Senza far male un par di palle.
Anni fa il titolo del post è stato un sms, scritto dal mio amore mentre perdevo mio padre, rimasto nel telefono per un sacco di tempo, riletto ogni tanto per sorridere e sentirmi ben voluta, anche quando ormai il cuore era altrove.
Oggi penso che di stazioni ne sono passate moltissime, con ritardi, soppressioni e cambi di binario, ma sono passate. E anche questa passerà, forse davvero senza fare (troppo) male. Oppure non è così, forse passerà facendo malissimo, ma sono io stavolta che ho imparato a proteggermi. Sembra che tutto sia più semplice, sembra bastarmi uno spicchio di azzurro dalla finestra del bagno durante la prima pipì del giorno per sentirmi felice, per sentirmi in pace. E pazienza se in questo periodo mi trascino fino alle dieci, fino all'ora della ricarica. Pazienza se prendo peso, se non digerisco, se ho mal di testa, se ho il collo teso. Passerà anche questa stazione. E anche se farà male passerà lo stesso.
L'anno prossimo avrò finito l'assegno di ricerca e chissà a fine maggio cosa farò, chissà se sarò una babysitter, una cameriera, una commessa, una scrittrice, un'animatrice, una fioraia, una barista o una disoccupata. Passerà anche quella difficoltà come sempre e, come sempre, sarò felice e sarò fortunata.
Tutto quello che posso fare ora per rendere il viaggio più semplice, è continuare a difendermi e a proteggermi, da me stessa e da ciò che può rendere incerta la corsa, da quello che ha il potere di rendermi fragile e nuda in mezzo ad un mondo dove spesso non riesco a trovare un posto, un approdo, una stazione. I boschi mi aiuteranno, insieme ai fornelli e alle verdure del sabato, insieme alle fotografie che ormai scatto in ogni dove per fermare un attimo o comporre un momento di colore, insieme al mare che mi chiama sempre più spesso e che è ora di andare a trovare davvero.
Comincio già stasera a sedermi accanto a me, qui in stazione, leggendo un libro nuovo che si intitola Guida rapida agli addii (della Tyler, quasi una garanzia), aspettando la tisana della sera che mamma sta preparando di là in cucina, accovacciandomi in giardino con felpa e pigiama per guardare la gatta che gioca nel buio.
Visualizzazione post con etichetta buio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta buio. Mostra tutti i post
venerdì 30 maggio 2014
mercoledì 1 gennaio 2014
A un passo dal cielo
Cosa c'è di buono nel dover scrivere una tesi e non averne voglia? Per esempio che il cervello registra la necessità di sedersi al computer e lasciarsi andare sui tasti, ma all'ultimo minuto svia su altri argomenti...e così il mio blog si ritrova con un sacco di post nuovi in pochi giorni.
Questa in realtà è una pagina doverosa, quasi istintiva e (penso) anche breve, perché dopo tonnellate di pensieri negativi e difficoltà credo sia giusto, innanzi tutto per vederle meglio, scrivere pure delle cose belle.
Oggi, di bello, c'è il pensiero a poche ore fa, quando le mie gambe scendevano incerte da un sentiero conosciuto.
La prima riflessione che mi viene da fare è "Ma quanto è diverso camminare di notte rispetto a camminare di giorno?". Moltissimo, e non ci sono frontali che tengano. Nonostante le luci, nonostante si tratti di un percorso già fatto tante volte, per me è come muovermi in un sogno, con poca visuale e soprattutto poca aria. Quindi la salita non è stata semplice, o meglio, lo è stata perché inspiegabilmente ho tenuto il passo e in un'oretta (forse meno) siamo arrivati in cima, però ho faticato, con la concentrazione soprattutto, a rimanere lì e a non cedere alle ansie di questi giorni. Mi hanno aiutata i soliti passi davanti ai miei, le parole nel silenzio, i rumori della notte, gli occhi luminosi di un capriolo coraggioso, il freddo (poco in verità), la voglia di staccare da tutto e da tutti. Dal niente mi arrivavano delle indicazioni preziose, "le salite, il piano, le salite di nuovo, i prati, la cappelletta", un gesto così discreto e così dolce che mi è servito per capire dov'ero, quanto stavo camminando, come stavo andando. E, nonostante tutto, mi mettevo alla prova: nel mio cervello cantavo questa e non mi davo tregua.
E' stato un viaggio bellissimo e un arrivo ancora più bello: la città vista dall'alto, le navi che sembravano volare nel buio, i fuochi d'artificio in anticipo, i bengala rosa che parevano arrivare fino a noi, la moretti stappata sul bordo del tavolo di legno, i cioccolatini rossi per farci gli auguri, le ginocchia rannicchiate per stare al caldo.
La discesa, più lenta della salita vista la notte e il sentiero a tratti un po' ripido è stata però facile per me, che ormai avevo in testa questa da quando lo scintillio delle stelle aveva calmato i miei pensieri difficili.
E' stato bello, è stato diverso, è stato una cura, seppur breve, per il mio animo che non ha tregua mai perché non gliene do.
E basta così, perché tutte le sensazioni che ho provato non rendono se cerco di spiegarle, perché nemmeno le foto sono riuscite a dire come si sta lassù, a un passo dal cielo e da se stessi.
Questa in realtà è una pagina doverosa, quasi istintiva e (penso) anche breve, perché dopo tonnellate di pensieri negativi e difficoltà credo sia giusto, innanzi tutto per vederle meglio, scrivere pure delle cose belle.
Oggi, di bello, c'è il pensiero a poche ore fa, quando le mie gambe scendevano incerte da un sentiero conosciuto.
La prima riflessione che mi viene da fare è "Ma quanto è diverso camminare di notte rispetto a camminare di giorno?". Moltissimo, e non ci sono frontali che tengano. Nonostante le luci, nonostante si tratti di un percorso già fatto tante volte, per me è come muovermi in un sogno, con poca visuale e soprattutto poca aria. Quindi la salita non è stata semplice, o meglio, lo è stata perché inspiegabilmente ho tenuto il passo e in un'oretta (forse meno) siamo arrivati in cima, però ho faticato, con la concentrazione soprattutto, a rimanere lì e a non cedere alle ansie di questi giorni. Mi hanno aiutata i soliti passi davanti ai miei, le parole nel silenzio, i rumori della notte, gli occhi luminosi di un capriolo coraggioso, il freddo (poco in verità), la voglia di staccare da tutto e da tutti. Dal niente mi arrivavano delle indicazioni preziose, "le salite, il piano, le salite di nuovo, i prati, la cappelletta", un gesto così discreto e così dolce che mi è servito per capire dov'ero, quanto stavo camminando, come stavo andando. E, nonostante tutto, mi mettevo alla prova: nel mio cervello cantavo questa e non mi davo tregua.
E' stato un viaggio bellissimo e un arrivo ancora più bello: la città vista dall'alto, le navi che sembravano volare nel buio, i fuochi d'artificio in anticipo, i bengala rosa che parevano arrivare fino a noi, la moretti stappata sul bordo del tavolo di legno, i cioccolatini rossi per farci gli auguri, le ginocchia rannicchiate per stare al caldo.
La discesa, più lenta della salita vista la notte e il sentiero a tratti un po' ripido è stata però facile per me, che ormai avevo in testa questa da quando lo scintillio delle stelle aveva calmato i miei pensieri difficili.
E' stato bello, è stato diverso, è stato una cura, seppur breve, per il mio animo che non ha tregua mai perché non gliene do.
E basta così, perché tutte le sensazioni che ho provato non rendono se cerco di spiegarle, perché nemmeno le foto sono riuscite a dire come si sta lassù, a un passo dal cielo e da se stessi.
Etichette:
amici,
buio,
emozioni,
felicità,
natura,
notte,
protezione,
riflessioni
martedì 12 novembre 2013
L'uomo che dormiva con le scarpe
Una volta c'era un uomo che dormiva con le scarpe. Che scomodità direte voi, che schifo. Lui però mica si coricava con le scarpe che metteva per uscire, lui ne aveva un paio apposta per la notte, con una bella suola robusta, la tomaia in pelle marrone, i lacci beige che annodava con il fiocco. Dopo essersi lavato i denti e abbottonato il pigiama fino in cima, l'uomo che dormiva con le scarpe si sedeva sul bordo del letto, indossava un paio di calzini puliti e infilava i piedi al loro posto.
D'estate e d'inverno. All'inizio aveva due paia di scarpe diverse, uno che cominciava a mettere a maggio, di tela azzurra con i lacci bianchi e uno per la stagione fredda, più alto sulla caviglia e con le cuciture spesse. Col tempo decise di arrangiarsi con una via di mezzo, che non lo facesse sudare nei sonni di luglio e lo sapesse riparare nelle notti di Natale.
Ma perché l'uomo che dormiva con le scarpe, dormiva con le scarpe? Per essere sempre pronto a scappare, per non farsi mai cogliere impreparato, per imboccare con destrezza il corridoio, aprire la porta d'ingresso e fuggire nel buio.
Aveva fatto la guerra? No. Era stato aggredito? No. Aveva subito minacce? Nient'affatto. L'uomo che dormiva con le scarpe sognava sempre, ogni volta che andava a dormire e sprofondava nel sonno lui sognava; ma non sognava i banchi di scuola, la casa dei nonni, il pranzo di Pasqua o le foglie d'autunno, lui sognava percorsi, fossati, ponti di legno e corda, salti nel vuoto, prati scoscesi, rocce appuntite. E sognava uomini vestiti di scuro che gli correvano dietro, garage semi aperti in cui nascondersi, automobili a fari spenti che gli sfrecciavano accanto, finestre sbarrate, tetti scivolosi, pollai silenziosi, scatole chiuse.
Prima di prendere l'abitudine a dormire con le scarpe, l'uomo che dormiva con le scarpe si svegliava in piena notte, nel bel mezzo di una fuga, con la schiena sudata e i muscoli contratti, senza capire cosa fosse successo e cosa lo avesse spinto a sgranare gli occhi nel buio, in preda alla sete e all'angoscia. Dopo diversi episodi di insonnia, spaventi, e sogni interrotti a metà, lo capì. Se ne accorse una notte di febbraio, mentre correva tra l'erba alta, con un senso di inadeguatezza diffuso, con il fiato corto e il rumore di qualcuno alle calcagna che spezzava rami secchi ad ogni passo e fendeva l'aria fredda e profumata di paglia. Mentre continuava a zigzagare, con falcate regolari, volgendo ogni tanto gli occhi verso il cielo stellato, sentì un dolore acuto sotto la pianta del piede destro, come una grossa spina che si conficca nella carne, come un pezzo di legno duro che si pianta senza fare rumore. Perse l'equilibrio, cadde tra l'erba e si rialzò, cercò a tastoni qualcosa di invisibile e di doloroso poco sotto all'attaccatura delle dita, provò a muoversi ancora, ma una mano gli afferrò la maglia, tra le scapole e lo tirò via dalla sua corsa, svegliandolo. Cosa era capitato? Semplice! Come la notte in cui saltando giù da un muro era atterrato su una bottiglia rotta tagliandosi un calcagno e ritrovandosi rigido e sveglio sotto le coperte, o come quando svoltando dietro ad un angolo aveva sbattuto l'alluce contro un marciapiede troppo sporgente ed era balzato dal letto urlando, anche quella notte nel prato stava sognando senza scarpe. Strade sporche, siringhe, pozzanghere, macchie d'olio, cacche dei cani, ghiaia appuntita, rocce taglienti, neve e ghiaccio, asfalto bollente, corridoi di treni e pavimenti di stazioni...tutti calpestati senza scarpe, di corsa, con la paura di non arrivare alla fine del gioco e di svegliarsi prima, senza aver superato lo svantaggio di aver combattuto ad armi impari. Come fare per vincere, per veder nascere il giorno dopo una notte dormita tutta di filato, per provare la bella sensazione di un atterraggio protetto, di una schivata in scivolata, di un balzo su un piede solo? Indossando un paio di scarpe, comode preferibilmente. Da quella notte di febbraio, quindi, sotto un cielo stellato tra l'erba alta, l'uomo che dormiva con le scarpe cominciò una nuova vita, iniziò a divertirsi, a svegliarsi realizzato e riposato, a sentirsi forte e capace, indipendente e in gamba, pronto ad annodare i lacci, fare un bel respiro, voltare le spalle al mondo e chiudere gli occhi.
D'estate e d'inverno. All'inizio aveva due paia di scarpe diverse, uno che cominciava a mettere a maggio, di tela azzurra con i lacci bianchi e uno per la stagione fredda, più alto sulla caviglia e con le cuciture spesse. Col tempo decise di arrangiarsi con una via di mezzo, che non lo facesse sudare nei sonni di luglio e lo sapesse riparare nelle notti di Natale.
Ma perché l'uomo che dormiva con le scarpe, dormiva con le scarpe? Per essere sempre pronto a scappare, per non farsi mai cogliere impreparato, per imboccare con destrezza il corridoio, aprire la porta d'ingresso e fuggire nel buio.
Aveva fatto la guerra? No. Era stato aggredito? No. Aveva subito minacce? Nient'affatto. L'uomo che dormiva con le scarpe sognava sempre, ogni volta che andava a dormire e sprofondava nel sonno lui sognava; ma non sognava i banchi di scuola, la casa dei nonni, il pranzo di Pasqua o le foglie d'autunno, lui sognava percorsi, fossati, ponti di legno e corda, salti nel vuoto, prati scoscesi, rocce appuntite. E sognava uomini vestiti di scuro che gli correvano dietro, garage semi aperti in cui nascondersi, automobili a fari spenti che gli sfrecciavano accanto, finestre sbarrate, tetti scivolosi, pollai silenziosi, scatole chiuse.
Prima di prendere l'abitudine a dormire con le scarpe, l'uomo che dormiva con le scarpe si svegliava in piena notte, nel bel mezzo di una fuga, con la schiena sudata e i muscoli contratti, senza capire cosa fosse successo e cosa lo avesse spinto a sgranare gli occhi nel buio, in preda alla sete e all'angoscia. Dopo diversi episodi di insonnia, spaventi, e sogni interrotti a metà, lo capì. Se ne accorse una notte di febbraio, mentre correva tra l'erba alta, con un senso di inadeguatezza diffuso, con il fiato corto e il rumore di qualcuno alle calcagna che spezzava rami secchi ad ogni passo e fendeva l'aria fredda e profumata di paglia. Mentre continuava a zigzagare, con falcate regolari, volgendo ogni tanto gli occhi verso il cielo stellato, sentì un dolore acuto sotto la pianta del piede destro, come una grossa spina che si conficca nella carne, come un pezzo di legno duro che si pianta senza fare rumore. Perse l'equilibrio, cadde tra l'erba e si rialzò, cercò a tastoni qualcosa di invisibile e di doloroso poco sotto all'attaccatura delle dita, provò a muoversi ancora, ma una mano gli afferrò la maglia, tra le scapole e lo tirò via dalla sua corsa, svegliandolo. Cosa era capitato? Semplice! Come la notte in cui saltando giù da un muro era atterrato su una bottiglia rotta tagliandosi un calcagno e ritrovandosi rigido e sveglio sotto le coperte, o come quando svoltando dietro ad un angolo aveva sbattuto l'alluce contro un marciapiede troppo sporgente ed era balzato dal letto urlando, anche quella notte nel prato stava sognando senza scarpe. Strade sporche, siringhe, pozzanghere, macchie d'olio, cacche dei cani, ghiaia appuntita, rocce taglienti, neve e ghiaccio, asfalto bollente, corridoi di treni e pavimenti di stazioni...tutti calpestati senza scarpe, di corsa, con la paura di non arrivare alla fine del gioco e di svegliarsi prima, senza aver superato lo svantaggio di aver combattuto ad armi impari. Come fare per vincere, per veder nascere il giorno dopo una notte dormita tutta di filato, per provare la bella sensazione di un atterraggio protetto, di una schivata in scivolata, di un balzo su un piede solo? Indossando un paio di scarpe, comode preferibilmente. Da quella notte di febbraio, quindi, sotto un cielo stellato tra l'erba alta, l'uomo che dormiva con le scarpe cominciò una nuova vita, iniziò a divertirsi, a svegliarsi realizzato e riposato, a sentirsi forte e capace, indipendente e in gamba, pronto ad annodare i lacci, fare un bel respiro, voltare le spalle al mondo e chiudere gli occhi.
Etichette:
buio,
cambiamento,
corsa,
racconto,
sogno,
sonno,
tranquillità
lunedì 21 ottobre 2013
Un gatto che miagola
Oggi è iniziata con un gatto che miagola.
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)
sabato 28 settembre 2013
September morn
In realtà non è mattina, ma è settembre, fine settembre.
Vicino a me tutti fanno qualcosa, di bello, di brutto, di utile, di divertente, di stupido, di speciale, di consueto, di interessante, di profondo, di spensierato. Io non faccio nulla.
Però guardo tantissimo, attorno a me, nel cielo, tra le pagine del poco che leggo, sul bus, nelle vetrine dei negozi, dentro i miei pensieri.
Ci sono almeno sette cose che dovrei fare: scrivere la tesi di dottorato, pensare alla visita guidata di novembre, preparare la conferenza di ottobre, organizzarmi per il seminario di dipartimento, lavorare al laboratorio del Festival, far crescere il blog di SDR, costruire dieci ore di power point. Nonostante tutto, non faccio nulla.
E persino scrivere qui ultimamente è diventato una fatica, anche se la parola "fatica" non è la più appropriata. Semplicemente non ne ho voglia, non ne traggo sollievo, non mi interessa, cosa che raramente in questi anni mi è accaduta.
Ho sempre trovato rifugio nell'idea di avere stanze alternative in cui chiudermi al bisogno, orizzonti diversi da quello del lavoro in Università, spazi dove coltivare le mie inclinazioni, dove pensare al passaggio di informazioni ai più piccoli con divertimento e scienza, dove guardare foglie, fotografare alberi, leggere libri sulla natura, senza che le mie paure vincessero su di me.
In questi giorni le stanze sono tutte chiuse e io la chiave l'ho persa. Immagino le cose che ci sono al di là, gli aerei di carta che mi attendono, i romanzi che profumano di pagine nuove, le fotografie di polveri e pigmenti da spiegare e non riesco a muovermi, come se mi avessero colato un secchio di cemento a presa rapida attorno alle caviglie.
Un timido e triste passo indietro, una richiesta d'aiuto indispensabile, mi ha fatto perdere fiducia nelle mie capacità (se mai ne avessi avuta), mostrandomi la realtà travestita da fallimento.
E anche la consapevolezza che tutto questo mio vagare, queste giornate passate a letto stravolta dalla stanchezza di non fare nulla, queste sere in punta di piedi nel silenzio di una casa vuota, siano semplicemente il riproporsi infinito e periodico di una dinamica stranota (a me, a chi mi conosce, persino a chi mi legge), non basta a farmi svegliare dal torpore né a impedirmi di morire di paura.
L'angoscia di ereditare uno scettro dorato, fatto di chiusura e di genetica incapacità alla vita, è troppo difficile da affrontare da sola, è subdola e si allea con personaggi normalmente lontani dal mio cuore, chiamati gelosia, rabbia e rancore.
Mi trasfiguro, non sono io, sono pesante e leggera, profonda e superficiale, divento aggressiva e mi sfugge di mano una dolcezza conquistata dopo anni di freno tirato, che amo tanto esprimere con mille carezze su quella nuca di velluto.
Non mi piaccio e non riesco a piacere, non posso piacere. Mi rivoglio indietro, senza sconti, mi piglierei a schiaffi per farmi svegliare, per farmi vedere le fortune immense che ho, per farmi mettere in moto il cervello, per risolvere velocemente gli obblighi inevitabili e dedicarmi con gioia a quello che mi riesce meglio.
Con i calzettoni al ginocchio, la maxi felpa rosa e la camomilla calda, passo e chiudo da questa stanza vuota.
Vicino a me tutti fanno qualcosa, di bello, di brutto, di utile, di divertente, di stupido, di speciale, di consueto, di interessante, di profondo, di spensierato. Io non faccio nulla.
Però guardo tantissimo, attorno a me, nel cielo, tra le pagine del poco che leggo, sul bus, nelle vetrine dei negozi, dentro i miei pensieri.
Ci sono almeno sette cose che dovrei fare: scrivere la tesi di dottorato, pensare alla visita guidata di novembre, preparare la conferenza di ottobre, organizzarmi per il seminario di dipartimento, lavorare al laboratorio del Festival, far crescere il blog di SDR, costruire dieci ore di power point. Nonostante tutto, non faccio nulla.
E persino scrivere qui ultimamente è diventato una fatica, anche se la parola "fatica" non è la più appropriata. Semplicemente non ne ho voglia, non ne traggo sollievo, non mi interessa, cosa che raramente in questi anni mi è accaduta.
Ho sempre trovato rifugio nell'idea di avere stanze alternative in cui chiudermi al bisogno, orizzonti diversi da quello del lavoro in Università, spazi dove coltivare le mie inclinazioni, dove pensare al passaggio di informazioni ai più piccoli con divertimento e scienza, dove guardare foglie, fotografare alberi, leggere libri sulla natura, senza che le mie paure vincessero su di me.
In questi giorni le stanze sono tutte chiuse e io la chiave l'ho persa. Immagino le cose che ci sono al di là, gli aerei di carta che mi attendono, i romanzi che profumano di pagine nuove, le fotografie di polveri e pigmenti da spiegare e non riesco a muovermi, come se mi avessero colato un secchio di cemento a presa rapida attorno alle caviglie.
Un timido e triste passo indietro, una richiesta d'aiuto indispensabile, mi ha fatto perdere fiducia nelle mie capacità (se mai ne avessi avuta), mostrandomi la realtà travestita da fallimento.
E anche la consapevolezza che tutto questo mio vagare, queste giornate passate a letto stravolta dalla stanchezza di non fare nulla, queste sere in punta di piedi nel silenzio di una casa vuota, siano semplicemente il riproporsi infinito e periodico di una dinamica stranota (a me, a chi mi conosce, persino a chi mi legge), non basta a farmi svegliare dal torpore né a impedirmi di morire di paura.
L'angoscia di ereditare uno scettro dorato, fatto di chiusura e di genetica incapacità alla vita, è troppo difficile da affrontare da sola, è subdola e si allea con personaggi normalmente lontani dal mio cuore, chiamati gelosia, rabbia e rancore.
Mi trasfiguro, non sono io, sono pesante e leggera, profonda e superficiale, divento aggressiva e mi sfugge di mano una dolcezza conquistata dopo anni di freno tirato, che amo tanto esprimere con mille carezze su quella nuca di velluto.
Non mi piaccio e non riesco a piacere, non posso piacere. Mi rivoglio indietro, senza sconti, mi piglierei a schiaffi per farmi svegliare, per farmi vedere le fortune immense che ho, per farmi mettere in moto il cervello, per risolvere velocemente gli obblighi inevitabili e dedicarmi con gioia a quello che mi riesce meglio.
Con i calzettoni al ginocchio, la maxi felpa rosa e la camomilla calda, passo e chiudo da questa stanza vuota.
giovedì 29 agosto 2013
Quanta bellezza...
Quanta bellezza c'è in una raganella minuscola, verde smeraldo, appesa sulla tua felpa fuxia, in una sera di fine estate?
Tanta, tantissima bellezza...se poi accanto a te ci sono una famiglia appena conosciuta e bella da matti pure lei, i vicini matematici-fotografi-pasticceri, la sposina dell'anno passato, il vicino-vicino e Andrea con la camicia a quadri, è tutto ancora più bello.
E se poi sui prati attorno ad una tavola apparecchiata sull'erba ci sono due asini freschi di parrucchiere, una mucca nera lenta e silenziosa, un coniglio nero pure lui in compagnia di tre merli (inutile dirlo, neri anche loro), caprette e galline invisibili, zucche arancioni da fiaba, albicocchi piccolini, ciliegi ricoperti di licheni d'argento, rami di kiwi, piante sconosciute, muretti a secco, piscine blu, amache appese tra gli alberi da frutto...è tutto, inevitabilmente, più bello.
E sono belli i cuochi orgogliosi, la carne cotta sulla pietra, la pasta al pesto che non puoi mangiare, le verdure tagliate sottili e grigliate al buio, il vino rosso, i treni di Bibi, la nanna di Leo, i racconti della sposa sullo sposo lontano, le battute del vicino-vicino, la prontezza del vicino-matematico-fotografo che scatta la foto alla ranocchia appena atterrata sulla tua giacca, la torta intollerante e meravigliosa della vicina-matematica-pasticcera, l'arrampicata estemporanea sul muretto del ragazzo con gli occhi a fessura seduto davanti a te, l'amore di mamma e papà che riempie la notte, le stelle che brillano perché qui ci sono poche luci, i fuochi d'artificio che scoppiano nel paese in festa poco più su.
E tutta questa bellezza ti fa bene, così bene che nonostante la mega mangiata il tuo stomaco riposa tranquillo e i tuoi sonni arrivano leggeri. Perché la bellezza salva sempre, dalle paure più grosse tornate stasera al tramonto e dure ad andarsene anche ora mentre scrivi, dai dubbi sulle tue capacità e possibilità lavorative, dai pensieri sulla tua famiglia ormai così scompaginata.
L'ultimo album dei The National (dal nefasto titolo Truble will find me, a riprova del fatto che preferisco la musica triste, per chi ancora non lo avesse capito e per chi ama ricordarmelo!) è bellezza e pure le zampe di Agata nascosta sotto un auto lo sono, è bellezza la spiaggia quasi vuota di questa sera, la bici rossa è bellezza e la mia calda felpa verde è bellezza pure lei.
C'è stato un tempo in cui le serate come ieri erano all'ordine del giorno? A me sembra di sì ma io rimuovo tutto, quello che mi fa male e spesso anche quello che mi fa bene e quindi, forse per fortuna, a volte mi sembra di vivere cose nuove e inaspettate, come se fosse la prima volta. Pensare ad un laboratorio dall'allestimento alla didattica come se non lo avessi mai fatto, mettere i piedi a bagno nell'acqua limpidissima come se avessi abitato su un monte fino a ieri sera, leggere quello che sentono le persone a te vicine e stupirsi anche degli aspetti più semplici, guardare negli stessi occhi come se non li avessi mai visti prima.
Quanta bellezza c'è in tutto questo?
P.S. La foto, ovviamente, è di Balletti.
Tanta, tantissima bellezza...se poi accanto a te ci sono una famiglia appena conosciuta e bella da matti pure lei, i vicini matematici-fotografi-pasticceri, la sposina dell'anno passato, il vicino-vicino e Andrea con la camicia a quadri, è tutto ancora più bello.
E se poi sui prati attorno ad una tavola apparecchiata sull'erba ci sono due asini freschi di parrucchiere, una mucca nera lenta e silenziosa, un coniglio nero pure lui in compagnia di tre merli (inutile dirlo, neri anche loro), caprette e galline invisibili, zucche arancioni da fiaba, albicocchi piccolini, ciliegi ricoperti di licheni d'argento, rami di kiwi, piante sconosciute, muretti a secco, piscine blu, amache appese tra gli alberi da frutto...è tutto, inevitabilmente, più bello.
E sono belli i cuochi orgogliosi, la carne cotta sulla pietra, la pasta al pesto che non puoi mangiare, le verdure tagliate sottili e grigliate al buio, il vino rosso, i treni di Bibi, la nanna di Leo, i racconti della sposa sullo sposo lontano, le battute del vicino-vicino, la prontezza del vicino-matematico-fotografo che scatta la foto alla ranocchia appena atterrata sulla tua giacca, la torta intollerante e meravigliosa della vicina-matematica-pasticcera, l'arrampicata estemporanea sul muretto del ragazzo con gli occhi a fessura seduto davanti a te, l'amore di mamma e papà che riempie la notte, le stelle che brillano perché qui ci sono poche luci, i fuochi d'artificio che scoppiano nel paese in festa poco più su.
E tutta questa bellezza ti fa bene, così bene che nonostante la mega mangiata il tuo stomaco riposa tranquillo e i tuoi sonni arrivano leggeri. Perché la bellezza salva sempre, dalle paure più grosse tornate stasera al tramonto e dure ad andarsene anche ora mentre scrivi, dai dubbi sulle tue capacità e possibilità lavorative, dai pensieri sulla tua famiglia ormai così scompaginata.
L'ultimo album dei The National (dal nefasto titolo Truble will find me, a riprova del fatto che preferisco la musica triste, per chi ancora non lo avesse capito e per chi ama ricordarmelo!) è bellezza e pure le zampe di Agata nascosta sotto un auto lo sono, è bellezza la spiaggia quasi vuota di questa sera, la bici rossa è bellezza e la mia calda felpa verde è bellezza pure lei.
C'è stato un tempo in cui le serate come ieri erano all'ordine del giorno? A me sembra di sì ma io rimuovo tutto, quello che mi fa male e spesso anche quello che mi fa bene e quindi, forse per fortuna, a volte mi sembra di vivere cose nuove e inaspettate, come se fosse la prima volta. Pensare ad un laboratorio dall'allestimento alla didattica come se non lo avessi mai fatto, mettere i piedi a bagno nell'acqua limpidissima come se avessi abitato su un monte fino a ieri sera, leggere quello che sentono le persone a te vicine e stupirsi anche degli aspetti più semplici, guardare negli stessi occhi come se non li avessi mai visti prima.
Quanta bellezza c'è in tutto questo?
P.S. La foto, ovviamente, è di Balletti.
giovedì 16 maggio 2013
Pelle d'oca
Ho già usato un'immagine simile qualche anno fa, in un post intitolato "Un giorno Perfetto". E' una foto scattata dal terrazzo di Campopisano, quando abitavo lì, una sera di fuoco meraviglioso, di quelle che ti tolgono il fiato appena socchiudi la portoncina di metallo, di quelle che ogni secondo che passa la luce cambia, che ogni foto che scatti è più bella della precedente, che chiameresti tutti a vedere ma sei sola in casa e non ti resta che godere dello spettacolo raro, prezioso e potente che la natura ti ha offerto.
Oggi questo scatto ha un significato in più, anzi, in meno. Pressappoco al centro dell'immagine c'è una torre, un tubo lungo con un cappello rovesciato sulla cima, quella era la torre dei piloti. Tempo presente, tempo passato. La torre è crollata pochi giorni fa, un incidente nautico ancora non spiegato che ha causato morti, feriti e per ora il mare non ha ancora restituito l'ultimo corpo.
Non scrivo per entrare nel merito della tragedia, né per cercare colpe, attenuanti e fare ipotesi. Scrivo perché la mia città in questi giorni ha reagito in mille modi diversi e io, che ormai vivo nel suo cuore, che abito nei vicoli, che faccio la spesa grossa in Piccapietra e quella piccola tra le bancarelle del Ducale e quelle del Porto, ho osservato i movimenti di Genova davanti a tutto questo dolore.
Le sirene la notte dell'incidente, le ricostruzioni minuziose degli ex portuali in sala d'attesa dal medico la mattina dopo, i mugugni degli anziani in Piazza, le locandine spesso agghiaccianti e per me incomprensibili dei quotidiani, le bandiere a mezz'asta, le parole del Sindaco, la folla davanti a Palazzo S. Giorgio la mattina del disastro. Tante cose mi hanno fatto riflettere, una di queste è la nuova definizione coniata per l'occasione: "Gli Angeli del Porto". Dopo "Gli Angeli del Fango", nati l'anno scorso all'epoca dell'alluvione, si sentiva forse la necessità di stuzzicare la gente con un nuovo nome evocativo dal profumo un poco biblico? Era davvero necessario? Perché, non basta sapere che ci troviamo davanti a delle persone, a dei padri, a dei fratelli, a dei fidanzati, a dei mariti, a dei figli, a degli amici, che sono morti lavorando? Non sono angeli, sono lavoratori. Erano lavoratori. Come lo era Albert Kolgjeja, l'operaio morto l'8 novembre 2003 durante la costruzione del Galata Museo del Mare: per lui nessun funerale di stato, nessun "angelo" al posto del suo nome, solo una sentenza cinque anni dopo la sua morte. Beninteso, non intendo dire che i ragazzi di Molo Giano non meritassero le transenne in tutta la città, la visita del Presidente della Repubblica, le centinaia di Forze dell'Ordine, i maxischermi, le sale stampa...tutt'altro, penso invece che meritassero più rispetto. Il silenzio per esempio, lo stesso silenzio con cui i sommozzatori continuano a cercare l'ultima vittima ancora dispersa, lo stesso silenzio con cui la famiglia ha ringraziato per queste immersioni che non si arrendono, lo stesso silenzio degli striscioni comparsi qua e là per ricordare questi lavoratori morti mentre svolgevano la loro attività in una notte di maggio. Vivendo in una città in cui si è giocato a calcio il giorno dopo l'incidente e in cui al Porto i turisti con la macchina fotografica al collo non chiedevano dove fosse l'Acquario, ma domandavano la strada per Molo Giano, l'unico suono che sono riuscita a tollerare sono state le navi. Il lungo saluto di balena che oggi alle 18 mi ha tolto il respiro e fatto salire le lacrime agli occhi, un addio gridato da quei bestioni che ogni giorno passavano davanti alla torre e che, ironia della sorte, del suo crollo sono anche i responsabili. Quando le navi suonano a Capodanno mi viene sempre la pelle d'oca, ma di solito le urla, i brindisi, la festa si uniscono alla sirena...questa sera, al boato, si è unito solo un rispettoso silenzio.
Oggi questo scatto ha un significato in più, anzi, in meno. Pressappoco al centro dell'immagine c'è una torre, un tubo lungo con un cappello rovesciato sulla cima, quella era la torre dei piloti. Tempo presente, tempo passato. La torre è crollata pochi giorni fa, un incidente nautico ancora non spiegato che ha causato morti, feriti e per ora il mare non ha ancora restituito l'ultimo corpo.
Non scrivo per entrare nel merito della tragedia, né per cercare colpe, attenuanti e fare ipotesi. Scrivo perché la mia città in questi giorni ha reagito in mille modi diversi e io, che ormai vivo nel suo cuore, che abito nei vicoli, che faccio la spesa grossa in Piccapietra e quella piccola tra le bancarelle del Ducale e quelle del Porto, ho osservato i movimenti di Genova davanti a tutto questo dolore.
Le sirene la notte dell'incidente, le ricostruzioni minuziose degli ex portuali in sala d'attesa dal medico la mattina dopo, i mugugni degli anziani in Piazza, le locandine spesso agghiaccianti e per me incomprensibili dei quotidiani, le bandiere a mezz'asta, le parole del Sindaco, la folla davanti a Palazzo S. Giorgio la mattina del disastro. Tante cose mi hanno fatto riflettere, una di queste è la nuova definizione coniata per l'occasione: "Gli Angeli del Porto". Dopo "Gli Angeli del Fango", nati l'anno scorso all'epoca dell'alluvione, si sentiva forse la necessità di stuzzicare la gente con un nuovo nome evocativo dal profumo un poco biblico? Era davvero necessario? Perché, non basta sapere che ci troviamo davanti a delle persone, a dei padri, a dei fratelli, a dei fidanzati, a dei mariti, a dei figli, a degli amici, che sono morti lavorando? Non sono angeli, sono lavoratori. Erano lavoratori. Come lo era Albert Kolgjeja, l'operaio morto l'8 novembre 2003 durante la costruzione del Galata Museo del Mare: per lui nessun funerale di stato, nessun "angelo" al posto del suo nome, solo una sentenza cinque anni dopo la sua morte. Beninteso, non intendo dire che i ragazzi di Molo Giano non meritassero le transenne in tutta la città, la visita del Presidente della Repubblica, le centinaia di Forze dell'Ordine, i maxischermi, le sale stampa...tutt'altro, penso invece che meritassero più rispetto. Il silenzio per esempio, lo stesso silenzio con cui i sommozzatori continuano a cercare l'ultima vittima ancora dispersa, lo stesso silenzio con cui la famiglia ha ringraziato per queste immersioni che non si arrendono, lo stesso silenzio degli striscioni comparsi qua e là per ricordare questi lavoratori morti mentre svolgevano la loro attività in una notte di maggio. Vivendo in una città in cui si è giocato a calcio il giorno dopo l'incidente e in cui al Porto i turisti con la macchina fotografica al collo non chiedevano dove fosse l'Acquario, ma domandavano la strada per Molo Giano, l'unico suono che sono riuscita a tollerare sono state le navi. Il lungo saluto di balena che oggi alle 18 mi ha tolto il respiro e fatto salire le lacrime agli occhi, un addio gridato da quei bestioni che ogni giorno passavano davanti alla torre e che, ironia della sorte, del suo crollo sono anche i responsabili. Quando le navi suonano a Capodanno mi viene sempre la pelle d'oca, ma di solito le urla, i brindisi, la festa si uniscono alla sirena...questa sera, al boato, si è unito solo un rispettoso silenzio.
martedì 8 gennaio 2013
Dubbio. Ripetere
L'altro giorno ho sentito una mia amica, era disperata.
Aveva ritirato delle analisi del sangue, fatte di routine a causa del suo lavoro, in cui veniva fuori un valore dubbio a proposito del virus dell'Epatite C. Non proprio una bella cosa.
Non risultava positiva, ma nemmeno negativa, sul referto c'era scritto "DUBBIO. RIPETERE". Naturalmente, nonostante tutti le dicessero di stare tranquilla non essendo un soggetto a rischio, vederci chiaro era d'obbligo.
Era stata dal dentista di recente? Aveva affrontato grossi interventi chirurgici? Subito trasfusioni? Incontrato scambi di sangue? Non che lei ricordasse.
Le poche cartelle cliniche che possedeva riportavano sempre un esito negativo accanto alle tre maledettissime lettere HCV. Cosa poteva essere successo?
Le ipotesi erano mille, il medico dell'ospedale propendeva per l'incompatibilità tra sangue e reagenti e le aveva rifatto un prelievo il cui esito sarebbe arrivato dopo almeno una settimana. Il medico di famiglia invece sosteneva che il virus malefico che l'anno prima le aveva colpito i muscoli del collo avesse favorito una risposta incrociata e stimolato anticorpi ora conteggiati dalle analisi.
L'unica soluzione era rifare il prelievo in un nuovo laboratorio, mettersi l'animo in pace e sperare. Così fece, dopo un tranquillo week end di paura, notti insonni, tentativi di ricostruire scene e momenti, domande, risposte, telefonate, pianti e digiuni, andò di nuovo in ospedale, si mise in coda e aspettò il suo turno in silenzio.
Per non pensare a niente, visto che di studiare non se ne parlava proprio, rimediava all'ansia correndo la sera e fissando le travi sul soffitto.
Improvvisamente ogni altra preoccupazione sembrava essere superflua, quello che fino alla settimana prima l'avrebbe agitata ora non le faceva alcun effetto.
Le feste erano finite, un nuovo anno era iniziato e lei era piombata in un inferno.
E pensare che, come me, lei odia le attese, quelle che non puoi fare nulla se non aspettare, quelle che ti rosicchiano i pensieri anche quando cerchi di leggere notizie demenziali o sfogli riviste di design casalingo.
Alla fine, con il modulo di ritiro in mano, morta di paura, la mia amica è andata a prendere i risultati: Negativo. Non c'era il virus, gli anticorpi erano non reattivi e i dubbi si sono impalliditi fino a sparire, in un attimo.
Per la prima volta, nonostante ne avesse passate tante, si era fermata a riflettere su cosa le rendesse così insopportabile l'idea di aver contratto una malattia, probabilmente per un errore di altri, che in realtà è più diffusa di quanto si immagini. La risposta l'aveva trovata subito, analizzando i sentimenti che provava. Certo era triste e sicuramente era spaventata, ma il sentimento padrone questa volta era la rabbia. Perché lei che sta attenta, che non rischia mai, che cura la sua salute da sempre nonostante ne capitino di tutti i colori (o forse proprio per quello), doveva affrontare una malattia, l'ennesima, che per di più si portava con sé una componente antisociale non proprio trascurabile?
Lei che sta imparando a badare a sé, volendosi bene, pensando al suo futuro, al suo amore, alla sua vita, rischiava di perdere l'equilibrio, quello vero, in un secondo.
Per fortuna non è andata così, l'ho sentita stasera, è tutto il giorno che gira con un sorrisone stampato in faccia, che riordina priorità, che lascia scorrere il tempo, fa shopping, chiacchiera, studia, prende aperitivi con gli amici e scrive.
Aveva ritirato delle analisi del sangue, fatte di routine a causa del suo lavoro, in cui veniva fuori un valore dubbio a proposito del virus dell'Epatite C. Non proprio una bella cosa.
Non risultava positiva, ma nemmeno negativa, sul referto c'era scritto "DUBBIO. RIPETERE". Naturalmente, nonostante tutti le dicessero di stare tranquilla non essendo un soggetto a rischio, vederci chiaro era d'obbligo.
Era stata dal dentista di recente? Aveva affrontato grossi interventi chirurgici? Subito trasfusioni? Incontrato scambi di sangue? Non che lei ricordasse.
Le poche cartelle cliniche che possedeva riportavano sempre un esito negativo accanto alle tre maledettissime lettere HCV. Cosa poteva essere successo?
Le ipotesi erano mille, il medico dell'ospedale propendeva per l'incompatibilità tra sangue e reagenti e le aveva rifatto un prelievo il cui esito sarebbe arrivato dopo almeno una settimana. Il medico di famiglia invece sosteneva che il virus malefico che l'anno prima le aveva colpito i muscoli del collo avesse favorito una risposta incrociata e stimolato anticorpi ora conteggiati dalle analisi.
L'unica soluzione era rifare il prelievo in un nuovo laboratorio, mettersi l'animo in pace e sperare. Così fece, dopo un tranquillo week end di paura, notti insonni, tentativi di ricostruire scene e momenti, domande, risposte, telefonate, pianti e digiuni, andò di nuovo in ospedale, si mise in coda e aspettò il suo turno in silenzio.
Per non pensare a niente, visto che di studiare non se ne parlava proprio, rimediava all'ansia correndo la sera e fissando le travi sul soffitto.
Improvvisamente ogni altra preoccupazione sembrava essere superflua, quello che fino alla settimana prima l'avrebbe agitata ora non le faceva alcun effetto.
Le feste erano finite, un nuovo anno era iniziato e lei era piombata in un inferno.
E pensare che, come me, lei odia le attese, quelle che non puoi fare nulla se non aspettare, quelle che ti rosicchiano i pensieri anche quando cerchi di leggere notizie demenziali o sfogli riviste di design casalingo.
Alla fine, con il modulo di ritiro in mano, morta di paura, la mia amica è andata a prendere i risultati: Negativo. Non c'era il virus, gli anticorpi erano non reattivi e i dubbi si sono impalliditi fino a sparire, in un attimo.
Per la prima volta, nonostante ne avesse passate tante, si era fermata a riflettere su cosa le rendesse così insopportabile l'idea di aver contratto una malattia, probabilmente per un errore di altri, che in realtà è più diffusa di quanto si immagini. La risposta l'aveva trovata subito, analizzando i sentimenti che provava. Certo era triste e sicuramente era spaventata, ma il sentimento padrone questa volta era la rabbia. Perché lei che sta attenta, che non rischia mai, che cura la sua salute da sempre nonostante ne capitino di tutti i colori (o forse proprio per quello), doveva affrontare una malattia, l'ennesima, che per di più si portava con sé una componente antisociale non proprio trascurabile?
Lei che sta imparando a badare a sé, volendosi bene, pensando al suo futuro, al suo amore, alla sua vita, rischiava di perdere l'equilibrio, quello vero, in un secondo.
Per fortuna non è andata così, l'ho sentita stasera, è tutto il giorno che gira con un sorrisone stampato in faccia, che riordina priorità, che lascia scorrere il tempo, fa shopping, chiacchiera, studia, prende aperitivi con gli amici e scrive.
lunedì 29 ottobre 2012
Volersi bene
Oggi è stata una bella giornata. Oggi sono tornata a casa.
Ci sono poche cose che mi rimettono insieme come un bosco in autunno. Se poi le foglie a terra, metà arancio e metà verdi, metà accartocciate e metà dritte come lance, sono quelle di castagno, sono in pace. Quando ero piccola con le foglie di castagno costruivo il copricapo indiano, infilavo un gambo in una punta fino a creare il cerchio per la fronte e con la foglia più bella, quella più grande e regolare, facevo la penna.
Oggi nel bosco non ho raccolto foglie, ma ne ho viste tantissime. Ho annusato l'odore della terra umida, ho raccolto funghi con gli occhi, funghi viola, funghi piccoli, funghi enormi, funghi soli, funghi in gruppo, funghi brutti, funghi strani e funghi pericolosi. Ho visto capre dalle corna grosse, due maiali fidanzati e dei tacchini in lontananza. Mi sono lasciata seguire da un cane più diffidente di me, ho mosso il tappeto di rami e cose secche ad ogni passo. Accanto, in silenzio o quasi, lo Sminatore. Nel marrone dei tronchi passavamo noi con i nostri rossi forti, la mia giacca, il suo pile. Nel silenzio del bosco le voci, i racconti dei giorni passati, il mio bisogno di aiuto per situazioni che da sola non capisco e non riesco ad affrontare come vorrei. La sua voce mi calma, anche quando è dura.
Ero in affanno sul sentiero, avevo dormito poco l'ultima notte e le ore di turno al Festival, in un porto baltico super affollato, non aiutano a sentirsi riposati. Ma questi gruppi di ore, scanditi da visite, domande, piedi piccoli e occhi grandi, abbracci che arrivano a malapena alla cintola e disobbedienze inevitabili, risate e soddisfazioni, pensieri e spensieratezza, valgono tutta la stanchezza che sento.
Oggi però il bosco mi serviva, così come mi serviva il silenzio dello Sminatore mentre aggiustavo patetica il mazzo di fiori di plastica davanti a quello sguardo in bianco e nero e quel mezzo sorriso uguale al mio.
Mi hanno fatto bene le pause, le battute, i dispetti e il panorama. Mi hanno fatto bene il sole caldo e l'ombra fredda, il passo reso svelto dal buio in arrivo e reso immobile dal cinghiale sul sentiero. Ho avuto paura, più paura di quanto mi aspettassi, di quelle paure che poi stai zitta e ti dici che tra poco ci siamo, che tra poco arriviamo a casa. Quelle paure che le cose non le dici solo a te stessa ma le ripeti pure ad alta voce e chi ti è accanto ti risponde solo "sì sì" perché lo sente che hai paura.
Che poi, uno Sminatore, è concentrato e sensibile per lavoro no? Quindi lui le cose le sente sempre, tira fuori la bomba a costo di lavorarci una vita, scopre fili pericolosi, decide quale tagliare e quale tenere, sposta momenti nel tempo, lasciando sfogo alla sua parte emotiva quando è troppo pericoloso soffocarla.
Sento casa ad ogni passo nel bosco, un letto di foglie che riesco perfettamente a ricreare in città, basta pensarci e staccare tutto, basta mettere a fuoco i punti verdi che si incontrano e portarseli dietro, le foglie palmate incollate dalla pioggia sul lunotto posteriore di un'auto in soprelevata, gli alberi di falso pepe sotto la tana di un tempo, i fiori violentati dal sale sul pontile della barca.
Nel mio bosco, con un passo accanto che faccia risuonare il mio, niente mi fa pensare che non valga la pena lottare, cercarsi, rispettarsi, perdonarsi e volersi bene.
Ci sono poche cose che mi rimettono insieme come un bosco in autunno. Se poi le foglie a terra, metà arancio e metà verdi, metà accartocciate e metà dritte come lance, sono quelle di castagno, sono in pace. Quando ero piccola con le foglie di castagno costruivo il copricapo indiano, infilavo un gambo in una punta fino a creare il cerchio per la fronte e con la foglia più bella, quella più grande e regolare, facevo la penna.
Oggi nel bosco non ho raccolto foglie, ma ne ho viste tantissime. Ho annusato l'odore della terra umida, ho raccolto funghi con gli occhi, funghi viola, funghi piccoli, funghi enormi, funghi soli, funghi in gruppo, funghi brutti, funghi strani e funghi pericolosi. Ho visto capre dalle corna grosse, due maiali fidanzati e dei tacchini in lontananza. Mi sono lasciata seguire da un cane più diffidente di me, ho mosso il tappeto di rami e cose secche ad ogni passo. Accanto, in silenzio o quasi, lo Sminatore. Nel marrone dei tronchi passavamo noi con i nostri rossi forti, la mia giacca, il suo pile. Nel silenzio del bosco le voci, i racconti dei giorni passati, il mio bisogno di aiuto per situazioni che da sola non capisco e non riesco ad affrontare come vorrei. La sua voce mi calma, anche quando è dura.
Ero in affanno sul sentiero, avevo dormito poco l'ultima notte e le ore di turno al Festival, in un porto baltico super affollato, non aiutano a sentirsi riposati. Ma questi gruppi di ore, scanditi da visite, domande, piedi piccoli e occhi grandi, abbracci che arrivano a malapena alla cintola e disobbedienze inevitabili, risate e soddisfazioni, pensieri e spensieratezza, valgono tutta la stanchezza che sento.
Oggi però il bosco mi serviva, così come mi serviva il silenzio dello Sminatore mentre aggiustavo patetica il mazzo di fiori di plastica davanti a quello sguardo in bianco e nero e quel mezzo sorriso uguale al mio.
Mi hanno fatto bene le pause, le battute, i dispetti e il panorama. Mi hanno fatto bene il sole caldo e l'ombra fredda, il passo reso svelto dal buio in arrivo e reso immobile dal cinghiale sul sentiero. Ho avuto paura, più paura di quanto mi aspettassi, di quelle paure che poi stai zitta e ti dici che tra poco ci siamo, che tra poco arriviamo a casa. Quelle paure che le cose non le dici solo a te stessa ma le ripeti pure ad alta voce e chi ti è accanto ti risponde solo "sì sì" perché lo sente che hai paura.
Che poi, uno Sminatore, è concentrato e sensibile per lavoro no? Quindi lui le cose le sente sempre, tira fuori la bomba a costo di lavorarci una vita, scopre fili pericolosi, decide quale tagliare e quale tenere, sposta momenti nel tempo, lasciando sfogo alla sua parte emotiva quando è troppo pericoloso soffocarla.
Sento casa ad ogni passo nel bosco, un letto di foglie che riesco perfettamente a ricreare in città, basta pensarci e staccare tutto, basta mettere a fuoco i punti verdi che si incontrano e portarseli dietro, le foglie palmate incollate dalla pioggia sul lunotto posteriore di un'auto in soprelevata, gli alberi di falso pepe sotto la tana di un tempo, i fiori violentati dal sale sul pontile della barca.
Nel mio bosco, con un passo accanto che faccia risuonare il mio, niente mi fa pensare che non valga la pena lottare, cercarsi, rispettarsi, perdonarsi e volersi bene.
domenica 2 settembre 2012
Riposa in pace
Un invito che mi fa sorridere ogni volta e che ha sempre la stessa risposta (Tiè).
Io però in pace non riposo quasi mai. Negli anni, anzi nei decenni, il mio rapporto con il sonno è cambiato tantissimo: da piccola non dormivo e non mangiavo. Una bambina maledetta. Di notte mi alzavo, volevo uscire o giocare e una delle prime parole che dissi fu "chiavi", ovvero "Andiamo?". Poi, quando la mania di non dormire poteva essermi d'aiuto permettendomi di alzarmi presto per andare all'asilo o a scuola, stare a letto cominciò a piacermi. Come avrei preferito rimanere a casa e magari passare la mattina con il gatto a giocare sulla moquette! Invece andavo in classe, disegnavo, scrivevo, mi spingevo con gli altri bimbi, costruivo casette con i lego e fingevo di mangiare l'insalata alla mensa scavando un buco nel panino, inghiottendo la mollica e nascondendo le foglie all'interno.
Il momento peggiore era il pisolino post pranzo, sulle brandine blu accanto al pianoforte. Non volevo starci. Non avevo sonno. Volevo giocare in giardino o andare a casa per mangiare pane burro e zucchero. Guardare le altre facce addormentate, i pollici in bocca, le pipì che colavano giù dai lettini e i pupazzi che cadevano tra la polvere mi faceva sentire a disagio.
Crescendo la pisa pomeridiana è diventata un rifugio irrinunciabile. Andare a letto tardi, stare fino alle due del mattino a guardare Notte Horror con papà, che veniva subito dopo il Festivalbar e che era annunciata in uno spot pubblicitario poco prima di decretare il vincitore, mi piaceva tantissimo. Andavo in bagno a lavarmi, prendevo il gelato nel freezer e mi rannicchiavo sul divano letto, terrorizzata ancora prima che il film iniziasse. Poi papà si addormentava e io non avevo più il coraggio di andare a letto attraversando da sola il salone buio. Così restavo lì.
Il giorno dopo, andare al mare la mattina presto e ingoiare quintali di insalata di riso a pranzo, significava per forza dormire nel primo pomeriggio. Che meraviglia le lenzuola fresche, le voci lontane dei bagnanti, il vento tra le foglie e il rumore ovattato dei piatti in cucina...
Durante gli anni del liceo la sveglia presto, i corsi di recupero alle due e le serata in Via Longo non hanno aiutato la riconciliazione tra me e Morfeo, ma sono stati anni meravigliosi e per dormire ci sarebbe stato tempo dopo.
Il tempo per la nanna è infatti arrivato con l'università, a parte le lezioni di latino alle 8 (siamo pazzi???), gli altri corsi iniziavano tardi e io potevo dormire di più. Al pomeriggio riuscivo persino a fare la pennica al Porto Antico, fingendo di leggere il giornale e lasciando invece cadere in avanti la testa, come i vecchi alla bocciofila. La sera da superfidanzata non terminava mai troppo tardi e quando nel week end ci si concedeva un Old da Wincy c'era sempre il pomeriggio del sabato da trascorrere sul divano a pelle d'orso. Peccato per le difficoltà logistiche di avere un ciclo sonno-veglia opposto al proprio innamorato, lui stramazzava sul tappeto all'inizio della sera e io tentavo di trascinarlo a letto alle tre del mattino, per essere a mia volta svegliata alle 7 con un "Andiamo? è tardi!". Bruttissimi gli anni in cui il sonno era diventato un rifugio, giorno o notte che fosse ero in grado di dormire per ore e ore di fila, senza quasi ricordare i miei sogni, con la voglia di ricominciare a dormire appena aprivo gli occhi. Adesso è la notte il momento peggiore, non faccio mai troppo tardi ma non riesco a garantirmi un sufficiente tempo di sonno, mi sveglio tre o quattro volte e alla mattina è come se mi fossi assopita sul treno. In realtà sui mezzi dormo ancora oggi come un ghiro, rischiando come al solito di perdere la stazione di discesa o di farmi rubare anche le mutande. Il pomeriggio è ormai più facile che vada a camminare piuttosto che a dormire, anche senza caffè tiro lungo fino a sera. Il mio parco sogni, infine, continua ad essere assurdo, variegato, divertente, terrorizzante al limite del trauma mentale, complicato, eccitante e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna è molto raro che al mattino non ricordi le mie avventure.
Ora sono quasi le due, sono mediamente lucida e ho voglia di vento, perciò mi berrò 'na tazzulella 'e cafè e andrò a fare due passi. Cià.
Io però in pace non riposo quasi mai. Negli anni, anzi nei decenni, il mio rapporto con il sonno è cambiato tantissimo: da piccola non dormivo e non mangiavo. Una bambina maledetta. Di notte mi alzavo, volevo uscire o giocare e una delle prime parole che dissi fu "chiavi", ovvero "Andiamo?". Poi, quando la mania di non dormire poteva essermi d'aiuto permettendomi di alzarmi presto per andare all'asilo o a scuola, stare a letto cominciò a piacermi. Come avrei preferito rimanere a casa e magari passare la mattina con il gatto a giocare sulla moquette! Invece andavo in classe, disegnavo, scrivevo, mi spingevo con gli altri bimbi, costruivo casette con i lego e fingevo di mangiare l'insalata alla mensa scavando un buco nel panino, inghiottendo la mollica e nascondendo le foglie all'interno.
Il momento peggiore era il pisolino post pranzo, sulle brandine blu accanto al pianoforte. Non volevo starci. Non avevo sonno. Volevo giocare in giardino o andare a casa per mangiare pane burro e zucchero. Guardare le altre facce addormentate, i pollici in bocca, le pipì che colavano giù dai lettini e i pupazzi che cadevano tra la polvere mi faceva sentire a disagio.
Crescendo la pisa pomeridiana è diventata un rifugio irrinunciabile. Andare a letto tardi, stare fino alle due del mattino a guardare Notte Horror con papà, che veniva subito dopo il Festivalbar e che era annunciata in uno spot pubblicitario poco prima di decretare il vincitore, mi piaceva tantissimo. Andavo in bagno a lavarmi, prendevo il gelato nel freezer e mi rannicchiavo sul divano letto, terrorizzata ancora prima che il film iniziasse. Poi papà si addormentava e io non avevo più il coraggio di andare a letto attraversando da sola il salone buio. Così restavo lì.
Il giorno dopo, andare al mare la mattina presto e ingoiare quintali di insalata di riso a pranzo, significava per forza dormire nel primo pomeriggio. Che meraviglia le lenzuola fresche, le voci lontane dei bagnanti, il vento tra le foglie e il rumore ovattato dei piatti in cucina...
Durante gli anni del liceo la sveglia presto, i corsi di recupero alle due e le serata in Via Longo non hanno aiutato la riconciliazione tra me e Morfeo, ma sono stati anni meravigliosi e per dormire ci sarebbe stato tempo dopo.
Il tempo per la nanna è infatti arrivato con l'università, a parte le lezioni di latino alle 8 (siamo pazzi???), gli altri corsi iniziavano tardi e io potevo dormire di più. Al pomeriggio riuscivo persino a fare la pennica al Porto Antico, fingendo di leggere il giornale e lasciando invece cadere in avanti la testa, come i vecchi alla bocciofila. La sera da superfidanzata non terminava mai troppo tardi e quando nel week end ci si concedeva un Old da Wincy c'era sempre il pomeriggio del sabato da trascorrere sul divano a pelle d'orso. Peccato per le difficoltà logistiche di avere un ciclo sonno-veglia opposto al proprio innamorato, lui stramazzava sul tappeto all'inizio della sera e io tentavo di trascinarlo a letto alle tre del mattino, per essere a mia volta svegliata alle 7 con un "Andiamo? è tardi!". Bruttissimi gli anni in cui il sonno era diventato un rifugio, giorno o notte che fosse ero in grado di dormire per ore e ore di fila, senza quasi ricordare i miei sogni, con la voglia di ricominciare a dormire appena aprivo gli occhi. Adesso è la notte il momento peggiore, non faccio mai troppo tardi ma non riesco a garantirmi un sufficiente tempo di sonno, mi sveglio tre o quattro volte e alla mattina è come se mi fossi assopita sul treno. In realtà sui mezzi dormo ancora oggi come un ghiro, rischiando come al solito di perdere la stazione di discesa o di farmi rubare anche le mutande. Il pomeriggio è ormai più facile che vada a camminare piuttosto che a dormire, anche senza caffè tiro lungo fino a sera. Il mio parco sogni, infine, continua ad essere assurdo, variegato, divertente, terrorizzante al limite del trauma mentale, complicato, eccitante e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna è molto raro che al mattino non ricordi le mie avventure.
Ora sono quasi le due, sono mediamente lucida e ho voglia di vento, perciò mi berrò 'na tazzulella 'e cafè e andrò a fare due passi. Cià.
mercoledì 31 agosto 2011
L'uomo dai mille spaghetti
E' morto l'uomo dai mille spaghetti.
L'uomo dai mille spaghetti era mio nonno.
Non ho mai avuto un buon rapporto con lui, anzi, è morto vecchio e ha sofferto poco.
Ma è morto in un momento non poco difficile per la mia famiglia: io in ospedale, zio in ospedale, mamma stanca e provata da un'estate di lutti dolorosi.
Oggi ci sono stati i funerali, io ci sono arrivata con una colica in corso e così sono sembrata di sicuro la più addolorata di tutti. Gli uomini della confraternita hanno salutato mio nonno con le loro bellissime preghiere in latino, recitate da un compagno di deportazione ancora vivo, visibilmente emozionato e fiero del suo addio.
Ora la casa sarà più vuota, anche i pensieri lo saranno e i ricordi troveranno il loro giusto posto. Poche ore prima che morisse sono riuscita a dirgli ciao come desideravo e poi, prima che venisse chiuso, sono riuscita a mettere accanto a lui un rotolino di spago che non si sa mai. Lui era l'uomo dai mille spaghetti ovunque, nelle sue cose o addirittura su se stesso tutto era tenuto insieme da un pezzetto di corda. Corde al posto dei lacci delle scarpe, corde per appendere il bastone, corde per gli occhiali, corde come cintura, corde per accendere la luce sul comodino, corde per legare il berretto alla testa, corde per fermare la radio sul ripiano, corde per appendere il cestino delle caramelle accanto al letto, corde corde corde...
Anche la foto che abbiamo scelto lo ritrae che chiacchiera, col suo cappellino bianco e un cordino al collo, chissà a cosa gli serviva.
Quindi, prima di infilare sotto al raso grigio perla un rocchetto di spago da pollo ho pensato, se mai dovesse davvero esserci questo famoso viaggio, che possa affrontarlo con uno spaghetto...
sabato 30 luglio 2011
La trave nel proprio occhio
Sabato sera...a casa...contenta.
Contenta perchè viste le premesse della giornata non posso che gioire, gioire per esempio del fatto che ho ancora due occhi!
Sono quattro giorni infatti che me ne vado bellamente in giro con un pezzononancoraidentificato conficcato nel bulbo oculare...figo no?
Per fortuna la dottoressa l'ha visto con il suo coso per gli occhi e con un simpatico ago di 5 cm l'ha tolto...dopo vari tentativi di cotton fioc e colliri anestetici.
Effettivamente la situazione era diventata abbastanza insostenibile e quando stamattina non riuscivo nemmeno a leggere gli sms sul cellulare perchè la luce del display mi faceva troppo male mi sono decisa a farmi visitare. Scongiurati tutti i sospetti, allontanata l'ipotesi di congiuntivite virale, batterica, herpes, colpo d'aria, me ne sono tornata a casa con gli occhiali scuri calati e senza più un pezzo di materiale sconosciuto piantato nell'iride.
L'avventura di oggi mi ha dato una scusa per, nell'ordine:
-pensare che forse invece di accanirmi a leggere, lavorare al pc, stare al microscopio, salire sui ponteggi, avrei potuto farmi vedere prima...
-farmi regalare da mamma una bellissima borsa anni '50, di pelle verde bosco, scovata in un mercatino estemporaneo...proprio come quando ero piccola e uscita dall'annuale visita delle ortotiste mi feci regalare una marmotta di peluche, lasciata e persa nel negozio successivo un'ora dopo.
-convincermi ad andare dall'oculista e mettermi gli occhiali, almeno per leggere e fare tutte quelle cose "stancaocchi" che faccio ogni giorno.
-pensare un buon titolo per questo post e ritrovarmi indecisa tra quello che vedete qui sopra e "occhio per occhio". La scelta è stata dettata dal significato, non sono abbastanza vendicativa (non lo sono affatto!) per il codice di Hammurabi e ritengo invece importante imparare a guardare i propri errori prima di giudicare quelli altrui.
-pubblicare una delle pochissime foto in cui si intuisce la mia persona...
Ora però l'occhio pizzica, tra poco collirio cicatrizzante, tisana e nanna.
martedì 19 ottobre 2010
Ascanio for president
Pazzo come un cavallo.
Uno dei mille modi per dirlo.
Stasera sono andata a vedere La Pecora Nera di Ascanio Celestini, con Sturm e il vicino-vicino.
Premetto che mi piace vincere facile, visto che seguo Celestini a teatro da anni e lo apprezzo moltissimo...dunque ero abbastanza tranquilla (per non dire sicura) che avei amato il film.
E' andata così, faticoso ma bello.
Un film sui matti, sui manicomi, sulla condizione dei pazzi negli anni sessanta (i favolosi anni sessanta). Un film sulla solitudine, sul male nero, sui rimedi estremi, sull'innominabile. Non c'è riscatto, anzi, va peggiorando. E' claustrofobico e tutto quello che c'è fuori è peggio di ciò che sta dentro.
Un film che ha i titoli di coda senza colonna sonora. I primi della mia vita.
Parole in bianco su nero che scorrevano sullo schermo con una platea immobile e muta che taceva e osservava nel buio (compresa una scolaresca).
Volti noti visti nelle serie tv (Tirabassi), volti spariti per un pò ma ottimi (Sansa), l'ironia e la faccia stropicciata di Ascanio, la sua voce, le sue litanie, le filastrocche, le galline, i 100 cancelli.
Cinema deciso all'ultimo ma meritato. Dopo-cinema di risate con amici e chiacchiere con vecchie conoscenze infantili davanti a un'ottima media bianca (abbondante...) con la fetta di arancia in un locale nuovo che mi piace assai.
Ora è tardi, si dormirà, col sorriso nonostante tutto o forse soprattutto.
Perchè se si ripensa alla poesia finale del film, non si può far altro che sentirsi fortunati, anzi, privilegiati:
“Com’è possibile, mi domando a volte, camminare sui prati verdi e avere l’animo triste? Essere immersi nel caldo del sole mentre tutto d’intorno sorride e avere l’angoscia nel cuore? Lasciate a noi le vostre tristezze! A noi che non possiamo andare nei prati e non vediamo mai il sole”.
Etichette:
Ascanio Celestini,
buio,
film,
notte,
ottimismo,
paura,
pessimismo
giovedì 19 agosto 2010
Zombie
Si che lo so cosa sei!
Wikipedia dice così: "L'insonnia è un disturbo del sonno caratterizzato dall'impossibilità di addormentarsi o di dormire per un tempo ragionevole durante la notte...".
La seconda direi, perchè ora mi addormento abbastanza facilmente. Mai prestissimo, certo, ma dopo un pò di libro crollo.
E' orrendo però, aprire gli occhi e non desiderare che sia ancora lontano il mattino, ma sperare, al contrario, che la ragione di tutto questo buio fuori dalle finestre sia un temporale senza precedenti o l'apocalisse. E invece no, è buio perchè sono le 4 e alle 4 è buio.
Proviamo con la pipì, magari è quello. No, non è quello. Cambiamo posizione, respiriamo profondamente, pensiamo a cose belle, contiamo le pecore, recitiamo poesie...sono le 4.15.
Cambiamo posizione, accendiamo il cellulare, leggiamo un paio di sms, spegnamo il cellulare, teniamo gli occhi chiusi, rilassiamo i muscoli...sono le 4.30. Cambiamo posizione, facciamo la lista della spesa, immaginiamo una vasca di acqua calda, pensiamo ad una passeggiata nel bosco, ripassiamo una canzone...sono le 4.45.
Cambiamo posizione, spostiamo il lenzuolo, chiudiamo la finestra, facciamo uscire la gatta, riflettiamo sull'opportunità di leggere un pò, facciamo il calcolo dei soldi che devono ancora arrivare e di quelli che devono uscire...sono le 5.00.
Posiamo i piedi sul pavimento freddo, accendiamo le luci, beviamo un bicchiere di latte, borbottiamo parolacce, accendiamo il pc, cerchiamo la parola insonnia su wikipedia, scriviamo sul blog. Sono le 5.30.
Buongiorno.
Etichette:
buio,
Casa,
insonnia,
notte,
tranquillità
Iscriviti a:
Post (Atom)






