il mio Giornale delle Gite è solo a quota due uscite, ma intendo riempirlo per bene e, se la tecnologia (altrui) mi assiste, voglio fare un videino.
Cosa sto usando? I timbri alfabeto per i titoli, le foglie pressate, i washitape, le penne colorate, i disegni con i pastelli a cera, le fotografie stampate con una roba come questa. Il risultato, per ora, è un po' confusionario, come ogni prima volta che si rispetti. Magari tra qualche tempo sarà ancora più incasinato, non lo saprò finché non lo sfoglierò tutto, annusando rametti, riappiccicando disegni scollati, sottolineando nomi scientifici, aggiungendo schizzi, scrivendo citazioni, mostrandolo a voi.

domenica 29 maggio 2016

Everything but the colors

Qualche giorno fa, per la seconda volta nella mia vita (della prima ne avevo scritto qui ) sono andata al cinema da sola.
"Embé, che ci vuole?" vi chiederete voi, "Molto", vi rispondo io, che amo tanto fare cose in totale solitudine, ma che vivo ancora malissimo l'idea della sala buia con le poltrone vuote attorno a me.
Per provare a non soccombere alla tristezza ho scelto lo spettacolo pomeridiano, sostituendo l'ora di pilates con ottantacinque minuti di film.

Ma cosa sono andata a vedere?
Questo.
Da Monet a Matisse, l'arte di dipingere il giardino moderno è, in realtà, una mostra a tutti gli effetti, un documentario davvero ben girato sull'attrazione di alcuni artisti per il giardinaggio e sull'enorme peso che questa passione ha avuto nella loro produzione.
Realizzato da David Bickerstaff per Nexo Digital ci offre un tour all'interno di Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, splendida esposizione della Royal Academy of Arts, presentandoci opere e pittori, raccontandoci nei minimi dettagli gli spazi verdi che Monet, Nolde, Pissarro, ma anche Matisse e un insospettabile Kandinsky hanno rappresentato nella loro arte o addirittura curato in prima persona.

Del meraviglioso giardino di Giverny è suferfluo scrivere qualsiasi cosa. Conosciamo tutti le ninfee o il piccolo ponte verde, ricordiamo l'ossessione di Monet per gli accostamenti cromatici e per la luce, la ricerca quasi maniacale di essenze sempre nuove e stupefacenti, il dolore di fronte alla guerra e alla cecità incalzanti, colpevoli di tenerlo lontano da questa sua profonda passione.
Quello che credo sia assolutamente interessante nel film è il punto di vista dei vari studiosi intervenuti durante le riprese: dalla storica dell'arte al curatore, dal giardiniere all'artista, dal paesaggista all'esperto, tutti hanno contribuito a mostrare quanto la forma mentis di un pittore possa trovare un'inattesa corrispondenza con quella di un appassionato di giardinaggio. Sono due mondi paralleli che si incontrano tanto nell'arte en plen air quanto nella sistemazione di uno spazio verde immaginandolo come una tela vuota, pronta per essere dipinta.

Everything but the colors, il titolo che ho scelto e che è tratto da una delle interviste presenti nel film (che, non l'ho ancora scritto, ha anche il grande pregio di essere in lingua originale con i sottotitoli), sottolinea proprio l'importanza dei colori per questi artisti di giardino. Potevano fare a meno di tutto, sia nelle azioni pratiche all'aperto, sia nei loro studi davanti al cavalletto, tranne che dei colori.

E io, che sotto il segno della parola giardino ho fatto nascere questo blog, non posso che essere d'accordo.

P.S. Il documentario era nelle sale unicamente il 24 e 25 maggio 2016, ma immagino che presto si potrà trovare on-line o in dvd.
La foto quassù è stata scattata all'Orto Botanico di Bergamo, uno dei miei nuovi luoghi del cuore.

domenica 3 aprile 2016

La straniera


Erano anni che il cambio di stagione non ci andava giù così pesante.
Pure il passaggio dall'ora solare a quella legale non credo abbia aiutato.
Se poi ci aggiungiamo una settimana di antibiotici per scongiurare ipotetici morbi da puntura di zecca completiamo il disastroso quadro di stanchezza tremenda, sonno boia, stato confusionale semi costante.
Un esempio?
Ieri ho perso gli occhiali da vista. Stavo passeggiando in pieni Rolli Days e sono tornata alla polleria dove avevo pranzato, per controllare se magari li avessi dimenticati lì. Il locale era pienissimo, ho chiesto al ragazzo dietro al bancone se li avessero visti e lui, sorridendo, mi ha risposto:
"No cara, ma sai, noi non siamo mai usciti da qui, prova a vedere dove eri seduta. Però, non è che per caso sono quelli che hai appesi al collo, vero?".

Capito?
Non ce la posso fare.


In tutto questo lavorare, alzarsi, comunicare, spedire, scrivere, inviare, rispondere, accontentare, parlare, dire, fare, (baciare, lettera, testamento) io mi sento una straniera.
Come se non sapessi bene dove sono, né come esprimermi affinché gli altri mi capiscano. Il più delle volte, tra l'altro, mi pare di non comprendere io stessa quello che gli altri cercano di dirmi.
E non parlo solo di sconosciuti, persone appena incontrate sul mio cammino, nuove opportunità che si palesano all'improvviso: intendo anche gente che frequento da tipo dieci, dodici anni e che, di colpo, sembra parlare swahili.

Come sto cercando di ovviare al problema?
Facendo paragoni.

Il primo mi sta aiutando moltissimo ed è legato al corso di francese che seguo ormai da settembre. Ora che mi dedico alla conversation (da pronunciare rigorosamente alla francese) e che trascorro mattinate intere a mettere insieme frasi apparentemente insensate ma a volte incredibilmente corrette, ho capito perfettamente cosa significhi essere straniera, e tentare di integrarsi. Provo grande gioia quando, per esempio, riesco a tradurre mentalmente ciò che due turisti francesi si stanno dicendo in un negozio... la stessa felicità la sento quando capisco chi si rivolge a me in italiano ma sembra parlare un'altra lingua. Non solo, spesso mi sento più compresa balbettando in francese a lezione che dialogando in italiano nella vita di tutti i giorni.

Da cosa dipende tutto questo? Da me, ovviamente. Anche perché tutto (o quasi tutto) ciò che affrontiamo ci colpisce in modo diverso a seconda da come lo vediamo. Io non voglio arrabbiarmi, non voglio farmi mangiare dal nervoso, non voglio che mi capiti una volta a settimana nella stanza gialla, tanto meno voglio che succeda nella vita quotidiana. Quando mi accorgo che non c'è via d'uscita, che proprio non capisco un comportamento, una frase, una mail, un'azione e che non so assolutamente come comportarmi di conseguenza... divento francese. Oplà.

Il secondo paragone che uso (questo lo faccio da sempre e dopo ieri ancora di più) è legato alle piante che vivono in città, nate nella fessura di un muro, in una crepa sull'asfalto, tra i mattoni di un molo. Ieri ho partecipato a una passeggiata alla scoperta della biodiversità urbana e ho finalmente imparato alcuni nomi di coraggiosissime piantine resilienti, incontrandole qua e là tra automobili, turisti, barche e ringhiere. Le ho fotografate, catalogate sul mio taccuino e ammirate infinitamente per la loro pazienza. Ce ne sono alcune che si fingono morte nei periodi duri e ripartono più forti che mai appena il clima lo consente. Sono così avanti, in un ambiente in cui probabilmente nessuno le capisce, dove non ci sono alberi a proteggerle, uccelli e insetti a visitarle, acqua fresca a dissetarle, che non hanno nemmeno bisogno di diventare francesi per farcela.

Quale migliore esempio?
Io non voglio arrabbiarmi, voglio fiorire timida ad aprile trasformandomi in un sedum (francese).

domenica 1 novembre 2015

Effetto loto

Il Festival è finito. Anzi, tecnicamente finisce tra mezz'ora.

Stasera c'è la festa con la consueta foto di rito sullo scalone, da domani si torna alla normalità.
Chi mi conosce sa che questi dieci giorni non sono mai semplici per me: passo la metà del tempo a non sentirmi all'altezza di niente e di nessuno, mi affanno nel tentativo di riuscire a vedere qualche laboratorio interessante tra un turno e l'altro, mi fiondo alle conferenze appena posso e buco molte delle occasioni mondane super frequentate dagli altri animatori.
Non sono persona da folla, con il mio prossimo sto bene, ma sempre per questioni di autostima faccio fatica a trascorrere intere serate in mezzo alla gente. A tanta gente. Più invecchio più peggioro, ma va bene così.

Detto ciò, il Festival della Scienza 2015 mi è piaciuto da matti, come non mi accadeva da anni. Una questione di aria, di tranquillità, di tempo gestito bene. Una questione di Equilibrio e mai parola chiave fu più azzeccata di quest'anno.
Nel laboratorio dove ho lavorato c'è stato un afflusso costante e gigantesco di visitatori: tante persone, molti bambini, scuole, famiglie; tutti educati, curiosi, simpatici, pronti a fare domande, a ridere per le battute, ad adattarsi.
Gli animatori con cui ho diviso i turni sono stati splendidi e non avrei potuto chiedere di meglio, compresi i ragazzi delle superiori che ci hanno assegnato come supporto: uno più bravo, disponibile e serio dell'altro.
Dal punto di vista della pubblicità, a sto giro i manifesti erano ovunque, c'erano persino il banner video sul grattacielo e gli annunci in metro. Poi, "l'elefantino che fa pipì sull'asterisco" a me è piaciuto un sacco, certamente più del "piccolo astronauta fallico" di tre anni fa.

Ovviamente gli ultimi dieci giorni non sono stati solo di Festival, ho continuato con i laboratori in altre sedi, con il corso di francese, con la solita vita insomma, anche se avrei voluto riuscire a scrivere di più.

Oggi, giornata senza turni, mi sono goduta la mia città e il mio Festival, esattamente come piace a me. Ho corso cinque chilometri nel sole, fatto colazione con caffè e girella all'uvetta, pranzato con mamma, girato per il mercatino dell'antiquariato (dove ho scovato, udite udite, la zuccheriera fungo che mancava alle mie tazzine fungo) e ascoltato una conferenza.

Ecco, quella conferenza è stata uno spettacolo e una coincidenza assurda: mentre passeggiavo in città ho trovato, per terra, questo biglietto (è un periodo così), una serie di appunti nei quali compariva il nome di Stefano Mancuso, autore per nulla nuovo nella mia libreria (ho già scritto qui di un suo libro che ho letto e amato). Appena ho visto il nome sul foglio mi si è accesa una lampadina: forse c'è una conferenza al Festival! Esatto, alle 16 iniziava Robot come piante, nella sala del Maggior Consiglio. Erano le tre e mezza e con calma ci siamo avviate, siamo riuscite a sederci comode davanti e ci siamo godute quasi due ore di dialogo, se così si può dire, tra Stefano Mancuso e Barbara Mazzolai.

Il tema, ovviamente molto interessante per me che adoro le piante e lavoro con i robot, è stato affrontato in maniera semplice, toccando argomenti complessi e mettendo in campo un sacco di esempi affascinanti, utili per spiegare il livello di "coscienza" dei vegetali, la loro sensibilità, la capacità di interazione tra piante diverse, la complessità di questo mondo spesso ritenuto inferiore a quello animale ma, in realtà, molto più avanzato. Come mi capita sempre, mi sono immedesimata e stavolta non l'ho fatto con un personaggio di un libro o con un attore, ma con un fagiolo, una mimosa, un tiglio. Ho imparato che le piante non amano essere toccate, che sfuggono l'ombra delle altre piante ma non la propria, che ascoltano volentieri tanti tipi di musica o meglio che percepiscono perfettamente i suoni e in particolare rivolgono la loro crescita verso quelli intorno ai 200 Hz. Perché? Perché è la frequenza dell'acqua. Le piante non possono fuggire da dove sono (sono esseri sessili...come mi sento io nella maggior parte del mio tempo) e per questo devono approntare molte strategie di difesa; alcune di esse hanno comportamenti sociali, come i girasoli che crescono bene se in comunità, le radici di un albero tipo il tiglio hanno più apici dei neuroni presenti nel cervello umano...e potrei continuare all'infinito.

In realtà, anche tutta la parte tecnica dedicata all'applicazione delle caratteristiche vegetali agli studi di robotica mi è piaciuta molto. Stampa 3D, automazione, scienza dei materiali: pensare che un robot possa essere costruito ispirandosi ad un'abilità vegetale mi sembra meraviglioso.
Trovate qui molte info utili sul progetto Plantoid, ma penso possa essere buona cosa cominciare credendo nelle piante e nelle loro enormi capacità adattive. Il loto completamente idrorepellente, in grado di mantenere sempre pulite le foglie nonostante viva in acque putride, è e sarà per sempre mio maestro.

giovedì 9 luglio 2015

Io e loro

Oggi fa un caldo incredibile. Non sono una persona che patisce l'estate, sudo a malapena e gestisco bene anche le temperature più alte, ma non mi era mai successo di bruciarmi le piante dei piedi con l'asfalto bollente, indossando le scarpe.

Devo confessare che con una gamba colpita, seppur un decennio fa, da una bella trombosi, non è facile zampettare per la città, salire sui bus, trasportare materiali più o meno pesanti e ingombranti, tenere laboratori quasi sempre in piedi, con cinquanta gradi secchi. In questo periodo ho scelto consapevolmente di non indossare il gambaletto elastico perché mi sembrava una tortura ancora peggiore costringere il polpaccio in quella morsa spessa, ma le conseguenze che sto pagando sono un gran male a tutta la gamba, la sensazione di avere un bambino di due anni costantemente appeso al ginocchio e l'arrivo di una bella varice verde, la prima così visibile, proprio sotto al punto X.

Tutto questo spiegone un po' lamentoso e di stampo medico per dire che invece i ciclamini no, loro proprio no, non sentono il caldo. La foto quassù, infatti, non risale a febbraio ma a un'ora fa, mentre stendevo i panni e controllavo le mie care compagne di viaggio (e di vita, che poi è la stessa cosa).
Il post di oggi sarà tutto dedicato alle coinquiline con cui divido la casa, chiacchiero la mattina, commento le giornate appena concluse.
Chi mi conosce bene, ma anche chi mi conosce appena, e pure chi non mi conosce affatto, sa che adoro le piante, gli alberi, le foglie, i fiori, la campagna, l'erba, i monti e tutto quello che riguarda la natura in senso più generale. Sono cresciuta circondata da ciò che amo: come ho già scritto da qualche parte, il primo ricordo che ho riguarda l'enorme magnolia che viveva nel cortile di fronte a casa e non ci sono momenti belli della mia vita di bambina in cui il verde non fosse presente. Quando sono andata a vivere da sola, come prima cosa mi sono immaginata e procurata delle piante (non esattamente in quest'ordine!) e le ho sistemate ovunque: in bagno, cucina, sala, ma anche sui balconi più luminosi. Ho piante da interni, da esterni, fiori, verdure, alberi da frutto, piante sospese e appoggiate, piante pendule e rampicanti, piante grasse e tillandsie.
Si potrebbe pensare che la loro vita nella mia casa sia sempre andata a gonfie vele e che i magnifici fiori bianchi, completamente fuori stagione, del ciclamino quassù siano solo l'ennesima esplosione verde tra queste mura buie e stritolate dai vicoli della mia città.

Bene, vi smentirò perché non è affatto così.
Le piante con cui sono venuta a vivere qui quasi tre anni fa sono morte tutte, tranne una. L'unica superstite è quella che vedete posata sul davanzale interno, con il bruco di metallo piantato nel vaso: lei ha resistito irriducibile, ma tutte le sue compagne sono morte strada facendo. A parte le primule che cambio ogni anno, ho dovuto dire addio ad edere, succulente e bulbi un sacco di volte, senza capire dove stesse il problema, cosa avessi fatto di sbagliato, quali parassiti fossero responsabili delle mie perdite.

Poi, improvvisamente, hanno smesso di morire.

Anche in questo caso ho provato a ragionare sui motivi: forse avevo azzeccato il vaso giusto, magari anche la quantità d'acqua e la terra erano migliorate...mille domande finché non ho capito cosa fosse cambiato davvero.
La risposta sono io.
Io sono cambiata, il mio rapporto con questa casa è differente da quello degli anni scorsi e, finalmente, ho fatto pace con un sacco di sensi di colpa e di pensieri negativi che mi hanno accompagnata per molto tempo.
E' come se le piante avessero percepito che la precarietà stava finendo, come se avessero capito che questa poteva essere davvero la loro casa perché poteva essere davvero la mia.
Ho iniziato a chiacchierare con loro ogni giorno, con costanza le saluto appena sveglia mentre apro le persiane, le incoraggio mentre do loro da bere, le curo togliendo foglie secche e rami di troppo. Ultimamente ho accolto anche alcuni nuovi arrivi da casa di Raffaele: due pothos giganti e un paio di altre piantine da interni...pensavo non avrebbero sopportato il passaggio da un appartamento luminoso al mio piccolo bunker e invece, per ora, ce la fanno.

Quindi, insieme ai bei ciclamini della foto, vivono con me tante edere rampicanti, due piccoli ulivi, qualche cactus, dei vasi tipici da lotteria di paese che però sono cresciuti a dismisura e ora popolano i miei balconi. I contenitori sono spesso abitati anche da oggetti, come dinosauri di plastica, lanterne, Mini Pony, libellule di stoffa e ballerine che sculettano ad energia solare.
Io sono felice così, con le coinquiline che misurano il mio stato d'animo ogni giorno, buttando fuori nuovi getti o seccando una foglia qua e là, raggiungendo una parete lontana o schiudendo un fiore.
In questo modo riesco a capire e quasi a sentire vicina una frase che ho sentito per la prima volta ieri sera al cinema, guardando Youth di Paolo Sorrentino:

Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre (Novalis)

domenica 3 maggio 2015

Faccio cose (vedo gente)

In questo periodo faccio cose...e vedo gente, poca per la verità. Vedo poca gente perché, appunto, faccio cose.
E dormo.
Ma dormo forte, fortissimo, tipo che vado a letto presto e mi sveglio alle sette, scendendo solo una, massimo due volte, per fare pipì. Non me ne capacito e all'inizio non lo dicevo a nessuno, neppure a me stessa, ma ora non posso nasconderlo più: mamma mi cerca e io non rispondo, perché dormo. I vicini scrivono sul gruppo whatsapp e io vedo i messaggi solo il giorno dopo, perché dormo. Nel week end il pranzo lo sostituisco con la colazione perché prima...dormo. Subito credevo che il sonno mostruoso fosse dovuto agli antibiotici da cavallo presi per la broncopolmonite, ora però, dai, li ho smessi da un un po'. Ho anche pensato che "Aprile dolce dormire" fosse la vera (e ragionevolissssima) causa dell'improvvisa narcolessia, ma oggi è il tre maggio, mi sono alzata tardi e ho pure dormito due ore dopo "pranzo" (un pasto a base di caffè e biscotti). Ieri sera ho fatto turno all'Altrove e ho cenato a mezzanotte, con un piatto di trippe. Credevo che non solo non avrei chiuso occhio, credevo che sarei morta. Nulla, ho semplicemente dormito.
Quindi, si diceva, quando non dormo faccio cose e, ogni tanto, vedo gente.
Le cose che faccio, però, non si notano, perché sono tutte in continuo divenire e sono per lo più caratterizzate da interminabili attese.
Io però sono tanto soddisfatta.
Innanzi tutto sto lavorando, senza l'ansia dello stipendio perché devo prima capire se ho diritto alla disoccupazione e nel frattempo non posso cumulare troppi utili, perciò sto lavorando per lavorare. E questo è davvero una figata. Ho meno sensi di colpa sugli orari, sulle scadenze, sugli obiettivi e il risultato è che sono puntuale e raggiungo tutto quello che mi prefiggo.
A Scuola di Robotica le cose vanno bene, io mi diverto sia con i ragazzi sia quando scrivo e il nuovo sito ha riservato un posto tutto speciale per gli articoli de L'uomodilatta che mi rende un sacco orgogliosa di questo piccolo mondo nato ormai tre anni fa, per gioco, dopo aver partecipato ad una Scuola Estiva che mai dimenticherò.
La settimana scorsa ho fatto lezione in università e davanti ad una classe di sole femmine paragonare la preparazione pittorica al fondotinta, l'imprimitura alla cipria, il blush e gli ombretti ai pigmenti è sempre molto divertente e, mi pare, lo è anche per chi mi ascolta.
Venerdì andrò al Salone del Restauro di Ferrara e porterò un lavoro che ho fatto un paio di anni fa per il Museo dove ho trascorso più tempo e imparato più cose in quel lungo percorso che sono stati il dottorato e l'assegno di ricerca: sono contenta di poter raccontare ad un bel pubblico che anche una piccola realtà comunale, con impegno e dedizione, può raggiungere un grande risultato. Il frutto delle nostre analisi e dello studio di numerosi esperti del settore finirà dritto dritto anche in un e-book che è già pronto (e bellissimo) e verrà presentato proprio al Salone.
Nel frattempo preparo il power point per questa occasione e per l'evento finale del Progetto Firewall, un'altra avventura terminata da pochissimo e dalla quale ho imparato un sacco.
Per le prossime settimane ci sono in programma molti laboratori e un grande ritorno in un Science Center dove lavorai anni fa, divertendomi tanto. Sono previste lunghe sessioni di scrittura per nuovi progetti, programmazioni difficili per percorsi didattici desiderati e ottenuti, preparazioni pratiche (e psicologiche!) per interi weekend di lavoro.
E poi c'è il mio piccolo mondo parallelo, fatto di storie verdi come il pothos che vedete nella foto, che è talmente gigante da attraversare tutta la cucina e tutta la sala per terminare appeso a uno dei miei quadri preferiti, "La Conservatrice della Flora" di Emanuele Luzzati, un regalo per la prima laurea arrivato dai vicini vesimini tanti anni fa. Un altro pothos altrettanto grande sta colonizzando il bagno ed entrambi vengono da una casa preziosa, da pochi giorni molto vuota anche se piena, che, grazie all'attitudine generosa e di estrema condivisione di una famiglia, sta lasciando un pezzo di sé nelle vite degli amici. Io sarò circondata da nuovi libri e da tanto, tantissimo, verde, proprio come piace a me.

lunedì 27 ottobre 2014

Io scrivo

Il Festival è iniziato, le vie brulicano dei soliti asterischi appesi al collo, le conferenze, gli eventi, gli spettacoli si rincorrono per tutto il giorno, la sera si organizzano aperitivi, cene, bevute al Conte. Io, nel frattempo, scrivo.
Ho turni perfetti quest'anno, che si incastrano benissimo con gli orari di ufficio, con gli impegni extra lavorativi, con il pilates, con la serata volontaria all'Altrove, persino con le pulizie d'inverno.
Il laboratorio fila che è una meraviglia, sto al caldo, stampo quattro o cinque foglie colorate all'ora, parlo, riparlo e straparlo con bambini di sette anni quanto con ragazzi di diciotto, mi diverto come sempre, o forse persino più di sempre.
Non credo però che dipenda dal Festival, ma penso piuttosto che il mood semi zen che sto tentando di seguire da Gennaio stia continuando a dare i suoi frutti. E così organizzo serate a degustare Champagne con mamma e i vicini, vado a vedere Nespoli e il suo mondo spaziale, mi intrufolo nella Notte dei libri viventi e domani sera mi godo il mio amico Edu che canta felice in mezzo al suo pubblico in delirio.
Mentre oggi scoprivo, con una meraviglia rara, quanto l'istruzione italiana e le sue regole siano al limite della decenza (non che non lo sapessi eh, ma non credevo fossimo a questi punti, davvero no), pensavo che ok, siamo folli, sono folli, ma io me ne chiamo fuori. "Pugno!" Come si diceva da piccoli. Voi prendete per il culo il mondo, io scendo e vado a scrivere. Prima però mi compro il libro più bello che esista al bookshop del Festival e vado a sfogliarmelo seduta sui gradini della piazza. Poi, al prossimo giro di follia, mi piglierò pure questo, perché un'autrice così merita di essere seguita per sempre.
Quindi reduce da tonsillite e febbriciattola, ancora portatrice più o meno sana di gola in fiamme e mal di testa, me ne sto accoccolata sotto alle coperte e scrivo, con la tisana balsamica che mi fuma accanto e niente musica, per una volta. Prima di mettermi al lavoro qui davanti al pc, però, ho preparato Marianna al grande passo: Marianna è la talea che vedete in foto, un pezzo di pianta pelosa che mi ha regalato Anna, la mia collega. Penso sia della famiglia delle miserie, quelle striscianti tendenti al viola che si vedono spesso in giardini pubblici, poco soleggiati, a volte anche un tantino vittime dell'incuria. Marianna, invece, è super coccolata, lo dimostra il fatto che le ho pure dato un nome. Domattina entrerà in vaso, un contenitore piccolo in verità, provvisorio sicuramente, e andrà a sostituire una delle due succulente appese che ci ha lasciati in questi giorni. In completo silenzio è marcita, probabilmente mentre ero via, sicuramente per la troppa acqua, lasciando la gemella sola e un vaso tristemente vuoto. E' arrivato quindi il momento per dare spazio (e terra) a Marianna e vedere come se la caverà lassù.
Io sono fiduciosa, si fa sempre in tempo a cambiare, trovare un'altra posizione, cercare un luogo migliore e una modalità più rilassante. Parola mia.

venerdì 22 agosto 2014

One leaf a day Project

Quest'anno è un anno senza progetti.
Un po' di quelli in cui speravo non è finito bene, altri sono in scadenza, altri ancora ho deciso che basta, se andranno sarò contenta e se non andranno sarò contenta uguale.
In compenso, nella mia totale sconclusionatezza, ho avviato mille cosine sul fai da te e sul riciclo creativo che ormai conoscete, perché le ho sbattute su questi schermi più e più volte con un poco di imbarazzo ma anche con un goccino di malcelato orgoglio.
Pure il piccolo progetto che presento stasera, chiamato One leaf a day Project come dice il titolo del post, non vuole essere altro che un modo per scandire le giornate, un po' troppo spesso simili uguali tra loro, comunque belle, ma con una marcia in più se ad accompagnarle ci starà una foglia. Anzi, novantanove foglie.
Perché proprio novantanove? Perché come mi ha detto oggi il vicino-vicino: "superate le 100 foto rompi il cazzo". Non fa una piega. Raccolti i preziosi consigli del sommo conoscitore in materia, radunate fantasia e passione per il fogliame in generale (dalle spine ai palmizi, amo tutto senza distinzione di sorta), acchiappato il cellulare e l'unico social su cui ancora bazzico assai (Instagram), ho iniziato.
Il primo scatto, in verità, è di ieri e lo testimonia il casino di descrizione spezzettata in mille commenti diversi nella quale ho tentato goffamente di spiegare i miei intenti. "Primo giorno di un progettino estemporaneo, 99 foto di foglie, una al giorno. Raccolte per strada, nel bosco, al parco. Trovate per caso, cadute in giardino, scivolate sotto il portone, nate per sbaglio. Fotografate vicino a me, possibilmente riconosciute, sicuramente amate". I cancelletti pensati sono #oneleafadayproject #day...(a seconda del giorno) #...(nome della foglia in questione, o presunto tale).
Poi potranno esserci frasi di accompagnamento, informazioni sulla foglia scelta, brani di canzoni, poesie, link utili. Insomma, l'idea (vaga ma moooolto romantica) è quella di accendere una lucetta su una protagonista del giorno, perché le foglie, oltre che bellissime, sono utili e ci possono spiegare un sacco di cose interessanti. La loro forma, il loro colore, la loro presenza, ma anche e soprattutto la loro assenza, sono tra gli aspetti più importanti della natura che ci sta intorno e che merita amore incondizionato. Sempre.
Quindi io partecipo, chi vuole seguirmi è il benvenuto, chi non vuole è benvenuto lo stesso. Evviva.
Questo è il link alla foglia di oggi, uno dei primi fiori che ho imparato a riconoscere e ad apprezzare. Lo trovate nei prati selvaggi e nei boschi umidi, dovete lasciarlo stare perché è protetto (e perché, in generale, i fiori stanno bene dove sono), potete seminarlo e crescerà rigoglioso, riproducendosi a suo piacimento, proprio come è successo a me.
Non scriverò un post al giorno, per ogni scatto, ma chi vorrà troverà le foglie che ho scelto sul mio profilo instagram, o nel loro ambiente naturale.

lunedì 7 luglio 2014

Bosco Mondo!

Io non lo so mica se riesco a scrivere un post su questo libro, una recensione dico.
Lo ammetto, ero partita prevenuta, un po' perché di questa Mastrocola ne avevo sentito parlare parecchio, un po' perché non tutti i pareri erano positivi, nonostante ci fossero di mezzo anche dei premi (o forse proprio per quello).
Comunque, a me Una barca nel bosco è piaciuto, e pure tanto.
E' uno spaccato della scuola fancazzista, dei ragazzi che non ne hanno voglia, della società tutta marche e giudizi, delle difficoltà delle famiglie meno ricche...ok, è scontato, ma basta avere pazienza. La prima parte della lettura scorre veloce e a mio avviso è pure piacevole, porta con sé quel divertimento che divertimento non è, quell'ironia tragica che conosco così bene e che è subito capace di mettermi a mio agio.
Insomma, è nella seconda metà che tutto cambia. O meglio, che tutto resta uguale ma arrivano le piante.
E per chi ama le sorprese attenzione: SPOILER! Si fermi qui.
Altrimenti è così, arrivano le piante nel vero senso della parola. Il protagonista, in perenne lotta con la sua inadeguatezza, comincia a comprare alberi. Il primo pretesto per l'acquisto di un pioppo glielo dà una ragazza, che in verità manco se lo merita quel pioppo. Querce, piante tropicali e felci arriveranno poi, da sé. E dove le metterà tutte queste piante vi chiederete voi? Semplice, in casa!
Le persone muoiono e gli spazi restano, questo lo sappiamo tutti bene. Non c'è modo migliore per riempire gli spazi vuoti che con delle piante, che non abiteranno soltanto la vostra casa, ma anche il vostro cuore. Saranno un pensiero felice, una preoccupazione, arriverete persino a parlarci e questo il vicino-vicino lo sa bene, non molto tempo fa l'ho beccato guardarmi perplesso mentre salutavo l'edera con un "ciao bellezza, come stai oggi?".
E quindi un libro in cui il protagonista costruisce un "trasportino" di corde per portare a spasso il suo pioppo o una carrucola per cullarlo in casa non può che piacermi. E' facile per me immedesimarmi nei difficili viaggi in bus carichi di foglie e rami, ma anche nel lavoro al bar perché tutto il resto è andato male, nel papà che muore e non gli hai mai detto nulla di quello che volevi dirgli, nella certezza che è giusto essere come sei tu ma che qualcosa per piacere agli altri si dovrà pur fare, che qualcosa per scollarsi da quel termosifone è necessario trovarlo. Sempre.

"Non importa, dominus. Non si preoccupi. Nulla importa davvero. A noi son state date piccole cose a cui badare, qualche foglia che ingialla, un rametto spezzato. In queste minuzie ci siamo beatamente perduti. E ci siamo resi, così, imprendibili.
Eh, sì, non ci prenderete mai! Abbiamo certi rivoletti e sentierini, noi, che voi neanche immaginate, cari signori del mondo. Non ci prenderete nella vostra rete, maramao.
Ci resta soltanto, caro dominus, un sottile dolore, come una puntura che ci prende, a volte, all'imbocco dello stomaco. Questo sì, un punctum. Qualcosa che non va né su né giù. Come un cucchiaio di minestrone e noi lì come cretini, senza un bicchiere d'acqua che riesca a mandarlo giù."

sabato 25 maggio 2013

Senza titolo

Una settimana abbondante dall'ultimo post. Sono successe tante piccole/grandi cose che hanno reso unici questi dieci giorni: i miei 5 sensi sono stati messi alla prova e le mie emozioni profonde hanno subito più di uno scossone.
Dal giorno del funerale dei portuali un'altra "morte grande" ha attraversato questa città. Don Andrea Gallo non c'è più.
Pure questa volta ondate di retorica hanno intriso social network, radio, giornali e, immagino, anche televisioni. Gente che non lo conosceva, persone anni luce distanti da lui e dai suoi principi, hanno scritto fiumi di inutili parole per ricordare i suoi insegnamenti, il suo viaggio accanto ai più deboli, la sua vena politica e polemica, il suo sigaro, la sciarpa rossa e tutto il resto. Io non lo farò, ho già scritto abbastanza. Lascerò il compito a Don Farinella (degno erede del passaggio di Don Gallo tra noi?) che, mercoledì sera, mentre mia mamma ascoltava un seminario nella sua parrocchia, ha brevemente interrotto l'incontro e ha detto al microfono "cinque minuti fa Don Gallo è morto". Basta. Nient'altro da dire, solo sperare di aver imparato anche solo un poco del punto di vista così prezioso di questo sacerdote.
In questi dieci giorni ci sono stati due viaggi, uno a Torino e uno a Milano. Il primo, domenica, al salone del libro. Mi sono annoiata, persa tra la gente, innervosita, consolata da Eataly e fuggita...senza comprare nulla! Per fortuna in Piazza Castello c'era una cosa che sembrava proprio fatta apposta per me: una specie di vascello d'altri tempi, sormontato da bianchi palloni aerostatici, ricoperto di piante di ogni genere, atterrato a Torino dopo essere partito da Bruxelles e pronto a volare verso Amburgo. Questa zattera, una via di mezzo tra un'idea di Tim Burton e un cartone di Miyazaki, ha lo scopo di portare con sé un grande messaggio, l'importanza della biodiversità, delle energie alternative, del valore del verde. Quindi, tra nasi all'insù, bambini stupiti, adulti curiosi, musiche suonate direttamente sulla strana astronave, fiori, macchine inutili e sole caldo, mi sono riappacificata con una giornata partita male e sono rientrata tranquilla e piena di fotografie.
Il lunedì, invece, è iniziato malissimo: strumenti che non funzionavano, lavori interrotti a metà, brutte notizie da parte di mamma...fino alla sera, quando ho deciso, in preda alla disperazione, di andare a sfogarmi in palestra. Nel brevissimo tragitto tra casa e tappetino una scena allucinante ha aggiunto la ciliegina mancante a quella giornata così negativa: la morte in diretta di un cane bellissimo, tragica quanto assurda, mi ha lasciato una diffusa e amara sensazione di vuoto, intensa quando la bella emozione regalata dalla nave verde il giorno prima.
I sensi del gusto e dell'olfatto stimolati tra i formaggi del Lingotto la domenica, quello della vista protagonista nel pomeriggio sotto il sole di Torino e in quella brutta sera nella piazza vicino a casa. Ancora gli occhi in primo piano al martedì, lezione di fotografia tra vecchi e famosi scatti e primi rudimenti di luce e colore. L'udito è stato con me più che mai mercoledì sera, a Milano, concerto dei Dark Dark Dark...bello, intenso, pieno di suoni diversi, dalla tromba alla fisarmonica, dal basso alla batteria, dal banjo alla tastiera. E mentre il sushi dell'Idroscalo ha terrorizzato il mio senso del gusto, quello di ieri condiviso con una dozzina di amici nel nuovo ristorante vicino a casa, ha risvegliato ogni papilla e ha aggiunto positività ad un venerdì sera già molto divertente. L'olfatto, stimolato dai mille fiori del giardino di mamma, davanti al bucato dei vicini non ha mai tregua e inevitabilmente le sensazioni che scatena corrono a bussare ai ricordi. Anche l'ultimo senso, il tatto, questa settimana è stato dolorosamente associato a pensieri lontani e semi sepolti: dopo la prima seduta dall'osteopata sensazioni fisiche e mentali fastidiose al limite del pianto e della nausea si sono intrecciate e chissà la prossima volta cosa verrà fuori.
Quindi, in questi dieci giorni che credevo sarebbero stati quasi esclusivamente dedicati alla preparazione del mio ultimo esame di dottorato, è successo di tutto, scene da film come un cane che vola, un brucomela che corre nella notte e un bambino vestito di azzurro che parla di scienza.
E poi, Baldo si è svegliato.

mercoledì 11 luglio 2012

Bibidibobidibù

E' mia!
La casa dico.
E' MIA.
Da due giorni sono proprietaria di una casa, un appartamento in verità, un piccolo appartamento a dirla tutta. Il famoso Albero della Coccagna.
Come per magia, bibidibobidibù, ho aspettato tanti mesi, posticipato incontri e firme, zittito amici che chiedevano e colleghi che volevano sapere...ed eccomi qui, è mia!
In un salone affrescato e condizionato di nascosto, su poltroncine vellutate e comode, tra sorrisi di circostanza e strette di mano fredde e sudate, abbiamo firmato.
La mamma seduta con le mani in grembo, che pensava a lui sicuramente, contenta di sistemarmi e triste di farlo da sola, tranquilla nel suo fare la madre che pensa al futuro di una prole precaria, ma stanca davanti ad una assenza troppo pesante anche stavolta.
Io, come al solito, mi sentivo in colpa: graziata da tanta generosità, taciuta dal destino che mi ha tolto a chi dire un grazie vero, bloccata dai ricordi e dal pensiero che avevo un tempo. Come mi immaginavo questo giorno da piccola?
Con un uomo accanto, un compagno, marito, fidanzato, vattelapesca che firma con me l'acquisto di un rustico da sistemare, circondato da terreni, alberi e campi di meloni, con un pancione in avanzata malcelato da un vestito di mussola a fiori e un po' di genitori assortiti rimasti a casa, pronti per brindare e criticare la nostra scelta affrettata.
E invece? Di bucolici mi sono rimasti i pensieri, il nido di capelli arruffati, la salopette da contadino anni '40 e l'abbronzatura da prato che mai eviterò; davanti al notaio non c'erano compagni, mariti, fidanzati, vattelapesca, non c'erano pancioni, meloni e tetti da ristrutturare, ma c'era la mamma con tutta la sua forza e c'ero io con tutta la mia paura. Paura di non meritarmelo, di non farcela a pagare le bollette, di vivere mesi senza un frigorifero e con i libri nelle scatole, di crogiolarmi nella solitudine a vita senza considerare che non c'è il prato fuori dalla porta e che in città ci viviamo in tanti. La ragazza di campagna, come mi chiama a volte il vicino-vicino, si trasferisce nella metropoli, sarà in grado di non piantare bulbi nel bidet, non indossare le galosce per andare al Carrefour, non appendere foglie anche in dispensa e non raccogliere l'insalata nelle aiuole?
Credo di no. E meglio così!

domenica 17 giugno 2012

Giornogiallo, ovvero l'elicriso mi salverà.

Qualche giorno fa è stato un giornogiallo. Anche oggi un po' lo è, ma molto meno.
Sto lavorando assai, nel modo giusto, con i tempi e gli incastri giusti, con l'affanno ma non troppo, con quell'ansia calibrata che ti fa stare sul pezzo senza farti venire un infarto.
Week end di sole dopo mesi di fine settimana piovosi, grigi, freddi e chi più ne ha più ne metta. Io qui nel mio giardino incantato ho infilato il costume al primo raggio, spalmato quintali di crema protettiva, stimolante, schermante e abbronzante e mi sono sdraiata sul cuscino a righe gialle. Prima però ho portato a termine compiti di figlia, allieva, collega, ho spazzolato il gatto, ho controllato le e-mail, ho scattato questa foto, ho guardato le amarene mature, una mucca bianca mangiare pitosfori e un capriolo saltare sul prato. Due giorni di sole, due libri iniziati e finiti, uno bello e uno no; o forse era bello anche il secondo, ma quando il mio cuore vuole staccare dai pensieri negativi, anche pagine pesanti e piene di riflessioni dolorose subiscono la via veloce del rigetto e vengono espulse dalla mia testa stranamente ottimista.
Ci sono riflessioni sul mio passato e sul mio continuo riproporre schemi e meccanismi che ritornano anche di notte, provo a non pensarci ma stanno lì in un angolo e alla prima buona occasione saltano fuori come il pupazzo con le molle dalla scatola colorata.
So dove si rintanano e lì provo a lasciarle, è un dato di fatto e i motivi per cui ci sia sempre da nascondere qualcosa di me ancora non li ho capiti.
Per il resto sono giornigialli appunto, sono giorni di elicriso profumato e bellissimo che mi stuzzica il naso mentre leggo a pancia sotto, che ospita animaletti metallici e cimici mimetiche, che dondola al vento con i suoi ombrelli discreti e violentissimi al tempo stesso, che visto da lontano è una macchia di estate avvolta dall'argento delle sue foglie. L'elicriso sa di liquirizia, di infanzia e di serenità, l'elicriso mi salverà dai cattivi pensieri e mi aiuterà a seguire le cure dell'ultimo, gentilissimo medico che mi ha detto di correre, di non assillarmi con troppe difficoltà, di buttare fuori tossine e prendermi cura dei miei muscoli, di combattere il malefico virus e proibire al resto del mondo di farmi del male. A cominciare da me stessa.
Buongiornogiallo anche a lei, dottore.

domenica 15 aprile 2012

Spontaneamente


Non ho la foto che vorrei, perchè le foto le ha fatte Elli, compagna di lavoro al circolo e compagna di avventura ieri: abbiamo seguito il corso di riconoscimento piante spontanee, con particolare attenzione a quelle commestibili.
Nonostante il tempo minacciasse continuamente pioggia, nonostante il freddo, nonostante la stanchezza e l'arrivo di un turno serale, è stato bello! Un numeroso gruppo di curiosi, appassionati e futuri contadini, guidato da un esperto e simpaticissimo insegnante, ha vagato indisturbato nell'Orto Botanico di Cogoleto, osservando, fotografando, domandando, per poi mangiare abbondantemente frittate, torte, insalate e polpette preparate usando erbe aromatiche e piante spontanee.
Il pomeriggio, sotto una pioggerella sottile, abbiamo cambiato località e, seguendo una strada di campagna poco trafficata, abbiamo riconosciuto, raccolto e assaggiato un sacco di varietà botaniche diverse: la pimpinella, la silene, il tarassaco, la cicoria e i famosi ingredienti del genovese prebuggiùn. Finito il corso e tornata a Genova è stato bello aprile il circolo, apparecchiare per una cena di pochi, servire ai tavoli con tranquillità, chiacchierare con gli avventori di passaggio e con la volontaria in turno, aggiornare il calendario dei Tozzi e trascinarmi in Campopisano, ospite per una notte di pioggia, nella vecchia stanza di Marta ormai trasferita nella sua casa con l'ape fuxia in salotto. In una mattina assonnata, una colazione con il vicino-vicino, un treno caldo, un bus rumoroso, una salita bruciata e una gatta bianca in attesa. Le prossime ore saranno di tranquillità, di giardino, di creme per il viso, di doccia rilassante, di lavoro per il dottorato e forse di cinema dopo cena, The Artist dicono sia bello e io ho proprio bisogno di bellezza.
Domani neurologo e ricognizione mobili in casa nuova, due appuntamenti importanti che mi fanno agitare e sperare contemporaneamente...

martedì 13 aprile 2010

Per fare un albero ci vuole...


Domattina laboratori nelle scuole. Saranno due classi di un asilo...
Ho già avuto qualche tempo fa la fortuna di conoscere questi giardinieri in erba (condizione tra l'altro perfetta per un giardiniere): bimbetti di quattro anni, curiosi, colorati, concentrati e stupiti. La seconda parte del laboratorio prevede la ricognizione dei semi che abbiamo piantato la volta scorsa, il controllo delle piantine un po' più grandi, l'annaffiatura e la distribuzione dei cartellini con i nomi dei fiori.
Devo ancora decidere come organizzerò la "lezione", penso che farò giocare i bimbi a riconoscere le piantine, a localizzarle e a piantare il cartellino accanto al germoglio e al cespuglio corrispondenti. E' una scuola con un bel cortile grande, qualche aiuola al sole, la maggior parte all'ombra, ma i fiori sono tanti (narcisi, ciclamini, primule, violette, rose...) e così anche le aromatiche (rosmarino, timo, maggiorana...).
Abbiamo anche sperimentato la semina dei piselli per abbellire un poco una spalliera nuda e tutti i bambini hanno partecipato con estrema serietà al progetto: piccole manine che stringevano fusti e radici con la massima attenzione, occhi sgranati davanti a semi minuscoli, nasi curiosi alla ricerca di profumo di salvia e lavanda, piedini che non vedevano l'ora di calpestare la terra. Quando avremo finito il lavoro, domani, ricopriremo le aiuole con un po' di paglia, un "tocco sinergico" non guasta mai e la pacciamatura aiuterà a mantenere umido il terreno anche quando ci sarà caldo e poco tempo per annaffiare.
Le maestre sembrano soddisfatte e coinvolte, scattano decine di foto ai piccoletti che raccolgono i lombrichi e scavano con la paletta, organizzano mostre fotografiche sul progetto e con orgoglio raccontano l'ultima uscita di uno dei bimbi: "ma maestra questo seme dobbiamo sottellirlo???"