Oggi ho letto un libro.
Stanno tutti bene tranne me.
Avevo trovato la recensione all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno, grazie a Cindy e al suo blog e avevo pensato che lo avrei comprato non appena terminavo Haruki Murakami. Poi, però, mi sono detta che per riprendere a leggere con costanza forse poteva essere una buona idea farmi appassionare da un romanzo nuovo, di un'autrice che non conosco, incontrata per caso tra le pagine web in cui ormai navigo sicura. Così sono corsa in libreria e in due giorni scarsi ho divorato queste centotrentanove pagine di bellezza, pura. Ci sono dolori enormi, c'è la vita quotidiana, ci sono descrizioni perfette di sensazioni e sentimenti che tutti conosciamo, ci sono morte, amore, fame, paura, rabbia, sonno, curiosità, perfezione e odio. Ci sono natura e città, vecchiaia e giovinezza, luce e buio, tutti raccontati con istinto, quasi come fossero ovvietà, cose semplici che si possono spiegare in un attimo, ricordando un gesto, un momento, uno sguardo.
C'è un colpo di scena che è un pugno nella pancia, che ti fa decidere di non prestare il libro a nessuno per non fare male, per non turbare, per rileggerlo diecimila volte e capire come si fa. Come si gira pagina, come si superano il dolore, la perdita, la noia del quotidiano, l'abuso, la propria invisibilità, lo scorrere del tempo. Un'accettazione, una convivenza, un'osservazione attenta delle piccole cose, un pullover sopra l'altro, una torta alla marmellata di arance.
Sulla quarta di copertina c'è scritto "Alberi, costellazioni, cani, insetti, rampicanti sono ovunque tra le pagine di questo romanzo d'esordio feroce e allo stesso tempo toccante. La storia è potentissima e la scrittura capace di continue accensioni, lo sguardo sulle vicende umane è quasi naturalistico, senza giudizio, ha qualcosa di scientifico, seziona e analizza concetti giganteschi e solidissimi come la famiglia, il sesso, la vita e la morte rivelando un talento spiazzante". Ed è vero.
Non ci sono frasi preferite questa volta, tutto il romanzo lo è, perché è il modo in cui è scritto che rimane nella testa e scava, scava, scava. Chissà per quanto ancora.
Vale la pena leggerlo, davvero.
"Io penso che nel mondo delle foglie ci sia in fin dei conti abbastanza voglia di scherzare" (Louis Aragon, Le con d'Irène)
Il libro inizia così, con questa citazione.
P.S. La foto, scattata oggi, si riferisce ad un braccialetto che mi ha regalato mamma, in cuoio e resina bicomponente, la stessa che uso io al lavoro. Questa volta, però, c'è dentro una foglia, credo sia di fragola.
sabato 26 aprile 2014
domenica 20 aprile 2014
Una domenica
Oggi è Pasqua, quindi è domenica.
E' pomeriggio e c'è ancora tanta luce, io sono a casa che cucino e ascolto musica.
C'è odore di porri ovunque, mentre la torta di spinaci si gonfia fiera nel vecchio forno buio.
Mamma è andata via da poco, abbiamo pranzato insieme sull'Albero, come avevamo fatto l'anno scorso a Natale. Forse passare le feste qui è la soluzione giusta: in una casa scelta da me, arredata da me, con tutti gli aiuti e i consigli di mia madre, senza fantasmi che si aggirano a ricordarci che non ci sono più.
Ho preparato lo spezzatino, le patate saltate e la macedonia con il gelato, mi sono fatta tenere da parte da Lucadeisalumi una piccola insalata russa e due burratine, ho comprato una mini colomba dal droghiere e una bottiglia di vino rosso, ho apparecchiato con la tovaglia gialla e i bicchieri grandi, ho messo il rossetto.
Abbiamo mangiato tranquille e siamo uscite subito per non addormentarci, abbiamo fatto due passi, preso un caffè, ci siamo sedute sui gradini del Ducale a cucire il coniglio blu per quel progetto di cui scrivevo nel post scorso e abbiamo visto una mostra di fotografie, anzi due. Prima di andare in giro però abbiamo cominciato a piantare i semini che mi ha regalato il vicino-vicino e che tra un paio di settimane dovrebbero darmi zucchine e prezzemolo da davanzale...vedremo!
Ora sono di nuovo ai fornelli perché domani si va dalla famiglia bellissima sul tetto a festeggiare Pasquetta, così mi sono messa a preparare due torte di verdura senza neppure cambiarmi, insomma, sto facendo l'elegantona in cucina.
Mi aspetta un altro giorno bello, in queste settimane di mancanze e pienezze, di sole e freddo, di rabbia e tranquillità.
Ho tanta tanta voglia di camminare ma alla fine non creo mai la situazione per farlo, forse perché da sola non sono abituata, forse perché guardo i chili che aumentano e non mi decido a mandarli via, in questo periodo strano di capelli scuri color prugna e di grandi ritorni tra pentole, spezie, coltelli e taglieri, dopo mesi di cibi già pronti, crudi e noiosi.
Ci sono due libri che voglio comprare, un film che voglio vedere, un vestito che voglio cucire, una festa che non vedo l'ora di preparare. Ci sono persone che voglio guardare, negli occhi. Ci sono posti che voglio visitare, scarpe che voglio indossare, cose che voglio urlare, regali che voglio fare.
E ci sono cose che voglio scrivere, ancora e ancora.
Visto che è l'ora dei porri e che ho un mezzo sorriso, la chiudo qua con la canzone di oggi, colonna sonora di tutta la giornata, e lo so che non è il momento del pezzo del mese ma le regole qui le faccio io, dunque me ne frego.
Eccola.
E' pomeriggio e c'è ancora tanta luce, io sono a casa che cucino e ascolto musica.
C'è odore di porri ovunque, mentre la torta di spinaci si gonfia fiera nel vecchio forno buio.
Mamma è andata via da poco, abbiamo pranzato insieme sull'Albero, come avevamo fatto l'anno scorso a Natale. Forse passare le feste qui è la soluzione giusta: in una casa scelta da me, arredata da me, con tutti gli aiuti e i consigli di mia madre, senza fantasmi che si aggirano a ricordarci che non ci sono più.
Ho preparato lo spezzatino, le patate saltate e la macedonia con il gelato, mi sono fatta tenere da parte da Lucadeisalumi una piccola insalata russa e due burratine, ho comprato una mini colomba dal droghiere e una bottiglia di vino rosso, ho apparecchiato con la tovaglia gialla e i bicchieri grandi, ho messo il rossetto.
Abbiamo mangiato tranquille e siamo uscite subito per non addormentarci, abbiamo fatto due passi, preso un caffè, ci siamo sedute sui gradini del Ducale a cucire il coniglio blu per quel progetto di cui scrivevo nel post scorso e abbiamo visto una mostra di fotografie, anzi due. Prima di andare in giro però abbiamo cominciato a piantare i semini che mi ha regalato il vicino-vicino e che tra un paio di settimane dovrebbero darmi zucchine e prezzemolo da davanzale...vedremo!
Ora sono di nuovo ai fornelli perché domani si va dalla famiglia bellissima sul tetto a festeggiare Pasquetta, così mi sono messa a preparare due torte di verdura senza neppure cambiarmi, insomma, sto facendo l'elegantona in cucina.
Mi aspetta un altro giorno bello, in queste settimane di mancanze e pienezze, di sole e freddo, di rabbia e tranquillità.
Ho tanta tanta voglia di camminare ma alla fine non creo mai la situazione per farlo, forse perché da sola non sono abituata, forse perché guardo i chili che aumentano e non mi decido a mandarli via, in questo periodo strano di capelli scuri color prugna e di grandi ritorni tra pentole, spezie, coltelli e taglieri, dopo mesi di cibi già pronti, crudi e noiosi.
Ci sono due libri che voglio comprare, un film che voglio vedere, un vestito che voglio cucire, una festa che non vedo l'ora di preparare. Ci sono persone che voglio guardare, negli occhi. Ci sono posti che voglio visitare, scarpe che voglio indossare, cose che voglio urlare, regali che voglio fare.
E ci sono cose che voglio scrivere, ancora e ancora.
Visto che è l'ora dei porri e che ho un mezzo sorriso, la chiudo qua con la canzone di oggi, colonna sonora di tutta la giornata, e lo so che non è il momento del pezzo del mese ma le regole qui le faccio io, dunque me ne frego.
Eccola.
mercoledì 16 aprile 2014
QB: senza sapere da che parte sono
Senza sapere da che parte sono vuol dire che non so se sto scrivendo un QB su qualcosadibello oppure su qualcosadibrutto.
In un giorno cambio umore mille volte, perché mille sono gli avvenimenti, piccoli e grandi, che si alternano tra angoscia, nervosismo, tristezza, paura e gioia, entusiasmo, ottimismo e tranquillità.
Sono stanca, ma questo poco conta. Conta il fatto che non riesco a trovare il tempo per fare cose che mi mettono in pace con il mondo e che in passato facevo spesso, come leggere una rivista (di leggere un libro per ora non se ne parla), come mettere a posto casa, come cucinare e come andare a correre.
Per facilitarmi un po' il compito di questa sera, scrivere un post che mi aiuti innanzi tutto a riordinare le idee, potrei affidarmi ad un mezzo infallibile per la mia organizzazione mentale: l'elenco.
Provo pure a dividerlo in due parti, qualcosadibello e qualcosadibrutto.
Qualcosa di Bello
- Il riscontro che ha avuto il mio post sulla lettera al nostro sé adolescente, ne ho parlato con tante persone e alcune continuano a scriverne. Come Andrea, per esempio
- Il corso di fotografia che ho appena iniziato e che promette benissimo, perché mi diverto, sperimento e imparo (uno dei miei primi scatti sta proprio quassù)
- Il sole che almeno fino a domani dovrebbe durare e che mi tira su il cuore anche quando sembra essere pesantissimo
- La pasta con le sarde che ho mangiato (e cucinato) ieri sera, buonissimissima!
- Questo film che non vedo l'ora di vedere
- Questa iniziativa a cui voglio assolutamente provare a partecipare
- Un bel po' di idee hand made che mi frullano per la testa e che prevedono collage, cornici, fettucce, dita, colla, forbici, timbri e robe che fanno piangere
- La Pasquetta che sarà fatta di amici, pioggia, cibo, chiacchiere, musica, risate, nanne e scodinzolii
- Un sacco di blog nuovi che seguo e che mi riempiono gli occhi e il cuore di idee, bellezza e possibilità
- Questo libro, che sta già di là nel mio bagno tra i volumi di psicologia, di flora e fauna regionali, di viaggio, di fai da te
- Questo pezzo che ho deciso essere la canzone di Aprile, anche se l'ho risentita stasera dopo un sacco di tempo. Ma mi ha ridato un po' di allegria e quindi merita il mese.
Qualcosa di Brutto
- Un po' di persone attorno a me che si prendono un tantino sul serio e complicano tutto, che peccato
- Il mio edicolante morto all'improvviso che però fino a ieri era lì fra i suoi giornali e oggi il cardinale in persona diceva il rosario per lui e i vicini in piazzetta piangevano dinanzi alla serranda abbassata
- La mia attuale incapacità di leggere, che mi pesa da matti e mi intristisce, ma è così: Haruki a sto giro dovrà aspettarmi
- La lontananza da prati e boschi di casa, dettata da tante cose e pesante come un sasso
- Le feste in arrivo che come al solito rischiano di trascinarsi appresso malumori, nostalgie e fatiche assortite
- Un acciacco duro a morire, fastidioso e assai indicativo, che palle
- La mollezza diffusa di cui ho scritto all'inizio del post, che mi tiene distante dalle tante cose che vorrei fare, compreso correre e prendermi cura di ciò che più amo
- La ricrescita :-)
In un giorno cambio umore mille volte, perché mille sono gli avvenimenti, piccoli e grandi, che si alternano tra angoscia, nervosismo, tristezza, paura e gioia, entusiasmo, ottimismo e tranquillità.
Sono stanca, ma questo poco conta. Conta il fatto che non riesco a trovare il tempo per fare cose che mi mettono in pace con il mondo e che in passato facevo spesso, come leggere una rivista (di leggere un libro per ora non se ne parla), come mettere a posto casa, come cucinare e come andare a correre.
Per facilitarmi un po' il compito di questa sera, scrivere un post che mi aiuti innanzi tutto a riordinare le idee, potrei affidarmi ad un mezzo infallibile per la mia organizzazione mentale: l'elenco.
Provo pure a dividerlo in due parti, qualcosadibello e qualcosadibrutto.
Qualcosa di Bello
- Il riscontro che ha avuto il mio post sulla lettera al nostro sé adolescente, ne ho parlato con tante persone e alcune continuano a scriverne. Come Andrea, per esempio
- Il corso di fotografia che ho appena iniziato e che promette benissimo, perché mi diverto, sperimento e imparo (uno dei miei primi scatti sta proprio quassù)
- Il sole che almeno fino a domani dovrebbe durare e che mi tira su il cuore anche quando sembra essere pesantissimo
- La pasta con le sarde che ho mangiato (e cucinato) ieri sera, buonissimissima!
- Questo film che non vedo l'ora di vedere
- Questa iniziativa a cui voglio assolutamente provare a partecipare
- Un bel po' di idee hand made che mi frullano per la testa e che prevedono collage, cornici, fettucce, dita, colla, forbici, timbri e robe che fanno piangere
- La Pasquetta che sarà fatta di amici, pioggia, cibo, chiacchiere, musica, risate, nanne e scodinzolii
- Un sacco di blog nuovi che seguo e che mi riempiono gli occhi e il cuore di idee, bellezza e possibilità
- Questo libro, che sta già di là nel mio bagno tra i volumi di psicologia, di flora e fauna regionali, di viaggio, di fai da te
- Questo pezzo che ho deciso essere la canzone di Aprile, anche se l'ho risentita stasera dopo un sacco di tempo. Ma mi ha ridato un po' di allegria e quindi merita il mese.
Qualcosa di Brutto
- Un po' di persone attorno a me che si prendono un tantino sul serio e complicano tutto, che peccato
- Il mio edicolante morto all'improvviso che però fino a ieri era lì fra i suoi giornali e oggi il cardinale in persona diceva il rosario per lui e i vicini in piazzetta piangevano dinanzi alla serranda abbassata
- La mia attuale incapacità di leggere, che mi pesa da matti e mi intristisce, ma è così: Haruki a sto giro dovrà aspettarmi
- La lontananza da prati e boschi di casa, dettata da tante cose e pesante come un sasso
- Le feste in arrivo che come al solito rischiano di trascinarsi appresso malumori, nostalgie e fatiche assortite
- Un acciacco duro a morire, fastidioso e assai indicativo, che palle
- La mollezza diffusa di cui ho scritto all'inizio del post, che mi tiene distante dalle tante cose che vorrei fare, compreso correre e prendermi cura di ciò che più amo
- La ricrescita :-)
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mercoledì 9 aprile 2014
(A)sociali
A me piace circondarmi di persone considerate asociali. Mio padre era asociale. Mia madre spesso si definisce asociale, anzi, lei preferisce usare una parola dialettale intraducibile che significa qualcosa tipo "che tende a stare per conto suo" e che è stundaia. Io stessa spesso sono considerata asociale.
Ma cosa vuol dire questa parola?
Nel mio caso non vuole certo dire stare lontano dalla gente, ci mancherebbe, ho lasciato il paesello proprio per avere il mondo e la vita a portata di mano. Forse però, rispetto a tanti coetanei e a qualche amico, tendo a cercare più momenti di solitudine e isolamento, più spazi lontani dove pensare e fare cose solo per me. O magari fare cose pure per gli altri ma comunque in un angolino tutto mio.
Quando mi perdo in questi ragionamenti mi viene in mente il mondo dei social network. Io sono iscritta a Facebook e, se vogliamo considerarli social network anche a Pinterest e Spotify. Devo dire che per adesso non mi sono mai pentita di aver deciso di sbattere buona parte della mia vita on line, magari un giorno accadrà, chi può dirlo, ma sino ad oggi ho solo guadagnato da questa scelta.
Ci sono contatti tra i miei amici di Facebook che probabilmente non rivedrò mai più, altri con cui sento di aver stretto un legame a distanza, legame che altrimenti non avrei potuto creare e coltivare, ad esempio per questioni geografiche.
Ricercatori conosciuti a convegni del passato come quello di Strasburgo, professori incontrati a scuole estive come quella di Latina, colleghi di sventura simpaticissimi e appassionati con cui ho trascorso una bella settimana questa estate a Pollenzo.
Grazie a Facebook ho conosciuto molte realtà interessanti e le ho fatte conoscere alle persone a cui voglio bene (le ho "condivise", no?), su Pinterest ho visto foto bellissime e trovato idee originali per la mia tana, con Spotify passo le mie ore musicali al lavoro, quando cucino e anche adesso mentre scrivo. Non ho voglia di affrontare qui il discorso trito e ritrito quanto noioso del "la gente vive on line", "le persone così si fanno i fatti degli altri", "il mondo è fuori", "la rete è un filtro". Tutto vero, verissimo, per carità, ma ognuno sceglie liberamente cosa diffondere di sé, quanto tempo trascorrere al pc invece che uscire a camminare, con chi stringere un'amicizia virtuale, se pubblicare le foto dei propri figli, nipoti, vicini di casa che non sanno di finire on line oppure evitare come faccio io. Personalmente passo parecchio tempo sui Social Network, ma non possiedo la TV, faccio pilates tre volte a settimana e vado a correre quando non sono in palestra, vivo da sola con tutto quello che comporta (compreso trovare il tempo per fare la spesa, cucinare, lavare, stendere...), mi sparo un paio di turni al mese in quel posto fighissimo che è l'Altrove, cerco di trascorrere all'aria aperta i week end di bel tempo e se ce la faccio scrivo o leggo quando piove. Quindi perdonatemi, starò anche spesso su Facebook, e allora?
Giusto di recente, con l'ultimo post che ho pubblicato qui sul blog, è capitato che si creasse un piccolo tam tam tra persone che si leggono e non si vedono mai o che addirittura non si sono mai viste. Un'opportunità di scambio semplice, emotiva, rispettosa dei dolori e dei sentimenti di tutti. Avevo scritto in questo post che mi ero innamorata di un'iniziativa (trovata, guarda caso, grazie a Facebook) e che avevo provato a farla mia. Sia tra i commenti sia direttamente sul social network su cui avevo pubblicato il mio scritto alcune persone hanno portato il loro contributo, lasciando un'impressione, scrivendo una riflessione o buttando giù a loro volta un post nel proprio blog personale. Fabiana (ennesimo esempio di come Facebook possa essere una sorpresa e portare con sé piccole amicizie) lo ha fatto ed è con lei che vi lascio.
P.S. Nella prossima puntata mi giustificherò per l'assenza, dovuta a una grande (anzi due) soddisfazione lavorativa, a una commisurata stanchezza, ad un laboratorio divertente, a qualche pensiero pesante e alla Primavera che mi chiama al sole ogni volta che posso!
Ah, ho pure iniziato il nuovo corso di fotografia...si vede???
Ma cosa vuol dire questa parola?
Nel mio caso non vuole certo dire stare lontano dalla gente, ci mancherebbe, ho lasciato il paesello proprio per avere il mondo e la vita a portata di mano. Forse però, rispetto a tanti coetanei e a qualche amico, tendo a cercare più momenti di solitudine e isolamento, più spazi lontani dove pensare e fare cose solo per me. O magari fare cose pure per gli altri ma comunque in un angolino tutto mio.
Quando mi perdo in questi ragionamenti mi viene in mente il mondo dei social network. Io sono iscritta a Facebook e, se vogliamo considerarli social network anche a Pinterest e Spotify. Devo dire che per adesso non mi sono mai pentita di aver deciso di sbattere buona parte della mia vita on line, magari un giorno accadrà, chi può dirlo, ma sino ad oggi ho solo guadagnato da questa scelta.
Ci sono contatti tra i miei amici di Facebook che probabilmente non rivedrò mai più, altri con cui sento di aver stretto un legame a distanza, legame che altrimenti non avrei potuto creare e coltivare, ad esempio per questioni geografiche.
Ricercatori conosciuti a convegni del passato come quello di Strasburgo, professori incontrati a scuole estive come quella di Latina, colleghi di sventura simpaticissimi e appassionati con cui ho trascorso una bella settimana questa estate a Pollenzo.
Grazie a Facebook ho conosciuto molte realtà interessanti e le ho fatte conoscere alle persone a cui voglio bene (le ho "condivise", no?), su Pinterest ho visto foto bellissime e trovato idee originali per la mia tana, con Spotify passo le mie ore musicali al lavoro, quando cucino e anche adesso mentre scrivo. Non ho voglia di affrontare qui il discorso trito e ritrito quanto noioso del "la gente vive on line", "le persone così si fanno i fatti degli altri", "il mondo è fuori", "la rete è un filtro". Tutto vero, verissimo, per carità, ma ognuno sceglie liberamente cosa diffondere di sé, quanto tempo trascorrere al pc invece che uscire a camminare, con chi stringere un'amicizia virtuale, se pubblicare le foto dei propri figli, nipoti, vicini di casa che non sanno di finire on line oppure evitare come faccio io. Personalmente passo parecchio tempo sui Social Network, ma non possiedo la TV, faccio pilates tre volte a settimana e vado a correre quando non sono in palestra, vivo da sola con tutto quello che comporta (compreso trovare il tempo per fare la spesa, cucinare, lavare, stendere...), mi sparo un paio di turni al mese in quel posto fighissimo che è l'Altrove, cerco di trascorrere all'aria aperta i week end di bel tempo e se ce la faccio scrivo o leggo quando piove. Quindi perdonatemi, starò anche spesso su Facebook, e allora?
Giusto di recente, con l'ultimo post che ho pubblicato qui sul blog, è capitato che si creasse un piccolo tam tam tra persone che si leggono e non si vedono mai o che addirittura non si sono mai viste. Un'opportunità di scambio semplice, emotiva, rispettosa dei dolori e dei sentimenti di tutti. Avevo scritto in questo post che mi ero innamorata di un'iniziativa (trovata, guarda caso, grazie a Facebook) e che avevo provato a farla mia. Sia tra i commenti sia direttamente sul social network su cui avevo pubblicato il mio scritto alcune persone hanno portato il loro contributo, lasciando un'impressione, scrivendo una riflessione o buttando giù a loro volta un post nel proprio blog personale. Fabiana (ennesimo esempio di come Facebook possa essere una sorpresa e portare con sé piccole amicizie) lo ha fatto ed è con lei che vi lascio.
P.S. Nella prossima puntata mi giustificherò per l'assenza, dovuta a una grande (anzi due) soddisfazione lavorativa, a una commisurata stanchezza, ad un laboratorio divertente, a qualche pensiero pesante e alla Primavera che mi chiama al sole ogni volta che posso!
Ah, ho pure iniziato il nuovo corso di fotografia...si vede???
lunedì 31 marzo 2014
Cara me
Ho una voglia matta di scrivere qui ma non ho il tempo per farlo.
Due presentazioni power point in dirittura d'arrivo, una ancora da iniziare, il week end lavorativo, il sole che fa venir voglia di correre sui prati dalla mattina alla sera. Altro che ufficio. Altro che pc.
Ma non si può, non ancora per lo meno: un po' di tranquillità ci sarà già tra una settimana, il viaggio in programma sarà da rimandare di qualche tempo, ma passeggiate, spiaggia e libro non sono poi così lontani.
Nel frattempo però, negli unici momenti in cui mi concedo un attimo di pausa dal monitor super illuminato e molesto, ho voglia di scrivere.
Oggi, navigando qua e là, mi sono imbattuta in questo e mi sono subito commossa. Nell'occhiata veloce che ho dato al sito mi pare di aver capito che si tratti di una piattaforma on line, gestita da alcuni autori, in cui chi scrive dedica una lettera al se stesso teenager, raccontandogli cosa è successo dall'adolescenza ad oggi, come sono cambiate le cose, com'è proseguita la vita, dove sono andate le speranze messe nel cassetto così tanti anni prima.
Non so con quale criterio vengano scelti argomento, modalità e scrittore del post, non ho ancora avuto il tempo di leggere seriamente tra le pagine del sito e farmi un'impressione più precisa. So solo che trovo sia un'idea splendida, romantica, forse pure un poco triste, ma certamente vicina alle mie corde e al mio modo di pensare.
Perciò in questi pochi minuti strappati alle slide piene di colori e di formule, voglio scrivermi anche io una lettera, partendo dalla foto sfocata quassù, quando avevo solo diciassette anni e la testa rasata.
"Cara me,
sono passati quindici anni, QUINDICI, da quando correvi su quella spiaggia, con il pellicciotto giallo e i Doctor Martens. Alla fine ti sei diplomata, nonostante quel liceo assurdo pieno di morti, di canzoni, di vodka alla pesca e assemblee, sembrasse non terminare mai. Ti sei iscritta a Lettere, con lo sguardo vigile di disappunto e rassegnazione di mamma, con la solita indifferenza di papà e con la buona abitudine di lavorare d'estate per pagarti i sabati sera fuori e la prima vacanza da quasi maggiorenne.
L'amore è andato come ha potuto, gestito da te che non sei mai stata brava a cercarti il bene nel mondo. Storie lunghe quasi tutte, intense, faticose, necessarie. Qualche tentativo poco felice, qualche altro poco fortunato, qualche altro ancora semplicemente un modo, l'ennesimo, per punirti il più possibile.
L'università l'hai finita, due volte, nel frattempo hai sepolto papà e un sacco di altra gente, rantolando in silenzio e stringendo i denti come non pensavi fosse possibile. Fai fatica a crederci anche adesso se è per questo.
Quello che non hai detto a parole l'ha detto il tuo corpo, ti sei ammalata spesso, ti sei spaventata ancora più di frequente e ancora oggi somatizzi tutto, dall'inceppo sul lavoro al peggiore dei soprusi.
Hai trovato l'amicizia vera e quella falsa, hai ascoltato voci amate, rispettate e accolte come fossero di famiglia, hai perso persone che hanno guardato altrove per troppo tempo, con la convinzione di trovarti ancora lì una volta tornate.
Hai fatto mille lavori diversi, alcuni divertenti, alcuni imbarazzanti, alcuni faticosi per la testa, per il corpo e per il cuore.
Hai avuto fame, sonno, voglia di fare l'amore.
Hai perso peso e lo hai ripreso, e riperso, e ripreso. Hai corso dietro a un treno, dietro a un cane, hai corso e basta. Ti sei guardata dentro, hai chiesto aiuto per farlo, hai lasciato casa, mamma e gatta per trovare il tuo piccolo posto nel mondo. Hai costruito un nido verde pieno di legna e di cose belle, hai continuato a studiare e, pensa un po', ti sei persino dottorata. Hai provato con poco successo a mettere da parte qualche soldo ma l'unica cosa che sai accantonare è l'orgoglio, anche se forse, in questi quindici anni, sei un poco migliorata.
Hai imparato a cucinare, a fotografare, a fare pilates e (ogni tanto) a dire di no.
Hai cominciato a scrivere come mai avevi fatto fino ad ora, con costanza, passione e visione futura, leggendo libri, spulciando blog, pensando ai tuoi diciassette anni."
P.S. In questi anni di ilmareingiardino la foto del post potrei pure averla già usata, non ricordo, ma fa lo stesso.
Due presentazioni power point in dirittura d'arrivo, una ancora da iniziare, il week end lavorativo, il sole che fa venir voglia di correre sui prati dalla mattina alla sera. Altro che ufficio. Altro che pc.
Ma non si può, non ancora per lo meno: un po' di tranquillità ci sarà già tra una settimana, il viaggio in programma sarà da rimandare di qualche tempo, ma passeggiate, spiaggia e libro non sono poi così lontani.
Nel frattempo però, negli unici momenti in cui mi concedo un attimo di pausa dal monitor super illuminato e molesto, ho voglia di scrivere.
Oggi, navigando qua e là, mi sono imbattuta in questo e mi sono subito commossa. Nell'occhiata veloce che ho dato al sito mi pare di aver capito che si tratti di una piattaforma on line, gestita da alcuni autori, in cui chi scrive dedica una lettera al se stesso teenager, raccontandogli cosa è successo dall'adolescenza ad oggi, come sono cambiate le cose, com'è proseguita la vita, dove sono andate le speranze messe nel cassetto così tanti anni prima.
Non so con quale criterio vengano scelti argomento, modalità e scrittore del post, non ho ancora avuto il tempo di leggere seriamente tra le pagine del sito e farmi un'impressione più precisa. So solo che trovo sia un'idea splendida, romantica, forse pure un poco triste, ma certamente vicina alle mie corde e al mio modo di pensare.
Perciò in questi pochi minuti strappati alle slide piene di colori e di formule, voglio scrivermi anche io una lettera, partendo dalla foto sfocata quassù, quando avevo solo diciassette anni e la testa rasata.
"Cara me,
sono passati quindici anni, QUINDICI, da quando correvi su quella spiaggia, con il pellicciotto giallo e i Doctor Martens. Alla fine ti sei diplomata, nonostante quel liceo assurdo pieno di morti, di canzoni, di vodka alla pesca e assemblee, sembrasse non terminare mai. Ti sei iscritta a Lettere, con lo sguardo vigile di disappunto e rassegnazione di mamma, con la solita indifferenza di papà e con la buona abitudine di lavorare d'estate per pagarti i sabati sera fuori e la prima vacanza da quasi maggiorenne.
L'amore è andato come ha potuto, gestito da te che non sei mai stata brava a cercarti il bene nel mondo. Storie lunghe quasi tutte, intense, faticose, necessarie. Qualche tentativo poco felice, qualche altro poco fortunato, qualche altro ancora semplicemente un modo, l'ennesimo, per punirti il più possibile.
L'università l'hai finita, due volte, nel frattempo hai sepolto papà e un sacco di altra gente, rantolando in silenzio e stringendo i denti come non pensavi fosse possibile. Fai fatica a crederci anche adesso se è per questo.
Quello che non hai detto a parole l'ha detto il tuo corpo, ti sei ammalata spesso, ti sei spaventata ancora più di frequente e ancora oggi somatizzi tutto, dall'inceppo sul lavoro al peggiore dei soprusi.
Hai trovato l'amicizia vera e quella falsa, hai ascoltato voci amate, rispettate e accolte come fossero di famiglia, hai perso persone che hanno guardato altrove per troppo tempo, con la convinzione di trovarti ancora lì una volta tornate.
Hai fatto mille lavori diversi, alcuni divertenti, alcuni imbarazzanti, alcuni faticosi per la testa, per il corpo e per il cuore.
Hai avuto fame, sonno, voglia di fare l'amore.
Hai perso peso e lo hai ripreso, e riperso, e ripreso. Hai corso dietro a un treno, dietro a un cane, hai corso e basta. Ti sei guardata dentro, hai chiesto aiuto per farlo, hai lasciato casa, mamma e gatta per trovare il tuo piccolo posto nel mondo. Hai costruito un nido verde pieno di legna e di cose belle, hai continuato a studiare e, pensa un po', ti sei persino dottorata. Hai provato con poco successo a mettere da parte qualche soldo ma l'unica cosa che sai accantonare è l'orgoglio, anche se forse, in questi quindici anni, sei un poco migliorata.
Hai imparato a cucinare, a fotografare, a fare pilates e (ogni tanto) a dire di no.
Hai cominciato a scrivere come mai avevi fatto fino ad ora, con costanza, passione e visione futura, leggendo libri, spulciando blog, pensando ai tuoi diciassette anni."
P.S. In questi anni di ilmareingiardino la foto del post potrei pure averla già usata, non ricordo, ma fa lo stesso.
domenica 23 marzo 2014
E brava Giulia...
La prima volta che ci siamo viste non volevamo essere dove eravamo. Adolescenti spostate da un mondo conosciuto a un mondo nuovo, soprattutto lei con la sua maglia di Vasco e il broncio, rannicchiata sulle scale di casa, mentre la banda suonava e la coda per le focaccette fritte arrivava fino alla strada.
Di anni ne sono passati quasi venti, cazzo. Venti.
E nel frattempo siamo cresciute, ne abbiamo viste di tutti i colori, ne abbiamo superate di tutti i colori e ancora oggi ci lottiamo contro ogni giorno.
Abbiamo imparato ad amarlo questo posto, io forse più di lei che è andata via tante volte, per lavoro, per i suoi viaggi matti e meravigliosi, che non ha mai mancato di raccontarmi nei minimi dettagli durante le cene dei mille ritorni.
E il gelato alla crema con miele e cannella, le zuppe, i miei sformati di verdura, le insalate dei sensi di colpa, il passito e soprattutto il baffo ghiacciato delle sere d'estate, lei abbronzatissima e io fucsia ma felice.
Siamo state lontane, siamo state Vicine.
Abbiamo parlato tanto, di tutto, senza paure, senza pregiudizi, senza dimenticarci mai cosa conta davvero.
Abbiamo parlato anche di te, di scelte, di futuro, di preoccupazioni e speranze.
Quando mi ha detto che ti saresti chiamata Giulia ho subito ricordato la maglietta di Vasco, i concerti a cui lei andava spesso, con gli amici e con lo zio, fan sfegatata di quel cantante che a me non è mai piaciuto ma che mi ha sempre fatto pensare a lei. E ora anche a te.
E mi vengono in mente anche tutti i concerti a cui siamo andate insieme: Guccini, la Nannini, la Mannoia, i Negramaro (solo perché avevamo dei biglietti gratis eh...), Conte, Elisa e forse qualcuno lo dimentico pure.
Sono stata fortunata ad averla trovata e ora sono fortunata ad aver trovato te, piccola figlia della mia migliore amica, che oggi mi hai guardata con un occhio solo (che lo so che mica ci vedi ancora, hai solo quattro giorni), appesa a quella tetta gigante, col pigiama pieno di gufi e una cascata di capellini neri.
Ben arrivata nipote, piacere di conoscerti!
P.S. La foto è un lavoro di mamma, un work in progress in verità. Si tratta di una piccola camicina, anzi di un piccolo camice, cucito per i bimbi prematuri che devono affrontare una Risonanza Magnetica Nucleare. Fa parte di questo meraviglioso progetto.
Di anni ne sono passati quasi venti, cazzo. Venti.
E nel frattempo siamo cresciute, ne abbiamo viste di tutti i colori, ne abbiamo superate di tutti i colori e ancora oggi ci lottiamo contro ogni giorno.
Abbiamo imparato ad amarlo questo posto, io forse più di lei che è andata via tante volte, per lavoro, per i suoi viaggi matti e meravigliosi, che non ha mai mancato di raccontarmi nei minimi dettagli durante le cene dei mille ritorni.
E il gelato alla crema con miele e cannella, le zuppe, i miei sformati di verdura, le insalate dei sensi di colpa, il passito e soprattutto il baffo ghiacciato delle sere d'estate, lei abbronzatissima e io fucsia ma felice.
Siamo state lontane, siamo state Vicine.
Abbiamo parlato tanto, di tutto, senza paure, senza pregiudizi, senza dimenticarci mai cosa conta davvero.
Abbiamo parlato anche di te, di scelte, di futuro, di preoccupazioni e speranze.
Quando mi ha detto che ti saresti chiamata Giulia ho subito ricordato la maglietta di Vasco, i concerti a cui lei andava spesso, con gli amici e con lo zio, fan sfegatata di quel cantante che a me non è mai piaciuto ma che mi ha sempre fatto pensare a lei. E ora anche a te.
E mi vengono in mente anche tutti i concerti a cui siamo andate insieme: Guccini, la Nannini, la Mannoia, i Negramaro (solo perché avevamo dei biglietti gratis eh...), Conte, Elisa e forse qualcuno lo dimentico pure.
Sono stata fortunata ad averla trovata e ora sono fortunata ad aver trovato te, piccola figlia della mia migliore amica, che oggi mi hai guardata con un occhio solo (che lo so che mica ci vedi ancora, hai solo quattro giorni), appesa a quella tetta gigante, col pigiama pieno di gufi e una cascata di capellini neri.
Ben arrivata nipote, piacere di conoscerti!
P.S. La foto è un lavoro di mamma, un work in progress in verità. Si tratta di una piccola camicina, anzi di un piccolo camice, cucito per i bimbi prematuri che devono affrontare una Risonanza Magnetica Nucleare. Fa parte di questo meraviglioso progetto.
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sabato 15 marzo 2014
Between the click of the light and the start of the dream
Oggi è una giornata strana.
Questa mattina ho corso più di un'ora e se non avessi ripensato alle parole lette sulla fibromialgia e a quelle dette dal fisiatra avrei continuato a correre ancora. Al porto era tutto tranquillo o per lo meno così sembrava a me. Una lunga fila di persone, donne per lo più, pronte ad entrare alla fiera di hobbistica, signori con i cani a passeggio, skipper impermeabili che mi seguivano con lo sguardo, qualche turista straniero un po' sperduto davanti a tutto quel mare calmo.
Nelle cuffie la musica che mi accompagna ormai da giorni e la radio che sembra sempre sapere e mi regala i pezzi giusti al momento giusto.
A pranzo la carne di Ste, ho il ciclo e mi serve. Poi metro, poi bus, poi regalo per la "nipotina" in arrivo. Poi bus, poi metro, poi letto, in attesa di incontrare mamma e andare con lei all'inaugurazione della mostra di acquaforti di un'amica.
Belle, una se n'è pure venuta a casa con me, devo solo decidere dove appenderla o posarla, quella sagoma in bilico sul filo, seguita da un gatto un po' goffo e con in mano un palloncino rosso.
Quest'oggi navigando in rete mi sono imbattuta in una lettera, questa, scritta in risposta ad un post meraviglioso, su cui inevitabilmente mi sono trovata a riflettere molto.
Quello a cui ho pensato istintivamente è che il mio approccio alla perdita sia stato più simile al percorso raccontato da Linda Varlese, poi però, soffermandomi con il cuore calmo a leggere le parole di Noah Michelson credo di non essere tutto sommato così distante dai suoi pensieri.
Vorrei provare a riguardarli punto per punto e a vedere se posso farli miei, oppure no.
Intanto la storia è simile, ma si discosta per un aspetto molto importante: mio padre non ha (quasi) mai voluto lottare. Un particolare non da poco per chi si ritrova poi con un lutto da elaborare. Comunque, stessa tosse dell'inferno vero, stesso cancro, nove mesi anziché sei (con una ottimistica previsione di due), ultimi trenta giorni che non si possono raccontare. Lui scrive Quei sei mesi furono i più tristi e strani della mia vita. Li attraversai al rallentatore, è andata esattamente così anche per me. Come anche per me, luglio anziché febbraio, è un periodo bianco, in cui galleggio tra somatizzazioni e crolli accorgendomi solo a giorni passati che si tratta del suo mese, piantato nel mio cervello e nel mio cuore come una puntina da disegno ormai arrugginita: Adesso quando arriva febbraio, un'appiccicosa inquietudine mi cola dal cervello per raccogliersi nel mio petto, e finisco col trascorrere le quattro settimane seguenti oscillando fra la necessità di distrarmi dall'orrore di ciò che accadde durante gli ultimi mesi di vita di mio padre, e il desiderio di cullare quei ricordi, rigirandomeli di continuo nella mente affinché non ne dimentichi mai i contorni frastagliati.
Mio padre non è stato un uomo incredibile come quello di Noah, anche se ognuno ha il suo "senso dell'incredibilità" no? Perciò le seguenti cinque cose su cui rifletterò dopo quasi nove anni posso dire che sì, sono in onore del suo per lo meno bizzarro modo di arrivare, rimanere e andare via da questa terra.
1. Fa' che tutto - tutto - abbia importanza oggi, perché non sai mai che cosa il futuro abbia in serbo per te.
Sembra una frase fatta e forse in effetti lo è, non sono per nulla brava a seguire questo precetto, ma ci provo, ultimamente più che mai, ponendomi meno limiti possibile all'opportunità di assaporare la vita. So bene che dall'oggi al domani le cose possono cambiare, malissimo pure.
2. Affrontare la propria fine porta una certa pace.
Niente, non so cosa significhi. Io il senso di pace nella morte di mio padre non l'ho trovato mai, non in lui per lo meno. Anzi, il poco che ho provato io nelle ultime ore, quando sapevo con una buona dose di certezza che le sofferenze stavano ormai terminando, si è tramutato subito ed è rimasto per anni un gran coagulo di senso di colpa, fermo immobile tra i miei polmoni.
3. Mai sottovalutare il potere dell'arte.
Quanto è vero. Sono riuscita a trovare il bello anche nell'odore dell'alcool dei reparti, anche nelle finestre delle sale d'aspetto, nelle ore rubate tra un turno e l'altro in cui mi concedevo un acquisto frivolo o un gelato che fungesse da colazione, pranzo e cena. A differenza dell'autore del post non ricordo più cosa leggessi in quei giorni, all'inizio preparavo gli ultimi esami all'università, più avanti chiusi pure quei libri e forse non lessi più niente. Né guardai la TV. Aspettavo paziente, con le mani poggiate sulle ginocchia, che riuscisse a dormire, almeno un poco.
4. Tutti meritiamo il diritto di morire.
Certamente, e non smetterò mai di crederci. Nemmeno io ho avuto il coraggio di uccidere mio padre, nemmeno io scorderò mai i suoi occhi che lo domandavano in silenzio. Sono momenti che non si dimenticano mai più e che sono maledettamente utili per crescere, per alimentare il più possibile il punto 1 e vedere il bello ogni volta che si può, ovunque ne abbiamo l'opportunità.
5. L'amore esiste.
In tutte le sue forme. Il cancro di mio padre mi ha mostrato quanto siano diversi quello di una compagna da quello di una figlia, quanto spesso l'ipocrisia venga travestita da amore, quanto anche solo aprire una finestra in una torrida giornata di metà luglio possa rappresentare un enorme gesto d'amore. Il silenzio è amore. Una corsa in moto per non pensare è amore. Un brindisi alla morte è amore.
La possibilità di vedere l'amore in tutte le sue sfumature è stato il regalo più grande che questa storia mi abbia lasciato. La capacità di cogliere questa bellezza non l'ho mai più persa e sono convinta che le persone che vivono accanto a me vengano spesso toccate, anche solo di striscio, da un mio gesto di amore per loro.
Un grande dono, papà.
P.S. Non è fine mese, sono in anticipo con la canzone di marzo, ma questa sono così tanti giorni che la ascolto che non posso proprio non segnalarla: Arcade Fire - No cars go (pure il titolo del post viene da lì)
Questa mattina ho corso più di un'ora e se non avessi ripensato alle parole lette sulla fibromialgia e a quelle dette dal fisiatra avrei continuato a correre ancora. Al porto era tutto tranquillo o per lo meno così sembrava a me. Una lunga fila di persone, donne per lo più, pronte ad entrare alla fiera di hobbistica, signori con i cani a passeggio, skipper impermeabili che mi seguivano con lo sguardo, qualche turista straniero un po' sperduto davanti a tutto quel mare calmo.
Nelle cuffie la musica che mi accompagna ormai da giorni e la radio che sembra sempre sapere e mi regala i pezzi giusti al momento giusto.
A pranzo la carne di Ste, ho il ciclo e mi serve. Poi metro, poi bus, poi regalo per la "nipotina" in arrivo. Poi bus, poi metro, poi letto, in attesa di incontrare mamma e andare con lei all'inaugurazione della mostra di acquaforti di un'amica.
Belle, una se n'è pure venuta a casa con me, devo solo decidere dove appenderla o posarla, quella sagoma in bilico sul filo, seguita da un gatto un po' goffo e con in mano un palloncino rosso.
Quest'oggi navigando in rete mi sono imbattuta in una lettera, questa, scritta in risposta ad un post meraviglioso, su cui inevitabilmente mi sono trovata a riflettere molto.
Quello a cui ho pensato istintivamente è che il mio approccio alla perdita sia stato più simile al percorso raccontato da Linda Varlese, poi però, soffermandomi con il cuore calmo a leggere le parole di Noah Michelson credo di non essere tutto sommato così distante dai suoi pensieri.
Vorrei provare a riguardarli punto per punto e a vedere se posso farli miei, oppure no.
Intanto la storia è simile, ma si discosta per un aspetto molto importante: mio padre non ha (quasi) mai voluto lottare. Un particolare non da poco per chi si ritrova poi con un lutto da elaborare. Comunque, stessa tosse dell'inferno vero, stesso cancro, nove mesi anziché sei (con una ottimistica previsione di due), ultimi trenta giorni che non si possono raccontare. Lui scrive Quei sei mesi furono i più tristi e strani della mia vita. Li attraversai al rallentatore, è andata esattamente così anche per me. Come anche per me, luglio anziché febbraio, è un periodo bianco, in cui galleggio tra somatizzazioni e crolli accorgendomi solo a giorni passati che si tratta del suo mese, piantato nel mio cervello e nel mio cuore come una puntina da disegno ormai arrugginita: Adesso quando arriva febbraio, un'appiccicosa inquietudine mi cola dal cervello per raccogliersi nel mio petto, e finisco col trascorrere le quattro settimane seguenti oscillando fra la necessità di distrarmi dall'orrore di ciò che accadde durante gli ultimi mesi di vita di mio padre, e il desiderio di cullare quei ricordi, rigirandomeli di continuo nella mente affinché non ne dimentichi mai i contorni frastagliati.
Mio padre non è stato un uomo incredibile come quello di Noah, anche se ognuno ha il suo "senso dell'incredibilità" no? Perciò le seguenti cinque cose su cui rifletterò dopo quasi nove anni posso dire che sì, sono in onore del suo per lo meno bizzarro modo di arrivare, rimanere e andare via da questa terra.
1. Fa' che tutto - tutto - abbia importanza oggi, perché non sai mai che cosa il futuro abbia in serbo per te.
Sembra una frase fatta e forse in effetti lo è, non sono per nulla brava a seguire questo precetto, ma ci provo, ultimamente più che mai, ponendomi meno limiti possibile all'opportunità di assaporare la vita. So bene che dall'oggi al domani le cose possono cambiare, malissimo pure.
2. Affrontare la propria fine porta una certa pace.
Niente, non so cosa significhi. Io il senso di pace nella morte di mio padre non l'ho trovato mai, non in lui per lo meno. Anzi, il poco che ho provato io nelle ultime ore, quando sapevo con una buona dose di certezza che le sofferenze stavano ormai terminando, si è tramutato subito ed è rimasto per anni un gran coagulo di senso di colpa, fermo immobile tra i miei polmoni.
3. Mai sottovalutare il potere dell'arte.
Quanto è vero. Sono riuscita a trovare il bello anche nell'odore dell'alcool dei reparti, anche nelle finestre delle sale d'aspetto, nelle ore rubate tra un turno e l'altro in cui mi concedevo un acquisto frivolo o un gelato che fungesse da colazione, pranzo e cena. A differenza dell'autore del post non ricordo più cosa leggessi in quei giorni, all'inizio preparavo gli ultimi esami all'università, più avanti chiusi pure quei libri e forse non lessi più niente. Né guardai la TV. Aspettavo paziente, con le mani poggiate sulle ginocchia, che riuscisse a dormire, almeno un poco.
4. Tutti meritiamo il diritto di morire.
Certamente, e non smetterò mai di crederci. Nemmeno io ho avuto il coraggio di uccidere mio padre, nemmeno io scorderò mai i suoi occhi che lo domandavano in silenzio. Sono momenti che non si dimenticano mai più e che sono maledettamente utili per crescere, per alimentare il più possibile il punto 1 e vedere il bello ogni volta che si può, ovunque ne abbiamo l'opportunità.
5. L'amore esiste.
In tutte le sue forme. Il cancro di mio padre mi ha mostrato quanto siano diversi quello di una compagna da quello di una figlia, quanto spesso l'ipocrisia venga travestita da amore, quanto anche solo aprire una finestra in una torrida giornata di metà luglio possa rappresentare un enorme gesto d'amore. Il silenzio è amore. Una corsa in moto per non pensare è amore. Un brindisi alla morte è amore.
La possibilità di vedere l'amore in tutte le sue sfumature è stato il regalo più grande che questa storia mi abbia lasciato. La capacità di cogliere questa bellezza non l'ho mai più persa e sono convinta che le persone che vivono accanto a me vengano spesso toccate, anche solo di striscio, da un mio gesto di amore per loro.
Un grande dono, papà.
P.S. Non è fine mese, sono in anticipo con la canzone di marzo, ma questa sono così tanti giorni che la ascolto che non posso proprio non segnalarla: Arcade Fire - No cars go (pure il titolo del post viene da lì)
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