giovedì 4 aprile 2019

Un'unica, lunga, ciglia sottile


Inizio a scrivere queste righe seduta su una seggiola giallo limoncello accanto al letto dell'ospedale dove dorme avvolta dalle lenzuola e dalla morfina. Continuo a scriverle accoccolata sulla poltrona blu vicino a lei, in hospice, mentre la solita flebo fa il suo lavoro e le altre stanze-giardino si vuotano e riempiono di fiori nuovi.

Credo che in questi sette mesi sia stata arrabbiata, sicuramente triste, consapevole e con ragione da vendere quando i suoi occhi (solo quelli) mi chiedevano "perché".
Io il perché non lo so, forse non mi aspetto nemmeno che ci sia. Mio padre prima, mia madre poi, nessuno dei due ha raggiunto i settant'anni, nonostante a lei mancasse pochissimo per arrivarci e avesse deciso, con la sua solita ironia, che sui manifesti ci sarebbe stata la cifra tonda. Non ce l'abbiamo fatta, cara Maria, e uno dei momenti più dolci, che resterà per sempre con me, è stato l'attimo in cui l'infermiere-attore, come lo chiamavamo noi, mi ha detto addolorato: "Ho paura che al 29 non ci arriveremo".

Sono giorni strani, questi in cui scrivo, sono preziosi e insostenibili, sono colmi di amore e di paura, sono un privilegio riservato a pochi che non ho nessuna intenzione di ridurre semplicemente a tragedia. Mi trovo nel posto migliore per lasciar andare una madre ancora giovane, piena di energie, cose da dire e cose da fare.
Siamo dove voleva lei, non c'è altro da aggiungere.

Come sempre, quando non so più che fare, lascio spazio agli elenchi, (pure sei mesi fa, all'inizio di questo casino, avevo fatto esattamente così):

- Una ciglia lunga e sottile, l'unica rimasta attaccata alla sua palpebra sinistra quasi fino alla fine
- Le piccole lettere ricamate con il filo rosso sulla cuffia della suora
- Il pacchetto regalo abbandonato sul muretto
- Il Cargo Market che senza di lei fa un male cane
- Il mazzo di broccolate fiorite sul tavolo della cucina
- Le mie morning walk, sempre più difficili, sempre più liberate
- Le ore di ceramica per salvare il cuore
- La sua sagoma magra, seduta controluce, che guarda fuori dalla finestra del Monoblocco
- Le battute, fino all'ultimo
- La borsa dell'acqua calda
- Gli auricolari fuxia del dottore migliore del mondo
- La vocina stridula della signora con l'ossigeno
- La fame di Aldina
- Il pianto di Agata
- Il necrologio scritto insieme, nella luce della domenica
- Il locale Mario
- Il sabato mattina a prendere i vestiti
- La bambina travestita da ape davanti al Pronto Soccorso
- I fiori del pesco che sbocciano nonostante tutto
- Il vino con l'acqua della signora di 104 anni
- Il cedro gigante che veglia sopra ogni cosa
- I gatti diffidenti che mangiano solo la sera
- Le chiacchiere sul terrazzino, tra obiettivi da spostare e occhi lucidi
- La luce calda che filtra dalle tende gialle
- La Dottoressa, che torna ad accompagnarci di nuovo
- L'acqua di rose di Santa Maria Novella
- La collana con la stella di Moustier
- La pasta con le lenticchie più buona del mondo
- Le lucine intermittenti del sistema antincendio
- Il sapone al gelsomino
- La cavalla Isernia, la gatta Melody e tutte le altre creature che ci hanno tenuto compagnia
- La camminata verso casa, a piedi, per l'ultima doccia
- Le foto di Agata che gioca da guardare insieme
- Cacao Meravigliao
- L'odore della loro crema
- La camicina a fiori gialli
- Il gelatone
- Il pulsante rosso
- Il quadro del Day Hospital con gli aironi (lo stesso che vedete quassù in foto)
Chi mi conosce bene sa che ogni airone incontrato negli ultimi quindici anni ha rappresentato per me una sorta di segno legato a mio padre. Ora non posso fare a meno di leggere, in questo dipinto, il volo di mamma, bianca e finalmente libera, con le ali spiegate verso un'isola verde, lontana dagli aironi scuri del passato.

Sono trascorse due settimane.
Mia madre è morta il 23 marzo alle 14.40, con la sua mano nella mia.
Il sabato seguente, più o meno alla stessa ora, un airone enorme volava sulla mia testa, mentre pranzavo seduta al sole tra un laboratorio e l'altro.
Avrei voluto gridare, fotografarlo, mostrarlo a tutti, ma mi sono limitata a guardarlo passare lento e a seguire il suo atterraggio sicuro, nel fiume.

Già non posso immaginare la vita senza di lei, tanto meno questo blog, che è nato quasi dieci anni fa ed è cresciuto, post dopo post, passando sempre dalle sue puntuali correzioni. Del resto, da una prof, non potevo aspettarmi diversamente!
Ilmareingiardino, dunque, si ferma qui, fino a che avrò di nuovo bisogno di lui. Continuerò ad aggiornare la pagina Facebook con articoli, notizie e pezzi di bellezza che mi sembrerà interessante condividere, caricherò foto di gite, alberi e meraviglia sul profilo Instagram, ma metterò in pausa il blog.
Non so quanto ci vorrà per ripartire, non so nemmeno se accadrà, ma visto che di addii ne ho abbastanza, facciamo sia un arrivederci.



domenica 3 febbraio 2019

Programmi?


Sono una persona organizzata, lo sono sempre stata.

Mi circondo di quaderni, agende, foglietti, liste, pizzini, scontrini scritti sul retro, post it, appunti, block notes e tutto quello che vi possa venire in mente come metodo per non dimenticare impegni e cose da fare (a proposito, se conoscete altri sistemi scrivetemeli! Gli avvisi e i numeri di telefono scritti sul polso con la biro non valgono, li uso già in emergenza).

Sono una persona organizzata, dicevamo, non mi pesa esserlo (anzi!) ed è tutta la vita che provo, inutilmente, a programmare le mie settimane. Negli ultimi anni sono cambiata migliorata molto, lascio maggiore possibilità di manovra al caso, mi godo intere giornate di "zero impegni" e lo faccio senza sentirmi troppo in colpa. Credo di avere un karma parecchio incaxxato, che ha deciso di farmi pagare caro il mio comportamento della vita precedente (ma che ho fatto???), mettendomi spesso contro mille ragioni e vicissitudini che hanno quasi sempre stravolto le aspettative.

Da bambina ero fissata con le isole felici:
eventi futuri di vario genere così belli e importanti per me da rendere la loro attesa più leggera. Immancabilmente queste fantomatiche occasioni di gioia venivano spazzate via dall'inconveniente di turno, che fosse l'influenza dell'amichetta o lo sciopero mondiale dei trasporti poco importa. Col tempo ho quindi imparato a "non metterci il cuore sopra".
Quanto ho impiegato? Decenni.
Ora posso dichiararmi ufficialmente la persona più disillusa del pianeta, ma le facciate che ho preso non si contano.

Cosa mi ha aiutato a relegare la programmazione a semplice abitudine, indispensabile sul lavoro, e nient'altro?
Il Cancro.
Prima quello di mio padre, poi quello di mia madre.
Nel mezzo hanno contribuito a mantenere alta la bandiera del "non contarci" i miei acciacchi più o meno psicosomatici e la sfiga congenita.

Ultima rappresentazione dell'incognita del giorno dopo? La foto quassù.

L'ho scattata stanotte, verso le quattro del mattino, in una stanzina del pronto soccorso, mentre la buttavo in caciara con mamma che aspettava di essere trasferita in osservazione (ora è a casa, le cose sono migliorate in mattinata).
Oggi avrei dovuto spararmi sei ore di laboratori e invece mi sono limitata a condividere le foto scattate ai colleghi, che mi hanno sostituita più che egregiamente, mentre cercavo di recuperare un po' di ore di sonno rimaste congelate nel viaggio in motorino delle cinque.
Lo avevo programmato? Certo che no! Ma è andata così.

Qualche giorno fa pensavo di scrivere un post sugli acquisti zero waste, sulle cose comprate nei saldi e sul regalo di compleanno ricevuto da poco, ma il ribaltone era dietro l'angolo e sono finita ad attaccarmi degli elettrodi sul maglione e a sognare il divano nuovo che dovrebbe arrivare domani a salvare la mia schiena.
Ho scritto dovrebbe, non sono mica scema.

venerdì 11 gennaio 2019

Senza fare troppo rumore

Il duemiladiciannove è iniziato, senza fare troppo rumore.
Abbiamo brindato sotto al nostro grande albero, siamo andati a letto presto.

Fortunatamente dopo un paio di giorni sono tornata al lavoro, così il mio compleanno è trascorso in sordina, tra mail a cui rispondere, caffè al bar, pianificazione e programmazione futura.
Mi aspetta ancora una cena come si deve al ristorante e poi anche questi festeggiamenti saranno passati, senza fare troppo rumore.
La sera prima dell’Epifania un aperitivo semplice tra amici si è trasformato in una pizza al bancone e in uno scambio regali improvvisato, da cui sono uscita carica di meraviglie.

La prima meraviglia è stata il calore degli abbracci.
Chi mi conosce sa che non sono molto brava a condividere con gli altri le mie difficoltà, per anni mi è stato più facile scriverle qui (e questo fatto è stato spesso, comprensibilmente, motivo di scazzi), appuntarle su carta, raccontarle alla psicoterapeuta e ogni tanto a mia madre. Ora le cose stanno cambiando, credo: da quando abbiamo scoperto la malattia di mamma sono andata in analisi solo un paio di volte, non so nemmeno io dire il perché, ma la situazione è questa. Quindi, oltre a non parlare delle mie difficoltà con gli amici, adesso non ne parlo nemmeno nella stanza gialla rosa, qui scrivo sempre più raramente e non sto tenendo nessun diario privato.

Cosa sta succedendo?
Sicuramente la chimica aiuta, ma non credo che basti.
Sicuramente una sorta di accettazione attiva degli eventi favorisce il mantenimento di un seppur precario equilibrio mentale.
Sicuramente sono stata pervasa da una sorta di rabbioso fatalismo che sarebbe stato decisamente molto più saggio tirare fuori qualcosa come dieci anni fa, minimo.
Sicuramente il lavoro quotidiano mi sta dando una stabilità psicofisica che nemmeno lo yoga.
All’appello mancano alcune cose che purtroppo ora non sono possibili, come le camminate nel bosco, le corse al tramonto, le ore di pilates in palestra. Ma quando sotto le vacanze mi sono concessa il lusso di passeggiare lungo il mare l’anima e gli occhi mi hanno ringraziata un sacco.

Tra i bellissimi regali che ho ricevuto per il compleanno, oltre agli abbracci che ho anticipato quassù, ci sono state tante cose che mi hanno fatto sentire amata e che hanno confermato una sensazione che ho avuto da sempre: scegliere un regalo per me è facilissimo!
Cosa mi piace lo sanno tutti, ammorbo mezzo mondo con handmade, foglie, cartoleria, libri, moda sostenibile e natura, quindi nei pacchetti che ho scartato c’ero proprio io. Nonostante io sia decisamente trasparente riguardo ai gusti, non immaginavo ci fossero, attorno a me, persone così capaci di leggermi dentro e capire non solo come sono fatta, ma anche quale momento sto attraversando. Che siano le coccole di una crema o di una sciarpa calda, che siano collane, stampe e foglie di ceramica, tutti i pensieri hanno colto nel segno.
Potrei mostrarvi il contenuto di ogni pacchetto ma non basterebbe un post intero, perciò vi lascio il link a questa meraviglia e una frase veloce tratta dalle sue pagine a fiori:

Fiorire quando nessuno
ricorda la Primavera


P.S. A proposito di fiori, domani ci sarà il mio primo laboratorio all'Orto Botanico (gioia!). Ecco spiegata la foto quassù.


lunedì 24 dicembre 2018

A Natale (non) puoi

È arrivato un altro Natale.
Quaggiù non era poi così scontato.
E invece siamo tornate al paesello per svernare qualche giorno, in casa è un andirivieni di vicini in visita, io sto persino riuscendo a leggere e a riprendere possesso della mia persona (leggi depilarmi, darmi lo smalto...).
Ieri abbiamo addirittura fatto l'albero, come i vecchi tempi, raccogliendo un ramo vicino a casa e addobbandolo con poche cose, ma buone. Quest'anno, in particolare, c'erano le decorazioni di ceramica prodotte al corso, a mamma piacevano un sacco e allora le abbiamo usate tutte senza pensarci su.

Detto ciò, non so nemmeno io perché stia scrivendo un post.
Se dovessi essere istintiva chiuderei il pc all'istante e lo riaprirei solo per lavoricchiare un po', come ho fatto stamattina. Allo stesso tempo, però, sto cercando di mantenere una parvenza di normalità e di pensare alle cose positive che ci circondano, nonostante sia sul punto di scoppiare dalla rabbia un minuto sì e l'altro anche.

Se mi concentro sul qui e ora, che più qui e più ora non si può, c'è il tramonto arancione dietro alle sagome nere più familiari del mondo, c'è la passeggiata del dopo pranzo a vedere il mare, camminando una accanto all'altra, c'è Agata che dorme sul divano dopo aver passato in rassegna le piante sul terrazzo più e più volte, ci sono i datteri giganti nel frigo che aspettano solo di essere farciti, ci sono i fiori fucsia in giardino esplosi come fuochi d'artificio, ci sono i pantaloni di velluto marrone di quando andavo all'università che mi rientrano perfettamente, c'è il libro di Haruf appena terminato che vabbè, cosa ve lo dico a fare, c'è il libro di Paasilinna appena iniziato che mi garba parecchio, c'è il berretto nuovo che cresce sferruzzato da mamma, ci sono i ciclamini bianchi da piantare a Natale, c'è il mio pile Patagonia che mi scalda un sacco anche se non serve (grazie L'Altrosport!), ci sono le foto delle gite fatte come se ci fossi anche io, ci sono i menu che forse verranno disattesi o forse no, c'è l'opportunità così rara di cambiare piani anche all'ultimo minuto, ci sono le notti quasi tranquille e le colazioni in due, ci sono i pandolci con il latte per la sera, c'è il pilates sul pavimento del soggiorno.

Ci sono anche tante altre cose, in particolare c'è un senso di distacco enorme (e probabilmente tanto ipocrita quanto scontato) da tutto ciò che non conta un cazzo. Non che in passato fossi molto legata al Natale, mio padre è morto quasi quattordici anni fa e da allora abbiamo "festeggiato" in sordina una giornata che, quando la famiglia era ancora al completo, spesso portava con sé crisi, litigate e barcate di ansia.
Probabilmente è destino che proprio per me, che amo allestimenti, festoni, tavole decorate, inviti, pacchetti, biglietti, mazzi di fiori, candele e lucine, la vita abbia in serbo una sorta di educazione siberiana, di drastica conversione al sottotono, portata avanti senza pietà regalandomi periodicamente motivi enormi per non festeggiare mai una mazza.
Quest'anno poi, cara vita, ti sei davvero superata.
Buon Natale anche a te.

venerdì 7 dicembre 2018

Istinto di sopravvivenza

Ho lasciato questo blog con un post pieno degli animali che sogno nell'ultimo periodo, oggi ho deciso di cominciare dallo stesso argomento elencando gli ultimi arrivati nella mia fattoria notturna: un serpente lunghissimo (si parla di almeno dieci metri), tre o quattro pipistrelli neri enormi, un porcospino molto vecchio e molto assonnato, una manciata di gattini grigi, minuscoli come al solito. Se qualcuno in ascolto sapesse interpretare la presenza semi costante di bestie varie ed eventuali nei miei sogni commenti pure qui sotto, sono curiosa come una scimmia (appunto).

Ultimamente le giornate procedono simili le une alle altre e questo è un bene, perché, dice il saggio: "nessuna nuova buona nuova". Qualche novità, in verità, c'è stata: la chemio è saltata di nuovo causa emoglobina bassa, ma i valori sono rientrati presto da soli e i dolori sono sotto controllo. Le transaminasi sono più basse e tutte le varie operazioni per migliorare la situazione di mamma sono diventate meno frequenti perché meno necessarie. Oggi è così, domani non lo so, perciò, a costo di diventare di una banalità imbarazzante, dichiaro che l'unica cosa buona non terribile che mi ha portato questo maledetto cancro al pancreas è la capacità di godermi l'istante, così com'è. Parlo per me eh, perché se fossi in mamma sarei sicuramente molto più arrabbiata.

Il lavoro continua ad essere un'ancora di salvezza, le serate finiscono prestissimo causa stanchezza ai massimi storici, i primi mal di gola di stagione sono arrivati puntuali come le tasse a fine Novembre.

L'istinto di sopravvivenza di cui scrivo nel titolo è, fondamentalmente, fatto da tutto questo tran tran protettivo e da una serie di acquisti più o meno sostenibili in previsione del futuro, cosa che, di questi tempi e in questi luoghi, non è affatto scontata. Li scrivo qui sotto, non sia mai che possano interessare a qualcuno che, semplicemente, sta cercando qualcosa di simile e non sa che pesci pigliare:

- Giacca Skunkfunk verde per affrontare l'inverno che non arriva, nel tentativo di salvare capra, cavoli e animali da pelliccia (e pure un po' di ambiente, va). Ora come ora è fin troppo calda, ma confido che le temperature, prima o poi, scendano sotto i 10 gradi, così come sarebbe buono e giusto.
- Prodotti Saponaria, che volevo provare da un po' perché il prezzo mi allettava e il made in Italy pure. Qualcosa già lo conoscevo bene (lo scrub per il corpo è ottimo), qualcosa mi ha piacevolmente colpita (siero opacizzante e deodorante roll on super!), qualcosa voto ni, ma solo causa odore troppo intenso per i miei gusti (crema viso).
- Agenda 2019 Inchiostro and Paper, nonostante ne avessi già una ampiamente usabile anche l'anno prossimo, ma con le agende notoriamente non ho quiete, ne ho acquistata un'altra con cui vorrei entrare a piè pari nel mood bullet journal (vedi punto successivo). L'occasione è stato il Green Friday, grazie al quale con l'acquisto avrei contribuito al rimboschimento delle foreste trentine, piegate dalla tempesta di poche settimane fa. Impossibile resistere.
- Occorrente per il Bullet Journal (vedi punto precedente), acquistato un po' ovunque e recuperato nei fondi dei cassetti di casa. Il primo timido tentativo è stato un fiasco e mi sono subito sentita catapultata negli anni delle medie, quando l'aver sbagliato sulle prime pagine del diario mi dilaniava per giorni. Credo non mi restino altro che i tutorial su YouTube, ma non avendo né tempo né voglia di seguirli conviene fare pace con me stessa e con le sbavature di inchiostro nero (AAARGGGH).
- Prodotti CasaGIN, perché finalmente ho trovato un produttore sostenibile di intimo et similia e perché quest'anno ho riscoperto la comodità infinita dei body. Le loro stoffe sono di una morbidezza mai vista prima, non ho ancora indossato tutto ma la fiducia è altissima. Persino i calzini sono stati promossi da mamma e dalle sue gambe gonfie: dieci più!
- Body The Nude Label, perché lo puntavo da un po', perché ho avuto il coraggio di prenderlo nonostante la scollatura, perché il colore melanzana-mattone era bellissimo. L'ho trovato da Paccottiglia.
- Sciarpe di Lo fo Io, super calde (soprattutto il simil scialle nero) e passpartout, ad un prezzo davvero competitivo. Io le ho prese qui, ma ho visto che sul sito ce ne sono molte altre. I filati sono per la maggior parte rigenerati e a me sembra già un ottimo motivo per sceglierle.
- Libri vari ed eventuali. Un regalo per mamma, un libro indispensabile, un regalo per me, un libro che uso anche per lavorare (ottima scusa, eh).

Ci sarebbero anche un sacco di cose nella wishlist, ma credo occorrerebbe un post a parte e le finanze attuali non mi permettono di sognare oltre (se qualcuno però volesse regalarmi un maglione di Gaia Segattini non mi offendo!)
Torno a sopravvivere.
Alla prossima!

P.S. Foto bretone. Perché di alta e bassa marea qui ne sappiamo qualcosa...

martedì 20 novembre 2018

La fattoria degli animali

Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.

Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.

Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi.
A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.

Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.

Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.

Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.

P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.




domenica 21 ottobre 2018

Coraggio e lavanda

Sdraiata sul divano-letto nella mia piccola sala penso a quante cose la vita mi stia insegnando in questi ultimi anni. Non che prima ci sia andata piano, anzi, ma in meno di ottocento giorni ho imparato a lavorare da sola, gestendo soldi che non arrivavano, soldi che dovevano andarsene appena arrivati, soldi che finalmente restavano, ho imparato a condividere le giornate, gli spazi e i desideri con una persona, ho imparato a entrare e uscire da paure grandissime lasciandomi aiutare anche dalla chimica, ho imparato ad alzarmi ogni giorno alla stessa ora per starne otto nello stesso posto (evviva!), ho imparato a guardare in faccia la morte e a dirle che va bene, è di nuovo tornata a prendersi troppo presto un pezzo di me, ma se lo dovrà sudare, perché non glielo lascerò portare via facilmente.

Mentre scrivo mamma riposa nel mio letto, la cesta ai suoi piedi è occupata da Agata, infermiera eccezionale, in trasferta da due settimane, che sembra capire la gravità della situazione e non si lamenta mai della reclusione forzata. Il week end è trascorso lento, finalmente con un po' di controllo sulle cose, con qualche passeggiata nel sole di luglio ottobre, con la spesa della domenica mattina, con l'acquisto del telefonino nuovo, così lei finalmente avrà il suo (mio) smartphone e io potrò scattare delle foto davvero degne di questo nome.

Tra pochissimi giorni inizierà il Festival della Scienza
e mai come quest'anno mi sembra stia per cominciare una vita parallela, dove chissà se potrò fare qualche incursione nei laboratori che mi interessano e magari anche vedere un paio di conferenze con mamma.
La settimana di Ognissanti sarà quella libera da terapie, spero tanto di riuscire ad approfittarne per farle fare due passi con meno stanchezza da sopportare e meno sale da attesa in cui aspettare.

Attorno a noi abbiamo trovato degli eroi quotidiani
, dall'oncologo che la chiama disaster e trova soluzioni per ogni cosa al palliativista che trascorre mattinate intere a bere caffè, mangiare pasticcini, mostrarle foto dei figli piccoli e cercare con lei sistemi efficaci per combattere il dolore. E poi ci sono la suora indiana che maneggia pacchi di terapie come fossero sacchetti di zucchero, la volontaria bionda che gestisce l'affluenza dei pazienti meglio di una torre di controllo, la caposala con il sorriso più rasserenante del mondo.
Tutte queste persone, insieme alla famiglia, agli amici, ai colleghi, stanno rendendo il mio viaggio più semplice, spero così di riuscire a trasmetterle tutta la forza che le serve, anche se, detto tra noi, è lei che ogni giorno mi mostra cosa è in grado di fare uno scricciolo di quaranta chili.

Il sonno che ho finalmente recuperato, il cambio degli armadi finito (questa volta per bene, con tanto di sacchettini profumati gentilmente forniti dalla festa francese in Piazza Matteotti, dove mamma ha svaligiato un banco di lavanda), i pigiami nuovi, il bucato steso, il libro da leggere pronto accanto a me.
Ti accontenti di poco, direte voi, ma è tantissimo, fidatevi.