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domenica 13 marzo 2016

Lo zio Davide

Mia mamma è una matematica e ha sempre sostenuto di non saper scrivere bene.
Tutte balle.
Per dimostrarlo oggi ospito un suo racconto, storia vera verissima che mi hanno sempre raccontato e che ora serve come esercizio di lettura per un gruppo di ragazzi stranieri a cui mamma insegna gratuitamente la nostra lingua due volte a settimana.
Se questo post non vi avesse convinto a sufficienza circa la stranezza della mia famiglia, ecco chi era lo zio Davide, o meglio U Davìdde.

"Il mio bisnonno materno Giacomo, già vedovo con due bambini piccoli, sposò la mia bisnonna Benedetta (Bedìn) nel 1880 (circa) ed ebbe undici figli. Erano due mezzadri poverissimi, coltivavano una terra arida e magra, posta a 300 metri dal livello del mare, e allevavano un paio di mucche, qualche ovino e alcune galline.
L'erba per gli animali veniva falciata in alto, sui monti dell'Appennino, distanti chilometri dalla loro casa, e trasportata a spalle nel fienile, ogni sera.
Nelle fasce strette e scoscese, tipiche di questa valle ligure, tanto bella quanto faticosa, i buoi e l'aratro erano inutilizzabili, solo vanghe, zappe e fatica disumana.
La bisnonna lavorava nei campi dall'alba al tramonto, tornava a casa solo per pranzare e allattare l'ultimo nato. Sempre. Ovviamente neppure le gravidanze le regalavano un po' di riposo: quando lei spariva per qualche giorno, i contadini dei poderi vicini capivano che aveva partorito.
Le bambine dovevano badare ai fratellini più piccoli e cucinare per tutta la famiglia. I maschietti seguivano ben presto i genitori nei campi.
Per inciso dico che la maggior parte di loro restò quasi analfabeta e che le fabbriche metalmeccaniche e tessili della zona assumevano chiunque avesse compiuto nove anni.
Uno degli ultimi nati si chiamava Davide (U Davìdde), era bello, sano, robusto, però...
Quando la sua mamma arrivava di corsa ad allattarlo non lo trovava affamato e impaziente, come era sempre accaduto con i figli precedenti. Lei lo attaccava al seno e lui mangiava con calma e lentezza, le risparmiava quella avidità disperata che aveva conosciuto negli altri suoi neonati e che tanto l'aveva addolorata. La stanchezza e la fame della bisnonna erano enormi e costanti, il suo latte era magro e scarso, eppure Davide cresceva tranquillo e forte. Inutile dunque farsi troppe domande, Benedetta rompeva terra e schiena col cuore più leggero, la figlia Caterina (Cateinìn) curava il piccolo senza paura e anche lei cresceva bellissima, contagiata da tanta serenità.
Quando Davide era ormai un adolescente alto due metri e dotato di una forza leggendaria, Caterina confessò alla mamma di aver avuto un aiutino segreto. Appena nato, ogni giorno Davide, poco dopo che la mamma, credendolo sazio, aveva raggiunto i campi, cominciava a urlare e Caterina tentava inutilmente di calmarlo. Non c'erano ninne nanne né abbracci che regalassero a entrambi una tregua.
Una mattina, disperata, lei decise di attaccarlo alle mammelle di una capretta che pascolava lì vicino. Nei giorni successivi, dapprima scrutò il fratellino preoccupata, temendo malattie e punizioni che non arrivarono mai, poi si fece coraggio e, più volte al giorno, col fagottino in braccio, girò l'angolo della casa e andò nel prato. Ben presto la faccenda si semplificò ulteriormente: appena la capretta sentiva Davide piangere, lasciava la sua erba, correva davanti alla porta di casa e belava finché non poteva entrare, spinta da un commovente, irrefrenabile istinto materno verso quel cucciolo d'uomo di cui fu, per mesi, la balia segreta."

Nella foto quassù la casa dove mia madre e suo fratello gemello sono cresciuti per un (bel) po'. Le altre immagini che mamma mi ha spedito ritraggono lei, una prozia e mia nonna Rosetta, china e sorridente in un campo, mentre raccoglie margherite bellissime. Ecco evidentemente da chi ho preso quando sogno fiori, prati e boschi senza fine.

martedì 14 aprile 2015

...e penso a me

Bisogna ammettere che lo dicevo da un bel po'.
Che non riuscivo a respirare, intendo.
Ora sono a letto, febbre e bronchite bella tosta, costretta a riposarmi e a pensare a me.
Devo dire, però, che ultimamente mi sono concessa molti momenti di bellezza, attimi più o meno lunghi e ugualmente preziosi, per trovare equilibrio e dare una svolta positiva alle mie giornate.
Ho ripreso a leggere, terminando una raccolta di racconti che vegetava da troppo tempo tra il comodino e le tasche della borsa, ho comprato un libro illustrato che avevo puntato da un po' e che presto penso vedrete su Leggermente e ho letto un fumetto che avevo trovato a Roma questo autunno, di cui magari prima o poi vi racconterò.
Questa sera mi lascio coccolare dagli strascichi della giornata di ieri: passeggiata da San Rocco di Camogli alle Batterie, Punta Chiappa, Porto Pidocchio e di nuovo San Rocco, con il sole, tantissima erba, il mare profumato e una scoperta di quelle che mi esaltano assai. Lo avrete già capito, immagino, sto parlando del libro quassù, impossibile da lasciare sul banco del Centro Visita Batterie, leggero e maneggevole, pieno di tavole interessanti per scoprire e riconoscere le felci presenti in abbondanza e grande varietà tra i sentieri del Parco.
Sulla via del ritorno ho raccolto qualche piccolo rametto e ora, avvolta nel piumone e tremante di febbre, sto cercando di individuare quali esemplari ho trovato. In questo modo penso a me.
E non sono l'unica, e dire il vero: negli ultimi giorni ben due persone mi hanno detto di avermi pensata, prima in libreria davanti a un illustrato sugli alberi (che tra l'altro credo pure di possedere) e poi ad una mostra fotografica, dove l'autore ha portato avanti un progetto sulle mani e sulla loro immagine.
[Pausa delirio]
Uno dei modi migliori per pensare a me, per esempio, è stato smettere di scrivere questo post quando gli occhi hanno cominciato a farmi troppo male e la febbre a salire troppo alta. E' nel frattempo trascorsa una notte (quasi bianca) e mia madre è arrivata in soccorso con una zuppa di riso e lenticchie e una mela sbucciata, l'ennesimo modo per pensare a me.
Ho pensato a me quando, facendo una fatica impressionante, ho disdetto gli impegni di oggi e di domani e penserò a me sotto una doccia calda e profumata, o avvolta nelle lenzuola pulite che mamma ha già intenzione di preparare mentre mangio il mio pranzo con il termometro sotto l'ascella.
Ne facevo a meno di pensare a me costretta da una bronchite assassina, ma ormai che ci sono, pensiamomi.

domenica 14 dicembre 2014

Sfere

Palle.
Di Natale e non solo.
Reduce da un week end lavorativo, un corso di robotica che mi ha divertita e stancata contemporaneamente, scrivo a letto con la solita tisana che mi fuma accanto. Zuppa per cena e film romantico pronto in canna (anche se, vista l'ora, visto il sonno e visto l'appuntamento in Soprintendenza di domani, mi sa che crollerò).
Tra poco più di una settimana cominciano le vacanze e come se andassi ancora a scuola ho i compiti da fare: relazione di fine assegno più organizzazione per lo meno mentale di laboratori e lezioni per SDR. Altro compito: riposare. Non che sia particolarmente stanca, i giorni duri sono stati gli ultimi e saranno i prossimi, ma non si può proprio dire che i miei ritmi non siano sostenibili, anzi. Visto che da gennaio le cose cambieranno, probabilmente anche parecchio, penso sia comunque meglio arrivarci rilassati o per lo meno provarci.
Nella foto una delle palline vintage del mio sobrio alberello natalizio, come al solito oberato a dir poco da ogni gingillo possibile: latta, vetro, panno, legno, terracotta...tutti gli addobbi appesi hanno un loro materiale e una loro storia, qualcuno viene da lontano, direttamente dalla mia infanzia o addirittura dall'infanzia dei miei, qualcun altro è un acquisto più recente, arrivato nella scatola rossa l'anno che mi sono trasferita in centro. In questa settimana non sono state le sfere di Natale le vere protagoniste dei miei giorni e dei miei pensieri, ma piuttosto quelle di cui ho parlato giovedì nella stanza bianca. Immaginando tre palle sovrapposte l'una sull'altra, chiamiamo la prima (quella più in alto) Genitore, la seconda (quella al centro) Adulto e la terza (quella in basso) Bambino. Nella vita di ogni giorno l'ideale sarebbe che queste tre realtà, questi tre piccoli/grandi insiemi esistenziali coesistessero separati tra loro ma uniti dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro le strade che decidiamo di percorrere. Probabilmente, però, non è così semplice e può capitare che le tre palle si sovrappongano un poco, lasciando giudicare al Genitore le azioni dell'Adulto, già così spesso condizionato dalle emozioni del Bambino. Ma come ci si sente quando qualcuno ci rimprovera di un comportamento che abbiamo sentito inevitabile? E come può affermarsi un Adulto se si muove così di frequente tra gli sguardi di disappunto di un Genitore e i bisogni essenziali di un Bambino?
Io, pochi giorni fa, ho scoperto (e sentito) di aver finalmente praticato una sana divisione tra le tre sfere, liberando l'Adulto da pregiudizi e impulsi, permettendogli di camminare con uno sguardo alle regole e uno all'istinto ma senza costringerlo ad assecondare per forza nessuno dei due aspetti. Questa piccola/grande cosa che è successa mi ha reso felice, è stato come trovare un pezzo di puzzle che sembrava sparito e che non mi permetteva di continuare a costruire(mi).
Alè!

domenica 1 giugno 2014

In my mind

Su questo scoglio non sto molto comoda.
Sono una donna da ciottoli io: la sabbia si infila dappertutto e la roccia è troppo dura.
Però oggi c'è il sole senza fare caldo, io sono riposata nonostante la notte quasi bianca e domani sarà un bel due giugno di prati, amici e tranquillità.
Contro ogni (stupida) tradizione personale ho fatto il bagno, il primo della stagione, lontano dalla mia spiaggia. Troppi scogli per nuotare, è bastata una "puccia" veloce per lavare via il sudore e sapere di sale. Di fronte a me c'è un ragazzo magro con gli occhi azzurri che ha paura delle lucertole, dietro invece c'è una coppia che legge all'ombra, abbracciata.
Anche io ho un libro, Guida rapida agli addii, e tra le pagine ritrovo passaggi che sono già stati nei miei pensieri:
"La lettura è la prima cosa che si perde" diceva mia madre, intendendo che era un lusso cui il cervello nei momenti difficili rinunciava. Sosteneva di non essere riuscita a prendere in mano niente di più impegnativo del giornale dopo la morte di mio padre.
Proprio come succede a me quando vado in crisi.
Non ho pranzato, piglierò un gelato grande sulla via del ritorno, quando percorrendo la passeggiata ripenserò allo spettacolo che ieri sera ho visto a teatro. Si intitolava (S)legati e raccontava la storia di Simpson e Yates. Io quella storia già la conoscevo, impossibile stare con Andrea e non conoscerla. Come impossibile è stato assistere allo spettacolo e non pensare a quei passi familiari davanti ai miei, quei passi ora lontani che tornano da me solo di notte, o che spuntano all'improvviso davanti alla copertina di un libro, all'annuncio di un concerto, alla foto di una vetta pubblicata sul giornale.
Tra un paio di settimane parto per San Sepolcro, mi hanno presa per il corso intensivo a cui avevo provato a iscrivermi. Comunque andrà mi sarò tolta da qui e avrò continuato ad alimentare la serenità che sto costruendo ogni giorno, lasciando perdere tutto e scegliendo me ogni volta che posso.
Non è facile, è innaturale e a volte mi pare persino disumano, ma che posso farci, funziona così dicono. Stare bene da soli si può e si deve e io, ahimè, sto finendo dritta dritta nel posto che pensavo, quello in cui non c'è più spazio per niente e per nessuno, quello in cui faccio tutto ciò che occorre, sorrido alla vita e alle fortune che ho, lascio passare i giorni così "i momenti più recenti possono sembrare molto, molto lontani".
Finalmente ci sono arrivata, no?
Non resta che farsi una doccia per togliere il sale e andare in turno, canticchiando questa meravigliosa canzone di cui ormai non posso proprio più fare a meno (video compreso), grazie Cindy!

domenica 23 marzo 2014

E brava Giulia...

La prima volta che ci siamo viste non volevamo essere dove eravamo. Adolescenti spostate da un mondo conosciuto a un mondo nuovo, soprattutto lei con la sua maglia di Vasco e il broncio, rannicchiata sulle scale di casa, mentre la banda suonava e la coda per le focaccette fritte arrivava fino alla strada.
Di anni ne sono passati quasi venti, cazzo. Venti.
E nel frattempo siamo cresciute, ne abbiamo viste di tutti i colori, ne abbiamo superate di tutti i colori e ancora oggi ci lottiamo contro ogni giorno.
Abbiamo imparato ad amarlo questo posto, io forse più di lei che è andata via tante volte, per lavoro, per i suoi viaggi matti e meravigliosi, che non ha mai mancato di raccontarmi nei minimi dettagli durante le cene dei mille ritorni.
E il gelato alla crema con miele e cannella, le zuppe, i miei sformati di verdura, le insalate dei sensi di colpa, il passito e soprattutto il baffo ghiacciato delle sere d'estate, lei abbronzatissima e io fucsia ma felice.
Siamo state lontane, siamo state Vicine.
Abbiamo parlato tanto, di tutto, senza paure, senza pregiudizi, senza dimenticarci mai cosa conta davvero.
Abbiamo parlato anche di te, di scelte, di futuro, di preoccupazioni e speranze.
Quando mi ha detto che ti saresti chiamata Giulia ho subito ricordato la maglietta di Vasco, i concerti a cui lei andava spesso, con gli amici e con lo zio, fan sfegatata di quel cantante che a me non è mai piaciuto ma che mi ha sempre fatto pensare a lei. E ora anche a te.
E mi vengono in mente anche tutti i concerti a cui siamo andate insieme: Guccini, la Nannini, la Mannoia, i Negramaro (solo perché avevamo dei biglietti gratis eh...), Conte, Elisa e forse qualcuno lo dimentico pure.
Sono stata fortunata ad averla trovata e ora sono fortunata ad aver trovato te, piccola figlia della mia migliore amica, che oggi mi hai guardata con un occhio solo (che lo so che mica ci vedi ancora, hai solo quattro giorni), appesa a quella tetta gigante, col pigiama pieno di gufi e una cascata di capellini neri.
Ben arrivata nipote, piacere di conoscerti!

P.S. La foto è un lavoro di mamma, un work in progress in verità. Si tratta di una piccola camicina, anzi di un piccolo camice, cucito per i bimbi prematuri che devono affrontare una Risonanza Magnetica Nucleare. Fa parte di questo meraviglioso progetto.

mercoledì 1 gennaio 2014

A un passo dal cielo

Cosa c'è di buono nel dover scrivere una tesi e non averne voglia? Per esempio che il cervello registra la necessità di sedersi al computer e lasciarsi andare sui tasti, ma all'ultimo minuto svia su altri argomenti...e così il mio blog si ritrova con un sacco di post nuovi in pochi giorni.
Questa in realtà è una pagina doverosa, quasi istintiva e (penso) anche breve, perché dopo tonnellate di pensieri negativi e difficoltà credo sia giusto, innanzi tutto per vederle meglio, scrivere pure delle cose belle.
Oggi, di bello, c'è il pensiero a poche ore fa, quando le mie gambe scendevano incerte da un sentiero conosciuto.
La prima riflessione che mi viene da fare è "Ma quanto è diverso camminare di notte rispetto a camminare di giorno?". Moltissimo, e non ci sono frontali che tengano. Nonostante le luci, nonostante si tratti di un percorso già fatto tante volte, per me è come muovermi in un sogno, con poca visuale e soprattutto poca aria. Quindi la salita non è stata semplice, o meglio, lo è stata perché inspiegabilmente ho tenuto il passo e in un'oretta (forse meno) siamo arrivati in cima, però ho faticato, con la concentrazione soprattutto, a rimanere lì e a non cedere alle ansie di questi giorni. Mi hanno aiutata i soliti passi davanti ai miei, le parole nel silenzio, i rumori della notte, gli occhi luminosi di un capriolo coraggioso, il freddo (poco in verità), la voglia di staccare da tutto e da tutti. Dal niente mi arrivavano delle indicazioni preziose, "le salite, il piano, le salite di nuovo, i prati, la cappelletta", un gesto così discreto e così dolce che mi è servito per capire dov'ero, quanto stavo camminando, come stavo andando. E, nonostante tutto, mi mettevo alla prova: nel mio cervello cantavo questa e non mi davo tregua.
E' stato un viaggio bellissimo e un arrivo ancora più bello: la città vista dall'alto, le navi che sembravano volare nel buio, i fuochi d'artificio in anticipo, i bengala rosa che parevano arrivare fino a noi, la moretti stappata sul bordo del tavolo di legno, i cioccolatini rossi per farci gli auguri, le ginocchia rannicchiate per stare al caldo.
La discesa, più lenta della salita vista la notte e il sentiero a tratti un po' ripido è stata però facile per me, che ormai avevo in testa questa da quando lo scintillio delle stelle aveva calmato i miei pensieri difficili.
E' stato bello, è stato diverso, è stato una cura, seppur breve, per il mio animo che non ha tregua mai perché non gliene do.
E basta così, perché tutte le sensazioni che ho provato non rendono se cerco di spiegarle, perché nemmeno le foto sono riuscite a dire come si sta lassù, a un passo dal cielo e da se stessi.

sabato 28 dicembre 2013

And if you're still bleeding, you're the lucky ones

Colonna Sonora (scelta semplicemente perché i Daughter, insieme ai Beach House credo che siano la band che ho ascoltato di più in questo 2013, con ben due concerti visti e un sacco di lacrime versate, come al mio solito!)
Siamo alla fine dell'anno, giorni di tradizione: datteri ripieni di mascarpone, scambio dei regali, corse dal medico con somatizzazioni da manuale, lunghe ore di riposo, nebbiolina leggera, post di bilanci e propositi.
Ma questa volta mi frego, cinque pastiglie al giorno sono sufficienti per decidere che no, non mi guardo indietro e non cerco cosa ha funzionato e cosa si è inceppato. In verità non voglio neppure cercare nel domani, non mi interessa. Cazzate. Mi interessa eccome ma non ne ho la forza. Sto leggendo un libro, L'Orologiaio Miope di Lisa Signorile, un saggio sull'evoluzione di animali che vivono in posti estremi e sulle strategie di sopravvivenza raffinate negli anni per migliorarsi e riuscire a farcela in questo mondo di merda. Ecco, non guardare indietro e non guardare avanti è, per me, una strategia di sopravvivenza.
So che mi ero ripromessa di guidare, leggere, studiare, parlare, volermi bene...lo so perché mi conosco, ogni anno è così e ogni anno, puntualmente, mi deludo caricando i futuri dodici mesi di aspettative che so solo io, che condivido solo con me (perché ok che ne scrivo qui, ma cosa significa? A cosa serve?) e che immancabilmente disattendo alla fine dell'anno successivo. E vai di delusione al cubo.
Quindi per questa volta non scrivo nulla, anzi, mi concedo un solo obiettivo, non tanto da raggiungere quanto da perseguire ogni giorno: fare cose che mi fanno stare bene ogni volta che ne ho la possibilità.
Dal lavoro non si scappa e così dalle sue responsabilità, ingiustizie, fatiche.
Gli stronzi ci sono sempre, sempre ci saranno e le persone, anche quelle che credevi più vicine, più leali, più importanti possono fregarti in un attimo (questo non lo dimentico mai per fortuna, solo ogni tanto, quando sono stanca, debole o stranamente ottimista, tendo ad assumere la posizione della squadretta da educazione tecnica).
I problemi di salute propri e degli affetti non si cancellano, spesso non si possono prevedere, di solito arrivano e basta. Di solito ma non nel mio caso: io me li faccio venire. E il mono proposito di quest'anno dovrebbe (si spera) ovviare un poco anche a questa tendenza, perché una persona che sta bene e che insegue il benessere magari tenderà a massacrarsi di morbi psicosomatici un tantino meno.
L'incertezza economica, strettamente legata al punto sul lavoro, sarà lontana ancora per tutto il 2014, ma in questo anno dovrò darmi da fare per garantirmi un minimo di serenità futura...don't worry adesso, ci si penserà da febbraio, chiuso l'incubo dottorato.
Visto che lo sento l'istinto a progettare, programmare, rimproverare rimproverarmi, prevedere, scuotere la testa, lo chiudo qua questo insolito post di fine anno, prendendo in prestito un pezzo della colonna sonora segnalata all'inizio, che mi serva per riflettere ancora una volta sugli errori da non fare, sulle cose importanti da ricordare, sul bene che ci dobbiamo volere.

"Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it's a waste of time.
From the perfect start to the finish line.
And if you're still breathing, you're the lucky ones.
'Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.
We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we'll reveal the truth
That one will die before he gets there.
And if you're still bleeding, you're the lucky ones..."


Buon Duemilaquattordici

martedì 17 dicembre 2013

I am enough

La presentazione di ieri è andata bene, seppure fossi meno preoccupata del previsto era comunque un passo da fare, e l'ho fatto. Mancano solo la consegna della tesi e l'esame finale, poi anche questo capitolo sarà chiuso.
Oggi quindi me la sono presa con un po' più di calma, salto dal medico stamattina, spesa veloce, tesi. Avevo anche pensato di andare a stretching alle cinque, ma poi mi sono persa, sto procedendo a rilento e preferisco prendermi tutto il tempo che mi serve, senza corse inutili.
Nella pausa caffè, gironzolando in rete, mi sono imbattuta in un video. Un cartone animato sulla differenza tra empatia e simpatia uscito su Internazionale. Carino. Poi però ne ho letto la provenienza e ho visto che era collegato ad un TED di Brené Brown, una ricercatrice dei rapporti umani che sulla home del suo blog scrive "Maybe stories are just data with a soul". Venti minuti, che non sono tanti ma neppure pochi. Ho pensato "Ok, lo vedrò, ora ho da fare"...però il titolo (Il potere della vulnerabilità ) è venuto a punzecchiarmi gli alluci per una buona mezz'ora, mentre cercavo di orientarmi tra spettri XRF e microfotografie.
E allora vabbè, al diavolo, vediamolo, mi sono detta. E l'ho visto, con iniziale piacere perché lei è davvero in gamba, è simpatica, preparata, regge benissimo la telecamera, è chiara e mai banale. Poi verso la metà del discorso le sue parole cominciano a spingermi, mi entrano dentro e improvvisamente mi raccontano, nel senso che raccontano me stessa, i miei dati con anima annessa. Spiegano a tutti la lunga analisi dalla psicoterapeuta, le interminabili e bellissime serate a parlare sull'auto azzurra, le notti insonni, l'attesa davanti al telefono, le travi sul soffitto.
Credo che questo intervento sia così illuminante e fondamentale, pur essendo anche ovvio probabilmente e per molti scontato o addirittura noioso, che dovrebbe essere proiettato a scuola e che tutti dovrebbero guardarlo almeno una volta nella vita.
Io lo metto qui sotto e vi consiglio davvero di darci un'occhiata, per una volta non ho pianto davanti alle gioie di una nascita, alle storie d'amore di un film, alle avventure di un animaletto coraggioso...per una volta mi sono commossa (e quanto!) davanti alla mia vita. Perché I am enough.
Brené Brown: Il potere della vulnerabilità.

mercoledì 27 novembre 2013

Mancanze

Sono a casa con la febbre oggi, poco male. Sotto al piumone, con pigiama, maglia, felpa e maglione con gli alamari mi godo i primi timidi effetti del paracetamolo. Il mal di testa persiste ma quel senso di oppressione su zigomi, fronte, occhi e nuca sembra attutirsi pian piano.
Ieri sera sono andata a cena fuori, solo donne, nella nuova zupperia accanto a casa. Per mesi ho visto quel locale riempirsi di operai, mattoni, conche di materiali, mobili e ho temuto si trattasse di un pub serale, pronto a tuffarsi nella movida genovese e a tenermi sveglia, soprattutto d'estate. Invece qui attorno non fanno che aprire posti da albero: una zupperia, un panificio per celiaci, il "mio" ristorante dell'estate, quello in cui lavorai per comprarmi il frigorifero, nella sua versione invernale, una mini cartoleria "tuttoauneuro" o anche meno, dove sono esposti, nel vicolo, anche gli animali di plastica. Dinosauri, granchi, serpenti, zebre, galline, topi, elefanti, di gomma dura, colorata, un po' brutta anche, ma che fa tanto anni '80, banchi di scuola, spiaggia, odore di plastica.
Ogni giorni che passa, in questa piccola casa verde e bianca, sto sempre meglio. Fa per me, lo sento. Anche se a volte la guardo in maniera lontana e distaccata, anche se spesso mi sento ospite tra i miei stessi muri, credo che la pace, il silenzio e la protezione che ho trovato qui fossero proprio quelli che mi mancavano. Basta spulciare in un robivecchi e portarsi a casa una seggiola verde bosco o trovare dei piccoli funghi rossi da piantare nel vasetto chiuso in serra, per sentirsi amati, per sentirsi a casa.
Ieri pomeriggio ho parlato tanto di mancanze, di controllo dell'assenza, di quanto questo mio nuovo rapporto con il cibo sia bello, importante e pericoloso al tempo stesso, o di quanto, per lo meno, io lo viva così. Mangio cose che mi fanno bene, mi concedo rarissimamente degli sgarri, delle "coccole" alimentari, sottoforma principalmente di lieviti e latticini. Non bevo quasi più nulla di alcolico, ho reintrodotto il glutine per capire se davvero la celiachia sarà una nuova compagna di giochi oppure no, ma per il resto persevero nella mia rigida dieta senza regali, tanto da portare a casa degli esami del sangue in cui colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi sono in certi casi addirittura sotto norma. Io, come sempre propensa alle dipendenze, ho le orecchie a punta in questo momento, tese a captare qualcosa che magari non c'è ma che è meglio vedere subito in caso ci fosse. Controllo quello che mangio, la quantità di coccole che ricevo, che mi concedo. In un momento in cui non ho proprio nulla di cui lamentarmi, in cui tutti i campi della mia vita mi offrono qualcosa di buono, di fortemente voluto, di tanto cercato, io mi tolgo del piacere dove posso. E mi piace, mi fa sentire forte, perché ho acquistato energia, perché ho perso i chili accumulati, perché non ho più mal di stomaco, perché la mia pelle è luminosa e perché ho di nuovo il controllo della situazione. Ho provato diverse mancanze, di persone che sono morte, di persone che sono passate nella mia vita e se ne sono andate facendomi soffrire, di soldi, di amici, di salute, di stimoli e soddisfazioni, ma non avevo mai provato mancanze alimentari, non avevo mai dovuto rinunciare a nulla. Anche in questo caso mi sono adattata con una velocità imbarazzante di fronte a questa assenza, ho tolto tutto quello che mi hanno detto di togliere esattamente nello stesso modo in cui dieci anni fa ho indossato la prima calza elastica e ingoiato la prima pastiglia per la coagulazione: non ho più smesso. Non ci sono ancora abbastanza elementi per capire quale meccanismo metto in pratica ogni volta, dove arrivi una semplice propensione caratteriale all'obbedienza e dove cominci uno spirito di sacrificio poco sano e legato al concetto di punizione. Tutto questo non l'ho capito per adesso, mi pare già una buona cosa ragionarci su e non prendere automaticamente per giusto ogni mio comportamento. Poi si vedrà.

P.S. Ho scattato questa foto domenica, durante una bella pessaggiata d'inverno con un'amica. Era l'ora del tramonto, c'era un cielo bellissimo. Ieri sera ho terminato il libro di Mauro Corona che mi ha regalato Andrea (Confessioni Ultime), tra le mille frasi che ho sottolineato c'è questa, che mi fa pensare alla foto lassù:
"La betulla piega il ramo fino a terra e scarica la neve altrimenti il peso glielo spezza. Cedendo vince."

lunedì 7 ottobre 2013

Nel mare ci sono i coccodrilli

La lingua, Enaiat. Mentre parli e racconti penso che non stai usando la lingua che hai imparato da tua madre. Al serale, adesso, stai studiando la storia, le scienze, la matematica, la geografia, e stai studiando quelle materie in una lingua che non è quella che hai imparato da tua madre. I nomi dei cibi non sono nella lingua che hai imparato da tua madre. Scherzi con gli amici in una lingua che non hai imparato da tua madre. Diventerai uomo in una lingua che non hai imparato da tua madre. Hai acquistato la tua prima macchina in una lingua che non hai imparato da tua madre. Quando sei stanco, ti riposi in una lingua che non hai imparato da tua madre. Quando ridi, ridi in una lingua che non hai imparato da tua madre. Quando sogni, non lo so in che lingua sogni. Ma so, Enaiat, che amerai in una lingua che non hai imparato da tua madre.
Alla fine di una giornata iniziata in salita e continuata sonnecchiando e torcendomi dal mal di stomaco, terminare questo libro è stato un dono. A pochi giorni dalla disgrazia (l'ennesima) dei morti in mare a Lampedusa, invece delle mille parole incontrate ovunque, stupide, retoriche, offensive, cattive, convenienti, sensate, immonde o dignitose, bastava leggere "Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari".
E bastava anche stamane in sala d'attesa, oggi pomeriggio sulla bilancia, stasera davanti alla cena.
Tutti i bambini dovrebbero sapere, tutti i figli dovrebbero conoscere, storie come questa. Filippo che gioca in piazzetta con Ginevra e gli altri, le "bebè a bordo" appiccicate sulla macchina rossa che ho visto al tramonto, la bimba bionda che tiene la mano del nonno elegante per andare all'asilo.
Dovremmo leggerlo, tutti, io probabilmente più degli altri. Quando mi sento scomoda sul 44, visto che non ho mai dovuto viaggiare nel doppiofondo di un camion alto 50 cm, con decine di persone, senza cibo né acqua per giorni. Quando mi dà noia la palla dei vicini mentre mi rilasso in spiaggia, dato che non ho mai navigato nella notte su un gommone bucato senza sapere dove sono. Quando nel parco ci sono troppe zanzare, dal momento che che non ho mai dormito su una panchina, tra cani randagi e pedofili. Quando fatico a lasciarmi amare da chi mi conosce e vede il mio valore, visto che non sono mai finita in una famiglia straniera, diversa in cultura, abitudini e lingua, che a un mio gesto sbagliato, a una mia parola incompresa, a un mio sguardo difficile, avrebbe potuto decidere di rimandarmi sotto al camion, sul gommone o nel parco di notte.

sabato 5 ottobre 2013

Imparare a leggere

Agata dorme nella stanza accanto e io ho un mal di testa fotonico che mi ha costretto ad accantonare in un attimo l'idea di fare due passi in mezzo alla forte Tramontana autunnale di stamattina.
Mentre aspetto lo squillo di mamma per mettere a cuocere le patate al rosmarino rifletto un po' (tanto per cambiare) sulle strategie di sopravvivenza che sto attuando in questo periodo, per lo meno su quelle che sembrano funzionare.
Ho imparato a leggere, o meglio, sto imparando a guardare le cose che capitano a me e agli altri, per quello che sono. Tutto ha un significato preciso, ma contemporaneamente ne ha mille diversi. Certi comportamenti, certe battute, certi sguardi, certe decisioni, sono figli di avvenimenti, dinamiche, abitudini, paure, atteggiamenti. Ciò che fa malissimo a me perché va a toccare nervi scoperti e sensibili magari è a sua volta generato da un dolore altrettanto grande che si esprime vomitando una cattiveria, anche piccola, che alleggerisca il carico.
Il mio proverbiale senso di colpa verso tutto e tutti, pesante e persino noioso, si sveglia in un attimo ma quando lo riesco a leggere per quello che è posso zittirlo, dargli una caramella, e continuare a vivere in pace.
Cosa sarà mai una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire? Con tutta probabilità sarà una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire.
E un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni? Immagino sarà un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni. Uh, e quella visita guidata in una domenica di novembre su cose che conosco stra bene perché le studio da sette anni e che basta rileggerle una volta per ricordarle ancora meglio? Qualcosa mi dice che si tratterà di preparare un giro tranquillo, non troppo complicato, senza fare torti e pestare i piedi, godendomi posti, domande e curiosità.
Inutile provare a leggere il laboratorio del Festival, bambini-mani alzate-occhi grandi-sorrisi...quando mai, quando dico io, è andata male?
E così anche nelle riunioni di lavoro, dove dai, ammettiamolo, c'è chi si sbatte quanto me se non addirittura meno.
Il libro degli amici, lungo e pieno di sottocapitoli, è magari più complicato perché è come un libro-game, scegli una strada ed entri in un mondo ancora più difficile di quello da cui sei partita. Ma cosa c'è da perdere? Gli amici li perdi comunque se vogliono andarsene.
Chi mi raccomanda di relativizzare ha (come sempre o quasi) ragione: leggere la mia vita come un libro, per quanto possa sembrare un comportamento asettico e distaccato, è in questo momento il modo migliore per vedere le cose come sono e capire dove le mie energie, la mia comprensione, il mio amore meritano di essere indirizzati. Va da sè che è pure più semplice guardare con chiarezza "contro" chi o cosa lanciare anatemi o, più "maturamente", dire la mia con convinzione.
Il libro dell'amore invece è tutta un'altra storia, lì si legge, si rilegge, si sottolinea, si guardano le figure, si fanno orecchie alle pagine, si piazzano segnalibri, si piange quando ci si ritrova fin troppo nelle parole che si leggono e si sogna.

P.S.
La foto, che sembra non c'entrare nulla con i contenuti del post, in realtà per me ha un senso: scattata una sera in piazza S. Brigida, durante una proiezione di cinema di montagna, in piena ricerca.
Oggi, alla fine, un giretto nel vento penso lo farò, con questo pezzo nelle orecchie (ah...ho imparato a inserire i link, tanti applausi a me):
Colonna sonora




lunedì 16 settembre 2013

Abitudini

Tutti noi abbiamo delle abitudini, piccoli riti, vere e proprie manie, atteggiamenti ricorrenti che ci portiamo dietro magari da anni, a volte da sempre.
L'uomo è abitudinario per natura, basti pensare al bar dove si fa colazione alla mattina, al parrucchiere che, una volta scelto, difficilmente si cambia, al posto a sedere che a lezione resta sempre quello, a costo di fulminare con lo sguardo il primo malcapitato che ha occupato inavvertitamente la "nostra", solita, seggiola.
Le abitudini servono, ci fanno sentire sicuri, ci proteggono perché possiamo esercitare il controllo su qualcosa e, anche se fosse solo il sedile dell'autobus su cui fare il viaggio la mattina per andare al lavoro, vale la pena di lottare per mantenerle.
Le abitudini ci coccolano, fanno parte di noi, come i gusti musicali, come il piatto preferito, come i ricordi d'infanzia, come i profumi di una vita. Anzi, spesso le abitudini sono proprio tutto questo, posizionato in un momento preciso del giorno, nella speranza che quello che accade fuori dalla nostra volontà possa essere contenuto da tanti piccoli punti saldi.
Io non credo di avere molte abitudini, ma le poche che ho sono sacre e, soprattutto, sono talmente istintive che quasi non mi accorgo di portarmele appresso.
Da piccola non ho usato il ciuccio ma ho fatto la punta al mio dito indice per un sacco di tempo, tenendo occupate entrambe le mani mentre bevevo il latte dal biberon. Crescendo ho imparato a usare una mano sola per sfregarmi le dita fino ad annientare le impronte digitali e l'abitudine di dormire con Salamino, il mio cane di pezza rosa (ormai una sorta di siluro marcio), non l'ho mai perduta.
In questi giorni più che mai mi rifugio nella ripetitività dei gesti, tanto da rischiare di confondere un pomeriggio con quello prima, tanto da arrivare a sera e non sapere cosa è accaduto nelle ore appena passate. In questi momenti difficili per le persone che ho vicino, quando la mia empatia patologica fatta di somatizzazioni e crolli improvvisi nel passato diventa pericolosa e inutile per chi ha bisogno, la tisana della sera è preziosa.
Così come "la ditata" sul pulsante della radio appena entrata in casa, come il rumore della chiave poggiata sul piatto egizio dei nonni un attimo prima di andare a letto, come la pagina di libro letta sotto le lenzuola, come la goccia di crema idratante davanti allo specchio ogni mattina, come il caffè nel "mio" baretto bianco, come la bottiglia d'acqua fresca appena entrata in dipartimento.
A volte invidio chi sa partire all'avventura, chi fugge la routine, chi spera in un grande cambiamento, chi scappa appena può. A me però piace restare, scegliere ogni volta che devo viaggiare la borsa impermeabile grigia, quella leggera e piena di tasche. Mi piace ascoltare "Welcome Home" di Radical Face quando sento di essere tornata al mio posto, mi piace preparare i datteri ripieni a Natale, pulire tutta la casa quando sono in preda all'ansia e fare da sola il primo bagno in mare della stagione.
Mi piace sfilare gli anelli solo in un'occasione, cercare rifugio nella mia serie TV una volta a settimana, fare colazione da Feltrinelli la domenica mattina, comprare ogni mese una rivista di design d'interni, leggere solo libri gialli d'estate e romanzi di Murakami in primavera, indossare sempre le stesse scarpe ai funerali.
Questa sera ho quasi finito, devo semplicemente lasciar cadere le chiavi sul piatto, leggere una pagina di libro e abbracciare Salamino.

domenica 23 giugno 2013

The Moon is down

Come si può stare ancora male dopo aver camminato nel fango, toccato una corteccia, attraversato un rivolo d'acqua, osservato dubbiosa un pino, guardato il mare d'argento sotto le nuvole, incontrato decine di grandi fiori gialli come tappeto, respirato l'erba, ascoltato racconti di sentieri e scostato ragnatele tentando rispetto verso tanta fatica?
Come si può?
Non lo so, ma si può.
Le cose vanno meglio, mi risistema sempre il contatto con il bosco, questo ormai lo sanno tutti. Ma ancora a posto non si è.
Mal di stomaco, amiche che pensano a cose grandi, ferri da calza con cui cimentarsi in regali per amici che a cose grandi hanno già pensato, il giardino incantato con il vento freddo e il cielo basso e scuro.
Per fortuna la voglia di scrivere è tornata prepotente, quello sì, tre post in tre giorni; solo che non si può dire cosa sia una pizza integrale dopo una collina di alberi e nemmeno si possono spiegare le notizie di un'amica-sorella a mollo in una vasca di acqua tiepida piena di bolle.
Quindi ascoltare musica nella vecchia stanza di papà, "The Moon is down", proprio quando dovrebbe esserci una luna gigante pronta a splendere sul mio mare come ieri sera, mi aiuta a non sbagliare i punti di lana verde, a non voler trovare sempre, comunque, subito una soluzione per tutto e per tutti, dove la cosa più importante sembra essere ancora una volta non fare del male agli altri.
Domani sarà un giorno di festa, alla radio hanno detto che soffierà tramontana sulla Liguria e io spero di riuscire a trovare una spiaggia tranquilla dove finire il mio libro sugli alberi e staccare il cuore, perché il cervello è già fin troppo spento.
Forse l'osteopata aveva ragione, forse a 48 ore dall'ultima seduta le cose migliorano un po', forse domani mi ritrovo.
Stasera la cena con mamma, di quelle calde, col riso in minestra, con la calma che ho perso, di quelle che magari mi avvicinano alla Elena che si commuove quando pensa al dolore che sente e la smette di guardare le travi immobile. Uno zaino pieno di torta pasqualina, un sacco di terra per le piante dell'Albero, una borsa con le scarpe da trekking e una con il costume azzurro.
Forse le lacrime che cominciano a scorrere tiepide sulle guance si uniranno alle coccole delle Terme, fastidiose come non avrei mai pensato quasi fino all'ora di andare, che però mi hanno ammorbidito i capelli tagliati corti da poco e il collo sempre teso come se aspettasse qualcosa di improvviso. Forse.
Faccio spazio alla gatta, mi sfrego gli occhi e vado a prepararmi un aperitivo leggero.

...So all that I ask
Is you come say hi when you're around
It ain't much
But it's good enough for me...

(Radical Face, The Moon is down)





venerdì 3 maggio 2013

Sul ponte sventola bandiera bianca

Sul ponte sventola bandiera bianca, la mia.
Una giornata iniziata alle 5.30, doccia, moduli, attesa, tubo. Ennesima risonanza magnetica dell'ultimo anno.
Per fortuna, in questo caso, qualunque cosa sia, la preoccupazione è minore dell'ultima volta che mi hanno infilata nel tunnel e bombardata di rumori per un po'.
Per capire cosa è successo occorre fare un passo indietro e tornare a qualche giorno fa, mentre un passo lo facevo in avanti...e crack.
Parrebbe menisco rotto. Il sinistro ovviamente.
Come sia capitato non lo so, nessuna torsione, nessun trauma, nessun salto o brusco movimento...solo un passo avanti. E qui le metafore si sprecano.
Non ci sono certezze, il medico che mi ha vista propende per una rottura, magari piccola (o così spero io), soprattutto dal momento che continuo a sostenere di non aver dolore né eccessivo gonfiore. Il problema è che il ginocchio non mi regge, scricchiola, si blocca, e dentro nasconde improvvisamente un bilia pronta a rotolare contro le pareti a ogni falcata. Quindi si aspetta come al solito l'esito di un esame e poi si vedrà...io punto, nel caso, a operarmi dopo l'estate; per ora nella mia testa resta salda la speranza che sia solo un acciacco passeggero.
Dopo il tubo colazione, bus, ufficio e telefonata a mamma, che sta bene, l'operazione sembra riuscita e pian piano migliorerà. Messa giù la cornetta, ritirati i campioni, aperto il report del giorno da correggere e modificare, altra telefonata: sempre mamma. Questa volta non sono buone notizie, una persona a cui tengo tanto, che poco meno di tre anni fa ha celebrato l'importanza della mia indipendenza con dei doni meravigliosi, sta male, ma male male, quel male che a volte non si può tornare indietro. Io, a questo punto, mi sono lasciata piangere e lo so che non si dice così ma è quello che ho fatto: mi sono data il permesso di sentire tutto il dolore del mondo per quel seme trasportato dal vento che ora sta lottando per rimanere qui, nel punto preciso della Terra dove è caduto. Così mi scrisse lui.
E allora io che non credo prego, prego che ce la faccia, prego che la sua genialità abbia ancora tanto spazio per esprimersi, che la lettera così bella appesa in salotto resti di qualcuno a cui posso ancora fare un cenno col capo mentre passo accanto alla cattedrale o invitare a casa per un saluto come pochi mesi fa.
Spero che possa leggere un giorno queste mie parole di ringraziamento e di incoraggiamento, forti come quelle che mi dedicò quando avevo più bisogno di credere nelle mie possibilità.
Lascio la palla ad uno degli autori che qui cito più spesso, non perché sia il mio preferito, ma per il profondo significato che le sue scritture hanno avuto per me negli ultimi anni, perché la prossima settimana lo vedrò qui nella mia città e perché cielo e radici sono i soggetti che mi fanno pensare di più a questo amico in difficoltà:
"...Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo..." (Erri De Luca), una frase che sembra mia più di molte altre, nella speranza di rivederti presto e di fare due chiacchiere.
Ti saluto come fai tu:
empaticamente
Elena




venerdì 8 marzo 2013

Io (non) l'8 ogni giorno

Il titolo è una frase che oggi trovo ovunque, slogan dell'8 marzo di quest'anno.
Su facebook tante amiche l'hanno condivisa, io non me la sono sentita, non credo di lottare granché. Sono fortunata. Oltre che fortunata, però, sono sempre piuttosto a disagio quando si parla di festa della donna, parità e uguaglianza tra i generi.
Certo, avere gli stessi diritti, non essere considerate inferiori all'uomo, viaggiare attraverso la vita con le medesime opportunità: questi sono concetti sacrosanti.
Per il resto noi siamo diverse dagli uomini, vivaddio! Ma siamo diverse anche tra noi. La lotta vera, secondo me, dovrebbe riguardare la parità di diritti tra le persone, non (solo) tra i generi. Una donna che vive in ristrettezze economiche o in contesti culturali diversi da me non avrà le mie stesse opportunità di affermazione sociale, scolastica, per non parlare dell'aspetto lavorativo. Queste mi sembrano le grosse difficoltà del nostro tempo, i grandi limiti di oggi. Quante donne se vogliono fare figli si scontrano con l'impossibiltà di carriera, si trovano di fronte altre donne che hanno rinunciato alla maternità (o non l'hanno mai desiderata, perché no) e che sono pronte a calpestarle o isolarle.
Forse queste mie riflessioni possono sembrare scontate o retoriche, ma io, i soprusi più grandi, quelli che hanno tentato di soffocare i miei pensieri, che hanno colpevolizzato il mio modo di essere, che mi hanno fatta sentire in minoranza, li ho subiti prevalentemente dalle donne. E dire che di conti in sospeso con gli uomini ne ho abbastanza...
Però, nonostante abbia sempre cercato di soddisfare le richieste dei maschi della mia vita, anche quando mi parevano esagerate, orribili o ingiuste, non ho mai pensato di essere io quella in errore, ho piuttosto sempre ritenuto corretta (sbagliando ovviamente) l'accondiscendenza. Con le donne, forse perché dalle compagne di lotta mi aspettavo maggiore vicinanza, le delusioni sono invece sempre state più cocenti, così come le rabbie e le profonde sconfitte. Critiche, giudizi, consigli non richiesti, voltafaccia, sentenze, cattiverie, ripicche, soprusi, mancanze di rispetto e, soprattutto, incomprensione. I social network e il web (unica forma di comunicazione "tecnologica" che ormai possiedo, insieme alla radio, non vedendo la TV) sono pieni di ragazze che rivendicano l'emancipazione totale, la libertà di espressione, la forza della femmina, per poi vestirsi da prostitute d'alto bordo nel tentativo di aizzare gli uomini e sminuire le amiche magari meno belle, meno ricche o semplicemente meno spavalde. Queste cose mi spaventano, mi pare che le battaglie di mia mamma e delle sue coetanee siano finite nel peggiore dei modi, in semplici chiacchiere sulla donna che ormai sa usare il trapano come l'uomo o il maschio che ha imparato a cucinare. In casa però ci si ammazza ancora di botte e le vicine di pianerottolo, pronte a scrivere di dignità su twitter, "non hanno sentito nulla".
Ieri al Circolo si è parlato di differenza di generi e, a parte qualche riflessione che ho sentito troppo antica o come diceva Ceci troppo distante da noi (come si fa a rivendicare il diritto al congedo di paternità in un momento storico in cui i padri il lavoro lo perdono, ce l'hanno precario o non lo posseggono affatto?), alcuni concetti mi sono piaciuti.
Quello di "conflitto" per esempio, che non è litigio o violenza ma confronto e ricerca di armonia. Armonia intesa non come complementarietà, anzi, ma come cammino verso un equilibrio. Una parola bellissima equilibrio.
Un altro termine che ho sentito subito fare effetto sui miei pensieri è stato "alleanza" e stamane, cercando in rete, ho trovato questa intervista ad Erri che ne parla subito, a proposito del suo rapporto con le donne:
http://errideluca.free.fr/Intervista%20isabella.htm
Bellissimo, a mio parere, il passaggio in cui dice "...due estranei più o meno coetanei che non vengono dalla stessa famiglia, che non si conoscono e che si scelgono, stabiliscono alleanza e futuro".
Con questo mio post non voglio, intendiamoci, sparare a zero sull'universo femminile (del quale per altro sono fiera di fare parte), solo mi pare alquanto riduttivo inscatolare tutte le difficoltà che le donne affrontano ogni giorno in un problema di differenze tra maschio e femmina.
Sempre ieri sera si parlava, con una punta di disapprovazione, della risposta che le più giovani danno (ancora) oggi alla domanda "cosa cerchi in un uomo?". Di solito è "protezione". So bene che la donna dovrebbe proteggersi da sola, accettarsi, vivere la propria vita nel rispetto di se stessa e delle sue esigenze, ma perché, in tutto questo, non può desiderare due antiche braccia forti pronte ad aiutarla nelle prove in cui si sente perduta? Mica è reato dire "non ce la faccio, aiutami tu". Io credo che le difficoltà più grosse, per me, nel vivere le cose di ogni giorno, siano state causate proprio dal non saper chiedere aiuto, dal non saper dire ho bisogno di te, di qualcosa di più, di una mano sicura. Con la convinzione di dover diventare l'emancipata ragazza "che non deve chiedere mai" ho passato anni a cercare la protezione che non ho avuto dai maschi di casa, senza però domandarla mai. Una fatica e una frustrazione continue quando sarebbe stato più semplice dire "mi aiuti?"...che non significa "sono donna, quindi inferiore, non è che puoi coccolarmi e proteggermi tu uomo virile?", significa semplicemente accettare in prima persona i propri bisogni, prendersene cura e non chiuderli in un cassetto.
L'8 marzo quindi, penso dovrebbe rimanere la festa della donna in quanto essere umano che ha il diritto di scegliere, perché è questa la vera lotta: il diritto ad una vita dignitosa che in molti paesi è ben lontana, il diritto a scegliere un lavoro che ti permetta di desiderare un figlio e costruire una famiglia continuando a lavorare, il diritto allo studio, il diritto a vivere la propria religione liberamente, il diritto ad avere una sessualità spontanea (né forzata né repressa), il diritto a coltivare passioni e momenti privati senza dover giustificare il proprio comportamento, il diritto a scegliere, appunto, a scegliere se stesse come persone e non come donne.
http://www.youtube.com/watch?v=5-_BIpb-dDc (qui un lungo e bel filmato, un progetto in cui i bimbi, come spesso accade, ci insegnano molto)



martedì 26 febbraio 2013

Il mio lato sinistro

"Alle 15.30 arriva la luce sull'albero, la puntura sta facendo effetto, riesco a stare abbastanza sveglia da poter leggere e lavorare, ho la lana per lo yarn bombing proprio accanto a me, la carta per fasciare dei regali, i canestrelli di Sambuco e, se mi impegno fortissimo, forse posso anche non pensare continuamente a questo paese così spaventoso..."
Il mio ultimo status su facebook recita così.
Nel frattempo è passata qualche ora, ho mangiato i canestrelli, incartato i regali e la puntura mi dà un po' di tranquillità.
Che succede?
Niente, mal di schiena/gamba, una specie di sciatica, non lo so precisamente perché nessun medico mi ha visitata, solo prescrizioni telefoniche. Voltaren e muscoril, solita combo mortale per lo stomaco ma efficace per le infiammazioni (quasi sempre): dopo due iniezioni posso cenare in cucina, andare al bagno da sola e aprire la porta.
Non credo sia nulla di grave, probabilmente una brutta postura reiterata per anni, mista a stress, freddo e similari...spero che si risolva presto senza troppi strascichi, in particolare spero che non mi faccia rallentare al lavoro.
Ci sarebbe da chiedersi perché io sia di nuovo bloccata, una volta l'anno la mia spina dorsale mi inchioda, ma un post sul "dove non voglio andare" l'ho già scritto e quindi non è cosa. Di sicuro il fatto che il lato sia il sinistro, quello irrazionale, quello della trombosi, della slogatura, dell'occhio pigro, del calcolo renale e del collo stecchito, non penso sia solo una coincidenza: deve esserci una ragione che mi aggredisce sempre lì. Una ragione...o La Ragione?
Non credo granché nella metamedicina, o meglio la seguo ma non la prendo mai per oro colato; alla fine, però, nemmeno la medicina tradizionale mi chiarisce completamente le idee e il fatto che tutti, medici, psicoterapeuti, amici, parenti, insegnanti di yoga, mi dicano che la mia testa sempre in affanno e i miei pensieri voraci sono la (con)causa di tutti i miei mali, mi preoccupa non poco.
Mi basta una mail di lavoro dai toni un po' più seri per risvegliare il mal di stomaco, una serata di domande sul futuro mi intorpidisce il collo, un momento di agitazione più lungo del previsto mi condanna al mal di pancia.
Per fortuna che, da quando abito qui da sola, mi permetto meno di terrorizzarmi, mamma viene a trovarmi e mi aiuta nelle cose che non riesco a fare ma poi torna a casa sua e io, se non altro per istinto di sopravvivenza, cerco di darmi tregua. Ieri ci sono state le elezioni, qui non parlo di religione, politica e sessualità (anche se poi, nella vita di tutti e quindi anche nella mia, nelle piccole azioni quotidiane, ogni gesto è religione, politica e sessualità), ma di sicuro, in un momento in cui il dolore mi lega al letto e in cui internet e le notizie sono disponibili in un minuto, la paura per il futuro mio e del mio paese non può che peggiorare le cose.
Ora che sono quasi le dieci, che domani forse provo a trascinarmi al museo per fare le analisi concordate, che c'è un compleanno da festeggiare come sempre da 4 anni a questa parte, che il lettone alla fine non mi stanca mai e Murakami men che meno, mi metterò a leggere e cercherò di rilassarmi.
Buonanotte.

P.S. Nella foto un grosso Ginkgo Biloba, sogno di tatuarmi una sua foglia da tempo. E' un albero particolare, un fossile vivente, le sue foglie a ventaglio in autunno diventano d'oro e sono bellissime. Non appartiene né alle latifoglie né alle conifere, ha venature parallele uniche e proprietà importanti, tra cui stabilizzare la circolazione sanguigna.

venerdì 11 gennaio 2013

Una tigre a testa in giù

Qualche giorno fa, uscendo di casa, ho visto una tigre a testa in giù.
Era il peluche di qualche piccolo vicino di fronte, appeso con una grossa molletta di legno fuori dalla finestra. Immagino fosse stato lavato e se ne stesse lì ad asciugare. Chissà cosa gli era successo, magari era caduto nella minestra, oppure l'aveva leccato il cane, o forse qualcuno ci aveva fatto la pipì sopra.
Quella tigre, animale forte e coraggioso, appesa a testa in giù, mi ha colpita perché mi ha ricordato me in questi giorni. Una settimana in cui ho tirato fuori tutta la forza che avevo per restare in piedi e l'unico risultato che ho ottenuto è stato non crollare ma rimanere capovolta. Non sono riuscita a reagire alla paura come speravo, mi sono chiusa e arrabbiata tanto, mi sono sentita come un animale feroce dentro ad una gabbia stretta. Come la tigre della Vita di Pi, da poco visto al cinema con lo Sminatore, che dondolava sulla barca in mezzo al nulla senza poter fare niente per fuggire. I giorni appena passati, tra attese e spaventi, mi hanno portato davanti ad un grande obiettivo, un traguardo che inseguivo da un anno e che determinerà il mio futuro: ho vinto una borsa di studio che mi permetterà di vivere tranquillamente per 24 mesi, senza pesare su nessuno, senza sentirmi fuori posto, facendo quello per cui ho studiato e lasciandomi del tempo sano per me.
Mi accorgo che mentre scrivo queste parole è come se te le sussurrassi a bassa voce, per questo domani verrò a trovarti e te lo dirò di persona. Mi metterò le scarpe giuste e attraverserò il sentiero nel bosco, fino ad arrivare da te, poi tornerò a casa costeggiando il mare. Ilmareingiardino.
Scrivo ascoltando Tempo di attesa di Ginevra Di Marco, con le sue frasi così appropriate per questo mio momento:

"...Liberami, proteggimi
Strada deserta ancora da tracciare
Liberami, proteggimi
Orizzonte costante da disabitare

Parlami una sola parola
Che è tempo di attesa
Tempo di cielo, di terra e di mare
Tempo da dove tutto può arrivare"


Questa mattina mi sono alzata presto, dopo aver finalmente dormito un sonno giusto, senza incubi, risvegli e occhi spalancati. Sono andata in palestra, ho allungato tutti i muscoli che potevo e, una volta a casa, ho disfatto gli addobbi natalizi e finito i mille lavori lasciati a metà.
Ora mi rilasso, ascolto la musica e mi preparo a prendere il treno, mi aspettano i festeggiamenti per il futuro che inizia e le coccole della gatta.
Sono felice e te lo vorrei proprio dire.
A domani

sabato 22 dicembre 2012

Fronte

Io ho la fronte alta e non mi piace.
Ho sempre cercato, da quando ho lasciato crescere i capelli, di nasconderla con un po' di ciuffo, per un certo periodo ho anche portato la frangetta, ma non c'è verso, esce sempre allo scoperto, prepotente.
La mia fronte è piena di rughe, linee lunghe, profonde e fitte che la attraversano in orizzontale, soprattutto se mi stupisco e inarco le sopracciglia più del solito.
Io non le sopporto, in particolare ora che stanno spuntando i primi (tanti!) capelli bianchi, mi sembra una congiura per ricordarmi che ho superato i trenta e che il tempo scorre più velocemente di quanto sembri.
In realtà, di solito, le altre persone non mi guardano la fronte come se fosse brutta quanto pare a me, al limite mi chiedono informazioni sul neo tondo che sta sulla destra, mi domandano da quanto lo abbia, il perché non lo tolga, se per caso sia il pulsante dell'autodistruzione (ah ah), eccetera eccetera.
Le prime coccole della mamma che io ricordi erano proprio lì, leggeri passaggi del suo indice dal centro della fronte alla punta del naso. Anche più tardi, i gesti di maggiore tenerezza che ho ricevuto riguardavano sempre questa parte del corpo, una carezza, un bacio, un tocco del dito dove inizia il naso.
In particolare, anni fa, ricordo i numerosi tentativi per cercare di spianare il mio proverbiale "corrucciamento", che non so se sia mai sparito o diminuito, ma che sicuramente mi contraddistingue da quando sono piccola.
Serate di chiacchiere e di punta delle dita che indugiavano proprio lì, tra gli occhi, dove concentravo inesorabilmente i miei cattivi pensieri.
Ultimamente mi è di nuovo capitato di pensare alla mia fronte e, questa volta, mi sono concentrata sulla parola e sul suo significato. Fronte come parte del corpo e come fronte di guerra. La finestra di fronte, frontale, frontiera, fronte/retro, frontespizio, fronteggiare, a fronte, al fronte...ma la mia preferita è affrontare.
Forse che le rughe che passano sotto il mio ciuffo non siano altro che percorsi? Passaggi affrontati? Problemi, dolori, difficoltà, fronti di guerra? Ma anche espressioni buffe ripetute tante volte per fare ridere le mie persone, per giocare con i bambini, per guardare storto la gatta che mi morde il gomito mentre scrivo, per ridere di gusto con gli amici, stupirmi delle cose della vita, mettermi il mascara, provare piacere.
Sulla fronte calco i cappelli che in inverno non tolgo mai, espongo questa parte al sole d'estate ed è la prima a diventare rossa, la metto in mostra con la coda alta mentre corro, faccio pilates e altre cose che non si scrivono qui, spunta fuori inevitabilmente se mi vesto elegante e raccolgo i capelli in un muccio, si lascia massaggiare dalle mie dita quando ho male alla testa, si appoggia alle braccia conserte sul tavolo nelle pause di lavoro.
Una personale linea di battaglia, un cortile assolato in cui far correre le emozioni, uno spazio ampio, anche troppo, dove liberare e liberarmi dai pensieri.





lunedì 19 novembre 2012

Accoglienza

Post breve, troppi impegni e scadenze da rispettare, poco tempo e nessuna connessione internet a casa.
Cosa significa la parola Accoglienza?
Da uno dei tanti dizionari on line: Azione e modo dell'accogliere, del ricevere qualcuno.
Questo è quello che vorrei per la mia casa. Che fosse un luogo dove tutti si sentano accolti, dove gli spazi siano condivisi ma anche privati, dove chi desidera tranquillità possa trovare un divano comodo e un dondolo che lo culli, dove chi ha fame possa sedersi in cucina e guardarsi attorno, tra colori, piante e tazze che fumano.
Vorrei che la mia camera da letto fosse mia, l'indispensabile tana per curare i miei momenti difficili, quando scostare il piumone sembra impossibile.
Vorrei stare sola. Con me.
Per le stesse ragioni che mi hanno spinto a fare il trasloco da sola, svuotare le scatole da sola, scegliere i colori, i mobili, i piatti e le stoffe da sola.
Perché pochi anni fa, quando uscire dal pantano pareva un'impresa disperata, non avrei mai creduto di farcela. Perché grazie a mia mamma, alla sua generosità, ma anche grazie al mio coraggio e alla voglia di provare a misurarmi con me e con la mia incapacità a tenere in piedi relazioni durature o convenzionali, ho deciso di andare via e di farlo da sola. Gondendo dei privilegi dell'indipendenza certo, ma anche ritrovandomi davanti allo specchio con la voglia di parlare a qualcuno che ascolti cosa sento, infilando le chiavi nella toppa con la consapevolezza che la casa sarà fredda come l'ho lasciata alla mattina quando sono uscita e che la cena sarà ancora da preparare. In compenso però avrò più tempo per me, che significherà dare spazio ai miei bisogni e trovare carburante per i miei affetti.
Iniziando da un pezzo di legno chiaro e profumato posato sul comodino...

P.S. Nella foto un'immagine all'ESEM, un brandello dell'esame di dottorato preparato durante il Festival e sostenuto pochi giorni fa, con grande soddisfazione.


lunedì 29 ottobre 2012

Volersi bene

Oggi è stata una bella giornata. Oggi sono tornata a casa.
Ci sono poche cose che mi rimettono insieme come un bosco in autunno. Se poi le foglie a terra, metà arancio e metà verdi, metà accartocciate e metà dritte come lance, sono quelle di castagno, sono in pace. Quando ero piccola con le foglie di castagno costruivo il copricapo indiano, infilavo un gambo in una punta fino a creare il cerchio per la fronte e con la foglia più bella, quella più grande e regolare, facevo la penna.
Oggi nel bosco non ho raccolto foglie, ma ne ho viste tantissime. Ho annusato l'odore della terra umida, ho raccolto funghi con gli occhi, funghi viola, funghi piccoli, funghi enormi, funghi soli, funghi in gruppo, funghi brutti, funghi strani e funghi pericolosi. Ho visto capre dalle corna grosse, due maiali fidanzati e dei tacchini in lontananza. Mi sono lasciata seguire da un cane più diffidente di me, ho mosso il tappeto di rami e cose secche ad ogni passo. Accanto, in silenzio o quasi, lo Sminatore. Nel marrone dei tronchi passavamo noi con i nostri rossi forti, la mia giacca, il suo pile. Nel silenzio del bosco le voci, i racconti dei giorni passati, il mio bisogno di aiuto per situazioni che da sola non capisco e non riesco ad affrontare come vorrei. La sua voce mi calma, anche quando è dura.
Ero in affanno sul sentiero, avevo dormito poco l'ultima notte e le ore di turno al Festival, in un porto baltico super affollato, non aiutano a sentirsi riposati. Ma questi gruppi di ore, scanditi da visite, domande, piedi piccoli e occhi grandi, abbracci che arrivano a malapena alla cintola e disobbedienze inevitabili, risate e soddisfazioni, pensieri e spensieratezza, valgono tutta la stanchezza che sento.
Oggi però il bosco mi serviva, così come mi serviva il silenzio dello Sminatore mentre aggiustavo patetica il mazzo di fiori di plastica davanti a quello sguardo in bianco e nero e quel mezzo sorriso uguale al mio.
Mi hanno fatto bene le pause, le battute, i dispetti e il panorama. Mi hanno fatto bene il sole caldo e l'ombra fredda, il passo reso svelto dal buio in arrivo e reso immobile dal cinghiale sul sentiero. Ho avuto paura, più paura di quanto mi aspettassi, di quelle paure che poi stai zitta e ti dici che tra poco ci siamo, che tra poco arriviamo a casa. Quelle paure che le cose non le dici solo a te stessa ma le ripeti pure ad alta voce e chi ti è accanto ti risponde solo "sì sì" perché lo sente che hai paura.
Che poi, uno Sminatore, è concentrato e sensibile per lavoro no? Quindi lui le cose le sente sempre, tira fuori la bomba a costo di lavorarci una vita, scopre fili pericolosi, decide quale tagliare e quale tenere, sposta momenti nel tempo, lasciando sfogo alla sua parte emotiva quando è troppo pericoloso soffocarla.
Sento casa ad ogni passo nel bosco, un letto di foglie che riesco perfettamente a ricreare in città, basta pensarci e staccare tutto, basta mettere a fuoco i punti verdi che si incontrano e portarseli dietro, le foglie palmate incollate dalla pioggia sul lunotto posteriore di un'auto in soprelevata, gli alberi di falso pepe sotto la tana di un tempo, i fiori violentati dal sale sul pontile della barca.
Nel mio bosco, con un passo accanto che faccia risuonare il mio, niente mi fa pensare che non valga la pena lottare, cercarsi, rispettarsi, perdonarsi e volersi bene.