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domenica 10 maggio 2015

Easy like sunday morning

Si capisce già dal titolo: oggi è domenica.
Ed è ormai da un po' di tempo che mi ritrovo a scrivere qui sul blog in questo giorno della settimana. Vuoi perché nelle ore feriali sono sempre incasinata e presa dai post che devo curare per lavoro, vuoi perché i momenti migliori, quelli più tranquilli e intimi, li conservo per i week end...alla fine va sempre così.
A proposito di settimane complicate, ne sta finendo una mica male, per lasciare spazio alla prossima che sarà anche peggio. Ma, tutto sommato, sembra facile.
Inaspettatamente è stato facile andare a Ferrara in giornata, svegliarsi all'alba, ritornare nella notte, con quattro cambi di treno (di cui uno saltato magicamente come solo Trenitalia sa fare) e una presentazione importante, andata liscia come l'olio tra applausi, sorrisi e tortelli alla zucca. E' stato facile svegliarsi presto ieri mattina per costruire un mazzo di fiori dei miei, questi qui, che volevo regalare ad un'amica di mamma in piena inaugurazione di una nuova avventura. E' stato facile, anzi facilissimo, alzarsi questa mattina, infilare tuta e scarpe da ginnastica e perdersi tra le felci e il cielo azzurro. Per la Festa della Mamma, siamo andate a pranzo al Forte Geremia, un posto che io non ero ancora riuscita a vedere e di cui mamma mi aveva parlato un sacco, e benissimo. Effettivamente è un incanto, un lungo lumacone addormentato sui prati, ora adibito ad agriturismo e, volendo, a dormitorio, dove si può mangiare nei week end e avvertendo con un po' di anticipo rimanere anche per la notte. Ci siamo sdraiate sull'erba rivolte verso il mare, mentre la città paralizzata aspettava il Giro d'Italia, abbiamo mangiato una grigliata buonissima con le patate al forno e ci siamo fatte raccontare, con mini giretto incorporato, la storia del forte. Poi ci siamo di nuovo allungate sotto al sole e io, come al solito, ho avuto la peggio ustionandomi una gamba e assicurandomi un'abbronzatura a strisce a dir poco imbarazzante. Però è stato tutto facile, scottatura compresa.
Questo fine settimana è stato così facile che è volato in un baleno e io spero tanto che anche i prossimi giorni non siano da meno: ho laboratori sparsi nel raggio di trenta chilometri, da raggiungere con i mezzi nel minor tempo possible, ho week end di lavoro da organizzare, aperitivi cene e compleanni da incastrare, animazioni da studiare, ma tutto sommato mi sembra facile. Non lo so perché, ma è così.
Nel frattempo, per semplificare ancora di più e rendere tranquillo ogni pensiero difficile, condisco le mie giornate con piccoli momenti di felicità, come esaudire ben cinque dei desideri della mia wishlist di qualche tempo fa, in un colpo solo!
- Voglio andare dal parrucchiere e ravvivare il rosso dei capelli [per questo avevo barato e l'avevo esaudito prima ancora di scrivere l'elenco]
- Voglio andare dall'estetista e concedermi qualcosa di più che la solita ceretta
- Voglio ricominciare a correre e fare sport, visto che sono immobile da almeno due settimane
- Voglio comprarmi un costume bello. Ma bello davvero, di quelli che durano due, tre, quattro estati senza diventare molli, scoloriti e tristi (l'avrei pure già individuato, non costasse 90 euro)
- Voglio tornare a cena qui
- Voglio vedere almeno tre mostre: questa, questa e questa
- Voglio riuscire a iscrivermi qui
- Voglio sfruttare l'occasione offerta dall'ultimo desiderio per trascorrere minimo due ore qui dentro (sto già immaginando tutto quello che comprerò)
- Voglio informarmi sul corso di ceramica della parrocchia vicino casa (almeno informarmi, dai)
- Voglio cavalcare l'onda della convalescenza per rallentare e leggere e dedicarmi all'handmade come ho fatto negli ultimi giorni
- Voglio tornare a Bergamo Alta e andare qui, perché l'unica volta che ci sono stata questo splendido negozio era chiuso e soltanto mesi dopo, seguendo per caso su instagram il profilo di MysticFlaminga7, ho scoperto che mi stavo perdendo proprio tra gli stessi vestiti e accessori che avevo intravisto in quella vetrina spenta
- Voglio riuscire a partecipare a un Bookeater Club di Zelda
- Voglio andare al mare e stare con la mia gatta per interi pomeriggi (questa, me ne rendo conto, è un'utopia. Perché devo, seppur poco ahimè, lavorare e perché la mia gatta non passerebbe mai interi pomeriggi con qualcuno)
- Voglio attivare una carta prepagata, pur sapendo che questo mi condurrà brevemente alla morte per stenti
- Voglio programmare un piccolo viaggio
- Voglio andare a un concerto figo
- Voglio ridere assai

Bene, alla Scuola Holden mi sono appena iscritta, all'handmade mi sono dedicata per mezzo weekend, l'estetista mi aspetta martedì mattina, il dopocena lo trascorrerò a sfogliare il (bellissimo) catalogo di Melissa Erboristeria che mi ha mandato Valeria qualche giorno fa, e adesso chiudo il post perché vado a correre. Per ridere assai troverò il modo. Facile. Easy like sunday morning.

martedì 30 settembre 2014

Il vostro matrimonio è stato bello

Ce l'abbiamo fatta. Vi abbiamo sposati.
Che poi alla fine è stato semplice, avevate già pensato a tutto, o quasi.
Avete deciso di organizzare il vostro matrimonio in poco tempo, solo qualche mese per scegliere vestiti, fiori, menu, location (termine tecnico di noi weddingplanner ndr), bouquet, bomboniere, vini, fedi, acconciatura, calzini. A questo proposito, probabilmente proprio causa del poco tempo a disposizione, lo sposo è finito con l'indossare un paio di calze a pois, ma noi gli vogliamo bene lo stesso.
Al taglio della (bellissima e buonissima) torta avete ringraziato tutti, le famiglie, gli amici, i parenti vicini e lontani, i ragazzi della fattoria, quelli del nostro piccolo-grande circolo, e anche me, sorridente, dondolante, fradicia e un po' sbronza, che battevo le mani a bordo piscina, alternando saltelli scomposti a versetti di commozione.
Fra dice che per tutto il ricevimento, ogni volta che la incontravo bianca, splendente e svolazzante sull'erba verde, la bloccavo e biascicavo un "bravi, bello, tutto perfetto!". Effettivamente può essere. Ma lo pensavo davvero, lo avrei pensato anche se non avessi bevuto quei diciotto litri di Scaia, maledetto vino giallo che sa di mango (o papaia, come dice Nessie) e che sta bene con tutto, con i fichi, con il formaggio, con la zucca, con la carne cruda, con il cioccolato, e pure con la gipsofila, che non escludo di aver brucato in allegria.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vostro. Perché non avete esagerato in nulla, perché alla sera siete andati a dormire presto come solo la Fra sa fare il giorno del suo sì, perché avete regalato una bomboniera al tassista, perché avete scelto una testimone splendida in abito giallo accompagnata da un marito altrettanto splendido che ha aperto le danze in piscina, vestito di tutto punto, mentre lei lo guardava sconsolata, con i capelli mossi e perfetti e con gli occhi innamorati. Nonostante tutto :-D
Il vostro matrimonio è stato bello perché è arrivata gente da ogni dove pur di darvi un bacio, napoletane trasferite nel freddo nord, veneziani d'adozione belli come il sole, toscani, pugliesi, piemontesi, ma anche genovesi vicini, che più vicini mi sa che non si può.
Il vostro matrimonio è stato bello perché siamo partiti da casa, come facciamo sempre se usciamo a cena, se beviamo una cosa, se andiamo a giocare con Martins, se facciamo turno all'Altrove, se prendiamo un caffè in piazza. E mentre la Fra si lasciava truccare buona buona e Luca si scioglieva nella camicia, il fotografo con le bretelle azzurre cominciava il suo lavoro, professionale come sempre ma più commosso, questa volta.
Il vostro matrimonio è stato bello perché la musica a sorpresa durante la celebrazione (o come diavolo si dice) ha fatto piangere anche le seggiole, così come il discorso della fine, le bolle di sapone, le foto tutti abbracciati.
Il vostro matrimonio è stato bello perché c'era il sole, un sole d'estate caldo e felice, un sole forte che ha illuminato le (mie amate) foglie, i bicchieri pieni di vino, le foto stese tra i rami, i bimbi sdraiati sul prato, il vestito bellissimo di Francesca.
Il vostro matrimonio è stato bello perché ho assaggiato la cottura della tagliata prima degli altri (grazie Ste!), perché la torta decorata da Giulia era uno splendore ed era molto vicina a voi, alle cose che vi piacciono, alle caratteristiche che vi accompagnano: c'erano le geometrie matematiche e la precisione, ma anche i lamponi, i cuori e la cioccolata.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vero. Nella tranquillità, nelle cose fatte senza affanno e lasciate anche un po' al caso, all'umore degli ospiti, alle abitudini degli animali, al vento della sera che ha trasportato la lanterna di carta nel posto più secco e pericoloso di tutta San Desiderio.
Il vostro matrimonio è stato bello e io vi dico grazie. Di avermi invitata, di avermi coinvolta, di avermi dato una ragione un po' più sensata del solito per commuovermi di gioia (e, a un certo punto, anche per lasciarmi andare finalmente alle mie malinconie).
Buon cammino ragazzi, sarà bello vedrete, come il vostro matrimonio.
Elena



domenica 3 agosto 2014

Impronte sulla neve

"Prima di amare, impara a camminare sulla neve senza lasciare impronte" dice un proverbio turco, e santiddio quanto è vero.
Con leggerezza, estrema. Con tranquillità, estrema. Con attenzione, estrema. Sono questi i modi in cui mi immagino camminare sulla neve, nel complicatissimo tentativo di non lasciare tracce.
Cosa vorrà dire? Non lo so, io la interpreto così: un gesto difficile, un movimento di velluto, che occorre saper fare alla perfezione prima di amare, pena il fallimento stesso dell'amore. D'istinto poi penso che allora sia impossibile amare, quanto lo è probabilmente riuscire a camminare nella neve senza affondare nemmeno un poco con i propri scarponi.
In almeno diciassette anni di onorata carriera nel mondo dell'amore credo di aver passato più tempo a cercare di uscire da una valanga che a passeggiare tranquilla in mezzo al bianco.
Ci ho provato, non so neppure più io quanto, e ogni volta ho aggiustato il tiro. Ho cambiato scarpe, ho messo i ramponi, le ciaspole, gli sci, ho scelto la neve fresca, quella compatta, quella sporca e quella quasi ghiacciata. Ho camminato col sole, con la pioggia e con altra neve che arrivava dal cielo. Ho camminato con il caldo, con il freddo gelido, con il vento e con la calma totale che solo la neve appena scesa, quella nuova ed emozionante, sa darti.
Ho sempre lasciato impronte, ho sempre fallito. A volte di più con solchi profondi, a volte di meno con semplici strisciate. Ma non sono ancora riuscita ad entrare in armonia e in risonanza, passando senza tracce nel paese dell'amore.
Riflettendo in questa giornata di pioggia, più simile ad un autunno anticipato che a una domenica di inizio agosto, mi sono accorta che davvero le tecniche possibili le ho provate tutte. So essere accondiscendente (sono maestra in questo, per la verità), so essere dura, so essere dolce, so essere compagnona, so essere femmina, so essere maschio, so essere simpatica, so essere sexy, so essere allegra, so essere triste, so essere buona, so essere affettuosa, so essere di pietra e so essere sfuggente. Sono diventata fotografa, scrittrice, cuoca, lettrice, educatrice, camminatrice, imprenditrice, assegnista, creativa, arrampicatrice, cameriera, ballerina, intellettuale, cazzara, bevitrice e salutista. Ho pesato quarantanove chili e cinquantasette chili. Ho vissuto con i genitori, con un genitore, con gli inquilini, da sola. Ho dormito con uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito senza un uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito con un uomo e ne sono stata felice. Ho dormito senza un uomo e ne sono stata felice. Ho vestito come un maschio, ho rasato la testa, ho indossato pantaloni larghissimi, ho messo jeans stretti, ho infilato gonne, tacchi, sandali e ballerine, ho tinto i capelli e li ho resi lisci, ho liberato i boccoli e li ho raccolti, ho messo il rossetto, il mascara, il profumo e lo smalto alle unghie. Sono uscita in tuta e con il cappotto, ho infilato i piedi negli stivali da pioggia e ho scordato l'ombrello. Ho ascoltato musica italiana e straniera, hip hop, rock, disco, indie, grunge, classica mentre leggevo libri gialli, romanzi, saggi, poesie.
Ho studiato arte, chimica, robotica e di nuovo arte. Ho bevuto birra, rum e vino bianco.
Sono andata a letto presto e ho fatto l'alba. Ho accolto un nuovo anno ballando, bevendo, camminando, piangendo e facendo l'amore.
Con quello che sono stata, con quello che sono e con quello che sono diventata, potrei andare avanti ore, ma non servirebbe a nulla, mi sa, visto che nella pratica non cambia un tubo. Quando mi sembra di essere accessoriata con i pezzi più giusti qualcosa immancabilmente non va e quasi sempre immancabilmente sono io. Che non so neppure più tornare indietro, a quando ero composta da un solo tipo di musica, di vestito, di acconciatura, di abitudine, di passione, di lavoro e di comportamento. Ora sono un frullato di cose, che goffamente cerca di tirare fuori l'accessorio giusto al momento giusto, affondando con un piede nella neve mentre con una mano aggiusta il cappello di piume e con l'altra controlla il rossetto.
Ci sono giorni che mi sento piena di risorse, di possibilità, giorni in cui credo di essermi creata così mille sbocchi, porte aperte, un'istintiva capacità di stare con le persone e, perché no, innamorarmene. Ci sono altri giorni, come oggi, in cui mi faccio solo una tristezza infinita.



martedì 22 luglio 2014

La cura

"The comfort zone is a behavioural state within which a person operates in an anxiety-neutral condition, using a limited set of behaviours to deliver a steady level of performance, usually without a sense of risk. A person's personality can be described by his or her comfort zones. A comfort zone is a type of mental conditioning that causes a person to create and operate mental boundaries. Such boundaries create an unfounded sense of security. Like inertia, a person who has established a comfort zone in a particular axis of his or her life, will tend to stay within that zone without stepping outside of it. To step outside their comfort zone, a person must experiment with new and different behaviours, and then experience the new and different responses that occur within their environment"
Questa è la definizione che Wikipedia scrive sul concetto di comfort zone.
Se si cerca in rete si trovano un sacco di altri documenti, tipo questo, che mi fa sorridere perché proprio oggi ho fotografato la tartaruga dei vicini, nella sua vaschetta in bilico sul davanzale della finestra, pensando quanto fosse dura pure per lei la giornata.
Oggi è difficile perché non sto bene, complice un ciclo-devasto e il caldo umidiccio, ho la pressione bassa e la mia lotta con la chimica è stata complicatissima fino alle due, quando finalmente ho toccato il letto e mi sono messa in salvo.
Ho aspettato il bus cercando un po' di ombra e tentando di ricacciare in gola la nausea e le lacrime che salivano alla velocità della luce senza alcun motivo.
E allora, sotto un albero polveroso, in mezzo al traffico, alla puzza e al rumore, ho scattato la foto quassù e mi sono chiusa nella mia comfort zone. Se leggo qua e là non sembra essere granché positivo il concetto di zona di conforto, perché viene immediatamente legato all'essere immobili, al non provare, al rinunciare ad apprendere.
Io non lo so, mi sembra di essere più d'accordo con Wikipedia, perché in questi mesi è l'aver trovato un'area protetta che mi ha salvata davvero. Uscire meno, uscire meglio. Parlare meno, parlare bene. Una sorta di introspezione che è stata invece un'uscita importantissima, una specie di appuntamento con me. Questa scelta, arrivata spontaneamente in verità, è stata indispensabile per la cura, io che già ero bravissima ad ascoltare il mio corpo, ho dovuto affinare la tecnica e tenermi d'occhio più del solito. In questi giorni in cui pian piano sto togliendo le rotelle è tutto più complicato e alla terapia dell'ascolto devo aggiungere, ancora più spesso, le altre medicine che da gennaio sto assumendo in dosi massicce:
- cucinare (oggi ho persino preparato la mia prima maionese, e l'unica impazzita, in cucina, ho continuato ad essere solo io!)
- leggere (due libri alla volta, con il progetto delle foto pantonelibronuovo e le recensioni puntuali)
- fare pilates (con più costanza possibile)
- cimentarmi in piccoli lavoretti fai da te (le lampadiyne ne sono un esempio)
- ascoltare musica ogni volta che posso, accostando il genere giusto al momento giusto
- dormire (tanto, spesso, bene)
- mangiare (con qualche sgarro in più ma con molta cura nella preparazione dei piatti)
- pensare (pochissimo, il meno possibile)
- scrivere (con una costanza commovente, che mi rende felice)
- andare oltre (a tutto quello che mi fa male, a tutte le persone che mi feriscono, a volte pure volontariamente)
Quindi, alla faccia delle teorie che vedono la comfort zone come un'area da cui uscire, come una restrizione che impedisce la crescita, io questa zona di conforto ho deciso che la arredo. Allegria.

domenica 8 giugno 2014

Guida rapida agli addii

Quando ho scattato la foto quassù non ho affatto pensato a questa, lo giuro. Però, chissà perché, è andata che ben si accordano e che ben si capiscono. Ho iniziato il libro poco tempo fa e l'ho finito stamattina, sdraiata sotto a questo sole caldo, circondata da fiori, insetti e voci lontane che arrivavano dalla spiaggia.
E' un romanzo bello, che a giudicare dal titolo si potrebbe immaginare doloroso: non è così.
Sì certo, c'è un lutto, c'è una lunga fatica, c'è lo sguardo pietoso, c'è la rabbia, c'è il vuoto, c'è la solitudine, c'è il caos, c'è il silenzio. Ma non è un libro di dolore, è un libro di dignità, un libro di semplicità.
Semplicity Semplicity Semplicity, come diceva il mio amico Thoreau.
E allora, come faccio quasi sempre, lascio parlare un poco direttamente le pagine, chi meglio di loro sa come presentarsi?

"Se ti allontani abbastanza da un avvenimento, è come se si appiattisse, per così dire, si amalgama con il paesaggio circostante"

"Un tempo mi piaceva pensare che quando moriamo scopriamo finalmente il senso della nostra vita. Non avevo mai immaginato che si potesse scoprirlo alla morte di qualcun altro"


"Le persone che non avevano ancora avuto un lutto mi davano l'impressione di non essere davvero adulte"

Ci sono i brani di cui ho già scritto qui e ci sono le sensazioni che ognuno si scoprirà a riconoscere senza alcun dubbio tra quelle legate ad una perdita e sepolte per difesa in fondo al cuore.

E poi c'è l'ultima frase, nelle ultime righe, dell'ultima pagina, ma quella non la rivelerò, vale la pena leggerlo tutto e ritrovarsi nelle discussioni di coppia, così ripetitive e così inutili, rivedersi tra gli scaffali vuoti e profumati di vernice fresca, sedersi in giardino a guardare l'erba che si bagna contro luce, camminare per le strade della città sperando di rivedere il volto amato tra quelli del resto del mondo.



domenica 1 giugno 2014

In my mind

Su questo scoglio non sto molto comoda.
Sono una donna da ciottoli io: la sabbia si infila dappertutto e la roccia è troppo dura.
Però oggi c'è il sole senza fare caldo, io sono riposata nonostante la notte quasi bianca e domani sarà un bel due giugno di prati, amici e tranquillità.
Contro ogni (stupida) tradizione personale ho fatto il bagno, il primo della stagione, lontano dalla mia spiaggia. Troppi scogli per nuotare, è bastata una "puccia" veloce per lavare via il sudore e sapere di sale. Di fronte a me c'è un ragazzo magro con gli occhi azzurri che ha paura delle lucertole, dietro invece c'è una coppia che legge all'ombra, abbracciata.
Anche io ho un libro, Guida rapida agli addii, e tra le pagine ritrovo passaggi che sono già stati nei miei pensieri:
"La lettura è la prima cosa che si perde" diceva mia madre, intendendo che era un lusso cui il cervello nei momenti difficili rinunciava. Sosteneva di non essere riuscita a prendere in mano niente di più impegnativo del giornale dopo la morte di mio padre.
Proprio come succede a me quando vado in crisi.
Non ho pranzato, piglierò un gelato grande sulla via del ritorno, quando percorrendo la passeggiata ripenserò allo spettacolo che ieri sera ho visto a teatro. Si intitolava (S)legati e raccontava la storia di Simpson e Yates. Io quella storia già la conoscevo, impossibile stare con Andrea e non conoscerla. Come impossibile è stato assistere allo spettacolo e non pensare a quei passi familiari davanti ai miei, quei passi ora lontani che tornano da me solo di notte, o che spuntano all'improvviso davanti alla copertina di un libro, all'annuncio di un concerto, alla foto di una vetta pubblicata sul giornale.
Tra un paio di settimane parto per San Sepolcro, mi hanno presa per il corso intensivo a cui avevo provato a iscrivermi. Comunque andrà mi sarò tolta da qui e avrò continuato ad alimentare la serenità che sto costruendo ogni giorno, lasciando perdere tutto e scegliendo me ogni volta che posso.
Non è facile, è innaturale e a volte mi pare persino disumano, ma che posso farci, funziona così dicono. Stare bene da soli si può e si deve e io, ahimè, sto finendo dritta dritta nel posto che pensavo, quello in cui non c'è più spazio per niente e per nessuno, quello in cui faccio tutto ciò che occorre, sorrido alla vita e alle fortune che ho, lascio passare i giorni così "i momenti più recenti possono sembrare molto, molto lontani".
Finalmente ci sono arrivata, no?
Non resta che farsi una doccia per togliere il sale e andare in turno, canticchiando questa meravigliosa canzone di cui ormai non posso proprio più fare a meno (video compreso), grazie Cindy!

venerdì 16 maggio 2014

Sottobosco

Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Mi mal dispongo? Mal dispongo gli altri?
Forse la prima. Forse la seconda. Probabilmente entrambe.
A me la parola sottobosco piace, anzi, mi piace proprio il sottobosco in generale. Il rumore delle foglie secche quando le calpesti in una passeggiata di autunno, l'odore della terra umida dopo un poco di pioggia, il colore verde scuro così intenso e vivo, la morbidezza dei cuscini di muschio che sembrano velluto sotto i polpastrelli, i funghi che spuntano qua e là tra le rocce fredde, gli insetti che camminano svelti e si nascondono in un attimo, i rami che fanno crack sotto il peso di un passo.
Quindi le parole sottobosco e negativo per me insieme non stanno bene, anzi non stanno proprio.
Ieri ho ritirato le lenzuola stese e sono uscita, quando sono rientrata a casa e ho cominciato a piegare il bucato la stoffa era ancora tiepida di sole. Lo avrei urlato al mondo. In camera c'era odore di caldo, di aria tiepida, di vento, di Tramontana e io non avevo nessuno lì vicino a me a cui far toccare quel cotone bianco e pulito.
Ho rifatto il letto con le stesse lenzuola e ho dormito dentro a quel piccolo pomeriggio di fine primavera. Ho dormito bene.
Ieri ho lavato tre bottigliette di ginger ale, le ho decorate con un washi tape a quadretti verdi e le ho legate insieme con un po' di rafia. Nei vasetti ho infilato delle calle fresche. Ora stanno sul tavolo, in cucina e sono belli.
Ieri ho scritto una lettera di motivazione per entrare in una scuola estiva, l'ho scritta a matita su un piccolo quaderno verde, avvolta dalla luce e circondata da righe azzurre, mentre un gruppo di bambini in mutande dipingeva con le tempere da dita.
Ieri ho comprato un vaso di margherite per un'amica che compieva gli anni, non avevo carta da regalo e l'ho avvolto nella velina con cui vengono ricoperte le arance di Sicilia, un po' di spago bianco e il pacchetto era pronto. Era buffo. Era carino.
Ieri ho camminato un sacco, sono arrivata nella piazza piena di magnolie, sono entrata nella piccola stanza che sa sempre di fumo e poi, quando la porta bianca si è aperta mi sono seduta sulla poltrona arancione. Come tutti i giovedì pomeriggio.
Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Oggi il tempo è peggiorato, non c'è più quell'aria calda che ieri intiepidiva le lenzuola, né la luce che illuminava il mio quadernino verde.
Oggi pomeriggio mi chiuderò nella camera del microscopio e poi mi ingegnerò per recuperare l'ennesima cosa volata dalla finestra e caduta nel giardino sotto casa. E' la federa bianca della nonna, quella con le iniziali ricamate, non voglio che resti immersa nella terra quando comincerà a piovere.
Non sono una persona semplice, questo io lo so.
O forse lo sono troppo e così è più facile e divertente prendersi gioco di me e del mio sottobosco.





lunedì 21 ottobre 2013

Un gatto che miagola

Oggi è iniziata con un gatto che miagola.
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)

domenica 11 agosto 2013

Storia di Alì

Alì è un piccione, ma non un piccione qualsiasi: Alì è un piccione viaggiatore.
All'inizio dell'estate il suo proprietario lo ha regalato ad un amico, un colombofilo come lui che partecipa alle gare da poco e sta cercando di incrementare la sua piccola colombaia.
All'inizio di questa storia Alì non si chiama Alì, ha un altro nome che nessuno sa, forse Alì è addirittura una femmina, la sua testina aggraziata e lo sguardo delicato si addicono di più a una giovane colomba, in effetti.
Il giorno del viaggio Alì non è in forma, ha un sacco di pensieri e non si sente pronto, deve volare fino alla Francia ma non ha capito dove, teme il vento, teme il mare, teme gli altri uccelli, teme i colombi come lui che lo attendono all'arrivo.
Alì parte stanco e si scoraggia quasi subito, prova a farsi forza, a stendere bene le ali, a bilanciarsi con la coda, a sgombrare la testa dalle preoccupazioni: "Tieni duro", pensa, "Arriverai prima di quando te lo aspetti, quante volte pensavi di non farcela e invece la meta era già così vicina, gli altri piccioni così simpatici, l'acqua così fresca e le granaglie così buone!". Ma l'istinto di Alì ha ragione, non è un bel giorno per volare, il vento che gira all'improvviso, la stanchezza già troppo pesante ancora prima di partire, le nuvole basse: "Non ce la faccio", pensa, "Devo fermarmi, o quando lo farò sarà troppo tardi e finirò dritto nella bocca di un gatto o sotto le ruote di un'auto sulla camionale".
Attorno a lui solo tetti, antenne, pali della luce, terrazzi, ringhiere e corde del bucato, le finestre sono tutte chiuse, alcune hanno addirittura le imposte serrate, ma è agosto e le città si svuotano per le ferie. Deve resistere ancora un poco Alì, deve cercare di raggiungere la campagna e magari, se è fortunato, riesce ad incontrare una colombaia dove fermarsi qualche ora, qualche giorno. Ricorda di un suo compagno l'anno prima, che in occasione di una gara era stato ritrovato una settimana dopo da una famiglia gentile, era stato rifocillato, fatto visitare addirittura da un dottore, fino a che il loro padrone aveva preso la jeep, caricato la gabbia sul retro ed era andato a riprenderlo, sbuffando e lamentandosi più per la brutta figura fatta con i colleghi in gara che per per il disturbo.
Mentre si perde tra i pensieri e si lascia un poco trasportare dal vento Alì entra in un bosco, i rami sono fitti, non si vede quasi nulla e volare diventa difficile. Prova a scendere, saltella qua e là, becca qualche seme posato sulla terra calda, sale su un tronco abbattuto e si riposa..."Solo un poco" si dice, "Solo il tempo di ritrovare le forze".
Quando si sveglia è quasi buio, occorre rimettersi subito in viaggio se si vuole raggiungere un villaggio dove trovare riparo. Saldo sulle zampe inanellate Alì spicca il volo, attraversa il fogliame estivo, sente un ramo graffiargli forte l'ala sinistra, ma stringe il becco ed esce dal bosco, c'è un po' di vento, a favore finalmente, e seguire l'aria è facile come fare una discesa sullo scivolo. Dopo una mezz'ora di volo tranquillo, dietro una collina, in fondo alla gola, Alì vede delle luci: "Che ore saranno?", forse le nove di sera, forse ancora più tardi, il cielo è ancora chiaro, ma i lampioni illuminano già le strette strade del borgo di mare.
Alì si sente sollevato: un paese di campagna, con poche case, tanto verde, qualche orto e sicuramente qualcuno disposto a lasciarlo riposare, magari anche ad accudirlo, a parlargli, a controllargli quella ferita sull'ala che comincia a fargli davvero male.
Scende in picchiata verso le case e si ferma su un grande tetto rosso, lì le finestre sono tutte chiuse, c'è un giardino curato, qualche albero tagliato da poco e tanto prezioso silenzio. Il piccolo palazzo di fronte, invece, è decisamente abitato, tre giardini vivi, con il bucato che sbatte al vento della sera, i gatti che sonnecchiano sui tavoli di plastica, una signora che chiama il marito nell'orto. E poi, le finestre sono quasi tutte illuminate.
Alì riflette, non sa cosa sia giusto fare, è la prima volta che si perde, è la prima volta che ha bisogno di aiuto. Dopo qualche minuto prende coraggio, apre le ali, prova a stirare con cautela quella sinistra e punta la finestra più in alto, da cui proviene una fioca luce blu, intermittente, delicata, deve essere un televisore acceso.
Scende piano sul davanzale, cercando di non fare rumore, con discrezione sbircia dentro e sul divano vede una signora anziana, che guarda le immagini scorrere sullo schermo ma sembra assorta in altri pensieri, più lontani e più importanti di quello sceneggiato estivo. Incuriosito e ormai carico di coraggio Alì decide di spostarsi sulla finestra accanto, dall'appartamento escono voci piccole, chiacchiere adulte, musiche in rima e battiti di mani. Appena le sue zampe toccano l'ardesia ancora tiepida quattro occhi lo osservano sbigottiti: "Nonna nonna! Guarda!". Due bimbi seduti sulla medesima poltrona lo stanno indicando tutti eccitati, una signora si avvicina piano piano alla finestra mentre un uomo, assorto nella lettura del giornale, alza appena lo sguardo dal quotidiano disteso sul tavolo.
Sono tutti indaffarati là dentro, chi prova a chiamarlo con il verso che si usa per attirare i gatti, chi si alza sulla punta dei piedi per guardarlo meglio, chi ipotizza ferite e malattie osservando la sua ala malconcia. Dopo poco la signora sparisce e ritorna accompagnata da altre due donne, una invoca il ragù di piccione guardandolo però con dolcezza tra i riccioli tagliati corti, l'altra si confronta con la padrona di casa sul significato di piccione viaggiatore, facendolo sentire importante e prezioso.
E' ormai notte, c'è troppo interesse in quel posto, rimanere lì significa rischiare di farsi prendere, la finestra dell'anziana signora sembra essere più tranquilla: Alì spicca il volo e atterra poco più in là. Ora la donna è in piedi, la televisione è spenta, lentamente cammina in soggiorno tenendo una mano sulla schiena del divanno, come se fosse una robusta ringhiera immaginaria. Improvvisamente lo vede e, con grande stupore del colombo, gli parla. Lo ringrazia di essere venuto, si rivolge a qualcuno che però in casa Alì non vede, sembra commuoversi perfino e, sempre lentamente, si allontana verso una stanza buia, lasciandolo tranquillo sul davanzale. Prima di sparire dietro a una porta semichiusa, una mano delicata spegne l'ultima luce.
Cicale, uccelli, rumore di auto in manovra, urla lontane di giovani al mare, rombi di motoseghe in azione, persiane che si aprono...Alì tira fuori il becco dalle piume del dorso, spalanca gli occhi e, d'istinto, spicca il volo: "Che ore sono?", "Dove mi trovo?". In pochi secondi atterra pesante sul tetto rosso, il primo incontrato al suo arrivo e si guarda intorno, improvvisamente ricorda la luce blu del televisore, le piccole dita di bimbo che lo puntano, gli occhi benevoli della ragazza con i capelli corti.
L'ala sinistra è ancora dolorante, aprirla e chiuderla con calma gli dà un po' di sollievo, ha fame e sete, deve capire cosa ha intorno e dove può recuperare del cibo. Spicca il volo nel pieno sole del mattino, supera la casa color salmone, si avvicina a quella gialla e si posa su un filo elettrico: campi coltivati, orti abbandonati, prati, terrazzi, boschi. In una casa lontana, lasciata al lavoro instancabile del tempo, vede una vecchia colombaia vuota: "Chissà quanti piccioni ha ospitato", pensa. Riaperte le ali e ripreso il volo Alì torna verso il mare, ma questa volta cambia finestra, scende di un piano e si ferma oltre una sottile zanzariera tirata. E' mattina presto, in casa tutto è immobile, la luce è forte ma il caldo è sopportabile, fermarsi lì può essere una buona idea; improvvisamente, alle sue spalle, uno strano verso lo insulta, un misto tra un miagolio isterico e un gorgheggio da neonato arriva dal pavimento e lo investe completamente. E' un gatto, una gatta forse, bianca, sporca, decisamente poco aggraziata, che lo punta nervosa e sbatte la coda nera con frenesia e preoccupazione. In pochi secondi arrivano le due donne della sera precedente, quella esperta in colombi e quella che si limita a guardarlo, è proprio lei ad aprire la zanzariera con una piccola scatola di cartone in mano terrorizzandolo a morte. Il tetto rosso continua, per tutto il giorno, ad essere il suo rifugio, da lì Alì spicca il volo spesso, si posa sul palo, sulle tegole delle case vicine, sul parapetto di un terrazzo assolato dove la ragazza con i capelli mossi gli allunga qualcosa da mangiare, un mucchietto di palline gialle, probabilmente uno strano e poco soddisfacente cibo straniero, che mangerebbe pure se non fosse continuamente insultato da quella stupida gatta bianca. Il sole tramonta, si alza un po' di vento, la signora anziana gli rivolge parole dolci e domande su persone che lui mica conosce, i bimbi battono le mani, gli adulti guardano l'anello che gli stringe la zampa sinistra e stanno al telefono a dire numeri per ore e lui pensa, dopotutto, che rimanere lì potrebbe anche essere un'idea. Chissà perché poi, in quel posto, lo chiamano Alì.



domenica 4 agosto 2013

Perdonami se ti cerco


Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.
E’ che da te voglio estrarre il tuo migliore tu.

Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo e tenerlo in alto
come trattiene l’albero l’ultima luce che gli viene dal sole.

E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo, alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa da te a te.

E allora al mio amore risponda
la creatura nuova che tu eri.


Pedro Salinas

giovedì 25 aprile 2013

Libere promesse

Domani è il 25 aprile, Festa della Liberazione.
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/

lunedì 15 aprile 2013

Quei momenti che ricorderai

Sono giorni strani, che scorrono lenti, come un magma tiepido e viscoso che scende dal pendio e ricopre tutto. Sassi, rami secchi, piccoli ciuffi d'erba, bruchi, fiorellini gialli, cespugli spelacchiati.
E' arrivato il caldo, il "mio" caldo.
Ieri, unica volta nella vita, ho tradito il mare di ponente e ho raggiunto i primi scogli disponibili ad est dell'albero.
C'erano un sacco di persone, c'era molta luce, c'erano gelati, colori fluorescenti, bancarelle, bandiere e amiche che leggevano assopite. Ieri, come avantieri, la giornata è trascorsa lenta. Sabato nella solitudine del porto, domenica nel caos della riviera, ho cercato il mio sole e il mio cuore. Li ho trovati entrambi.
Un vestito arrotolato in vita per scoprire un poco le braccia, i jeans infilati nello zaino a far da cuscino, i piedi nudi, gli occhiali scuri, il muccetto e un libro sul finire. Di quelle letture che fanno male come poche, che descrivono i tuoi atteggiamenti di una vita e smontano dinamiche che sai già dovevi distruggere prima.
Frittata e avanzi di Circolo per pranzo, crema solare spalmata troppo tardi, minuti che sembrano ore, pensieri che si rincorrono senza sostituirsi mai l'uno all'altro. Così, enormi cumuli di ricordi, sempre più alti e solidi, ondeggiano davanti al mare.
Su questo treno partito da Milano, in ritardo e lento come tutto il resto, si avvicina il tramonto mentre scrivo a mano su un foglio strappato a caso.
Davanti a me una ragazza legge "Nel segno della pecora" di Murakami, poco più in là un uomo legge "Educazione Siberiana". La montagna di ricordi si alza e ricomincia ad ondeggiare.
Ci sono istanti, quando le giornate si dilatano così tanto, che arrivano veloci e bloccano il tempo per un attimo, dando il senso alle ore, mettendo un accento.
Ieri quell'insegna dal nome che non ricordo incontrata tornando a piedi, qualche giorno fa un cane che abbaia lontano fermando un cattivo pensiero arrivato sul divano, sabato la collana perenne comprata per onorare il rito, ora il ticchettio nervoso delle dita sulla tastiera di un pc mentre le sagome nere degli alberi scorrono fuori dal finestrino.
Come sempre.

lunedì 18 marzo 2013

Macchina drogata

[Potrebbe essere utile leggere questo post ascoltando l'album The Idler Wheel is wiser than the Driver of the Screw, and Whipping Cords will serve you more than Ropes will ever do di Fiona Apple, l'ho fatto casualmente mentre lo scrivevo ed è perfetto per creare la tensione necessaria a capire il mio sonno]


Ho dormito tanto, mi sono svegliata per il caldo, avevo mille gocce di sudore in mezzo ai seni.
Sogni di un'angoscia lontana, come non mi accadeva da tempo, così pieni di significato da non dimenticarli nemmeno dopo un po'.
Come spesso mi accade i sogni sono stati un'appendice della realtà, quella che stavo vivendo un attimo prima di dormire.
E quindi il bucato è sparso per la casa, non più in lavatrice dove l'avevo lasciato. I calzini che credevo puliti puzzano e i reggiseni che avevo sistemato nella scatola sono invece umidi, in un angolo del salotto. Che succede? C'è qualcuno in cucina? Devo uscire.
Perché giù nel vicolo qualcosa non va? Perché mi fanno male i piedi? Li guardo quei piedi e le scarpe non sono le mie...io non ho stivaletti bordeaux a punta, non porto il 39, quelle scarpe non sono le mie...ma io sono io?
Torno indietro, mi serve uno specchio, ma non riesco a camminare...salto. Salto scoordinata, sgraziata, come una goffa bimba felice. Dietro di me tante voci, c'è un'operatrice della TV con una telecamera, che racconta agli spettatori questo angolo di Genova, con lei almeno venti persone con i microfoni, di quelli lunghi e pelosi, che si drizzano verso le finestre e captano tutto.
Ok, ragione di più per chiudermi in casa e controllare di essere veramente io. Oddio, ho preso le chiavi? Sì ce l'ho. Pfiu.
Ma non girano nella toppa, non aprono il portoncino verde. Perchè? Perché il portoncino non è verde, non è casa mia questa. Dove sono?
Il posto lo conosco, sembra quello dove ho passato gli anni della mia adolescenza, sempre vicoli stretti ma lontano da qui. Devo trovare casa, devo camminare.
Un signore anziano si offre di aiutarmi, mi dice che non ci conosciamo ma che in fondo io so chi è lui, mi tocca e si scusa, forse la mia casa l'ha spostata lui per sbaglio l'altra sera. Devo continuare a cercare, magari se passo dalla piazza mi oriento meglio. Ma come sono vestita? Dove sono finiti gli stivaletti? Perchè indosso una salopette con i pantaloni corti e le Superga verde acqua di quando ero bambina? Ho la calza elastica sul polpaccio sinistro, non posso essere piccola, sto anche fumando una sigaretta.
Infilo Vico Parodi automaticamente, come a quindici anni, sulla mia sinistra due vecchi amici bevono una birra, ma ho fretta e fingo di non vederli. A metà della strada buia e puzzolente alzo gli occhi e vedo due persiane socchiuse, incastrate tra gli scuri una di fronte all'altra ci sono due foto. Mio padre e Io. Li ho messe lì io quelle fotografie? Non ricordo. Perché lui è senza barba e ha il naso a punta? Sembra quella lapide che ho visto al Verano l'altro giorno. Io sorrido e ho gli occhi spalancati, porto il grembiule dell'asilo con il mio nome ricamato sul colletto. Rivoglio quelle foto, ma non posso suonare alle porte adesso, prima devo trovare casa mia.
Ricomincio a camminare verso la stazione, ci sono delle signore che parlano e una dice all'altra che deve trovarsi un compagno più bello, non come l'ultimo che era brutto e sgradevole. Ma la sua amica non vuole, preferisce stare da sola. Proseguo oltre, sono quasi in stazione, qui c'era il veterinario dove venivo da piccola con il siamese. Ma sono a venti chilometri da casa, come farò a trovare il portoncino verde così lontano? Ho caldo e ho fretta. Ho caldissimo. Un treno fischia.
Mi sveglio.
Non ho più trovato casa mia.

P.S. Il titolo si riferisce ad un'opera di Vincenzo Agnetti, vista questa mattina nei depositi del museo di arte contemporanea della mia città. Questo lavoro mi ha colpita molto, mi ha commossa. Chissà che, in qualche modo, lavorando in profondità, non abbia condizionato il mio sonno.

lunedì 20 agosto 2012

Fichi neri a colazione

E' mattina e ho pochissimo tempo per questo post.
Tra quindici minuti devo entrare al lavoro, cinque ore oggi, spero. Poi di corsa all'Albero della Coccagna a vedere come vanno i lavori e poi di nuovo a casa per cercare di dormire. Ho fatto colazione con i fichi neri e pensato a mio padre tutto il tempo. Immaginavo che questo lunedì non sarebbe stato semplice, un po' per il mal di testa incessante da giorni, un po' per il fine settimana impegnativo appena trascorso, un po' per i giorni di lavoro-scrittura articolo-lavoro-scrittura articolo-ufficio-lavoro-scrittura articolo che mi si prospettano. Non ci sono isole felici, nè tra poco nè tra tanto tempo. Mi sento circondata da persone che non capisco, che detengono o pretendono di detenere diritti sulle scelte altrui (le mie per esempio) che nemmeno mia madre si permette di accampare.
Non ho tempo per scrivere il blog perché la mia concentrazione è assorbita dalla consegna del pezzo per l'editore, non ho tempo di pensare a me perché gli altri vengono prima. L'unica cosa che mi riesce sempre bene è essere felice per la gioia di chi amo, è scorgere la contentezza negli occhi tagliati con l'ascia per una nuova partenza piena di emozioni, è prendermi le mie responsabilità e chiudermi in un locale in pieno agosto, con un caldo micidiale, per accontentare tutti e guadagnare qualcosa che mi eviti il peso totale sulle finanze di mamma.
Io però dove sono?
Per fortuna mi restano i fichi neri a colazione.

sabato 4 agosto 2012

Disintossicazione profonda

Primo post di Agosto, di un Agosto che si preannuncia caldissimo.
Io ho bisogno di disintossicarmi. Da cosa? Dal veleno che mi riempie, che scorre dalla punta dei miei piedi alla cima dei miei capelli. Da dove arrivi non lo so, o meglio posso immaginarlo, come si combatta mi è completamente ignoto.
Ignoto era anche il titolo della mia tesina di maturità, avrei dovuto già allora capire che non sarei stata una ragazza lieve. Non ricordo quasi nulla degli argomenti che avevo tentato di collegare nelle varie materie, so che per storia avevo parlato dei campi di concentramento come di un posto che nessuno conosceva prima di finirci, avevo portato il concetto di entropia per cercare di agganciare anche fisica, e avevo introdotto le teorie sui buchi neri per scienze.
Credo che in questi giorni potrei tranquillamente ridare l'esame di maturità con il massimo dei voti: non c'è quasi nessun campo in cui abbia una vaga idea di quello che mi aspetti. Il lavoro di cui non mi va di scrivere nulla, la mia salute che pare discreta fino a che non mi guardo allo specchio e vedo il mio trapezio sinistro più alto del destro di almeno tre centimentri o non osservo il cielo e con lui i fili neri che mi passano davanti gli occhi, la salute di mia mamma che è al centro dei miei pensieri in quanto non propriamente buona, la condizione della casa che procede con mille dubbi, ripensamenti, insicurezze, paure.
Non ci sarebbe nulla di particolarmente strano se non vivessi questa situazione con una sorta di rabbia perennemente incastrata tra i denti, che poi non viene sempre fuori come rabbia, ma piuttosto come veleno serpeggiante, sottoforma di risposte acide, preoccupazioni eccessive, insonnie notturne, aggressioni estemporanee.
Qualcosa mi aiuta, per esempio camminare (del resto il medico che me lo ha prescritto lo ha fatto nella speranza che mi servisse ad eliminare le perfide tossine post virus), oppure leggere perché mi immedesimo nelle vite di altri o mi limito a seguire le difficoltà altrui accantonando le mie.
In questa giornata fatta di mega negozi di mobili pieni gente e aria condizionata improponibile, sono riuscita a ritagliarmi un momento per infilare le scarpe da running e le cuffie e uscire con il sole che tramontava, per scrivere un articolo, per bermi una Moretti e, a brevissimo, per leggere un po'.
Notte.

domenica 17 giugno 2012

Giornogiallo, ovvero l'elicriso mi salverà.

Qualche giorno fa è stato un giornogiallo. Anche oggi un po' lo è, ma molto meno.
Sto lavorando assai, nel modo giusto, con i tempi e gli incastri giusti, con l'affanno ma non troppo, con quell'ansia calibrata che ti fa stare sul pezzo senza farti venire un infarto.
Week end di sole dopo mesi di fine settimana piovosi, grigi, freddi e chi più ne ha più ne metta. Io qui nel mio giardino incantato ho infilato il costume al primo raggio, spalmato quintali di crema protettiva, stimolante, schermante e abbronzante e mi sono sdraiata sul cuscino a righe gialle. Prima però ho portato a termine compiti di figlia, allieva, collega, ho spazzolato il gatto, ho controllato le e-mail, ho scattato questa foto, ho guardato le amarene mature, una mucca bianca mangiare pitosfori e un capriolo saltare sul prato. Due giorni di sole, due libri iniziati e finiti, uno bello e uno no; o forse era bello anche il secondo, ma quando il mio cuore vuole staccare dai pensieri negativi, anche pagine pesanti e piene di riflessioni dolorose subiscono la via veloce del rigetto e vengono espulse dalla mia testa stranamente ottimista.
Ci sono riflessioni sul mio passato e sul mio continuo riproporre schemi e meccanismi che ritornano anche di notte, provo a non pensarci ma stanno lì in un angolo e alla prima buona occasione saltano fuori come il pupazzo con le molle dalla scatola colorata.
So dove si rintanano e lì provo a lasciarle, è un dato di fatto e i motivi per cui ci sia sempre da nascondere qualcosa di me ancora non li ho capiti.
Per il resto sono giornigialli appunto, sono giorni di elicriso profumato e bellissimo che mi stuzzica il naso mentre leggo a pancia sotto, che ospita animaletti metallici e cimici mimetiche, che dondola al vento con i suoi ombrelli discreti e violentissimi al tempo stesso, che visto da lontano è una macchia di estate avvolta dall'argento delle sue foglie. L'elicriso sa di liquirizia, di infanzia e di serenità, l'elicriso mi salverà dai cattivi pensieri e mi aiuterà a seguire le cure dell'ultimo, gentilissimo medico che mi ha detto di correre, di non assillarmi con troppe difficoltà, di buttare fuori tossine e prendermi cura dei miei muscoli, di combattere il malefico virus e proibire al resto del mondo di farmi del male. A cominciare da me stessa.
Buongiornogiallo anche a lei, dottore.

mercoledì 7 luglio 2010

Hot!


Non è un post a luci rosse.
Anche se in effetti sono nuda... non mentre scrivo, ma lo ero nella nottata di cui scrivo.
Ieri notte, una tortura cinese...Ho "dormito" dalle 4.30 alle 7.00. Causa temperatura improponibile.
Ho provato di tutto, vestita, nuda, semi-vestita, sul soppalco, sotto al soppalco, sul futon, sul pavimento, sdraiata, seduta, con ventilatore acceso su 1, su 2, su 3, con ventilatore spento.
Ho anche ucciso tre zanzare, prima però mi hanno succhiato il sangue, sotto alle ascelle (non credevo fosse possibile, ma lo è. Ahimè)
Mi è anche venuto un pò da piangere, ma ho resistito. Ho pensato guardo la tv ma non ne avevo voglia, mi attacco a internet ma non ho ancora (dopo mesi ormai...) la connessione, dormo in terrazzo ma temevo di essere divorata dai gabbiani, esco a farmi un giro ma non credo che avrei trovato molta campagnia.
Alla fine, con gli occhi iniettati di sangue, sudata marcia, sono scesa dalla tana, mi sono sdraiata per metà sul futon e la metà che non ci stava (le gambe dal ginocchio in giù) l'ho appoggiata allo sgabello giallo di Luca.
Senza cuscini, sotto alla finestra, col ventilatore acceso e il mal di pancia.
Ho ascoltato i ragazzi litigare sotto al volto, i cani abbaiare, i pappagalli (???) riproporre continuamente il loro verso molestissimo, le auto correre in Sopraelevata e poi mi sono assopita. Ho dormito, un poco...e mentre mi stavo rilassando, è suonata la sveglia.
Il resto della giornata è stato confuso, in ufficio stordita, la testa che girava, le budelle attorcigliate, le gambe molle. Così dopo pranzo (circa mezzo chilo di insalata) sono saltata su un treno e sono fuggita, da mammà...che bambocciona...
Però qui c'è fresco, c'è la mia gatta, c'è un letto comodo e non ci sono pappagalli.
Adesso, vista l'ora, Buonanotte.