Qualche giorno fa Barbara, lettrice del mio piccolo mondo, mi ha chiesto di scrivere un post sui libri che ho amato di più. Impresa impossibile o, per lo meno, difficilissima. Ho imparato a leggere presto, ho letto molto (non moltissimo) nella mia vita, tantissimo da piccola, poco da adolescente, ho ripreso con regolarità all'Università e ora vado a ondate, di solito inversamente proporzionali a quanto scrivo.
Scrivo tanto, leggo poco e viceversa.
Compilare un elenco di libri che ho amato è difficile innanzi tutto perché non so come dividerli, come catalogarli. Per autore? Per genere? Per periodo della vita in cui li ho letti? Non ne ho idea, proverò a lasciar andare l'istinto, la stessa scelta che ho preso quando ho arredato casa e ho dovuto sistemare i libri su mensole, librerie e nicchie.
Se comincio dalle prime passioni non posso dimenticare Roal Dahl e Tove Jansson, uno con il meraviglioso GGG (Grande Gigante Gentile) e la seconda con tutta la serie dedicata alla Famiglia dei Mumin. Per quanto riguarda le raccolte sono costretta a citare anche la saga animata di Boscodirovo e la sua autrice, Jill Barklem, le cui storie hanno riempito giornate, domeniche, pomeriggi sui prati e serate sotto le coperte. Un librone gigante che mi ricorda la mia infanzia è Il Meraviglio viaggio del piccolo Nils (di Selma Lagerlöf), portatomi da papà dopo una trasferta, di cui però non ricordo quasi nulla, non so nemmeno se lo lessi fino in fondo.
Tralasciando i vari e scontati Noi ragazzi dello Zoo di Berlino e i famosi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, i primi romanzi che "da grande" mi hanno fatto sognare sono stati La Regina Disadorna del mio conterraneo Maurizio Maggiani e Oceano Mare di Baricco. Da questo momento in poi, tanti dei libri che citerò saranno inevitabilmente legati ai sentimenti che si portano dietro, sia perché regalati da un amore sia perché associati a un periodo particolare della mia vita. Cominciamo da Banana Yoshimoto, di cui ricordo Kitchen e Sonno Profondo, due gran bei libri. Se resto in Giappone è ovvio che mi metto a scrivere di lui, il buon vecchio Haruki Murakami, primo su tutti Norvegian Wood, ma in questo caso faccio davvero fatica a scegliere: a parte L'arte di correre i suoi libri li ho amati tutti (in particolare L'uccello che girava le viti del mondo, Nel segno della pecora, Dance Dance Dance e Kafka sulla spiaggia). Tra le autrici femminili mi vengono in mente Alice Sebold e il suo Amabili resti (ricordo ancora che lo lessi in ospedale...che idea!), Miranda July con Tu più di chiunque altro, Margaret Mazzantini con Non ti muovere (quanto ho pianto!), Ester Armanino con Storia naturale di una famiglia e la Muriel Barbery dell'Eleganza del riccio.
In Italia ci sono i giovani come Davide Enia con Così in terra, Alessandro D'Avenia con Cose che nessuno sa o Fabio Giordano con La solitudine dei numeri primi e i meno giovani come Massimo Gramellini, di cui ho adorato Fai bei Sogni. Sempre di casa nostra, ormai qualche anno fa, mi è stato presentato Erri de Luca che, al di là delle polemiche sul suo modo di scrivere spesso simile a se stesso, alla brevità dei suoi libri, alla pomposità di certi passaggi, per me resta un grande autore e se devo scegliere un libro a caso di quelli che ho letto, d'istinto dico Montedidio. Altri italiani Niccolò Ammaniti con Ti prendo e ti porto via e Raffaello Mastrolonardo con Lettera a Lèontine (un massacro del cuore). D'estate, chi mi legge lo sa, prediligo i gialli e in particolare quelli nordici, per questo qui citerò i lavori di Anne Holt, uno su tutti il primo che mi capitò tra le mani ormai parecchi anni fa: Quello che ti meriti (in realtà nemmeno uno di questi piccoli thriller freddi e silenziosi mi ha mai deluso). Da poco ho invece scoperto Fred Vargas e per ora il migliore è, secondo me, L'uomo a rovescio. Tornando ai romanzi, uno di quelli che sicuramente ha segnato in maniera indelebile la mia vita e i miei gusti è Molto forte incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, in assoluto uno dei miei autori preferiti (del suo Ogni cosa è illuminata ho già scritto anche qui). Negli anni ho letto, e amato, anche Le ceneri di Angela di Frank McCurt, L'Amante di Abraham Yehoshua, Middlesex di Jeffrey Eugenides, Quella sera dorata di Peter Cameron, L'albero delle lattine di Anne Tyler (di lei ho letto molto e mi è piaciuto quasi tutto), L'età dei sogni di Anna Gavalda, La vita davanti a sé di Romain Gary (una Storia), Sabato di Ian McEwan e Nel mare ci sono i coccodrilli di Enaiatollah Akbari, letto da poco. Tra i saggi, cioè quei libri mistoscienza che tanto mi piace leggere ci sono L'uomo che scambiò la moglie per un cappello di Oliver Sacks, Se niente importa di nuovo di Safran Foer, Donne che amano troppo di Robin Norwood, Xto e J-C. Christo e Jeanne-Claude, la biografia di Burt Chelbow.
Mi accorgo che in in questo lungo post non ho dato spazio, più o meno volontariamente, né alle poesie, né ai libri su giardini-orti-alberi-fiori-ecoseverdichepiaccionoame, né ai grandi classici come L'amore ai tempi del colera o Il Piccolo Principe, non so perché, forse semplicemente perché li vivo meno come scelte: li ho letti perché...chi non lo ha fatto? Mi pare di averli recuperati tutti, o almeno molti, se dovessero venirmente in mente altri li aggiungerò e quando ne leggerò di nuovi farò altrettanto!
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domenica 24 novembre 2013
domenica 25 agosto 2013
What does your joy look like today?
Lo spunto per scrivere questo post, inaspettato in verità, è la frase che ho usato come titolo.
Oggi sono felice, ultimamente mi capita sempre più spesso, ma a volte non so dire perché, non è sempre chiaro da dove arrivi la gioia, cosa mi spinga al sorriso, cosa vedano i miei occhi per inumidirsi contenti.
Quindi, quanto ho letto quella domanda lassù, mi sono fermata a riflettere ed è stato facilissimo risalire a tutti i momenti che mi hanno donato un po' di felicità. Semplice, piccola, come piace a me.
E qui, mi sa, ci scappa un elenco:
- La crema al cacao che ho spalmato sulle gallette stamattina, per tramortire l'ennesimo buscofen con una colata di dolcezza buonissima
- La colazione sulla tovaglietta rosa, quella con mille piccole mele
- Il sentiero nuovo, dove mettere un passo davanti all'altro e guardare quelli davanti al mio
- La mantide religiosa, verde pistacchio, sorpresa sulla terra rossa come se avesse sbagliato qualcosa nel suo processo di mimetismo
- I rami d'argento delle eriche bruciate anni fa, mescolati ai nuovi ciuffi verdi, alle pietre azzurre e alla terra color ruggine
- Il biancone che vola basso a cercare la merenda
- I biscotti al cacao che è come masticare un batuffolo di cotone mangiati davanti al temporale in arrivo
- Il temporale arrivato
- I tre daini in fuga sul pendio
- La macchina azzurra parcheggiata laggiù, sulla strada in mezzo all'erba verde
- Il gattino piccolo trovato ieri e accoccolato sulle gambe del vicino
- Le melanzane grigliate con l'olio, il limone, il pepe e i sorrisi di mamma per cena
- Le tre vecchie puntate di Grey's Anatomy che danno in TV, una dopo l'altra e che mi riportano ad accendere quel coso dopo mesi
- La scoperta di Mood Indigo, il prossimo film di Gondry, in uscita tra pochissimo, che non vedo l'ora di vedere
- La colonna sonora di oggi e di ieri che non smetterei mai di ascoltare, in questa versione: http://www.youtube.com/watch?v=HlFO0-IwKa4
- L'Elogio ai piedi di Erri, azzeccato come sempre:
Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.
(Erri De Luca)
- La camomilla calda che sto bevendo ora e che sembra alleviare un poco il dolore al collo: la felpa verde arrotolata come una sciarpa, nel meraviglioso vento di oggi, non è bastata.
Buonanotte...
Oggi sono felice, ultimamente mi capita sempre più spesso, ma a volte non so dire perché, non è sempre chiaro da dove arrivi la gioia, cosa mi spinga al sorriso, cosa vedano i miei occhi per inumidirsi contenti.
Quindi, quanto ho letto quella domanda lassù, mi sono fermata a riflettere ed è stato facilissimo risalire a tutti i momenti che mi hanno donato un po' di felicità. Semplice, piccola, come piace a me.
E qui, mi sa, ci scappa un elenco:
- La crema al cacao che ho spalmato sulle gallette stamattina, per tramortire l'ennesimo buscofen con una colata di dolcezza buonissima
- La colazione sulla tovaglietta rosa, quella con mille piccole mele
- Il sentiero nuovo, dove mettere un passo davanti all'altro e guardare quelli davanti al mio
- La mantide religiosa, verde pistacchio, sorpresa sulla terra rossa come se avesse sbagliato qualcosa nel suo processo di mimetismo
- I rami d'argento delle eriche bruciate anni fa, mescolati ai nuovi ciuffi verdi, alle pietre azzurre e alla terra color ruggine
- Il biancone che vola basso a cercare la merenda
- I biscotti al cacao che è come masticare un batuffolo di cotone mangiati davanti al temporale in arrivo
- Il temporale arrivato
- I tre daini in fuga sul pendio
- La macchina azzurra parcheggiata laggiù, sulla strada in mezzo all'erba verde
- Il gattino piccolo trovato ieri e accoccolato sulle gambe del vicino
- Le melanzane grigliate con l'olio, il limone, il pepe e i sorrisi di mamma per cena
- Le tre vecchie puntate di Grey's Anatomy che danno in TV, una dopo l'altra e che mi riportano ad accendere quel coso dopo mesi
- La scoperta di Mood Indigo, il prossimo film di Gondry, in uscita tra pochissimo, che non vedo l'ora di vedere
- La colonna sonora di oggi e di ieri che non smetterei mai di ascoltare, in questa versione: http://www.youtube.com/watch?v=HlFO0-IwKa4
- L'Elogio ai piedi di Erri, azzeccato come sempre:
Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.
(Erri De Luca)
- La camomilla calda che sto bevendo ora e che sembra alleviare un poco il dolore al collo: la felpa verde arrotolata come una sciarpa, nel meraviglioso vento di oggi, non è bastata.
Buonanotte...
lunedì 6 maggio 2013
"Rispondimi di sera, dopo un bicchiere giusto."
Il titolo di questo post arriva diretto dall'ultimo libro che ho letto, in tre giorni, nelle mini pause dal lavoro e dallo studio, per prepararmi all'incontro di mercoledì sera.
Il libro è Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo, dove il narratore è Erri De Luca e il biologo è Paolo Sassone-Corsi, l'incontro è con gli autori, alla Feltrinelli, dopodomani alle 18.
Mi capita qualche volta di leggere libri un poco più "scientifici", dove non ci sono solo storie, personaggi, trame e paesaggi. Ricordo l'anno scorso (o forse due?) il saggio di Oliver Sacks che mi aprì al concetto di per(proprio)cezione corporea, un mese fa a quest'ora ero immersa (assai dolorosamente) in Donne che amano troppo e oggi, per pranzo, ho mantenuto la promessa: sono uscita dall'Università, ho cercato e trovato una scaletta isolata e ho finito di leggere questo mini volume bianco abbracciata da un sole incerto.
Io, "scienziata" per errore, ancora molto (forse troppo) legata alle parole, alla storia dei posti, al mistero dell'arte, mi sono un po' riappacificata con il senso di inadeguatezza che per anni ho sentito rendendomi conto di stare eccessivamente lontana dalla vita di laboratorio, fatta di calcoli, previsioni, tentativi. Tutte cose che, in verità, in passato ho messo assai in pratica nel quotidiano, ottenendo la fama di quella che programma sempre tutto, non lascia nulla al caso (anzi Caso), non si gode la vita alla giornata.
Ora che forse questa Elena super organizzata e previdente è rimasta indietro, mi sono automaticamente avvicinata di più alla scienza per lavoro e, come nel caso della lettura di questo libro, per puro interesse. Lo stesso che mi spinge a seguire i laboratori di Robotica Educativa, attraverso i quali la matematica, la meccanica, i numeri insomma, possono aiutare addirittura a scrivere e diffondere una storia.
Nel libro di Erri e Paolo (e un poco anche di Emiliana, moglie di Paolo e scienziata come lui) ci sono Napoli, i batteri, la montagna, le stelle, la notte, il giorno, il vino (v. titolo del post), la chimica, Dio, il sole, la lontananza, i perché, le risposte a questi perché, l'amicizia, l'uomo, mille altri argomenti che hanno segnato il mio andare e spunti che da anni porto con me quando cerco di far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, ma anche quando tento di godermi la vita per come arriva.
Una sera di qualche tempo fa un discorso simile a quelli affrontati dagli autori di Ti sembra il caso? rovinò una serata, mi ferì profondamente e mi fece riflettere per mesi. Tuttora ne porto il segno, un taglio nell'anima che mi costringe a relativizzare e a scervellarmi sul piccolo e sul grande, come Erri scrive all'inizio.
Quel discorso mi unisce alla persona con cui lo feci, con cui, ancora oggi, spesso capita di ricordarlo e con cui, mercoledì, sarò a sentire Erri e il suo amico Paolo parlare di amore per la scienza e amore per la vita.
Il libro è Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo, dove il narratore è Erri De Luca e il biologo è Paolo Sassone-Corsi, l'incontro è con gli autori, alla Feltrinelli, dopodomani alle 18.
Mi capita qualche volta di leggere libri un poco più "scientifici", dove non ci sono solo storie, personaggi, trame e paesaggi. Ricordo l'anno scorso (o forse due?) il saggio di Oliver Sacks che mi aprì al concetto di per(proprio)cezione corporea, un mese fa a quest'ora ero immersa (assai dolorosamente) in Donne che amano troppo e oggi, per pranzo, ho mantenuto la promessa: sono uscita dall'Università, ho cercato e trovato una scaletta isolata e ho finito di leggere questo mini volume bianco abbracciata da un sole incerto.
Io, "scienziata" per errore, ancora molto (forse troppo) legata alle parole, alla storia dei posti, al mistero dell'arte, mi sono un po' riappacificata con il senso di inadeguatezza che per anni ho sentito rendendomi conto di stare eccessivamente lontana dalla vita di laboratorio, fatta di calcoli, previsioni, tentativi. Tutte cose che, in verità, in passato ho messo assai in pratica nel quotidiano, ottenendo la fama di quella che programma sempre tutto, non lascia nulla al caso (anzi Caso), non si gode la vita alla giornata.
Ora che forse questa Elena super organizzata e previdente è rimasta indietro, mi sono automaticamente avvicinata di più alla scienza per lavoro e, come nel caso della lettura di questo libro, per puro interesse. Lo stesso che mi spinge a seguire i laboratori di Robotica Educativa, attraverso i quali la matematica, la meccanica, i numeri insomma, possono aiutare addirittura a scrivere e diffondere una storia.
Nel libro di Erri e Paolo (e un poco anche di Emiliana, moglie di Paolo e scienziata come lui) ci sono Napoli, i batteri, la montagna, le stelle, la notte, il giorno, il vino (v. titolo del post), la chimica, Dio, il sole, la lontananza, i perché, le risposte a questi perché, l'amicizia, l'uomo, mille altri argomenti che hanno segnato il mio andare e spunti che da anni porto con me quando cerco di far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, ma anche quando tento di godermi la vita per come arriva.
Una sera di qualche tempo fa un discorso simile a quelli affrontati dagli autori di Ti sembra il caso? rovinò una serata, mi ferì profondamente e mi fece riflettere per mesi. Tuttora ne porto il segno, un taglio nell'anima che mi costringe a relativizzare e a scervellarmi sul piccolo e sul grande, come Erri scrive all'inizio.
Quel discorso mi unisce alla persona con cui lo feci, con cui, ancora oggi, spesso capita di ricordarlo e con cui, mercoledì, sarò a sentire Erri e il suo amico Paolo parlare di amore per la scienza e amore per la vita.
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venerdì 3 maggio 2013
Sul ponte sventola bandiera bianca
Sul ponte sventola bandiera bianca, la mia.
Una giornata iniziata alle 5.30, doccia, moduli, attesa, tubo. Ennesima risonanza magnetica dell'ultimo anno.
Per fortuna, in questo caso, qualunque cosa sia, la preoccupazione è minore dell'ultima volta che mi hanno infilata nel tunnel e bombardata di rumori per un po'.
Per capire cosa è successo occorre fare un passo indietro e tornare a qualche giorno fa, mentre un passo lo facevo in avanti...e crack.
Parrebbe menisco rotto. Il sinistro ovviamente.
Come sia capitato non lo so, nessuna torsione, nessun trauma, nessun salto o brusco movimento...solo un passo avanti. E qui le metafore si sprecano.
Non ci sono certezze, il medico che mi ha vista propende per una rottura, magari piccola (o così spero io), soprattutto dal momento che continuo a sostenere di non aver dolore né eccessivo gonfiore. Il problema è che il ginocchio non mi regge, scricchiola, si blocca, e dentro nasconde improvvisamente un bilia pronta a rotolare contro le pareti a ogni falcata. Quindi si aspetta come al solito l'esito di un esame e poi si vedrà...io punto, nel caso, a operarmi dopo l'estate; per ora nella mia testa resta salda la speranza che sia solo un acciacco passeggero.
Dopo il tubo colazione, bus, ufficio e telefonata a mamma, che sta bene, l'operazione sembra riuscita e pian piano migliorerà. Messa giù la cornetta, ritirati i campioni, aperto il report del giorno da correggere e modificare, altra telefonata: sempre mamma. Questa volta non sono buone notizie, una persona a cui tengo tanto, che poco meno di tre anni fa ha celebrato l'importanza della mia indipendenza con dei doni meravigliosi, sta male, ma male male, quel male che a volte non si può tornare indietro. Io, a questo punto, mi sono lasciata piangere e lo so che non si dice così ma è quello che ho fatto: mi sono data il permesso di sentire tutto il dolore del mondo per quel seme trasportato dal vento che ora sta lottando per rimanere qui, nel punto preciso della Terra dove è caduto. Così mi scrisse lui.
E allora io che non credo prego, prego che ce la faccia, prego che la sua genialità abbia ancora tanto spazio per esprimersi, che la lettera così bella appesa in salotto resti di qualcuno a cui posso ancora fare un cenno col capo mentre passo accanto alla cattedrale o invitare a casa per un saluto come pochi mesi fa.
Spero che possa leggere un giorno queste mie parole di ringraziamento e di incoraggiamento, forti come quelle che mi dedicò quando avevo più bisogno di credere nelle mie possibilità.
Lascio la palla ad uno degli autori che qui cito più spesso, non perché sia il mio preferito, ma per il profondo significato che le sue scritture hanno avuto per me negli ultimi anni, perché la prossima settimana lo vedrò qui nella mia città e perché cielo e radici sono i soggetti che mi fanno pensare di più a questo amico in difficoltà:
"...Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo..." (Erri De Luca), una frase che sembra mia più di molte altre, nella speranza di rivederti presto e di fare due chiacchiere.
Ti saluto come fai tu:
empaticamente
Elena
Una giornata iniziata alle 5.30, doccia, moduli, attesa, tubo. Ennesima risonanza magnetica dell'ultimo anno.
Per fortuna, in questo caso, qualunque cosa sia, la preoccupazione è minore dell'ultima volta che mi hanno infilata nel tunnel e bombardata di rumori per un po'.
Per capire cosa è successo occorre fare un passo indietro e tornare a qualche giorno fa, mentre un passo lo facevo in avanti...e crack.
Parrebbe menisco rotto. Il sinistro ovviamente.
Come sia capitato non lo so, nessuna torsione, nessun trauma, nessun salto o brusco movimento...solo un passo avanti. E qui le metafore si sprecano.
Non ci sono certezze, il medico che mi ha vista propende per una rottura, magari piccola (o così spero io), soprattutto dal momento che continuo a sostenere di non aver dolore né eccessivo gonfiore. Il problema è che il ginocchio non mi regge, scricchiola, si blocca, e dentro nasconde improvvisamente un bilia pronta a rotolare contro le pareti a ogni falcata. Quindi si aspetta come al solito l'esito di un esame e poi si vedrà...io punto, nel caso, a operarmi dopo l'estate; per ora nella mia testa resta salda la speranza che sia solo un acciacco passeggero.
Dopo il tubo colazione, bus, ufficio e telefonata a mamma, che sta bene, l'operazione sembra riuscita e pian piano migliorerà. Messa giù la cornetta, ritirati i campioni, aperto il report del giorno da correggere e modificare, altra telefonata: sempre mamma. Questa volta non sono buone notizie, una persona a cui tengo tanto, che poco meno di tre anni fa ha celebrato l'importanza della mia indipendenza con dei doni meravigliosi, sta male, ma male male, quel male che a volte non si può tornare indietro. Io, a questo punto, mi sono lasciata piangere e lo so che non si dice così ma è quello che ho fatto: mi sono data il permesso di sentire tutto il dolore del mondo per quel seme trasportato dal vento che ora sta lottando per rimanere qui, nel punto preciso della Terra dove è caduto. Così mi scrisse lui.
E allora io che non credo prego, prego che ce la faccia, prego che la sua genialità abbia ancora tanto spazio per esprimersi, che la lettera così bella appesa in salotto resti di qualcuno a cui posso ancora fare un cenno col capo mentre passo accanto alla cattedrale o invitare a casa per un saluto come pochi mesi fa.
Spero che possa leggere un giorno queste mie parole di ringraziamento e di incoraggiamento, forti come quelle che mi dedicò quando avevo più bisogno di credere nelle mie possibilità.
Lascio la palla ad uno degli autori che qui cito più spesso, non perché sia il mio preferito, ma per il profondo significato che le sue scritture hanno avuto per me negli ultimi anni, perché la prossima settimana lo vedrò qui nella mia città e perché cielo e radici sono i soggetti che mi fanno pensare di più a questo amico in difficoltà:
"...Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo..." (Erri De Luca), una frase che sembra mia più di molte altre, nella speranza di rivederti presto e di fare due chiacchiere.
Ti saluto come fai tu:
empaticamente
Elena
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venerdì 8 marzo 2013
Io (non) l'8 ogni giorno
Il titolo è una frase che oggi trovo ovunque, slogan dell'8 marzo di quest'anno.
Su facebook tante amiche l'hanno condivisa, io non me la sono sentita, non credo di lottare granché. Sono fortunata. Oltre che fortunata, però, sono sempre piuttosto a disagio quando si parla di festa della donna, parità e uguaglianza tra i generi.
Certo, avere gli stessi diritti, non essere considerate inferiori all'uomo, viaggiare attraverso la vita con le medesime opportunità: questi sono concetti sacrosanti.
Per il resto noi siamo diverse dagli uomini, vivaddio! Ma siamo diverse anche tra noi. La lotta vera, secondo me, dovrebbe riguardare la parità di diritti tra le persone, non (solo) tra i generi. Una donna che vive in ristrettezze economiche o in contesti culturali diversi da me non avrà le mie stesse opportunità di affermazione sociale, scolastica, per non parlare dell'aspetto lavorativo. Queste mi sembrano le grosse difficoltà del nostro tempo, i grandi limiti di oggi. Quante donne se vogliono fare figli si scontrano con l'impossibiltà di carriera, si trovano di fronte altre donne che hanno rinunciato alla maternità (o non l'hanno mai desiderata, perché no) e che sono pronte a calpestarle o isolarle.
Forse queste mie riflessioni possono sembrare scontate o retoriche, ma io, i soprusi più grandi, quelli che hanno tentato di soffocare i miei pensieri, che hanno colpevolizzato il mio modo di essere, che mi hanno fatta sentire in minoranza, li ho subiti prevalentemente dalle donne. E dire che di conti in sospeso con gli uomini ne ho abbastanza...
Però, nonostante abbia sempre cercato di soddisfare le richieste dei maschi della mia vita, anche quando mi parevano esagerate, orribili o ingiuste, non ho mai pensato di essere io quella in errore, ho piuttosto sempre ritenuto corretta (sbagliando ovviamente) l'accondiscendenza. Con le donne, forse perché dalle compagne di lotta mi aspettavo maggiore vicinanza, le delusioni sono invece sempre state più cocenti, così come le rabbie e le profonde sconfitte. Critiche, giudizi, consigli non richiesti, voltafaccia, sentenze, cattiverie, ripicche, soprusi, mancanze di rispetto e, soprattutto, incomprensione. I social network e il web (unica forma di comunicazione "tecnologica" che ormai possiedo, insieme alla radio, non vedendo la TV) sono pieni di ragazze che rivendicano l'emancipazione totale, la libertà di espressione, la forza della femmina, per poi vestirsi da prostitute d'alto bordo nel tentativo di aizzare gli uomini e sminuire le amiche magari meno belle, meno ricche o semplicemente meno spavalde. Queste cose mi spaventano, mi pare che le battaglie di mia mamma e delle sue coetanee siano finite nel peggiore dei modi, in semplici chiacchiere sulla donna che ormai sa usare il trapano come l'uomo o il maschio che ha imparato a cucinare. In casa però ci si ammazza ancora di botte e le vicine di pianerottolo, pronte a scrivere di dignità su twitter, "non hanno sentito nulla".
Ieri al Circolo si è parlato di differenza di generi e, a parte qualche riflessione che ho sentito troppo antica o come diceva Ceci troppo distante da noi (come si fa a rivendicare il diritto al congedo di paternità in un momento storico in cui i padri il lavoro lo perdono, ce l'hanno precario o non lo posseggono affatto?), alcuni concetti mi sono piaciuti.
Quello di "conflitto" per esempio, che non è litigio o violenza ma confronto e ricerca di armonia. Armonia intesa non come complementarietà, anzi, ma come cammino verso un equilibrio. Una parola bellissima equilibrio.
Un altro termine che ho sentito subito fare effetto sui miei pensieri è stato "alleanza" e stamane, cercando in rete, ho trovato questa intervista ad Erri che ne parla subito, a proposito del suo rapporto con le donne:
http://errideluca.free.fr/Intervista%20isabella.htm
Bellissimo, a mio parere, il passaggio in cui dice "...due estranei più o meno coetanei che non vengono dalla stessa famiglia, che non si conoscono e che si scelgono, stabiliscono alleanza e futuro".
Con questo mio post non voglio, intendiamoci, sparare a zero sull'universo femminile (del quale per altro sono fiera di fare parte), solo mi pare alquanto riduttivo inscatolare tutte le difficoltà che le donne affrontano ogni giorno in un problema di differenze tra maschio e femmina.
Sempre ieri sera si parlava, con una punta di disapprovazione, della risposta che le più giovani danno (ancora) oggi alla domanda "cosa cerchi in un uomo?". Di solito è "protezione". So bene che la donna dovrebbe proteggersi da sola, accettarsi, vivere la propria vita nel rispetto di se stessa e delle sue esigenze, ma perché, in tutto questo, non può desiderare due antiche braccia forti pronte ad aiutarla nelle prove in cui si sente perduta? Mica è reato dire "non ce la faccio, aiutami tu". Io credo che le difficoltà più grosse, per me, nel vivere le cose di ogni giorno, siano state causate proprio dal non saper chiedere aiuto, dal non saper dire ho bisogno di te, di qualcosa di più, di una mano sicura. Con la convinzione di dover diventare l'emancipata ragazza "che non deve chiedere mai" ho passato anni a cercare la protezione che non ho avuto dai maschi di casa, senza però domandarla mai. Una fatica e una frustrazione continue quando sarebbe stato più semplice dire "mi aiuti?"...che non significa "sono donna, quindi inferiore, non è che puoi coccolarmi e proteggermi tu uomo virile?", significa semplicemente accettare in prima persona i propri bisogni, prendersene cura e non chiuderli in un cassetto.
L'8 marzo quindi, penso dovrebbe rimanere la festa della donna in quanto essere umano che ha il diritto di scegliere, perché è questa la vera lotta: il diritto ad una vita dignitosa che in molti paesi è ben lontana, il diritto a scegliere un lavoro che ti permetta di desiderare un figlio e costruire una famiglia continuando a lavorare, il diritto allo studio, il diritto a vivere la propria religione liberamente, il diritto ad avere una sessualità spontanea (né forzata né repressa), il diritto a coltivare passioni e momenti privati senza dover giustificare il proprio comportamento, il diritto a scegliere, appunto, a scegliere se stesse come persone e non come donne.
http://www.youtube.com/watch?v=5-_BIpb-dDc (qui un lungo e bel filmato, un progetto in cui i bimbi, come spesso accade, ci insegnano molto)
Su facebook tante amiche l'hanno condivisa, io non me la sono sentita, non credo di lottare granché. Sono fortunata. Oltre che fortunata, però, sono sempre piuttosto a disagio quando si parla di festa della donna, parità e uguaglianza tra i generi.
Certo, avere gli stessi diritti, non essere considerate inferiori all'uomo, viaggiare attraverso la vita con le medesime opportunità: questi sono concetti sacrosanti.
Per il resto noi siamo diverse dagli uomini, vivaddio! Ma siamo diverse anche tra noi. La lotta vera, secondo me, dovrebbe riguardare la parità di diritti tra le persone, non (solo) tra i generi. Una donna che vive in ristrettezze economiche o in contesti culturali diversi da me non avrà le mie stesse opportunità di affermazione sociale, scolastica, per non parlare dell'aspetto lavorativo. Queste mi sembrano le grosse difficoltà del nostro tempo, i grandi limiti di oggi. Quante donne se vogliono fare figli si scontrano con l'impossibiltà di carriera, si trovano di fronte altre donne che hanno rinunciato alla maternità (o non l'hanno mai desiderata, perché no) e che sono pronte a calpestarle o isolarle.
Forse queste mie riflessioni possono sembrare scontate o retoriche, ma io, i soprusi più grandi, quelli che hanno tentato di soffocare i miei pensieri, che hanno colpevolizzato il mio modo di essere, che mi hanno fatta sentire in minoranza, li ho subiti prevalentemente dalle donne. E dire che di conti in sospeso con gli uomini ne ho abbastanza...
Però, nonostante abbia sempre cercato di soddisfare le richieste dei maschi della mia vita, anche quando mi parevano esagerate, orribili o ingiuste, non ho mai pensato di essere io quella in errore, ho piuttosto sempre ritenuto corretta (sbagliando ovviamente) l'accondiscendenza. Con le donne, forse perché dalle compagne di lotta mi aspettavo maggiore vicinanza, le delusioni sono invece sempre state più cocenti, così come le rabbie e le profonde sconfitte. Critiche, giudizi, consigli non richiesti, voltafaccia, sentenze, cattiverie, ripicche, soprusi, mancanze di rispetto e, soprattutto, incomprensione. I social network e il web (unica forma di comunicazione "tecnologica" che ormai possiedo, insieme alla radio, non vedendo la TV) sono pieni di ragazze che rivendicano l'emancipazione totale, la libertà di espressione, la forza della femmina, per poi vestirsi da prostitute d'alto bordo nel tentativo di aizzare gli uomini e sminuire le amiche magari meno belle, meno ricche o semplicemente meno spavalde. Queste cose mi spaventano, mi pare che le battaglie di mia mamma e delle sue coetanee siano finite nel peggiore dei modi, in semplici chiacchiere sulla donna che ormai sa usare il trapano come l'uomo o il maschio che ha imparato a cucinare. In casa però ci si ammazza ancora di botte e le vicine di pianerottolo, pronte a scrivere di dignità su twitter, "non hanno sentito nulla".
Ieri al Circolo si è parlato di differenza di generi e, a parte qualche riflessione che ho sentito troppo antica o come diceva Ceci troppo distante da noi (come si fa a rivendicare il diritto al congedo di paternità in un momento storico in cui i padri il lavoro lo perdono, ce l'hanno precario o non lo posseggono affatto?), alcuni concetti mi sono piaciuti.
Quello di "conflitto" per esempio, che non è litigio o violenza ma confronto e ricerca di armonia. Armonia intesa non come complementarietà, anzi, ma come cammino verso un equilibrio. Una parola bellissima equilibrio.
Un altro termine che ho sentito subito fare effetto sui miei pensieri è stato "alleanza" e stamane, cercando in rete, ho trovato questa intervista ad Erri che ne parla subito, a proposito del suo rapporto con le donne:
http://errideluca.free.fr/Intervista%20isabella.htm
Bellissimo, a mio parere, il passaggio in cui dice "...due estranei più o meno coetanei che non vengono dalla stessa famiglia, che non si conoscono e che si scelgono, stabiliscono alleanza e futuro".
Con questo mio post non voglio, intendiamoci, sparare a zero sull'universo femminile (del quale per altro sono fiera di fare parte), solo mi pare alquanto riduttivo inscatolare tutte le difficoltà che le donne affrontano ogni giorno in un problema di differenze tra maschio e femmina.
Sempre ieri sera si parlava, con una punta di disapprovazione, della risposta che le più giovani danno (ancora) oggi alla domanda "cosa cerchi in un uomo?". Di solito è "protezione". So bene che la donna dovrebbe proteggersi da sola, accettarsi, vivere la propria vita nel rispetto di se stessa e delle sue esigenze, ma perché, in tutto questo, non può desiderare due antiche braccia forti pronte ad aiutarla nelle prove in cui si sente perduta? Mica è reato dire "non ce la faccio, aiutami tu". Io credo che le difficoltà più grosse, per me, nel vivere le cose di ogni giorno, siano state causate proprio dal non saper chiedere aiuto, dal non saper dire ho bisogno di te, di qualcosa di più, di una mano sicura. Con la convinzione di dover diventare l'emancipata ragazza "che non deve chiedere mai" ho passato anni a cercare la protezione che non ho avuto dai maschi di casa, senza però domandarla mai. Una fatica e una frustrazione continue quando sarebbe stato più semplice dire "mi aiuti?"...che non significa "sono donna, quindi inferiore, non è che puoi coccolarmi e proteggermi tu uomo virile?", significa semplicemente accettare in prima persona i propri bisogni, prendersene cura e non chiuderli in un cassetto.
L'8 marzo quindi, penso dovrebbe rimanere la festa della donna in quanto essere umano che ha il diritto di scegliere, perché è questa la vera lotta: il diritto ad una vita dignitosa che in molti paesi è ben lontana, il diritto a scegliere un lavoro che ti permetta di desiderare un figlio e costruire una famiglia continuando a lavorare, il diritto allo studio, il diritto a vivere la propria religione liberamente, il diritto ad avere una sessualità spontanea (né forzata né repressa), il diritto a coltivare passioni e momenti privati senza dover giustificare il proprio comportamento, il diritto a scegliere, appunto, a scegliere se stesse come persone e non come donne.
http://www.youtube.com/watch?v=5-_BIpb-dDc (qui un lungo e bel filmato, un progetto in cui i bimbi, come spesso accade, ci insegnano molto)
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sabato 2 febbraio 2013
La salita
Ieri primo giorno di lavoro, pagata. Evviva.
Otto ore in ufficio, poi casa, doccia e serata al Circolo. Raggiungere questa vetta è stata una vera salita, iniziata anni fa e conclusa con fatica. Ho girato grosse pagine, ho perso molto tempo, ma sono arrivata in cima e ora non mi manca quasi nulla.
Oggi è sabato, ho comprato Repubblica e ho trovato al suo interno uno speciale dedicato alla montagna, anzi, mi correggo, alla Montagna. L'occasione per gli articoli è stato l'ultimo film di Ambra Angiolini, che pare essere grande appassionata di pareti. Io, tra ricordi, consigli letterari e citazioni cinematografiche ho trovato le parole di Erri che incollerò qui sotto e che, naturalmente, sono tutte per lo Sminatore.
Oggi mi sono regalata anche un'ora di stretching in palestra, la settimana appena trascorsa ha contratto i miei muscoli più di quanto immaginassi, nonostante il pilates.
Mi dispiace non provare mai, quando faccio sport, le sensazioni di libertà che sentono gli amici che vanno in montagna. Capirei meglio il bisogno di Andrea e la voglia di Sturm, tutta contenta di appendersi domani.
Io, nel mio piccolo, quando mi dedico al mio corpo, non lo faccio con l'intento di non pensare (mia mamma ad esempio lo pratica anche con questo obiettivo): io correndo o in palestra penso tantissimo e a volte soffro infilandomi in ricordi, riflessioni e sentimenti che mi fanno male.
Certamente fare sport mi piace, perché so che fa bene, perché ho un fisico ricettivo e i miei muscoli registrano subito l'attività a cui li sottopongo, perché gamba e collo stanno in silenzio quasi esclusivamente se li metto a lavorare, perché la sensazione di allungamento post palestra è una delle migliori che abbia mai provato.
Resta però la profonda ammirazione per tutti quelli che si infilano uno zaino e si attaccano ad una roccia, per chi indossa una muta ed esplora il fondo del mare, per gli appassionati di bicicletta pronti a pedalare chilometri, per le ginnaste abituate ai sacrifici. Io, questa passione, non ce l'ho. Purtroppo.
Il Buttafuori dei pensieri
Arrampicarsi è tornare all'andatura a quattro zampe.
Si risveglia nel corpo l'antichissima abilità di strisciare da rettile, con gli arti anteriori che aprono il percorso e quelli inferiori che seguono in appoggio. Come nel nuoto, anche nell'arrampicata la testa non è più la sommità del corpo. Il nuotatore non vede oltre l'onda che ha incontro e lo scalatore non può sporgersi oltre il metro di strapiombo che lo sovrasta.
Il primo passo di attacco su una parete verticale stacca dal suolo come un tuffo, per poi affidarsi alla punta delle dita. E' un'opera sul vuoto che non è lì per sostegno. A me tiene compagnia, il vuoto socio del vento che agita senza riempirlo.
Non è un pozzo, è aria scalata, fiato che rimbalza sulla roccia, abisso che si allarga sotto i piedi, intravisto cercando i punti d'appoggio. Quel vuoto è la mia intimità nella ginnastica festiva che mi spinge a scalare. Non mi attira la cima, che è solo un capolinea. Arrampico per il desiderio di togliermi, accumulo una distanza. Mi aggiro sulla pista immaginaria che ho scelto dal basso, la frugo inventando la sequenza di mosse che meglio si adattano alle mie possibilità. Regredisco a pura attività motoria, centrata e concentrata su se stessa. Niente mi distrae. Attaccato da uccelli che temevano per il nido che aggiravo, sfiorato dai fischi di proiettile dei sassi in caduta, morsicato sull'indice da uno scorpione: non si è distratta la presa, la presenza. In testa un buttafuori di qualunque altro pensiero fa la buona guardia.
(Erri De Luca)
Otto ore in ufficio, poi casa, doccia e serata al Circolo. Raggiungere questa vetta è stata una vera salita, iniziata anni fa e conclusa con fatica. Ho girato grosse pagine, ho perso molto tempo, ma sono arrivata in cima e ora non mi manca quasi nulla.
Oggi è sabato, ho comprato Repubblica e ho trovato al suo interno uno speciale dedicato alla montagna, anzi, mi correggo, alla Montagna. L'occasione per gli articoli è stato l'ultimo film di Ambra Angiolini, che pare essere grande appassionata di pareti. Io, tra ricordi, consigli letterari e citazioni cinematografiche ho trovato le parole di Erri che incollerò qui sotto e che, naturalmente, sono tutte per lo Sminatore.
Oggi mi sono regalata anche un'ora di stretching in palestra, la settimana appena trascorsa ha contratto i miei muscoli più di quanto immaginassi, nonostante il pilates.
Mi dispiace non provare mai, quando faccio sport, le sensazioni di libertà che sentono gli amici che vanno in montagna. Capirei meglio il bisogno di Andrea e la voglia di Sturm, tutta contenta di appendersi domani.
Io, nel mio piccolo, quando mi dedico al mio corpo, non lo faccio con l'intento di non pensare (mia mamma ad esempio lo pratica anche con questo obiettivo): io correndo o in palestra penso tantissimo e a volte soffro infilandomi in ricordi, riflessioni e sentimenti che mi fanno male.
Certamente fare sport mi piace, perché so che fa bene, perché ho un fisico ricettivo e i miei muscoli registrano subito l'attività a cui li sottopongo, perché gamba e collo stanno in silenzio quasi esclusivamente se li metto a lavorare, perché la sensazione di allungamento post palestra è una delle migliori che abbia mai provato.
Resta però la profonda ammirazione per tutti quelli che si infilano uno zaino e si attaccano ad una roccia, per chi indossa una muta ed esplora il fondo del mare, per gli appassionati di bicicletta pronti a pedalare chilometri, per le ginnaste abituate ai sacrifici. Io, questa passione, non ce l'ho. Purtroppo.
Il Buttafuori dei pensieri
Arrampicarsi è tornare all'andatura a quattro zampe.
Si risveglia nel corpo l'antichissima abilità di strisciare da rettile, con gli arti anteriori che aprono il percorso e quelli inferiori che seguono in appoggio. Come nel nuoto, anche nell'arrampicata la testa non è più la sommità del corpo. Il nuotatore non vede oltre l'onda che ha incontro e lo scalatore non può sporgersi oltre il metro di strapiombo che lo sovrasta.
Il primo passo di attacco su una parete verticale stacca dal suolo come un tuffo, per poi affidarsi alla punta delle dita. E' un'opera sul vuoto che non è lì per sostegno. A me tiene compagnia, il vuoto socio del vento che agita senza riempirlo.
Non è un pozzo, è aria scalata, fiato che rimbalza sulla roccia, abisso che si allarga sotto i piedi, intravisto cercando i punti d'appoggio. Quel vuoto è la mia intimità nella ginnastica festiva che mi spinge a scalare. Non mi attira la cima, che è solo un capolinea. Arrampico per il desiderio di togliermi, accumulo una distanza. Mi aggiro sulla pista immaginaria che ho scelto dal basso, la frugo inventando la sequenza di mosse che meglio si adattano alle mie possibilità. Regredisco a pura attività motoria, centrata e concentrata su se stessa. Niente mi distrae. Attaccato da uccelli che temevano per il nido che aggiravo, sfiorato dai fischi di proiettile dei sassi in caduta, morsicato sull'indice da uno scorpione: non si è distratta la presa, la presenza. In testa un buttafuori di qualunque altro pensiero fa la buona guardia.
(Erri De Luca)
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mercoledì 27 giugno 2012
Chi ha fatto il turno di notte
Libri, su libri, su libri. Ogni minuto è buono.
Non sottraggo tempo allo studio o al lavoro, nemmeno alla palestra o alla corsa. Solamente leggo ogni volta che ho tempo: sul treno, sul battello, in coda alla posta, a letto, in spiaggia, alle soste del bus, aspettando che salga il caffè...
Oggi ho letto questo libro, Chi ha fatto il turno di notte di Izet Sarajlić e il merito è solo di Nessie e di Erri.
Nessie è l'amica che mi ha ospitato nella sua casa in cima a 105 gradini la notte scorsa, per evitarmi l'ennesimo lunghissimo viaggio con l'Uno capolinea-capolinea, Erri è Erri De Luca che ha scritto la prefazione apponendo, almeno per me, un certificato di garanzia sul libro.
Ieri sera, mentre mi accomodavo tra le lenzuola con il mio pigiama a righe, osservando ricambiata Signor Siberia (il gattone tigrato di Nessie), lei è arrivata con un piccolo libro bianco tra le mani, preannunciando un interno di catastrofi, dolori, amori profondissimi e grandi verità, tenendo il dito indice tra le pagine e porgendomi il volume con un sorriso: "Leggi questa prima, è la storia dei tuoi amori...sì, tutti i tuoi amori".
L'ho letta subito e con lei ne ho lette altre. Questa mattina, appena sveglia, ne recitavo mentalmente i versi e, dopo la colazione, via da Feltrinelli a comprare il piccolo libro bianco.
Il titolo della poesia che mi ha innamorata subito è "La Linea Maginot" e contiene strofe come:
"perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde così necessario per vivere,
così necessario per amare,
così necessario per andaresene umanamente,"
Per concludersi con:
"Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi
ci saranno sempre
L'Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la linea Maginot"
Non saprei come descrivere le sensazioni che i versi di questo autore suscitano nelle mie viscere e nella mia testa, mi fanno malissimo e nello stesso tempo mi rincuorano, mostrandomi un punto di vista così vicino al mio. La Linea Maginot l'abbiamo tutti, a modo nostro, un fossato profondissimo o una sottile striscia di separazione, che un passato pesante o un'educazione poco incline ai compromessi hanno tracciato attorno alle nostre vite.
Grazie Nessie per il bel regalo e per l'ospitalità...
Non sottraggo tempo allo studio o al lavoro, nemmeno alla palestra o alla corsa. Solamente leggo ogni volta che ho tempo: sul treno, sul battello, in coda alla posta, a letto, in spiaggia, alle soste del bus, aspettando che salga il caffè...
Oggi ho letto questo libro, Chi ha fatto il turno di notte di Izet Sarajlić e il merito è solo di Nessie e di Erri.
Nessie è l'amica che mi ha ospitato nella sua casa in cima a 105 gradini la notte scorsa, per evitarmi l'ennesimo lunghissimo viaggio con l'Uno capolinea-capolinea, Erri è Erri De Luca che ha scritto la prefazione apponendo, almeno per me, un certificato di garanzia sul libro.
Ieri sera, mentre mi accomodavo tra le lenzuola con il mio pigiama a righe, osservando ricambiata Signor Siberia (il gattone tigrato di Nessie), lei è arrivata con un piccolo libro bianco tra le mani, preannunciando un interno di catastrofi, dolori, amori profondissimi e grandi verità, tenendo il dito indice tra le pagine e porgendomi il volume con un sorriso: "Leggi questa prima, è la storia dei tuoi amori...sì, tutti i tuoi amori".
L'ho letta subito e con lei ne ho lette altre. Questa mattina, appena sveglia, ne recitavo mentalmente i versi e, dopo la colazione, via da Feltrinelli a comprare il piccolo libro bianco.
Il titolo della poesia che mi ha innamorata subito è "La Linea Maginot" e contiene strofe come:
"perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde così necessario per vivere,
così necessario per amare,
così necessario per andaresene umanamente,"
Per concludersi con:
"Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi
ci saranno sempre
L'Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la linea Maginot"
Non saprei come descrivere le sensazioni che i versi di questo autore suscitano nelle mie viscere e nella mia testa, mi fanno malissimo e nello stesso tempo mi rincuorano, mostrandomi un punto di vista così vicino al mio. La Linea Maginot l'abbiamo tutti, a modo nostro, un fossato profondissimo o una sottile striscia di separazione, che un passato pesante o un'educazione poco incline ai compromessi hanno tracciato attorno alle nostre vite.
Grazie Nessie per il bel regalo e per l'ospitalità...
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domenica 1 gennaio 2012
Start

Troppo stanca per scrivere affido il mio brindisi ad Erri e alle sue parole spesso così vicine ai miei pensieri. Dopo aver ballato fino all'alba e salutato gli amici ecco a chi va il mio prosit:
Prontuario per il brindisi di Capodanno
bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.
Erri De Luca
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venerdì 5 febbraio 2010
Erri ti presento Sally
Un post che nasce in un pomeriggio di pioggia e mal di testa, ma comunque un buon pomeriggio.
Ci sono per me sensazioni assimilabili, luoghi assimilabili, nomi assimilabili, dolori assimilabili, persone assimilabili…Per esempio i nomi Sara e Linda, Tommaso e Niccolò o le tinte ocra e melanzana, lavanda e verde salvia. Ci sono anche i giorni della settimana che hanno ognuno un colore preciso (lunedì azzurro, martedì giallo, mercoledì rosso, giovedì verde scuro, venerdì nero, sabato blu, domenica bianca), così come i mesi dell’anno, i numeri, le lettere dell'alfabeto e gli stati europei.
Più difficile è spiegare la vicinanza di alcune sensazioni, apparentemente così distanti e sconosciute come quelle che nascono dopo un funerale (molto simile nel mio cuore ad una festa di fine anno) o alla vista del mare d’inverno sotto una pioggia fredda (rassicurante come la moquette della casa dove vivevo da piccola o come l’odore dei fiori di magnolia).
Il mare d’inverno sono andata a vederlo ieri sera, prima di tornare a casa per cena, mi sono avvicinata alla spiaggia e a quel rumore confortante, ho respirato il vento del cielo, ho sorriso e con calma mi sono allontanata.
I dolori assimilabili sono ancora più complicati da individuare, ma ci sono: un dito chiuso nel cassetto è un tradimento, una fitta continua alla testa è una sconfitta, un mal di stomaco è la paura che tormenta. Le emozioni assimilabili sono secondo me le più belle e anche le più evidenti, io ne ho moltissime: programmare una serata diversa, preparare una cena per una persona speciale, iniziare un libro, progettare un viaggio, piantare un fiore sono decisioni a lungo termine, sono vittorie posticipate che assaporo col passare del tempo, più ancora che nel momento in cui comincia la musica, arrivano gli ospiti, si chiude il bagagliaio, finiscono le pagine, spuntano le foglie.
Queste sono le emozioni più belle, le sorprese invece no: un campanello inaspettato, un telefono che squilla di notte, uno schiaffo, una festa con trombette, un rimprovero senza pudore sono cose violente, angoscianti e difficili da rimediare.
Tra le sensazioni assimilabili ci sono anche accoppiate incrociate, come canzoni con profumi, odori con immagini, dolori con luoghi, sorrisi con parole scritte.
Erri, che per ora è solo nel titolo del post, nella mia mente è accoppiato; sia con persone fisiche, sia con emozioni, film, paesaggi, note musicali. E qui entra in scena Sally.
Erri è Erri de Luca, e Sally è la Sally della canzone.
Nei libri di questo scrittore e nel brano di Vasco io trovo riflessioni simili, mi commuovo e immedesimo in intere frasi o passaggi: due persone che raccontano la vita a modo loro, ascoltando il rumore della pioggia, parlando di “candide carezze”, di coraggio e di errori. Così come li sento io.
Sia chiaro, non amo particolarmente Vasco (Erri invece mi piace moltissimo), ma in Sally ha messo tutto, ha cantato al femminile, ha espresso dolori e paure che ho conosciuto, così come Erri nel suo “In nome della madre” ha addirittura partorito.
Forse queste emozioni hanno anche il medesimo colore, hanno ugual profumo e sono chiuse nello stesso paesaggio.
Non avrei potuto assimilare due autori più diversi probabilmente, e probabilmente questo post è solo un delirio pre febbrile...
Quando saremo due
Quando saremo due saremo veglia e sonno,
affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.
Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l'uguale di nessuno
e l'unità consisterà nel due.
Quando saremo due
cambierà nome pure l'universo
diventerà diverso.
(Quando saremo Due. Erri de Luca)
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