Oggi parliamo di rabbia.
Un sentimento che, per decine di anni, ho confuso con altro e che, invece, era lì, pronto a ingrassare nutrendosi della mia incapacità a riconoscerlo.
La prima volta che ho provato a dare un nome, un nome vero, a quello che sentivo è stata, ovviamente, in terapia. Non è che quella perenne condizione, mista tra paranoia e tristezza, nascondeva, invece, qualcos'altro?
Neppure davanti all'evidenza, presentata con pazienza da chi queste cose le aveva studiate, ho saputo cedere: no, io non ero una persona arrabbiata, la rabbia è un sentimento violento e distruttivo che non poteva appartenermi in alcun modo.
E invece.
Man mano che la vita ha iniziato (o forse sarebbe meglio scrivere continuato) a presentarmi i suoi scontrini, la rabbia si è presa il suo spazio e ha cominciato a uscire e a farsi riconoscere. Prima in situazioni semplici, quelle in cui chiunque perderebbe la pazienza e così, davanti allo sportello di un ufficio postale dove un'impiegata troppo zelante si rifiutava di consegnarmi il contenuto di una raccomandata intestata a mia madre sostenendo che occorreva la sua firma o, in alternativa, il quindicesimo certificato di morte (gli altri quattordici erano stati richiesti e depositati proprio in quell'ufficio nelle settimane precedenti), si sono rotti gli argini. Ricordo ancora Andrea che mi si avvicina, mi sfila il casco dalle mani e mi invita con voce calma a lasciare perdere, ricordo l'altra impiegata, una signora che conosceva mia mamma, che si offre come testimone e convince la collega a consegnarmi la busta, ricordo il senso di smarrimento misto a euforia che mi ha pervasa subito dopo.
Da quel giorno la rabbia ha iniziato a camminare con me, come il fuoco di Twin Peaks.
Il problema però è che se un sentimento, fino a poco prima, non avevi la minima idea non solo di come gestirlo ma neppure di come riconoscerlo, non lo impari di certo nel momento in cui ti trovi a navigare nel mondo delle successioni, delle domande invadenti, dei primi passi in un nuovo posto di lavoro, dell'inizio di una pandemia che arginerà per mesi ogni tuo tentativo di (re)esistere, nonostante tutto.
Medicine, routine, yoga, terapia mirata, cattive abitudini, sono state a lungo le babysitter della mia rabbia neonata, a volte sono riuscite a tenerla a bada dandomi il tempo per studiarla, comprenderla e allevarla con amore, altre non hanno saputo e potuto contenerla e le hanno permesso di invadere ogni cosa, soprattutto le mie notti.
Con il passare del tempo ho imparato a vederla chiaramente, mi sono impegnata con il corpo e con la mente ad accettarla, ci ho respirato sopra, l'ho addolcita predendomi cura della mia salute il più possibile, le ho cucinato cibi sani, ho dipinto per lei pagine di acquarelli, ho plasmato con l'argilla cose che potessero piacerle, le ho piantato fiori colorati in giardino ogni primavera, l'ho cercata nelle parole di altri e nelle pagine dei libri, l'ho smontata e rimontata un pezzo alla volta con l'aiuto di una professionista.
Ora, però, credo che sia entrata nell'adolescenza: si comporta come vuole quando vuole, esce tutti i giorni con un gruppo di amici che mi dicono riunirsi spesso, in massa, attorno ai 45 anni, ha ricominciato a mangiare cibi ultraprocessati e molto calorici, tipo telefonate ai consulenti, mail ai commercialisti, vocali agli operai e notizie dal mondo.
È bastato un attimo di distrazione, una debolezza, un lutto arrivato alle porte della primavera, poco prima di un anniversario che porta con sè tutto il dolore della vita, perché la rabbia riuscisse a uscire dalla finestra, per poi tornare a qualsiasi ora, con quel suo modo petulante di avere sempre l'ultima parola, di rovinare ogni conversazione, pensiero, sogno o giornata.non arrabbiatevi.
