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sabato 25 settembre 2021

Oggi è stata proprio una bella giornata




Ci sono cose che non sono capace di raccontare pubblicamente.

Il mio passato, per esempio.
Il rapporto con il mio corpo.
Le difficoltà quotidiane, piccole, piccolissime, che per me, spesso, diventano le più grandi.

Ciò che però faccio più fatica a raccontare, in assoluto, anche nelle decine di quaderni che da sempre riempio di parole, è la felicità.
In particolare, la felicità dell’amore.

Ecco che, dopo mesi di assenza su questi vecchi e stanchi schermi, dopo incipit scritti e dimenticati in un cassetto, dopo dubbi e ripensamenti, consigli e domande, dopo convinzioni non troppo convinte e, persino, dopo richieste esplicite, sono tornata con un post.
Ma, vi dirò di più, sono tornata con un post felice che parla di felicità e che, lo si capisce già dalla lunga premessa, non so nemmeno da che parte iniziare a scrivere.

Forse, come per ogni storia che si rispetti, è meglio cominciare dal principio.

Ci siamo conosciuti più di dieci anni fa, quando, entrambi, siamo saliti su un’auto (era forse una Panda bordeaux?) diretta a Montaretto.

-        -  Piacere, Elena

-       -  Piacere, Andrea

“Sì, ma tutti lo chiamano Sex”

-        - In realtà, mi chiamano così perché di cognome faccio Sessarego

-        - Scusa, ma abiti per caso in zona Sarzano e fai foto ai tramonti sul porto?

-        - Sì, perché? Mi sono trasferito lì da poco

-       -  Perché Facebook, da settimane, mi consiglia il tuo profilo come potenziale amicizia.  Tra l’altro, che buffo, appena torno dal Critical Wine mi trasferisco anche io in quel quartiere

Sono seguiti temporali inarrestabili, litri di vino da servire (e da bere), pile di piatti da lavare, risate, giacche rosse e prati verdi.
E questa è la prima foto che mi abbia mai scattato:



Da quei tre giorni sulle colline di Liguria sono trascorsi anni. Anni di amicizia vicina, vera, profonda, sicura.
Che rispetta i reciproci amori, che condivide le serate con gli altri amici, i turni al circolo, i concerti, i film al cinema o sul divano, i compleanni, i corsi di fotografia, le mostre da disallestire e da visitare, le feste al paesello, i pomodori piantati sul terrazzo, le partite alla wii e gli aperitivi in piazza.
Che prepara la carbonare per le cene più dure di tutte, che si preoccupa nelle giornate lontane, che abbraccia quando la distanza rischia di diventare troppa e che fugge quando la vicinanza comincia a spaventare.

Sono trascorsi anni, eppure, quell’amicizia, è la cosa più grande che ci siamo regalati, è il carburante con cui alimentiamo le nostre risate e l’organizzatrice dei nostri viaggi. È ciò su cui è nato e cresciuto l’amore, è lo scudo che ha protetto quell’amore indifeso dai colpi ciechi e improvvisi della morte.

Fino ad arrivare lì, alla mattina d’inverno in cui, seduti in cucina, abbiamo deciso di smettere di proteggerlo, l’amore, e di organizzargli, invece, una grande festa.

Ci siamo preparati per bene, ci siamo comprati il vestito buono, abbiamo cucito, dipinto, scritto e telefonato, abbiamo invitato gli amici più cari e ci siamo dispiaciuti per quelli che quest’anno assurdo ci ha impedito di avere con noi, abbiamo inciso gli anelli, scelto i fiori più bizzarri e la musica più giusta.
Abbiamo trovato, all’improvviso, il posto perfetto, abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli e ridimensionato l’importanza di tutte le incognite che ci si sono, inesorabilmente, parate davanti.

Ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia come mai prima d’ora, permettendo ai ricordi e alla malinconia delle assenze di accompagnarci, ma restando sempre un passo indietro.
Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso, abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici commuovendoci anche noi, ci siamo fatti fotografare da tutti, pure da una macchina d'altri t'empi, abbiamo alzato i calici, abbiamo guardato tre asini negli occhi e ci siamo guardati nei nostri, ci siamo cambiati i vestiti dietro la portiera aperta dell’auto e fatti un selfie sdraiati sull’erba.

Abbiamo custodito segreti, bevuto il mojito perfetto e mangiato la torta più buona di sempre, in un posto bellissimo, ballato come vent’anni fa con le stesse persone di vent’anni fa, durante una serata fresca, di un giorno d’estate e pieno di Sole. Cuore. Amore (in qualche modo, dai, dovevo pur alleggerirlo questo post, il più sdolcinato, ottimista e felice della storia del blog!).

E ora, signore e signori, che entrino in scena le foto 😊


"Ci siamo preparati per bene..."


"abbiamo cucito, dipinto..."



"abbiamo inciso gli anelli..."


"scelto i fiori più bizzarri..."


"e la musica più giusta..."


e per l'uscita


"abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli..."


"ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia..."
(Agata compresa!)


"Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso..."


"ci siamo fatti fotografare da tutti..."



"pure da una macchina d'altri tempi..."



"abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici..."



"abbiamo alzato i calici..."



"e ci siamo guardati..."



"mangiato la torta più buona di sempre..."




"ballato come vent’anni fa..."



Bonus Sole Cuore Amore:

P.S. Per il titolo si ringrazia la mia testimone, che sotto l’ombrellone, in una calda giornata di metà agosto, mi ha suggerito la frase più semplice e giusta che ci fosse.


Foto: Pierluigi Gori feat Branco Ottico
Fedi: My Golden Age Lab modello Juliet
Grafiche: Spazio 111
Bomboniere: le abbiamo fatte noi, con l'aiuto indispensabile degli amici, per poter sostenere l'associazione SeedScience
Festa: Agriturismo VerdeGioia
Musica: Marta Naive Uke

Sposa:
Abito Caterinette Abiti fatti a mano
Coroncina Les Couronnes de Victoire modello Jeanne
Scarpe Anniel modello Gladiator
Bouquet Lego botanical
Trucco Esteticamente Arenzano
Sposo:
Le cose dello sposo, diciamolo, non interessano a nessuno. Però il gilet arriva da Goteborg e quando lo comprammo, tre anni fa, decidemmo che, se mai ci fossimo sposati...



martedì 6 giugno 2017

Amore e mirto


Ok, sono tornata, facciamocene una ragione.


Come avevo scritto qui nell'ultimo post, la settimana scorsa ero in procinto di partire per la Sardegna. Meta in cui non ero mai stata, viaggio via mare, motivazione principale il matrimonio di Anna e Ambro.

Ora mi rendo conto che non so da che parte cominciare a raccontare tutto quanto: sono qui che carico le foto su Facebook e ho il groppo in gola, con la mente mi sento ancora laggiù e con il corpo sto già somatizzando alla grande il rientro. Nulla che non mi aspettassi, per carità, ma non credevo che avrei scoperto così chiaramente la causa della mia gastrite, quasi che potrei annullare la visita dal medico della prossima settimana.

Dunque, penso che tutto sommato il sistema del diario potrebbe funzionare, durante il soggiorno sardo ho pubblicato tre immagini al giorno sul profilo Facebook del blog e questo mi ha aiutato a tenere il filo del viaggio, quindi credo adotterò lo stesso sistema anche qui. Mettetevi comodi che sarà lunga.


Giorno 1 - Partenza / Alghero / Bosa / Cabras

Siamo saliti a bordo del traghetto con tutto l'anticipo possibile: meglio così, abbiamo avuto tempo per renderci conto che dormire nell'area poltrone ci avrebbe garantito di fare questa fine e per cercare dunque una soluzione alternativa (leggi: accatastare materassoni dell'area bimbi contro il muro e rannicchiarci lì, nulla in confronto al genio del coreano che si è sdraiato direttamente nella vasca delle palline).
Arrivati a Porto Torres siamo subito scesi ad Alghero: mare bellissimo, fiori e ruote di biciclette rosa appesi ovunque in onore del Giro d'Italia, vicoli tenuti benissimo e gattini dappertutto... insomma, una scoperta. Da qui abbiamo raggiunto Bosa, la città arcobaleno. Lì ho desiderato un sacco avere una maglietta per ogni colore che incontravo tra le stradine in salita, poi ho desiderato un sacco un piatto di spaghetti ai frutti di mare e di gamberoni alla malvasia. Il primo desiderio non ho potuto esaudirlo (sull'insensatezza della mia valigia stendiamo un velo pietoso), il secondo desiderio, invece, me lo sogno ancora di notte da tanto era buono, Ichnusa ghiacciata compresa. Da Bosa ci siamo rimessi in marcia e, percorrendo la litoranea (una strada sul mare inondata di mirti, ginestre e euforbie arboree meravigliose) siamo arrivati a Cabras, dove abbiamo alloggiato per il resto della vacanza e dove si trovavano i nostri amici. Non paghi di aver dormito tre ore su un pouf e di aver visitato già due località abbiamo fatto una sosta mini in Bed & Breakfast e ci siamo catapultati a Is Arutas, la spiaggia di quarzo dove si sarebbe svolto da lì a qualche giorno il matrimonio. Io, un posto così non me lo scordo mai più. Bagno, mille foto ai cardi in fiore e alle passerelle di legno bianco e la sera, stremati, siamo solo riusciti a mangiare un boccone e a buttarci a letto.



Giorno 2 - San Giovanni di Sinis / Tharros / Villaggio di San Salvatore
Ci siamo svegliati presto e siamo scesi a fare la colazione di Rosalba e Luigi. Credo sia il momento, infatti, di parlarvi di questi ragazzi e del modo meraviglioso con cui gestiscono il Torremana B&B, insieme alla loro bimba e alla gattina Rubbia. La colazione, dolce e salata (frutta dell'orto compresa) è uno spettacolo, così come la veranda in cui viene servita. Se a pranzo avete intenzione di restare in giro Luigi vi farà un pacchettino con ciò che rimane del buffet e se nei vostri piani c'è stare al mare il più possibile Rosalba vi presterà i teli da spiaggia. Inutile dire che potrete chiedere informazioni e consigli, loro saranno ben felici di aiutarvi. Terminata la colazione siamo andati a San Giovanni di Sinis, dove abbiamo fatto il bagno immersi nel sole e nel vento e dove abbiamo passeggiato fino al Faro di Capo San Marco, costeggiando l'area archeologica di Tharros a picco sull'acqua; in un piccolo casotto nella distesa di mirto ho scattato la foto che ho selezionato per iniziare questo post (il motivo della mia scelta ve lo dico dopo). Dopo pranzo ci siamo spostati a Mari Ermi, dove abbiamo finalmente incontrato i nostri amici quasi sposi e un bel gruppo di altri invitati, con loro abbiamo visitato sulla via del ritorno il paesino abbandonato di San Salvatore, aperto solo in occasione di una grande festa tradizionale (e, evidentemente, dell'ultimo video dei Placebo). A cena non ci siamo risparmiati e siamo andati alla ricerca di un buon ristorante di pesce dove fare il pieno di frittura.


Giorno 3 - Complesso archeologico di Santa Cristina / Oristano
L'unico giorno di tempo incerto lo abbiamo trascorso tra le rovine del parco archeologico di Santa Cristina, alla scoperta del pozzo e degli alberi di ulivo più belli che io abbia mai visto. Poi spesa ad Oristano, un po' per recuperare prodotti tipici da riportare sulla penisola un po' per ovviare alla mia incapacità di mettere cose sensate in valigia. Il pomeriggio abbiamo vagato senza meta, scattando foto ai covoni di fieno e cercando inutilmente di adocchiare i fenicotteri dello stagno di Cabras. Serata pizza (buonissima) con mille persone in attesa del grande giorno!



Giorno 4 - Ora siamo tutti parenti

Del matrimonio non parlerò, perché credo che debba rimanere una cosa privata, posso solo dire però che ho pianto un sacco, mangiato come mai nella vita, bevuto tanto e bene, ballato e amato tutto quello che mi sono trovata davanti, zanzare comprese. Di questa giornata splendida voglio ricordare qui la mattina all'alba, quando in pigiama sono andata alla ricerca dei fiori selvatici per il bouquet della sposa: il momento in cui con il bagagliaio dell'auto aperto, pieno di ombrellifere, girasoli spontanei, rami di mirto ed eucalipto, timo, margherite, cardi e decine di altre piante io e Francesca, un'amica della sposa, abbiamo dato forma al mazzo resta uno degli istanti più assurdi e magici che abbia mai vissuto. Senza contare Andrea che torna vittorioso con i capelli pieni di cimici e un enorme infiorescenza di finocchio in mano.
Il significato del titolo di questa giornata racchiude quello che è stata, davvero.

Giorno 5 - Stintino La Pelosa / Partenza
Dopo la colazione, sempre fantastica, in compagnia di alcuni invitati al matrimonio e dei gestori del Torremana siamo partiti (e qui mi sono commossa appena fuori l'uscio, ma chi mi conosce sa che è tutto perfettamente normale). Abbiamo deciso di avvicinarci il più possibile a Porto Torres e ci è sembrato che andare a Stintino e fare il bagno a La Pelosa fosse la scelta più furba: PEEEEEEEEEE (da leggersi come il rumore che fa il pulsante della risposta sbagliata durante i quizzoni TV). Intendiamoci, la spiaggia e l'acqua che abbiamo visto lì probabilmente non li ritroveremo mai più, ma nelle nostre considerazioni non avevamo tenuto conto della quantità di gente che poteva esserci in un posto simile in una giornata di festa. Impossibile godersi la sabbia, impossibile fare pipì (oppure possibilissimo, a patto di essere disposti a pucciare mezza gamba della tuta in un laghetto di liquami non ben definito), impossibile mangiare un panino con meno di ventimila euro. Però quell'azzurro lì e i cespugli di elicriso incontrati sul sentiero verso il parcheggio valevano il delirio, questo è certo.
Ci siamo imbarcati di nuovo in anticipo, abbiamo colonizzato subito il nostro angoletto di moquette dove a sto giro faceva più freddo che altrove ma ormai ci eravamo affezionati ai materassoni arancioni, ci siamo goduti un tramonto bellissimo e abbiamo aspettato di svegliarci a Genova, che, si sa, si vede solo dal mare.




P.S. Il motivo per cui ho scelto il faro di Capo San Marco come foto principale risiede semplicemente nel fatto che vorrei continuare a trarre beneficio da questo viaggio, anche a distanza di giorni, possibilmente di settimane. Vorrei riuscire a pensare al faro anche metaforicamente: se mangiando e bevendo qualunque cosa, lieviti fritti vino e superalcolici (compreso un intero pranzo di nozze) non ho avuto mal di stomaco un motivo ci sarà, no? Secondo me la mia è una malattia che si chiama libera professione. :-)






giovedì 17 settembre 2015

Cinque funerali e un matrimonio

L'autista del matrimonio dei miei genitori era senza gambe.

In un certo senso questo post potrebbe pure finire così, un incipit del genere sarebbe più che sufficiente pure per aprire e chiudere un romanzo.
In realtà credo andrò avanti, anche se è giovedì e sono molto in anticipo rispetto al solito. Domani però parto per Trento in "missione laboratori" e la domenica la vorrei dedicare a scrivere per lavoro e a riposarmi: sono giorni pieni di cose e di pensieri, è necessario trovare tempo per me, per una camminata, per un libro, per un'ora di coccole al mio corpo sempre più stanco e sempre più diverso da come lo ricordavo.

Quindi, dicevo, l'autista del matrimonio dei miei genitori era senza gambe. Se avete messo su la stessa faccia inebetita che ho fatto io quando mia madre mi ha raccontato questa cosa non sentitevi soli: è normale. Naturalmente la prima domanda (anzi, la seconda, subito dopo a "Ma mi pigli per il culo?") è stata: "ma come faceva a guidare?". Semplice, con i comandi manuali.
Appurato questo dato importante, ci sono un sacco di altre notizie interessanti sul matrimonio che mi ha dato i natali. Vediamo di analizzarle, anche perché probabilmente si spiegano tante cose.

Oltre all'autista dimezzato, meritano una menzione speciale gli invitati. 11 (undici). Sposi compresi.
Mamma, papà, rispettivi genitori, zio, zia, zio acquisito, autista e fotografo. Sì, perché al momento di andare al pranzo che fai, lasci a casa l'autista che ha perso le gambe nel greto del fiume, saltando su una mina inesplosa, in pieno dopoguerra, mentre giocava con papà? No, non puoi. Per quanto riguarda il fotografo, invece, la sua presenza al banchetto nuziale pare sia stata una sorpresa: finita la cerimonia, alla domanda "dove andate a mangiare?" mia madre interdetta cercò un suggerimento nello sguardo di mio padre, che, preso dall'entusiasmo, non seppe rifiutare la richiesta del fotografo, avanzata unicamente per poter fotografare il consueto taglio della torta. Che non c'era.
Nell'album di nozze, infatti, alla fine delle pagine, dopo il classico scatto di rito ai calici incrociati, si vedono i miei che tagliano una specie di mini torta gelato recuperata all'ultimo minuto.

In verità, le stranezze (se vogliamo eufemisticamente chiamarle così) iniziarono ben prima, quando mia madre comunicò al prete della sua parrocchia che aveva finalmente deciso di sposarsi, ma non in chiesa.
"E perché mai, cara Maria?"
"Perché Giancarlo non è credente, è battezzato perché nato in piena guerra, ma non ha né Cresima né Comunione"
"Non c'è problema"
"Sì, ma con l'Eucarestia come facciamo?"
"Semplice, non gliela do"
"Ma Don, come fa a darla a me e non a lui?"
"E non la do nemmeno a te"
Dunque i miei si sono sposati in chiesa e non hanno preso l'ostia. Nada. Non so se gli altri invitati lo abbiano fatto, magari l'autista e il fotografo sì.

Questione vestito della sposa, complicatissima nei matrimoni normali, mostruosamente semplice per mamma e papà.
Uscirono insieme alla ricerca dell'abito adatto, lei ne provò uno, lui le disse "ti sta bene, prendilo". E lo presero.
Bon. Fine.
Così i miei si sposarono in beige.
Padre con completo a zampa d'elefante e cravatta. Marrone.
Madre con camicia e gonna a fiori anni settanta, capello corto, scarpe con il tacco basso. Marroni.
Bouquet bellissimo, pendulo, promesso in dono dalla nonna (paterna) e mai effettivamente regalato.
Se vogliamo dirla tutta, la prima scelta per l'abito della sposa furono un paio di pantaloni neri, ma mia nonna (materna) fece gentilmente sapere che in quel caso non avrebbe presenziato. Mio padre, invece, fermo davanti alla chiesa di un paesino in cui non lo conosceva nessuno, sotto il sole cocente del 10 di agosto, si allentò la cravatta nell'attesa della sposa e per tutto il tempo diede indicazioni ai passanti che, curiosi, gli chiedevano chi fosse il fortunato marito.

Dunque, ricapitolando, autista senza gambe, fotografo pronto a fotografare la torta che non c'era, abito a zampa per lo sposo, a fiori per la sposa. Meno invitati che a una festa delle medie, ma comunque più invitati del previsto.

Per chiudere con una chicca, la sera, dopo aver pranzato nel ristorante e salutato tutti i parenti, i miei tornarono a casa. Lì li aspettava l'operaio che stava mettendo su le porte e che con fare simpaticissimo li invitò a ritirarsi tranquillamente in camera da letto, senza curarsi della sua presenza, ma anzi offrendo loro un romantico barattolo di vaselina.
Mio padre, già allora pozzo senza fondo e ottima forchetta, prese dunque la solenne decisione di andare a cena fuori. Dove? Semplice, dove avevano pranzato (e dove, vedendoli arrivare, chiesero subito se avessero scordato qualcosa).

The End

P.S. Scrivere questo post ad alto tasso di ironia mi ha, in realtà, e più volte, riempito gli occhi di lacrime. Il titolo, va da sé, si riferisce alle persone della mia famiglia che non ci sono più. Cinque invitati su undici. Sposo compreso. Del fotografo, dell'autista e di due zii su tre, non ho più notizie.

martedì 30 settembre 2014

Il vostro matrimonio è stato bello

Ce l'abbiamo fatta. Vi abbiamo sposati.
Che poi alla fine è stato semplice, avevate già pensato a tutto, o quasi.
Avete deciso di organizzare il vostro matrimonio in poco tempo, solo qualche mese per scegliere vestiti, fiori, menu, location (termine tecnico di noi weddingplanner ndr), bouquet, bomboniere, vini, fedi, acconciatura, calzini. A questo proposito, probabilmente proprio causa del poco tempo a disposizione, lo sposo è finito con l'indossare un paio di calze a pois, ma noi gli vogliamo bene lo stesso.
Al taglio della (bellissima e buonissima) torta avete ringraziato tutti, le famiglie, gli amici, i parenti vicini e lontani, i ragazzi della fattoria, quelli del nostro piccolo-grande circolo, e anche me, sorridente, dondolante, fradicia e un po' sbronza, che battevo le mani a bordo piscina, alternando saltelli scomposti a versetti di commozione.
Fra dice che per tutto il ricevimento, ogni volta che la incontravo bianca, splendente e svolazzante sull'erba verde, la bloccavo e biascicavo un "bravi, bello, tutto perfetto!". Effettivamente può essere. Ma lo pensavo davvero, lo avrei pensato anche se non avessi bevuto quei diciotto litri di Scaia, maledetto vino giallo che sa di mango (o papaia, come dice Nessie) e che sta bene con tutto, con i fichi, con il formaggio, con la zucca, con la carne cruda, con il cioccolato, e pure con la gipsofila, che non escludo di aver brucato in allegria.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vostro. Perché non avete esagerato in nulla, perché alla sera siete andati a dormire presto come solo la Fra sa fare il giorno del suo sì, perché avete regalato una bomboniera al tassista, perché avete scelto una testimone splendida in abito giallo accompagnata da un marito altrettanto splendido che ha aperto le danze in piscina, vestito di tutto punto, mentre lei lo guardava sconsolata, con i capelli mossi e perfetti e con gli occhi innamorati. Nonostante tutto :-D
Il vostro matrimonio è stato bello perché è arrivata gente da ogni dove pur di darvi un bacio, napoletane trasferite nel freddo nord, veneziani d'adozione belli come il sole, toscani, pugliesi, piemontesi, ma anche genovesi vicini, che più vicini mi sa che non si può.
Il vostro matrimonio è stato bello perché siamo partiti da casa, come facciamo sempre se usciamo a cena, se beviamo una cosa, se andiamo a giocare con Martins, se facciamo turno all'Altrove, se prendiamo un caffè in piazza. E mentre la Fra si lasciava truccare buona buona e Luca si scioglieva nella camicia, il fotografo con le bretelle azzurre cominciava il suo lavoro, professionale come sempre ma più commosso, questa volta.
Il vostro matrimonio è stato bello perché la musica a sorpresa durante la celebrazione (o come diavolo si dice) ha fatto piangere anche le seggiole, così come il discorso della fine, le bolle di sapone, le foto tutti abbracciati.
Il vostro matrimonio è stato bello perché c'era il sole, un sole d'estate caldo e felice, un sole forte che ha illuminato le (mie amate) foglie, i bicchieri pieni di vino, le foto stese tra i rami, i bimbi sdraiati sul prato, il vestito bellissimo di Francesca.
Il vostro matrimonio è stato bello perché ho assaggiato la cottura della tagliata prima degli altri (grazie Ste!), perché la torta decorata da Giulia era uno splendore ed era molto vicina a voi, alle cose che vi piacciono, alle caratteristiche che vi accompagnano: c'erano le geometrie matematiche e la precisione, ma anche i lamponi, i cuori e la cioccolata.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vero. Nella tranquillità, nelle cose fatte senza affanno e lasciate anche un po' al caso, all'umore degli ospiti, alle abitudini degli animali, al vento della sera che ha trasportato la lanterna di carta nel posto più secco e pericoloso di tutta San Desiderio.
Il vostro matrimonio è stato bello e io vi dico grazie. Di avermi invitata, di avermi coinvolta, di avermi dato una ragione un po' più sensata del solito per commuovermi di gioia (e, a un certo punto, anche per lasciarmi andare finalmente alle mie malinconie).
Buon cammino ragazzi, sarà bello vedrete, come il vostro matrimonio.
Elena



venerdì 13 settembre 2013

Sulla mia cattiva strada

Finalmente è venerdì sera, il rientro in ufficio è stato più traumatico che mai. Di corsa su tutto e lenta su tutto contemporaneamente. Fatte le analisi del sangue per celiachia, tiroide e mille altre cose nel tentativo di dare un nome alle stranezze metaboliche degli ultimi mesi, stranezze che, per altro, a livello di stanchezza e gonfiore sembrano rifarsi vive, chissà che i maxi strappi alla dieta degli ultimi quindici giorni abbiano già dato conseguenze.
Domani matrimonio Belleville-Hop, oggi s'è cucinato, domani c'è l'allestimento, giorni di zucchine trombette, basilico, rafia, carta, rum, confetti, prosecco, salmone e salsa di avocado. Giorni in cui il cervello si stacca automaticamente e servono solo le mani per riempire i bicchierini da finger food dell'antipasto e il sorriso per versare lo spumante agli invitati. Quello che trovo fuori dalla mia vita delle prime otto ore del dì è bello, è rilassante, è pieno. Quello che trovo fuori, però, è anche dolore dei miei amici e per i miei amici, immersi in quella orribile lotta che sento ancora così vicina, con il suo fiato caldo, costante e cattivo.
Nella mia vita fuori, sulla mia cattiva strada, ci sono aereoplani di carta pronti a volare dalle mani di un bambino, ci sono pastelli colorati, eliche, occhi spalancati, milioni di chilometri macinati nella stessa stanza, voli lontani fatti solo a parole. Poco più di un mese al Festival, un sacco di idee che bastano per riempire anche la prossima edizione, i frutti del corso di Comunicazione della Scienza che continuano a maturare e cadere dall'albero, dando vita a nuove piante, nuovi spunti, nuovi desideri.
Voglia di vedere posti, voglia di camminare, prendere per mano, toccare la pancia dove dorme Martino, iniziare l'autunno pieno di foglie che danzano e cadono, come sempre, sulla mia cattiva strada.
Chiudo il post in velocità, ricordando uno scrittore che ho amato e amo tuttora moltissimo e a cui devo certamente buona parte della mia voglia di usare le parole per raccontare il mio mondo e le cose della vita: Roald Dahl.
Già questa mattina, quando ho ricordato essere il Roald Dahl Day, mi sono fatta aiutare dai suoi libri per essere un poco vicina ad un'amica intrappolata nelle Ore delle Ombre, questa sera, invece, saluto così:
"Era meraviglioso essere di nuovo in Norvegia, nella vecchia casa della nonna. Ma adesso che ero così piccolo tutto sembrava diverso e mi ci volle un po' di tempo per sentirmi a mio agio. Vivevo in un mondo fatto di tappeti, di piedi di tavoli e di sedie e di angoli minuscoli dietro mobili giganteschi. Non potevo aprire una porta né raggiungere un oggetto posato sul tavolo.
Ma dopo qualche giorno la nonna cominciò a inventare piccoli congegni che mi avrebbero reso la vita più facile. Fece costruire da un falegname certe scale alte e strette che appoggiò contro tutti i mobili di casa perchè mi ci arrampicassi quando volevo. Progettò anche un apparecchio per aprire le porte, fatto di fili di ferro, molle e pulegge, e completato da grossi pesi attaccati a corde. Lo applicò a tutte le porte di casa: mi bastava pigiare le zampette anteriori su una piccola piattaforma e subito una molla scattava, un peso scendeva e la porta si apriva"

(Le Streghe, 1987)

Tutto è possibile.



lunedì 24 settembre 2012

Ho imparato a sognare

Non so da che parte cominciare.
Inizio magari spiegando il titolo: un pezzo di canzone dei Negrita che a Cecilia piace tanto. Chi è Cecilia? Cecilia è una mia amica, che si è sposata sabato, con Gabriele.
Oggi scrivo del loro matrimonio, con la gioia vera nel cuore.
Una giornata di festa, una sfida, un gruppo di persone, una famiglia-tribù.
A me piacciono gli elenchi, chi mi legge lo sa, perciò anche stavolta (come credo in ogni post pubblicato quaggiù) tante parole in fila mi aiuteranno a raccontare il week end appena trascorso.
Intanto circolo, come circolo ARCI che è quello che siamo per gli altri, ma anche come circolo di amici, che è quello che siamo per noi.
Gli sposi ci hanno chiesto, pochi mesi fa, di occuparci del loro pranzo di nozze, che più che un pranzo è stato una festa, una grande abbuffata con musica, giochi, balli, fotografie, filmati e amore.
Io, Elli, Silvia, K e KK abbiamo iniziato a cucinare venerdì mattina al Belleville e finito sabato durante il buffet: è stato faticoso e divertente, impegnativo e stimolante, lungo e veloce al medesimo tempo.
Torte di zucca, di bietole, di cipolle e di riso, lasagne al pesto, farinata, roast beef, salumi, porchetta, carne cruda, formaggi, caprese, pasta con salsiccia e funghi, salmone al forno...tutto innaffiato da vino abbondante e servito con un misto di apprensione, gioia e soddisfazione.
Non siamo cuochi, siamo forse (il forse è per me, per gli altri è certezza!) portati per la cucina, ma quello che sicuro non ci manca è la voglia di provarci.
Cecilia qualche settimana addietro mi aveva chiesto di trovare per lei delle frasi che sapessero di sole, campagna, amicizia e amore, mi ha domandato di scriverle e distribuirle qua e là il giorno del suo sì, cosicché gli invitati alla festa potessero leggerle, portarle a casa o lasciare a loro volta un pensiero, con l'aiuto dei tanti pennarelli colorati usati come centri tavola insieme a lanterne di carta e gerbere lunghe.
Fare questo "lavoro" per la sposa mi ha permesso di guardarmi dentro, di cercare, innanzi tutto nella memoria, qualcosa che mi facesse tornare alla felicità di un giorno grande come quello di ieri, senza retorica e con una buona dose si sincero sentimento. Poi, scrivere su pezzi di carta straccia con un pennarello bianco, appendere i fogli su spago da cucina, usare piccole mollette colorate e cercare quelle di legno per il bucato quando le prime terminavano, è stato un gioco da ragazzi!
L'effetto, già romantico quando le pagine giacevano ancora a casa mia (vedi foto), sul posto era ancora più bello, tra il verde dei prati, l'arancio dei muri, le risate della gente. Quindi, un'altra parola di questo elenco sarà, appunto, parole. Come quelle scritte sulla carta e quelle dette dagli sposi durante il taglio della torta: parole di ringraziamento, elenchi di nomi, racconti di viaggio, tutto davanti alle centinaia di frutti di bosco adagiati dalla Fra sulla crema pasticcera della torta di nozze più bella del mondo, mentre il vicino-vicino scattava milioni di foto. Accanto ai flute c'erano angurie decorate con un piccolo coltello e un'enorme pazienza, spiedini di ananas, grappoli d'uva, fragole pucciate nella cioccolata, ciotole di mescolanza e confetti bianchi e verdi. Nell'angolo del gioco, dedicato ai più piccoli (tanti!) invitati alla festa, il mio albero disegnato ad acquerello è stato ricoperto di foglie coloratissime da piccole mani intinte nei colori a dita e chissà che Cecilia e Gabriele non decideranno di appenderlo a casa loro...
Questo post rischia di diventare lunghissimo, ma non posso non parlare dei fiori, dal bouquet di tulipani arancioni, ai crochi viola che spuntavano ovunque tra l'erba chiara, dall'erica bianca a quella rosa, dalle primule gialle alle gerbere di tre colori, dai fiori di vetro bianchi ai ranuncolini selvatici così delicati...Un posto magnifico, pieno di pace, di animali, di dolcezza. Un gruppo di amici, come scrivevo all'inizio, che non hanno mai perso la calma, che si sono divertiti, che hanno gioito con gli sposi, che hanno mangiato e bevuto, parlato in genovese, imprecato contro gli asini e il loro verso, prestato coperte, fatto battute, parlato seriamente, raccontato viaggi recenti, immaginato futuri possibili.
Non resta che augurare agli sposi di incontrare spesso sulla loro strada emozioni così belle, di avere sempre il calore degli amici attorno alle loro vite, di continuare a crescere come persone singole, ma trovando rifugio nell'abbraccio della parola due.

lunedì 17 settembre 2012

Ecco

Ho un onore e un peso. L'onore di essere stata scelta dalla sposa per cercare tra le parole del mondo qualcosa di "giusto" per il suo giorno. Il peso di una notizia, lontana in verità, che non mi abbandona più. Questioni di vita.
E stasera, mentre leggo frasi, ritaglio pensieri, spulcio racconti, scorro favole, mangio storie, mi imbatto in questa poetessa, che sa sempre cosa dire e cosa dirmi.

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.


(Wisława Szymborska)


Ecco la vita, ecco cosa è per me. Anche se a volte me lo dimentico.
Della stessa autrice, qui in giardino c'è: http://ilmareingiardino.blogspot.it/2012/02/un-febbraio.html

domenica 19 febbraio 2012

L'amore ai tempi del Belleville


love, love, love.
Cantavano i Beatles.
Bella, direbbero i Tozzi.
Un week end al circolo dedicato all'amore, a questo sentimento così complicato, espresso in tutte le sue forme. Il venerdì pentolaccia del Controsanvalentino, riempita con coriandoli e caramelle ma anche con preservativi e perizomi. Una provocazione, per tenersi lontano dalla commercializzazione di un sentimento delicato e forte allo stesso tempo, per ridere insieme tra bende e bastoni nonostante i trent'anni suonati e lo stress del lavoro.
Ma la giornata dell'amore, dell'amore quello vero, è stata quella di ieri: il matrimonio di Manu e Tozzo. Una coppia arrivata al circolo con la creatività e l'allegria che questi ragazzi mettono in ogni cosa, una coppia giovane e innamoratissima che ha voluto il Belleville al completo alla cerimonia, al pranzo e alla festa della sera.
E come potevamo mancare?
Con Sex e la Elli fotografi d'eccezione c'erano Ste e Silvia in rosso eleganza, c'erano i tacchi verdi (brava!) della Nessie, c'erano i coriandoli tra i riccioli di Betta, c'erano gli invitati foresti in giro per i vicoli della Maddalena, c'era la dog sitter, c'era Cecilia elegantissima, c'erano dei bimbi meravigliosi e sempre sorridenti, c'era una canzone importante scaricata all'ultimo minuto e c'era l'amore.
Tra tutto questo c'erano loro, gli sposi: un mago blu in perenne movimento e simpatico come e più di sempre con il suo cappello calcato sui riccioli neri e una fata in bianco e azzurro, con le margherite tra i capelli, un bouquet gigante e il sorriso più bello del mondo.
Una cerimonia semplice e partecipatissima, dagli sposi che non trattenevano gli abbracci, dai parenti emozionati, dagli amici che applaudivano ogni due per tre, dai funzionari comunali in vena di prediche romantiche e da Kalinka, terribilmente bisognosa di attenzioni.
Dopo il pranzo tranquillo e pieno di brindisi e festeggiamenti ognuno ha avuto la sua pausa, il corso di fotografia o il divano, la passeggiata o le chiacchiere davanti ad una tisana di montagna, ma dalla sera...di nuovo festa! Aperitivo alla Lepre e notte al Belleville, con il filmino degli amici di una vita e l'apertura dei nostri regali, tutti pensati per la futura casa di questi due ragazzi, arrivati all'improvviso e da subito così vicini a noi, con i loro colori accesi e con l'amore che circola dai loro sguardi ai nostri come un bellissimo contagio.
Auguri ragazzi...anzi...bella!

domenica 10 luglio 2011

The Wedding


C'erano le more, tantissime more verdi. C'erano le margherite piccole, c'era la salvia. C'erano le rose col bordino fuxia, c'erano le foglie lunghe e sottili. C'erano le dalie bianche e c'erano i ranuncoli, bianchi pure quelli.
Di bianco c'era anche la luce sul piazzale della chiesa, c'era il vestito della sposa, c'erano i barattoli di polpa di pomodoro smaltati e usati come vasi, c'era la camicia di lino del vicino-vicino, c'erano i tovaglioli del ricevimento, c'era il sottogiacca della mamma, c'erano le candele sul tavolo, c'erano le zampette del gattino nero nato nel granaio.
E' durato pochissimo, come un esame studiato per mesi. E nulla è andato storto, come quando si arriva davanti al professore davvero preparati. Ogni volta che i miei occhi curiosi incontravano un dettaglio, nel mio cervello compariva la frase "eh beh certo, non potevano che esserci quel vaso, quel colore, quella luce, quella stoffa...". Ad una appassionata organizzatrice di cenette curate e festicciole ragionate, i coni del riso di carta da pacchi, la stessa usata per rifasciare i libri accatastati sui tavoli, non potevano passare inosservati.
L'atmosfera era la stessa di un film, di un sito on line per nozze super trendy, di una rivista di design di quelle che ti fanno innervosire guardando soluzioni semplici e d'effetto e pensare: "Ma cavoli, è vero! Perchè non ci ho pensato prima???". L'atmosfera era la stessa di un film, ma le persone eravamo noi. Noi che lavoriamo insieme tutti i giorni da due anni, noi che ci scriviamo spesso e ci telefoniamo ancora di più. Noi che ieri ci siamo truccate per due ore ridendo come pazze, che abbiamo sudato nei nostri vestiti, che abbiamo perso la strada e ci siamo arrampicate sui monti, che abbiamo mangiato benissimo, bevuto ancora meglio, riso, ballato, guardato satelliti e stelle. Ogni cosa è andata come doveva: c'è stato un discorso di gran valore per chi portava il vestito bianco, c'è stata una cena fenomenale, c'è stato uno sposo/David Bowie in all star, c'è stato un tavolo lungo con tante scarpe col tacco nascoste sotto e altrettanti piedi nudi che accarezzavano l'erba, c'è stato l'open bar con la frutta che piaceva tanto al vicino in bretelle e l'angolo dolci bello da morire. In tutta questa perfezione, fatta di fatiche, pensieri, calcoli, organizzazioni, preparativi...c'erano loro, gli sposi, che da oggi cammineranno ancora più vicini, costruendo ogni giorno una festa curata nei dettagli ma solo per loro, cercando di non perdere mai di vista quello che conta davvero: il loro amore.

P.S. Per la foto, grazie al vicino-vicino (in bretelle).