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mercoledì 31 dicembre 2014

P di prezzemolo

Ultimo post del duemilaquattordici.
Sono in cucina e sto preparando la cena per stasera, o meglio, una parte di tutto quello che mangeremo la notte di Capodanno, io, i vicini-matematici-pasticceri, la famiglia di Martins (con Martins) e qualche altro avventore che non so ancora chi sia.
Anche stavolta non cedo ai propositi, per fortuna, e la P del titolo non è l'iniziale di questa maledetta parola, che si porta con sé inevitabili delusioni, sensi di colpa, fatiche, corse, tristi bilanci finali.
La P del titolo è la P di Prezzemolo, perché l'ho raccolto più volte stamattina per cucinare, dal mio mini orto sul balcone. Ma la P del titolo è anche la P di progetti, che ancora non ho (anzi, uno piccolo su instagram c'è e guarda caso è di nuovo P, di Pititti e uno più grande pure c'è, ma ancora non si dice niente). Poi c'è la P di oPPortunità, che lo so che inizia per O ma è addirittura doppia e le opportunità sono molto importanti, soprattutto nell'anno della disoccupazione e dell'incertezza.
P di Paura? No, non voglio averne.
P di Passione? Beh, quella sì, per forza. Perché è il motore delle cose.
P di Piangere? Sarebbe anche l'ora, ma non solo per i film o i libri d'amore, sarebbe anche l'ora di piangere per le cose che mi fanno soffrire. Perché è sano, bello, buono, giusto e ultimamente che mi è capitato di farlo più spesso...accidenti che liberazione!
P di Pazienza? La qualità che non mi manca mai e a me piace essere così, pronta a dedicare del tempo alle persone, alle loro incertezze, ai loro momenti dilatati, così come alle cose, alle costruzioni con le mani, agli oggetti piccoli e preziosi che nascono da un pensiero (Piccoli-Preziosi-Pensiero, quante P piene di valore).
P di Pienezza, Pilates, Piacere, Potere, Potenza...mentre scrivo e rileggo quello che compare sullo schermo mi accorgo di una cosa: ma questi, alla fine, non somigliano moltissimo a dei Propositi?
E allora mi fermo, vi dico cosa ho preparato per questa sera, che sono ricette semplici e veloci da mangiare prima di tutto il resto, mentre si comincia a brindare per un anno che rimane lentamente indietro e l'altro che arriva svelto, come il treno quando rende più lieve la sua corsa per far passare il rapido in coincidenza.
Stasera porterò con me, costruendo una improbabile e pericolosissima piramide di piatti e ciotole:
Una crema di patate e fagioli cannellini che si può spalmare sul pane (e quello lo abbiamo fatto in casa dai vicini-matematici-pasticceri, cosa vogliamo di più?!) e che si prepara mixando patate lesse, fagioli, yogurt, coriandolo e lime. Io non avevo il coriandolo e ho usato il cumino, ce ne faremo una ragione. E poi infilo nella sacca un secchio di insalata fresca, con foglie verdi, finocchi, arance, carote, semini, pinoli, noci e nocciole, ma anche degli involtini di speck ripieni di pere e pecorino (conditi con un goccio di balsamico e, per l'appunto, di prezzemolo). E porto pure i miei famosi datteroni, di cui potete leggere qui la ricetta completa. Infine viene con me anche un esperimento, che si tiene dentro gli ingredienti di un'altra cosa persa sul nascere, più una manciata di paprika di troppo: torta di bietole, carote, ricotta, parmigiano e robiola (e paprika), in cui tutto è mescolato a due uova e messo in forno in un letto di sfoglia per il tempo che ci vuole.
Ah, nello zaino metto anche una bottiglia di Prosecco (con la P!), che non guasta mai.
Chiudo il post con una canzone, che forse ho già citato, non mi ricordo mai, ma questa versione del video la trovo perfetta per me e per il mio ultimo giorno dell'anno, nella speranza che già da domani qualche casella cominci a trovare un Posto sicuro.


giovedì 2 ottobre 2014

La paura fa 90

Rannicchiata sul divano aspetto che cuociano le patate nel forno. Le mangerò con due tomini di capra un po' piccanti, perché sono raffreddata e intontita e ho bisogno di coccole. Per la stessa ragione oggi ho comprato un paio di pantofole a righe, di lana, che mi tengano compagnia negli inverni qui sull'Albero (nemmeno abitassi in Lapponia).
Per la stessa ragione, appena entrata a casa, ho acceso la radio. Ma di questo ne scriverò tra poco.
Domani parto per Vicenza, sabato ho un convegno che in verità mi interessa proprio poco, però via, è un viaggio e a me prendere il treno piace sempre un sacco. In queste sere malaticce ho anche scoperto che loro hanno un negozio in città e il trolley mezzo vuoto con cui parto rischia di tornare pieno. Seguendo la nuova collezione di Lazzari ho anche visto questa realtà che non conoscevo per nulla e me ne sono innamorata all'istante. Spero tantissimo di riuscire ad andarci, un giorno.
Ma torniamo alla radio ora, che ho acceso appena rincasata e che sta suonando anche adesso, mentre picchietto sulla tastiera del pc e l'Albero si riempie di profumo di forno. Ascoltando Caterpillar (Radio2, l'unica che seguo da tempo con estrema costanza) ma anche Decanter e tanti altri programmi, ho saputo che quest'anno la Radio festeggia il novantesimo anno di attività. Cioè sono novant'anni che nelle case si accende "l'apparecchio", si ascolta musica con facilità, si segue il radiogiornale, ci si appassiona a storie, dibattiti, trasmissioni intere. Io alla radio sono abituata, anzi, per me è una certezza. Da quando sono piccola, piccolissima. Se stavo in tinello con mamma si ascoltava la radio, se cucinavo con lei si ascoltava la radio, se andavo dai nonni c'era la radio e qualche anno fa, prima di andare a vivere da sola, mio zio mi ha regalato una piccola radio di legno, che mi ha seguito nella casa condivisa e che ora sta di là e mi manda le note di Extraterrestre proprio mentre scrivo (azzeccandoci anche parecchio, a dire il vero). La radio per me ha giustificato le assenze di mio padre, che non poteva mica staccarsi dalle sue radio, che riparava le radio, che collezionava le radio, che parlava nelle radio, che forse (non ne sarei mica così sicura) ascoltava la radio.
Una casa senza radio non la riesco a immaginare, nonostante io conosca moltissima gente che non ne possiede una, ma del resto conosco anche persone che non ascoltano musica, di nessun genere, perciò per quanto mi riguarda di notte gli unicorni corrono nel bosco, portando coloratissime fenici sulla groppa.
[pausa patate al forno e tomini, torno dopo]
Eccomi.
Dicevo, per me la radio è sicurezza, è conforto, è banalmente compagnia. Quante volte, ma lo abbiamo fatto tutti, mi sono precipitata con l'orecchio attaccato agli altoparlanti, carta di fortuna (scontrini, lista della spesa di mamma, tovagliolo) e matita per trascrivere in inglese maccheronico il testo di una canzone che passava proprio durante la cena e dovevo assolutamente scoprirne il titolo. Ora ci sono le app giuste che prendono carta e penna al posto nostro e ci danno la soluzione, ma il sapore no, non è lo stesso. Ho appena saputo che tempo troverò domani a nord est e me lo ha detto la radio, anche perché la tv non ce l'ho. La radio mi ha insegnato l'inglese, mi ha fatto emozionare quando trasmetteva la mia canzone del cuore, mi ha salvata dalla paura, principalmente da quella di restare sola. Probabilmente è per questo che appena entro a casa accendo il mio piccolo apparecchio di legno, a volte senza nemmeno troppa intenzione di ascoltare, mi basta sapere che lì qualcuno c'è e parla. Quindi, in questi giorni che su Radio2 ogni tanto passano dei brevi spezzoni di vecchie trasmissioni, così per celebrare i novant'anni, io mi commuovo un po'. Cioè dai, sentite che meraviglia.

domenica 31 agosto 2014

I magnifici 5: gustare

In realtà questo post avrebbe potuto intitolarsi 7000 caffè, il numero che mi ci vorrebbe (ma non so se basterebbe) oggi per svegliarmi.
Eppure ho dormito tanto, ho dormito profondamente, ho dormito bene. Boh.
In fondo in fondo io lo so che il problema è la bilancia e il fatto che i chili aumentino senza che io stia facendo nulla perché questo accada. Mangio abbastanza poco, mangio bene, ma questo stavolta non basta e prima o poi pure a me doveva capitare, un metabolismo inutile e disattivato.
Allora provo ad esorcizzare questa situazione scrivendo qualcosa sul senso del gusto, così come se descriverlo possa aiutarmi ad allontanarlo, possa servire a sentirmi meglio, soprattutto con il mio corpo pieno d'acqua.
Cosa mi piace mangiare?
Tutto. Non ho mai fatto storie, piantato capricci lunghi chilometri, rifiutato un cibo a priori. Amo mangiare e amo altrettanto cucinare. Per me, per gli amici, per la persona del mio cuore.
Le coccole della tavola sono preziose, racchiudono il sentimento di chi ha cucinato: quante volte una torta preparata in un momento difficile non mi è levitata? Decine. Quante volte un piatto sperimentato per la prima volta in un'occasione speciale è risultato buonissimo? Decine di nuovo.
Naturalmente anche io ho i miei gusti e certi cibi se posso evitarli è meglio. Quindi non mi vedrete mai ordinare ostriche (che definisco sempre "uno sputo che sa di mare"), anice (e gli associati Pastis e Sambuca) e cervella (perché i pensieri della mucca proprio no, non mi riesce). Difficilmente sceglierò cocomeri e melone, purtroppo non mi preparerò mai un pomodoro crudo a fette (ma lo mangerò se me lo offrirete) ed eviterò con cura il latte caldo, pellicola di panna in superficie compresa.
Quando ero piccola non c'era verso di farmi mangiare il formaggio fuso, sulla pizza, sulla pasta, sulla brace. Ora figurati, non ordinerei una quattroformaggibianca ma la focaccia di Recco è l'amore mio assoluto.
Quindi, tornando alle modalità solite e rassicuranti dell'elenco ecco di seguito le cose che gusto più volentieri:
- Il caffè (rigorosamente espresso, siano maledetti gli inventori di quello all'americana)
- La pizza (possibilmente margherita con lo stracchino al posto della mozzarella)
- La cioccolata (extrafondente, please)
- Il vino (mai dolce, va bene bianco, magari con le bolle, va bene rosso, va bene rosè)
- La carne e il pesce crudi (tartare, sashimi, carpaccio...una goduria)
- I formaggi (senza esclusione di colpi, dal più stagionato alla ricotta)
- Le pesche bianche (in assoluto, insieme ai fichi neri, il mio frutto preferito)
- Il pesto (sì, lo so, ogni scarrafone...)
- Le verdure (davvero, tutte o quasi, persino il cavolo, persino lesse. Se poi sono fritte non rispondo di me)
- Le caramelle Rossana (quelle che mi comprava la nonna, indicandole nel vaso di vetro della drogheria sulla piazza, impacchettate nella carta a fiorellini rossi)
- Il comfort food in generale (per eccellenza vincono pane-burro-acciughe, pane-olio-sale, pane-burro-zucchero, pane-cioccolata)
- Il classico piatto di pasta (che risolve l'ultimo minuto, che se è aglio-olio-peperoncino fa subito infanzia, che si scola al dente e si mangia bollente)
- Le patate (che lo so, le verdure le ho già dette, ma le patate sono oltre: lesse, fritte, al forno, purea, peccato non si possano mangiare pure crude)
- Le zuppe (tutte, perché prima ancora del gusto mi conquistano il gesto del mestolo che le distribuisce, il calore che sale dai piatti, la sensazione di protezione che provo ad ogni cucchiaio)
- Il gelato (creme, senza ombra di dubbio, il limone lo preferisco sul frittomisto)
- La cheesecake (in assoluto il mio dolce preferito, potrei mangiarne fino ad uccidermi e non credo sia nemmeno troppo difficile)
- Il risotto (per conquistarmi preparatemelo con i porri, per farmi felice va bene ad ogni modo)
E poi potrei continuare in eterno, frittate, torte salate, panna, frutta secca, birra, selvaggina, non sono un buon soggetto a cui chiedere "Cosa vuoi per cena?", rischierei di non avere una risposta!

P.S. La foto fa parte del progetto Oneleafadayproject, di cui ho scritto nell'ultimo post.


martedì 22 luglio 2014

La cura

"The comfort zone is a behavioural state within which a person operates in an anxiety-neutral condition, using a limited set of behaviours to deliver a steady level of performance, usually without a sense of risk. A person's personality can be described by his or her comfort zones. A comfort zone is a type of mental conditioning that causes a person to create and operate mental boundaries. Such boundaries create an unfounded sense of security. Like inertia, a person who has established a comfort zone in a particular axis of his or her life, will tend to stay within that zone without stepping outside of it. To step outside their comfort zone, a person must experiment with new and different behaviours, and then experience the new and different responses that occur within their environment"
Questa è la definizione che Wikipedia scrive sul concetto di comfort zone.
Se si cerca in rete si trovano un sacco di altri documenti, tipo questo, che mi fa sorridere perché proprio oggi ho fotografato la tartaruga dei vicini, nella sua vaschetta in bilico sul davanzale della finestra, pensando quanto fosse dura pure per lei la giornata.
Oggi è difficile perché non sto bene, complice un ciclo-devasto e il caldo umidiccio, ho la pressione bassa e la mia lotta con la chimica è stata complicatissima fino alle due, quando finalmente ho toccato il letto e mi sono messa in salvo.
Ho aspettato il bus cercando un po' di ombra e tentando di ricacciare in gola la nausea e le lacrime che salivano alla velocità della luce senza alcun motivo.
E allora, sotto un albero polveroso, in mezzo al traffico, alla puzza e al rumore, ho scattato la foto quassù e mi sono chiusa nella mia comfort zone. Se leggo qua e là non sembra essere granché positivo il concetto di zona di conforto, perché viene immediatamente legato all'essere immobili, al non provare, al rinunciare ad apprendere.
Io non lo so, mi sembra di essere più d'accordo con Wikipedia, perché in questi mesi è l'aver trovato un'area protetta che mi ha salvata davvero. Uscire meno, uscire meglio. Parlare meno, parlare bene. Una sorta di introspezione che è stata invece un'uscita importantissima, una specie di appuntamento con me. Questa scelta, arrivata spontaneamente in verità, è stata indispensabile per la cura, io che già ero bravissima ad ascoltare il mio corpo, ho dovuto affinare la tecnica e tenermi d'occhio più del solito. In questi giorni in cui pian piano sto togliendo le rotelle è tutto più complicato e alla terapia dell'ascolto devo aggiungere, ancora più spesso, le altre medicine che da gennaio sto assumendo in dosi massicce:
- cucinare (oggi ho persino preparato la mia prima maionese, e l'unica impazzita, in cucina, ho continuato ad essere solo io!)
- leggere (due libri alla volta, con il progetto delle foto pantonelibronuovo e le recensioni puntuali)
- fare pilates (con più costanza possibile)
- cimentarmi in piccoli lavoretti fai da te (le lampadiyne ne sono un esempio)
- ascoltare musica ogni volta che posso, accostando il genere giusto al momento giusto
- dormire (tanto, spesso, bene)
- mangiare (con qualche sgarro in più ma con molta cura nella preparazione dei piatti)
- pensare (pochissimo, il meno possibile)
- scrivere (con una costanza commovente, che mi rende felice)
- andare oltre (a tutto quello che mi fa male, a tutte le persone che mi feriscono, a volte pure volontariamente)
Quindi, alla faccia delle teorie che vedono la comfort zone come un'area da cui uscire, come una restrizione che impedisce la crescita, io questa zona di conforto ho deciso che la arredo. Allegria.

lunedì 21 ottobre 2013

Un gatto che miagola

Oggi è iniziata con un gatto che miagola.
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)

venerdì 13 settembre 2013

Sulla mia cattiva strada

Finalmente è venerdì sera, il rientro in ufficio è stato più traumatico che mai. Di corsa su tutto e lenta su tutto contemporaneamente. Fatte le analisi del sangue per celiachia, tiroide e mille altre cose nel tentativo di dare un nome alle stranezze metaboliche degli ultimi mesi, stranezze che, per altro, a livello di stanchezza e gonfiore sembrano rifarsi vive, chissà che i maxi strappi alla dieta degli ultimi quindici giorni abbiano già dato conseguenze.
Domani matrimonio Belleville-Hop, oggi s'è cucinato, domani c'è l'allestimento, giorni di zucchine trombette, basilico, rafia, carta, rum, confetti, prosecco, salmone e salsa di avocado. Giorni in cui il cervello si stacca automaticamente e servono solo le mani per riempire i bicchierini da finger food dell'antipasto e il sorriso per versare lo spumante agli invitati. Quello che trovo fuori dalla mia vita delle prime otto ore del dì è bello, è rilassante, è pieno. Quello che trovo fuori, però, è anche dolore dei miei amici e per i miei amici, immersi in quella orribile lotta che sento ancora così vicina, con il suo fiato caldo, costante e cattivo.
Nella mia vita fuori, sulla mia cattiva strada, ci sono aereoplani di carta pronti a volare dalle mani di un bambino, ci sono pastelli colorati, eliche, occhi spalancati, milioni di chilometri macinati nella stessa stanza, voli lontani fatti solo a parole. Poco più di un mese al Festival, un sacco di idee che bastano per riempire anche la prossima edizione, i frutti del corso di Comunicazione della Scienza che continuano a maturare e cadere dall'albero, dando vita a nuove piante, nuovi spunti, nuovi desideri.
Voglia di vedere posti, voglia di camminare, prendere per mano, toccare la pancia dove dorme Martino, iniziare l'autunno pieno di foglie che danzano e cadono, come sempre, sulla mia cattiva strada.
Chiudo il post in velocità, ricordando uno scrittore che ho amato e amo tuttora moltissimo e a cui devo certamente buona parte della mia voglia di usare le parole per raccontare il mio mondo e le cose della vita: Roald Dahl.
Già questa mattina, quando ho ricordato essere il Roald Dahl Day, mi sono fatta aiutare dai suoi libri per essere un poco vicina ad un'amica intrappolata nelle Ore delle Ombre, questa sera, invece, saluto così:
"Era meraviglioso essere di nuovo in Norvegia, nella vecchia casa della nonna. Ma adesso che ero così piccolo tutto sembrava diverso e mi ci volle un po' di tempo per sentirmi a mio agio. Vivevo in un mondo fatto di tappeti, di piedi di tavoli e di sedie e di angoli minuscoli dietro mobili giganteschi. Non potevo aprire una porta né raggiungere un oggetto posato sul tavolo.
Ma dopo qualche giorno la nonna cominciò a inventare piccoli congegni che mi avrebbero reso la vita più facile. Fece costruire da un falegname certe scale alte e strette che appoggiò contro tutti i mobili di casa perchè mi ci arrampicassi quando volevo. Progettò anche un apparecchio per aprire le porte, fatto di fili di ferro, molle e pulegge, e completato da grossi pesi attaccati a corde. Lo applicò a tutte le porte di casa: mi bastava pigiare le zampette anteriori su una piccola piattaforma e subito una molla scattava, un peso scendeva e la porta si apriva"

(Le Streghe, 1987)

Tutto è possibile.



giovedì 29 agosto 2013

Quanta bellezza...

Quanta bellezza c'è in una raganella minuscola, verde smeraldo, appesa sulla tua felpa fuxia, in una sera di fine estate?
Tanta, tantissima bellezza...se poi accanto a te ci sono una famiglia appena conosciuta e bella da matti pure lei, i vicini matematici-fotografi-pasticceri, la sposina dell'anno passato, il vicino-vicino e Andrea con la camicia a quadri, è tutto ancora più bello.
E se poi sui prati attorno ad una tavola apparecchiata sull'erba ci sono due asini freschi di parrucchiere, una mucca nera lenta e silenziosa, un coniglio nero pure lui in compagnia di tre merli (inutile dirlo, neri anche loro), caprette e galline invisibili, zucche arancioni da fiaba, albicocchi piccolini, ciliegi ricoperti di licheni d'argento, rami di kiwi, piante sconosciute, muretti a secco, piscine blu, amache appese tra gli alberi da frutto...è tutto, inevitabilmente, più bello.
E sono belli i cuochi orgogliosi, la carne cotta sulla pietra, la pasta al pesto che non puoi mangiare, le verdure tagliate sottili e grigliate al buio, il vino rosso, i treni di Bibi, la nanna di Leo, i racconti della sposa sullo sposo lontano, le battute del vicino-vicino, la prontezza del vicino-matematico-fotografo che scatta la foto alla ranocchia appena atterrata sulla tua giacca, la torta intollerante e meravigliosa della vicina-matematica-pasticcera, l'arrampicata estemporanea sul muretto del ragazzo con gli occhi a fessura seduto davanti a te, l'amore di mamma e papà che riempie la notte, le stelle che brillano perché qui ci sono poche luci, i fuochi d'artificio che scoppiano nel paese in festa poco più su.
E tutta questa bellezza ti fa bene, così bene che nonostante la mega mangiata il tuo stomaco riposa tranquillo e i tuoi sonni arrivano leggeri. Perché la bellezza salva sempre, dalle paure più grosse tornate stasera al tramonto e dure ad andarsene anche ora mentre scrivi, dai dubbi sulle tue capacità e possibilità lavorative, dai pensieri sulla tua famiglia ormai così scompaginata.
L'ultimo album dei The National (dal nefasto titolo Truble will find me, a riprova del fatto che preferisco la musica triste, per chi ancora non lo avesse capito e per chi ama ricordarmelo!) è bellezza e pure le zampe di Agata nascosta sotto un auto lo sono, è bellezza la spiaggia quasi vuota di questa sera, la bici rossa è bellezza e la mia calda felpa verde è bellezza pure lei.
C'è stato un tempo in cui le serate come ieri erano all'ordine del giorno? A me sembra di sì ma io rimuovo tutto, quello che mi fa male e spesso anche quello che mi fa bene e quindi, forse per fortuna, a volte mi sembra di vivere cose nuove e inaspettate, come se fosse la prima volta. Pensare ad un laboratorio dall'allestimento alla didattica come se non lo avessi mai fatto, mettere i piedi a bagno nell'acqua limpidissima come se avessi abitato su un monte fino a ieri sera, leggere quello che sentono le persone a te vicine e stupirsi anche degli aspetti più semplici, guardare negli stessi occhi come se non li avessi mai visti prima.
Quanta bellezza c'è in tutto questo?

P.S. La foto, ovviamente, è di Balletti.

domenica 8 luglio 2012

Go chicken go!

Palio del Gallinaccio 2012.
Come tutti gli anni, ormai da diciotto direi o forse persino di più, ho partecipato al Palio del Gallinaccio di Crevari.
Che cos'è?
E' una corsa di pennuti, galline per la precisione, che si sfidano a chi arriva primo in un piccolo campo sterrato ai piedi dell'Anpi in Campenave.
Questa festa però é anche qualcosa di più, è un modo per stare insieme, per riunire gli abitanti di nove contrade intorno a un tavolo, per costringere gli anziani ad uscire, per permettere ai bambini di giocare insieme, per fare incontrare amici di una vita che tra il lavoro, la casa, le ferie, la famiglia non si vedono mai.
Al Palio corrono le galline di Vesima (il mio rione!), Borgonuovo, Fontana, Gallo Cedrone, Vessuo, Rian, Porcelletta, Campi e Pozzetti (che in dialetto sarebbero troppo difficili da scrivere). Ogni pollo viene trasportato nella sua portantina, addobbata con i colori della contrada e seguita dai vari partecipanti alla festa, anch'essi agghindati come alberi di Natale, con campanelli, nastri, passamanerie e dorature che nemmeno nel Medioevo più spinto.
Dopo una bella passeggiata tra le vie di Crevari, davanti a casette colorate, giardini fioriti e curiosi (tifosi!) affacciati alle finestre, l'allegra ciurma si siede attorno a lunghe tavolate al riparo di alberi e pergolati e mangia abbondantemente tra cori di sfida e chiacchiere tranquille. La cena termina nel fermento, le contrade scendono al campo di gara, i fantini si posizionano nelle corsie secondo ufficiale sorteggio, il giudice osserva attento e il cronista dà il via.
A questo punto è un vero delirio: galline che corrono, svolazzano e invadono gli spazi avversari, false partenze, insulti, urla, squalifiche. Quest'anno, come al solito, il primo tentativo è andato fallito e il giudice ha ordinato di rifare tutto, alla seconda partenza però, mi tocca scrivere di nuovo come al solito, ha vinto il Vessuo. Sono ormai almeno tre anni che il trofeo campeggia nella contrada gialla e nera, si mormora addirittura che la gallina da corsa venga allenata mesi prima dell'evento e, se davvero fosse così, si meritano proprio di vincere visto che la nostra cocca arriva alla gara quasi sempre addormentata e di correre non se ne parla proprio.
Quindi sarà per il 2013, primo sabato di luglio, quando ci incontreremo di nuovo tutti in piazza e percorreremo le vie della nostra infanzia. Magari, superati i trenta, mi farò cucire dalla mamma un abito da dama e smetterò le vesti di giullare che indosso da troppo tempo...
Go chicken Go!

P.S. Foto del vicino-vicino, gran tifoso d'eccezione.



mercoledì 4 aprile 2012

Piovono polpettoni


Una ricetta, che ha avuto molto successo!
Qualche tempo fa cena in Campopisano: io, Marti, Andre, Marga e il vicino-vicino.
Menu: Torta di verdura con tutti gli avanzi che avevo nel frigo, polpettone di carciofi (la ricetta di oggi), pasta e fagioli, torta cioccolato e pere.
Il polpettone è finito in un lampo, tanto che ho dovuto difenderne con i denti un paio di pezzi per il povero Marga in ritardo.
Inutile dire che per questo piatto è un po' tardi, occorre infatti, perché sia buono, che i carciofi siano freschi e teneri.

Ecco, come sempre, gli ingredienti:
- 6 carciofi
- funghi secchi
- 3 uova
- parmigiano grattugiato
- 1 cucchiaio di maggiorana
- 1 spicchio d'aglio
- origano
- pangrattato
- prezzemolo
- olio
- sale
- pepe

Procedimento:
Ripuliti i carciofi delle foglie più vecchie e tagliati sottili, metterli immediatamente in acqua e limone. In una padella cuocere i carciofi con olio e sale, una volta pronti stendere i più integri sul fondo di una teglia rifasciata con la carta forno e spolverata con del pane grattugiato. Tritare grossolanamente (meglio la mezzaluna dell'incontrollabile frullino) i carciofi rimasti e poi ripassarli in padella con un trito di funghi secchi ammollati in acqua tiepida, aglio e prezzemolo. Una volta insaporito, lasciar raffreddare il composto e successivamente unirlo in una ciotola capiente a uova, parmigiano, maggiorana tritata, pepe e sale. Quando è ben amalgamato, ricoprire lo strato di carciofi messi sul fondo della teglia, spolverare il tutto con abbondante pane grattugiato miscelato con origano. Infornare a 180°C per mezz'ora. Buonissimo come antipasto, come secondo o come piatto unico, caldo o freddo.

Difficoltà: media
Cottura: almeno 30 minuti
Costo degli ingredienti: medio (dipende soprattutto dai carciofi e quindi dal periodo d'acquisto)

domenica 10 luglio 2011

The Wedding


C'erano le more, tantissime more verdi. C'erano le margherite piccole, c'era la salvia. C'erano le rose col bordino fuxia, c'erano le foglie lunghe e sottili. C'erano le dalie bianche e c'erano i ranuncoli, bianchi pure quelli.
Di bianco c'era anche la luce sul piazzale della chiesa, c'era il vestito della sposa, c'erano i barattoli di polpa di pomodoro smaltati e usati come vasi, c'era la camicia di lino del vicino-vicino, c'erano i tovaglioli del ricevimento, c'era il sottogiacca della mamma, c'erano le candele sul tavolo, c'erano le zampette del gattino nero nato nel granaio.
E' durato pochissimo, come un esame studiato per mesi. E nulla è andato storto, come quando si arriva davanti al professore davvero preparati. Ogni volta che i miei occhi curiosi incontravano un dettaglio, nel mio cervello compariva la frase "eh beh certo, non potevano che esserci quel vaso, quel colore, quella luce, quella stoffa...". Ad una appassionata organizzatrice di cenette curate e festicciole ragionate, i coni del riso di carta da pacchi, la stessa usata per rifasciare i libri accatastati sui tavoli, non potevano passare inosservati.
L'atmosfera era la stessa di un film, di un sito on line per nozze super trendy, di una rivista di design di quelle che ti fanno innervosire guardando soluzioni semplici e d'effetto e pensare: "Ma cavoli, è vero! Perchè non ci ho pensato prima???". L'atmosfera era la stessa di un film, ma le persone eravamo noi. Noi che lavoriamo insieme tutti i giorni da due anni, noi che ci scriviamo spesso e ci telefoniamo ancora di più. Noi che ieri ci siamo truccate per due ore ridendo come pazze, che abbiamo sudato nei nostri vestiti, che abbiamo perso la strada e ci siamo arrampicate sui monti, che abbiamo mangiato benissimo, bevuto ancora meglio, riso, ballato, guardato satelliti e stelle. Ogni cosa è andata come doveva: c'è stato un discorso di gran valore per chi portava il vestito bianco, c'è stata una cena fenomenale, c'è stato uno sposo/David Bowie in all star, c'è stato un tavolo lungo con tante scarpe col tacco nascoste sotto e altrettanti piedi nudi che accarezzavano l'erba, c'è stato l'open bar con la frutta che piaceva tanto al vicino in bretelle e l'angolo dolci bello da morire. In tutta questa perfezione, fatta di fatiche, pensieri, calcoli, organizzazioni, preparativi...c'erano loro, gli sposi, che da oggi cammineranno ancora più vicini, costruendo ogni giorno una festa curata nei dettagli ma solo per loro, cercando di non perdere mai di vista quello che conta davvero: il loro amore.

P.S. Per la foto, grazie al vicino-vicino (in bretelle).

domenica 19 dicembre 2010

La Festa del Regalo Autocostruito


In realtà non sarà un post solo su questo.
Oggi è stato un bel sabato davvero. Sveglia non troppo presto e cucina: datteri ricoperti di cacao e ripieni di mascarpone (probabili protagonisti del prossimo post culinario), destinati alla cena di stasera al Belleville, in occasione della Festa del Regalo Autocostruito.
Sono riuscita a trascinare mamma fuori casa e a portarla a Genova, dove ha potuto trascorrere gioiosa un'oretta dentro Torielli per comprare una tonnellata di cioccolatini alle amiche (mentre io e un signore in attesa della moglie, anch'ella chiusa in drogheria, cercavamo di capire quale spezia cane-repellente fosse stata sparsa attorno ai vasi di fiori all'esterno del negozio, per evitare pipì poco natalizie).
Poi tour pro regali, sistemate le colleghe, il prof, amici vari ed eventuali. Poi casa veloce e destinazione finale Belleville. Qui finalmente è stata onorata la famosa tradizone di Giorgia, il Regalo di Natale Autocostruito (ognuno prepara qualcosa con le sue manine e ognuno pesca un numero, a cui corrisponde un regalo, il tutto alla cieca e completamente casuale).
Prima del sorteggio c'è stata una super cena, autoprodotta pure questa, con torte di verdure, vino buono, frittate e dolci vari (compresi i miei datteri-bomba).
Un pò di chiacchiere, una sigaretta accesa al gelo, un digestivo ottimo, la scrittura del desiderio-proposito per l'anno prossimo (sigillato da un Babbo Natale improvvisato nella bottiglia che verrà rotta nel 2011) e poi tanti saluti a tutti.
Le mie spille sono finite sul petto di Silvia e Stefano, la mamma è rimasta col gruppo festante e io verso le undici ho attraversato i vicoli e mi sono chiusa nella tana, bella calda perchè avevo lasciato il riscaldamento acceso...
Camminando pensavo al pranzo di domani da Sturmi, al super lavoro di lunedì, al Capodanno incognito come sempre e al mio primo Natale senza somatizzazioni moleste da qualche anno a questa parte.
Mentre percorrevo via San Luca sms tanto atteso: Amelia è nata e tutti stanno bene. Questo sì che è un bel sabato, questo sì che è un bel regalo di Natale.

martedì 5 ottobre 2010

Sturm und Drang


Solo poco tempo fa scrivevo di isole felici che non ci sono, di panico di fronte all'impossibilità di programmare qualcosa.
Stasera è l'opposto. Chissà che non stia cominciando a guardare le cose (la vita!) in modo differente.
Forse la mia tranquillità risiede nel fatto che più o meno casualmente le mie giornate hanno cominciato ad essere organizzate da altri e io intervengo solo ogni tanto e marginalmente.
Devo lavorare ed essendoci delle scadenze imposte la tempistica non dipende da me, voglio prepararmi spiritualmente al periodo Festival della Scienza durante il quale dovrò essere in più posti contemporaneamente e lo faccio nel tempo che mi resta, trascorro week end bellidavvero in cui tutto ciò che devo fare è esserci, mi prendo di nuovo più o meno cura della mia alimentazione e della mia salute, mi stacco ragionevolmente da situazioni troppo complesse e mi riavvicino a ciò che mi fa bene.
Ho anche più tempo per la mia gatta, dedico meno spazio ai problemi (bollette? sms a cui non posso/voglio dedicare energia?...), mi rendo disponibile per qualche serata dietro al bancone del Belleville e seguo le vicende di Terra! al meglio che mi riesce.
Mi godo Campopisano, senza trascurare Vesima (urge cena dalla Ale!), mi riempio gli occhi di arte, di boschi, di prati, faccio l'angelo nelle serate di pioggia, ascolto musica perfetta, mi allungo dalla Deborah e mi appendo con Sturm.
Ora, in questo preciso istante, ho finito di lavorare immersa nei power point, ascolto Cat, penso alla mia cena propedeutica all'apprezzamento pomodori, controllo l'agenda dove appuntamenti dal medico, tecnici del pc, strumenti che arrivano in laboratorio scandiranno i miei prossimi giorni.
Per scegliere la foto ho impiegato un secondo, l'isola di muschio sulla Pietra di Finale mi riporta al periodo della tesi, quando scrivere non mi pesava, anzi, mi faceva stare benissimo e buttare giù paginate e paginate di roba era tutt'altro che difficile.
Quindi quel poco di natura che nasce in mezzo alla pietra è perfetto per me e chissà che non sia in qualche modo collegato al sogno di un paio giorno fa, in cui il Pegaso di marmo che tanto ho amato e studiato arrivava in laboratorio e mentre lo analizzavo si animava e volava via, osservava Genova dall'alto e si allontanava verso il mare.
Così faccio anche io, salgo sul tetto, guardo le case, mi perdo verso l'orizzonte e sorrido. Finalmente.

domenica 15 agosto 2010

San Parmigiana


Titolo che sta per parmigiana sana o anche per santa parmigiana...perchè è davvero buona e perchè, a differenza della ricetta classica, non è così terribilmente cicciona e pesante.
In questo Ferragosto sarà il mio pranzo, ho appena infornato la pirofila con mammà e mentre scrivo un odorino niente male mi stuzzica il naso.
E' stato uno dei piatti forte delle mie cene dalla Ale, molto apprezzato e conservato per il giorno dopo, da mangiare freddo in ufficio.

Al solito ecco gli ingredienti per 3/4 persone:
- 1/2 Kg di melanzane
- 1 Hg abbondante di prosciutto cotto
- 1 Hg abbondante di stracchino
- formaggio grana grattuggiato
per il sugo:
- pomodori freschi o polpa di pomodoro
- 1 cipolla
- 1 carota
- qualche foglia di basilico
- peperoncino
- olio
- sale

Come avrete capito dagli ingredienti, è possibile preparare questa ricetta con molte varianti. Inziamo dal sugo: se fatto con pomodori freschi (belli maturi, siamo in estate!) è secondo me consigliabile sbollentarli un poco per togliere la pelle con facilità. Una volta spellati aggiungerli al soffritto fatto con olio, cipolla e carote tagliate sottilissime, lasciare cuocere fino a che il sugo si presenta bello denso (altrimenti, una volta in forno, risulterebbe troppo acquoso), aggiungendo un piccolo peperoncino, sale quanto basta e qualche foglia di basilico.
Se invece si utilizza la passata il procedimento è chiaramente più veloce, basta aggiungere, infatti, il pomodoro al soffritto di cipolla e carota e portare a cottura con sale e sapori.
Le malanzane devono essere tagliate piuttosto sottili e, in questa "sana ricetta", non è prevista la frittura, bensì la cottura alla griglia...molto meno pesante!
Una volta pronte si può cominciare la preparazione della teglia, io di solito uso una pirofila in vetro ma vanno bene, per esempio, anche le confezioni in alluminio.

Procedimento:
1. ungere base e bordi della pirofila con un filo d'olio
2. distribuire poco sugo sul fondo
3. posizionare il primo strato di melanzane
4. aggiungere uno strato di sugo
5. spolverare con il grana grattuggiato
6. posizionare qualche fetta di prosciutto
7. aggiungere di nuovo sugo
8. posare qua e là qualche fiocco di stracchino

Potete continuare questi passaggi all'infinito, potete ribaltarli, eliminare il prosciutto o lo stracchino, metterli insieme...insomma, potete gestire la vostra ricetta come più vi piace. Io confesso di non averla mai preparata uguale alla volta precedente!
Ricordatevi, come ultimo strato, di "chiudere" la teglia con le melanzane ricoperte di sugo (e magari un poco di formaggio) e, almeno per qualche minuto, posate un foglio di carta stagnola sopra a tutto, cosicchè il calore non bruci subito la parte più esterna.
Cuocete in forno caldo a 180° per 30/40 minuti.
Buon appetito!

Difficoltà: media
Cottura: circa 30/40 minuti per la teglia (le melanzane alla griglia impiegano 10
minuti e il sugo 20 minuti)
Costo ingredienti: medio

martedì 27 luglio 2010

In marcia


Avevo promesso un post allegro.
Ma non so se ci riesco. Provo.
Non ho un "fai da te" dell'ultima ora da condividere, l'ennesimo testo di canzone mi pare eccessivo, i libri che leggo sono o troppo all'inizio o troppo difficili da raccontare, le riflessioni sul meteo le tengo per quando sarò davvero a corto di argomenti, la politica è inquietante e fuori dal mio blog per scelta...che rimane?
Le ricette? Sì magari tra qualche riga scrivo un po' della cena-esperimento che ho appena consumato da Alessandra...
La casa "nuova"? Periodo difficile, me la sto godendo poco...anche se una birra in terrazza e qualche serata in solitudine a fare guerrilla gardening tra i gerani mezzi secchi mi aiutano a rilassarmi.
Il cinema? Dal momento che l'ultimo film che ho visto è Garage Olimpo, il buon proposito del post allegro temo che andrebbe a farsi benedire.
Potrei mettermi a scrivere qualcosa a partire dalla foto qui sopra, che ho scattato questo freddo inverno in una giornata passata a camminare attorno a casa, per censire le vecchie abitazioni di contadini abbandonate nei dintorni e respirare aria buona.
Ero con Anna, abbiamo chiacchierato e riso un sacco quando il toro ha cominciato a interessarsi alla mia giacca rossa, abbiamo raccolto bottiglie di vetro dalle forme strane e bellissime nel mucchio di spazzatura trovato in mezzo al campo, abbiamo contato nove gatti attorno ad una delle case sventrate, abbiamo fotografato col cuore triste vigne abbandonate, frutteti secchi e scarpe rotte.
Questa foto è importante, perchè ricordo perfettamente l'attimo in cui l'ho scattata: ricordo di aver pensato che con quella luce, che rendeva tutto argentato, l'effetto "strada che comincia" sarebbe stato assicurato. Non era uno scorcio premeditato, me lo sono trovato davanti per caso, ma in quel momento sembrava proprio che un nuovo cammino iniziasse davanti a me.
La data precisa dello scatto è il 31 Gennaio, la "mia" società era costituita da quattro giorni e forse la sensazione di qualcosa che stava cominciando era così viva che mi capitava facilmente di riviverla in ogni momento.
Oggi sono passati mesi, successe un sacco di cose, facili (quali???), difficili, belle e brutte. Non so se la strada sia cambiata, se si sia inasprita o sia più semplice percorrerla...non ho una percezione costante di questo, o forse sono io a non essere costante.
Il prossimo obiettivo potrebbe essere questo: serenità=costanza. Nel frattempo ci infilo in mezzo un altro campo wwf e qualche giorno di ferie nonsoancoradove.
La cena di stasera fa parte dei miei tentativi di tranquillità, uscire di casa con le nuove infradito pagate pochissimo (sarà forse perchè sono di due numeri diversi?), raccogliere un paio di limoni e suonare alla Ale è sempre super-rilassante.
Menu: birra, zuppe fredde estive e tiramisù con barolo chinato.
Tutto buonissimo, anche se i peperoni del gazpacho e il mascarpone del dolce temo mi perseguiteranno per i prossimi tre secoli.
Starmene lì, a ridere, a fantasticare di viaggi, a raccontare novità, a programmare concerti e altre cene, è ancora, dopo anni, una delle poche cose in grado di farmi pulire la mente e respirare la bellezza del quotidiano.
Mi rendo perfettamente conto, di quanto questo post sia la fiera della retorica e delle frasi fatte, ma sono le sensazioni di oggi.
Prendere o lasciare.

P.S.
"...Ecco, io pensavo che adesso sarei potuta rimanere con loro fino a tarda notte. Mi rivedevo libera e rilassata ad ascoltare discorsi vivaci e sconclusionati. Allora ogni tanto qualcuno si avvicinava e mi raccontava sottovoce qualcosa di suo, di privato e intimo, io mi sentivo finalmente scelta e questo mi dava una sottile ma esaltante emozione..." (Lia Levi. Quasi un'estate. 1995)
Aprendo a caso il libro che la Ale mi ha restituito stasera.

venerdì 28 maggio 2010

Come semi trasportati dal vento, cadiamo in un punto preciso sulla Terra.


Ieri sera cena in Campopisano.
Mamma, Giacomo, Marina, Claudio e Baldovino…il “mio” pittore. In realtà avrebbe dovuto essere un aperitivo lungo, ma la quantità di cibo che gli ospiti hanno portato ha fatto sì che si trasformasse in una mega cena buonissima: salumi, formaggi, focaccia, torte di verdura, carciofi sott’olio, vino…una meraviglia!
Il tour della casa ha destato ammirazione, curiosità e complimenti, in particolare il terrazzo che ieri sera al tramonto era davvero molto suggestivo, leggermente battuto dal vento e con un buon profumo di pesce grigliato che stuzzicava le nostre narici.
Prima di metterci a tavola però mi hanno chiamata in camera e lì…sorpresa!!!
Chi mi legge da un po’ e chi mi conosce sa che io odio le sorprese, ma questa è stata davvero bella, dolce e discreta. Sulla mia scrivania lilla due pacchi da scartare e un fagotto bianco che mi ricordava qualcosa: la borsa a secchiello di Stradone S. Agostino a cui faccio la corte da quando abito qui…grazie mamma!
All’apertura dei pacchi mi sono ammutolita, come sempre mi succede quando una gioia improvvisa mi sorprende non sono riuscita a dire molto, se non qualche grazie e qualche sorriso.
Nel pacco più grande un quadro, un Baldovino ovviamente, l’ultimo che avevo visto esposto in S. Lorenzo e che sembra una Piazza Campopisano stretta stretta e lunga lunga…mentre scrivo questo nuovo quadro è di fronte a me, colorato e misterioso. Il secondo pacco, quello più piccolino, racchiudeva un tesoro…in barba alla ripetizione e alla fantasia c’era un altro quadro! Essendo Baldovino il donatore, non poteva che esserne anche l’autore, ma oltre al dipinto in sé, che è una meraviglia intitolata Elena’s House e fatta di scale, rami, alberi e casette, è il retro che conta davvero nel mio cuore: una lettera, commovente e vera, con le parole perfette per me e per la mia vita. Una ventata di positività e di speranza, un obbligo a ragionare e cercare la felicità, a pensare ad un percorso che mi porti verso la meta che cerco.
Dopo tutto questo, dopo emozioni e brividi, dopo aver toccato l’affetto come poche volte mi è capitato, è cominciata la cena. Chiacchiere, risate, le immancabili fotografie di Claudio, le scommesse sui germogli di Marina, i panini di Baldovino.
Reclamati dall’ultimo treno per il Piemonte, indispensabile per il “mio” pittore, gli ospiti mi hanno salutata e lasciata con il regalo di Claudio: un piccolo album di foto, in cui mi si vede alla costante ricerca di arte e di sole.
Chiuso il mio portoncino rosso, con l’ultimo bicchiere di dolcetto bio, mi sono seduta sul divano a contemplare i regali, con Moby in sottofondo e una montagna di piatti da lavare ad attendermi nel lavello.
Girato il piccolo quadro Elena’s House, ecco la prima frase della lettera di Baldovino: “…Come semi trasportati dal vento, cadiamo in un punto preciso sulla Terra…”

domenica 16 maggio 2010

Pacificami il cuore


Tornare a casa.
Stasera festa nel mio mondo, si inaugurava la Scuola di Vesima dopo i lavori che l'hanno messa a nuovo. Il Comitato ha organizzato una cena, come al solito con prodotti il più possibile locali, invitando amici, abitanti del paese e simpatizzanti. Non potevo certo mancare...quindi sono tornata.
Ho preparato la mia parte (crostata con marmellata di prugne di Susanna e Gabriele, frittata di erbette), ho aspettato l'arrivo dei "nuovi amici" che avevo invitato e mi sono unita alla festa.
Fave salame formaggette minestrone torte di verdura dolci vino e digestivi a volontà.
I miei ospiti credo siano stati bene, hanno mangiato, incontrato vecchie conoscenze con cui fare lunghe chiacchiere sotto l'albero e passare una serata diversa, in compagnia, in un posto isolato ma stasera affollatissimo. I miei adorati vicini facevano la fila per sapere come va con la nuova casa sui tetti, mi davano consigli, mi rimproveravano e mi prendevano in giro. Prima di cenare ho anche avuto il privilegio di un valzer al pianoforte tutto per me suonato dal presidente del Comitato in persona.
Verso la fine della serata c'è scappato persino il tempo per correre dalla Ale, scroccarle un caffè al volo, (ri)farle gli auguri di compleanno e salutare i suoi amici. Prima della nanna una birretta veloce nel mio giardino incantato con Andrea e Luigi.
La camomilla è qui accanto al pc, Agata invece dorme sopra al pc...e domani che sarò a un passo dal mare pare sarà pure bel tempo.
Meglio di così...