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sabato 26 marzo 2016

Cronache Pasquali


Una settimana da incubo che sta finendo, tanta voglia di scrivere un post facile, senza troppi pesi e fatiche, senza troppa attenzione a forma e contenuti, pieno di bellezza o, banalmente, di semplicità.
Il modo migliore, in questi casi, è sempre l'elenco.
Per non fare torto a niente e a nessuno, scriverò la mia lista di esperienze settimanali in rigoroso ordine di comparsa, esattamente così come le cose mi sono capitate.

1. Ho organizzato la tradizionale festa di Primavera sull'Albero. Mi sono divertita, ho cucinato, ho comprato un mazzo di tulipani arancioni e ho giocato con i piccoli nuovi arrivati del gruppo.

2. Ho fatto lezione alla mia mini classe universitaria camminando tra le tombe di Staglieno, spiegando la differenza tra una crosta nera e una patina algale, mostrando i danni del tempo su una statua di marmo esposta alla pioggia, allenando gli occhi di queste ragazze a guardare il contesto. Perché è sempre il contesto che decide le regole.

3. Dopo una notizia che mi ha gettata nel panico ho corso. Ho corso un sacco anche facendo le scalette del parco, ho corso sulle spirali disegnate per terra, ho corso davanti al mare, ho corso tra file di camelie striate.

4. In una mattina difficile ho ricevuto un regalo arrivato con il postino (il genere di regali che preferisco). Questa piccola spilla e la lettera che l'accompagnava sono state un raggio di sole, una coincidenza inaspettata, un momento di speranza che mi serviva moltissimo.

5. Ho accompagnato mamma a fare una visita medica importante, che ci ha tolto un dubbio terribile, così terribile che devo riprendermi ancora adesso.

6. Mi sono comprata una gonna pantalone nel mio negozio vintage del cuore, perché di gonne pantalone, specie se lunghe, ariose, di colori pastello, non se ne hanno mai abbastanza [e poi con i miei Pescura Corallo è perfetta!]

7. Ho mangiato dei pizzoccheri al pesto siciliano, ma anche dello stoccafisso accomodato, ho bevuto vino bianco, vino rosso e persino coca cola.

8. Ho visto un meraviglioso film al cinema e mi ci voleva, le ultime volte ero rimasta così delusa...

9. Ho fatto una gita bella, nei posti dove sono cresciuta dai dodici anni in poi e nei posti dove invece sono nata e ho trascorso la mia infanzia. Non sapevo come avrei reagito nel rivedere la magnolia con le foglie lucide, i leoni di marmo che ho cavalcato così tante volte, le due palme che non c'entravano proprio nulla, il sentiero accanto al fiume. [per inciso, credo di aver reagito bene]

12. Ho mangiato la focaccia con le cipolle sulla spiaggia.

10. Ho visto un capriolo col culo bianco.

11. Sono andata a trovare mio padre.

12. Ho guardato il mare diventare accecante sotto al sole della sera.

13. Ho scoperto Agata arrotolata dentro al piumone di mamma.

14. Ho ritrovato i miei amati boccoli, persi chissà quando e chissà dove.

15. Ho raccolto tutti i pensieri più belli e li ho stretti a me.

domenica 23 agosto 2015

"Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme"

Le "vacanze per me non sono ancora terminate, in verità.
Credo di rientrare ufficialmente al lavoro dal primo settembre, credo perché non lo so. Vedremo.
Tuttavia, anche se le ferie non sono finite, nella mia testa è tempo di tornare, è ora di riprendere in mano qualche filo semi abbandonato e di risalire sulla giostra degli impegni, delle scadenze, delle mail da inviare, degli appuntamenti da rispettare.

Credo che avere una settimana di tempo per abituarmi all'idea sia un grande lusso, e intendo onorare questa fortuna nel migliore dei modi: alternando un po' di lavoro da casa a un tuffo, una corsa, un film, una cena fuori.
A proposito di film, qualche sera fa ho visto La prima neve, di Segre. Lo volevo guardare da tempo, ne avevo sentito parlare bene e non ero riuscita ad andare alla proiezione organizzata a teatro.
Mi è piaciuto tantissimo.
Per mille ragioni, comprese colonna sonora e ambientazione.
La prima neve è un film semplice che si avventura lungo percorsi complicatissimi, strade di dolore, sofferenza, morte, abbandono, ma anche speranza, bellezza, vita, tranquillità, rispetto. Cammina lungo sentieri che entrano nei boschi dell'anima (e del Trentino).
I dialoghi, pochi, ti sferzano un momento sì e l'altro pure. Una frase su tutte (per me LA FRASE) è quella che ho scelto per il titolo del post "Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme". E' proprio così che la penso anche io, da sempre, Segre lo ha "solo" detto al mio posto, spiegando a parole, con una dolcezza infinita, una mia eterna convinzione. E' quello che intendo quando sento la mancanza fisica dei boschi, dei sentieri, dell'erba e dei sassi. E' per questo che quando cammino spero sempre di vedere un animaletto e mi fermo ad annusare qualsiasi cosa.

Lo faccio per cercare il mio odore. Lo faccio per cercare me stessa in mezzo a tutto il resto. Il mio posto nel mondo.


Uno spazio che in queste vacanze ho trovato tante volte, molto più spesso di quanto mi sia capitato in passato, ma, soprattutto, in luoghi nuovi, in circostanze inaspettate, non solo tra gli alberi, non solo nel silenzio del verde.
Per esempio ho sentito il mio odore correndo: c'è un punto preciso che incontro dopo un paio di chilometri da casa di mamma, lì si ferma spesso una coppia di cormorani e lì, probabilmente complici tutte le belle sostanze che il mio corpo sotto sforzo comincia a sprigionare, mi ritrovo così tanto che credo potrei correre all'infinito. E mi scappa, ogni volta, da ridere forte.

Ho sentito il mio odore mangiando un piatto di pomodori, durante un pic nic di quasi pioggia, accanto ad un albero di ginkgo biloba. Quando ho visto i suoi ventagli verdi e gialli sparsi qua e là ho sentito di essere nel posto giusto. Ora le foglie stanno nella mia pressa di noce, perché le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme.

Non è mistero che io abbia preso peso. Cinque o sei chili più del dovuto, dieci più del passato. Non mi fa piacere ma non li perdo, non rinuncio abbastanza al cibo perché possa dimagrire e l'attività fisica che pratico più o meno costantemente a quanto pare non è sufficiente. Però l'altra sera ho indossato, per dormire, una vecchia sottoveste di mamma o addirittura di nonna e le mie nuove forme morbide l'hanno riempita bene, senza sparirci dentro, senza svilirne i pizzi, senza farmi somigliare ad un appendiabiti. Ora io e quella sottoveste abbiamo finalmente lo stesso odore.

Quando ho comprato i sandali di gomma non pensavo mi sarebbero serviti per trovarmi. E invece, una mattina tra granchi, scogli e meduse, ho camminato su un tappeto di alghe indossando la maschera, senza curarmi del sole che mi bruciava le spalle, della fame, della cellulite, delle cose che non vanno come vorrei. Appena ho sentito quei ciuffi marroni solleticarmi i piedi e ho visto i primi pesci sfrecciarmi davanti al naso, mi sono ricordata che anche il mare ha il mio stesso odore.

Sto scrivendo questo post a mano, con la biro, su un blocco a quadretti e fuori piove. Potrei continuare, potrei smettere. Smetto con un link a un nuovo progetto fotografico, che ho in mente da molto, ma che ho messo in pratica da poco. Spiego tutto nella didascalia della foto, peccato solo che non si possa sentirne l'odore, perché anche io, più spesso di quanto vorrei, mi sento a metà, ma se riesco a dare un nome ad entrambe le mie parti, il peggio è passato.

sabato 1 agosto 2015

Summertime Sadness

Colonna sonora
Qui a casa di mamma lo studio è tappezzato di fogli. Poesie, aforismi, testi di canzoni, stralci di libri, citazioni.
Ieri sera, da una famosissima poesia della Szymborska, ho agganciato con gli occhi questa frase: "so che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo" e ho pensato che è proprio così. Non credo di essere l'unica, beninteso, che boicotta i propri successi, che affonda speranze e illusioni, che davanti a qualcosa che funziona mette sempre quello che non riesce. Però ecco, questa frase pinzata per caso, in una sera più difficile di molte e più semplice di tante altre, mi è rimasta in mente perché nel mio cervello si collega in un lampo ad un'altra frase, che non conoscevo, e che un mio caro amico mi ha detto qualche giorno fa.

Nadie me quita lo bailao
Nessuno può toglierti quello che hai ballato


Lì per lì ho pensato che fossero poche parole, rivoluzionarie. Poi ho scoperto che è un modo di dire sudamericano molto comune, e che il senso è proprio quello che salta all'occhio alla prima lettura. Anche se le cose vanno male, nessuno può toglierti quello che è andato bene. Ciò che hai ballato.
E così ho "deciso" (quando mai riesco a decidere qualcosa ed alimentare un pensiero positivo per più di, diciamo, ventiquattro ore?) che una buona idea potrebbe proprio essere quella di voltarmi a riguardare i miei vecchi balli e provare a proiettarli nel futuro. Se c'è un momento che non va, se vivo un periodo immobile, di quelli che odio e che sembrano ricordarmi costantemente in che razza di palude io mi sia cacciata, posso sempre immaginare quanti altri balli mi aspettano. Perché anche nelle circostanze più difficili ci siamo rialzati, più o meno tutti, e abbiamo ricominciato a danzare.

Mentre scrivo penso a questi giorni appena trascorsi nel dolore fisico, che prepotente (e per nulla imprevedibile) si è fatto strada a ridosso delle ferie, non appena ho provato a fermarmi e a dedicarmi a quello che preferisco (camminare, scrivere, leggere, fotografare, guardarmi intorno).
E poi penso all'autunno in cui potrebbe cambiare tutto o non cambiare nulla, con enormi conseguenze in entrambi i casi.
Penso al mare che sta a duecento metri da questo pc e alle nuotate che voglio concedermi non appena tornerà il sole.
Penso alle corse che mi regalo ogni giorno e che mi fanno stare bene.
Penso alla passeggiata di questa mattina, in totale solitudine, sotto una pioggerella leggera, costeggiando l'acqua fino al piccolo cimitero lassù, per un saluto veloce.
Penso a chi si trova esattamente dove vorrebbe essere e a chi invece ha davanti a sé settimane e mesi difficili.
Penso alle vite che dondolano nelle pance delle mie amiche e ai viaggi di nozze che stanno per iniziare.
Penso alle mille commissioni che ho già sbrigato e a quelle che mi attendono la prossima settimana.
Penso al corso di francese che comincerà a settembre e che dovrò incastrare con i laboratori per il bando che ho vinto, prima che inizi il Festival e prima che il mio cervello venga assorbito dall'enorme disagio che quel periodo si porterà con sé, come ogni volta.
Penso a ciò che mi spettava e che non mi è stato dato. E questo pensiero, nuovo e sconosciuto, mi fa inorridire.
Penso che potevo essere meglio, ma anche molto, ma molto peggio.

Termino questo post e vedo che sta proprio qui l'errore, che qui è tutto sbagliato. L'elenco che ho appena scritto è un inno al non farcela e al concentrare pensieri, forze e attenzioni su mille cose tranne che sul qui e ora. Ma io non lo so fare. Il mio qui e ora non mi piace. Magari il qui e ora che ci sarà tra cinque minuti sì, ma questo proprio no.

domenica 10 maggio 2015

Easy like sunday morning

Si capisce già dal titolo: oggi è domenica.
Ed è ormai da un po' di tempo che mi ritrovo a scrivere qui sul blog in questo giorno della settimana. Vuoi perché nelle ore feriali sono sempre incasinata e presa dai post che devo curare per lavoro, vuoi perché i momenti migliori, quelli più tranquilli e intimi, li conservo per i week end...alla fine va sempre così.
A proposito di settimane complicate, ne sta finendo una mica male, per lasciare spazio alla prossima che sarà anche peggio. Ma, tutto sommato, sembra facile.
Inaspettatamente è stato facile andare a Ferrara in giornata, svegliarsi all'alba, ritornare nella notte, con quattro cambi di treno (di cui uno saltato magicamente come solo Trenitalia sa fare) e una presentazione importante, andata liscia come l'olio tra applausi, sorrisi e tortelli alla zucca. E' stato facile svegliarsi presto ieri mattina per costruire un mazzo di fiori dei miei, questi qui, che volevo regalare ad un'amica di mamma in piena inaugurazione di una nuova avventura. E' stato facile, anzi facilissimo, alzarsi questa mattina, infilare tuta e scarpe da ginnastica e perdersi tra le felci e il cielo azzurro. Per la Festa della Mamma, siamo andate a pranzo al Forte Geremia, un posto che io non ero ancora riuscita a vedere e di cui mamma mi aveva parlato un sacco, e benissimo. Effettivamente è un incanto, un lungo lumacone addormentato sui prati, ora adibito ad agriturismo e, volendo, a dormitorio, dove si può mangiare nei week end e avvertendo con un po' di anticipo rimanere anche per la notte. Ci siamo sdraiate sull'erba rivolte verso il mare, mentre la città paralizzata aspettava il Giro d'Italia, abbiamo mangiato una grigliata buonissima con le patate al forno e ci siamo fatte raccontare, con mini giretto incorporato, la storia del forte. Poi ci siamo di nuovo allungate sotto al sole e io, come al solito, ho avuto la peggio ustionandomi una gamba e assicurandomi un'abbronzatura a strisce a dir poco imbarazzante. Però è stato tutto facile, scottatura compresa.
Questo fine settimana è stato così facile che è volato in un baleno e io spero tanto che anche i prossimi giorni non siano da meno: ho laboratori sparsi nel raggio di trenta chilometri, da raggiungere con i mezzi nel minor tempo possible, ho week end di lavoro da organizzare, aperitivi cene e compleanni da incastrare, animazioni da studiare, ma tutto sommato mi sembra facile. Non lo so perché, ma è così.
Nel frattempo, per semplificare ancora di più e rendere tranquillo ogni pensiero difficile, condisco le mie giornate con piccoli momenti di felicità, come esaudire ben cinque dei desideri della mia wishlist di qualche tempo fa, in un colpo solo!
- Voglio andare dal parrucchiere e ravvivare il rosso dei capelli [per questo avevo barato e l'avevo esaudito prima ancora di scrivere l'elenco]
- Voglio andare dall'estetista e concedermi qualcosa di più che la solita ceretta
- Voglio ricominciare a correre e fare sport, visto che sono immobile da almeno due settimane
- Voglio comprarmi un costume bello. Ma bello davvero, di quelli che durano due, tre, quattro estati senza diventare molli, scoloriti e tristi (l'avrei pure già individuato, non costasse 90 euro)
- Voglio tornare a cena qui
- Voglio vedere almeno tre mostre: questa, questa e questa
- Voglio riuscire a iscrivermi qui
- Voglio sfruttare l'occasione offerta dall'ultimo desiderio per trascorrere minimo due ore qui dentro (sto già immaginando tutto quello che comprerò)
- Voglio informarmi sul corso di ceramica della parrocchia vicino casa (almeno informarmi, dai)
- Voglio cavalcare l'onda della convalescenza per rallentare e leggere e dedicarmi all'handmade come ho fatto negli ultimi giorni
- Voglio tornare a Bergamo Alta e andare qui, perché l'unica volta che ci sono stata questo splendido negozio era chiuso e soltanto mesi dopo, seguendo per caso su instagram il profilo di MysticFlaminga7, ho scoperto che mi stavo perdendo proprio tra gli stessi vestiti e accessori che avevo intravisto in quella vetrina spenta
- Voglio riuscire a partecipare a un Bookeater Club di Zelda
- Voglio andare al mare e stare con la mia gatta per interi pomeriggi (questa, me ne rendo conto, è un'utopia. Perché devo, seppur poco ahimè, lavorare e perché la mia gatta non passerebbe mai interi pomeriggi con qualcuno)
- Voglio attivare una carta prepagata, pur sapendo che questo mi condurrà brevemente alla morte per stenti
- Voglio programmare un piccolo viaggio
- Voglio andare a un concerto figo
- Voglio ridere assai

Bene, alla Scuola Holden mi sono appena iscritta, all'handmade mi sono dedicata per mezzo weekend, l'estetista mi aspetta martedì mattina, il dopocena lo trascorrerò a sfogliare il (bellissimo) catalogo di Melissa Erboristeria che mi ha mandato Valeria qualche giorno fa, e adesso chiudo il post perché vado a correre. Per ridere assai troverò il modo. Facile. Easy like sunday morning.

domenica 22 marzo 2015

Ho bisogno

Colonna sonora
Ho bisogno di ricordare.
Cose, persone e motivi. Motivi per essere felice e per non avere paura, motivi per mettercela tutta e per non interrompere la mia ricerca della gioia.
Che è peccato mortale smettere di cercare.
E' il secondo (per l'esattezza terzo) giorno di Primavera, piove a dirotto e stanotte ho sognato mio padre, dopo mesi.
Si vede che ne avevo bisogno.
Come ho bisogno di prendermi del tempo per capire che direzione imboccare, ma non appena faccio questo pensiero vengo presa dall'ansia dell'immobilità e mi rimetto a correre. Che lo dovrei sapere, ormai, con tutti i sentieri che ho percorso, veri e figurati, che correndo non si va da nessuna parte, ci si stanca soltanto. In questo periodo, poi, che di fiato ne ho già poco per i fatti miei, proprio non posso permettermi di rimanere senza aria.
I nuovi laboratori con le nuove associazioni, i corsi della provincia che pare inizieranno e, guarda un po', sono stata selezionata, il lavorone per la Soprintendenza quasi finito, il progetto sulla sicurezza in rete che pure lui sta giungendo al termine, le opportunità da valutare (e io non sono per nulla brava in questo!), i nuovi bimbi da aprile, la mia piccola vita robotica che continua e continua anche bene.
Ho bisogno di ricordare che la sorpresa ci salverà, non le sorprese eh, che quelle proprio non le sopporto, ma la sorpresa. La capacità di rimanere a bocca aperta, di sussultare, di battere le mani davanti a una cosa che non si conosceva fino ad un secondo prima e che ora sembra impossibile non averla mai vista. Lavorare con i bambini aiuta moltissimo da questo punto di vista: anche se sempre meno del passato, i piccoli sanno sorprendersi e sorprenderci con la loro sorpresa.
La settimana scorsa ho tenuto un laboratorio in chiatta, con una serie di bimbi affetti da forme di disagio e disabilità più o meno gravi. Cosa mi ha sorpreso di più? La sincerità che non hanno mai lesinato, lasciandoci spesso a bocca aperta. Venerdì ho visto lo stupore negli occhi "delle mie ragazze" quando con le caramelle gommose che avevo consegnato hanno acceso il circuito di MakeyMakey e suonato la tastiera del piano.
Ho bisogno di ricordare i momenti di sorpresa e ho bisogno che mi basti il ricordo per "vedere il buono dove già esiste".
Non leggo.
Non scrivo quasi, e chi mi conosce se ne sarà accorto.
E' come se fossi completamente assorbita dal tentativo di capire come fare, dove andare e non mi accorgo che sto già facendo, sto già andando. E mi sto sorprendendo.
Come poco fa, che mi sono alzata per andare in bagno e ho visto la foto del vicino vicino che vedete quassù. Sta sopra il mio letto da anni, da prima che arrivassi qui sull'Albero, eppure mi sorprende sempre. Io che amo gli ombrelli, che amo i colori, che amo i ricordi, in questa foto ritrovo gli orti di casa con l'ombrello di carta di riso fuxia piantato in mezzo ai filari di piselli, con la musica di sottofondo, l'estate che esplode e molto fiato in più.

domenica 4 gennaio 2015

Trentatrètrentini

Niente foto con i calzini a righe sull'uscio di casa quest'anno. Un po' perché ho scordato i calzini a righe, un po' perché ho scatti ben più belli tra cui scegliere, un po' perché basta, è l'anno del cambiamento (volente o nolente) e magari cominciare a scegliere io qualcosa può essere un piccolo passo avanti. Quindi oggi quattro gennaio duemilaquindici ecco un'immagine di questa mattina al rifugio Prato Rotondo, dove ho festeggiato il mio compleanno con mamma e due vicini di Vesima e da dove sono poi rientrata a casa, a piedi.
Trentatré anni, come Gesù, e i miei amici ieri sera ci hanno tenuto a ricordarmelo!
Non ricordo di aver trascorso delle vacanze natalizie così belle. Davvero.
Sarà che dopo tutta la pioggia che abbiamo patito questo autunno, svegliarsi quasi ogni mattina con il cielo blu, il sole (troppo) caldo, e intere giornate da poter passare fuori, camminando, correndo, guardandosi intorno, è stato meraviglioso.
Cosa ho fatto in due settimane a casa dal lavoro?
Cucinato
Mangiato
Camminato
Di solito proprio in quest'ordine.
E ho festeggiato con tutte le persone che avevo voglia di vedere, ho preparato piatti nuovi come la zucca marinata e piatti vecchi come la pasta e fagioli, ho corso attorno alla casa dove sono cresciuta e attorno a quella in cui sto crescendo, ho camminato a Ponente e ho camminato a Levante, in compagnia e da sola, con la luce e con il buio, senza trascurare un momento.
Così, un'euforbia a picco sul mare incontrata a Punta Manara diventa il mio attimo felice del due gennaio, mentre in mezzo alla sera che arrivava (troppo) svelta tra i pini ho trovato un secondo tutto mio solo poche ore fa. E mi sono sentita felice.
Quanto ieri che ho festeggiato il mio compleanno semplicemente non dandomi tempi, dilatando tutto, facendo colazione all'ora di pranzo, chiacchierando con le amiche, passando a salutare nel mio negozio vintage del cuore, perdendomi in drogheria alla ricerca di qualche fetta di zenzero candito che mi togliesse la nausea. Ma anche cucinando per gli ospiti della sera, stanchi e reduci da un trasloco, pronti ad appendermi un paio di quadri da troppo tempo posati lì, a riempirmi di regali e a mangiare tutto quello che avevo preparato con calma, e affetto. Tantissimo affetto.
Ora non resta che:
- prendere in mano la situazione cibo e la mia totale incapacità di digerirlo, aspetto che ben conosco (perché mi capita assai spesso) e che immagino possa risolversi smettendola di sfondarmi di latticini e lieviti e ricominciando a riflettere sugli acquisti utili davanti al banco ortofrutta.
- rimettermi nell'ottica di sedermi al pc per lavorare, che altrimenti il sette mi prende una sincope.
- passare un sei gennaio di sole degno di tutte le feste appena trascorse. E perciò bellissimo.

giovedì 31 luglio 2014

QB: che fatica...

Che fatica, signori miei.
Questo è uno dei pochi (forse l'unico?) QB dedicato a Qualcosa di Brutto. Che poi non è neppure una tragedia, intendiamoci, semplicemente sono affaticata. Da cosa? Da tutto. Principalmente dalla lotta con la chimica.
Quando parlo di fatica intendo fisica, non mentale, a quella sono più che abituata. Come l'anno scorso qualche chilo in più ha deciso di venirmi a trovare proprio ora (il mio tempismo con la prova costume è sempre perfetto) e immagino che in parte siano colpevoli i soliti alimenti incriminati che d'estate mi concedo più spesso. La chiusura del dipartimento e quindi l'arrivo delle pseudo ferie si avvicinano, le possibilità di stare a riposo aumentano, eppure sono terribilmente stanca. Ho scoperto che se alla mattina riesco a dormire un poco di più la giornata è gestibile, meno svarioni, meno disagio. Resta il fatto che sempre più spesso sento la necessità di chiudermi nel mio personalissimo "rehab" a ritagliare, dipingere, cucinare, scrivere. Il lavoro è come al solito un argomento un po' delicato, ai rapporti cerco di non pensare, mi compro taccuini bellissimi per organizzare le idee e sogno vacanze al mare o in mezzo alle nebbie del nord.
Sopra a tutto questo è arrivata Lei, prepotente come non mai: la voglia di camminare. Che vista la situazione della mia gamba sinistra non sono neppure abbastanza in forma per darci dentro quanto vorrei, anzi, ma lo sapevo che prima o poi sarebbe successo e avrei cominciato a contemplare l'ipotesi di ricominciare a macinare chilometri in salita, anche da sola se necessario. Se poi qualcuno avesse voglia di dirmi "Ehi, fatti lo zaino che si va" io sarei ancora più contenta!
Poi è vero che due scale mi uccidono, che di correre per ora non se ne parla (domani ci riprovo, a costo di svitarmi il femore) e che tutto quello che il mio corpo sembra desiderare è un materasso. Pure al mare non nuoto, resto sdraiata lì, un po' inutile e un po' in crisi, con un libro da leggere e la borraccia dell'acqua ormai tiepida.
Quindi oggi, dopo un'ora di terapia e un'altra ora dall'osteopata, mi pare di avere un collo lunghissimo e un peso meno duro (o magari semplicemente ormai noto) da sopportare, mi pare di possedere qualche piccolo strumento in più per arrivare a fine giornata, anche quando sono così stanca da non riuscire neppure a scrivere un post o a dipingere una lampadiyna.
[...]
Ecco, per darvi un'idea della stanchezza, mi sono addormentata mentre scrivevo (!) e ho ripreso questa pagina solo dodici ore dopo.
Adesso è mattina, indosso un paio di pantaloni a pois e tra un attimo esco a mangiare all'aperto. Ecco. Sono stanca come non mai, mascara e smalto rosso tentano timidamente inutilmente di darmi un tono, ma io me ne frego e vado avanti. Cià.

martedì 12 novembre 2013

L'uomo che dormiva con le scarpe

Una volta c'era un uomo che dormiva con le scarpe. Che scomodità direte voi, che schifo. Lui però mica si coricava con le scarpe che metteva per uscire, lui ne aveva un paio apposta per la notte, con una bella suola robusta, la tomaia in pelle marrone, i lacci beige che annodava con il fiocco. Dopo essersi lavato i denti e abbottonato il pigiama fino in cima, l'uomo che dormiva con le scarpe si sedeva sul bordo del letto, indossava un paio di calzini puliti e infilava i piedi al loro posto.
D'estate e d'inverno. All'inizio aveva due paia di scarpe diverse, uno che cominciava a mettere a maggio, di tela azzurra con i lacci bianchi e uno per la stagione fredda, più alto sulla caviglia e con le cuciture spesse. Col tempo decise di arrangiarsi con una via di mezzo, che non lo facesse sudare nei sonni di luglio e lo sapesse riparare nelle notti di Natale.
Ma perché l'uomo che dormiva con le scarpe, dormiva con le scarpe? Per essere sempre pronto a scappare, per non farsi mai cogliere impreparato, per imboccare con destrezza il corridoio, aprire la porta d'ingresso e fuggire nel buio.
Aveva fatto la guerra? No. Era stato aggredito? No. Aveva subito minacce? Nient'affatto. L'uomo che dormiva con le scarpe sognava sempre, ogni volta che andava a dormire e sprofondava nel sonno lui sognava; ma non sognava i banchi di scuola, la casa dei nonni, il pranzo di Pasqua o le foglie d'autunno, lui sognava percorsi, fossati, ponti di legno e corda, salti nel vuoto, prati scoscesi, rocce appuntite. E sognava uomini vestiti di scuro che gli correvano dietro, garage semi aperti in cui nascondersi, automobili a fari spenti che gli sfrecciavano accanto, finestre sbarrate, tetti scivolosi, pollai silenziosi, scatole chiuse.
Prima di prendere l'abitudine a dormire con le scarpe, l'uomo che dormiva con le scarpe si svegliava in piena notte, nel bel mezzo di una fuga, con la schiena sudata e i muscoli contratti, senza capire cosa fosse successo e cosa lo avesse spinto a sgranare gli occhi nel buio, in preda alla sete e all'angoscia. Dopo diversi episodi di insonnia, spaventi, e sogni interrotti a metà, lo capì. Se ne accorse una notte di febbraio, mentre correva tra l'erba alta, con un senso di inadeguatezza diffuso, con il fiato corto e il rumore di qualcuno alle calcagna che spezzava rami secchi ad ogni passo e fendeva l'aria fredda e profumata di paglia. Mentre continuava a zigzagare, con falcate regolari, volgendo ogni tanto gli occhi verso il cielo stellato, sentì un dolore acuto sotto la pianta del piede destro, come una grossa spina che si conficca nella carne, come un pezzo di legno duro che si pianta senza fare rumore. Perse l'equilibrio, cadde tra l'erba e si rialzò, cercò a tastoni qualcosa di invisibile e di doloroso poco sotto all'attaccatura delle dita, provò a muoversi ancora, ma una mano gli afferrò la maglia, tra le scapole e lo tirò via dalla sua corsa, svegliandolo. Cosa era capitato? Semplice! Come la notte in cui saltando giù da un muro era atterrato su una bottiglia rotta tagliandosi un calcagno e ritrovandosi rigido e sveglio sotto le coperte, o come quando svoltando dietro ad un angolo aveva sbattuto l'alluce contro un marciapiede troppo sporgente ed era balzato dal letto urlando, anche quella notte nel prato stava sognando senza scarpe. Strade sporche, siringhe, pozzanghere, macchie d'olio, cacche dei cani, ghiaia appuntita, rocce taglienti, neve e ghiaccio, asfalto bollente, corridoi di treni e pavimenti di stazioni...tutti calpestati senza scarpe, di corsa, con la paura di non arrivare alla fine del gioco e di svegliarsi prima, senza aver superato lo svantaggio di aver combattuto ad armi impari. Come fare per vincere, per veder nascere il giorno dopo una notte dormita tutta di filato, per provare la bella sensazione di un atterraggio protetto, di una schivata in scivolata, di un balzo su un piede solo? Indossando un paio di scarpe, comode preferibilmente. Da quella notte di febbraio, quindi, sotto un cielo stellato tra l'erba alta, l'uomo che dormiva con le scarpe cominciò una nuova vita, iniziò a divertirsi, a svegliarsi realizzato e riposato, a sentirsi forte e capace, indipendente e in gamba, pronto ad annodare i lacci, fare un bel respiro, voltare le spalle al mondo e chiudere gli occhi.


mercoledì 21 agosto 2013

Il Regno dei Ragni

Post confuso, lo so già. Perché sono tante le cose da dire, le cose che sto facendo, le cose che sto superando, le cose che sto capendo, però ho poca voglia stranamente di condividere col mondo.
Ieri leggendo l'ennesimo giallo estivo (come previsto la Vargas ha preso il sopravvento sul noir scandinavian style) ho scovato una frase che mi si addice molto: "Non ho trovato niente da pensare"...ecco, è proprio così: pur essendo un periodo estremamente denso di soluzioni e percorsi fertili, non ho pensieri chiari, non ho visioni nitide, non ho punti saldi a cui aggrapparmi. Ieri sera, parlando con Andrea, mi è uscita spontanea la metafora del collirio, che mi permette di vedere limpide e grandi le cose che ho attorno, le stesse su cui magari sono anni che inciampo senza quasi nemmeno rendermene conto. Per ora, il limite di tutta la faccenda, sta nel fatto che gli effetti prodigiosi di questa medicina per gli occhi (e per l'anima) non durino a lungo e quindi, a momenti di emozionante chiarezza a livelli di serendipity mentale, seguono blocchi e crolli confusi in cui tutto mi sembra di nuovo aggrovigliato e complicato.
Qualche giorno fa ho fatto un giro a piedi, da casa di mamma a "casa di papà" passando per un vecchio sentiero sgangherato, tra l'erba alta, gli strapiombi sul mare, le pietre rotolate, i rami ritorti, gli alberi fitti, gli insetti stecco, i rumori degli uccelli, i fiori di campo e mille ragnatele appese in mezzo alla via. Alla decima tela in faccia ho preso un bastoncino e mi sono fatta strada, attraversando "Il Regno dei Ragni" sotto il sole, con il passo svelto e il cuore un po' agitato.
Qualche tuono, il mare scuro, la luce argentata che tagliava le nuvole e si rifletteva sull'acqua, la voglia di dire a tutto l'universo quanto fosse per me importante, in quel momento, fare quel cammino. La sosta al cimitero è stata una sorpresa, un grande passo avanti rispetto a tutte le volte precedenti fatte di spolverate veloci, sistemazione meccanica dei fiori, carezzina svelta alla foto e tanti saluti. Oltre i cipressi, con i pensieri distesi e positivi, le cuffie nelle orecchie e la falcata più veloce di sempre, sono scesa sopra al mare e sono corsa a casa dalle mie abitudini, dalla gatta, dai libri, dal sole, dai fiori e dal cibo-medicina che mi aiuta in questo periodo complicato.
Inutile dire che parlare, guardare, accettare (meglio accogliere), lasciare andare e sorridere sono tutti verbi più utili di qualunque pastiglia o visita medica per superare un momento in cui il mio corpo (come sempre più sincero della mia mente) mi ha detto "Non ce la faccio più". E al di là delle intolleranze alimentari, al di là della sospetta celiachia, una luna piena, una scatola di giochi per bambini da sistemare, una giornata alle terme con mamma e una cena con l'amica di sempre pronta ad una vita nuova, sono tutte cose per cui vale la pena continuare a camminare, con il bastoncino in mano, nel "Regno dei Ragni".

P.S. Canzone di sottofondo, anche se c'entra poco con il post, "Satellite" di Colapesce e Meg...perché sono due estati almeno che la ascolto senza sosta.

martedì 16 luglio 2013

Lungo il filo della notte sulle pietre del giorno

Scrivo a letto come faccio spesso, ma è tutto diverso dagli ultimi post. Non so a quando risalga l'ultimo pezzo sul fai da te, o sulla cucina, so invece che per settimane ho vomitato qui centinaia di dolori tutti diversi e tutti uguali. In questo momento, nel qui e ora (come direbbe la mia cara e mai dimenticata insegnante di Yoga) sto bene.
Sono a letto perché ho appena pranzato, dopo una mattina ricca di soddisfazioni lavorative insperate, tra un po' arriverà mamma e andremo insieme a comprare piante e fiori per le mie finestre, perché in questi ultimi giorni è morto tutto intorno a me.
Tutto è morto e tutto piano piano rinasce, a cominciare dalla sottoscritta.
Punti chiave:
Totale incapacità di digerire qualunque cosa mangiassi (nausea, mal di stomaco, pancia gonfia, sete assurda)
Fatica spaventosa anche a fare quattro gradini
Crisi di pianto incontrollabili, improvvise e lunghissime
Terrore vero davanti a cose minuscole
Impossibilità a vedere oltre a tutto questo
Nell'ultimo post salivo in collina, sto ancora camminando, ma lo zaino è più leggero. Ho tolto un sacco di zavorre, ma non le ho abbandonate, le ho solo appoggiate un attimo e tornerò a riprenderle quando sarò più forte.
Ho bisogno degli affetti, degli amici, del lavoro, del mondo intero, ma non adesso...adesso ho bisogno di me.
E mi sto trovando.
La maxi dose omeopatica di "risollevatore umorale" sembra dare i suoi frutti, sono scettica ma sono anche allegra e quindi, qualunque cosa sia, va bene così.
I test sulle intolleranze alimentari hanno sentenziato: lieviti, farine raffinate, zuccheri, latticini, albume, cavoli, pomodori, tonno, ciccolato. Un disastro. Del resto, chi mi ha visto mangiare e provare a vivere il post pasto, non si stupirà. Ho eliminato lieviti e latticini completamente, un sacrificio grande per chi ama formaggi e pasta e non mangia quasi mai carne, ma i benefici per ora si notano eccome. Il mal di stomaco di ieri, forte da farmi sbattere la testa contro il muro, oggi è passato e improvvisamente mi viene da chiedermi: "sarà mica che il 15 luglio è morto papà?".
Ogni anno la stessa storia, rimuovo e somatizzo.
Ma ora mi sento diversa, mi sento delicata. Delicata. Mi pare di volgermi con dolcezza verso me stessa, per la prima volta sto smettendo di rimproverarmi di continuo, per la prima volta sto provando a capire come ho fatto ad arrivare qui, senza giudicare il mio percorso, evidentemente corretto nonostante le apparenze.
Ci sono tante persone che dovrei ringraziare, anche chi con la sua totale insensibilità mi ha fatto pensare "Ma stiamo scherzando? Ma circondata da menti così poco connesse con te, vuoi smetterla di darti addosso e provi a cercare una strada tutta tua?".
Ci ho provato e ci sto riuscendo, come quando togli le rotelle alla bici. Ricordo da piccola, imparai ad andare da sola grazie a mio zio, nella casa dei nonni di mia cugina, per certi aspetti più nonni dei miei. Con le rotelline ben salde sfrecciavo per le strade d'asfalto e ogni tanto grattavo a terra con le ginocchia, denti stretti e si ripartiva. Dopo qualche tempo mio zio svitò una rotella: sapevo ormai andare con un solo aiuto! Continuai così per un po', finché un giorno incontrai un grosso sasso, mi sbilanciai, ma rimasi in piedi e continuai a pedalare. Solo quando arrivai sul cortile e vidi il sorriso grande dello zio mi guardai alle spalle e mi accorsi che l'unica rotella rimasta si era sollevata da terra a causa dell'urto con la pietra, lasciandomi nuda nelle mani del vento e dei miei piedini veloci. Avevo imparato ad andare in bici, si aprivano le porte della BMX rossa e blu e potevo cominciare a correre dietro il palazzo, con i vicini di casa più grandi!
Oggi mi sento così, come se potessi ormai scegliere da che parte andare, perché ormai tutto è alla mia portata.
Non so quanto durerà, il mio lato pessimista sempre in agguato mi impone di tenere una rotella nello zaino, temo sempre che tutto possa peggiorare di nuovo e improvvisamente, lasciandomi ferita e delusa innanzi tutto da me stessa.
In ogni caso, comunque, ci avrò provato e avrò creduto in Elena, così com'è.


martedì 16 ottobre 2012

Ombre lunghe/Io, Robot

Sono stata a lungo indecisa sul titolo da dare a questo post, alla fine non ho scelto.
Gli argomenti che mi frullano per la testa sono due e sono opposti. Stare e andarsene.
Stare significa vedere cose meravigliose, godere di un'atmosfera conosciuta e rassicurante, annusare l'aria, sedere nel mio giardino incantato e vivere nella luce. Andare significa mettere in moto la vita, inciampare, provare, superare ostacoli e raggiungere obiettivi.
Entrambi gli aspetti mi appartengono più che mai in questo periodo, penso però che sia bene iniziare dall'oggi, dopo tanti anni di yoga credo sia importante cominciare dal "qui e ora".
Oggi, ultima giornata stancante ma non di pieno delirio come saranno le prossime, ho ancora avuto il tempo per correre e godere del mio posto.
Con il sole alle spalle avevo l'ombra lunga. Stringendo l'elastico della coda di cavallo, sistemando le cuffiette nelle orecchie, partendo con la prima ampia falcata (per quanto possa essere ampia una mia falcata), ho cominciato a muovermi con la radio che passava Bette Davis Eyes. Non poteva capitarmi di meglio.
L'ho cantata tutta ed è rimasta con me, guardando i gabbiani posarsi sull'acqua, il fotografo accucciato sulla battigia preparare il cavalletto e l'edera verdissima arrampicarsi sulle palme. Al giro sullo sterrato ho abbassato la lampo della giacca e ho aumentato il passo, il sole in faccia e i pescatori controluce, come quei giochi da Settimana Enigmistica in cui bisogna riconoscere la silouette giusta tra dieci forme tutte diverse ma quasi identiche e nere. La luce forte, il mare invernale, la casa nuova che mi aspetta. Settimane in arrivo che prevedono ore belle con lo Sminatore, ore di analisi al museo, ore di attesa per l'arrivo di mobili e operai, ore di turni al circolo, ore di interpretazione risultati, ore di redazione report, ore di esami, ma, soprattutto, ore di Festival.
Io, Robot e dal "qui e ora" si passa diretti al futuro. Un laboratorio che ancora non so, che ho assaggiato appena, ma che sicuramente, come ogni anno, sarà stimolo, emozione, commozione, paura, preoccupazione, stanchezza, dannazione, soddisfazione, tristezza e mille altre cose insieme. Un laboratorio che sta nella foto quassù e che magari mi divertirà.
Un dopo e un pre in un durante, come domenica alla Festa della Zucca, dove Vesima ha accolto il mio futuro, gli amici che vivranno attorno a me e che hanno conosciuto il mio posto proprio poco prima che lo lasciassi.
Ora, mentre scrivo queste righe, tra un borsone per dormire sul divano e un pensiero a chi mi è vicino sempre, ho trovato un elenco, uno dei miei tanti elenchi, scritto la primavera scorsa per andare dal neurologo, in un periodo in cui il futuro, questo futuro, era ancora così lontano e spaventoso.
L'elenco, a caratteri piccoli sulla vecchia agenda arancione, raggruppa i sintomi che avrei dovuto dire al medico che mi avrebbe visitata quel giorno, per cercare di capire un po' che cosa stesse succedendo al mio maledetto collo. Adesso che mi sembra passato un secolo, che la paura, lo stordimento e l'incertezza si rifanno sentire solo ogni tanto, quando la schiena si tende e la nuca tira, mescolo il presente con il futuro, le ombre lunghe con i robot.


martedì 2 ottobre 2012

Stop me if you think you've heard this one before

In questi giorni ho conosciuto una ragazza, di quelle persone che ti sembra di aver visto mille volte ma che non riesci a ricordare dove vi siete incrociate.
Penso abbia più o meno la mia età, sembra sempre assorta in chissà quale pensiero ma in realtà credo che viva semplicemente in maniera molto rilassata, cosa che per me è quasi impossibile.
Mi sono sorpresa a invidiarla l'altra sera al Circolo, mentre cercava un accendino per illuminare la stanza di sopra: tenendo il lumino con due dita, il pollice e l'indice, attaccava la fiamma allo stoppino e poi passava al successivo, con calma e concentrazione. L'ho incontrata anche ieri sera al ristorante jap, ero con la Betta e il vicino-vicino, ci siamo solo scambiate un'occhiata, di quelle tra amiche che si conoscono da una vita. Ha ordinato un sashimi di salmone e l'ha mangiato tutto, lentamente, con gusto, tenendo i pezzi di pesce con le due bacchette, chiacchierando con i suoi amici, intingendo la carne nel wasabi e portandosela alla bocca senza pensare a niente, almeno così pareva a me.
Ho deciso di invitarla in palestra, mi è sembrata una persona adatta a praticare una disciplina come il pilates, dove la dilatazione del tempo, l'allungamento muscolare, la concentrazione sul respiro e sui propri muscoli sono le componenti principali.
Così questa mattina ci siamo date appuntamento davanti all'ingresso, un paio di parole veloci e via con la lezione. Sembrava aspettare questa ora da una vita, si muoveva con criterio, senza esagerare, si vedeva che qualcosa nella zona del collo le dava fastidio, sbagliava certi esercizi più che altro per la paura di farsi male, tendeva le gambe fino a sentirle una cosa distinta dal busto e da se stessa.
Finito l'allenamento mi ha salutata velocemente ed è corsa via a piedi, non so dove abiti ma la immagino percorrere la stessa strada che faccio io di solito quando torno a casa correndo. Penso però che lei veda le cose diversamente, che sappia vedere il buono che già esiste, che riesca per esempio a notare i ciuffi d'erba nati sul bordo del marciapiede grazie alle piogge di questi giorni, che osservi tra una falcata e l'altra le campane viola del rampicante a picco sul mare, che questa mattina erano anche ricoperte di pioggia e facevano tremare il cuore, che annusi l'aria salmastra e si faccia venire la pelle d'oca passando all'ombra del campeggio e che svoltando dalla curva, con il sole in faccia, canti a squarciagola gli Smiths che passano alla radio: Stop me oh oh oh Stop me, Stop me if you think you've heard this one before...

domenica 8 luglio 2012

Go chicken go!

Palio del Gallinaccio 2012.
Come tutti gli anni, ormai da diciotto direi o forse persino di più, ho partecipato al Palio del Gallinaccio di Crevari.
Che cos'è?
E' una corsa di pennuti, galline per la precisione, che si sfidano a chi arriva primo in un piccolo campo sterrato ai piedi dell'Anpi in Campenave.
Questa festa però é anche qualcosa di più, è un modo per stare insieme, per riunire gli abitanti di nove contrade intorno a un tavolo, per costringere gli anziani ad uscire, per permettere ai bambini di giocare insieme, per fare incontrare amici di una vita che tra il lavoro, la casa, le ferie, la famiglia non si vedono mai.
Al Palio corrono le galline di Vesima (il mio rione!), Borgonuovo, Fontana, Gallo Cedrone, Vessuo, Rian, Porcelletta, Campi e Pozzetti (che in dialetto sarebbero troppo difficili da scrivere). Ogni pollo viene trasportato nella sua portantina, addobbata con i colori della contrada e seguita dai vari partecipanti alla festa, anch'essi agghindati come alberi di Natale, con campanelli, nastri, passamanerie e dorature che nemmeno nel Medioevo più spinto.
Dopo una bella passeggiata tra le vie di Crevari, davanti a casette colorate, giardini fioriti e curiosi (tifosi!) affacciati alle finestre, l'allegra ciurma si siede attorno a lunghe tavolate al riparo di alberi e pergolati e mangia abbondantemente tra cori di sfida e chiacchiere tranquille. La cena termina nel fermento, le contrade scendono al campo di gara, i fantini si posizionano nelle corsie secondo ufficiale sorteggio, il giudice osserva attento e il cronista dà il via.
A questo punto è un vero delirio: galline che corrono, svolazzano e invadono gli spazi avversari, false partenze, insulti, urla, squalifiche. Quest'anno, come al solito, il primo tentativo è andato fallito e il giudice ha ordinato di rifare tutto, alla seconda partenza però, mi tocca scrivere di nuovo come al solito, ha vinto il Vessuo. Sono ormai almeno tre anni che il trofeo campeggia nella contrada gialla e nera, si mormora addirittura che la gallina da corsa venga allenata mesi prima dell'evento e, se davvero fosse così, si meritano proprio di vincere visto che la nostra cocca arriva alla gara quasi sempre addormentata e di correre non se ne parla proprio.
Quindi sarà per il 2013, primo sabato di luglio, quando ci incontreremo di nuovo tutti in piazza e percorreremo le vie della nostra infanzia. Magari, superati i trenta, mi farò cucire dalla mamma un abito da dama e smetterò le vesti di giullare che indosso da troppo tempo...
Go chicken Go!

P.S. Foto del vicino-vicino, gran tifoso d'eccezione.



sabato 23 giugno 2012

L'arte di correre

Omaggio ad Haruki e all'unico suo libro che non mi è piaciuto, ecco spiegato il titolo di questo post. Non ho certo la presunzione di pensare che il mio modo di correre sia un'arte, anche perché non corro. Cammino. Veloce.
Ed è bellissimo. Non è certo la prima volta che mi cimento in uscite estemporanee sul lungomare, ma ora il lavoro è serio, è una cura (l'unica ormai) per il mio collo e funziona su un sacco di cose, non solo come anti-virus potentissimo! Funziona sulla cellulite, almeno spero, simpatico regalo dei trent'anni e delle super medicine gonfia-cosce che hanno scandito i miei giorni di primavera. Funziona sulla schiena, che tengo per forza dritta per non appesantirla con il passo e che si distende con più facilità. Funziona sui piedi, che appoggio con attenzione per salvare le caviglie e che mi ancorano a terra più di una seduta dall'analista. Funziona sull'umore, maledettamente. Non posso dire che mi rilassi, che mi rallegri...camminare mi scarica. Mi aiuta ad espellere le tossine del virus e quelle delle persone, a buttare fuori cattiverie, menefreghismi, autoreferenzialità, isterismi, manie di persecuzione, protagonismi. Mi libera, dal male. Camminare mi sposta fisicamente e sposta i miei pensieri, questa mattina, appena sveglia, ho infilato le scarpette, la maglia tecnica e ho cercato le cuffie del telefono. Non sono accessoriata, non ho ipod, lettori e cose simili ma ho un vecchio telefono con la radio che, con un po' di fortuna, è una buona compagnia. Oggi Marc Knopfler ha coperto il rumore delle auto, le mezze dichiarazioni porno di autisti evidentemente ciechi davanti alla mia figura scoordinata, i motorini senza marmitta e gli urli della spiaggia. Poi la Pausini, ahimè, mi ha fatto rimpiangere gli apprezzamenti da bettola dei camioncini operai ma era quello che passava il convento e in trentacinque minuti mi sono dedicata a svuotare la testa e i muscoli come raramente mi riesce.
Arrivata a casa un asciugamano per salvarmi dalla polmonite e una doccia tiepida mi hanno riportata alla realtà, stanca e distesa, perennemente grata a quel fisiatra che ha messo da parte cortisoni, antiepilettici e integratori e ha scelto me, le mie capacità naturali di difesa e la mia voglia di recuperare, anzi, recuperarmi.

venerdì 25 marzo 2011

Ouch!


E mi son slogata una caviglia. E di brutto anche.
Arrampicando e cadendo in modo stupidissimo. A parte il male senza senso, la paura per una gamba che era già abbastanza stufa di casini, ora c'è la limitazione. Stampelle, lentezza, zero sport, no alle scale, poca vita sociale, male alle braccia e alle mani, punture in pancia, visite e tentativi di pensare positivo.
Come dicevo ieri a Sturm me la sono cercata, avevo bisogno di relativizzare, di smettere di vedere tutto grigio, di avere una ragione per guardare le cose da un altro punto di vista: ora che mi tocca stare a casa e vorrei invece correre fuori, diventano divertenti anche le uscite più banali, diventa bello stare in ufficio tutto il giorno, fare le scale di Campopisano, passare una mattinata in laboratorio con i bambini.
Perciò mi sta bene, solo speriamo che passi, che i legamenti non siano fuori posto e che questa zampa verde venga pian piano risostituita da un "piede normale".
Visto che dovrò rivisitare un pò le mie giornate, sotto con le letture! Il giallo norvegese da ammalata prima di dormire, gli articoli in inglese per il dottorato quando sono fresca, il libro di un amico nei momenti liberi, le dispense sulla chimica verde per le animazioni di lunedì..di certo non mi mancano spunti.
Dopotutto ci sono anche lati positivi, tipo tanto letto, tipo "maaaammaaaa mi porti...", tipo prendere il taxi per fare due metri, tipo non togliersi il pigiama per giorni, tipo mangiare cioccolata a manetta, tipo imparare a farsi le punture in pancia in un parcheggio sotterraneo...
Perciò, vediamo di abituarci in fretta a questa nuova condizione di raganella, ferma sulla foglia, con la zampa verde e palmata, mentre tutto intorno si muove comunque.

giovedì 22 aprile 2010

Run baby Run



Un post per correre...un paio di sneakers per scappare veloce dalle cose che succedono contro la mia volontà. E anche da quelle che capitano perchè l'ho voluto io.
In mezzo alle novità, sempre di corsa, senza avere il tempo di soffermarmi su qualcosa e godere di una conquista. C'è subito il fallimento dietro l'angolo, la difficoltà, l'imprevisto. "Incontri" poco costruttivi che condizioneranno parecchio i miei prossimi mesi (senza contare quanto stanno già condizionando la mia salute psicofisica...), case in cui fare un salto veloce, giusto per una pastasciutta in piedi o una carezza al gatto, uffici caotici dove si rischia di accoltellarci per la troppa stanchezza.
Telefonini che suonano presto, telefonini che non suonano affatto. Persone che non rispondono alle chiamate, decine di mail nella posta se non accendo il computer per più di ventiquattro ore.
Piove pure.
Due autobus e un treno da prendere nelle prossime 4 ore, dell'insalata di riso vecchia da mangiare stasera. Una lavatrice da fare, delle cose da comprare, un seminario da seguire, dei chiarimenti da ascoltare e una lezione da tenere.
Voglia zero di parlare.
Per una volta però mi fermo e penso: è sempre così necessario affrontare? Cercare di risolvere? Non si potrebbe, ogni tanto, infilarsi le scarpe e correre?