L'unico selfie a cui abbia mai aspirato è di legno ed è una Myselfie: una delle ragazzine di Rita.
Rita lo sapete tutti chi è, ma se non lo sapete Rita è lei e vi consiglio di seguirla anche su Facebook e su Instagram, perché i suoi profili sono pura poesia, come i suoi capelli celesti.
Il mondo di Faccio e Disfo (che poi io non ho mica ancora capito cosa disfi, fa di continuo ed è tutto perfetto!) è un universo parallelo posizionato esattamente tra voi e la vostra infanzia, tra il gusto che avete adesso e la fissazione intramontabile per quaderni, penne e righelli per fare le cornicette con le onde.
Questa ragione, questo filo diretto con la me di trent'anni fa, insieme alla decisione di smetterla di sbavare sullo shop on line del Cottage, mi ha portato a ordinare una Myselfie e una Secret Bag, battendo le mani velocissime non appena è partito il bonifico.
La decisione finale l'ho presa una sera di idee e immaginazione, mentre cercavo di capire come mettere in pratica un progetto e mi servivano dei timbri con cui scrivere, delle lettere minuscole da usare con inchiostro nero e colorato sui quaderni che ho costruito da Papê l'anno scorso. Ho navigato un po' on line e voilà, sul sito di Rita ho scoperto che c'era una scatoletta di legno (meravigliosa) piena di timbri (meravigliosi) che aspettava solo di essere ordinata.
Come è andata poi? Poi è andata che volevo aggiungere qualcosina per ammortizzare le spese di spedizione e mi sono detta: "Perché non ti regali, finalmente, una Myselfie?". E quindi, alla fine della favola come si dice qui a Genova, ho comprato tutto, timbri, collana e sacchetto di stoffa (meraviglioso) pieno di sorprese (meravigliose) scelte dai figli (meravigliosi) di Rita, meravigliosa pure lei, che ve lo dico a fare!
Ho compilato il form sulle mie caratteristiche affinché la ragazzina arrivasse davvero somigliante a me, ho aspettato giusto il tempo che le mani artigiane di Rita la confezionassero ed è arrivata. Non ho potuto ritirare io il pacco, ma non ho saputo resistere e ho chiesto a chi lo aveva preso per me di scartare qualche busta e mandarmi le foto. La Myselfie ha commosso tutti, grandi e grossi compresi.
Perché sono io, senza se e senza ma. Ha i capelli carota, la maglia a righe, le scarpe da maschiaccio e una foglia in mano... che altro?
Ora, come in ogni post haul (è così che si chiama vero?) che si rispetti di ogni blogger che si rispetti, vi elenco tutto quello che ho trovato nel sacchetto del Cottage, partendo dalla foto quassù in rigoroso ordine sparso.
- Sei penne (non quattro, non cinque... sei!) a fiori con la punta tipo tratto-pen: ogni penna ha un piccolo pois del colore del suo inchiostro disegnato sul tappo, per sapere sempre come si scriverà
- Una matita a scatto sottile e leggerissima, perfetta per non appesantire la borsa (inutile che vi dica che io, nella mia borsa, ho messo tutto, noncurante del peso perché CERTAMENTE mi servirà ogni sfumatura di colore)
- Due taccuini verticali, che più romantici di così non credo sia possibile (i fogli all'interno sono liberi da righe o quadretti e sono di una carta paglia bellissima)
- Cinque bustine d'altri tempi, per mandare auguri, amore, foglie secche
- Il sacchetto del Cottage, in stoffa grezza, perfetto per la biancheria quando si viaggia (o per le scarpe se a scuola c'è ginnastica :-) )
- Un timbro a forma di orologio con relativo inchiostro rosso
- Il famoso righello con le onde per fare le cornicette
- Il quadernino di Veronica
- La scatola di legno vintage con le lettere minuscole da timbrare
- Il taccuino ufficiale del Cottage, capiente e utilissimo
- La Myselfie con il suo certificato di autenticità
- Gli adesivi, perché Rita è furbissima e sa che aprendo i mille pacchetti contenuti nel sacchetto il chiodo fisso è non rompere gli adesivi chiudipacco. Impossibile: si rompono tutti e lo struggimento è a mille. Rita lo sa e ti fa trovare una confezione di piccoli adesivi botanici (e non solo), intatti, all'interno della Cottage Secret Bag.
Prima di chiudere questo lungo post c'è un'ultima cosa che vorrei dire sull'ordine che ho fatto a Rita: dovevo farlo prima.
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venerdì 22 aprile 2016
martedì 12 aprile 2016
Chi si ferma è perduto
Non c'è proprio verso, di farmi stare ferma.
Se non è una camminata è una passeggiata, se non è una corsa è una maratona fotografica.
Ecco quindi quello che ho fatto domenica scorsa: per la prima volta in vita mia ho partecipato all'Italia Photo Marathon, nella sua tappa genovese, e mi sono divertita moltissimo.
Devo ammettere che il livello di stanchezza finale era paragonabile a quello di una qualsiasi giornata di trekking, dopotutto abbiamo vagato per la città dalle 9 alle 18, un po' di male ai piedi credo fosse più che giustificato!
Come si svolge questa cosa della maratona? Così:
Ci si riunisce tutti in Piazza De Ferrari (eravamo più di mille, un esercito), ci si registra (io avevo già effettuato l'iscrizione on line, ma occorre comunque fare la fila per essere assegnati a un numerino e ricevere maglia e zainetto) e si attendono i primi tre temi sui quali basare altrettanti scatti.
La "chiamata" dei temi viene ripetuta altre due volte nel corso della giornata, per un totale di nove argomenti chiave. Ogni tappa prevede la consegna di un cartoncino con su scritti i temi, ma in realtà è un'ottima occasione per riposarsi un momento.
La bellezza di vivere in centro storico è stata anche la possibilità di passare un attimo da casa e sfruttare al massimo gli anziani del quartiere per chiedere consigli sui luoghi più adatti dove scattare fotografie. Via di corsa sulle mura del Barbarossa, o sulla collina di Castello, un salto al mio amatissimo chiostro e mille giri tra vicoli, spicchi di cielo, reti arrotolate, alberi cittadini, riflessi potenti e strade puzzolenti.
I temi scelti quest'anno sono:
1. Il mio regno
2. City life
3. Punta in alto
4. Che combinazione!
5. L'ingrediente segreto
6. Goccia di splendore
7. Cosa c'è dietro
8. I Rolli
9. La voce del mare
Non è stato affatto semplice trovare l'ispirazione, soprattutto in alcuni casi. I Rolli per esempio, così tanto fotografati, visitati da poco, quasi tutti chiusi mi hanno dato un bel po' di filo da torcere, fino a che un vicolo buio, un punto di vista diverso dal solito, e una coppia di colori super saturi hanno risolto la situazione.
Certi temi, invece, mi sono arrivati addosso all'improvviso, come Punta in alto o Che combinazione!, due scene inaspettate che sembravano non attendere altro che essere immortalate.
Credo che presto verranno caricate on line le foto di tutti, suddivise per profilo o per tema, non lo so, magari metto il link nel prossimo post. Di sicuro consiglio a tutti gli appassionati di fotografia di non perdersi questo evento perché è un'occasione per camminare tanto e imparare a guardare la propria città con un occhio nuovo.
Se non è una camminata è una passeggiata, se non è una corsa è una maratona fotografica.
Ecco quindi quello che ho fatto domenica scorsa: per la prima volta in vita mia ho partecipato all'Italia Photo Marathon, nella sua tappa genovese, e mi sono divertita moltissimo.
Devo ammettere che il livello di stanchezza finale era paragonabile a quello di una qualsiasi giornata di trekking, dopotutto abbiamo vagato per la città dalle 9 alle 18, un po' di male ai piedi credo fosse più che giustificato!
Come si svolge questa cosa della maratona? Così:
Ci si riunisce tutti in Piazza De Ferrari (eravamo più di mille, un esercito), ci si registra (io avevo già effettuato l'iscrizione on line, ma occorre comunque fare la fila per essere assegnati a un numerino e ricevere maglia e zainetto) e si attendono i primi tre temi sui quali basare altrettanti scatti.
La "chiamata" dei temi viene ripetuta altre due volte nel corso della giornata, per un totale di nove argomenti chiave. Ogni tappa prevede la consegna di un cartoncino con su scritti i temi, ma in realtà è un'ottima occasione per riposarsi un momento.
La bellezza di vivere in centro storico è stata anche la possibilità di passare un attimo da casa e sfruttare al massimo gli anziani del quartiere per chiedere consigli sui luoghi più adatti dove scattare fotografie. Via di corsa sulle mura del Barbarossa, o sulla collina di Castello, un salto al mio amatissimo chiostro e mille giri tra vicoli, spicchi di cielo, reti arrotolate, alberi cittadini, riflessi potenti e strade puzzolenti.
I temi scelti quest'anno sono:
1. Il mio regno
2. City life
3. Punta in alto
4. Che combinazione!
5. L'ingrediente segreto
6. Goccia di splendore
7. Cosa c'è dietro
8. I Rolli
9. La voce del mare
Non è stato affatto semplice trovare l'ispirazione, soprattutto in alcuni casi. I Rolli per esempio, così tanto fotografati, visitati da poco, quasi tutti chiusi mi hanno dato un bel po' di filo da torcere, fino a che un vicolo buio, un punto di vista diverso dal solito, e una coppia di colori super saturi hanno risolto la situazione.
Certi temi, invece, mi sono arrivati addosso all'improvviso, come Punta in alto o Che combinazione!, due scene inaspettate che sembravano non attendere altro che essere immortalate.
Credo che presto verranno caricate on line le foto di tutti, suddivise per profilo o per tema, non lo so, magari metto il link nel prossimo post. Di sicuro consiglio a tutti gli appassionati di fotografia di non perdersi questo evento perché è un'occasione per camminare tanto e imparare a guardare la propria città con un occhio nuovo.
sabato 12 settembre 2015
Thismustbetheblog #5: La Fenice rinasce da sé
La Fenice rinasce da sé è esattamente come questo fiore: delicata e accesa.
Ci siamo conosciute due giorni fa, di persona, ma sul web ci siamo scritte mille volte. Lei è una delle mie più assidue commentatrici, qui sul blog, mentre Instagram è il luogo dove ci "sentiamo" più spesso.
E sentiamo è senza dubbio la parola corretta, perché è nel mondo delle sensazioni e dei sentimenti che il rapporto con le ragazze di #thismustbetheblog si sta sviluppando. Pian piano, ma anche veloce veloce.
Con La Effe è andata così: in poco tempo è nato un contatto continuo, giornaliero e, nonostante ci separino davvero tanti chilometri, siamo riuscite a conoscerci di persona. In realtà ho avuto il piacere di stringere la mano anche a suo marito e ai suoi due bellissimi bambini, ho chiacchierato con loro davanti a gelati, cioccolate e caffè, ho giocato con lo squalo di plastica che il piccolo aveva portato via con sé dall'Acquario e ho scartato un bellissimo regalo scelto dalla mamma e dalla bimba più grande, un dono di legno al profumo di Trentino...cosa volere di più?
Abbiamo parlato del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro, tutti così incerti e simili, tutti così bisognosi di entusiasmo e coraggio. Abbiamo sfiorato la botanica mille volte, perché è uno dei tanti mondi che ci accomuna, ci siamo raccontate chi siamo e cosa facciamo ogni giorno quando nessuno ci vede, quando la nostra vita non è on line, quando la fretta non ci permette di rallentare.
La Effe ha delle mani bellissime, affusolate e abbronzate, con unghie bianche, tonde e perfette. Ha un sorriso che la illumina tutta, ha i modi da mamma in un corpo da ragazzina e una calma voce del sud, vibrante e calda, proprio come piace a me. Credo che avremmo potuto rimanere a parlare sedute sotto quella palma per ore, mentre la bambina saltava la corda, il bimbo giocava con compagni sconosciuti (e, da buoni genovesi, ben poco ospitali) e il papà osservava in disparte tutto e tutti, con rispetto e tranquillità.
Quando ho iniziato il viaggio di #thismustbetheblog non avevo idea di dove mi avrebbe portata, pensavo che mi sarei spostata spesso o, più probabilmente, che avrei cercato di incastrare impegni di lavoro e trasferte a incontri furtivi e pieni di affetto con le compagne di blog, con le ragazze cioè con cui trascorro già molti momenti della mia giornata. In realtà non è mai andata così: Cindy, Valeria e La Effe sono venute fino qui e hanno trascorso del tempo con me, nella mia città, solo per il piacere di incontrarmi. E quindi viva Torino che mi ha regalato il primo incontro con l'Inventore e l'inizio di questo percorso (la splendida mattina da Melissa), viva Genova che porta con sé Paola e che le ospita tutte quante ogni volta che vogliono salire quassù, tra i rami del mio albero, dove il mare arriva in giardino.
Ci siamo conosciute due giorni fa, di persona, ma sul web ci siamo scritte mille volte. Lei è una delle mie più assidue commentatrici, qui sul blog, mentre Instagram è il luogo dove ci "sentiamo" più spesso.
E sentiamo è senza dubbio la parola corretta, perché è nel mondo delle sensazioni e dei sentimenti che il rapporto con le ragazze di #thismustbetheblog si sta sviluppando. Pian piano, ma anche veloce veloce.
Con La Effe è andata così: in poco tempo è nato un contatto continuo, giornaliero e, nonostante ci separino davvero tanti chilometri, siamo riuscite a conoscerci di persona. In realtà ho avuto il piacere di stringere la mano anche a suo marito e ai suoi due bellissimi bambini, ho chiacchierato con loro davanti a gelati, cioccolate e caffè, ho giocato con lo squalo di plastica che il piccolo aveva portato via con sé dall'Acquario e ho scartato un bellissimo regalo scelto dalla mamma e dalla bimba più grande, un dono di legno al profumo di Trentino...cosa volere di più?
Abbiamo parlato del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro, tutti così incerti e simili, tutti così bisognosi di entusiasmo e coraggio. Abbiamo sfiorato la botanica mille volte, perché è uno dei tanti mondi che ci accomuna, ci siamo raccontate chi siamo e cosa facciamo ogni giorno quando nessuno ci vede, quando la nostra vita non è on line, quando la fretta non ci permette di rallentare.
La Effe ha delle mani bellissime, affusolate e abbronzate, con unghie bianche, tonde e perfette. Ha un sorriso che la illumina tutta, ha i modi da mamma in un corpo da ragazzina e una calma voce del sud, vibrante e calda, proprio come piace a me. Credo che avremmo potuto rimanere a parlare sedute sotto quella palma per ore, mentre la bambina saltava la corda, il bimbo giocava con compagni sconosciuti (e, da buoni genovesi, ben poco ospitali) e il papà osservava in disparte tutto e tutti, con rispetto e tranquillità.
Quando ho iniziato il viaggio di #thismustbetheblog non avevo idea di dove mi avrebbe portata, pensavo che mi sarei spostata spesso o, più probabilmente, che avrei cercato di incastrare impegni di lavoro e trasferte a incontri furtivi e pieni di affetto con le compagne di blog, con le ragazze cioè con cui trascorro già molti momenti della mia giornata. In realtà non è mai andata così: Cindy, Valeria e La Effe sono venute fino qui e hanno trascorso del tempo con me, nella mia città, solo per il piacere di incontrarmi. E quindi viva Torino che mi ha regalato il primo incontro con l'Inventore e l'inizio di questo percorso (la splendida mattina da Melissa), viva Genova che porta con sé Paola e che le ospita tutte quante ogni volta che vogliono salire quassù, tra i rami del mio albero, dove il mare arriva in giardino.
domenica 21 giugno 2015
Thismustbetheblog #1: Melissa Erboristeria
Qualche giorno fa avevo scritto qui del mio nuovo progetto Thismustbetheblog: un viaggio non più solo virtuale per conoscere di persona le blogger che seguo e che, in qualche modo, fanno parte delle mie giornate.
Nel frattempo ho frequentato un corso alla Holden che mi ha aperto gli occhi su molti aspetti di scrittura per il web che decisamente ignoravo, facendomi però sentire anche abbastanza esperta di questa strana materia che è il digital writing. Non ho nessuna intenzione di stare qui a parlare di SEO, copyright, snippet o tracciabilità, ma sono curiosa di scoprire se le cose che ho imparato influiranno in qualche modo sulle letture del mio piccolo, verde blog.
Per tornare all'argomento del titolo, dunque, oggi vi racconto la prima tappa del viaggio #thismustbetheblog. Perché ho scelto di pubblicarlo ora? Perché davanti a me c'è un giga pacco di prodotti che ho comprato da Melissa Erboristeria. Qualcuno di voi ancora non conosce questo luogo magico? Ecco dove trovare info utili, foto splendide e tanta poesia:
Il catalogo
Il mondo Instagram
La pagina Facebook
Il sito web
Per me è andata così: taccuino rosso alla mano (lo stesso su cui sto scrivendo adesso, dal treno, come mi capita spessissimo quando viaggio) con la "lista della spesa" sono entrata nel negozio di mattoni e fiori a 65 passi dalla Mole. Valeria era un momento sul retro e ad accogliermi è stata la mamma, dolcissima, piena di premure e subito pronta a raccontarmi la sua passione per le tisane, gli infusi e le erbe in generale. Mentre stavamo chiacchierando è arrivata Valeria, che è ancora più alta, bella e gentile di come la si immagina seguendola sul web. Vestito blu a pois, zoccoli argentati, cintura alta per un vitino che nemmeno Marilyn, rossetto corallo, e centomila consigli.
Io giravo con il taccuino, lei mi portava davanti ad ogni scaffale e riempiva la borsa verde con le nostre scelte, i miei acquisti.
Alla fine ho svaligiato il negozio, erano mesi che non compravo nulla per la cura del corpo e raschiavo i fondi dei barattoli perché sapevo che sarei andata a Torino, perciò non mi sono granché limitata [e meno male che il gel all'aloe si può pure mangiare perché temo sarò costretta anche a nutrirmene]. Visto l'ingombro della maxi spesa ho optato per l'invio a Genova e ho tenuto con me solo la mousse detergente da viaggio (uno dei regali che mi ha fatto Valeria) e la mia nuova Tangle Teezer arancione vitamina, perché, come al solito, avevo dimenticato la spazzola a casa.
I prodotti che ho comprato sono così belli, profumati e buoni che mi verrebbe voglia di scrivere un post tutto dedicato a loro (com'è che si dice? Haul?), per ora mi limito a piantare la prima puntina sulla cartina del lungo viaggio di #thimustbetheblog, consapevole che non avrei potuto iniziarlo in un luogo migliore. Grazie infinite, Valeria, per la splendida accoglienza!
Nel frattempo ho frequentato un corso alla Holden che mi ha aperto gli occhi su molti aspetti di scrittura per il web che decisamente ignoravo, facendomi però sentire anche abbastanza esperta di questa strana materia che è il digital writing. Non ho nessuna intenzione di stare qui a parlare di SEO, copyright, snippet o tracciabilità, ma sono curiosa di scoprire se le cose che ho imparato influiranno in qualche modo sulle letture del mio piccolo, verde blog.
Per tornare all'argomento del titolo, dunque, oggi vi racconto la prima tappa del viaggio #thismustbetheblog. Perché ho scelto di pubblicarlo ora? Perché davanti a me c'è un giga pacco di prodotti che ho comprato da Melissa Erboristeria. Qualcuno di voi ancora non conosce questo luogo magico? Ecco dove trovare info utili, foto splendide e tanta poesia:
Il catalogo
Il mondo Instagram
La pagina Facebook
Il sito web
Per me è andata così: taccuino rosso alla mano (lo stesso su cui sto scrivendo adesso, dal treno, come mi capita spessissimo quando viaggio) con la "lista della spesa" sono entrata nel negozio di mattoni e fiori a 65 passi dalla Mole. Valeria era un momento sul retro e ad accogliermi è stata la mamma, dolcissima, piena di premure e subito pronta a raccontarmi la sua passione per le tisane, gli infusi e le erbe in generale. Mentre stavamo chiacchierando è arrivata Valeria, che è ancora più alta, bella e gentile di come la si immagina seguendola sul web. Vestito blu a pois, zoccoli argentati, cintura alta per un vitino che nemmeno Marilyn, rossetto corallo, e centomila consigli.
Io giravo con il taccuino, lei mi portava davanti ad ogni scaffale e riempiva la borsa verde con le nostre scelte, i miei acquisti.
Alla fine ho svaligiato il negozio, erano mesi che non compravo nulla per la cura del corpo e raschiavo i fondi dei barattoli perché sapevo che sarei andata a Torino, perciò non mi sono granché limitata [e meno male che il gel all'aloe si può pure mangiare perché temo sarò costretta anche a nutrirmene]. Visto l'ingombro della maxi spesa ho optato per l'invio a Genova e ho tenuto con me solo la mousse detergente da viaggio (uno dei regali che mi ha fatto Valeria) e la mia nuova Tangle Teezer arancione vitamina, perché, come al solito, avevo dimenticato la spazzola a casa.
I prodotti che ho comprato sono così belli, profumati e buoni che mi verrebbe voglia di scrivere un post tutto dedicato a loro (com'è che si dice? Haul?), per ora mi limito a piantare la prima puntina sulla cartina del lungo viaggio di #thimustbetheblog, consapevole che non avrei potuto iniziarlo in un luogo migliore. Grazie infinite, Valeria, per la splendida accoglienza!
venerdì 29 maggio 2015
Non lo saprà nessuno
Scrivere è un comportamento sociale, per questo pensiamo che allenare la buona scrittura sia un modo per migliorare le nostre relazioni.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.
Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:
Non lo saprà nessuno
Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.
Nino Pedretti, al vóusi.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.
Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:
Non lo saprà nessuno
Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.
Nino Pedretti, al vóusi.
venerdì 15 maggio 2015
Cose capitate
Ormai si sa, che mi piacciono le "cose capitate".
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.
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sabato 29 novembre 2014
I magnifici 5: vedere
Nel titolo c'è un errore, perché più che del "vedere" intendo scrivere del "guardare".
Qui da mamma è molto più facile, sono nel mio e tutto ciò che vedo in realtà lo guardo, con attenzione.
E' una mia caratteristica in generale, in verità: difficilmente lascio che le cose mi passino accanto senza badarci troppo, di solito poso gli occhi su quello che incontro e lo osservo, finché non lo capisco.
E' un pregio? Ni. Come sono attenta alla bellezza, anche piccola, che ci circonda, sono attenta (troppo) alle difficoltà, alle fatiche, alle cattiverie. Vedo, guardo, osservo tutto e, nella maggior parte dei casi, mi struggo.
Oggi però scriverò delle cose che mi piace guardare, ho deciso di lasciare fuori quelle brutte.
- Le foglie. Ma va? Chi lo avrebbe mai detto? Si sa, ho una passione sconfinata per la botanica, il primo erbario l'ho costruito con mamma da bambina, usando un grosso album a carta ruvida Fabriano e una pressa comprata in Val D'Aosta. Chissà che fine ha fatto.
- I colori. Mi piace cercarli, accostarli con il pensiero, immaginare quale sfumatura potrebbe stare bene con quella che ho scelto.
- Gli spettacoli a teatro, i concerti, i film al cinema. Insomma, tutte quelle occasioni in cui si condivide una sensazione con amici ma anche (o soprattutto) con perfetti sconosciuti, che si emozionano accanto a noi e a modo loro.
- I bambini che vivono esperienze e fanno nuove scoperte per proprio conto, in disparte. Quando un piccolino trova un insetto strano o un sasso dalla forma buffa e così, senza dire nulla a nessuno, si concentra ad osservarlo, senza preconcetti e senza il bisogno di condividere con altri la novità, io mi sciolgo.
- I comportamenti assurdi della mia gatta. Agata è più simile a un coniglio obeso che a un felino, ma è davvero adorabile. Non smetterei mai di guardarla.
- Il "mio" mare. D'estate, la mattina presto (o la sera), quando non c'è ancora nessuno che urla, gonfia il canotto, si spalma la crema, si tuffa a bomba.
- I boschi in autunno. Perché sono belli sempre, sia guardando in basso tra i muschi e i cespugli sia alzando gli occhi insù, tra rami e pezzi di cielo; in autunno, però, sono ancora più belli.
- La neve. Soprattutto quando è tanta e copre ogni cosa, anche i rumori.
- La pioggia. Che vista la situazione della mia regione non lo dovrei dire, ma quando comincia a scendere regolare, con quel rumore così rassicurante e quel profumo buonissimo (il petricor, di cui ho scritto nel post dedicato all'olfatto), potrei stare a guardarla per ore.
- La persona che amo. Mentre dorme o mentre fa qualcosa che gli piace davvero, seguendo la sua passione. Perché sono una fottutissima romanticona.
- Gli allestimenti. Le tavole ben apparecchiate, le sale organizzate nei dettagli per una festa, le cucine pronte a un bel pranzo, un prato agghindato per un matrimonio...
- Le librerie. Sia intese come negozi sia come mobili porta-libri, perché le vivo come veri e propri paesi dei balocchi.
- I mercatini. Possibilmente dell'antiquariato, ma anche quelli dell'hand made vanno benissimo. Datemi una fila di banchi più o meno sgangherati e ricoperti di cianfrusaglie bellissime e mi renderete una persona felice.
- Le mostre. Mentre per concerti, spettacoli, film al cinema, preferisco essere in compagnia, a vedere una mostra vado più volentieri da sola, al massimo con una persona vicina a me.
- I posti nuovi. Che non vuol dire per forza fare un viaggio lontano, ma semplicemente godere del piacere della scoperta. Come se avessi otto anni.
- I musei. Diversi dalle mostre, i migliori sono quelli di storia naturale o quelli che profumano ancora di museo. Che odore ha un museo? Non ve lo so dire, so solo che è buonissimo.
- I negozi di cartoleria. E non aggiungo altro.
- I fiori. Tutti, nessuno (o quasi) escluso.
Basta, dopo un venerdì un po' rabbuiato da cattive notizie, cercare e parlare della bellezza mi ha fatto bene.
Nella foto una foglia di gingko biloba, in assoluto una delle mie piante preferite, trovata del tutto inaspettatamente sotto casa di mamma (non mi risulta la presenza di questi alberi qui attorno) e accostata, perché i colori ormai sapete che mi piacciono assai, ad altre due cose gialle.
Non è ancora iniziato il p'titzelda2014 né il mio onepitittoadayproject, ma siamo già attivi nella ricerca di piccole cose belle. Evviva.
Qui da mamma è molto più facile, sono nel mio e tutto ciò che vedo in realtà lo guardo, con attenzione.
E' una mia caratteristica in generale, in verità: difficilmente lascio che le cose mi passino accanto senza badarci troppo, di solito poso gli occhi su quello che incontro e lo osservo, finché non lo capisco.
E' un pregio? Ni. Come sono attenta alla bellezza, anche piccola, che ci circonda, sono attenta (troppo) alle difficoltà, alle fatiche, alle cattiverie. Vedo, guardo, osservo tutto e, nella maggior parte dei casi, mi struggo.
Oggi però scriverò delle cose che mi piace guardare, ho deciso di lasciare fuori quelle brutte.
- Le foglie. Ma va? Chi lo avrebbe mai detto? Si sa, ho una passione sconfinata per la botanica, il primo erbario l'ho costruito con mamma da bambina, usando un grosso album a carta ruvida Fabriano e una pressa comprata in Val D'Aosta. Chissà che fine ha fatto.
- I colori. Mi piace cercarli, accostarli con il pensiero, immaginare quale sfumatura potrebbe stare bene con quella che ho scelto.
- Gli spettacoli a teatro, i concerti, i film al cinema. Insomma, tutte quelle occasioni in cui si condivide una sensazione con amici ma anche (o soprattutto) con perfetti sconosciuti, che si emozionano accanto a noi e a modo loro.
- I bambini che vivono esperienze e fanno nuove scoperte per proprio conto, in disparte. Quando un piccolino trova un insetto strano o un sasso dalla forma buffa e così, senza dire nulla a nessuno, si concentra ad osservarlo, senza preconcetti e senza il bisogno di condividere con altri la novità, io mi sciolgo.
- I comportamenti assurdi della mia gatta. Agata è più simile a un coniglio obeso che a un felino, ma è davvero adorabile. Non smetterei mai di guardarla.
- Il "mio" mare. D'estate, la mattina presto (o la sera), quando non c'è ancora nessuno che urla, gonfia il canotto, si spalma la crema, si tuffa a bomba.
- I boschi in autunno. Perché sono belli sempre, sia guardando in basso tra i muschi e i cespugli sia alzando gli occhi insù, tra rami e pezzi di cielo; in autunno, però, sono ancora più belli.
- La neve. Soprattutto quando è tanta e copre ogni cosa, anche i rumori.
- La pioggia. Che vista la situazione della mia regione non lo dovrei dire, ma quando comincia a scendere regolare, con quel rumore così rassicurante e quel profumo buonissimo (il petricor, di cui ho scritto nel post dedicato all'olfatto), potrei stare a guardarla per ore.
- La persona che amo. Mentre dorme o mentre fa qualcosa che gli piace davvero, seguendo la sua passione. Perché sono una fottutissima romanticona.
- Gli allestimenti. Le tavole ben apparecchiate, le sale organizzate nei dettagli per una festa, le cucine pronte a un bel pranzo, un prato agghindato per un matrimonio...
- Le librerie. Sia intese come negozi sia come mobili porta-libri, perché le vivo come veri e propri paesi dei balocchi.
- I mercatini. Possibilmente dell'antiquariato, ma anche quelli dell'hand made vanno benissimo. Datemi una fila di banchi più o meno sgangherati e ricoperti di cianfrusaglie bellissime e mi renderete una persona felice.
- Le mostre. Mentre per concerti, spettacoli, film al cinema, preferisco essere in compagnia, a vedere una mostra vado più volentieri da sola, al massimo con una persona vicina a me.
- I posti nuovi. Che non vuol dire per forza fare un viaggio lontano, ma semplicemente godere del piacere della scoperta. Come se avessi otto anni.
- I musei. Diversi dalle mostre, i migliori sono quelli di storia naturale o quelli che profumano ancora di museo. Che odore ha un museo? Non ve lo so dire, so solo che è buonissimo.
- I negozi di cartoleria. E non aggiungo altro.
- I fiori. Tutti, nessuno (o quasi) escluso.
Basta, dopo un venerdì un po' rabbuiato da cattive notizie, cercare e parlare della bellezza mi ha fatto bene.
Nella foto una foglia di gingko biloba, in assoluto una delle mie piante preferite, trovata del tutto inaspettatamente sotto casa di mamma (non mi risulta la presenza di questi alberi qui attorno) e accostata, perché i colori ormai sapete che mi piacciono assai, ad altre due cose gialle.
Non è ancora iniziato il p'titzelda2014 né il mio onepitittoadayproject, ma siamo già attivi nella ricerca di piccole cose belle. Evviva.
sabato 18 ottobre 2014
Vacanze romane: cose che non sapevo di me.
Quando si viaggia da soli si impara sempre qualcosa di sé.
Questa è la mia ultima sera a Roma, nella stanza accanto hanno appena stappato una bottiglia di spumante e un paio di piedi nudi hanno attraversato di corsa il corridoio per prendere due bicchieri in cucina. Prosit.
Sono rientrata poco fa dalla cena, ho mangiato in un'osteria qui vicino, ho fatto due passi nel viale di magnolie, ho pensato a me e alla settimana che verrà, fatta di curriculum da inviare, analisi da completare, visite mediche da ricordare, Festival della Scienza da iniziare.
Domani ho il treno diretto che mi riporterà a Genova, che mi è mancata un sacco anche se di starmene lontano per un po', pure poco, ne avevo davvero tanto bisogno.
Il convegno che ho seguito è stato molto interessante, il primo giorno cose già viste e sentite, oggi novità e tecniche utili per concludere degnamente questi due anni di assegno ormai in scadenza.
Quindi, dicevamo, viaggiando da soli si scoprono un sacco di aspetti personali che non si conoscevano. Ecco i miei:
1) Non mi piace mangiare da sola. Racconto spesso che ho iniziato tardi a farlo, ero già all'università la prima volta che ho pranzato con un'insalata greca al Botteghino delle Vigne. Piano piano mi sono abituata, ma è inutile: non mi piace. In questi giorni ho pranzato con un panino imbottito di frittata e verdure grigliate sul treno, all'altezza di Grosseto, in piedi nel corridoio. A cena ho preferito un aperitivo mentre ieri, a pranzo, un piatto di bucatini cacio e pepe non me lo ha tolto nessuno. A cena ho onorato le tradizioni e ho mangiato il baccalà fritto con le puntarelle e un quarto di vino bianco, come se con me ci fosse stata Anna la mia fedele compagna di viaggi di lavoro. Oggi, a convegno finito, mi sono seduta nel ristorantino di pesce che avevo adocchiato ieri: tartare di spigola e bicchiere di vino, tutto buonissimo ma 2,50 euro per un caffè e addirittura 3,00 euro per mezzo litro d'acqua del rubinetto...proprio no. E questa sera, dopo un pomeriggio infinito in giro per mostre, ho ceduto al menù a prezzo fisso con lasagna e bruschette, concedendomi ben due bicchieri di albergaccio perché è l'ultimo giorno e sono un poco triste. Morale della favola: non mi piace mangiare da sola, persino a colazione preferisco stare al bar (in religioso silenzio ma pur sempre tra la gente), però se sono costretta a farlo lo faccio, e pure bene.
2) Visitare mostre per me è come camminare: da sola è molto meglio. Non è vero, ho detto una bugia: visitare le mostre e camminare sono due attività che da sola faccio volentieri e benissimo, ma se posso condividere una cosa così bella con chi ama farlo tanto quanto me...beh allora sono felice davvero. La prerogativa essenziale è, tanto per cambiare, il silenzio. No commenti su quel quadro o quello scatto, no pause per foto, animaletti, alberi strani, didascalie, audioguide inceppate, falchi pellegrini. Le considerazioni sulla passeggiata e sull'esposizione solo a cose fatte, grazie.
3) Se non fossi una conservation scientist (ahahahaha, diagnosta per il restauro, va) sarei biologa, anzi botanica, anzi lichenologa. Quando partecipo a convegni simili a quello concluso oggi ho improvvise certezze e chiare visioni del se e del ma. Amo le piante, amo i muschi, le felci, le alghe, i fiori piccoli e sconosciuti. Amo le foglie, gli alberi, i prati. Amo tutto quello che è natura, bellezza, spontaneità. Però amo anche l'arte, i colori, la capacità di pochi (pochissimi) di dirmi esattamente come si sta con un peso nel cuore, con un bimbo in arrivo, con un lutto nel cervello, usando semplicemente una matita, un pigmento, una forma, un materiale.
4) Il secondo punto ritorna in questo. Perché in tre giorni ho visto quattro mostre, perché domani forse ne visiterò una quinta, e questo è stato possibile unicamente perché ero sola e perché negli artisti che ho deciso di andare a vedere si nascondono tutti gli aspetti di cui ho scritto poco fa. Il punto di vista spontaneo e capovolto di Escher, la bellezza immortalata da Cartier Bresson, la natura e i colori di Fontana (detentore ufficiale del mio cuore per un mese almeno), le difficoltà e le gioie nascoste tra gli scatti di Erwitt e Gardin.
5) Ho il senso dell'orientamento di un calzino. Nullo. Mi sono persa ogni giorno, verso ogni meta, ad ogni ora. Non che non lo sapessi, per carità, ma non credevo di essere così incapace di leggere una cartina, di riconoscere una via, di raggiungere un posto alla prima. Per fortuna che oggi pomeriggio, sul tram, il pompiere Mario mi ha guardato le scarpe, mi ha chiesto se vado in montagna e mi ha accompagnata fino all'ingresso dell'Auditorium, dove mi hanno scontato il biglietto per l'impegno. Giuro. (Nu se semo presentati, io sò Mario comunque. Se vedemo 'n giro)
6) Non potrei mai vivere in una città grande. Mi riallaccio automaticamente al punto scorso ma è così. Mi perdo, non mi serve tutto questo spazio, non lo so gestire e mi mette l'ansia. La metro di Roma? Uh, per carità. Meglio i quattro metri quadri di quella di Genova, che a fare a piedi arrivi prima. Ha ragione il vicino-vicino, mi manca la gallina nella gabbia e poi non avrò nulla da invidiare a Renato Pozzetto, ragazzo di campagna.
7) I book-shop sono il male, per il mio portafoglio di sicuro. Ho risparmiato in bus, metro e tram, ma ho spesso una fortuna in cataloghi, cartoline, stronzate varie ed eventuali di un'inutilità imbarazzante. Unico altro regalo: due taxi la sera per non attraversare Roma al buio con la certezza matematica di perdermi e farmi rubare tutto, cataloghi e cartoline compresi.
8) Ballando con le stelle è il male più dei book shop. Lo sto "guardando" ora mentre scrivo, un trauma per chi ha vissuto anni senza TV. Anzi, mentre la Carlucci dice "Chissà le gambe come sono diventate dure nel frattempo" medito di spegnere e di mettermi a leggere questo (uno degli innumerevoli acquisti di cui sopra, ma Fontana a Palazzo Incontro, con la libreria Fandango al piano terra, non ha aiutato a non comprarlo).
Ho scoperto altre mille cose, ma si fa tardi e si fa lunga, le terrò per me. S'è fatta na certa, come dicono qui.
Daje.
Questa è la mia ultima sera a Roma, nella stanza accanto hanno appena stappato una bottiglia di spumante e un paio di piedi nudi hanno attraversato di corsa il corridoio per prendere due bicchieri in cucina. Prosit.
Sono rientrata poco fa dalla cena, ho mangiato in un'osteria qui vicino, ho fatto due passi nel viale di magnolie, ho pensato a me e alla settimana che verrà, fatta di curriculum da inviare, analisi da completare, visite mediche da ricordare, Festival della Scienza da iniziare.
Domani ho il treno diretto che mi riporterà a Genova, che mi è mancata un sacco anche se di starmene lontano per un po', pure poco, ne avevo davvero tanto bisogno.
Il convegno che ho seguito è stato molto interessante, il primo giorno cose già viste e sentite, oggi novità e tecniche utili per concludere degnamente questi due anni di assegno ormai in scadenza.
Quindi, dicevamo, viaggiando da soli si scoprono un sacco di aspetti personali che non si conoscevano. Ecco i miei:
1) Non mi piace mangiare da sola. Racconto spesso che ho iniziato tardi a farlo, ero già all'università la prima volta che ho pranzato con un'insalata greca al Botteghino delle Vigne. Piano piano mi sono abituata, ma è inutile: non mi piace. In questi giorni ho pranzato con un panino imbottito di frittata e verdure grigliate sul treno, all'altezza di Grosseto, in piedi nel corridoio. A cena ho preferito un aperitivo mentre ieri, a pranzo, un piatto di bucatini cacio e pepe non me lo ha tolto nessuno. A cena ho onorato le tradizioni e ho mangiato il baccalà fritto con le puntarelle e un quarto di vino bianco, come se con me ci fosse stata Anna la mia fedele compagna di viaggi di lavoro. Oggi, a convegno finito, mi sono seduta nel ristorantino di pesce che avevo adocchiato ieri: tartare di spigola e bicchiere di vino, tutto buonissimo ma 2,50 euro per un caffè e addirittura 3,00 euro per mezzo litro d'acqua del rubinetto...proprio no. E questa sera, dopo un pomeriggio infinito in giro per mostre, ho ceduto al menù a prezzo fisso con lasagna e bruschette, concedendomi ben due bicchieri di albergaccio perché è l'ultimo giorno e sono un poco triste. Morale della favola: non mi piace mangiare da sola, persino a colazione preferisco stare al bar (in religioso silenzio ma pur sempre tra la gente), però se sono costretta a farlo lo faccio, e pure bene.
2) Visitare mostre per me è come camminare: da sola è molto meglio. Non è vero, ho detto una bugia: visitare le mostre e camminare sono due attività che da sola faccio volentieri e benissimo, ma se posso condividere una cosa così bella con chi ama farlo tanto quanto me...beh allora sono felice davvero. La prerogativa essenziale è, tanto per cambiare, il silenzio. No commenti su quel quadro o quello scatto, no pause per foto, animaletti, alberi strani, didascalie, audioguide inceppate, falchi pellegrini. Le considerazioni sulla passeggiata e sull'esposizione solo a cose fatte, grazie.
3) Se non fossi una conservation scientist (ahahahaha, diagnosta per il restauro, va) sarei biologa, anzi botanica, anzi lichenologa. Quando partecipo a convegni simili a quello concluso oggi ho improvvise certezze e chiare visioni del se e del ma. Amo le piante, amo i muschi, le felci, le alghe, i fiori piccoli e sconosciuti. Amo le foglie, gli alberi, i prati. Amo tutto quello che è natura, bellezza, spontaneità. Però amo anche l'arte, i colori, la capacità di pochi (pochissimi) di dirmi esattamente come si sta con un peso nel cuore, con un bimbo in arrivo, con un lutto nel cervello, usando semplicemente una matita, un pigmento, una forma, un materiale.
4) Il secondo punto ritorna in questo. Perché in tre giorni ho visto quattro mostre, perché domani forse ne visiterò una quinta, e questo è stato possibile unicamente perché ero sola e perché negli artisti che ho deciso di andare a vedere si nascondono tutti gli aspetti di cui ho scritto poco fa. Il punto di vista spontaneo e capovolto di Escher, la bellezza immortalata da Cartier Bresson, la natura e i colori di Fontana (detentore ufficiale del mio cuore per un mese almeno), le difficoltà e le gioie nascoste tra gli scatti di Erwitt e Gardin.
5) Ho il senso dell'orientamento di un calzino. Nullo. Mi sono persa ogni giorno, verso ogni meta, ad ogni ora. Non che non lo sapessi, per carità, ma non credevo di essere così incapace di leggere una cartina, di riconoscere una via, di raggiungere un posto alla prima. Per fortuna che oggi pomeriggio, sul tram, il pompiere Mario mi ha guardato le scarpe, mi ha chiesto se vado in montagna e mi ha accompagnata fino all'ingresso dell'Auditorium, dove mi hanno scontato il biglietto per l'impegno. Giuro. (Nu se semo presentati, io sò Mario comunque. Se vedemo 'n giro)
6) Non potrei mai vivere in una città grande. Mi riallaccio automaticamente al punto scorso ma è così. Mi perdo, non mi serve tutto questo spazio, non lo so gestire e mi mette l'ansia. La metro di Roma? Uh, per carità. Meglio i quattro metri quadri di quella di Genova, che a fare a piedi arrivi prima. Ha ragione il vicino-vicino, mi manca la gallina nella gabbia e poi non avrò nulla da invidiare a Renato Pozzetto, ragazzo di campagna.
7) I book-shop sono il male, per il mio portafoglio di sicuro. Ho risparmiato in bus, metro e tram, ma ho spesso una fortuna in cataloghi, cartoline, stronzate varie ed eventuali di un'inutilità imbarazzante. Unico altro regalo: due taxi la sera per non attraversare Roma al buio con la certezza matematica di perdermi e farmi rubare tutto, cataloghi e cartoline compresi.
8) Ballando con le stelle è il male più dei book shop. Lo sto "guardando" ora mentre scrivo, un trauma per chi ha vissuto anni senza TV. Anzi, mentre la Carlucci dice "Chissà le gambe come sono diventate dure nel frattempo" medito di spegnere e di mettermi a leggere questo (uno degli innumerevoli acquisti di cui sopra, ma Fontana a Palazzo Incontro, con la libreria Fandango al piano terra, non ha aiutato a non comprarlo).
Ho scoperto altre mille cose, ma si fa tardi e si fa lunga, le terrò per me. S'è fatta na certa, come dicono qui.
Daje.
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martedì 30 settembre 2014
Il vostro matrimonio è stato bello
Ce l'abbiamo fatta. Vi abbiamo sposati.
Che poi alla fine è stato semplice, avevate già pensato a tutto, o quasi.
Avete deciso di organizzare il vostro matrimonio in poco tempo, solo qualche mese per scegliere vestiti, fiori, menu, location (termine tecnico di noi weddingplanner ndr), bouquet, bomboniere, vini, fedi, acconciatura, calzini. A questo proposito, probabilmente proprio causa del poco tempo a disposizione, lo sposo è finito con l'indossare un paio di calze a pois, ma noi gli vogliamo bene lo stesso.
Al taglio della (bellissima e buonissima) torta avete ringraziato tutti, le famiglie, gli amici, i parenti vicini e lontani, i ragazzi della fattoria, quelli del nostro piccolo-grande circolo, e anche me, sorridente, dondolante, fradicia e un po' sbronza, che battevo le mani a bordo piscina, alternando saltelli scomposti a versetti di commozione.
Fra dice che per tutto il ricevimento, ogni volta che la incontravo bianca, splendente e svolazzante sull'erba verde, la bloccavo e biascicavo un "bravi, bello, tutto perfetto!". Effettivamente può essere. Ma lo pensavo davvero, lo avrei pensato anche se non avessi bevuto quei diciotto litri di Scaia, maledetto vino giallo che sa di mango (o papaia, come dice Nessie) e che sta bene con tutto, con i fichi, con il formaggio, con la zucca, con la carne cruda, con il cioccolato, e pure con la gipsofila, che non escludo di aver brucato in allegria.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vostro. Perché non avete esagerato in nulla, perché alla sera siete andati a dormire presto come solo la Fra sa fare il giorno del suo sì, perché avete regalato una bomboniera al tassista, perché avete scelto una testimone splendida in abito giallo accompagnata da un marito altrettanto splendido che ha aperto le danze in piscina, vestito di tutto punto, mentre lei lo guardava sconsolata, con i capelli mossi e perfetti e con gli occhi innamorati. Nonostante tutto :-D
Il vostro matrimonio è stato bello perché è arrivata gente da ogni dove pur di darvi un bacio, napoletane trasferite nel freddo nord, veneziani d'adozione belli come il sole, toscani, pugliesi, piemontesi, ma anche genovesi vicini, che più vicini mi sa che non si può.
Il vostro matrimonio è stato bello perché siamo partiti da casa, come facciamo sempre se usciamo a cena, se beviamo una cosa, se andiamo a giocare con Martins, se facciamo turno all'Altrove, se prendiamo un caffè in piazza. E mentre la Fra si lasciava truccare buona buona e Luca si scioglieva nella camicia, il fotografo con le bretelle azzurre cominciava il suo lavoro, professionale come sempre ma più commosso, questa volta.
Il vostro matrimonio è stato bello perché la musica a sorpresa durante la celebrazione (o come diavolo si dice) ha fatto piangere anche le seggiole, così come il discorso della fine, le bolle di sapone, le foto tutti abbracciati.
Il vostro matrimonio è stato bello perché c'era il sole, un sole d'estate caldo e felice, un sole forte che ha illuminato le (mie amate) foglie, i bicchieri pieni di vino, le foto stese tra i rami, i bimbi sdraiati sul prato, il vestito bellissimo di Francesca.
Il vostro matrimonio è stato bello perché ho assaggiato la cottura della tagliata prima degli altri (grazie Ste!), perché la torta decorata da Giulia era uno splendore ed era molto vicina a voi, alle cose che vi piacciono, alle caratteristiche che vi accompagnano: c'erano le geometrie matematiche e la precisione, ma anche i lamponi, i cuori e la cioccolata.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vero. Nella tranquillità, nelle cose fatte senza affanno e lasciate anche un po' al caso, all'umore degli ospiti, alle abitudini degli animali, al vento della sera che ha trasportato la lanterna di carta nel posto più secco e pericoloso di tutta San Desiderio.
Il vostro matrimonio è stato bello e io vi dico grazie. Di avermi invitata, di avermi coinvolta, di avermi dato una ragione un po' più sensata del solito per commuovermi di gioia (e, a un certo punto, anche per lasciarmi andare finalmente alle mie malinconie).
Buon cammino ragazzi, sarà bello vedrete, come il vostro matrimonio.
Elena
Che poi alla fine è stato semplice, avevate già pensato a tutto, o quasi.
Avete deciso di organizzare il vostro matrimonio in poco tempo, solo qualche mese per scegliere vestiti, fiori, menu, location (termine tecnico di noi weddingplanner ndr), bouquet, bomboniere, vini, fedi, acconciatura, calzini. A questo proposito, probabilmente proprio causa del poco tempo a disposizione, lo sposo è finito con l'indossare un paio di calze a pois, ma noi gli vogliamo bene lo stesso.
Al taglio della (bellissima e buonissima) torta avete ringraziato tutti, le famiglie, gli amici, i parenti vicini e lontani, i ragazzi della fattoria, quelli del nostro piccolo-grande circolo, e anche me, sorridente, dondolante, fradicia e un po' sbronza, che battevo le mani a bordo piscina, alternando saltelli scomposti a versetti di commozione.
Fra dice che per tutto il ricevimento, ogni volta che la incontravo bianca, splendente e svolazzante sull'erba verde, la bloccavo e biascicavo un "bravi, bello, tutto perfetto!". Effettivamente può essere. Ma lo pensavo davvero, lo avrei pensato anche se non avessi bevuto quei diciotto litri di Scaia, maledetto vino giallo che sa di mango (o papaia, come dice Nessie) e che sta bene con tutto, con i fichi, con il formaggio, con la zucca, con la carne cruda, con il cioccolato, e pure con la gipsofila, che non escludo di aver brucato in allegria.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vostro. Perché non avete esagerato in nulla, perché alla sera siete andati a dormire presto come solo la Fra sa fare il giorno del suo sì, perché avete regalato una bomboniera al tassista, perché avete scelto una testimone splendida in abito giallo accompagnata da un marito altrettanto splendido che ha aperto le danze in piscina, vestito di tutto punto, mentre lei lo guardava sconsolata, con i capelli mossi e perfetti e con gli occhi innamorati. Nonostante tutto :-D
Il vostro matrimonio è stato bello perché è arrivata gente da ogni dove pur di darvi un bacio, napoletane trasferite nel freddo nord, veneziani d'adozione belli come il sole, toscani, pugliesi, piemontesi, ma anche genovesi vicini, che più vicini mi sa che non si può.
Il vostro matrimonio è stato bello perché siamo partiti da casa, come facciamo sempre se usciamo a cena, se beviamo una cosa, se andiamo a giocare con Martins, se facciamo turno all'Altrove, se prendiamo un caffè in piazza. E mentre la Fra si lasciava truccare buona buona e Luca si scioglieva nella camicia, il fotografo con le bretelle azzurre cominciava il suo lavoro, professionale come sempre ma più commosso, questa volta.
Il vostro matrimonio è stato bello perché la musica a sorpresa durante la celebrazione (o come diavolo si dice) ha fatto piangere anche le seggiole, così come il discorso della fine, le bolle di sapone, le foto tutti abbracciati.
Il vostro matrimonio è stato bello perché c'era il sole, un sole d'estate caldo e felice, un sole forte che ha illuminato le (mie amate) foglie, i bicchieri pieni di vino, le foto stese tra i rami, i bimbi sdraiati sul prato, il vestito bellissimo di Francesca.
Il vostro matrimonio è stato bello perché ho assaggiato la cottura della tagliata prima degli altri (grazie Ste!), perché la torta decorata da Giulia era uno splendore ed era molto vicina a voi, alle cose che vi piacciono, alle caratteristiche che vi accompagnano: c'erano le geometrie matematiche e la precisione, ma anche i lamponi, i cuori e la cioccolata.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vero. Nella tranquillità, nelle cose fatte senza affanno e lasciate anche un po' al caso, all'umore degli ospiti, alle abitudini degli animali, al vento della sera che ha trasportato la lanterna di carta nel posto più secco e pericoloso di tutta San Desiderio.
Il vostro matrimonio è stato bello e io vi dico grazie. Di avermi invitata, di avermi coinvolta, di avermi dato una ragione un po' più sensata del solito per commuovermi di gioia (e, a un certo punto, anche per lasciarmi andare finalmente alle mie malinconie).
Buon cammino ragazzi, sarà bello vedrete, come il vostro matrimonio.
Elena
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martedì 23 settembre 2014
I magnifici 5: annusare
Oggi è il primo giorno di Autunno, la mia stagione preferita. Può sembrare strano ma se penso al senso dell'olfatto è l'autunno a venirmi in mente, non la primavera. Perché l'autunno è sottobosco umido, è foglie secche, è caldarroste, è legna che arde, è casa come nient'altro al mondo.
Con questo post mi mancheranno da scrivere solo quello sull'udito e quello sulla vista, e l'autunno andrebbe bene pure per loro.
Il senso dell'olfatto è il più antico che ho, forse questa cosa vale per tutti, non so. Sono ricordi olfattivi i miei primi ricordi. Alcuni legati a momenti belli, altri immersi in situazioni orrende, in ogni caso sono gli odori che mi fanno rotolare indietro in un secondo, senza passare dal via.
Ecco, come sempre, l'elenco (di quelli che amo):
- Il basilico, odore legato immediatamente a un'immagine: il lavandino di mia nonna Rosa ricoperto di foglie pronte per fare il pesto
- Il pollaio, uno di quegli odori atavici, che si fondono completamente con gli anni della mia infanzia
- L'erba tagliata, uno dei miei profumi preferiti in assoluto
- La prima pioggia che tocca il suolo, che ha pure un nome bellissimo e poetico, si chiama petricor
- La paglia, che come l'odore del pollaio è uno dei più vecchi nascosti nel mio cervello
- Il sottobosco bagnato, quello che ti riempie il naso nelle passeggiate di ottobre, cercando funghi, o camminando e basta
- Le castagne che cuociono nella padella bucata e riempiono la casa di affetto, non saprei scrivere altrimenti
- Il profumo della mamma di Alessia, la mia amica d'infanzia. Lo sento ancora tra la gente e prima o poi troverò il coraggio di fermare una signora che lo indossa per chiederle il nome
- La zagara, perché nessun fiore ha un odore così meraviglioso
- Il soffritto per il polpettone, ed è subito Casa
- Il pane caldo (perché, c'è qualcuno a cui non piace da morire?)
- I libri nuovi, infilare il naso tra le pagine è da sempre la prima cosa che faccio
- Il sapone di Marsiglia, nulla rende meglio il senso del pulito
- Il sole sui panni stesi appena ritirati, perché sì, il sole sui panni stesi appena ritirati ha un odore buonissimo
- Il mare
- Il legno di Cirmolo
- I pastelli a cera, che sanno di asilo, di album da disegno nuovo con i fogli un po' ruvidi, di grembiuli inamidati e di palestre con il parquet che scricchiola
- La noce moscata, la prima spezia che ho amato alla follia
- La pelle dell'uomo che amo
- La legna che arde nel camino, il profumo caratteristico del mio paesello, da novembre in poi
- La casa di Marina e Claudio, perché essere lì vuol dire essere al sicuro
- I musei, durante le mostre hanno sempre un profumo buonissimo
- I tigli in fiore, un'autentica meraviglia
Ho deciso che mi fermo, perché forse potrei andare avanti per ore. Non pensavo che avrei trovato così tanti profumi adorati, né che avrei fatto fatica a pormi un limite. Mentre chiudo il post penso già all'odore della cantina di mio papà, a quello di sportello (un mix di spezie, liquori, legno vecchio, cibi stantii), a quello di cacca di mucca, o di pesca matura, o di bambino piccolo, o di scorza di limone...
Con questo post mi mancheranno da scrivere solo quello sull'udito e quello sulla vista, e l'autunno andrebbe bene pure per loro.
Il senso dell'olfatto è il più antico che ho, forse questa cosa vale per tutti, non so. Sono ricordi olfattivi i miei primi ricordi. Alcuni legati a momenti belli, altri immersi in situazioni orrende, in ogni caso sono gli odori che mi fanno rotolare indietro in un secondo, senza passare dal via.
Ecco, come sempre, l'elenco (di quelli che amo):
- Il basilico, odore legato immediatamente a un'immagine: il lavandino di mia nonna Rosa ricoperto di foglie pronte per fare il pesto
- Il pollaio, uno di quegli odori atavici, che si fondono completamente con gli anni della mia infanzia
- L'erba tagliata, uno dei miei profumi preferiti in assoluto
- La prima pioggia che tocca il suolo, che ha pure un nome bellissimo e poetico, si chiama petricor
- La paglia, che come l'odore del pollaio è uno dei più vecchi nascosti nel mio cervello
- Il sottobosco bagnato, quello che ti riempie il naso nelle passeggiate di ottobre, cercando funghi, o camminando e basta
- Le castagne che cuociono nella padella bucata e riempiono la casa di affetto, non saprei scrivere altrimenti
- Il profumo della mamma di Alessia, la mia amica d'infanzia. Lo sento ancora tra la gente e prima o poi troverò il coraggio di fermare una signora che lo indossa per chiederle il nome
- La zagara, perché nessun fiore ha un odore così meraviglioso
- Il soffritto per il polpettone, ed è subito Casa
- Il pane caldo (perché, c'è qualcuno a cui non piace da morire?)
- I libri nuovi, infilare il naso tra le pagine è da sempre la prima cosa che faccio
- Il sapone di Marsiglia, nulla rende meglio il senso del pulito
- Il sole sui panni stesi appena ritirati, perché sì, il sole sui panni stesi appena ritirati ha un odore buonissimo
- Il mare
- Il legno di Cirmolo
- I pastelli a cera, che sanno di asilo, di album da disegno nuovo con i fogli un po' ruvidi, di grembiuli inamidati e di palestre con il parquet che scricchiola
- La noce moscata, la prima spezia che ho amato alla follia
- La pelle dell'uomo che amo
- La legna che arde nel camino, il profumo caratteristico del mio paesello, da novembre in poi
- La casa di Marina e Claudio, perché essere lì vuol dire essere al sicuro
- I musei, durante le mostre hanno sempre un profumo buonissimo
- I tigli in fiore, un'autentica meraviglia
Ho deciso che mi fermo, perché forse potrei andare avanti per ore. Non pensavo che avrei trovato così tanti profumi adorati, né che avrei fatto fatica a pormi un limite. Mentre chiudo il post penso già all'odore della cantina di mio papà, a quello di sportello (un mix di spezie, liquori, legno vecchio, cibi stantii), a quello di cacca di mucca, o di pesca matura, o di bambino piccolo, o di scorza di limone...
giovedì 3 luglio 2014
Le luci nelle case degli altri
Quando ho pubblicato questo post non avevo idea dell'esistenza del libro di cui scriverò oggi. Non avevo mai letto nulla di Chiara Gamberale e ho iniziato un po' per caso e un po' per curiosità. Qui tra la pila di libri da leggere ne ho un altro suo e chissà se mi piacerà come questo.
In verità non credo sia un romanzo particolarmente bello, ma io ne ho tirato fuori un sacco di spunti interessanti. Mi sono lasciata trascinare dalle parole e ambientata subito nel condominio di Via Grotta Perfetta, dove in ogni abitante ho trovato qualche amico, un parente, il capo...insomma un microcosmo composto da persone che vivono nella vita di tutti noi, ogni giorno.
Non è una storia triste, nonostante i motivi di dolore ci siano eccome e siano pure i più classici: dal lutto all'abbandono, dalla solitudine al tradimento, dalla paura alla frustrazione. Le luci nelle case degli altri è una storia particolare in cui sono i ragionamenti familiari che rapiscono chi legge, certi sensi di inadeguatezza così riconoscibili e riconosciuti, certe gioie inaspettate e irraccontabili, certi segreti tutto sommato comuni a molte, troppe persone.
"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sé una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - né noi né quella persona, - mentre succede, se ne renda conto"
Ed è vero, è così che funziona, o che per lo meno secondo me dovrebbe funzionare. Forse che i miei fallimenti in amore stiano nella mia passione per le galosce e per il fango? Forse è perché mi sono messa a dipingere lampadine? Io sono fatta così, ormai è chiaro a me e a molte delle persone che mi stanno vicino: mi lascio andare, mi lascio conoscere, senza fidarmi mai questo è vero, ma prendendo e togliendo, modificando e facendomi cambiare. E penso sia profondamente giusto così.
Perché "il resto è adesso".
Io fossi in voi lo leggerei, perché regala anche delle sorprese, perché racconta l'incanto di chi s'innamora per la prima volta, perché affronta con tenerezza le piccolezze di un'anziana donna sola e perché parla di omosessualità finalmente senza buonismo.
Io fossi in voi lo leggerei perché, come Palomo, questo libro non biasima nessuno.
In verità non credo sia un romanzo particolarmente bello, ma io ne ho tirato fuori un sacco di spunti interessanti. Mi sono lasciata trascinare dalle parole e ambientata subito nel condominio di Via Grotta Perfetta, dove in ogni abitante ho trovato qualche amico, un parente, il capo...insomma un microcosmo composto da persone che vivono nella vita di tutti noi, ogni giorno.
Non è una storia triste, nonostante i motivi di dolore ci siano eccome e siano pure i più classici: dal lutto all'abbandono, dalla solitudine al tradimento, dalla paura alla frustrazione. Le luci nelle case degli altri è una storia particolare in cui sono i ragionamenti familiari che rapiscono chi legge, certi sensi di inadeguatezza così riconoscibili e riconosciuti, certe gioie inaspettate e irraccontabili, certi segreti tutto sommato comuni a molte, troppe persone.
"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sé una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - né noi né quella persona, - mentre succede, se ne renda conto"
Ed è vero, è così che funziona, o che per lo meno secondo me dovrebbe funzionare. Forse che i miei fallimenti in amore stiano nella mia passione per le galosce e per il fango? Forse è perché mi sono messa a dipingere lampadine? Io sono fatta così, ormai è chiaro a me e a molte delle persone che mi stanno vicino: mi lascio andare, mi lascio conoscere, senza fidarmi mai questo è vero, ma prendendo e togliendo, modificando e facendomi cambiare. E penso sia profondamente giusto così.
Perché "il resto è adesso".
Io fossi in voi lo leggerei, perché regala anche delle sorprese, perché racconta l'incanto di chi s'innamora per la prima volta, perché affronta con tenerezza le piccolezze di un'anziana donna sola e perché parla di omosessualità finalmente senza buonismo.
Io fossi in voi lo leggerei perché, come Palomo, questo libro non biasima nessuno.
sabato 26 aprile 2014
Oggi ho letto un libro
Oggi ho letto un libro.
Stanno tutti bene tranne me.
Avevo trovato la recensione all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno, grazie a Cindy e al suo blog e avevo pensato che lo avrei comprato non appena terminavo Haruki Murakami. Poi, però, mi sono detta che per riprendere a leggere con costanza forse poteva essere una buona idea farmi appassionare da un romanzo nuovo, di un'autrice che non conosco, incontrata per caso tra le pagine web in cui ormai navigo sicura. Così sono corsa in libreria e in due giorni scarsi ho divorato queste centotrentanove pagine di bellezza, pura. Ci sono dolori enormi, c'è la vita quotidiana, ci sono descrizioni perfette di sensazioni e sentimenti che tutti conosciamo, ci sono morte, amore, fame, paura, rabbia, sonno, curiosità, perfezione e odio. Ci sono natura e città, vecchiaia e giovinezza, luce e buio, tutti raccontati con istinto, quasi come fossero ovvietà, cose semplici che si possono spiegare in un attimo, ricordando un gesto, un momento, uno sguardo.
C'è un colpo di scena che è un pugno nella pancia, che ti fa decidere di non prestare il libro a nessuno per non fare male, per non turbare, per rileggerlo diecimila volte e capire come si fa. Come si gira pagina, come si superano il dolore, la perdita, la noia del quotidiano, l'abuso, la propria invisibilità, lo scorrere del tempo. Un'accettazione, una convivenza, un'osservazione attenta delle piccole cose, un pullover sopra l'altro, una torta alla marmellata di arance.
Sulla quarta di copertina c'è scritto "Alberi, costellazioni, cani, insetti, rampicanti sono ovunque tra le pagine di questo romanzo d'esordio feroce e allo stesso tempo toccante. La storia è potentissima e la scrittura capace di continue accensioni, lo sguardo sulle vicende umane è quasi naturalistico, senza giudizio, ha qualcosa di scientifico, seziona e analizza concetti giganteschi e solidissimi come la famiglia, il sesso, la vita e la morte rivelando un talento spiazzante". Ed è vero.
Non ci sono frasi preferite questa volta, tutto il romanzo lo è, perché è il modo in cui è scritto che rimane nella testa e scava, scava, scava. Chissà per quanto ancora.
Vale la pena leggerlo, davvero.
"Io penso che nel mondo delle foglie ci sia in fin dei conti abbastanza voglia di scherzare" (Louis Aragon, Le con d'Irène)
Il libro inizia così, con questa citazione.
P.S. La foto, scattata oggi, si riferisce ad un braccialetto che mi ha regalato mamma, in cuoio e resina bicomponente, la stessa che uso io al lavoro. Questa volta, però, c'è dentro una foglia, credo sia di fragola.
Stanno tutti bene tranne me.
Avevo trovato la recensione all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno, grazie a Cindy e al suo blog e avevo pensato che lo avrei comprato non appena terminavo Haruki Murakami. Poi, però, mi sono detta che per riprendere a leggere con costanza forse poteva essere una buona idea farmi appassionare da un romanzo nuovo, di un'autrice che non conosco, incontrata per caso tra le pagine web in cui ormai navigo sicura. Così sono corsa in libreria e in due giorni scarsi ho divorato queste centotrentanove pagine di bellezza, pura. Ci sono dolori enormi, c'è la vita quotidiana, ci sono descrizioni perfette di sensazioni e sentimenti che tutti conosciamo, ci sono morte, amore, fame, paura, rabbia, sonno, curiosità, perfezione e odio. Ci sono natura e città, vecchiaia e giovinezza, luce e buio, tutti raccontati con istinto, quasi come fossero ovvietà, cose semplici che si possono spiegare in un attimo, ricordando un gesto, un momento, uno sguardo.
C'è un colpo di scena che è un pugno nella pancia, che ti fa decidere di non prestare il libro a nessuno per non fare male, per non turbare, per rileggerlo diecimila volte e capire come si fa. Come si gira pagina, come si superano il dolore, la perdita, la noia del quotidiano, l'abuso, la propria invisibilità, lo scorrere del tempo. Un'accettazione, una convivenza, un'osservazione attenta delle piccole cose, un pullover sopra l'altro, una torta alla marmellata di arance.
Sulla quarta di copertina c'è scritto "Alberi, costellazioni, cani, insetti, rampicanti sono ovunque tra le pagine di questo romanzo d'esordio feroce e allo stesso tempo toccante. La storia è potentissima e la scrittura capace di continue accensioni, lo sguardo sulle vicende umane è quasi naturalistico, senza giudizio, ha qualcosa di scientifico, seziona e analizza concetti giganteschi e solidissimi come la famiglia, il sesso, la vita e la morte rivelando un talento spiazzante". Ed è vero.
Non ci sono frasi preferite questa volta, tutto il romanzo lo è, perché è il modo in cui è scritto che rimane nella testa e scava, scava, scava. Chissà per quanto ancora.
Vale la pena leggerlo, davvero.
"Io penso che nel mondo delle foglie ci sia in fin dei conti abbastanza voglia di scherzare" (Louis Aragon, Le con d'Irène)
Il libro inizia così, con questa citazione.
P.S. La foto, scattata oggi, si riferisce ad un braccialetto che mi ha regalato mamma, in cuoio e resina bicomponente, la stessa che uso io al lavoro. Questa volta, però, c'è dentro una foglia, credo sia di fragola.
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venerdì 1 novembre 2013
Quei portoni chiusi a metà
Quando mi sono iscritta all'università, ormai un sacco di anni fa, non conoscevo le tante, anche bizzarre, usanze e tradizioni ormai consolidate che circolavano nei vari corridoi ed edifici di Via Balbi. I cani nel cortile che vagavano indisturbati a tutte le ore, il signore davanti al Bar Cavo che cantilenava ogni giorno "me lo paghi un panino?" in faccia alle migliaia di pendolari che si riversavano fuori dalla stazione, le foto post laurea (inspiegabilmente orrende quanto obbligatorie) scattate accanto al pozzo o sulla terrazza di Balbi 2, il portone di Lettere chiuso (o aperto, questa è come quella del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto) a metà in segno di lutto.
In tanti anni di studi quel portone si è mezzo chiuso parecchie volte, segno peraltro evidente dell'anzianità accademica in cui viviamo, ma ieri è stato diverso. Quando il telefonino mi è squillato durante l'animazione del Festival e ho visto la chiamata di Giacomo, non so perché, ho capito. Si sapeva che il Prof era malato da tempo e che presto avremmo appreso della sua scomparsa, ma quando se ne va un pezzo della tua vita, della tua formazione, della tua passione, un piccolo lenzuolo si posa su quell'angolo del tuo cuore. Io ieri stavo "insegnando" e quante volte mi capita di ritrovare nelle mie gestualità, nei miei modi di dire, nelle mie pause e nelle mie battute, gli stessi atteggiamenti di alcuni dei professori che ho incontrato durante il mio percorso. Sicuramente, molta dell'attitudine all'osservazione, della voglia di capire qualcosa di apparentemente complicato, della capacità di guardare un'opera incomprensibile, astratta, stupida e irriverente e coglierne i perché mi è stata passata da Lui, da questo signore un po' rotondo, con il sorriso timido di un bimbo, la voce pacata e dolce, l'enorme cultura e preparazione. Mai davanti agli altri, mai scortese e brutale, mai maleducato con gli alunni, mai scostante durante gli esami, mi ha raccontato la storia di Christo e Jeanne Claude tanto da farmene innamorare, mi ha mostrato il Blue di Klein, mi ha aperto il mondo di Staglieno con tutte le sue grane e tutte le sue meraviglie. Così è naturale per me andare domani a dargli l'ultimo saluto, ringraziandolo in silenzio per avermi insegnato a cogliere l'arte in ogni cosa, da una linea nera su un foglio bianco ad un'architettura complessa, dalla saturazione di un colore alla forma astratta di una statua.
Quando qualche giorno fa Davide, visitatore-pittore approdato nel nostro laboratorio, mi ha proiettato in un baleno nella poesia pura dell'arte contemporanea chiedendomi dall'alto dei suoi quanti? dieci anni scarsi? se poteva fotografare il soffitto della sala in cui ci siamo sistemati, io l'ho vista la fiamma della passione nei suoi occhi. Il fuoco della necessità di conoscere da vicino quelle strane macchie colorate, antichi residui di pittura, sparse sul soffitto, così da poter riversare su tela le emozioni suscitate da quella visione. In un laboratorio dove si pilotano droni, aerei robot telecomandati, dove qualunque ragazzino tra i sei e i sedici anni presterebbe attenzione unicamente all'I-pad e a quel meraviglioso coso nero che gira a mezz'aria, Davide era attratto da una visione, dalla proiezione del soffitto che la sua mente aveva già immaginato dipinta su un quadro. Quante volte, a lezione, il Prof mi aveva parlato di questi momenti, degli attimi in cui un artista contemporaneo percepisce l'opera in arrivo, la sente e la vomita, la espelle, la butta fuori con urgenza. E c'era urgenza negli occhi di Davide quando ha scritto sulla nostra nuvola dei messaggi le parole "Pitore Solpreso" sotto al suo nome, per ricordare a tutti che quella mattina, né i droni né probabilmente la mia spiegazione interattiva, piena di esperimenti e facce buffe, lo avevano sorpreso quanto quelle stupide macchie sul soffitto. Arte pura. E allora mi impegnerò a scattarla una foto a testa insù, a ritrovare Davide tra le centinaia di visitatori passati da noi e a mandargli quell'immagine che tanto gli era piaciuta, perché Lei, Prof, avrebbe fatto lo stesso.
In tanti anni di studi quel portone si è mezzo chiuso parecchie volte, segno peraltro evidente dell'anzianità accademica in cui viviamo, ma ieri è stato diverso. Quando il telefonino mi è squillato durante l'animazione del Festival e ho visto la chiamata di Giacomo, non so perché, ho capito. Si sapeva che il Prof era malato da tempo e che presto avremmo appreso della sua scomparsa, ma quando se ne va un pezzo della tua vita, della tua formazione, della tua passione, un piccolo lenzuolo si posa su quell'angolo del tuo cuore. Io ieri stavo "insegnando" e quante volte mi capita di ritrovare nelle mie gestualità, nei miei modi di dire, nelle mie pause e nelle mie battute, gli stessi atteggiamenti di alcuni dei professori che ho incontrato durante il mio percorso. Sicuramente, molta dell'attitudine all'osservazione, della voglia di capire qualcosa di apparentemente complicato, della capacità di guardare un'opera incomprensibile, astratta, stupida e irriverente e coglierne i perché mi è stata passata da Lui, da questo signore un po' rotondo, con il sorriso timido di un bimbo, la voce pacata e dolce, l'enorme cultura e preparazione. Mai davanti agli altri, mai scortese e brutale, mai maleducato con gli alunni, mai scostante durante gli esami, mi ha raccontato la storia di Christo e Jeanne Claude tanto da farmene innamorare, mi ha mostrato il Blue di Klein, mi ha aperto il mondo di Staglieno con tutte le sue grane e tutte le sue meraviglie. Così è naturale per me andare domani a dargli l'ultimo saluto, ringraziandolo in silenzio per avermi insegnato a cogliere l'arte in ogni cosa, da una linea nera su un foglio bianco ad un'architettura complessa, dalla saturazione di un colore alla forma astratta di una statua.
Quando qualche giorno fa Davide, visitatore-pittore approdato nel nostro laboratorio, mi ha proiettato in un baleno nella poesia pura dell'arte contemporanea chiedendomi dall'alto dei suoi quanti? dieci anni scarsi? se poteva fotografare il soffitto della sala in cui ci siamo sistemati, io l'ho vista la fiamma della passione nei suoi occhi. Il fuoco della necessità di conoscere da vicino quelle strane macchie colorate, antichi residui di pittura, sparse sul soffitto, così da poter riversare su tela le emozioni suscitate da quella visione. In un laboratorio dove si pilotano droni, aerei robot telecomandati, dove qualunque ragazzino tra i sei e i sedici anni presterebbe attenzione unicamente all'I-pad e a quel meraviglioso coso nero che gira a mezz'aria, Davide era attratto da una visione, dalla proiezione del soffitto che la sua mente aveva già immaginato dipinta su un quadro. Quante volte, a lezione, il Prof mi aveva parlato di questi momenti, degli attimi in cui un artista contemporaneo percepisce l'opera in arrivo, la sente e la vomita, la espelle, la butta fuori con urgenza. E c'era urgenza negli occhi di Davide quando ha scritto sulla nostra nuvola dei messaggi le parole "Pitore Solpreso" sotto al suo nome, per ricordare a tutti che quella mattina, né i droni né probabilmente la mia spiegazione interattiva, piena di esperimenti e facce buffe, lo avevano sorpreso quanto quelle stupide macchie sul soffitto. Arte pura. E allora mi impegnerò a scattarla una foto a testa insù, a ritrovare Davide tra le centinaia di visitatori passati da noi e a mandargli quell'immagine che tanto gli era piaciuta, perché Lei, Prof, avrebbe fatto lo stesso.
sabato 31 agosto 2013
Il vento del nord
Ultimo giorno di agosto, tramontana persa, l'estate sta finendo ed è proprio vero che un anno se ne va e che sto diventando grande, a differenza della canzone però io sono contenta che stia succedendo, era pure l'ora.
Non che sia mai stata un'immatura, anzi, penso di aver dimostrato (mentalmente oltre che fisicamente) più anni di quelli che ho sin da quando ero piccola, sempre molto giudiziosa, obbediente, razionale, affidabile...
In questo momento della mia vita però sto crescendo sotto nuovi aspetti, in particolare sotto quelli sentimentali, misurandomi con emozioni, sensazioni, paure e fantasie che non ricordo di aver mai provato.
Mi ascolto meno del solito, nel senso che agisco di più seguendo l'istinto, lasciandomi trasportare da quello che sento e da quello che succede, senza per forza cercare di essere perfetta e di controllare tutto.
La mia attitudine all'analisi patologica di ogni male e di ogni difficoltà la sto ampiamente sfogando nel secondo ambito in cui sono maestra della "sega mentale": la salute. Ma questa è un'altra, noiosissima e monotona storia.
Domani, nel frattempo, me ne vado a Pollenzo, a seguire una Scuola di Comunicazione della Scienza che si preannuncia interessante, dove spero di riuscire a coltivare un po' delle mie passioni e delle mie capacità, decisamente troppo soffocate dalla routine e dalla poca fiducia in me stessa.
Quindi, mentre riordino le idee, la cucina e la valigia contemporaneamente, ripenso sull'ultima mail di mamma, ricca di spunti e di affetto come sempre. Questa volta i protagonisti sono amore, gioia e dolore, tre fratelli siamesi direi. Qui sotto, per chiudere l'ultimo post pre partenza (nel prossimo spero di riuscire a raccontare questa nuova seppur breve esperienza alla porte), ecco un pezzo del messaggio che ho ricevuto:
Quando l'amore vi chiama seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgono, affidatevi a lui. Anche se la sua lama nascosta tra le piume potrebbe ferirvi. E quando vi parla, abbiate fiducia in lui. Anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni come il vento del nord devasta un giardino. Perché l'amore come vi incorona, allo stesso modo può crocifiggervi. E come vi fa fiorire, allo stesso modo vi recide. Allo stesso modo in cui ascende alle vostre sommità e accarezza i vostri rami più teneri che fremono nel sole, così può scendere fino alle vostre radici e scuoterle fin dove si aggrappano alla terra.
Come covoni di grano vi raccoglie intorno a sè.
Vi batte fino a spogliarvi.
Vi setaccia per liberarvi dai vostri gusci.
Vi macina fino a ridurvi in farina.
Vi impasta rendendovi malleabili.
Poi vi affida alla sua sacra fiamma, per rendervi pane sacro per il sacro banchetto di Dio.
Tutto questo vi farà l'amore perché conosciate i segreti del vostro cuore, e perché in quella conoscenza diveniate un frammento del cuore della vita.
Ma se nella vostra paura dell'amore cercherete solo il piacere e la pace, allora meglio farete a coprire la vostra nudità e ad abbandonare l'aia dell'amore per il mondo senza stagioni dove potrete ridere, ma non tutte le vostre risate, e piangere, ma non tutte le vostre lacrime.
L'amore non dà nulla se non se stesso, e non prende che da se stesso.
L'amore non possiede, né può essere posseduto. Perché l'amore basta all'amore. E non potete pensare di comandare il cammino dell'amore: se vi trova degni, è lui a dirigere il vostro cammino. L'amore non ha altro desiderio che realizzare se stesso.
Da Il Profeta di Kahlil Gibran.
Non che sia mai stata un'immatura, anzi, penso di aver dimostrato (mentalmente oltre che fisicamente) più anni di quelli che ho sin da quando ero piccola, sempre molto giudiziosa, obbediente, razionale, affidabile...
In questo momento della mia vita però sto crescendo sotto nuovi aspetti, in particolare sotto quelli sentimentali, misurandomi con emozioni, sensazioni, paure e fantasie che non ricordo di aver mai provato.
Mi ascolto meno del solito, nel senso che agisco di più seguendo l'istinto, lasciandomi trasportare da quello che sento e da quello che succede, senza per forza cercare di essere perfetta e di controllare tutto.
La mia attitudine all'analisi patologica di ogni male e di ogni difficoltà la sto ampiamente sfogando nel secondo ambito in cui sono maestra della "sega mentale": la salute. Ma questa è un'altra, noiosissima e monotona storia.
Domani, nel frattempo, me ne vado a Pollenzo, a seguire una Scuola di Comunicazione della Scienza che si preannuncia interessante, dove spero di riuscire a coltivare un po' delle mie passioni e delle mie capacità, decisamente troppo soffocate dalla routine e dalla poca fiducia in me stessa.
Quindi, mentre riordino le idee, la cucina e la valigia contemporaneamente, ripenso sull'ultima mail di mamma, ricca di spunti e di affetto come sempre. Questa volta i protagonisti sono amore, gioia e dolore, tre fratelli siamesi direi. Qui sotto, per chiudere l'ultimo post pre partenza (nel prossimo spero di riuscire a raccontare questa nuova seppur breve esperienza alla porte), ecco un pezzo del messaggio che ho ricevuto:
Quando l'amore vi chiama seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgono, affidatevi a lui. Anche se la sua lama nascosta tra le piume potrebbe ferirvi. E quando vi parla, abbiate fiducia in lui. Anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni come il vento del nord devasta un giardino. Perché l'amore come vi incorona, allo stesso modo può crocifiggervi. E come vi fa fiorire, allo stesso modo vi recide. Allo stesso modo in cui ascende alle vostre sommità e accarezza i vostri rami più teneri che fremono nel sole, così può scendere fino alle vostre radici e scuoterle fin dove si aggrappano alla terra.
Come covoni di grano vi raccoglie intorno a sè.
Vi batte fino a spogliarvi.
Vi setaccia per liberarvi dai vostri gusci.
Vi macina fino a ridurvi in farina.
Vi impasta rendendovi malleabili.
Poi vi affida alla sua sacra fiamma, per rendervi pane sacro per il sacro banchetto di Dio.
Tutto questo vi farà l'amore perché conosciate i segreti del vostro cuore, e perché in quella conoscenza diveniate un frammento del cuore della vita.
Ma se nella vostra paura dell'amore cercherete solo il piacere e la pace, allora meglio farete a coprire la vostra nudità e ad abbandonare l'aia dell'amore per il mondo senza stagioni dove potrete ridere, ma non tutte le vostre risate, e piangere, ma non tutte le vostre lacrime.
L'amore non dà nulla se non se stesso, e non prende che da se stesso.
L'amore non possiede, né può essere posseduto. Perché l'amore basta all'amore. E non potete pensare di comandare il cammino dell'amore: se vi trova degni, è lui a dirigere il vostro cammino. L'amore non ha altro desiderio che realizzare se stesso.
Da Il Profeta di Kahlil Gibran.
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giovedì 29 agosto 2013
Quanta bellezza...
Quanta bellezza c'è in una raganella minuscola, verde smeraldo, appesa sulla tua felpa fuxia, in una sera di fine estate?
Tanta, tantissima bellezza...se poi accanto a te ci sono una famiglia appena conosciuta e bella da matti pure lei, i vicini matematici-fotografi-pasticceri, la sposina dell'anno passato, il vicino-vicino e Andrea con la camicia a quadri, è tutto ancora più bello.
E se poi sui prati attorno ad una tavola apparecchiata sull'erba ci sono due asini freschi di parrucchiere, una mucca nera lenta e silenziosa, un coniglio nero pure lui in compagnia di tre merli (inutile dirlo, neri anche loro), caprette e galline invisibili, zucche arancioni da fiaba, albicocchi piccolini, ciliegi ricoperti di licheni d'argento, rami di kiwi, piante sconosciute, muretti a secco, piscine blu, amache appese tra gli alberi da frutto...è tutto, inevitabilmente, più bello.
E sono belli i cuochi orgogliosi, la carne cotta sulla pietra, la pasta al pesto che non puoi mangiare, le verdure tagliate sottili e grigliate al buio, il vino rosso, i treni di Bibi, la nanna di Leo, i racconti della sposa sullo sposo lontano, le battute del vicino-vicino, la prontezza del vicino-matematico-fotografo che scatta la foto alla ranocchia appena atterrata sulla tua giacca, la torta intollerante e meravigliosa della vicina-matematica-pasticcera, l'arrampicata estemporanea sul muretto del ragazzo con gli occhi a fessura seduto davanti a te, l'amore di mamma e papà che riempie la notte, le stelle che brillano perché qui ci sono poche luci, i fuochi d'artificio che scoppiano nel paese in festa poco più su.
E tutta questa bellezza ti fa bene, così bene che nonostante la mega mangiata il tuo stomaco riposa tranquillo e i tuoi sonni arrivano leggeri. Perché la bellezza salva sempre, dalle paure più grosse tornate stasera al tramonto e dure ad andarsene anche ora mentre scrivi, dai dubbi sulle tue capacità e possibilità lavorative, dai pensieri sulla tua famiglia ormai così scompaginata.
L'ultimo album dei The National (dal nefasto titolo Truble will find me, a riprova del fatto che preferisco la musica triste, per chi ancora non lo avesse capito e per chi ama ricordarmelo!) è bellezza e pure le zampe di Agata nascosta sotto un auto lo sono, è bellezza la spiaggia quasi vuota di questa sera, la bici rossa è bellezza e la mia calda felpa verde è bellezza pure lei.
C'è stato un tempo in cui le serate come ieri erano all'ordine del giorno? A me sembra di sì ma io rimuovo tutto, quello che mi fa male e spesso anche quello che mi fa bene e quindi, forse per fortuna, a volte mi sembra di vivere cose nuove e inaspettate, come se fosse la prima volta. Pensare ad un laboratorio dall'allestimento alla didattica come se non lo avessi mai fatto, mettere i piedi a bagno nell'acqua limpidissima come se avessi abitato su un monte fino a ieri sera, leggere quello che sentono le persone a te vicine e stupirsi anche degli aspetti più semplici, guardare negli stessi occhi come se non li avessi mai visti prima.
Quanta bellezza c'è in tutto questo?
P.S. La foto, ovviamente, è di Balletti.
Tanta, tantissima bellezza...se poi accanto a te ci sono una famiglia appena conosciuta e bella da matti pure lei, i vicini matematici-fotografi-pasticceri, la sposina dell'anno passato, il vicino-vicino e Andrea con la camicia a quadri, è tutto ancora più bello.
E se poi sui prati attorno ad una tavola apparecchiata sull'erba ci sono due asini freschi di parrucchiere, una mucca nera lenta e silenziosa, un coniglio nero pure lui in compagnia di tre merli (inutile dirlo, neri anche loro), caprette e galline invisibili, zucche arancioni da fiaba, albicocchi piccolini, ciliegi ricoperti di licheni d'argento, rami di kiwi, piante sconosciute, muretti a secco, piscine blu, amache appese tra gli alberi da frutto...è tutto, inevitabilmente, più bello.
E sono belli i cuochi orgogliosi, la carne cotta sulla pietra, la pasta al pesto che non puoi mangiare, le verdure tagliate sottili e grigliate al buio, il vino rosso, i treni di Bibi, la nanna di Leo, i racconti della sposa sullo sposo lontano, le battute del vicino-vicino, la prontezza del vicino-matematico-fotografo che scatta la foto alla ranocchia appena atterrata sulla tua giacca, la torta intollerante e meravigliosa della vicina-matematica-pasticcera, l'arrampicata estemporanea sul muretto del ragazzo con gli occhi a fessura seduto davanti a te, l'amore di mamma e papà che riempie la notte, le stelle che brillano perché qui ci sono poche luci, i fuochi d'artificio che scoppiano nel paese in festa poco più su.
E tutta questa bellezza ti fa bene, così bene che nonostante la mega mangiata il tuo stomaco riposa tranquillo e i tuoi sonni arrivano leggeri. Perché la bellezza salva sempre, dalle paure più grosse tornate stasera al tramonto e dure ad andarsene anche ora mentre scrivi, dai dubbi sulle tue capacità e possibilità lavorative, dai pensieri sulla tua famiglia ormai così scompaginata.
L'ultimo album dei The National (dal nefasto titolo Truble will find me, a riprova del fatto che preferisco la musica triste, per chi ancora non lo avesse capito e per chi ama ricordarmelo!) è bellezza e pure le zampe di Agata nascosta sotto un auto lo sono, è bellezza la spiaggia quasi vuota di questa sera, la bici rossa è bellezza e la mia calda felpa verde è bellezza pure lei.
C'è stato un tempo in cui le serate come ieri erano all'ordine del giorno? A me sembra di sì ma io rimuovo tutto, quello che mi fa male e spesso anche quello che mi fa bene e quindi, forse per fortuna, a volte mi sembra di vivere cose nuove e inaspettate, come se fosse la prima volta. Pensare ad un laboratorio dall'allestimento alla didattica come se non lo avessi mai fatto, mettere i piedi a bagno nell'acqua limpidissima come se avessi abitato su un monte fino a ieri sera, leggere quello che sentono le persone a te vicine e stupirsi anche degli aspetti più semplici, guardare negli stessi occhi come se non li avessi mai visti prima.
Quanta bellezza c'è in tutto questo?
P.S. La foto, ovviamente, è di Balletti.
mercoledì 21 agosto 2013
Il Regno dei Ragni
Post confuso, lo so già. Perché sono tante le cose da dire, le cose che sto facendo, le cose che sto superando, le cose che sto capendo, però ho poca voglia stranamente di condividere col mondo.
Ieri leggendo l'ennesimo giallo estivo (come previsto la Vargas ha preso il sopravvento sul noir scandinavian style) ho scovato una frase che mi si addice molto: "Non ho trovato niente da pensare"...ecco, è proprio così: pur essendo un periodo estremamente denso di soluzioni e percorsi fertili, non ho pensieri chiari, non ho visioni nitide, non ho punti saldi a cui aggrapparmi. Ieri sera, parlando con Andrea, mi è uscita spontanea la metafora del collirio, che mi permette di vedere limpide e grandi le cose che ho attorno, le stesse su cui magari sono anni che inciampo senza quasi nemmeno rendermene conto. Per ora, il limite di tutta la faccenda, sta nel fatto che gli effetti prodigiosi di questa medicina per gli occhi (e per l'anima) non durino a lungo e quindi, a momenti di emozionante chiarezza a livelli di serendipity mentale, seguono blocchi e crolli confusi in cui tutto mi sembra di nuovo aggrovigliato e complicato.
Qualche giorno fa ho fatto un giro a piedi, da casa di mamma a "casa di papà" passando per un vecchio sentiero sgangherato, tra l'erba alta, gli strapiombi sul mare, le pietre rotolate, i rami ritorti, gli alberi fitti, gli insetti stecco, i rumori degli uccelli, i fiori di campo e mille ragnatele appese in mezzo alla via. Alla decima tela in faccia ho preso un bastoncino e mi sono fatta strada, attraversando "Il Regno dei Ragni" sotto il sole, con il passo svelto e il cuore un po' agitato.
Qualche tuono, il mare scuro, la luce argentata che tagliava le nuvole e si rifletteva sull'acqua, la voglia di dire a tutto l'universo quanto fosse per me importante, in quel momento, fare quel cammino. La sosta al cimitero è stata una sorpresa, un grande passo avanti rispetto a tutte le volte precedenti fatte di spolverate veloci, sistemazione meccanica dei fiori, carezzina svelta alla foto e tanti saluti. Oltre i cipressi, con i pensieri distesi e positivi, le cuffie nelle orecchie e la falcata più veloce di sempre, sono scesa sopra al mare e sono corsa a casa dalle mie abitudini, dalla gatta, dai libri, dal sole, dai fiori e dal cibo-medicina che mi aiuta in questo periodo complicato.
Inutile dire che parlare, guardare, accettare (meglio accogliere), lasciare andare e sorridere sono tutti verbi più utili di qualunque pastiglia o visita medica per superare un momento in cui il mio corpo (come sempre più sincero della mia mente) mi ha detto "Non ce la faccio più". E al di là delle intolleranze alimentari, al di là della sospetta celiachia, una luna piena, una scatola di giochi per bambini da sistemare, una giornata alle terme con mamma e una cena con l'amica di sempre pronta ad una vita nuova, sono tutte cose per cui vale la pena continuare a camminare, con il bastoncino in mano, nel "Regno dei Ragni".
P.S. Canzone di sottofondo, anche se c'entra poco con il post, "Satellite" di Colapesce e Meg...perché sono due estati almeno che la ascolto senza sosta.
Ieri leggendo l'ennesimo giallo estivo (come previsto la Vargas ha preso il sopravvento sul noir scandinavian style) ho scovato una frase che mi si addice molto: "Non ho trovato niente da pensare"...ecco, è proprio così: pur essendo un periodo estremamente denso di soluzioni e percorsi fertili, non ho pensieri chiari, non ho visioni nitide, non ho punti saldi a cui aggrapparmi. Ieri sera, parlando con Andrea, mi è uscita spontanea la metafora del collirio, che mi permette di vedere limpide e grandi le cose che ho attorno, le stesse su cui magari sono anni che inciampo senza quasi nemmeno rendermene conto. Per ora, il limite di tutta la faccenda, sta nel fatto che gli effetti prodigiosi di questa medicina per gli occhi (e per l'anima) non durino a lungo e quindi, a momenti di emozionante chiarezza a livelli di serendipity mentale, seguono blocchi e crolli confusi in cui tutto mi sembra di nuovo aggrovigliato e complicato.
Qualche giorno fa ho fatto un giro a piedi, da casa di mamma a "casa di papà" passando per un vecchio sentiero sgangherato, tra l'erba alta, gli strapiombi sul mare, le pietre rotolate, i rami ritorti, gli alberi fitti, gli insetti stecco, i rumori degli uccelli, i fiori di campo e mille ragnatele appese in mezzo alla via. Alla decima tela in faccia ho preso un bastoncino e mi sono fatta strada, attraversando "Il Regno dei Ragni" sotto il sole, con il passo svelto e il cuore un po' agitato.
Qualche tuono, il mare scuro, la luce argentata che tagliava le nuvole e si rifletteva sull'acqua, la voglia di dire a tutto l'universo quanto fosse per me importante, in quel momento, fare quel cammino. La sosta al cimitero è stata una sorpresa, un grande passo avanti rispetto a tutte le volte precedenti fatte di spolverate veloci, sistemazione meccanica dei fiori, carezzina svelta alla foto e tanti saluti. Oltre i cipressi, con i pensieri distesi e positivi, le cuffie nelle orecchie e la falcata più veloce di sempre, sono scesa sopra al mare e sono corsa a casa dalle mie abitudini, dalla gatta, dai libri, dal sole, dai fiori e dal cibo-medicina che mi aiuta in questo periodo complicato.
Inutile dire che parlare, guardare, accettare (meglio accogliere), lasciare andare e sorridere sono tutti verbi più utili di qualunque pastiglia o visita medica per superare un momento in cui il mio corpo (come sempre più sincero della mia mente) mi ha detto "Non ce la faccio più". E al di là delle intolleranze alimentari, al di là della sospetta celiachia, una luna piena, una scatola di giochi per bambini da sistemare, una giornata alle terme con mamma e una cena con l'amica di sempre pronta ad una vita nuova, sono tutte cose per cui vale la pena continuare a camminare, con il bastoncino in mano, nel "Regno dei Ragni".
P.S. Canzone di sottofondo, anche se c'entra poco con il post, "Satellite" di Colapesce e Meg...perché sono due estati almeno che la ascolto senza sosta.
mercoledì 29 maggio 2013
Cloruro di Vinile
Ieri ho dato l'ultimo esame di dottorato, che, se non contiamo il momento della discussione di tesi, oltre ad essere l'ultimo esame di dottorato era anche l'ultimo esame della mia vita. Universitaria per lo meno.
In queste settimane di studio, formule, scoramenti vari ed eventuali, appunti, presentazioni power point e disperate navigazioni in rete, ho più volte sfogliato le dipense del corso, trovando, con mia grande sorpresa, mille cose scritte nei pochi spazi liberi dal testo e nei retri bianchi dei fogli. La classica casetta con il fumo che esce dal comignolo, le mie consuete galline in fila, cuoricini di dimensioni diverse, decine di alberi di tutte le forme, fiori, frasi di canzoni, soli con i raggi lunghissimi, mezze lune, lune piene, nuvole e ombrelli.
Tra le pagine di chimica macromolecolare ho trovato il testo per l'invito alla mia festa dei 30 anni e il progetto presentato al Festival della Scienza 2012.
Dietro al foglio dedicato al Cloruro di Vinile, però, ho scovato un elenco: una lista non troppo lunga di cose che odio.
Mi è subito venuto in mente di avere già scritto qui un post su tutto quello che non sopporto, immagino che l'idea mi fosse venuta proprio quel giorno a lezione, mentre tentavo di far trascorre il tempo pensando ai capelli nello scarico della doccia, all'odore di unto appiccicato ai vestiti, alle persone che parlano urlando.
Ho controllato e molte delle cose che ho scritto su quella pagina non sono citate nel vecchio post, così ho deciso di dare dignità anche all'elenco rimasto nascosto dietro al Cloruro di Vinile:
Parlare in pubblico
Stare nei luoghi chiusi o affollati
Le lenzuola puzzolenti
La birra sgasata o calda
L'acqua effervescente
Il caffè troppo corto o troppo freddo
Le persone alte al cinema davanti a me
Le persone che hanno sempre una facile soluzione per tutto
I maglioni che pungono la pelle
Le etichette sul collo
Le borse sportive su un vestito elegante
I cellulari con la suoneria molesta
Le persone che occupano quattro posti sul treno con i loro pacchi
I commessi che non salutano nei negozi
L'aria nella pancia
I piccioni schiacciati dalle auto
I capelli sporchi
L'acqua che entra nei guanti di gomma lavando i piatti
L'alito pesante delle persone vicino a me sui mezzi pubblici
L'odore di cane bagnato dei panni umidi
Gli sputi
L'esame, nonostante tutto, è andato benissimo.
In queste settimane di studio, formule, scoramenti vari ed eventuali, appunti, presentazioni power point e disperate navigazioni in rete, ho più volte sfogliato le dipense del corso, trovando, con mia grande sorpresa, mille cose scritte nei pochi spazi liberi dal testo e nei retri bianchi dei fogli. La classica casetta con il fumo che esce dal comignolo, le mie consuete galline in fila, cuoricini di dimensioni diverse, decine di alberi di tutte le forme, fiori, frasi di canzoni, soli con i raggi lunghissimi, mezze lune, lune piene, nuvole e ombrelli.
Tra le pagine di chimica macromolecolare ho trovato il testo per l'invito alla mia festa dei 30 anni e il progetto presentato al Festival della Scienza 2012.
Dietro al foglio dedicato al Cloruro di Vinile, però, ho scovato un elenco: una lista non troppo lunga di cose che odio.
Mi è subito venuto in mente di avere già scritto qui un post su tutto quello che non sopporto, immagino che l'idea mi fosse venuta proprio quel giorno a lezione, mentre tentavo di far trascorre il tempo pensando ai capelli nello scarico della doccia, all'odore di unto appiccicato ai vestiti, alle persone che parlano urlando.
Ho controllato e molte delle cose che ho scritto su quella pagina non sono citate nel vecchio post, così ho deciso di dare dignità anche all'elenco rimasto nascosto dietro al Cloruro di Vinile:
Parlare in pubblico
Stare nei luoghi chiusi o affollati
Le lenzuola puzzolenti
La birra sgasata o calda
L'acqua effervescente
Il caffè troppo corto o troppo freddo
Le persone alte al cinema davanti a me
Le persone che hanno sempre una facile soluzione per tutto
I maglioni che pungono la pelle
Le etichette sul collo
Le borse sportive su un vestito elegante
I cellulari con la suoneria molesta
Le persone che occupano quattro posti sul treno con i loro pacchi
I commessi che non salutano nei negozi
L'aria nella pancia
I piccioni schiacciati dalle auto
I capelli sporchi
L'acqua che entra nei guanti di gomma lavando i piatti
L'alito pesante delle persone vicino a me sui mezzi pubblici
L'odore di cane bagnato dei panni umidi
Gli sputi
L'esame, nonostante tutto, è andato benissimo.
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sabato 25 maggio 2013
Senza titolo
Una settimana abbondante dall'ultimo post. Sono successe tante piccole/grandi cose che hanno reso unici questi dieci giorni: i miei 5 sensi sono stati messi alla prova e le mie emozioni profonde hanno subito più di uno scossone.
Dal giorno del funerale dei portuali un'altra "morte grande" ha attraversato questa città. Don Andrea Gallo non c'è più.
Pure questa volta ondate di retorica hanno intriso social network, radio, giornali e, immagino, anche televisioni. Gente che non lo conosceva, persone anni luce distanti da lui e dai suoi principi, hanno scritto fiumi di inutili parole per ricordare i suoi insegnamenti, il suo viaggio accanto ai più deboli, la sua vena politica e polemica, il suo sigaro, la sciarpa rossa e tutto il resto. Io non lo farò, ho già scritto abbastanza. Lascerò il compito a Don Farinella (degno erede del passaggio di Don Gallo tra noi?) che, mercoledì sera, mentre mia mamma ascoltava un seminario nella sua parrocchia, ha brevemente interrotto l'incontro e ha detto al microfono "cinque minuti fa Don Gallo è morto". Basta. Nient'altro da dire, solo sperare di aver imparato anche solo un poco del punto di vista così prezioso di questo sacerdote.
In questi dieci giorni ci sono stati due viaggi, uno a Torino e uno a Milano. Il primo, domenica, al salone del libro. Mi sono annoiata, persa tra la gente, innervosita, consolata da Eataly e fuggita...senza comprare nulla! Per fortuna in Piazza Castello c'era una cosa che sembrava proprio fatta apposta per me: una specie di vascello d'altri tempi, sormontato da bianchi palloni aerostatici, ricoperto di piante di ogni genere, atterrato a Torino dopo essere partito da Bruxelles e pronto a volare verso Amburgo. Questa zattera, una via di mezzo tra un'idea di Tim Burton e un cartone di Miyazaki, ha lo scopo di portare con sé un grande messaggio, l'importanza della biodiversità, delle energie alternative, del valore del verde. Quindi, tra nasi all'insù, bambini stupiti, adulti curiosi, musiche suonate direttamente sulla strana astronave, fiori, macchine inutili e sole caldo, mi sono riappacificata con una giornata partita male e sono rientrata tranquilla e piena di fotografie.
Il lunedì, invece, è iniziato malissimo: strumenti che non funzionavano, lavori interrotti a metà, brutte notizie da parte di mamma...fino alla sera, quando ho deciso, in preda alla disperazione, di andare a sfogarmi in palestra. Nel brevissimo tragitto tra casa e tappetino una scena allucinante ha aggiunto la ciliegina mancante a quella giornata così negativa: la morte in diretta di un cane bellissimo, tragica quanto assurda, mi ha lasciato una diffusa e amara sensazione di vuoto, intensa quando la bella emozione regalata dalla nave verde il giorno prima.
I sensi del gusto e dell'olfatto stimolati tra i formaggi del Lingotto la domenica, quello della vista protagonista nel pomeriggio sotto il sole di Torino e in quella brutta sera nella piazza vicino a casa. Ancora gli occhi in primo piano al martedì, lezione di fotografia tra vecchi e famosi scatti e primi rudimenti di luce e colore. L'udito è stato con me più che mai mercoledì sera, a Milano, concerto dei Dark Dark Dark...bello, intenso, pieno di suoni diversi, dalla tromba alla fisarmonica, dal basso alla batteria, dal banjo alla tastiera. E mentre il sushi dell'Idroscalo ha terrorizzato il mio senso del gusto, quello di ieri condiviso con una dozzina di amici nel nuovo ristorante vicino a casa, ha risvegliato ogni papilla e ha aggiunto positività ad un venerdì sera già molto divertente. L'olfatto, stimolato dai mille fiori del giardino di mamma, davanti al bucato dei vicini non ha mai tregua e inevitabilmente le sensazioni che scatena corrono a bussare ai ricordi. Anche l'ultimo senso, il tatto, questa settimana è stato dolorosamente associato a pensieri lontani e semi sepolti: dopo la prima seduta dall'osteopata sensazioni fisiche e mentali fastidiose al limite del pianto e della nausea si sono intrecciate e chissà la prossima volta cosa verrà fuori.
Quindi, in questi dieci giorni che credevo sarebbero stati quasi esclusivamente dedicati alla preparazione del mio ultimo esame di dottorato, è successo di tutto, scene da film come un cane che vola, un brucomela che corre nella notte e un bambino vestito di azzurro che parla di scienza.
E poi, Baldo si è svegliato.
Dal giorno del funerale dei portuali un'altra "morte grande" ha attraversato questa città. Don Andrea Gallo non c'è più.
Pure questa volta ondate di retorica hanno intriso social network, radio, giornali e, immagino, anche televisioni. Gente che non lo conosceva, persone anni luce distanti da lui e dai suoi principi, hanno scritto fiumi di inutili parole per ricordare i suoi insegnamenti, il suo viaggio accanto ai più deboli, la sua vena politica e polemica, il suo sigaro, la sciarpa rossa e tutto il resto. Io non lo farò, ho già scritto abbastanza. Lascerò il compito a Don Farinella (degno erede del passaggio di Don Gallo tra noi?) che, mercoledì sera, mentre mia mamma ascoltava un seminario nella sua parrocchia, ha brevemente interrotto l'incontro e ha detto al microfono "cinque minuti fa Don Gallo è morto". Basta. Nient'altro da dire, solo sperare di aver imparato anche solo un poco del punto di vista così prezioso di questo sacerdote.
In questi dieci giorni ci sono stati due viaggi, uno a Torino e uno a Milano. Il primo, domenica, al salone del libro. Mi sono annoiata, persa tra la gente, innervosita, consolata da Eataly e fuggita...senza comprare nulla! Per fortuna in Piazza Castello c'era una cosa che sembrava proprio fatta apposta per me: una specie di vascello d'altri tempi, sormontato da bianchi palloni aerostatici, ricoperto di piante di ogni genere, atterrato a Torino dopo essere partito da Bruxelles e pronto a volare verso Amburgo. Questa zattera, una via di mezzo tra un'idea di Tim Burton e un cartone di Miyazaki, ha lo scopo di portare con sé un grande messaggio, l'importanza della biodiversità, delle energie alternative, del valore del verde. Quindi, tra nasi all'insù, bambini stupiti, adulti curiosi, musiche suonate direttamente sulla strana astronave, fiori, macchine inutili e sole caldo, mi sono riappacificata con una giornata partita male e sono rientrata tranquilla e piena di fotografie.
Il lunedì, invece, è iniziato malissimo: strumenti che non funzionavano, lavori interrotti a metà, brutte notizie da parte di mamma...fino alla sera, quando ho deciso, in preda alla disperazione, di andare a sfogarmi in palestra. Nel brevissimo tragitto tra casa e tappetino una scena allucinante ha aggiunto la ciliegina mancante a quella giornata così negativa: la morte in diretta di un cane bellissimo, tragica quanto assurda, mi ha lasciato una diffusa e amara sensazione di vuoto, intensa quando la bella emozione regalata dalla nave verde il giorno prima.
I sensi del gusto e dell'olfatto stimolati tra i formaggi del Lingotto la domenica, quello della vista protagonista nel pomeriggio sotto il sole di Torino e in quella brutta sera nella piazza vicino a casa. Ancora gli occhi in primo piano al martedì, lezione di fotografia tra vecchi e famosi scatti e primi rudimenti di luce e colore. L'udito è stato con me più che mai mercoledì sera, a Milano, concerto dei Dark Dark Dark...bello, intenso, pieno di suoni diversi, dalla tromba alla fisarmonica, dal basso alla batteria, dal banjo alla tastiera. E mentre il sushi dell'Idroscalo ha terrorizzato il mio senso del gusto, quello di ieri condiviso con una dozzina di amici nel nuovo ristorante vicino a casa, ha risvegliato ogni papilla e ha aggiunto positività ad un venerdì sera già molto divertente. L'olfatto, stimolato dai mille fiori del giardino di mamma, davanti al bucato dei vicini non ha mai tregua e inevitabilmente le sensazioni che scatena corrono a bussare ai ricordi. Anche l'ultimo senso, il tatto, questa settimana è stato dolorosamente associato a pensieri lontani e semi sepolti: dopo la prima seduta dall'osteopata sensazioni fisiche e mentali fastidiose al limite del pianto e della nausea si sono intrecciate e chissà la prossima volta cosa verrà fuori.
Quindi, in questi dieci giorni che credevo sarebbero stati quasi esclusivamente dedicati alla preparazione del mio ultimo esame di dottorato, è successo di tutto, scene da film come un cane che vola, un brucomela che corre nella notte e un bambino vestito di azzurro che parla di scienza.
E poi, Baldo si è svegliato.
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giovedì 25 aprile 2013
Libere promesse
Domani è il 25 aprile, Festa della Liberazione.
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/
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domenica 30 dicembre 2012
London Bridge is falling...
Ieri era il primo giorno dell'anno per me, mi sono alzata presto perché venivano i gemelli (mamma e zio) a portarmi il comò che ho comprato all'Ikea e che io e mamma non siamo riuscite a scaricare, troppo pesante.
Il comò è blu, con tre cassetti e tre buchi dove mettere le scatole, io le ho prese da principessa http://www.ikea.com/es/es/catalog/products/90201513/, poi cercherò uno specchio, ci metterò sopra una lampada e finalmente avrò quasi finito di arredare l'Albero. La colazione al N°1 e poi via da sola, a farmi un giro nei vicoli, come se mi fossi svegliata da un coma lunghissimo e visitassi Genova per la prima volta. Sono partita dalla zona di Macelli di Soziglia, la mia preferita, sono passata davanti a Klainguti e ho sorriso con il mento affondato nella giacca. Sono uscita senza un filo di trucco, pantaloni marroni di velluto a coste, maglione grigio con la spilla-fragola, piumino e berretto, capelli sciolti. In Macelli ho guardato i negozi dell'antiquariato, in particolare quelli di gioielli d'epoca, arrivata in Piazzetta del Ferro sono risalita in Via Garibaldi, volevo vedere l'anello che mi piacerebbe regalarmi, ma il negozio era chiuso. In compenso ho trovato un matrimonio, con la sposa in corto (come penso sarei io, che vorrei, se mai dovesse succedere, farlo d'autunno con un cappottino chiaro), altissima, tutta bianca, con i capelli neri mossi e il braccio sotto quello del suo lui.
Poi, qualche passo più in là, c'era il presepe di un cantiere, immagino lo abbiano fatto gli operai, tra il cemento, gli scavi, i fanali intermittenti e le grate di protezione. A rotta di collo nei vicoli bui mi sono fermata un secondo, sorridendo, davanti a due scritte, la prima recitava London Bridge is falling...ho scoperto essere una filastrocca del 700, inglese, che fa
così:
London Bridge is falling down,
Falling down, Falling down.
London Bridge is falling down,
My fair lady.
Poi ho visto quella quassù, e l'ho fotografata: è così, mi terrorizza.
Da Piazza Banchi sono arrivata al Porto, dove c'era una coda lunghissima per entrare all'Acquario, un attimo prima di fotografare il serpente di persone in fila ho pensato che la luce fosse bellissima, ho chiuso gli occhi e ho scattato un'immagine della mia ombra.
Ho girato attorno a Palazzo S.Giorgio e ho visto le bancarelle...evviva! Dovevo comprare formaggi e salumi per il cenone di Capodanno e non mi andava di prendere roba qualunque, speravo di trovare prodotti genuini, particolari, con una storia...e così è stato.
Ho conosciuto una Signora di Cogne, con cui ho chiacchierato un po', che mi ha venduto dei formaggi e regalato un vasetto di yogurt fatto da lei. Poi, arrivata a casa, mi sono accorta che mancava un pacchetto. Ci sono rimasta male e ho cercato un modo per recuperarla...nella borsa ho trovato lo scontrino (incredibile, di una bancarella!), con un numero di cellulare. Timidamente ho telefonato dicendo: “Scusi parlo con la signora che in questo momento sta alla bancarella di Piazza S. Giorgio?” e dall'altra parte “E io con la ragazza dal berretto marrone?”. Insomma, mi aveva cercata ovunque e io, nel pomeriggio, sono andata a riprendermi il formaggio!
Il mio giro è proseguito in San Lorenzo, sono arrivata sotto casa e sono rimasta incantata davanti alle vetrine di Betty Page, sono azzurre e hanno dei vestiti stupendi. Una volta salita sull'Albero ho sistemato un ciclamino nella pentola di alluminio inutilizzabile, l'ho posato sulla finestra e mi sono occupata dell'elicriso comprato poco prima, nella speranza che resista senza molto sole e mi regali il suo meraviglioso profumo, che sa di giornogiallo e di casa.
Il comò è blu, con tre cassetti e tre buchi dove mettere le scatole, io le ho prese da principessa http://www.ikea.com/es/es/catalog/products/90201513/, poi cercherò uno specchio, ci metterò sopra una lampada e finalmente avrò quasi finito di arredare l'Albero. La colazione al N°1 e poi via da sola, a farmi un giro nei vicoli, come se mi fossi svegliata da un coma lunghissimo e visitassi Genova per la prima volta. Sono partita dalla zona di Macelli di Soziglia, la mia preferita, sono passata davanti a Klainguti e ho sorriso con il mento affondato nella giacca. Sono uscita senza un filo di trucco, pantaloni marroni di velluto a coste, maglione grigio con la spilla-fragola, piumino e berretto, capelli sciolti. In Macelli ho guardato i negozi dell'antiquariato, in particolare quelli di gioielli d'epoca, arrivata in Piazzetta del Ferro sono risalita in Via Garibaldi, volevo vedere l'anello che mi piacerebbe regalarmi, ma il negozio era chiuso. In compenso ho trovato un matrimonio, con la sposa in corto (come penso sarei io, che vorrei, se mai dovesse succedere, farlo d'autunno con un cappottino chiaro), altissima, tutta bianca, con i capelli neri mossi e il braccio sotto quello del suo lui.
Poi, qualche passo più in là, c'era il presepe di un cantiere, immagino lo abbiano fatto gli operai, tra il cemento, gli scavi, i fanali intermittenti e le grate di protezione. A rotta di collo nei vicoli bui mi sono fermata un secondo, sorridendo, davanti a due scritte, la prima recitava London Bridge is falling...ho scoperto essere una filastrocca del 700, inglese, che fa
così:
London Bridge is falling down,
Falling down, Falling down.
London Bridge is falling down,
My fair lady.
Poi ho visto quella quassù, e l'ho fotografata: è così, mi terrorizza.
Da Piazza Banchi sono arrivata al Porto, dove c'era una coda lunghissima per entrare all'Acquario, un attimo prima di fotografare il serpente di persone in fila ho pensato che la luce fosse bellissima, ho chiuso gli occhi e ho scattato un'immagine della mia ombra.
Ho girato attorno a Palazzo S.Giorgio e ho visto le bancarelle...evviva! Dovevo comprare formaggi e salumi per il cenone di Capodanno e non mi andava di prendere roba qualunque, speravo di trovare prodotti genuini, particolari, con una storia...e così è stato.
Ho conosciuto una Signora di Cogne, con cui ho chiacchierato un po', che mi ha venduto dei formaggi e regalato un vasetto di yogurt fatto da lei. Poi, arrivata a casa, mi sono accorta che mancava un pacchetto. Ci sono rimasta male e ho cercato un modo per recuperarla...nella borsa ho trovato lo scontrino (incredibile, di una bancarella!), con un numero di cellulare. Timidamente ho telefonato dicendo: “Scusi parlo con la signora che in questo momento sta alla bancarella di Piazza S. Giorgio?” e dall'altra parte “E io con la ragazza dal berretto marrone?”. Insomma, mi aveva cercata ovunque e io, nel pomeriggio, sono andata a riprendermi il formaggio!
Il mio giro è proseguito in San Lorenzo, sono arrivata sotto casa e sono rimasta incantata davanti alle vetrine di Betty Page, sono azzurre e hanno dei vestiti stupendi. Una volta salita sull'Albero ho sistemato un ciclamino nella pentola di alluminio inutilizzabile, l'ho posato sulla finestra e mi sono occupata dell'elicriso comprato poco prima, nella speranza che resista senza molto sole e mi regali il suo meraviglioso profumo, che sa di giornogiallo e di casa.
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