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domenica 15 maggio 2016

Un brusío di silenzio


Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l'accettano senza scomporsi: un brusío di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.


Qualche giorno fa ho fatto un test. Uno di quelli stupidissimi che Facebook ogni tanto si ostina a propinarmi inutilmente. Questa volta mi sono lasciata incuriosire e ho provato: era legato al mio segno zodiacale e prometteva di rivelarmi a quale poesia fosse associato il Capricorno.
Per la cronaca, io non credo nell'astrologia e mi diverto unicamente a leggere l'oroscopo di Brezsny su Internazionale, il perché non lo so e non ho nemmeno voglia di chiedermelo. Forse mi pare intelligente, ironico e simbolico quanto basta per non trovarlo noioso e stupido.

Ad ogni modo, il fantomatico test ha dato come risultato le quattro righe che vedete quassù in corsivo. Si tratta di uno stralcio di Mania di solitudine, poesia per nulla facile e leggera di Cesare Pavese. Perché l'ho presa tanto sul serio da scriverne un post? Perché (santo cielo) mi ci sono ritrovata completamente. Leggendola tutta sono a disagio, riconosco bene ogni sensazione descritta ma non la sento sulla mia pelle. Quelle poche parole proposte dal test, però, sì.
Eccome.

Mi trovo spesso a ragionare da sola su quello che sarà di me, su come continuerà la mia vita, sulle possibilità lavorative che forse arriveranno o forse no, su una ipotetica famiglia del futuro che chissà se mai nascerà. Lo facciamo tutti, credo, a questa età.
Però, ultimamente, c'è una cosa che accade sempre più spesso e che lo sento, davvero, quanto mi faccia bene. Quella cosa è l'improvvisazione: alla ricerca della bellezza. Zero programmi, cento soddisfazione. Sono già cambiata molto, rispetto al passato in cui calendarizzavo ogni cosa, ora però mi lascio assai spesso trasportare dagli eventi.
Una delle ultime occasioni è capitata il week end scorso, a Bologna, quando mi sono ritrovata per caso un giorno in più su una tabella di marcia inaspettata e questa modifica, prima presa malissimo e maledetta per un pomeriggio intero, è diventata, semplicemente, un'opportunità. Siamo andati a visitare la mostra di Hopper ma, cosa ancora più improvvisata, ci siamo arrampicati fino lassù, al Santuario di San Luca. Andateci, a piedi mi raccomando, percorrendo gli infiniti portici in salita, tra gente che corre, marcia, chiacchiera e fotografa.

Siamo riusciti a fare una gita nella gita: che bellezza!

Ieri mattina, per occupare al meglio un sabato pre lavorativo abbiamo finalmente visto la mostra di Salgado e poi ci siamo persi per i vicoli della nostra città dove, di nuovo inaspettatamente (forse nemmeno troppo, conoscendomi), sono riuscita a comprare un maglione, una borsa, un vestito e un dinosauro di plastica con diciannove euro al mercatino di quartiere. Se non è un'occasione questa!

L'ultima opportunità improvvisa, colta al volo sul bus mentre tornavo dalla visita a una nuova vita appena arrivata, la vedete quassù: il tramonto su Genova di ieri sera. La foto non è mia, ovviamente, visto che mentre il cielo si faceva giallo zabaione io mi lasciavo sballottare beata dal diciassette barrato, immersa nel mio solito brusío di silenzio. Però, appena ho capito cosa stava succedendo, gli ho mandato un messaggio: "fai un po' una foto al tramonto, immagino sia bellissimo".
Lui l'ha fatta.
E me l'ha mandata.

P.S. Lo scatto è di Andrea.





venerdì 21 novembre 2014

Mormorii dei muri

Quando sulla mia strada incontro qualcosa di bello il primo istinto è sempre stato cercare di condividerlo con qualcuno che amo.
Ormai facebook, instagram, whatsapp e tutte le stramoderne diavolerie disponibili rendono semplicissima la diffusione di un piacere, agli amici cari, ai quasi amici, ai semi sconosciuti.
Ultimamente le cose stanno cambiando e io, davanti alla bellezza, non sento più la necessità di spartirla per sentirla davvero.
Stasera, per esempio, è andata così.
E' andata che ora sono sotto al piumone ricoperto di tavole botaniche, accanto a me fuma una tazza di camomilla e l'abat jour è accesa. Quello che voglio è salvare il più possibile la bellezza che mi si è infilata nel cuore, un cuore minuscolo e parecchio a pezzi. I miei amici sono a bere dopo il teatro e io scrivo qui e ragiono sul fatto che in fondo, anche adesso (forse più che mai) sto condividendo un'esperienza, nonostante abbia appena smesso di dichiarare che ultimamente questa cosa stia capitando sempre meno.
Ad ogni modo, poco più di mezz'ora fa ero seduta alla Tosse, a vedere Murmures des Mur, uno spettacolo di Aurélia Thierrée, nipote (bravissima) di Chaplin (sì, quel Chaplin che di nome faceva Charlie).
Come definirei lo spettacolo...non so. Nessie Parlava di teatro-danza, e forse aveva ragione.
Io, come penso sia capitato alla maggior parte degli spettatori in sala, mi ci sono ritrovata continuamente.
Gli stivali da pioggia, gli alberi sullo sfondo, le case dei vicoli piene di finestre e porte semi aperte, le cose piccole e preziose, i balli sulla punta dei piedi (in tazzina), i mari agitati, le angosce, ma, soprattutto, il sogno.
Perché la sensazione che mi ha accompagnata quasi da subito, quando ho iniziato sommessamente spudoratamente a piagnucolare, è la stessa che mi viene a trovare di notte, quando mi abbandono ai sogni più profondi.
Strane creature, volti senza volto, abiti chiari, velluto, scale, scatole e fruscii, dejavu, abbracci strappati, non dati, infiniti e, soprattutto, mormorii dei muri.
Parlare di uno spettacolo teatrale penso sia impossibile, come si fa a rendere le sensazioni della sala? I brusii, le risate, i colpi di tosse, i mezzi applausi e quelli scroscianti, l'odore del fumo finto, il rumore dei piedi nudi sul legno del palco...come si fa? L'unico modo per capire è vederlo.
La plastica con le bolle, le luci in bottiglia, le piume di struzzo, il raso bordeaux, le teiere d'argento, i tacchi rossi, la seta color crema, le calze nere, le scarpe da tip tap, i camici bianchi, i letti con le ruote, quelli con le sbarre, quelli con il baldacchino. Gufi, granchi, draghi, sirene, enormi creature.
Io, lo andrei a rivedere adesso.
Murmures des Mur

venerdì 6 giugno 2014

Tutto giusto

Il mio oggi è questo: è un poster ritirato dal corniciaio e che mi ricorda una mattina speciale, è un gruppo di bimbi attenti che ascolta racconti su patate e pomodori, è una colazione colorata di azzurro, è un prosecco preso al volo tornando a casa, è una buona dose di letto, è un budino al cioccolato con i biscotti all'uvetta e melograno, è questa poesia qua:

Tutto sbagliato

E fu così che ci trovammo
nel posto sbagliato
al momento giusto
o forse
era il posto giusto
al momento sbagliato
con tutta probabilità
era tutto sbagliato
il posto
ed
il momento.

Erano sbagliati gli alberi e le strade
era sbagliato il cielo
ed il cemento
eri sbagliata tu
ero sbagliato io.

Sbagliammo il primo bacio
e l’ultimo
il primo appuntamento.
Il primo orgasmo fu sbagliato
e fu sbagliato il primo vaffanculo.
Fu sbagliato dirti t’amo
fu sbagliato dirti t’odio.

In realtà t’odio non te lo dissi mai
lo pensai
sbagliando.

Però sbagliò la luna ad esser piena quella notte
e a illuminarti il viso
sbagliarono i tuoi occhi ad esser belli in pianto
sbagliarono gli abbracci
quelli non dati
quelli dati
quelli non chiesti
quelli sperati.

E fu così che ci perdemmo
il sole sorse a ovest
abbaiarono i cavalli
i tassisti romani
offrirono un giro gratis
a tutti.

[Guido Catalano]

E se tutto procede come pensato, il mio giorno sarà anche un'ora di pilates, sarà un lungo viaggio in autobus con la musica nelle orecchie, sarà un fiore del mio giardino incantato, sarà una cena tarda nella cucina di mamma, sarà un libro bello e pieno di anima, sarà uno zaino per la gita di domani e sarà una notte con la gatta più buffa del mondo.
Tutto giusto.

venerdì 17 gennaio 2014

Tre cose


Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell'interruzione, un nuovo cammino, della caduta,
un passo di danza, della paura, una scala, del sogno,
un ponte, del bisogno, un incontro.


Fernando Pessoa

Non ci sono altre parole, neppure dentro di me, che spieghino meglio di queste il cammino che sto facendo.
Danze, paure, scale, sogni, ponti, bisogni, incontri, cadute. C'è tutto.

venerdì 1 novembre 2013

Quei portoni chiusi a metà

Quando mi sono iscritta all'università, ormai un sacco di anni fa, non conoscevo le tante, anche bizzarre, usanze e tradizioni ormai consolidate che circolavano nei vari corridoi ed edifici di Via Balbi. I cani nel cortile che vagavano indisturbati a tutte le ore, il signore davanti al Bar Cavo che cantilenava ogni giorno "me lo paghi un panino?" in faccia alle migliaia di pendolari che si riversavano fuori dalla stazione, le foto post laurea (inspiegabilmente orrende quanto obbligatorie) scattate accanto al pozzo o sulla terrazza di Balbi 2, il portone di Lettere chiuso (o aperto, questa è come quella del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto) a metà in segno di lutto.
In tanti anni di studi quel portone si è mezzo chiuso parecchie volte, segno peraltro evidente dell'anzianità accademica in cui viviamo, ma ieri è stato diverso. Quando il telefonino mi è squillato durante l'animazione del Festival e ho visto la chiamata di Giacomo, non so perché, ho capito. Si sapeva che il Prof era malato da tempo e che presto avremmo appreso della sua scomparsa, ma quando se ne va un pezzo della tua vita, della tua formazione, della tua passione, un piccolo lenzuolo si posa su quell'angolo del tuo cuore. Io ieri stavo "insegnando" e quante volte mi capita di ritrovare nelle mie gestualità, nei miei modi di dire, nelle mie pause e nelle mie battute, gli stessi atteggiamenti di alcuni dei professori che ho incontrato durante il mio percorso. Sicuramente, molta dell'attitudine all'osservazione, della voglia di capire qualcosa di apparentemente complicato, della capacità di guardare un'opera incomprensibile, astratta, stupida e irriverente e coglierne i perché mi è stata passata da Lui, da questo signore un po' rotondo, con il sorriso timido di un bimbo, la voce pacata e dolce, l'enorme cultura e preparazione. Mai davanti agli altri, mai scortese e brutale, mai maleducato con gli alunni, mai scostante durante gli esami, mi ha raccontato la storia di Christo e Jeanne Claude tanto da farmene innamorare, mi ha mostrato il Blue di Klein, mi ha aperto il mondo di Staglieno con tutte le sue grane e tutte le sue meraviglie. Così è naturale per me andare domani a dargli l'ultimo saluto, ringraziandolo in silenzio per avermi insegnato a cogliere l'arte in ogni cosa, da una linea nera su un foglio bianco ad un'architettura complessa, dalla saturazione di un colore alla forma astratta di una statua.
Quando qualche giorno fa Davide, visitatore-pittore approdato nel nostro laboratorio, mi ha proiettato in un baleno nella poesia pura dell'arte contemporanea chiedendomi dall'alto dei suoi quanti? dieci anni scarsi? se poteva fotografare il soffitto della sala in cui ci siamo sistemati, io l'ho vista la fiamma della passione nei suoi occhi. Il fuoco della necessità di conoscere da vicino quelle strane macchie colorate, antichi residui di pittura, sparse sul soffitto, così da poter riversare su tela le emozioni suscitate da quella visione. In un laboratorio dove si pilotano droni, aerei robot telecomandati, dove qualunque ragazzino tra i sei e i sedici anni presterebbe attenzione unicamente all'I-pad e a quel meraviglioso coso nero che gira a mezz'aria, Davide era attratto da una visione, dalla proiezione del soffitto che la sua mente aveva già immaginato dipinta su un quadro. Quante volte, a lezione, il Prof mi aveva parlato di questi momenti, degli attimi in cui un artista contemporaneo percepisce l'opera in arrivo, la sente e la vomita, la espelle, la butta fuori con urgenza. E c'era urgenza negli occhi di Davide quando ha scritto sulla nostra nuvola dei messaggi le parole "Pitore Solpreso" sotto al suo nome, per ricordare a tutti che quella mattina, né i droni né probabilmente la mia spiegazione interattiva, piena di esperimenti e facce buffe, lo avevano sorpreso quanto quelle stupide macchie sul soffitto. Arte pura. E allora mi impegnerò a scattarla una foto a testa insù, a ritrovare Davide tra le centinaia di visitatori passati da noi e a mandargli quell'immagine che tanto gli era piaciuta, perché Lei, Prof, avrebbe fatto lo stesso.

domenica 25 agosto 2013

What does your joy look like today?

Lo spunto per scrivere questo post, inaspettato in verità, è la frase che ho usato come titolo.
Oggi sono felice, ultimamente mi capita sempre più spesso, ma a volte non so dire perché, non è sempre chiaro da dove arrivi la gioia, cosa mi spinga al sorriso, cosa vedano i miei occhi per inumidirsi contenti.
Quindi, quanto ho letto quella domanda lassù, mi sono fermata a riflettere ed è stato facilissimo risalire a tutti i momenti che mi hanno donato un po' di felicità. Semplice, piccola, come piace a me.
E qui, mi sa, ci scappa un elenco:
- La crema al cacao che ho spalmato sulle gallette stamattina, per tramortire l'ennesimo buscofen con una colata di dolcezza buonissima
- La colazione sulla tovaglietta rosa, quella con mille piccole mele
- Il sentiero nuovo, dove mettere un passo davanti all'altro e guardare quelli davanti al mio
- La mantide religiosa, verde pistacchio, sorpresa sulla terra rossa come se avesse sbagliato qualcosa nel suo processo di mimetismo
- I rami d'argento delle eriche bruciate anni fa, mescolati ai nuovi ciuffi verdi, alle pietre azzurre e alla terra color ruggine
- Il biancone che vola basso a cercare la merenda
- I biscotti al cacao che è come masticare un batuffolo di cotone mangiati davanti al temporale in arrivo
- Il temporale arrivato
- I tre daini in fuga sul pendio
- La macchina azzurra parcheggiata laggiù, sulla strada in mezzo all'erba verde
- Il gattino piccolo trovato ieri e accoccolato sulle gambe del vicino
- Le melanzane grigliate con l'olio, il limone, il pepe e i sorrisi di mamma per cena
- Le tre vecchie puntate di Grey's Anatomy che danno in TV, una dopo l'altra e che mi riportano ad accendere quel coso dopo mesi
- La scoperta di Mood Indigo, il prossimo film di Gondry, in uscita tra pochissimo, che non vedo l'ora di vedere
- La colonna sonora di oggi e di ieri che non smetterei mai di ascoltare, in questa versione: http://www.youtube.com/watch?v=HlFO0-IwKa4
- L'Elogio ai piedi di Erri, azzeccato come sempre:
Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

(Erri De Luca)
- La camomilla calda che sto bevendo ora e che sembra alleviare un poco il dolore al collo: la felpa verde arrotolata come una sciarpa, nel meraviglioso vento di oggi, non è bastata.
Buonanotte...

domenica 4 agosto 2013

Perdonami se ti cerco


Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.
E’ che da te voglio estrarre il tuo migliore tu.

Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo e tenerlo in alto
come trattiene l’albero l’ultima luce che gli viene dal sole.

E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo, alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa da te a te.

E allora al mio amore risponda
la creatura nuova che tu eri.


Pedro Salinas

sabato 22 giugno 2013

Sono

Foglietto illustrativo

Sono un tranquillante,
agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all'udienza,
incollo con cura le tazze rotte -
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d'acqua.
So come trattare l'infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l'ingiustizia,
rischiarare l'assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti -
fidati della pietà chimica.
Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?
Consegnami il tuo abisso -
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.
Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.
Un altro diavolo non c'è più.

Wislawa Szymborska

sabato 10 novembre 2012

Alla fine ho smesso di sapere cosa stessi cercando così a lungo

Le cose non accadono mai per caso, o almeno così si dice.
Qualche giorno fa il mio professore di italiano del liceo ha segnalato questa poesia di Wislawa Szymborska, che, inutile dirlo, mi piace molto.
Ma non è solo una questione di gusti letterari ovviamente, qui si tratta di sentimenti spostati, eccitati, svegliati, non a caso il titolo è "Nel sonno".
In questo periodo di cambiamenti, tra scatoloni, libri ingialliti, pezzi di me che si fanno lontani non appena li accarezzo, le parole di Wislawa sembrano fatte apposta.
Eccomi:
"Rovistavo in armadi, scatole e cassetti, inutilmente pieni di cose senza senso"
"Scuotevo fuori dalle tasche lettere secche e foglie scritte non a me"
"Tiravo fuori dalle mie valigie gli anni e i viaggi compiuti."
"Correvo trafelata per ansie e stanze mie e non mie"
"Mi ingarbugliavo in cespugli di spine e congetture"
"Spazzavo via l’aria e l’erba dell’infanzia"

Eccola:

Nel sonno

Ho sognato che cercavo una cosa,
nascosta chissà dove oppure persa
sotto il letto o le scale,
all’indirizzo vecchio.

Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
inutilmente pieni di cose senza senso.

Tiravo fuori dalle mie valigie
gli anni e i viaggi compiuti.

Scuotevo fuori dalle tasche
lettere secche e foglie scritte non a me.

Correvo trafelata
per ansie e stanze
mie e non mie.

Mi impantanavo in gallerie
di neve e nell’oblio.
Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
e congetture.

Spazzavo via l’aria
e l’erba dell’infanzia.

Cercavo di fare in tempo
prima del crepuscolo del secolo trascorso,
dell’ora fatale e del silenzio.

Alla fine ho smesso di sapere
cosa stessi cercando così a lungo.

Al risveglio
ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato due minuti e mezzo.

Ecco a che trucchi è costretto il tempo
dacché si imbatte
nelle teste addormentate.

lunedì 24 settembre 2012

Ho imparato a sognare

Non so da che parte cominciare.
Inizio magari spiegando il titolo: un pezzo di canzone dei Negrita che a Cecilia piace tanto. Chi è Cecilia? Cecilia è una mia amica, che si è sposata sabato, con Gabriele.
Oggi scrivo del loro matrimonio, con la gioia vera nel cuore.
Una giornata di festa, una sfida, un gruppo di persone, una famiglia-tribù.
A me piacciono gli elenchi, chi mi legge lo sa, perciò anche stavolta (come credo in ogni post pubblicato quaggiù) tante parole in fila mi aiuteranno a raccontare il week end appena trascorso.
Intanto circolo, come circolo ARCI che è quello che siamo per gli altri, ma anche come circolo di amici, che è quello che siamo per noi.
Gli sposi ci hanno chiesto, pochi mesi fa, di occuparci del loro pranzo di nozze, che più che un pranzo è stato una festa, una grande abbuffata con musica, giochi, balli, fotografie, filmati e amore.
Io, Elli, Silvia, K e KK abbiamo iniziato a cucinare venerdì mattina al Belleville e finito sabato durante il buffet: è stato faticoso e divertente, impegnativo e stimolante, lungo e veloce al medesimo tempo.
Torte di zucca, di bietole, di cipolle e di riso, lasagne al pesto, farinata, roast beef, salumi, porchetta, carne cruda, formaggi, caprese, pasta con salsiccia e funghi, salmone al forno...tutto innaffiato da vino abbondante e servito con un misto di apprensione, gioia e soddisfazione.
Non siamo cuochi, siamo forse (il forse è per me, per gli altri è certezza!) portati per la cucina, ma quello che sicuro non ci manca è la voglia di provarci.
Cecilia qualche settimana addietro mi aveva chiesto di trovare per lei delle frasi che sapessero di sole, campagna, amicizia e amore, mi ha domandato di scriverle e distribuirle qua e là il giorno del suo sì, cosicché gli invitati alla festa potessero leggerle, portarle a casa o lasciare a loro volta un pensiero, con l'aiuto dei tanti pennarelli colorati usati come centri tavola insieme a lanterne di carta e gerbere lunghe.
Fare questo "lavoro" per la sposa mi ha permesso di guardarmi dentro, di cercare, innanzi tutto nella memoria, qualcosa che mi facesse tornare alla felicità di un giorno grande come quello di ieri, senza retorica e con una buona dose si sincero sentimento. Poi, scrivere su pezzi di carta straccia con un pennarello bianco, appendere i fogli su spago da cucina, usare piccole mollette colorate e cercare quelle di legno per il bucato quando le prime terminavano, è stato un gioco da ragazzi!
L'effetto, già romantico quando le pagine giacevano ancora a casa mia (vedi foto), sul posto era ancora più bello, tra il verde dei prati, l'arancio dei muri, le risate della gente. Quindi, un'altra parola di questo elenco sarà, appunto, parole. Come quelle scritte sulla carta e quelle dette dagli sposi durante il taglio della torta: parole di ringraziamento, elenchi di nomi, racconti di viaggio, tutto davanti alle centinaia di frutti di bosco adagiati dalla Fra sulla crema pasticcera della torta di nozze più bella del mondo, mentre il vicino-vicino scattava milioni di foto. Accanto ai flute c'erano angurie decorate con un piccolo coltello e un'enorme pazienza, spiedini di ananas, grappoli d'uva, fragole pucciate nella cioccolata, ciotole di mescolanza e confetti bianchi e verdi. Nell'angolo del gioco, dedicato ai più piccoli (tanti!) invitati alla festa, il mio albero disegnato ad acquerello è stato ricoperto di foglie coloratissime da piccole mani intinte nei colori a dita e chissà che Cecilia e Gabriele non decideranno di appenderlo a casa loro...
Questo post rischia di diventare lunghissimo, ma non posso non parlare dei fiori, dal bouquet di tulipani arancioni, ai crochi viola che spuntavano ovunque tra l'erba chiara, dall'erica bianca a quella rosa, dalle primule gialle alle gerbere di tre colori, dai fiori di vetro bianchi ai ranuncolini selvatici così delicati...Un posto magnifico, pieno di pace, di animali, di dolcezza. Un gruppo di amici, come scrivevo all'inizio, che non hanno mai perso la calma, che si sono divertiti, che hanno gioito con gli sposi, che hanno mangiato e bevuto, parlato in genovese, imprecato contro gli asini e il loro verso, prestato coperte, fatto battute, parlato seriamente, raccontato viaggi recenti, immaginato futuri possibili.
Non resta che augurare agli sposi di incontrare spesso sulla loro strada emozioni così belle, di avere sempre il calore degli amici attorno alle loro vite, di continuare a crescere come persone singole, ma trovando rifugio nell'abbraccio della parola due.

mercoledì 22 agosto 2012

Tutto sapendo non sappiamo nulla


Non ho voglia di scrivere nulla.


Uomini


Non esistono al mondo uomini non interessanti.

I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità, non ha un pianeta che gli sia simile.

E se uno viveva inosservato e amava questa sua insignificanza,
proprio per la sua insignificanza egli era interessante tra gli uomini.
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c'è un attimo felice.

C'é in quel mondo l'ora più orribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.

Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,

e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.

Rimangono certo i libri, i ponti,
le macchine,le tele dei pittori.

Certo, molto è destinato a restare,
eppur qualcosa sempre se ne va.

É la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.

Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro
Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?

E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.
Gli uomini se ne vanno…
e non tornano piú

Non risorgono i loro mondi segreti.

E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.

E. Evtushenko

mercoledì 27 giugno 2012

Chi ha fatto il turno di notte

Libri, su libri, su libri. Ogni minuto è buono.
Non sottraggo tempo allo studio o al lavoro, nemmeno alla palestra o alla corsa. Solamente leggo ogni volta che ho tempo: sul treno, sul battello, in coda alla posta, a letto, in spiaggia, alle soste del bus, aspettando che salga il caffè...
Oggi ho letto questo libro, Chi ha fatto il turno di notte di Izet Sarajlić e il merito è solo di Nessie e di Erri.
Nessie è l'amica che mi ha ospitato nella sua casa in cima a 105 gradini la notte scorsa, per evitarmi l'ennesimo lunghissimo viaggio con l'Uno capolinea-capolinea, Erri è Erri De Luca che ha scritto la prefazione apponendo, almeno per me, un certificato di garanzia sul libro.
Ieri sera, mentre mi accomodavo tra le lenzuola con il mio pigiama a righe, osservando ricambiata Signor Siberia (il gattone tigrato di Nessie), lei è arrivata con un piccolo libro bianco tra le mani, preannunciando un interno di catastrofi, dolori, amori profondissimi e grandi verità, tenendo il dito indice tra le pagine e porgendomi il volume con un sorriso: "Leggi questa prima, è la storia dei tuoi amori...sì, tutti i tuoi amori".
L'ho letta subito e con lei ne ho lette altre. Questa mattina, appena sveglia, ne recitavo mentalmente i versi e, dopo la colazione, via da Feltrinelli a comprare il piccolo libro bianco.
Il titolo della poesia che mi ha innamorata subito è "La Linea Maginot" e contiene strofe come:

"perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde così necessario per vivere,
così necessario per amare,
così necessario per andaresene umanamente,"

Per concludersi con:

"Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi
ci saranno sempre
L'Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la linea Maginot"

Non saprei come descrivere le sensazioni che i versi di questo autore suscitano nelle mie viscere e nella mia testa, mi fanno malissimo e nello stesso tempo mi rincuorano, mostrandomi un punto di vista così vicino al mio. La Linea Maginot l'abbiamo tutti, a modo nostro, un fossato profondissimo o una sottile striscia di separazione, che un passato pesante o un'educazione poco incline ai compromessi hanno tracciato attorno alle nostre vite.
Grazie Nessie per il bel regalo e per l'ospitalità...




lunedì 6 febbraio 2012

Un febbraio freddissimo


I versi di una poetessa morta qualche giorno fa, che ora tutti sembriamo ricordare come fosse una vecchia amica. Personalmente chiedo scusa per non aver conosciuto prima la profondità delle sue parole.

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia, immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto, assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche, e poi fatico per farle sembrare leggere.

W. Szymborska

giovedì 23 giugno 2011

Le regole del gioco


Non potrei aggiungere altro.

È vietato piangere senza imparare,
alzarti al mattino senza saper cosa fare,
aver paura dei ricordi
È vietato non sorridere ai problemi,
non lottare per ciò che vuoi,
abbandonare tutto per paura,
non far diventare i tuoi sogni realtà.
È vietato non dimostrare il tuo amore,
far pagare a qualcuno i tuoi debiti e il tuo malumore
È vietato abbandonare i tuoi amici
non tentare di capire ciò che avete vissuto insieme
chiamarli soltanto quando hai bisogno
È vietato non fare le cose per te stesso
non creder in Dio e fare il tuo destino
Aver paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo respiro
È vietato sentire la mancanza di qualcuno senza rallegrarsi,
dimenticare i suoi occhi e la sua risata
solo perché le vostre strade non si incrociano più
È vietato dimenticare il tuo passato e pagarlo con il tuo presente.
È vietato non tentare di capire le persone,
pensare che le loro vite valgano più della tua
non sapere che ognuno ha il suo cammino e la sua gioia
È vietato non creare la tua storia
smettere di ringraziare Dio per la tua vita,
non avere dei momenti per la gente
che ha bisogno di te,
non capire che ciò che ti da la vita
te la può anche togliere.
È vietato non cercare la tua felicità
non vivere la tua vita con un atteggiamento positivo
non pensare che potremmo essere migliori
non sentire che senza di te questo mondo non sarebbe uguale.

(Pablo Neruda)

lunedì 18 aprile 2011

Aria sospesa


Vi è ma capitato di avere quella sensazione per cui qualcosa di strano sta per accadere e vi trovate esattamente nell'attimo che precede la catastrofe?
Tipo Jurassic Park prima che arrivi il T-Rex e la terra trema a intervalli regolari, o tipo Hereafter quando lo Tzunami alza un venticello anomalo ad annunciare l'onda...
Oggi è tutto il giorno che l'aria è così. Una sorta di tensione continua, impalpabile e nello stesso tempo maledettamente presente. Se davvero la mia vita fosse una specie di The Truman Show allora oggi la produzione è stata al limite del collasso, un pò di attenzione in più e li avrei smascherati tutti!
Già la luce in giardino prima delle 8 era strana, il treno preso al volo come se mi aspettasse, fermo, sul binario morto. L'autobus immobile alla fermata, con un unico posto libero è partito non appena mi sono seduta, solita persona rimasta chiusa nelle porte, solita colazione e solite facce sorridenti. Un salto in ufficio e da quel momento ecco la catena di strane congiunture: l'auto che vaga per il parcheggio del dipartimento senza nessuno a bordo (compreso l'autista), io che ad alta voce e senza alcuna preoccupazione apparente dico "Ma quella macchina va da sola?" e i due ragazzi che tirano il freno a mano infilandosi dai finestrini un attimo prima di scontrare le auto in sosta. La persona accanto a me alla fermata del bus, la stessa che esattamente un anno fa incontrai sull'autobus. La macchina che all'incrocio non dà la precedenza all'ambulanza e la frenata che evita per un millimetro l'impatto. Il tutto avvolto da una luce fortissima, così intensa che tenere gli occhi aperti è faticoso, con le persone riverse sulle panchine come gatti e i pescatori in Darsena che cuciono le reti come in un film di Montalbano. Oggi il tempo sembra non scorrere mai, il terrazzo bianco di sole ha bevuto tutta l'acqua che gli ho dato fino a che il tubo di gomma si è staccato dalla vasca e si è allagato ovunque, una telefonata di lavoro inaspettata ha messo in moto i prossimi giorni pre festa e la puntura non ha voluto entrare alla prima. Devo preparare l'animazione di mercoledì e pulire casa.
Sono le sei e mezza di sera e c'è ancora tantissima luce.

P.S. per dovere di cronaca, dopo una gran serata col vicino-vicino, un blackout nelle vie "su da noi" mentre sfogliavamo attico e postulavamo teorie di parallelismi acquisto immobile/amore-sesso ha concluso in bellezza questo delirio.

lunedì 15 novembre 2010

E se non puoi la vita che desideri


Nulla ho da aggiungere a questi versi di Kavafis.

E se non puoi la vita che desideri

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.


Constantinos Kavafis

martedì 9 marzo 2010

La neve di marzo


Oggi giornata di neve. E' il 9 marzo e fa un freddo cane. In questo martedì, giorno pari e dunque infausto nella mia testa a settori, è andato tutto storto.
La bufera di fuori è entrata dentro, in casa, nel mio corpo e nella mia testa.
Proverbiale incapacità di gestione. Di ogni cosa. Ecco i "pensieri positivi" che aleggiano, per non dire invadono, il mio cervello. Decido di lavorare ma i risultati mi sembrano scarsi, provo ad ascoltare musica ma do spazio solo alle ballate massacranti di Nick Drake, tento con la cioccolata per sentirmi in colpa subito dopo. Allora leggo, dico io...Erri a sto giro fa troppo male, poesie dunque, sono brevi e veloci.
L'errore però continua a tornare, una Dickinson con api e trifogli era troppo spensierata per il mio istinto distruttore, dunque l'occhio è caduto su La corsa del tempo della Achmatova.
Titoli rassicuranti come "Strinsi la mano sotto il velo oscuro..." o come "Il canto dell'ultimo incontro", stuzzicano la perversa voglia di farmi del male. Leggo e penso al ragazzo che mamma ha salutato stamattina per l'ultima volta, tra l'incredulità della gente smarrita, troppo grossa è una cosa così. Penso anche a me, alle persone a cui ho detto addio in questi anni, rifletto sulle parole di un Amico e sulla mia convinzione della "dispensabilità" (come contrario di indispensabilità) di tutti.
Penso a come saper parlare, anche urlare e piangere se necessario ed essere ottimisti siano qualità che possono salvare la vita. Aspettarsi sempre il peggio, posticipare le gioie immaginandole lontane e quasi impossibili, essere sempre pronti alla lotta, è davvero una merda.

La sentenza

E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l'anima impietrisca,
occorre di nuovo imparare a vivere.

Se no...Oltre la finestra
l'ardente fremito dell'estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta

A. Achmatova

Prometto che nel prossimo post ci saranno sorrisi, buone notizie in arrivo.