Visualizzazione post con etichetta sensazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sensazioni. Mostra tutti i post

lunedì 3 gennaio 2022

40


Oggi sono quarant'anni che sono al mondo.
40.
E, come da quarant'anni a questa parte, sono tre giorni che è iniziato un nuovo anno, per tutti.

I tempi in cui scrivevo buoni propositi sono finiti, quelli in cui facevo un bilancio probabilmente non sono mai cominciati. 
Ma, quindi, perché sono qui, oggi?
A causa di due fratelli, uno un poco più vecchio dell'altro, che conosco bene, si può dire da sempre e che mi hanno fatto notare la mia assenza sul blog.
Arrivano sempre insieme, almeno quando vengono a trovare me, a volte il minore ha qualche minuto di ritardo, ma, negli anni, ha imparato a prepararsi per tempo e uscire insieme al fratello maggiore.

Non si somigliano affatto, con il più grande sono sempre andata d'accordo, è un po' duro e poco accomodante, ma trascorrere del tempo con lui mi fa sentire a casa, anche perché era molto amico anche di mamma. Il più piccolo, invece, è il classico soggetto che ha poco da dire e che pur di farsi notare rovina la serata con una delle sue entrate fuori luogo, inaspettate, prepotenti e imbarazzanti per tutti, in particolare per suo fratello.

Se vi state chiedendo chi siano questi due e perché non ne abbia mai parlato, in realtà ho scritto moltissimo del mio rapporto con loro.
Credo, più o meno velatamente, di averne parlaro in ogni post di questo blog. 
Forse non li ho mai chiamati per nome, ma, all'alba dei quarant'anni, posso anche prendermi il lusso di farlo: si chiamano Senso del Dovere e Senso di Colpa.

Da quando arrivano insieme non riesco a godermi nemmeno un minuto con il fratello maggiore, non riesco ad assaporare il piacere di fare, insieme, qualcosa di più o meno importante senza che quel moccioso di Senso di Colpa si impicci, faccia casino e mi mostri inesorabilmente il lato insufficiente di me e delle mie azioni.

Ecco, quest'anno appena trascorso, non so se a causa della pandemia o, semplicemente, dell'età che avanza, i due fratelli sono venuti a trovarmi spessissimo. A volte, cosa che in passato non capitava quasi mai, al citofono ha suonato solo Senso di Colpa, tronfio e orgoglioso della sua indipendenza, petulante e noioso come non mai. 

Anche per la maggior parte di voi, immagino che il 2021 non sia stato un anno di viaggi intorno al mondo, di libertà e spensieratezza, di sfrenata fiducia nel futuro.
Ma (e non è cosa da poco, lo riconosco) è stato per me un anno di enorme consapevolezza.
Ho trascorso moltissimo tempo in silenzio, un silenzio che ha iniziato a crescermi nel cuore quasi tre anni fa senza smettere mai. Un silenzio di cui sono vittime le persone che amo di più, una in particolare, e che porta direttamente all'immancabile telefonata di Senso di Colpa.
Ho scritto poco (pochissimo) qui e ho usato i social per lavoro o per portare avanti ideali importanti, quotidianamente incoraggiata dai due famosi fratelli.

Ho letto infinitamente meno di quanto avrei dovuto voluto e ho rinunciato a riconoscermi allo specchio.
Ho sofferto terribilmente l'impossibilità di sfruttare l'unica cosa sopportabile della perdita di mia madre: l'opportunità di viaggiare senza il pensiero di essere lontana e di dovermi preoccupare per lei.
Ho, abbiamo, accantonato il viaggio di nozze sperando di riuscire a godercelo in momenti migliori, ho osservato tantissimo, quasi ossessivamente, l'esterno da me e ho usato ciò che ho visto fuori per guardarmi meglio dentro.
Ho ascoltato le parole di Andrea più di quanto abbia mai fatto, anche perché io non avevo nulla da dire.

Sono stata spettatrice di un film in bianco e nero lungo 365 giorni, ma le poche scene a colori erano così brillanti da togliere il fiato, così luminose da meritare un elenco, l'ultimo del mio anno, il primo del 2022:
- Il pomeriggio in giardino a piantare decine di nuovi fiori, la primavera scorsa, con sei mesi di verde e di blu che ci aspettavano.
- Il 10 luglio 2021, vestita di rosa, sdraiata sull'erba, con accanto mio marito e decine di anime belle.
- La prima mini fuga in montagna, tra vino, vacche e vapore.
- La seconda mini fuga in montagna, a guardare spicchi di cielo e perdere a carte.
- La vacanzina dietro casa, dove a bordo piscina, leggendo uno dei romanzi più belli di sempre, ho sfiorato la gioia.
- Il week end a Lucca, per comprare fiori, per sedersi sotto a un ginkgo biloba magnifico, per mangiare bene.
- Il week end a Roma, in treno solo con il fratello maggiore. A lavorare, a comprare nei negozi vintage, a bere caffè e a scrivere da sola in un bar. Aspettando mio marito per goderci i posti più belli della città e cenare nelle trattorie più buone.

E poi, oltre ai momenti luminosi come cristalli al sole, ci sono state le abat jour, tante lampadine sempre accese, che hanno diffuso e continuano a diffondere una luce calda e delicata, illuminando un poco gli ostacoli e permettendomi di camminare anche al buio: 

- Lo yoga, che ha attraversato tutto l'anno con discreta costanza, anche se, a volte, credo dovrei comprare due tappetini in più :-)
- L'analisi, che ho avuto la sensazione di vivere più passivamente di sempre, fino a quando ci siamo fermate a guardare la strada percorsa e il mio modo di stare in seduta (a quanto pare, molto più accogliente e molto meno difeso)
- Agata, una presenza costante, che, con il suo odio verso il mondo mi riempie di sicurezza ogni giorno. Anche adesso, mentre stradaiata sul pc mi rende impossibile scrivere.
- Andrea, perche senza di lui, come farei?

Dunque, buon anno a voi e buon nuovo anno a me, che oggi compio 40 anni.


P.S. Nella foto quassù una delle sensazioni che da sempre mi pervadono il giorno del mio compleanno: la perplessità.





venerdì 2 marzo 2018

Salita su un treno per sbaglio, in una mattina d'inverno

Nevica da due giorni, qui a Genova.
Per la verità nevica un po' dappertutto in Italia, anzi, a Genova c'è stata una nevicata ridicola se la compariamo a quella di Bologna o a quella, incredibile, di Roma.
Il freddo però pare fosse tanto e le scuole sono rimaste chiuse. Scrivo "pare" perché non ho mai messo il naso fuori casa nelle ultime quarantotto ore, date le mille cose da fare al pc e la poca pochissima voglia di ammalarmi (di nuovo).
A proposito di cose da fare al pc, proprio un attimo fa stavo seguendo la mia ottava ora di video lezioni per provare a sostenere il secondo esame dei 24cfu. Se non sapete cosa siano i 24cfu, credetemi, siete fortunati e non vi consiglio minimamente di andare a scoprirlo. La settimana scorsa ho dato il primo esame, i risultati ancora non ci sono, ma le speranze che io l'abbia passato sono prossime allo zero.
Fa niente, visto il periodo in cui sono immersa fino al collo da un paio di mesi non posso rimproverarmi più di tanto.

Sono in quella fase in cui quando dico "domani ho un esame" il mio interlocutore è costretto a domandarmi se sia un esame medico o universitario. E ho detto tutto.

Comunque, smorziamo i tristi toni, condividiamo per un attimo le cose belle:
- Il mio ordine da Melissa Erboristeria
- Il mio acquisto in super saldo: un paio di Veja molto simili a queste
(chi volesse sapere qualcosa di più su questo marchio sostenibile qui c'è la pagina Facebook, il sito è in manutenzione)

Per quanto riguarda l'ordine da Melissa è il terzo che faccio e non c'è stata volta in cui non sia rimasta soddisfatta. Potessi comprare lì abitualmente e di persona lo farei, ma purtroppo non vado a Torino così spesso! Per fortuna uso pochi prodotti, quelli urgenti e per il viso li trovo vicino a casa e con meno di un ordine l'anno me la cavo.

Sembra strano ma le cose da dire le ho scritte tutte, il libro che sto leggendo (bello, per ora) procede a rilento visto il poco tempo a disposizione, viaggi in vista non ce ne sono (almeno nei prossimi due mesetti, poi medito una fuga che se mi riesce... evviva!), corsi belli invece ne ho uno, che seguirò però tra due domeniche e ve ne parlerò più avanti.
Vorrei poter scrivere che mi attendono serate fuori, giornate a spasso per posti nuovi, cene da sogno in ristoranti meravigliosi, pomeriggi di lettura e relax sotto il piumone. Bene, tutto questo non è in previsione, quello che mi attende sono risultati di esami (medici e universitari, visto che ormai è impossibile distinguere), giornate di studio e lavoro, weekend di lezioni e laboratori.

C'è una cosa, però, che è successa qualche tempo fa e che mi sembra spieghi bene come mi sento, oltre a dimostrare la totale assenza di equilibrio nella mia mente.
Una mattina, di ritorno da casa di mamma, ho preso un treno. Appena salita mi sono seduta e ho visto che sul mio zaino si era posata una cimice rossa e nera, di quelle che sembrano carabinieri in divisa.
Probabilmente era salita mentre stavo aspettando sul binario e ora si trovava lì con me, in uno scompartimento semi vuoto di un Savona-Genova qualunque. Quando il treno è partito ho cominciato a seguire gli spostamenti dell'insetto con una certa ossessione: all'inizio sembrava spaesato, girava su se stesso e non si decideva a muoversi verso una direzione precisa. Poi, piano piano, ha cominciato a camminare lungo gli spallacci dello zaino, si è spostato sul sedile di fronte al mio e si è arrampicato sul finestrino. Lì si è fermato, sembrava guardare fuori. Arrivati in galleria è ripartito, ha seguito il bordo di alluminio e ha proseguito dove non ho più potuto vederlo. Immagino abbia cercato una via di uscita e, sinceramente, spero tanto che l'abbia trovata. A distanza di settimane penso spesso a quella cimice, al senso di spaesamento che avrà provato una volta "scesa" in un posto sconosciuto, mi chiedo se abbia trovato la libertà presto, quando ancora c'era speranza di campagna, o tardi, in una stazione sotterranea e piena di rumori. Ovviamente sono conscia che tutti questi sentimenti non appartengano agli eterotteri, ma a me, però scriverne la storia è un buon modo per metterli nero su bianco e spiegare meglio come mi sento.
Salita su un treno per sbaglio, in una mattina d'inverno.

P.S. Nella foto la mia fedele compagna in questi giorni di gelicidio: la tazza di Flamingo Bergamo con dentro la Tisana della Nonna di Melissa Erboristeria


venerdì 16 febbraio 2018

Emozioni di carta

Un post al volo, scritto in una mattina iniziata all'alba per le ennesime analisi, tra un ordine da Melissa Erboristeria (che mi meritavo tanto!), un laboratorio a scuola, una riunione e, si spera, una serata al cinema.
Tutto questo in vista di un week end di studio serratissimo che non so ancora se e quanto riuscirò a farmi fruttare come vorrei.

Detto ciò, eccomi a raccontare quello che è (mi) successo lo scorso fine settimana, a Milano.
Dopo l'ultima esperienza natalizia, fatta di bellissimi vagabondaggi per la città e meno belle visite al Fetebenefratelli, sono tornata su per un corso a cui tenevo davvero molto, tanto da iscrivermi mesi fa e fare di tutto per riuscire a partecipare.
Il corso in questione è questo organizzato da una Libreria meravigliosa che non avevo mai visitato e tenuto da Barbara Mazzoleni , un'insegnante bravissima, non solo molto preparata, ma piena di voglia di condividere, creare connessioni, regalare spunti e portare esperienze. Una vera rarità.

Quando ho deciso di iscrivermi al week end di full immersion nel mondo dei libri tattili l'ho fatto, come al solito, per più di una ragione:
1) La necessità di imparare sempre, che non è una cosa solo legata al mio lavoro, è proprio un bisogno che ho, indipendentemente dal tipo di corso da seguire o di impiego del momento. Si tratta di formazione, ma non solo.
2) La volontà di conoscere la tecnica di costruzione (ma anche di progettazione) di un libro tattile per aiutare al meglio la bambina non vedente con cui faccio attività di laboratorio da un anno.
3) Il bisogno di conoscere gente nuova, che potesse ispirarmi, prestarmi esperienze, aprirmi la mente con punti di vista diversi dai miei.
4) La voglia di condividere un po' del mio lavoro, dopo un anno dall'apertura della partita IVA e dopo quasi dieci anni di divulgazione scientifica.
5) Il piacere di tornare a Milano, una città che amo e che mi lascia sempre scoprire cose belle di sé.

Tutti questi punti sono stati ampiamente esauditi, probabilmente anche superando le mie già alte aspettative.
Non solo, come ho scritto, Barbara è stata fantastica, riempiendoci di materiali su cui studiare, offrendoci spunti per indagare in noi stesse (eravamo tutte donne), dandoci indicazioni pratiche molto utili per intraprendere un percorso nel mondo dei libri tattili. Un aspetto fondamentale, per me, è stato il contatto con le altre corsiste e, di conseguenza, lo scambio che ne è nato. Esperienze forti, storie di bisogni speciali, percorsi formativi diversi e ricchi, obiettivi differenti e pieni di senso, chiacchiere spontanee e belle.

Inoltre, lascio per ultimo un aspetto importantissimo, con questo corso ho guardato dentro di me, preparando tre tavole di carta e materiali vari con cui esprimere le emozioni più diverse. Inutile dire che i primi sentimenti con cui mi sono confrontata sono stati Rabbia, Solitudine e Paura, ma il mattino seguente anche Allegria, Noia, Serenità, Amore e tante altre emozioni sono venute a galla e si sono trasferite sul foglio rigido con estrema naturalezza.
Per me vuol dire molto, sia essere contenta del risultato ottenuto sia essere riuscita a tradurre con un gesto pratico, fatto di attenzione, ragionamento e istinto, un'emozione privata.

In ultimo, impossibile non sottolineare la ricchezza di titoli della libreria (ben tre libri sono venuti via con me!), i giri post corso in una Milano ghiacciata per una Genovese doc, la finale di San Remo dalla camera d'albergo :-)

E se per caso vi foste chiesti cosa diavolo sia la macchia colorata nella foto a inizio post qui sotto trovate la risposta.
Ecco la mia interpretazione tattile dell'inquietudine, a volte rigida, a volte morbida, a tratti pesante, oppure leggera.



giovedì 31 agosto 2017

"Little solutions all along the way"


Se avessi aspettato il momento giusto per scrivere questo post probabilmente non sarebbe arrivato mai.
Perciò mi sono obbligata (cosa che nel mondo dei blog credo sia solo inutile e dannosa), mi sono seduta, mi sono connessa e ho aperto la pagina di blogger "nuovo post". Sì perché di solito scrivo di getto, non faccio un documento di prova, butto tutto giù direttamente qui e chi si è visto si è visto.

Se i post di fine ferie erano pieni di positività e buoni propositi non posso dire lo stesso del rientro, immersa tra cose di lavoro e vita quotidiana. Un intoppo dietro l'altro, una difficoltà continua. Sono in burn out e non ho nemmeno ancora iniziato. Ad ogni modo migliorerà e non ho voglia di scrivere nulla che riguardi questo periodo.

Invece mi farebbe piacere riprendere il discorso lasciato sospeso l'ultima volta che ho pubblicato qualcosa: le sensazioni che i luoghi visitati questa estate mi hanno lasciato.
Sono state tante, sono state uniche e... non me le ricordo.
Ho fatto l'enorme errore (che continuo a perpetrare) di non appuntarmele tutte subito, manco fossi a corto di taccuini e quaderni di viaggio.
Quindi ora non so cosa tirare fuori, mi torna alla mente la farfalla scura che si è posata sul fiore-palla mentre aspettavo in macchina che Andrea guardasse gli orari del bus. La sensazione di essere in un libro mentre andavo a comprare i panini al chioschetto sul lago, forse nata dal fatto che questa estate ho letto moltissimo (ora, come al solito, mi sono bloccata) o forse nata dal fatto che, davvero, un posto del genere si pensa possa esistere solo tra le pagine di un romanzo.
Mi ricordo il colore dell'aria durante la passeggiata sulle Isole del Frioul, all'ora del tramonto, con i fiori secchi illuminati di arancione e i muri scrostati riscaldati dall'ultimo raggio di sole. Mi ricordo la luce bianca polverosa che filtra tra gli alberi nel Verdon, vicino alla casa dove abbiamo abitato.

Non ricordo molto, non ricordo quanto vorrei e nella necessità di fermare gli attimi mi riconosco in Vivian Maier, con l'urgenza di scattare una foto al momento, che non è un'inquadratura, ma è una sensazione.
Sono andata a vedere la mostra qualche giorno fa, di ritorno da una trasferta di lavoro. L'ho trovata bellissima, commovente fino alle lacrime che, lo so, detto da me vale poco (visto che piango sempre di fronte alle emozioni), ma giuro che è davvero meravigliosa. Ci tornerò, sicuramente e andrò a vedere il film su di lei, se ci riuscirò.

Nel frattempo, però, scrivo qui parte della didascalia espositiva che più mi ha colpita:
"Oggi, con i social media, siamo in grado di produrre immagini e con un semplice click di proiettarle in tutto il mondo. La fotografia è la prova massima di esistenza, e di fronte al talento di Vivian Maier e al desiderio di tenere per sé la propria attività di fotografa come una questione privata, restiamo smarriti e affascinati [...] Se era Vivian a scattare siamo noi ora a fare il resto; a colmare, più o meno arbitrariamente, di vita e di significati quelle immagini nate e conservate così gelosamente dalla sua autrice, accumulate perché potessero preservare la sua vita esattamente come lei la stava vivendo. Da sola"

Io, come tutti, non so quali fossero i sentimenti predominanti nella vita di Vivian Maier, ho letto che era un'accumulatrice piuttosto seriale, che non usciva mai senza macchina fotografica, che era francese per metà e che è morta in maniera banale.
So anche che oltre ai bellissimi scatti in bianco e nero ci sono immagini a colori, a fine mostra. Una parete intera è dedicata a dettagli giallo banana, esattamente come il nuovo muro della mia cucina, il bordo attorno alle piastrelle della zona in muratura, la nicchia della lavastoviglie, la caffettiera, i fiori di melone, la dymo...

Nella foto quassù, quindi, c'è il giallo di Vivian e ci sono io. Da sola.


P.S. Il titolo del post è tratto da uno dei video del corso di Tinkering che sto seguendo on line. La frase si riferisce alle caratteristiche che questa tipologia di apprendimento e insegnamento porta con sé: andare avanti passo per passo, senza fretta. Io non ne sono capace.

lunedì 20 febbraio 2017

Il Gigante e la Farfalla


Ieri, finalmente, gita.

Dopo una serie di weekend almeno parzialmente lavorativi questa volta sono (quasi) riuscita a lasciare a casa il dovere. Scrivo quasi perché, in realtà, per la prima parte della mattinata ho permesso che il cervello ragionasse su tre laboratori, elencando mentalmente i materiali da comprare, scegliendo i titoli, valutando età di riferimento e tempistiche.
Poi, per fortuna, ho incontrato lei e in un attimo tutto mi è parso lontano, rimandabile, fuori luogo. Magari sbagliando abbiamo pensato, vista l'evidente instabilità delle zampe e le ali stropicciate, che la farfalla avesse fatto capolino dalla sua crisalide poco tempo prima.

Nel caso fosse stato davvero così: che bel segnale!

Per ora, io, più che sentirmi somigliante a un lepidottero fresco di nascita, mi immedesimo meglio nella statua del Gigante di Monterosso, ovvero sento un gran peso sulla schiena (non solo a livello figurato, visto il male che ho) e tanta stanchezza nelle gambe. Avevo deciso che sarebbe stata la foto che ho scattato al Gigante prima di imboccare il sentiero ad accompagnare questo post, ma quando sono arrivata nel piccolo spiazzo che vedete nell'immagine quassù ho cambiato idea. Di solito in gita comincio a scrivere sul blog con il pensiero, appena inizio a camminare e a guardarmi intorno. Lo faccio senza quasi rendermene conto, perciò, quando ritornando da Punta Mesco alla volta di Levanto ho visto tutti questi ometti di pietra in equilibrio precario eppure magicamente fermi nel sole ho pensato che loro fossero la risposta. A cosa? A tutte le domande che mi sto ponendo.

Un sasso sopra l'altro, quello sotto importante quanto quello sopra perché nulla crolli.
Ciò che è stato prima e ciò che verrà poi.
Il passato e il futuro.

Nel frattempo somatizzo come non mi capitava da un (bel) po', cerco di incastrare l'incastrabile e ci riesco a spese di sonno, schiena e/o digestione. Non è una sorpresa, che la partita IVA sarebbe stata per certi versi liberatoria e per certi tanti altri una trappola insostenibile lo sapevo perfettamente e per questa ragione la temevo, tenendola il più a lungo possibile lontana dalla mia vita.

Ormai però siamo in ballo e io ho senso del ritmo da vendere, sono timida, non mi sciolgo subito, ma appena trovo il mio posto nel mondo mi ci accoccolo come un gatto nella scatola del trasloco (rilassata, sempre con un orecchio in allerta). Non mi resta che continuare a guardarmi attorno come quando vado in gita, aspettare che il resto del mondo si distragga e infilarmi sotto una montagna di pluriball, al riparo da attenzioni eccessive e richieste impossibili da soddisfare. Se poi riuscissi anche a evitare un po' di aggressività diffusa sarebbe bellissimo.

domenica 5 febbraio 2017

"So disegnare su un foglio con le parole"

Questo dovrebbe essere un post di update del progetto A year in a postcard, in realtà conterrà anche una storia.

Innanzi tutto ecco i luoghi ufficiali dove potete trovare informazioni su questa avventura, se ancora non la doveste conoscere: il blog, l'account Instagram.

La fotografia che ho scelto è la penultima cartolina che ho inviato, l'ultima invece credo sia ancora in viaggio verso la cassetta di Norma, Nuvolesulsoffitto. Quella che vedete quassù è Il Bosco della Fatica, è stata preparata durante una settimana complicata e piena di incastri, senza sapere che i giorni a seguire sarebbero stati anche peggio :-).
Ho usato i timbri in gomma, impiegando solo stampi incisi da me, perché è la tecnica che padroneggio meglio, che mi rappresenta maggiormente e che mi regala le soddisfazioni più grandi. Inoltre, è anche la tecnica che mi ha tenuto compagnia durante tutto il 2016, grazie al progetto delle #fogliegentili e sentivo il bisogno di ritrovarla per un attimo.

Come scrivevo all'inizio, però, questo post non è solo un aggiornamento, ma è anche il luogo in cui racconterò una piccola storia, legata in particolare alla cartolina della foto. Il giorno che l'ho spedita, infatti, ho ricevuto un messaggio: "Secondo me stamane sono stato testimone di un pre-imbuco di una nuova cartolina. Possibile?"
Eccome se era possibile, la mattina avevo inviato Il Bosco della Fatica a GIö e avevo attraversato la strada tenendo in mano la cartolina e saltellando verso la buca delle lettere vicino all'ufficio postale. In coda al semaforo un amico ha visto la scena e, pare, ha anche provato a salutarmi, emozionato per aver capito il momento. Un attimo dopo, raggiunto l'altro lato della via, ho scattato la foto che vedete quassù (senza essermi accorta di nulla).

Un aspetto che viene fuori spessissimo nel gruppo delle partecipanti di #ayearinapostcard è la corrispondenza di momenti, la presenza di coincidenze magiche, la condivisione di sensazioni:
questo piccolo aneddoto che ho raccontato mi pare possa proprio considerarsi tutte e tre le cose messe insieme. L'idea di essere vista mentre facevo qualcosa di così personale, mentre mi accingevo a lasciare un oggetto molto intimo perché portava con sé la descrizione disegnata di un periodo di grande fatica e l'idea di aver suscitato stupore in quel brevissimo istante in cui ho attraversato la strada mi è sembrata allo stesso tempo una cosa buffa e meravigliosa.

Non potevo che inserire questo aneddoto nel post di aggiornamento del progetto, se non altro per condividere con le mie compagne di viaggio l'ennesima coincidenza speciale.

P.S. Il titolo arriva direttamente dal secondo verso Cinghiali Incazzati degli Ex Otago

lunedì 29 agosto 2016

Pane secco e mutande


Siamo alla fine di Agosto e raramente come quest'anno l'estate è passata veloce per me.
Mi dispiace essere già a Settembre, mi dispiace non aver fatto molte cose che avrei voluto fare, ma sono contenta di aver vissuto appieno ogni (meravigliosa) gita, ogni (lunga) nuotata, ogni (difficile) lettura, ogni (rara) ora di lavoro, ogni cena cucinata con cura.

Sono stata, più del solito, attenta ai dettagli.
Ho fatto molta attenzione agli acquisti per esempio: ho comprato da Flamingo Bergamo e da Celestina Vintage con l'intento di continuare imperterrita lungo la strada dello shopping consapevole, fatto di cose strettamente necessarie (o quasi), tessuti buoni e giusti, marchi dichiaratamente sensibili alle questioni etiche e ambientali che più mi stanno a cuore. Per "dichiaratamente sensibili" intendo che sui loro siti sia ben visibile e possibilmente verificabile la politica fair trade con cui producono, esportano, commissionano i capi e non il semplice e generico blablabla dietro cui spesso si nascondono i customer care di brand tanto importanti (e onnipresenti) quanto famosi. E non parlo di fast fashion.

Dicevo, sono stata attenta ai dettagli. L'ho fatto anche camminando sui sentieri, l'ho fatto guardando sott'acqua nei pomeriggi infiniti di mare, l'ho fatto scrutando orizzonti di montagna, fiori e insetti in giardino, l'ho fatto in posti dove ero già stata mille volte scoprendo punti di vista nuovi, l'ho fatto infornando e mescolando, disegnando e scrivendo, valutando proposte e facendo valere quello che penso.

Pure l'altro pomeriggio ho messo attenzione nei dettagli e in un nano secondo sono stata catapultata in dietro nel tempo, su per giù a trenta anni fa. Mentre ciabattavamo verso la spiaggia abbiamo notato una porta di legno aperta, una di quelle cabine sul mare usate dai pescatori per ricoverare canne da pesca, reti, costumi, secchi, remi e mille altre cose che profumano maledettamente di infanzia. Appesi alle tavole bianche c'erano un paio di mutande stese ad asciugare e un grosso sacco di pane secco per i pesci. Non ho potuto (ci ho provato eh, ma niente!) fare a meno di pensare a quando, da bambina, scendevo le scalette sotto al Capolinea dell'Uno, a Voltri, per raggiungere la casetta di papà. I miei ricordi sono molto sfumati, fatti per lo più di odori e sensazioni: la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, il rumore degli zoccoli di legno sui ciottoli, la puzza dei lavatoi umidi e bui, i tentacoli freddi dei polpi posati (vivi) sulla mia testa, il secchiello dei Puffi, la luce che filtrava tra le travi bianche della cabina, la borsa di paglia di mamma, le formine rosse, le polpette di sabbia, i vetri colorati e arrotondati dal mare, l'ombrellone a righe, il costume a quadretti, le barche rovesciate, le assi nella sabbia per far risalire i gozzi dal mare, l'insalata di riso, i bicchieri di plastica dura, il cocomero a bagno... potrei continuare all'infinito ma concluderò con un ultimo ricordo, che mi si è materializzato davanti ieri mentre leggevo sdraiata su uno scoglio: il granchio ficcanaso :-)

Io, per adesso, a questa estate non rinuncio.

P.S. La foto quassù l'ho scattata a Luglio, qualche ora prima di ascoltare un concerto.

sabato 18 luglio 2015

Azzurro

[Avviso: post lunghissimo]

Senza girarci troppo intorno: il 15 luglio sono stati 10 anni che è morto mio padre.

In questi giorni di campi estivi, summer school, laboratori, bambini, progetti, sveglie presto, cene tardi, docce all'alba e a notte fonda non ho avuto molto tempo per pensare, per accogliere un poco il mio lutto, che seppur lontano, seppur forse meno doloroso, seppur in parte elaborato, è pur sempre un lutto.
Così questo post è iniziato in pieno Summer Camp con una serie di mini frasi nell'ultima pagina del quaderno su cui segnavo gli appunti delle lezioni e termina oggi, finalmente sabato, con mille cose manuali da fare e un caldo torrido, talmente torrido, che sento le cicale da casa. Nei vicoli.
Ho riflettuto un sacco su cosa scrivere e come sempre gli elenchi vincono su tutto. Anche l'anno scorso avevo tirato fuori il dolore scegliendo questo sistema, oggi però voglio aggiungerci le storie. Dieci storie, una per ogni anno, che abbracciano un ricordo legato a mio padre e al mio strano, davvero poco ortodosso, rapporto con lui.

1) Te stacco le braccia e te ce meno

Qualche giorno fa sono andata a cena alla Lanterna di Don Gallo (questo vecchio link di un ottimo sito che seguo non racconta la recentissima risistemazione del locale), proprio la sera prima della ricorrenza. Per distrarmi, per mangiare uno dei suoi piatti preferiti (il pesce), per farmi una coccola. Mentre finivamo di cenare alla cassa si sono avvicinati dei ragazzi dal fortissimo accento romano: discutevano su chi avrebbe dovuto e non dovuto pagare e uno di loro insisteva per dividere e restituire i soldi all'amico. Ad un certo punto la frase: "se provi a damme ancora st'euro te stacco le braccia e te ce meno". Immediato il ricordo di mio padre che mi prende un polso e ridendo come un matto mi schiaffeggia con la mia stessa mano...quanto mi divertiva quel gioco! Quante volte lo abbiamo fatto!
2) Gli scampi con la salsa rosa
Il suo piatto forte, anche se scegliere è davvero difficile visto che cucinava benissimo. Di solito preparava gli scampi a Capodanno, se era in vena di festeggiare. Li scottava sulla griglia e li serviva con un goccio di limone, ma la protagonista era la salsa rosa. Non un condimento qualsiasi, erano bannati i barattoli e i prodotti pre confezionati: usava tutti gli ingredienti necessari, dalla salsa worchestershire al concentrato di pomodoro e passava addirittura con il colino il rosso dell'uovo sodo. Una meraviglia per gli occhi e per il palato.
3) I pantaloni a righe arancioni comprati per mamma
In un grande magazzino, a pochi pochissimi euro. Ricordo perfettamente il momento in cui decidemmo di prendere sia la versione color crema sia quella arancione, non riuscivamo a scegliere e preferimmo non farlo. Ero già grande, probabilmente si trattava di una delle mattine in cui mi accompagnava a fare il prelievo settimanale per la coagulazione e poi la mega colazione al bar...si stava per scatenare l'inferno, io avevo già rischiato grosso pochi mesi prima, ma lo ricordo come uno dei periodi più belli della mia vita.
4) I disegni a carboncino appesi in tinello
Perché disegnava benissimo. Copiava dal vero per lo più: protagonisti Disney per me (c'era Cucciolo sopra il tavolo da pranzo), nature morte, volti, strade di paese e, spessissimo, i gatti di casa. Questi ultimi li ritraeva a matita, di solito a colori: c'erano Fulmine con il pelo rosso e il siamese con le orecchie scure e gli occhi celesti.
5) Il reganisso
Il bastoncino di liquirizia che quando l'ho visto da Melissa Erboristeria tra un po' mi piglia un colpo. Lo succhiava sempre e a me piaceva da matti. Non avevo accesso di frequente a questa buonissima radice perché credo che ai bambini non faccia benissimo, ma quando ero piccola, soprattutto sulla spiaggia dove tenevamo il gozzo, di signori incartapecoriti dal sole con il reganisso in bocca se ne vedevano assai. E quanto mi divertiva e mi faceva sentire grande andare a comprarlo dal tabacchino!
6) La gita a Dolcedo
Ero già al liceo, anzi forse era il primo anno di università. Sono venuti a trovarmi i miei mentre stavo in vacanza nella casa di campagna del mio ex. Amavo quel posto come pochi altri al mondo e il mercatino dell'antiquariato una domenica (o era lunedì?) al mese mi rendeva impaziente e felice come una Pasqua. Quel giorno non credevo ai miei occhi: mio padre si sarebbe spostato per venire a vedere le bancarelle con me. Ricordo che Andrea per l'occasione cucinò l'arrosto al latte, una ricetta tedesca di sua nonna e ricordo che a me era parso tutto perfetto.
7) L'inizio (e la fine) di ER
Quando cominciò su Rai 3 questa nuova serie TV noi iniziammo a seguirla fedeli. Non ne perdevamo nemmeno una puntata. Sono convinta che il mio amore folle per i medical drama arrivi da lì, da quel figo di Clooney poco più che ragazzino, da quei ricoveri d'urgenza pieni di pathos, da quelle aggressioni in ospedale che facevano fuori i miei personaggi preferiti, da quelle morti improvvise che mi lasciavano di stucco. A distanza di vent'anni almeno, con Grey's Anatomy, non è cambiato nulla. Anzi sì: lo guardo da sola.
8) La sveglia con la proiezione sul muro
Uno dei regali che mi portò dalla fiera di elettronica a cui andava ogni anno. Una sveglia dal design terrificante che però, se la pigiavi, proiettava l'ora esatta sul soffitto, senza costringerti ad accendere la luce. Un oggetto brutto, inutile, che non butterò mai via.
9) A pranzo con il fuoristrada
Di questa cosa ho un ricordo davvero molto vago: ero piccola, era domenica e si stava andando a pranzo in trattoria, sulle alture. Ricordo che c'era anche mio nonno in auto, ricordo che soffrivo come sempre la macchina, ricordo che c'era la strada sterrata e ricordo che ero così felice di mangiare fuori con mamma e papà insieme che non vomitai nemmeno. Nonostante le curve, nonostante la jeep, nonostante i dossi, nonostante i ravioli, nonostante il nonno.
10) Il motorino Garelli
Il grande acquisto che gli permise di andare a comprare i suoi due pacchetti al giorno, nel tabacchino sotto casa, senza nemmeno fare lo sforzo di percorrere duecento metri a piedi. Pantaloncini, ciabatte, canotta, cappello bianco da pescatore e motorino minuscolo, così piccolo che l'effetto era "orso del circo sul monociclo", così buffo che ti faceva pensare "dai, vabbè, ma ora si rompe", così assurdo che solo mio padre poteva inventarselo.

Questo lungo, lunghissimo post finisce qui, anche se potrei scrivere che, fondamentalmente, quello che mi fa più male e mi confonde tantissimo le idee è che in realtà non so davvero chi mi manchi: sono passati dieci anni e io ho fatto talmente tante cose, talmente tanti errori, talmente tante scelte e talmente tanti passi avanti che non so che rapporto avremmo adesso. Avrebbe approvato? Ci parleremmo ancora? Sarebbe felice e fiero di me? Mi avrebbe diseredata? Non lo so, non so come sarebbe stato essere sua figlia a trentatré anni, perciò preferisco non pensarci e ricordare com'era esserlo a tre, tredici e ventitré.

P.S. Ah, l'azzurro era il suo colore preferito.

venerdì 12 giugno 2015

This must be the blog

Per la colonna sonora di questo post affidatevi a quella di This must be the place.

Ieri, la stanza bianca non era più bianca. Era più grande, più colorata, con delle lampade bellissime.
Anche Lastanza, tutto attaccato e con la L maiuscola era diversa: soffitti altissimi, pareti color crema (ho persino contribuito nella scelta della tinta), più seggiole, poltrone, tappeti e...quella finestra. Con quegli alberi. Con quella luce.
Ho parlato per la prima volta del mio progetto davanti alle foglie di ippocastano, ho continuato davanti a un mojito e un margarita.
Il via a questa folle idea lo ha dato il film che regala anche titolo e colonna sonora al post di oggi: This must be the place di Paolo Sorrentino. Come diceva Gipi la settimana scorsa "la gente s'ammazza su Sorrentino". C'è chi lo ama, c'è chi lo odia, c'è chi perde giornate intere partecipando a infinite gogne sui social network o inneggiando allo splendido regista del secolo. Ecco, io ho visto Il Caimano, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e un pezzo di La Grande Bellezza. Mi sono piaciuti tutti molto. Stop. E This must be the place mi è piaciuto più degli altri: per la fotografia innanzi tutto, per le musiche, per Sean che è bravo assai e per la sceneggiatura. Delle frasi che bam!, ti spezzano le ossa. Non le riporto qui, perché voglio scrivere di altro e perché in rete si trovano facilmente, vi basti "Io ho capito solo che a volte la gente se ne va". (bam!)
Quindi, che c'entra il film con il mio nuovo progetto? C'entra eccome, perché mentre Cheyenne va alla ricerca di un uomo e in realtà fa un lungo percorso per (ri)trovare se stesso io ho deciso che darò una voce, un volto, uno sguardo, una gestualità, alle persone con cui ho stretto relazioni sul web in questi anni, senza averle mai viste dal vivo. Mi rendo conto che possa sembrare folle ma ho deciso che i commenti, i like, gli scambi di opinione, gli incoraggiamenti, le mail e i tag non bastano più. Perciò parto e vengo a cercarvi. Potrei nominarvi tutte ma probabilmente dimenticherei qualcuna. Voi sapete chi siete e io spero che vi farà piacere prendervi un caffè con me.
Oggi sono a Torino, perché domani mi aspetta questo corso alla Holden (non vedo l'ora, lo ammetto), così, questa mattina, dopo un giretto in centro e una sosta nel bed and breakfast più bello del mondo, sono andata da Melissa con la lista della spesa e uno zaino di curiosità sulle spalle. L'ho incontrata, abbiamo parlato un po', mi ha riempita di consigli e regalini e poi non scrivo oltre perché a lei voglio dedicare il primo post del tour (che nasce on line, diventa reale e torna on line con l'hashtag #thismustbetheblog).
Appena sono uscita dal negozio di Valeria e ho cominciato a camminare sotto la pioggerella fine, mi è arrivato un messaggio di un'altra Valeria, l'inventore di mostri per intenderci, che era a Torino ancora per poche ore e...si è presa un caffè con me! Due tappe del mio viaggio in un solo giorno, un sacco di risate, parole a raffica e tanta comprensione.
Anche per lei ci sarà un post tutto speciale.
Non mi resta che andare a dormire, non senza aver prima salutato Mario e Patata, i gatti di casa, e sorriso ancora una volta a questo periodo pieno di incastri e coincidenze segni del destino.

P.S. Il nome del progetto è tutto merito del vicino-vicino, che quando finalmente svilupperà il suo sito internet potrò anche mettere il link. :-)
P.P.S.S. Prima che i "Sorrentiniani" (o i "Morettiani") mi scannino, lo so, Il Caimano è di Moretti, e Sorrentino è "solo" tra gli attori con un cameo.

domenica 7 giugno 2015

"Ha dimenticato quanto può essere crudele la pelle degli alberi?"

Allora,
è successo questo: è successo che da una settimana non faccio altro che imbattermi in coincidenze.
Non è la prima volta che capita, figuriamoci, ma me ne sto accorgendo di più, più profondamente, più dolorosamente.
Ma dolorosamente è un avverbio bello, positivo intendo, è un dolore buono che rimonta pezzi smontati.
Martedì ho visto un polletto, un figlio di merlo che provava a volare sotto lo sguardo benevolo di merlo padre e merla madre. Mercoledì sono tornata a casa mia e un polletto identico stava sullo zerbino, occhi piccoli e bocca spalancata. Ho provato a prenderlo e si è buttato dalla finestra, hanno provato ad acchiapparlo le vicine di sopra ma secondo me polletto è riuscito a fuggire.
Due giorni e due polletti diversi. E' la stagione direte voi, e io questo lo so, ma non riesco a non trovarci la coincidenza inaspettata. Venti chilometri tra un polletto e l'altro sono una coincidenza inaspettata. Punto.
Poi è successo che a Genova, come sempre, sono scoppiate le cose da fare. C'è l'Andersen Festival a Sestri Levante, c'è la Biennale della Prossimità, c'è la Repubblica delle Idee. E poi c'è Gipi.
Gipi al Museo Luzzati, dove è allestita la sua mega mostra, è venuto due giorni fa. Io sono andata ad ascoltare Smargiassi al Ducale e poi sono andata a Porta Siberia, con "Una Storia" nella borsa e cinquanta euro per comprarmi tutto quello che potevo. Ho preso il catalogo, ho preso una borsa di tela con l'albero bianco (io compro borse di tela e compro alberi, figuriamoci se non compro una borsa di tela con un albero stampato sopra. Qualcuno potrebbe dire che "E' la modernità che lo domanda", bene, lo dice anche l'albero quindi state sereni). Mi hanno pure regalato una calamita.
La scorsa settimana ho pubblicato questo post, dove ho scritto così: "Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano".
Ecco, stavo ascoltando Gipi e lui ha parlato di cosa che scoppia, di cuore che non regge ed esplode, ha parlato di bisogno di raccontare, ha parlato della sua capacità di "farsi arrapare" anche dalla panchina dove ha passato l'adolescenza.
Polletto per due.
E' capitato di nuovo così, a distanza di pochissimi giorni ho trovato lo stesso mio pensiero nelle parole di qualcun altro e mi è persino venuto da vomitare, perché avrei voluto alzarmi e dirgli "Cazzo sì! E' quello! E' quella cosa lì!".
Poi ha parlato di Fiducia nell'acqua, o meglio, ha raccontato della tecnica che usa per dipingere qualcosa senza farsi guidare dalla parte di cervello (la sinistra) che quella cosa l'ha registrata e tende quindi a prendere il sopravvento e a dirigere il tratto, portandosi dietro preconcetti e sovrastrutture, penalizzando l'istinto e la forma primaria. Non credo di essermi spiegata ma di sicuro una cosa io l'ho capita: è possibile spegnere la parte sinistra e dare respiro a quella destra anche quando si scrive. Io a volte lo faccio ma non lo faccio di proposito, anche se mi piacerebbe molto esserne capace; di sicuro non scrivo come Gipi disegna, ma quello che ha detto io davvero l'ho capito.
Per curiosità sono poi andata a casa e ho guardato un video che era stato citato come valida spiegazione della tecnica divisoria di Gipi (destra/sinistra). Non so se si comprenda davvero guardando una mezz'ora di acquerello, di sicuro si vede chiaramente quanto il lavoro di questo artista (il corsivo è d'obbligo, sennò poi s'arrabbia!) sia una roba di testa, corpo, pancia, jeans, barba, phon, bestemmie e pomodori ripieni. Una meraviglia senza senso, esattamente come vorrei che fosse per me la scrittura e quest'anno che me lo stanno chiedendo, di scrivere intendo, mi allenerò tutti i giorni a farlo così, con un emisfero, con due, in piedi, seduta, da sola, in compagnia, con qualche punto luminoso di terra chiara coprente. Oppure senza.

"Anche se io non vorrei una pianura, vorrei dei boschi di montagna, per favore, se è possibile averli" (Gipi)

sabato 14 marzo 2015

Chanson egocentrique

Colonna sonora
Qualche giorno fa, con mamma, ho immaginato una storia. Eravamo sedute sul 20, all'ora di cena, reduci dall'ultimo esame di una serie infinita di visite mediche.
Un elettrocardiogramma.
Un ecocardiogramma.
Un ecodoppler.
E non è ancora finita.
Io non miglioro granché, ma per ora nemmeno peggioro, si vedrà.
Insomma che lì, sballottata dalla corsa veloce del filobus, stavo impazzendo dal mal di testa e ho immaginato che dalla fronte si aprisse una crepa e il cranio si spaccasse a metà, lasciando il cervello scoperto, grigio chiaro e con qualche sfumatura di lilla proprio come lo smalto per le unghie che mi sono appena comprata.
Allora mia madre mi ha chiesto: "Cosa ne faresti del tuo cervello?"
"Lo tirerei fuori un attimo, mamma, giusto per riposarmi un po'", le ho risposto.
E abbiamo continuato a fantasticare, su di me che mi sfilo quella poltiglia un poco soda dalla testa e la appoggio sul mobile della sala, per provare a rilassarmi e a non pensare a niente, almeno per qualche ora.
"Ma poi come faresti a ritrovarlo? Senza cervello non potresti vedere"
"Ah, cazzo, giusto...Dovresti venire anche tu allora, per rimettermelo a posto quando ho finito di riposarmi"
Oppure, abbiamo convenuto entrambe, potrei togliermelo in un posto che conosco bene e poi, a tentoni, recuperarlo quando mi sono stufata di stare senza.
Non so se le persone sul bus ci abbiano sentite, ad ogni modo dovevamo sembrare quantomeno bizzarre.
Sono nel frattempo trascorsi un paio di giorni e io ho sempre più voglia di togliermi i pensieri dalla testa, visto che i sintomi fisici fanno più resistenza del previsto.
Così mi riempio le giornate di cose da fare: due lavori nuovi in forse, uno piccolino in partenza da aprile, mille piedi in duemila scarpe, nel tentativo di non lasciare scampo a ragionamenti faticosi e sensi di colpa.
Come sempre le terapie migliori sono camminare, cucinare, fare cose belle (tipo andare a teatro a vedere questo spettacolo e quest'altro) e scrivere. Mercoledì scorso su A Casa di Cindy è uscita la puntata di marzo di Leggermente, la "rubrica libraria" a cui ormai sono talmente affezionata che la aspetto con impazienza, come se non fosse la mia.
Non so di cosa parlerò nel prossimo post, non sto leggendo per adesso, o per lo meno non ho nulla di recente di cui vorrei scrivere...probabilmente andrò a ripescare qualche vecchio amore, di quelli che non si scordano mai.
E quindi basta, continuiamo questo sabato dal tempo incerto, iniziato con un ciuffo di viole, le coccole della gatta, una bella passeggiata sul mare e un secchio di zuppa di fagioli alla palermitana.
Stasera turno Altrove.
Con il vestito nuovo e lo smalto color cervello.





sabato 7 marzo 2015

Si vede

Nota bene: questo post andrà riletto periodicamente, in saecula saeculorum.

Qualche giorno fa ho incontrato un mio ex professore dell'università. Mi ha chiesto:
"Come va?"
"Bene grazie, lei?"
"Non c'è male...è un po' che non la vedo"
"Ho finito la borsa e vengo qui più raramente"
"Capisco, e come se la sta cavando ora?"
"Eh, ce la metto tutta, non mi arrendo"
"Si vede!"
Si vede.
SI VEDE.
Ha detto proprio così e non sa, probabilmente non ne ha davvero la minima idea, del bene che mi ha fatto.
Perché è un periodo delicato, s'è capito. Perché sto cercando di uscire dalle sabbie mobili, perché per provarci ho dovuto abbassare di nuovo un poco la testa (o per lo meno io me la vivo così), perché tornare a fare cinque o sei lavori contemporaneamente per portare a casa la metà dello stipendio che ho preso negli ultimi due anni mi pesa un po', e gli aiuti di mamma mi suonano inevitabilmente come un grande scivolone in fondo alla scala. Ma non mi arrendo. E i motivi per cui non mi arrendo sono tanti, alcuni per esempio stanno nascosti nelle gite degli ultimi due week end; di quella terminata poco fa ho cominciato a scriverne questa mattina nella mia mente e devo ancora smettere.
Quindi, per raccontare quali sono alcuni dei motivi per i quali non mi arrendo, ho deciso di usare il mio mezzo preferito: l'elenco.
Potrebbe essere una buona cosa mettere su questa prima di cominciare a leggere, perché mentre stasera tornavo in bus, suonava nelle cuffie e io compilavo la mia lista, parola dopo parola, sensazione dopo sensazione, punto dopo punto...sorridendo.
Non mi arrendo per i sori arancioni sulle felci verdi, per i cespugli di euforbia che sembrano giungla, per i cancelli azzurri in un mare di trifoglio giallo, per i muscari che cominciano a uscire piccoli e indecisi, per i gatti bianchi che aspettano pazienti le coccole, per le mimose fiorite a picco sul mare. Non mi arrendo per il bambino che pota un ulivo insieme al nonno e al papà, per la signora con la stampella che cammina tra i filari di vite, per l'ombelico di venere piccolo e lungo che spunta dal muretto, per i tronchi d'albero tagliati in modo buffo. Non mi arrendo per gli spaghetti con le vongole, per i signori che corrono appresso al treno, per i fili della ferrovia che separano il cielo grigio in tante strisce tutte uguali. Non mi arrendo per il treno delle 7.41 che sta sempre fermo a Quarto ma poi arriva puntuale, per la bava sulla giacca, per il berretto azzurro del bambino rimasto appeso al ramo. Non mi arrendo per il mare d'argento, per la sagoma della Corsica sull'orizzonte, per il bosco di pini caduti, per le scie dei motoscafi, per i falchi che volano sulla costa. Non mi arrendo per i tronchi neri sull'acqua blu, per i cespugli che sembrano bianchi, per la signora che legge Repubblica seduta sul Mediterraneo, per la foto scattata da dentro il maglione. Non mi arrendo per l'erba lunga che dondola nel vento, per l'alloro che alloro non è, per le querce da sughero, per le rocce che cambiano colore e il nostro sentiero diventa rosso, per i panorami improvvisi, per l'erica bianca, per le lucertole veloci. Non mi arrendo per il gestore del ristorante che sa davvero cosa è il mare, per la ricotta con lo zafferano, per il pesce palla che è un pesce istrice, per il cane che mi ha spaventata, per il sentiero che si apre sul paradiso. Non mi arrendo per la strada che scende e scende e scende ancora, per la pipì, per la barca a vela gialla, per la macchina fotografica a pellicola, per le gambe lunghe, per le candele accese. Non mi arrendo per la chiesa a strisce, per gli zoccoli colorati, per il gatto sul cruscotto, per il viaggio in bus che mai più ci aspettavamo e per il tramonto che ha tinto le sagome di nero, proprio come piace a me.
Per tutte queste cose non mi arrendo.
E quando ognuna di esse sarà sparita, quando non sarò più capace di vederla e amarla, soltanto allora, forse, mi arrenderò.




lunedì 12 gennaio 2015

Granelli

Ci sono giorni, settimane, periodi, in cui basta una frase qualunque, di una persona qualunque, per sentirsi subito un poco meglio.
Alla lezione di pilates di venerdì il mio insegnante mi ha detto "Brava, molto bene, schiena perfettamente dritta", senza sapere che stava regalando un granello di zucchero ad una giornata molto, troppo, amara per me. Grazie Luciano, alle diciannove di un venerdì qualsiasi mi hai fatto una carezza inconsapevole.
Ci sono giorni in cui basta davvero poco, in cui la soluzione è affinare i sensi e lasciarsi toccare dal bello, per quanto piccolo sia, per quanto bene si nasconda.
Il Secret Santa di quest'anno mi ha portato una buona stella che veglierà sulla mia casa: mai coincidenza è stata più azzeccata per un momento della vita in cui mi pare di vedere, come unico passo sensato per me e per chi mi sta vicino, che io me ne vada più lontano possibile.
Nel frattempo la stella bianca starà lassù, sopra la casetta di legno nero e la veglierà: grazie Ambaradanmamy per questa meraviglia!
Così ieri, che mentre camminavo veloce per raggiungere la funicolare e salire sui monti, ho trovato per terra la spilletta nella foto, ho di nuovo pensato al posto in cui vivo, a quello che ho costruito, a quello che ho sbagliato, a quello che potevo fare meglio, a quello che comunque non sarebbe andato diversamente.
Quante cose dipendono da noi? Tutte? Solo alcune? Nessuna? Quanto potere abbiamo?
A me ultimamente sembra di non averne nemmeno un po' e, nello stesso tempo, mi pare di dover aggiustare, sistemare, risolvere, mettere a posto milioni di situazioni che, per l'appunto, non dipendono da me.
E allora dove voglio arrivare oggi?
Voglio mostrarvi (e forse soprattutto mostrare a me stessa) che quando mi impegno e mi immergo in qualcosa che nasce dai miei pensieri, cresce nella mia mente, rimbalza nel mio cuore, i risultati alla fine ci sono. Sono piccoli magari, sono buffi, maldestri, emozionati, ma ci sono. E perché si vedano davvero occorre il granello di zucchero di cui scrivevo all'inizio del post, serve cioè che qualcuno che crede in noi, qualcuno che si accorge degli sforzi altrui e apprezza il nostro modo di guardare il mondo, decida di mostrarlo anche agli altri.
E così arrivano i messaggi di chi legge questo blog e mi vuole solo dire "grazie" e quelli di chi invece intende incoraggiarmi a continuare a scrivere, dando aria alla mia passione più grande, dando fiato alle parole che ho sempre pronte in punta di penna, in potenza.
E così arriva Cindy, che ama il novanta per cento di quello che amo io e che mi chiede di scriverne con e per lei, nella sua casa, esattamente nel modo che piace a me.
Cosa accadrà lo scoprirete (credo) domani leggendo il suo bellissimo blog e io mi impegnerò a condividere anche qui questo nuovo, piccolo, incoraggiante, granello di zucchero.

sabato 20 dicembre 2014

C'era una volta un re...

Vesima, interno giorno.
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."


Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."



domenica 14 dicembre 2014

Sfere

Palle.
Di Natale e non solo.
Reduce da un week end lavorativo, un corso di robotica che mi ha divertita e stancata contemporaneamente, scrivo a letto con la solita tisana che mi fuma accanto. Zuppa per cena e film romantico pronto in canna (anche se, vista l'ora, visto il sonno e visto l'appuntamento in Soprintendenza di domani, mi sa che crollerò).
Tra poco più di una settimana cominciano le vacanze e come se andassi ancora a scuola ho i compiti da fare: relazione di fine assegno più organizzazione per lo meno mentale di laboratori e lezioni per SDR. Altro compito: riposare. Non che sia particolarmente stanca, i giorni duri sono stati gli ultimi e saranno i prossimi, ma non si può proprio dire che i miei ritmi non siano sostenibili, anzi. Visto che da gennaio le cose cambieranno, probabilmente anche parecchio, penso sia comunque meglio arrivarci rilassati o per lo meno provarci.
Nella foto una delle palline vintage del mio sobrio alberello natalizio, come al solito oberato a dir poco da ogni gingillo possibile: latta, vetro, panno, legno, terracotta...tutti gli addobbi appesi hanno un loro materiale e una loro storia, qualcuno viene da lontano, direttamente dalla mia infanzia o addirittura dall'infanzia dei miei, qualcun altro è un acquisto più recente, arrivato nella scatola rossa l'anno che mi sono trasferita in centro. In questa settimana non sono state le sfere di Natale le vere protagoniste dei miei giorni e dei miei pensieri, ma piuttosto quelle di cui ho parlato giovedì nella stanza bianca. Immaginando tre palle sovrapposte l'una sull'altra, chiamiamo la prima (quella più in alto) Genitore, la seconda (quella al centro) Adulto e la terza (quella in basso) Bambino. Nella vita di ogni giorno l'ideale sarebbe che queste tre realtà, questi tre piccoli/grandi insiemi esistenziali coesistessero separati tra loro ma uniti dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro le strade che decidiamo di percorrere. Probabilmente, però, non è così semplice e può capitare che le tre palle si sovrappongano un poco, lasciando giudicare al Genitore le azioni dell'Adulto, già così spesso condizionato dalle emozioni del Bambino. Ma come ci si sente quando qualcuno ci rimprovera di un comportamento che abbiamo sentito inevitabile? E come può affermarsi un Adulto se si muove così di frequente tra gli sguardi di disappunto di un Genitore e i bisogni essenziali di un Bambino?
Io, pochi giorni fa, ho scoperto (e sentito) di aver finalmente praticato una sana divisione tra le tre sfere, liberando l'Adulto da pregiudizi e impulsi, permettendogli di camminare con uno sguardo alle regole e uno all'istinto ma senza costringerlo ad assecondare per forza nessuno dei due aspetti. Questa piccola/grande cosa che è successa mi ha reso felice, è stato come trovare un pezzo di puzzle che sembrava sparito e che non mi permetteva di continuare a costruire(mi).
Alè!

venerdì 21 novembre 2014

Mormorii dei muri

Quando sulla mia strada incontro qualcosa di bello il primo istinto è sempre stato cercare di condividerlo con qualcuno che amo.
Ormai facebook, instagram, whatsapp e tutte le stramoderne diavolerie disponibili rendono semplicissima la diffusione di un piacere, agli amici cari, ai quasi amici, ai semi sconosciuti.
Ultimamente le cose stanno cambiando e io, davanti alla bellezza, non sento più la necessità di spartirla per sentirla davvero.
Stasera, per esempio, è andata così.
E' andata che ora sono sotto al piumone ricoperto di tavole botaniche, accanto a me fuma una tazza di camomilla e l'abat jour è accesa. Quello che voglio è salvare il più possibile la bellezza che mi si è infilata nel cuore, un cuore minuscolo e parecchio a pezzi. I miei amici sono a bere dopo il teatro e io scrivo qui e ragiono sul fatto che in fondo, anche adesso (forse più che mai) sto condividendo un'esperienza, nonostante abbia appena smesso di dichiarare che ultimamente questa cosa stia capitando sempre meno.
Ad ogni modo, poco più di mezz'ora fa ero seduta alla Tosse, a vedere Murmures des Mur, uno spettacolo di Aurélia Thierrée, nipote (bravissima) di Chaplin (sì, quel Chaplin che di nome faceva Charlie).
Come definirei lo spettacolo...non so. Nessie Parlava di teatro-danza, e forse aveva ragione.
Io, come penso sia capitato alla maggior parte degli spettatori in sala, mi ci sono ritrovata continuamente.
Gli stivali da pioggia, gli alberi sullo sfondo, le case dei vicoli piene di finestre e porte semi aperte, le cose piccole e preziose, i balli sulla punta dei piedi (in tazzina), i mari agitati, le angosce, ma, soprattutto, il sogno.
Perché la sensazione che mi ha accompagnata quasi da subito, quando ho iniziato sommessamente spudoratamente a piagnucolare, è la stessa che mi viene a trovare di notte, quando mi abbandono ai sogni più profondi.
Strane creature, volti senza volto, abiti chiari, velluto, scale, scatole e fruscii, dejavu, abbracci strappati, non dati, infiniti e, soprattutto, mormorii dei muri.
Parlare di uno spettacolo teatrale penso sia impossibile, come si fa a rendere le sensazioni della sala? I brusii, le risate, i colpi di tosse, i mezzi applausi e quelli scroscianti, l'odore del fumo finto, il rumore dei piedi nudi sul legno del palco...come si fa? L'unico modo per capire è vederlo.
La plastica con le bolle, le luci in bottiglia, le piume di struzzo, il raso bordeaux, le teiere d'argento, i tacchi rossi, la seta color crema, le calze nere, le scarpe da tip tap, i camici bianchi, i letti con le ruote, quelli con le sbarre, quelli con il baldacchino. Gufi, granchi, draghi, sirene, enormi creature.
Io, lo andrei a rivedere adesso.
Murmures des Mur

giovedì 6 novembre 2014

La notte dei morti viventi

Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".

Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".

Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...

martedì 2 settembre 2014

Within the sound of silence

Il via me lo ha dato lei, la solita Cindy, con questo post.
Io, per rispondere alla sua ultima domanda, non lo so come sto.
Ho ricominciato ad andare al lavoro, abbastanza blandamente in verità, e non mi sembra sia cambiato nulla. Meglio così forse. O forse no.
Ho ricominciato ad andare a pilates e questo è assolutamente un bene. Sono stanca dopo la lezione di ieri sera (e dopo la lunga camminata sotto al sole di questo pomeriggio) e quindi spero di addormentarmi presto e buonanotte.
Anche io, come Cindy, prego tutti di fare silenzio e mi chiedo se sia giusto, normale, avere così tanto bisogno di pace. Sono mondana come mia nonna, non che sia mai stata una donna da party ma, accidenti, in questo periodo rasento la casa di riposo. E poi mi struggo perché mi sento sola, perché anche questa estate è trascorsa senza che i miei occhi vedessero posti nuovi, senza che le mie gambe attraversassero strade sconosciute. Dopo mesi (anni?) di assenza tornano prepotenti le isole felici: mi basta pensare alla Mari e Monti in arrivo o alla semplice idea di un giorno sulla spiaggia di settembre con un libro e un sogno nuovo e mi pare già di stare meglio.
La lotta con la chimica si è conclusa da un po' ormai, ne sono uscita vincitrice, sempre che si possa considerare una vittoria la sensazione in cui sto adesso.
Si attendono i risultati degli esami per capire cosa abbia fracassato la mia pelle (e magari pure il mio metabolismo), si aspetta l'esito dei bandi su cui ho lavorato durante le ferie (qualche pallida buona notizia l'abbiamo già avuta oggi, ma chissà), si organizzano riunioni operative (cinque solo in questa settimana), si finiscono libri che insomma, potevano andare meglio.
Un po' dei propositi di Cindy li ho messi in pratica da tempo e devo dire che concentrarmi sul bello che ho attorno e cercare di non pensare ad altro è ormai diventato il mio sport preferito.
Dai social network mi sono già tolta, con il risultato di essere ancora più fuori dal mondo per quanto riguarda notizie e novità (che tristezza eh...) e di dovermi reinventare di sana pianta intere serate. E' un bene, direte voi, e lo dico anche io, se non fosse che quando si è giù di morale, a dieta, con braccia e gambe piene di bolle che prudono e nessuna buona nuova all'orizzonte, potersi almeno beare delle belle vite degli altri di certo aiuta. Almeno me. Anche se so che Facebook è un filtro, anche se so che di reale c'è ben poco, non mi importa, era un modo come un altro (e così per fortuna l'ho sempre vissuto) per tenere contatti e guardare il mondo da un oblò. Rientraci, direte voi. Ancora no, dico io.
Nel frattempo maturo cose da condividere, produco spille, fermagli per capelli, lampadiyne colorate e progetto collane enormi e decisamente importabili.
E poi vado al mare di sera, se posso per davvero, se non posso ci vado con il pensiero, quando il cielo si tinge di rosa e con lui anche i sassi, gli ombrelloni, le case, gli alberi, gli scogli, i gabbiani e noi.
Noi che stiamo seduti in silenzio, proprio come vorrebbe Cindy, proprio come voglio io, accoccolata sul mio divano bianco, avvolta dalla coperta verde e dalla luce della lampada, mentre guardo l'angioletto preferito del vicino-vicino andare su e giù.

P.S. L'avrò già usata gli anni passati, non ricordo, non importa. Anche se non è ancora l'ultimo giorno d'estate è il momento di questa, nel mio cervello dalle prime ore del mattino.


domenica 31 agosto 2014

I magnifici 5: gustare

In realtà questo post avrebbe potuto intitolarsi 7000 caffè, il numero che mi ci vorrebbe (ma non so se basterebbe) oggi per svegliarmi.
Eppure ho dormito tanto, ho dormito profondamente, ho dormito bene. Boh.
In fondo in fondo io lo so che il problema è la bilancia e il fatto che i chili aumentino senza che io stia facendo nulla perché questo accada. Mangio abbastanza poco, mangio bene, ma questo stavolta non basta e prima o poi pure a me doveva capitare, un metabolismo inutile e disattivato.
Allora provo ad esorcizzare questa situazione scrivendo qualcosa sul senso del gusto, così come se descriverlo possa aiutarmi ad allontanarlo, possa servire a sentirmi meglio, soprattutto con il mio corpo pieno d'acqua.
Cosa mi piace mangiare?
Tutto. Non ho mai fatto storie, piantato capricci lunghi chilometri, rifiutato un cibo a priori. Amo mangiare e amo altrettanto cucinare. Per me, per gli amici, per la persona del mio cuore.
Le coccole della tavola sono preziose, racchiudono il sentimento di chi ha cucinato: quante volte una torta preparata in un momento difficile non mi è levitata? Decine. Quante volte un piatto sperimentato per la prima volta in un'occasione speciale è risultato buonissimo? Decine di nuovo.
Naturalmente anche io ho i miei gusti e certi cibi se posso evitarli è meglio. Quindi non mi vedrete mai ordinare ostriche (che definisco sempre "uno sputo che sa di mare"), anice (e gli associati Pastis e Sambuca) e cervella (perché i pensieri della mucca proprio no, non mi riesce). Difficilmente sceglierò cocomeri e melone, purtroppo non mi preparerò mai un pomodoro crudo a fette (ma lo mangerò se me lo offrirete) ed eviterò con cura il latte caldo, pellicola di panna in superficie compresa.
Quando ero piccola non c'era verso di farmi mangiare il formaggio fuso, sulla pizza, sulla pasta, sulla brace. Ora figurati, non ordinerei una quattroformaggibianca ma la focaccia di Recco è l'amore mio assoluto.
Quindi, tornando alle modalità solite e rassicuranti dell'elenco ecco di seguito le cose che gusto più volentieri:
- Il caffè (rigorosamente espresso, siano maledetti gli inventori di quello all'americana)
- La pizza (possibilmente margherita con lo stracchino al posto della mozzarella)
- La cioccolata (extrafondente, please)
- Il vino (mai dolce, va bene bianco, magari con le bolle, va bene rosso, va bene rosè)
- La carne e il pesce crudi (tartare, sashimi, carpaccio...una goduria)
- I formaggi (senza esclusione di colpi, dal più stagionato alla ricotta)
- Le pesche bianche (in assoluto, insieme ai fichi neri, il mio frutto preferito)
- Il pesto (sì, lo so, ogni scarrafone...)
- Le verdure (davvero, tutte o quasi, persino il cavolo, persino lesse. Se poi sono fritte non rispondo di me)
- Le caramelle Rossana (quelle che mi comprava la nonna, indicandole nel vaso di vetro della drogheria sulla piazza, impacchettate nella carta a fiorellini rossi)
- Il comfort food in generale (per eccellenza vincono pane-burro-acciughe, pane-olio-sale, pane-burro-zucchero, pane-cioccolata)
- Il classico piatto di pasta (che risolve l'ultimo minuto, che se è aglio-olio-peperoncino fa subito infanzia, che si scola al dente e si mangia bollente)
- Le patate (che lo so, le verdure le ho già dette, ma le patate sono oltre: lesse, fritte, al forno, purea, peccato non si possano mangiare pure crude)
- Le zuppe (tutte, perché prima ancora del gusto mi conquistano il gesto del mestolo che le distribuisce, il calore che sale dai piatti, la sensazione di protezione che provo ad ogni cucchiaio)
- Il gelato (creme, senza ombra di dubbio, il limone lo preferisco sul frittomisto)
- La cheesecake (in assoluto il mio dolce preferito, potrei mangiarne fino ad uccidermi e non credo sia nemmeno troppo difficile)
- Il risotto (per conquistarmi preparatemelo con i porri, per farmi felice va bene ad ogni modo)
E poi potrei continuare in eterno, frittate, torte salate, panna, frutta secca, birra, selvaggina, non sono un buon soggetto a cui chiedere "Cosa vuoi per cena?", rischierei di non avere una risposta!

P.S. La foto fa parte del progetto Oneleafadayproject, di cui ho scritto nell'ultimo post.


giovedì 3 luglio 2014

Le luci nelle case degli altri

Quando ho pubblicato questo post non avevo idea dell'esistenza del libro di cui scriverò oggi. Non avevo mai letto nulla di Chiara Gamberale e ho iniziato un po' per caso e un po' per curiosità. Qui tra la pila di libri da leggere ne ho un altro suo e chissà se mi piacerà come questo.
In verità non credo sia un romanzo particolarmente bello, ma io ne ho tirato fuori un sacco di spunti interessanti. Mi sono lasciata trascinare dalle parole e ambientata subito nel condominio di Via Grotta Perfetta, dove in ogni abitante ho trovato qualche amico, un parente, il capo...insomma un microcosmo composto da persone che vivono nella vita di tutti noi, ogni giorno.
Non è una storia triste, nonostante i motivi di dolore ci siano eccome e siano pure i più classici: dal lutto all'abbandono, dalla solitudine al tradimento, dalla paura alla frustrazione. Le luci nelle case degli altri è una storia particolare in cui sono i ragionamenti familiari che rapiscono chi legge, certi sensi di inadeguatezza così riconoscibili e riconosciuti, certe gioie inaspettate e irraccontabili, certi segreti tutto sommato comuni a molte, troppe persone.
"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sé una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - né noi né quella persona, - mentre succede, se ne renda conto"
Ed è vero, è così che funziona, o che per lo meno secondo me dovrebbe funzionare. Forse che i miei fallimenti in amore stiano nella mia passione per le galosce e per il fango? Forse è perché mi sono messa a dipingere lampadine? Io sono fatta così, ormai è chiaro a me e a molte delle persone che mi stanno vicino: mi lascio andare, mi lascio conoscere, senza fidarmi mai questo è vero, ma prendendo e togliendo, modificando e facendomi cambiare. E penso sia profondamente giusto così.
Perché "il resto è adesso".
Io fossi in voi lo leggerei, perché regala anche delle sorprese, perché racconta l'incanto di chi s'innamora per la prima volta, perché affronta con tenerezza le piccolezze di un'anziana donna sola e perché parla di omosessualità finalmente senza buonismo.
Io fossi in voi lo leggerei perché, come Palomo, questo libro non biasima nessuno.