Visualizzazione post con etichetta Festival della Scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Festival della Scienza. Mostra tutti i post

giovedì 9 novembre 2017

Dieci cose in dieci giorni


Ok, il Festival è finito da una manciata di giorni, è giunto il momento di parlarne.
Il modo migliore per farlo credo sia, come sempre quando voglio raccontare qualcosa in maniera semplice ed efficace, il metodo dell'elenco.
Quindi eccomi con dieci punti, che potevano essere quindici (ma vi avrei annoiati), oppure sette (ma il titolo sarebbe diventato "sette cose in sette giorni", riportandovi inesorabilmente qui).

Cominciamo:

1) Le conferenze al Padiglione Giapponese (quest'anno il Giappone era paese ospite). A parte il fatto che adoro la Sala delle Grida nel Palazzo della Borsa, ho davvero trovato bellissimo l'allestimento. Sia per quanto riguarda i laboratori, sia per gli arredi in perfetto stile nippo. Tornando alle conferenze: ne ho seguite due, una dedicata all'Umami tenuta dalla prof.ssa Gabriella Morini e una incentrata sul mondo del sushi di Masayuki Okuda. In entrambe le occasioni, oltre ai contenuti super interessanti, erano previste degustazioni: evviva! Probabilmente è scritto nel mio destino che in quel posto io debba mangiare/bere qualcosa, gli organizzatori di Vinnatur e il mio amico Balletti lo sanno bene.

2) I laboratori degli altri. Quest'anno, molto più che in passato, sono riuscita a girare parecchio e a visitare anche altri laboratori. Ovviamente non mi sono persa quello di Edu, ma ho visto anche Il Gioco dei Pacchi (proposto da altri amici), tutte le attività al Museo di Storia Naturale, il delirio di Piazza delle Feste e la mostra interattiva di quei geni visionari di La Luna al Guinzaglio, dove dire che mi sono immersa fino al collo in un'atmosfera a metà tra il viaggio e il sogno è usare un eufemismo.

3) Le conferenze dei divulgatori/animatori.
Sono andata ad ascoltare Graziano Ciocca (con Giovanni Fares) e Luca Perri, che conoscevo da sempre almeno di nome, che avevo appena incontrato di persona a Strambino in occasione di Strambinaria-Folle di Scienza e che sapevo essere bravissimi nel loro lavoro. Non sono stata affatto smentita! Non so davanti a chi ho riso di più, di sicuro ho imparato un sacco in entrambi i casi.

4) Le conferenze a cui tenevo proprio tanto. Come quelle di Luigi Bignami, Gianumberto Accinelli, Ornano e Tomasinelli. Tutte e tre molto diverse tra loro, tutte e tre ugualmente belle.
Ma andiamo con ordine.
La prima, quella di Bignami, mi ha toccato il cuore per un motivo (anzi due) molto semplice: l'esplorazione spaziale non solo ha caratterizzato tutti i miei corsi a scuola dell'anno passato, ma è anche stata il filo conduttore del laboratorio Il cielo con le dita, presentato quest'anno al Festival. Poi, il vero grande motivo per cui ho amato tanto la conferenza è stata la chiacchierata finale con Luigi, compreso scambio di biglietto da visita e dedica sul suo bellissimo libro. Per quanto riguarda Accinelli vi rimando subito A Casa di Cindy, dove potete trovare il Leggermente che avevo dedicato a I Fili Invisibili della Natura. Pure questo, manco a dirlo, diventerà primaria ispirazione per i prossimi lab a scuola e pure Gianumberto, prima della presentazione in libreria, mi ha scritto una splendida dedica ed è stato super disponibile. Lo spettacolo di Ornano e Tomasinelli, infine, mi ha fatto sganasciare dalle risate e, come sempre, per quanto il primo sia un comico super, è con il secondo (che comico non è) che mi diverto di più!

5) La sera che "sul palco" ci sono finita io. Il motivo era questo, un'occasione di restituzione, come si usa dire ora, di tutto il lavoro fatto durante l'anno scolastico passato. Un grande progetto sull'uso consapevole della rete da parte dei giovani, sfociato, tra le altre cose, in uno spettacolo teatrale costruito con la tecnica del Teatro Forum (= totale coinvolgimento del pubblico) e condotto da una figura che viene chiamata Joker (o Jolly). Indovinate un po' chi era questa figura?
Ad ogni modo è andata benissimo e, del tutto inaspettatamente, mi sono molto divertita!

6) Il riposo imprevisto
. Qui lo dico e qui lo nego: quest'anno al Festival mi sono riposata. Complice la quasi totale assenza di doppi turni, i giorni festivi liberi da animazione, la necessità di essere disponibile per le emergenze (che mi ha portata a non prendere altri impegni) e la mancanza di emergenze che ha automaticamente reso semi vuoti molti dei miei pomeriggi. La conseguenza è stata che sono riuscita a lavorare con calma, sedermi pure sul divano dopo pranzo, godermi il Festival, dormire molte ore, sistemare un po' di arretrati e di burocrazia.

7) Il concerto dei Capibaras. Un'eterna garanzia in questo periodo, un modo per cantare, bere qualcosa, chiacchierare con amici storici e amici nuovi, ascoltare il bravissimo Eduardo che si esibisce, applaudire fino a spellarsi le mani.

8) Gli incontri
. In tutte le occasioni che ho citato fino ad ora sono avvenuti incontri belli (anche meno belli, ma non importa), sia per lavoro sia per pura voglia di trascorrere tempo insieme. Vecchie e nuove conoscenze, compagne di avventura in questo Festival 2017, come le animatrici con cui ho condiviso tempi, spazi, preoccupazioni e come chi mi ha commissionato il laboratorio e ha lavorato con me alla sua realizzazione. Un team composto prevalentemente da donne (ma non solo!) con cui mi sono trovata benissimo: non c'era quasi bisogno di parlare, spesso bastava un'occhiata, come quella che io e l'architetto ci siamo scambiate di fronte alla stella di glitter finita dritta dritta sul tappetone.

9) I panini. Pollo o pesce? Il Festival è lungo, quindi perché scegliere? Rooster e Panino Marino sono stati i pranzi-merenda delle 16, nelle giornate più ardue. Per il resto... verdura, yogurt e latte.

10) Il mio laboratorio. Perché non potevo proprio chiudere senza scrivere nulla, perché è stato una bella soddisfazione, perché mi sono divertita anche con un pubblico più grande senza rinunciare a gestire a modo mio "le classi più piccole". Perché mi sono misurata, prima di quanto pensassi, con un'organizzazione personale e indipendente del mio lavoro, senza però sentirmi abbandonata. Perché ho ricevuto tanti complimenti, ho capito bene dove potevo fare diverso o fare meglio, perché mi sono accorta che gli errori sono stati davvero pochi. Perché ho avuto la conferma che basta impegnarsi, senza però credere che questo voglia dire soltanto scegliere i materiali più belli o mandare i testi dei pannelli in tempo. Significa cercare di liberarsi da altre scadenze il prima possibile per ritagliarsi il tempo necessario a far fronte agli imprevisti, significa leggere tutto quello che può essere utile, significa chiedere aiuto, confrontarsi e delegare (su questo sono ancora un tantino in dietro), significa curare la parte estetica senza diventare isterici (anche su questo posso migliorare!), significa avere pazienza, essere previdenti, prudenti, lungimiranti, presenti e pure un goccino coraggiosi.

Ha funzionato e sono contenta.



giovedì 26 ottobre 2017

Ho toccato il cielo con un dito


Laggiù, guardando attraverso l'occhio di Yubi, si intravvede il mio primo laboratorio da proponente free lance al Festival della Scienza di Genova.


In verità la primissima volta in cui partecipai come animatrice ero anche tra gli organizzatori, ma è passato tanto tempo e non correvo (ancora) da sola. L'argomento era anni luce, giusto per restare in tema con l'attività di questi giorni, lontano da quello di Il cielo con le dita, cellula più o meno impazzita della mostra Il cielo con un dito organizzata da Konica Minolta Laboratory Europe.

L'anno scorso mi ero ripromessa che avrei smesso con l'asterisco rosso e devo dire che ne avevo tutte le ragioni: la stanchezza, la voglia di cambiare, la nostalgia che questo periodo porta sempre con sé e che durante il Festival, per mille motivi, si fa troppo pesante, il senso di inadeguatezza, il carpiato di mamma sulle scale della metro a due giorni dalla fine.
Poi, però, in Primavera è suonato il telefono e quello che è successo ve l'ho già raccontato.
Il risultato è che mi sono fatta nuovamente risucchiare da questo vortice di turni, classi, conferenze, corse, risate, sorprese, una spirale caotica che trova da anni posto qui sul blog, in davvero tantissimi articoli, più di quanti pensassi.

Quindi, ricapitolando, sono animatrice e ideatrice di un laboratorio, che si intitola Il cielo con le dita, che fa parte della mostra Il cielo con un dito, che è sponsorizzato da Fila (gentilissimo fornitore di mezza tonnellata di Didò) e da Remida Genova (altrettanto gentile dispensatore perpetuo di materiali di recupero, preziosi quanto l'oro).

Se mi aveste chiesto fino a ieri, ma anche fino a stamattina alle nove, quale fosse il target del lab vi avrei risposto 6-12 anni, meglio se 8-10.
Beh, mi sbagliavo di grosso e sono stati i bambini (anche se dovrei scrivere ragazzi) stessi a sbattermi in faccia, senza farsi troppi problemi, la realtà.

La mostra è facilmente modulabile, sicuramente più indirizzata a un pubblico semi adulto (dalla scuola media inferiore in su), ma fruibile anche dai bimbi più piccoli, grazie alla bravura di tutti: di chi l'ha pensata, di chi l'ha disegnata e allestita, di chi la sta animando.
Il laboratorio, invece, prevede l'uso del Didò come elemento conduttivo al fine di costruire un circuito elettrico e parlare di materiali isolanti e conduttori. In realtà è tutto un pretesto per fare tinkering e agganciarmi alla meravigliosa storia della sonda Cassini (chi mi conosce sa che ho sviluppato una sorta di ossessione piuttosto ingiustificata verso questa missione spaziale) e raccontare quanto sia stato lungo e ricco di scoperte questo nostro viaggio nell'Universo.
Io ero fermamente convinta che i destinatari del laboratorio fossero i bambini della scuola primaria e quelli della secondaria inferiore, diciamo fino ai dodici/tredici anni, ma quando stamani la prima (e poi la seconda, la terza...) classe di liceali è corsa a sedersi sul tappeto arancione, dopo aver seguito quasi un'ora di spiegazione in mostra, mi è salito il panico.

Vuoi dire che sta roba che ho pensato va bene per tutti?
La risposta, semplicemente, è sì.


Non avrebbe senso tenere dei quindicenni mezz'ora attorno a un tavolo in compagnia di Didò, pile e cavi coccodrillo, ma accoglierli per un quarto d'ora, farli ragionare sui componenti di un circuito, ascoltare le loro domande sulla sonda Cassini e vedere nei loro occhi la stessa meraviglia che c'è in quelli dei piccoli al momento dell'accensione del led, non solo mi sembra bello, mi pare pure buono e giusto.
Perché? Per tante ragioni. Ne citerò però soltanto una, che racchiude tutto il senso del mio vagare: chi sono io per decidere che un gruppo di ragazzi non debba sedersi a giocare con un panetto di plastilina? Chi ha detto che alle superiori tutti sappiano come funziona un circuito elettrico? Dove sta scritto che le cose semplici, colorate e un po' caotiche siano solo per bambini?

Alla fine uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è che mi diverte, soprattutto nelle sue parti di progettazione e di esecuzione (c'è forse qualcuno che lo fa per amore dei preventivi e dell'archiviazione ordinata delle fatture?): perché, dunque, non dovrebbero divertirsi anche gli altri?
Io vi aspetto, voi venite. Anche solo per accendere un led, farvi un selfie con Yubi, appuntarvi una spilla da astronauta, firmare il razzo della missione, costruire una sonda e dirmi ciao.


mercoledì 20 settembre 2017

Coincidenze universali


Cominciamo con questo, poi vi spiego.

Come mi sia innamorata della Missione Cassini-Huygens io proprio non lo so.
Non ricordo la prima volta in cui ne ho sentito parlare, né che cosa mi abbia affascinato così tanto. Sicuramente il fatto che la sonda sia partita nel 1997, anno in cui la mia adolescenza aveva iniziato a farsi sentire prepotentemente accompagnandomi nel mondo dell'amore totalizzate (e un tantino poco sano), ha avuto il suo peso nell'interesse che ho sviluppato fin da subito per Cassini, seguendone quasi giornalmente il Grand Finale.

Ad ogni modo, non vi tedierò con notizie e informazioni in merito, innanzi tutto perché non sono un'astrofisica e quindi non ho le competenze necessarie per spiegarvi la missione, poi perché non è quello di cui voglio scrivere qui oggi.
Ho deciso di buttare giù un post sulla mia passione per Cassini perché tra le cose che rappresenta c'è una collaborazione lavorativa tanto inaspettata quanto bella ed eccitante.
Ecco come è andata e perché per il titolo quassù ho scelto Coincidenze universali:

Qualche mese fa, in un pomeriggio di primavera, mentre aspettavo il bus carica di materiale per i laboratori, ho ricevuto un messaggio privato sulla pagina facebook del mio blog. La responsabile della comunicazione di Konica Minolta Laboratory Europe mi contattava per propormi di lavorare con loro e chiedeva di potermi parlare.
Ovviamente le ho detto sì e ci siamo date un appuntamento telefonico per la sera, una volta uscita da scuola. Verso le sei ci siamo sentite, ricordo che stavo camminando nei vicoli, sempre carica di zaini e borse, diretta dal mio editore per ritirare valigette e libri da portare in classe il giorno seguente.

La richiesta era "semplice": proporre e seguire per loro un laboratorio al termine della mostra organizzata da Konica Minolta al Festival della Scienza di Genova.

Ho detto subito sì, anche perché sentivo di avere già idee in proposito. A conti fatti era proprio così: quel pomeriggio a scuola avevo provato un'attività nuova con i bambini, riscontrando subito partecipazione e interesse e accorgendomi che avrei potuto far crescere quel laboratorio con davvero pochi accorgimenti in più. Konica Minolta mi stava offrendo la possibilità che cercavo, una manciata di minuti dopo aver salutato i bambini della Missione Spaziale del giovedì. Sì, perché, giusto per rimanere in tema coincidenze, l'anno scorso ho basato tutte le attività a scuola sull'esplorazione dell'universo, senza minimamente immaginare come sarebbe andata finire, Grand Finale di Cassini compreso.

Cosa faremo di preciso al Festival ancora non lo scrivo, ma questa foto (bellissima!) dice già molto.

Dalla storia che vi ho appena raccontato ho imparato tanto, soprattutto ho avuto l'ennesima conferma che le coincidenze esistono eccome, che occorre a volte buttarsi a occhi chiusi (e chi mi conosce sa che non è un'operazione semplice per me!), che i Social Network, quando usati bene, hanno un potere incredibile e che anche la più piccola idea, se coltivata con amore, può diventare davvero grande.

Le piccole cose vincono sempre, non c'è niente da fare.



P.S.
La missione Cassini-Huygens è terminata pochi giorni fa, così.






venerdì 4 novembre 2016

F come Flamingo

Scrivo questo post a due settimane di distanza dall'ultimo. Mi capita di rado, ma a volte succede.
Motivi? Tanti. Motivi principali che userò per spazzare via gli altri: il lavoro e la promozione del mio libro.
Se non sono al Festival della Scienza o alla Fabbrica di Staglieno sono a casa che scrivo post su Facebook, rispondo a mail, leggo messaggi di persone interessate all'acquisto o semplicemente curiose di saperne di più.

Sia chiaro, tutto questo mi lusinga, mi stupisce e mi fa sentire molto fortunata!

Nel frattempo, però, ho pensato anche di accogliere l'autunno (ormai quasi inverno) con un ordine che si rispetti: un ordine da Flamingo Bergamo.
Ecco di cosa voglio scrivere oggi, per rimanere leggera e per consigliare ancora una volta a tutti di comprare da Daniela, perché i suoi articoli sono belli, originali e made in Italy o comunque attenti alle tematiche (a me tanto care!) della sostenibilità ambientale e umana. Perché le consegne sono veloci. Perché la gentilezza di chi sta dall'altra parte del bancone è super.

Quindi, bando alle ciance, vi presento i miei acquisti:

- 1 paio di leggings - pantalone a righe che sono la fine del mondo. Morbidissimi, comodissimi e caldissimi (non che qui a Genova, in questi giorni, ce ne fosse bisogno: 25 gradi fissi).

- 1 maglia, a righe pure quella (regalo di mamma, a onor del vero). Il mix di colori sta bene con tutto: c'è il verde che, lo sapete, è il mio, ci sono il blu e il nero accoppiati che a me piacciono sempre tanto.

- 1 bracciale che mi sono regalata per l'uscita del libro (e fatica annessa). Ho scelto la scritta "STAY WILD" perché è quella che, in assoluto, sento più mia. Se avessi saputo l'entità delle settimane che mi aspettavano, però, di bracciali me ne sarei comprata anche più di uno, probabilmente avrei preso "AVRÓ CURA DI TE", sicuramente avrei ordinato "VAFFANCULO".

- 1 serie di scatolette per il cibo, perché le lascio sempre ovunque, perché tutte le persone che conosco credo abbiano una mia scatoletta per il cibo.

- due regalini per un'amica che ha compiuto gli anni da poco. Visto che devo ancora consegnarli e che non sono sicura non legga questo post, preferisco non scrivere nulla di più :-)

Non sono solita raccontare tutto ciò che compro, anche perché, ultimamente, sto acquistando poche cose e sempre dopo averci riflettuto su parecchio. Vestiti solo se servono e se rispettano le condizioni di cui ho ormai parlato molte volte. Oggetti solo se indispensabili (tipo pentole, piatti, cose così). Libri senza ritegno (nessuno è perfetto).
Il motivo per cui di Flamingo scrivo sempre (qui, qui e qui i precedenti) l'ho già detto: ne vale la pena per un sacco di ragioni. Se poi riuscite a fare un salto in negozio... tanto meglio!

P.S. La foto non c'entra niente con il post, lo so. Ma avevo bisogno, tanto bisogno, di sentieri.


-

giovedì 15 settembre 2016

Luci calde, aria fredda

Ha piovuto tutta la notte e pure tutta la mattina. Finalmente, vista la terribile siccità di questa estate e i tanti (troppi) incendi degli ultimi giorni. Sono rimasta sveglia un sacco a causa dei tuoni: non ci andavo d'accordo da piccola e non ci ho fatto pace nel frattempo, con questi rumori forti e improvvisi nel bel mezzo del sonno.

L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).

Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.

Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:

1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.

2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.

3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.

4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.

5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.

6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.

7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.

8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.

domenica 1 novembre 2015

Effetto loto

Il Festival è finito. Anzi, tecnicamente finisce tra mezz'ora.

Stasera c'è la festa con la consueta foto di rito sullo scalone, da domani si torna alla normalità.
Chi mi conosce sa che questi dieci giorni non sono mai semplici per me: passo la metà del tempo a non sentirmi all'altezza di niente e di nessuno, mi affanno nel tentativo di riuscire a vedere qualche laboratorio interessante tra un turno e l'altro, mi fiondo alle conferenze appena posso e buco molte delle occasioni mondane super frequentate dagli altri animatori.
Non sono persona da folla, con il mio prossimo sto bene, ma sempre per questioni di autostima faccio fatica a trascorrere intere serate in mezzo alla gente. A tanta gente. Più invecchio più peggioro, ma va bene così.

Detto ciò, il Festival della Scienza 2015 mi è piaciuto da matti, come non mi accadeva da anni. Una questione di aria, di tranquillità, di tempo gestito bene. Una questione di Equilibrio e mai parola chiave fu più azzeccata di quest'anno.
Nel laboratorio dove ho lavorato c'è stato un afflusso costante e gigantesco di visitatori: tante persone, molti bambini, scuole, famiglie; tutti educati, curiosi, simpatici, pronti a fare domande, a ridere per le battute, ad adattarsi.
Gli animatori con cui ho diviso i turni sono stati splendidi e non avrei potuto chiedere di meglio, compresi i ragazzi delle superiori che ci hanno assegnato come supporto: uno più bravo, disponibile e serio dell'altro.
Dal punto di vista della pubblicità, a sto giro i manifesti erano ovunque, c'erano persino il banner video sul grattacielo e gli annunci in metro. Poi, "l'elefantino che fa pipì sull'asterisco" a me è piaciuto un sacco, certamente più del "piccolo astronauta fallico" di tre anni fa.

Ovviamente gli ultimi dieci giorni non sono stati solo di Festival, ho continuato con i laboratori in altre sedi, con il corso di francese, con la solita vita insomma, anche se avrei voluto riuscire a scrivere di più.

Oggi, giornata senza turni, mi sono goduta la mia città e il mio Festival, esattamente come piace a me. Ho corso cinque chilometri nel sole, fatto colazione con caffè e girella all'uvetta, pranzato con mamma, girato per il mercatino dell'antiquariato (dove ho scovato, udite udite, la zuccheriera fungo che mancava alle mie tazzine fungo) e ascoltato una conferenza.

Ecco, quella conferenza è stata uno spettacolo e una coincidenza assurda: mentre passeggiavo in città ho trovato, per terra, questo biglietto (è un periodo così), una serie di appunti nei quali compariva il nome di Stefano Mancuso, autore per nulla nuovo nella mia libreria (ho già scritto qui di un suo libro che ho letto e amato). Appena ho visto il nome sul foglio mi si è accesa una lampadina: forse c'è una conferenza al Festival! Esatto, alle 16 iniziava Robot come piante, nella sala del Maggior Consiglio. Erano le tre e mezza e con calma ci siamo avviate, siamo riuscite a sederci comode davanti e ci siamo godute quasi due ore di dialogo, se così si può dire, tra Stefano Mancuso e Barbara Mazzolai.

Il tema, ovviamente molto interessante per me che adoro le piante e lavoro con i robot, è stato affrontato in maniera semplice, toccando argomenti complessi e mettendo in campo un sacco di esempi affascinanti, utili per spiegare il livello di "coscienza" dei vegetali, la loro sensibilità, la capacità di interazione tra piante diverse, la complessità di questo mondo spesso ritenuto inferiore a quello animale ma, in realtà, molto più avanzato. Come mi capita sempre, mi sono immedesimata e stavolta non l'ho fatto con un personaggio di un libro o con un attore, ma con un fagiolo, una mimosa, un tiglio. Ho imparato che le piante non amano essere toccate, che sfuggono l'ombra delle altre piante ma non la propria, che ascoltano volentieri tanti tipi di musica o meglio che percepiscono perfettamente i suoni e in particolare rivolgono la loro crescita verso quelli intorno ai 200 Hz. Perché? Perché è la frequenza dell'acqua. Le piante non possono fuggire da dove sono (sono esseri sessili...come mi sento io nella maggior parte del mio tempo) e per questo devono approntare molte strategie di difesa; alcune di esse hanno comportamenti sociali, come i girasoli che crescono bene se in comunità, le radici di un albero tipo il tiglio hanno più apici dei neuroni presenti nel cervello umano...e potrei continuare all'infinito.

In realtà, anche tutta la parte tecnica dedicata all'applicazione delle caratteristiche vegetali agli studi di robotica mi è piaciuta molto. Stampa 3D, automazione, scienza dei materiali: pensare che un robot possa essere costruito ispirandosi ad un'abilità vegetale mi sembra meraviglioso.
Trovate qui molte info utili sul progetto Plantoid, ma penso possa essere buona cosa cominciare credendo nelle piante e nelle loro enormi capacità adattive. Il loto completamente idrorepellente, in grado di mantenere sempre pulite le foglie nonostante viva in acque putride, è e sarà per sempre mio maestro.

domenica 18 ottobre 2015

Avere Paura

Oggi ho scoperto una cosa: ho scoperto che la scrittura è davvero una passione grande, se, dopo averle dedicato otto ore, quello che vuoi fare di più è continuare a scrivere. Cose di lavoro, cose per le amiche, di nuovo cose di lavoro (un altro) e ora cose per me, che ho voglia di tirare fuori già da qualche giorno.

Nella foto quassù c'è il cartellino rosso di Camminando pe e lische, una delle marce che, acciacchi e impegni permettendo, io e mamma facciamo ogni anno. L'immagine è di domenica scorsa, avevo da poco superato il guado dove Andrea costruiva ponti di pietra sul fiume che nemmeno nell'Impero Romano, e stavo pensando sempre più intensamente alla polenta e al prato al sole dove l'avrei mangiata. Erano le undici e avevo una fame da lupi.
Oggi, a distanza di una settimana, sono stata in casa tutto il giorno, a letto per la precisione, mangiando plum cake, biscotti, mele rosse e riso al pesto. E bevendo Chianti per cena.

Ho iniziato a scrivere all'una e ora che sono quasi le dieci di sera non ho ancora smesso, né smetterei più.
Ascolto musica perfetta, tipo questa che sta passando ora, che non è particolarmente allegra come non lo è affatto il suo video, ma del resto nemmeno io lo sono, quindi mettiamoci l'animo in pace.
Se poi io non sono allegra è perché ho paura, una paura che non ho mai provato, per cose, persone e situazioni che non pensavo potessero suscitarmi questo sentimento. Invece è accaduto e io non so assolutamente come comportarmi.
Per ora tento, senza grande successo, di fingermi morta come fanno molti animali. Cerco di muovermi senza spostare l'aria, di vivere senza essere notata, di alzarmi, fare colazione, andare al lavoro, pranzare con quello che ho preparato la sera prima, seguire il corso di francese, cenare, leggere o scrivere qualcosa e dormire. Poi certo, dentro di me scoppio, di cose che vorrei fare e dire ma so che non è tempo.

Ottobre, mese di letarghi e di foglie che cadono.
Adeguiamoci.

Tra pochi giorni comincia il Festival della Scienza e io, per la prima volta, non vedo l'ora. Anni di esperienza mi hanno assicurato un orario perfetto, con turni calibrati al millimetro che mi lasceranno un sacco di tempo per dedicarmi ad altro o, se mai fosse possibile, per riposarmi.
Ci saranno concerti, serate di festa, laboratori bellissimi da seguire con le amiche, bimbe appena nate da visitare, bimbi un po' più grandi da salutare e, lo spero tanto, camminate fuori città che mi aspettano. Dopotutto basta una funicolare. O un autobus.
Basta che il mio piano di resilienza funzioni per riuscire a godere di questa stagione meravigliosa, continuando a scrivere per il progetto più grande che c'è in cantiere e alimentando ogni giorno la mia voglia di scoprire e imparare cose nuove.
A questo proposito il corso di francese sta andando alla grande: comunque finirà, il mio cervello sarà abitato da suoni e significati che prima non conosceva, credo che a quasi trentaquattro anni sia una cosa bellissima, provare a imparare una lingua diversa dalla propria.
Soprattutto quando con le parole si cerca di costruirsi il futuro.

E' chiaro dal titolo del post che immaginavo di andare a parare altrove, il fatto che non sia stato così mi riempie di gioia: significa che sta funzionando, che se voglio sono salva, che se mi proteggo (magari anche con un bicchiere di Chianti :-) ), acquisisco una visione nuova delle cose, più dipendente da me che dal resto del mondo, e mi tranquillizzo almeno un po'.
Il succo non cambia, lo so, ma cambio io che lo guardo e che cerco di mandarlo giù.

sabato 1 novembre 2014

OK

Premessa:
Questo post è in realtà di ieri, ma si sa, durante il Festival il tempo è quello che è e si fa quel che si può.

Finalmente ho trovato un modo per usare la parte finale del catalogo del Festival. La sezione Memo. Quella che sta dopo gli Eventi Ospite. E' l'ora di pranzo, sono in treno, vado a Nervi a vedere un laboratorio che più mio di così non credo si possa: Piante Guerriere.
C'è un sole bellissimo stamattina, ho persino dovuto cambiare giacca, lasciare il cappotto di lana rossa a casa e infilare al volo il blazer di velluto marrone, quello da uomo. E' un giorno di regali, uno pensato per chi compirà gli anni tra poco e uno concesso a me: pranzo con girella gigante all'uvetta e caffè.
Sono trascorse settimane vissute alla giornata, alla spera in Dio per usare un detto, alla ti ma riesci per dirla in dialetto, alla cazzo di cane per andare subito al sodo. Pensieri di fuga sempre più o meno presenti (un poco pure tentati, inutilmente), momenti di sconforto, attimi di entusiasmo, rivendicazioni di spazi, tempi, diritti e attenzioni.
Dopo questo periodo che ancora non so se sia stato sensato o magari addirittura dannoso, è l'ora di tracciare una strada più chiara, mettere dei punti fermi, compilare un memo, dopotutto la pagina dopo gli Eventi Ospite dice così, no?

[pausa lab]

Quindi, "riordinando" le idee:
1) Ok. Devo Voglio uscire di più a fare cose belle. Rimpiermi gli occhi, il cuore, la pelle di cose belle. Senza per forza pensare di viaggiare, le cose belle sono pure qui, dietro casa. La foglia di ginkgo biloba che ho raccolto stamattina e lo scoiattolo che ho incontrato poco fa non avevano proprio nulla da invidiare alle meraviglie di Roma.
2) Ok. Non devo smettere mai di credere nelle mie capacità. Il lavoro è poco per tutti. Quando a Gennaio mi troverò quasi completamente disoccupata non dovrò provare vergogna a lasciarmi aiutare da mia madre fino a che non troverò un altro impiego. Non importa quanto ci vorrà. Ce la farò.
3) Ok. Non voglio aspettare gli altri per essere felice. L'avrò già scritto, detto, pensato diecimila volte. Le persone che desiderano condividere con me un momento, un sentiero, una mostra, un concerto, una cena, arriveranno. Basta smettere di aspettarle e cominciare a lavorare su quanto possano essere belli un tramonto, un quadro, una canzone o un albero pieno di foglie gialle anche se li vivo da sola, anche se nessuno è accanto a me quando incontro una di queste meraviglie (oggi però nel parco di Nervi, tra gli scoiattoli, c'era pure Luca Mercalli. Sì, quello della TV).
4) Ok. Voglio riprendere piano piano e con costanza ad andare in palestra, ignorando la tosse che mi scuote da due settimane e tutti i ricordi mostruosi che si porta con sé. Così come voglio chiudere fuori il dolore al collo e la mezza faccia che trema, lei al posto mio.
5) Ok. Voglio camminare, è pure questo lo dico sempre. Ma magari anche correndo, combattendo il freddo che arriverà e seguendo il proposito al punto uno.
6) Ok. Voglio finire il lavoro che mi ha accompagnata per due anni senza massacrarmi l'anima per la perdita. Sono stata fortunata fortunatissima per un sacco di tempo e va bene così. Inutile fare di più, inutile rendersi ancora (troppo) disponibile. Finire quello che ho iniziato (e che per ora giace da un po') e ricominciare da qualcosa di nuovo.
7) Ok. Voglio riaprire i libri che stanno lì a guardarmi sul comodino e che, come al solito quando galleggio, non riesco a divorarli ma nemmeno a leggerli ogni tanto. Proprio no.
8) Ok. Voglio organizzare una festa d'autunno per me e i miei amici, non appena sarò capace di pensare positivo per più di quindici minuti di seguito.

Epilogo:
Essendo passate ventiquattro ore posso già dire qualcosa su come stiamo andando io e i miei propositi:
Ieri sono stata in giro tutto il giorno e ho fatto il pieno di cose belle (punto 1), tipo qui dal mio amico Edu e davanti a bicchiere di Rossese con Sardina, nell'attesa di andare a sentire La notte dei libri viventi.
Sono anche andata a pilates ma la conseguenza è che ora sto a letto piena di Brufen. Temo dunque di avere un tantino fallito il punto 4 e, di conseguenza, di sentire lontano il punto 5. Inoltre mi sono persa Nespoli al Ducale e mi spiace proprio tantissimo.
Non ho ripreso in mano i libri sul comodino ma oggi mamma, che è telepatica come me, mi ha portato in laboratorio questa meraviglia qui.
Per il resto siamo ancora in alto mare, ma ci lavorerò.
Da domani.
Forse.
Ok.

lunedì 27 ottobre 2014

Io scrivo

Il Festival è iniziato, le vie brulicano dei soliti asterischi appesi al collo, le conferenze, gli eventi, gli spettacoli si rincorrono per tutto il giorno, la sera si organizzano aperitivi, cene, bevute al Conte. Io, nel frattempo, scrivo.
Ho turni perfetti quest'anno, che si incastrano benissimo con gli orari di ufficio, con gli impegni extra lavorativi, con il pilates, con la serata volontaria all'Altrove, persino con le pulizie d'inverno.
Il laboratorio fila che è una meraviglia, sto al caldo, stampo quattro o cinque foglie colorate all'ora, parlo, riparlo e straparlo con bambini di sette anni quanto con ragazzi di diciotto, mi diverto come sempre, o forse persino più di sempre.
Non credo però che dipenda dal Festival, ma penso piuttosto che il mood semi zen che sto tentando di seguire da Gennaio stia continuando a dare i suoi frutti. E così organizzo serate a degustare Champagne con mamma e i vicini, vado a vedere Nespoli e il suo mondo spaziale, mi intrufolo nella Notte dei libri viventi e domani sera mi godo il mio amico Edu che canta felice in mezzo al suo pubblico in delirio.
Mentre oggi scoprivo, con una meraviglia rara, quanto l'istruzione italiana e le sue regole siano al limite della decenza (non che non lo sapessi eh, ma non credevo fossimo a questi punti, davvero no), pensavo che ok, siamo folli, sono folli, ma io me ne chiamo fuori. "Pugno!" Come si diceva da piccoli. Voi prendete per il culo il mondo, io scendo e vado a scrivere. Prima però mi compro il libro più bello che esista al bookshop del Festival e vado a sfogliarmelo seduta sui gradini della piazza. Poi, al prossimo giro di follia, mi piglierò pure questo, perché un'autrice così merita di essere seguita per sempre.
Quindi reduce da tonsillite e febbriciattola, ancora portatrice più o meno sana di gola in fiamme e mal di testa, me ne sto accoccolata sotto alle coperte e scrivo, con la tisana balsamica che mi fuma accanto e niente musica, per una volta. Prima di mettermi al lavoro qui davanti al pc, però, ho preparato Marianna al grande passo: Marianna è la talea che vedete in foto, un pezzo di pianta pelosa che mi ha regalato Anna, la mia collega. Penso sia della famiglia delle miserie, quelle striscianti tendenti al viola che si vedono spesso in giardini pubblici, poco soleggiati, a volte anche un tantino vittime dell'incuria. Marianna, invece, è super coccolata, lo dimostra il fatto che le ho pure dato un nome. Domattina entrerà in vaso, un contenitore piccolo in verità, provvisorio sicuramente, e andrà a sostituire una delle due succulente appese che ci ha lasciati in questi giorni. In completo silenzio è marcita, probabilmente mentre ero via, sicuramente per la troppa acqua, lasciando la gemella sola e un vaso tristemente vuoto. E' arrivato quindi il momento per dare spazio (e terra) a Marianna e vedere come se la caverà lassù.
Io sono fiduciosa, si fa sempre in tempo a cambiare, trovare un'altra posizione, cercare un luogo migliore e una modalità più rilassante. Parola mia.

venerdì 1 novembre 2013

Quei portoni chiusi a metà

Quando mi sono iscritta all'università, ormai un sacco di anni fa, non conoscevo le tante, anche bizzarre, usanze e tradizioni ormai consolidate che circolavano nei vari corridoi ed edifici di Via Balbi. I cani nel cortile che vagavano indisturbati a tutte le ore, il signore davanti al Bar Cavo che cantilenava ogni giorno "me lo paghi un panino?" in faccia alle migliaia di pendolari che si riversavano fuori dalla stazione, le foto post laurea (inspiegabilmente orrende quanto obbligatorie) scattate accanto al pozzo o sulla terrazza di Balbi 2, il portone di Lettere chiuso (o aperto, questa è come quella del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto) a metà in segno di lutto.
In tanti anni di studi quel portone si è mezzo chiuso parecchie volte, segno peraltro evidente dell'anzianità accademica in cui viviamo, ma ieri è stato diverso. Quando il telefonino mi è squillato durante l'animazione del Festival e ho visto la chiamata di Giacomo, non so perché, ho capito. Si sapeva che il Prof era malato da tempo e che presto avremmo appreso della sua scomparsa, ma quando se ne va un pezzo della tua vita, della tua formazione, della tua passione, un piccolo lenzuolo si posa su quell'angolo del tuo cuore. Io ieri stavo "insegnando" e quante volte mi capita di ritrovare nelle mie gestualità, nei miei modi di dire, nelle mie pause e nelle mie battute, gli stessi atteggiamenti di alcuni dei professori che ho incontrato durante il mio percorso. Sicuramente, molta dell'attitudine all'osservazione, della voglia di capire qualcosa di apparentemente complicato, della capacità di guardare un'opera incomprensibile, astratta, stupida e irriverente e coglierne i perché mi è stata passata da Lui, da questo signore un po' rotondo, con il sorriso timido di un bimbo, la voce pacata e dolce, l'enorme cultura e preparazione. Mai davanti agli altri, mai scortese e brutale, mai maleducato con gli alunni, mai scostante durante gli esami, mi ha raccontato la storia di Christo e Jeanne Claude tanto da farmene innamorare, mi ha mostrato il Blue di Klein, mi ha aperto il mondo di Staglieno con tutte le sue grane e tutte le sue meraviglie. Così è naturale per me andare domani a dargli l'ultimo saluto, ringraziandolo in silenzio per avermi insegnato a cogliere l'arte in ogni cosa, da una linea nera su un foglio bianco ad un'architettura complessa, dalla saturazione di un colore alla forma astratta di una statua.
Quando qualche giorno fa Davide, visitatore-pittore approdato nel nostro laboratorio, mi ha proiettato in un baleno nella poesia pura dell'arte contemporanea chiedendomi dall'alto dei suoi quanti? dieci anni scarsi? se poteva fotografare il soffitto della sala in cui ci siamo sistemati, io l'ho vista la fiamma della passione nei suoi occhi. Il fuoco della necessità di conoscere da vicino quelle strane macchie colorate, antichi residui di pittura, sparse sul soffitto, così da poter riversare su tela le emozioni suscitate da quella visione. In un laboratorio dove si pilotano droni, aerei robot telecomandati, dove qualunque ragazzino tra i sei e i sedici anni presterebbe attenzione unicamente all'I-pad e a quel meraviglioso coso nero che gira a mezz'aria, Davide era attratto da una visione, dalla proiezione del soffitto che la sua mente aveva già immaginato dipinta su un quadro. Quante volte, a lezione, il Prof mi aveva parlato di questi momenti, degli attimi in cui un artista contemporaneo percepisce l'opera in arrivo, la sente e la vomita, la espelle, la butta fuori con urgenza. E c'era urgenza negli occhi di Davide quando ha scritto sulla nostra nuvola dei messaggi le parole "Pitore Solpreso" sotto al suo nome, per ricordare a tutti che quella mattina, né i droni né probabilmente la mia spiegazione interattiva, piena di esperimenti e facce buffe, lo avevano sorpreso quanto quelle stupide macchie sul soffitto. Arte pura. E allora mi impegnerò a scattarla una foto a testa insù, a ritrovare Davide tra le centinaia di visitatori passati da noi e a mandargli quell'immagine che tanto gli era piaciuta, perché Lei, Prof, avrebbe fatto lo stesso.

venerdì 25 ottobre 2013

Il Dio delle piccole cose

Secondo giorno di Festival, primo giorno di ciclo in anticipo di un sacco, quarta ora di letto tra sonno, scrittura e pensiero. Devo mettermi in testa di lavorare al seminario per la prossima settimana, devo cercare di rilassarmi davanti alla tesi in ritardo mostruoso, perché per entrambe le cose l'unica soluzione è questa: lavorarci/rilassata. Senza isterismi, paranoie e crolli emotivi. E' solo che sono cose grosse (dal mio punto di vista, è naturale, vallo a dire a un bambino Afghano)e io, é inutile, non riesco ad affrontarle. In quelle piccole ci vivo: un sottobicchiere, una coperta, una colazione con un'amica un po' triste, una telefonata alla mamma, una "cena altrove", un libro bello, una ricetta nuova, un sentiero di terra e pietre, una collaborazione minuscola per un blog scoperto da poco ma portatore di quell'incanto delicato che piace a me. Del resto, quando ero piccola mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani, come canterebbe il buon Faber e ora non riesco ad arrendermi davanti alla soluzione così chiara e sicura che prevede di lasciare un po' perdere le piccole cose per dedicarmi a quelle più grandi. Progetti, scadenze, possibilità che hanno un grande difetto: l'imprescindibile condizione che io ci creda e che creda in me stessa. Giammai. E allora chiedo ancora aiuto a De André, che di solito ascolta e risponde, non regalate terre promesse a chi non le mantiene, mi sta dicendo e io sono d'accordo: la metà delle cose che non faccio restano in potenza perché non mi fido e mi difendo con i denti da chi mi promette e mi frega. Questo lo faccio da sempre e, vaffanculo, sempre lo farò, magari però un po' di discernimento in più non guasterebbe, ogni tanto. Dopotutto ho voltato la carta milioni di volte sul mio percorso, quando leggo il curriculum al contrario trovo questo: babysitting, ripetizioni, interviste di mercato, cameriera, animatrice, educatore ambientale, imprenditrice, collaboratore di redazione e forse qualcosa si é pure perso tra le righe e nel tempo. Di tutte queste avventure iniziate, continuate, concluse, quello che ricordo con un mezzo sorriso sono le piccole cose, i pomeriggi sul divano con le mie bimbe sorelle della mattina, il buio sui vetri dell'altra casa della sera, il primo sei di inglese di Chiara, le domeniche a ridere in cucina, i libri di storia dei fratellini ricchi, il ponteggio che oscilla su Genova, i pagamenti in marmellata, la costa calabra avvolta nella coperta di Campopisano con il gelo nelle dita e l'attesa nel cuore, la fila di cappellini colorati sui sentieri delle Cinque Terre... con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria. Chissà se mai riuscirò ad accantonare queste piccole emozioni, perché forse la vera soluzione che prevede di salvare bimbo acqua catino moglie ubriaca botte piena capre e cavoli e tutte le possibili combinazioni continua ad essere troppo distante per me. Aprirmi ai grandi progetti pensando anche alle piccole cose è come dire mettersi il rossetto rosso rimanendo sobrie ed eleganti, c'è chi ci riesce, per carità, ma non è cosa da tutti.
Non é cosa da me.
E allora, se devo cambiare, al "Dio delle piccole cose non credere mai", anche se, almeno per stasera, lasciatemi sorridere con questo

lunedì 21 ottobre 2013

Un gatto che miagola

Oggi è iniziata con un gatto che miagola.
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)

sabato 7 settembre 2013

More information on

E' la prima cosa che leggo alzando gli occhi verso lo schermo. E credo che sia anche la prima ragione per cui mi sono iscritta a questo corso, ormai qualche mese fa, durante una pausa pranzo in ufficio, tra uno spettro XRF del piombo e un'insalata greca. Cinque giorni di Scuola Estiva di Comunicazione Scientifica, organizzata a Pollenzo (Cuneo), da Agorà Scienza, un'associazione torinese che si occupa proprio di divulgazione della scienza sotto ogni sua forma. Mentre scrivo sono una punta a disagio, temo di sbagliare i termini, perché qui, già dalla cena della prima sera, non si è fatto altro che distinguere disseminazione da divulgazione, comunicazione da diffusione, informazione da spiegazione. E queste differenze le ho più chiare di prima, lo giuro, ma non sono così sicura di saperle già usare con disinvoltura. Di disinvolto però ho fatto un sacco di altre cose, innanzi tutto ho chiacchierato: cambiando tavolo ogni giorno, a pranzo e cena, è facile morire dal ridere alle battute dell'astronoma toscana, ascoltare le disavventure di dipartimento della biologa piemontese o ricostruire le serate di Festival genovese con la geologa abruzzese. Così come è facile trovare compagnia per la passeggiata digestiva sotto il sole della morte o per la tisana scaccia alcool bevuta sull'erba prima di notte.
Qui ho anche dormito facilmente (!), mi sono rilassata facilmente (!!) ma, soprattutto, ho mangiato facilmente (!!!). Incredibile. Dopo mesi di mal di stomaco al termine di ogni singolo anche minimo pasto, qui sono a quota sette dolci, carne, latticini come se non ci fosse un domani e pure una degustazione di vini con la semplice gestibilissima conseguenza di qualche crampo qua e là.
Quello che mi manca di più è il movimento, gli ultimi mesi di dieta, camminate, nuoto e pilates mi avevano davvero rigenerata a livello spirituale e quassù, a parte qualche esercizio prima di dormire, non riesco a fare nulla.
Le prospettive di un concerto, una giornata in spiaggia e la marcia "Mare e Monti" al mio rientro a casa mi fanno ben sperare in un recupero veloce dell'energia pre partenza. Per quanto riguarda il corso che sto seguendo, sino ad ora la parte in assoluto più interessante è stata, a mio avviso, quella dedicata alla creazione di un blog per comunicare la scienza. Un mezzo progetto lavorativo su cui rifletto da qualche tempo prevede infatti la gestione di un'area snella del sito della Scuola di Robotica di Genova, con cui collaboro da ormai un anno. E' tutto ancora in forse e in divenire, ma qui ho avuto l'opportunità di aprire la nuova pagina web utilizzando una piattaforma che volevo imparare ad usare, facendo miei consigli e strumenti, riflettendo sulla strategia comunicativa più efficace per raggiungere un pubblico di piccoli, meno piccoli e genitori. Il resto invece è stato tutto interessante, ma forse ho bisogno di lasciarlo decantare un po'. La mia disillusione, l'inadeguatezza scientifica che sento profondamente di avere, l'inesperienza personale che ogni volta (se non altro per paragone) sale in superficie, fanno sì che i bei discorsi sulla divulgazione di un progetto, sul lavoro interdisciplinare, sulla progettazione europea, restino lì, sospesi davanti ai miei occhi come un film muto che passa in sottofondo. Quel che è certo è che scrivere continua a piacermi, più di ogni altra cosa, che le mie distanze informatiche tendono a pesarmi sempre di più per quanto riguarda i mezzi, mentre che avere una discreta esperienza da blogger mi ha fatto sentire più tranquilla e adeguata del previsto e che il confronto, lo scambio, l'ascolto (anche silenzioso) in posti "dedicati" come questo è sempre utilissimo come finestra (aperta) sul mondo.
L'ultima cosa di cui sono certa, serenamente certa, è che ora voglio tornare a casa per continuare a vedere le cose con occhi nuovi, con uno sguardo sempre più limpido e realistico, con fatalismo e ottimismo (questi sconosciuti) e con un po' di dolcezza in più, anche verso me stessa.

P.S.
Questo post è stato scritto più o meno a metà corso, durante una lezione. Nel frattempo lo scettro di migliore intervento lo ha vinto quello relativo alla Scienza in Museo, illuminante e rincuorante, ho trovato infatti molto vicino a quelli esposti dai relatori il mio modo di intendere i laboratori didattici e la spiegazione della scienza ai più piccoli.

martedì 6 novembre 2012

Germogli

E' martedì e fuori piove con il sole.
Io sto malissimo, ricomincio solo ora a respirare un po', dopo 24 ore di apnea e dolore alla cassa toracica, come se un grosso fauno stesse lì seduto a osservarmi. Come in L'Incubo, di Füssli, uno dei miei quadri preferiti.
Le motivazioni non le conosco, stanchezza post Festival? Ansia da gestione trasloco e ultimi, insapettati, costosi e problematici lavori all'albero della Coccagna? Sensazione di inadeguatezza diffusa? Paura del futuro incerto sotto ogni punto di vista? Freddo boia beccato in casa, in barca, per strada? Azione massacrante del divano letto sulla mia schiena già decisamente massacrata? Agitazione per l'esame di domani?
Non lo so. In ogni caso sto male, non ho appetito e ho una faccia che sembra mi abbiano pestato senza pietà.
Questo è il primo post del dopo Festival, quello in cui dovrei raccontare cosa sono stati gli ultimi dieci giorni. Visto che ho appena finito di correggere una presentazione power point di 52 slides, visto che mi impegnerà tutto il pomeriggio, tutta la sera e tutta la mattina di domani nelle varie operazioni di rifinitura, esposizione e ricerca di definizioni improbabili, visto che sono stanca e poco concentrata, visto tutto questo userò uno dei migliori alleati per descrivere il mio Festival della Scienza 2012: l'elenco.
Spazio per le parole, che siano sensazioni, immagini, colori, odori, emozioni, volti, rumori, sguardi. Lascio scorrere le dita e Crystal Winter di Ferreira, con dolcezza e un timido tentativo di ammorbidire i miei muscoli accartocciati.
il legno del Maso, le acciughe a colazione, le macchie d'olio a pelo d'acqua, il trapano dentro i miei muri, le lacrime di fatica, le lampadine a basso consumo, le eliche nere di Jonathan, i libri finiti e cominciati, il cioccolato africano quello kinder quello caldo e quello dei pasticcini, i treni per tornare nel giardino incantato, il verde della mia felpa e dei tubi del robot, lo spirografo con la sua lingua, il vento forte che stanca le ossa, l'ombrello rosa, le foglie di castagno e quelle di rovere, la panna McKenzie, la musica a casa al circolo in barca al conte e alla festa, lo jedi che racconta il mare, la pasta al sugo di Gai, l' "i dont' care i don't care i don't care" di Edu, la pioggia forte e fortissima, il regalo per il vicino-vicino, gli amici che sono il tuo specchio mentre cantano con la mente e con il corpo, la cattiveria che arriva quando provi a riposare, la notte difficile, il freddo terribile, lo specchio nuovo per il mio bagno, le righe sulle maglie le felpe e le calze, gli etruschi che non so, i cinghiali spaventati, il dolore della paura, il profumo del parcheggio, il minestrone con il pesto, le cartoline per il don, la doccia calda di Nessie, i diciotto anni a colori, le fotografie con gli animatori, le telefonate tra un gruppo e l'altro, la focaccia sulla chiatta, 587 in entrata e in uscita, il ciclista riparatore che arriva all'improvviso, le scale lunghe in mezzo ai vicoli, le voci belle intorno a me, il riconoscere la purezza di uno sguardo, il "mazinga zetto" di un bimbo piccolo, la curiosità nelle mani alzate, il camminare tra le strade della città e tra i sentieri della campagna, gli stivali da pioggia, la sorpresa negli occhi dei bambini, le letture alla luce della piantana nuova, il dondolio della barca, il sale nel naso e sulle labbra, la lavanda sul pontile, il rimorchiatore arancione, i cefali coraggiosi, la folla davanti all'Acquario, le parole di ogni giorno, il giallo della mia sciarpa e del cellulare nuovo, le gestualità che spiegano più di mille parole, i "per così" di Lorenzo, lo scheletro di Daniele, lo zaino fatto e disfatto mille volte e quello al riparo dietro al bancone, le finestre aperte di Stradone S. Agostino, il sax di Giancarlo, i silenzi pieni di parole, le visite che aspetti con gioia, la sete di notte, il vino buono e quello cattivo, lo scrivere all'ultimo minuto, l'inadeguatezza che non mi lascia mai, l'acqua del porto e quella nei bicchieri di plastica di mano in mano, il karkadè rosso scuro, il galeone alla mia sinistra la mattina presto, gli occhi grandi e i sorrisi sdentati, il bianco del primo appuntamento di Gai e Nicoletta, i pomeriggi con mamma, il casco di Francesco, il montgomery e i mille alamari di ogni sera, le domande dei grandi, il sorriso inaspettato e luminoso di Giorgia, i ragazzi di colore con i loro braccialetti, la spremuta di posidonia, gli occhioni liquidi di Federica, i saluti piccoli del pubblico, la ricerca del cibo, la simbiosi dell'anemone, la fila di bombole gialle, la vela della Scuola che abbiamo odiato tutti, la coda in sopraelevata, l'ikea nei turni liberi, i compleanni dentro al Festival, la Pyro perfetta, il N°1 bar ufficiale, il germoglio segnalibro: quello della foto, regalo inaspettato e dolce chiusura per questo mio Festival 2012.
Al prossimo anno.


martedì 16 ottobre 2012

Ombre lunghe/Io, Robot

Sono stata a lungo indecisa sul titolo da dare a questo post, alla fine non ho scelto.
Gli argomenti che mi frullano per la testa sono due e sono opposti. Stare e andarsene.
Stare significa vedere cose meravigliose, godere di un'atmosfera conosciuta e rassicurante, annusare l'aria, sedere nel mio giardino incantato e vivere nella luce. Andare significa mettere in moto la vita, inciampare, provare, superare ostacoli e raggiungere obiettivi.
Entrambi gli aspetti mi appartengono più che mai in questo periodo, penso però che sia bene iniziare dall'oggi, dopo tanti anni di yoga credo sia importante cominciare dal "qui e ora".
Oggi, ultima giornata stancante ma non di pieno delirio come saranno le prossime, ho ancora avuto il tempo per correre e godere del mio posto.
Con il sole alle spalle avevo l'ombra lunga. Stringendo l'elastico della coda di cavallo, sistemando le cuffiette nelle orecchie, partendo con la prima ampia falcata (per quanto possa essere ampia una mia falcata), ho cominciato a muovermi con la radio che passava Bette Davis Eyes. Non poteva capitarmi di meglio.
L'ho cantata tutta ed è rimasta con me, guardando i gabbiani posarsi sull'acqua, il fotografo accucciato sulla battigia preparare il cavalletto e l'edera verdissima arrampicarsi sulle palme. Al giro sullo sterrato ho abbassato la lampo della giacca e ho aumentato il passo, il sole in faccia e i pescatori controluce, come quei giochi da Settimana Enigmistica in cui bisogna riconoscere la silouette giusta tra dieci forme tutte diverse ma quasi identiche e nere. La luce forte, il mare invernale, la casa nuova che mi aspetta. Settimane in arrivo che prevedono ore belle con lo Sminatore, ore di analisi al museo, ore di attesa per l'arrivo di mobili e operai, ore di turni al circolo, ore di interpretazione risultati, ore di redazione report, ore di esami, ma, soprattutto, ore di Festival.
Io, Robot e dal "qui e ora" si passa diretti al futuro. Un laboratorio che ancora non so, che ho assaggiato appena, ma che sicuramente, come ogni anno, sarà stimolo, emozione, commozione, paura, preoccupazione, stanchezza, dannazione, soddisfazione, tristezza e mille altre cose insieme. Un laboratorio che sta nella foto quassù e che magari mi divertirà.
Un dopo e un pre in un durante, come domenica alla Festa della Zucca, dove Vesima ha accolto il mio futuro, gli amici che vivranno attorno a me e che hanno conosciuto il mio posto proprio poco prima che lo lasciassi.
Ora, mentre scrivo queste righe, tra un borsone per dormire sul divano e un pensiero a chi mi è vicino sempre, ho trovato un elenco, uno dei miei tanti elenchi, scritto la primavera scorsa per andare dal neurologo, in un periodo in cui il futuro, questo futuro, era ancora così lontano e spaventoso.
L'elenco, a caratteri piccoli sulla vecchia agenda arancione, raggruppa i sintomi che avrei dovuto dire al medico che mi avrebbe visitata quel giorno, per cercare di capire un po' che cosa stesse succedendo al mio maledetto collo. Adesso che mi sembra passato un secolo, che la paura, lo stordimento e l'incertezza si rifanno sentire solo ogni tanto, quando la schiena si tende e la nuca tira, mescolo il presente con il futuro, le ombre lunghe con i robot.


venerdì 4 novembre 2011

Comunanza


Eccomi. Tornata dopo dieci giorni di Festival pieni di tutto.
Non riuscirò ad essere euforica come vorrei in questo mio racconto perchè qui fuori è l'inferno, alluvione terribile che sta facendo vittime e danni spaventosi.
Chiusa nella mia tana, avvolta nel poncho di lana, col termometro sotto all'ascella, penso alla mia bella città devastata e al dolore di chi ha perso tutto.
Nel mio cuore c'è però il calore dei ragazzi del Festival, che da tutta Italia chiedono notizie, offrono letti, aiuto e parole di conforto. Persone che quasi non conoscevo, che ho amato da subito nella loro spontaneità e nel loro essere sempre pronti a condividere progetti, idee e momenti.
Ora ci si scambiano foto, video, ricordi, si ripensa alle bevute in Bottega del Conte, alla festa del Ducale, al compleanno di Sex con tanto di super pizza a domicilio, a posti assurdi come il Nick Masaniello, ai robot che fanno sumo, alla foresta di X, alle favole dei Ranocchi e alle Isole di Fonso.
La mia città annega e gli abbracci delle altre regioni si sentono davvero, amici che su Facebook usano una foto di Genova come foto del profilo, che postano solidarietà ogni due minuti e ti fanno squillare il telefono in continuazione.
Questa è l'aria che si respira durante il Festival, una ricerca costante di contatto e amicizia, dove un gruppo di persone che arrivano da fuori città affitta una casa che chiamerà Comune per due settimane, in cui tutti entrano, mangiano, chiacchierano, cantano e dormono come se fosse casa loro, dove per entrare ti fanno un pass da morire dal ridere, dove se vuoi due coccole dalla X basta girare il campanello e dire buongiorno.
Nonostante la fatica di conciliare tutto, lavoro, casa, impegni e dottorato, lo rifarei da domattina, ricomincerei a sgolarmi per i bimbi, a mangiare un pezzo di focaccia al volo, a strappare un ora al lavoro per vedere il laboratorio di un'amica, a correre al Belleville per una cena improvvisata, a bere cocktails annacquati alla super festa del Ducale, a ripiegare esausta al Conte dispensando sorrisi a chi mi è stato vicino con dolcezza i tutti questi giorni.
Pensando al Festival e alla mia amata città in ginocchio, chiudo questo post con un pò di tristezza nel cuore.

mercoledì 19 ottobre 2011

Selezione naturale


Una maglia a maniche lunghe, una felpa, un pile e un sacco a pelo come coperta. Ecco cosa indosso in questo istante. Non sto scrivendo dal polo sud, nè da quello nord. Sto scrivendo dalla mia stanza, Campopisano ovviamente, dopo essere corsa sul tetto per riparare il possibile dal vento e aver chiuso tutte le persiane. Chissà come sta il mio pomodoro dello scarico...
Il pomodoro dello scarico è un classico esempio di selezione naturale: una rigogliosa pianta che nasce e cresce nel tubo di plastica attaccato alla parete nord di questa casa, lo scarico della cucina (o del bagno) dove un coraggioso semino ha messo radici. Mi piace pensare al pomodoro come a un segno, una spinta a sopravvivere o, per non sembrare troppo tragica, un incoraggiamento a mettercela tutta. In questi prossimi giorni avrò bisogno di molta forza di volontà, o meglio, di molta forza e basta, da sabato verrò piacevolmente inghiottita dal Festival della Scienza e anche il mio mareingiardino ne risentirà. In realtà non vedo l'ora di iniziare: persone che ho voglia di vedere, visitatori (piccoli visitatori!) curiosi, serate al Conte, concerti, aperitivi, risate...
Rispetto allo scorso anno avrò meno turni, ho lasciato più tempo possibile alla ditta, giusto così, ma di sicuro mi calerò in atmosfera Festival fino in fondo, per godermi al meglio ogni giornata.
Oggi grandi fatiche, una mattinata intera di XRF al cimitero, la schiena a pezzi e fango ovunque, ma come sempre...meglio così! Meglio tanto lavoro e tanti impegni, meglio IMG domattina e corso al pomeriggio, meglio corso venerdì mattina e formazione animatori venerdì pomeriggio...meglio tutto questo che stare fermi a pensare. L'unico momento in cui ho fatto il grande errore, ovvero mi sono seduta a riflettere, ho scritto una lunghissima e iper contorta e-mail alla mia commercialista, per capire che diavolo sono io dal punto di vista lavorativo e dare un nome alla mia pseudo-povertà! Ancora nessuna novità.
Fuori il vento soffia fortissimo, io mi metterò a studiare prima che la stanchezza me lo impedisca definitivamente e cercherò di preparare un sugo di funghi da congelare per le concitate sere di Festival. Nel frattempo andrò a guardare il mio bel pomodoro coraggioso...

mercoledì 19 gennaio 2011

What's the frequency Kenneth?


A che frequenza sto vivendo? Che strada devo prendere?
Ho la febbre alta e spero che queste domande esistenziali altro non siano che un delirio da ebollizione cerebrale.
E' un periodo denso, pieno di impegni, novità, iniziative e opportunità da cogliere.
E proprio lì si nascondono i dubbi: sono da cogliere per davvero tutte queste possibilità o è meglio posticipare, rinunciare e lasciare perdere?
Non si può fare tutto, questo lo so...ma non ho certezze, nessuna delle opportunità che ho è per sempre: il dottorato è ancora in forse, il Belleville dopotutto mi impegna seriamente solo una volta al mese, il corso da project manager dei miei coglioni tra qualche settimana finirà, così come il corso volontari della Gigi Ghirotti. L'unica "proposta seria" è quella del Festival (della Scienza, non di Sanremo, capisco che visto il periodo dell'anno e la mia indiscutibile avvenenza potevo tranquillamente essere contattata per affiancare Belèn) e io ho accettato senza farmi troppe domande. Ho sbagliato forse, non so. E' una cosa bella, è mia e mi fa sentire in grado di fare. So che questa decisione dovrò difenderla dai mille altri impegni di lavoro, sicuramente per me più importanti e tanto tanto voluti, ma l'animazione mi piace e mi riesce, credo.
Perciò in questi pomeriggi febbricitanti, mentre aggiorno gli eventi di Terra!, leggo approfittando degli intervalli di effetto della Tachipirina e gioco con la gatta, penso a cosa sia meglio, più giusto per me e per il mio futuro.
Nel groviglio di pensieri non ci sono i sentimenti, non troppo per lo meno. Quelli li lascio fuori, mi bastano le mille incognite sul lavoro e sul resto della mia vita, non riuscirei ad analizzare anche le possibilità emotive che ho davanti a me, ammesso che ce ne siano...tra l'altro.
Per il resto non tutto il male vien per nuocere no? Quindi questi giorni di sudate, mandarini, fluimucil e coperte meglio sfruttarli per rilassarsi, depilarsi, coccolarsi, rispettarsi...

domenica 7 novembre 2010

Un asterisco rosso tra due parentesi quadrate.


Eccoci.
Ultimo giorno di Festival quasi trascorso.
Per me i turni sono finiti ieri in realtà, oggi i laboratori li ho vissuti da ospite.
Primo anno da animatrice, primo anno anche da proponente in verità...non mi sono fatta mancare niente.
Il Festival è iniziato a Gennaio per noi che abbiamo inviato la proposta, che siamo stati accettati, che abbiamo mandato la bozza, preso contatti, cercato fondi, raccolto informazioni, realizzato i pannelli, trasferito un intero laboratorio di chimica in un museo.
Per me il Festival è iniziato a Gennaio e proseguito fino a Novembre, come animatrice che ha raccontato la storia del colore nei secoli e aiutato centinaia di visitatori a creare il loro personale pigmento.
Sono stata fortunata, perchè ho conosciuto un sacco di persone interessanti, perchè ho arricchito il mio cevello, ho riso tanto, ho lavorato e ho guadagnato, soprattutto in esperienza.
Eticamente non so come prenderla, c'è la scienza di mezzo, c'è l'Enel, c'è il nucleare...e io faccio parte di Terra! Onlus. Però emotivamente...tanta roba...
Ho conosciuto il vicino-vicino all'inizio dell'anno, più o meno, e si sta giocando con Sturm il podio di nuova persona 2010...con lei c'è stato il Corso WWF, con lui c'è stato il Festival e, sebbene le vedessi entrambe come cose lontanissime da me, le ho fatte comunque e mi è piaciuto.
Inutile dire che la mia squadra animatori sia stata fantastica, avendo trascorso dieci giorni insieme se non ci fosse stato feeling sarebbe andata male; però anche i bimbi delle scuole che hanno lasciato i loro messaggi, le insegnanti entusiaste, le famiglie, i toscani alla ricerca di colori naturali, gli amici in visita, hanno contribuito a farmi venire voglia di infilarmi il camice tutti i giorni e parlare per ore.
E' stancante, nel corpo e nello spirito, ma dà soddisfazione, soprattutto leggere le dediche dei più piccoli e vedere la sorpresa nei loro occhi.
Abbiamo raccontato storie, fatto indovinelli, mostrato foto, fatto battute. Abbiamo riso tra noi, ci siamo presi in giro e aiutati a vicenda, ci siamo suddivisi il lavoro senza difficoltà, almeno per me.
Ora non resta che festeggiare: tra meno di un'ora nell'atrio di Palazzo Ducale saremo una marea e tutti pronti a bere e a divertirci, per rilassarci, allontanare la fatica, scambiarci opinioni ed esperienze.
Centinaia di ragazzi con un asterisco rosso tra due parentesi quadrate appeso al collo.

domenica 31 ottobre 2010

These boots are made for walking


Ultimo post di ottobre.
Poi, almeno secondo l'autorevolissimo oroscopo di glamour, tutto cambierà:

"pronta per la tua trasformazione? sì, stai cambiando essenza e comportamenti, ma è un processo lungo e non sempre indolore. e c'è un elemento di casualità che non puoi controllare, adesso. ma ti assicuro che da metà novembre arriveranno rassicurazioni e conferme. sul lavoro, sii diplomatica anche e soprattutto se sai di aver ragione: il potere autentico è non avere bisogno di alzare la voce. la tua vera ricchezza non ha a che fare con quello che possiedi ma con l'esperienza. allora, comincia ad aumentare il tuo capitale prendendo nuove iniziative"

Quindi è il mio corpo che cambia nella forma e nel colore?
No, mi sa di no (cioè, nella forma può essere, visto quello che mangio e nel colore pure, visto che lavorerò per dieci giorni col ferrocianurodipotassio).
Però, mettiamo che non sia solo fisico il cambiamento, qui si parla di "essenza e comportamenti", beh, vorrei, se fosse possibile, che la mia essenza la lasciaste un pò stare. A me piace. Sono una testa di cazzo, mi arrabbiano le cose stupide e non affronto le questioni gravi, mi lascio intristire dal tempo atmosferico e dalle mancanze di rispetto di persone che non dovrei neppure lontanamente considerare, mi rendo disponibile per fare cose e tenere ritmi per me impossibili e poi mi demoralizzo se non riesco.
Però sono così io, è questa la mia essenza, non mi arrabbio per le cose serie perchè ho paura che lasciandomi andare potrei perdere il controllo ed esagerare, mi faccio massacrare dalla gente che non conta perchè fermarmi a guardare quanto male mi fa quella che conta è troppo difficile, dico di sì ad ogni proposta perchè il no deve essere sempre, nella mia testa, giustificato.
Quindi la mia essenza è così, ma ci sono delle motivazioni che la rendono così. Per quanto riguarda i comportamenti...ben venga una mutazione! Che magari tenga lontano le coliche e che se anche si porta dietro un pò di dolore fa lo stesso, basta vedere un risultato, anche piccolo, di questo cambiamento.
Metà novembre dice l'oroscopo...
Intanto c'è da finire il Festival della Scienza (di cui mi sono ripromessa di non scrivere nulla fino al termine, anche se come si fa a non dire che i bimbi ti scrivono "é stato belisimo grazzzie").
Poi c'è da risolvere qualcosa al lavoro (dove non devo alzare la voce ma essere diplomatica no?) e poi c'è da abbracciare nuove iniziative...che faccio?
Provo a cantare? Mi iscrivo a una scuola di ballo? Prendo un cane? Mi faccio un tatuaggio (e questo è l'unico pensiero reale)?
Intanto ho già la nuova frangia alla Betty Page e ho portato in Campopisano i miei boots gialli fatti per camminare sotto la pioggia di Novembre...