venerdì 8 dicembre 2017

Penso ai pensieri

Nella mia famiglia c'è una storia che dice così:
Quando eri piccola, la mattina, mentre mi preparavo per andare a scuola, ti sedevo sul seggiolone e ti parlavo. Un giorno, vedendoti particolarmente concentrata e con la fronte corrucciata, ti chiesi "Elena, cosa c'è? Devi mica fare la cacca?". Tu mi rispondesti "No, sto pensando". Allora, incuriosita, ti domandai "E a cosa pensi?". "Ai pensieri!" sospirasti con ovvietà.
Avevo due anni ed ero già incasinata.

Ieri sera Andrea mi ha definito un grosso e complesso automata che funziona però in maniera semplice, finché non mi metto da sola un bastone tra le ruote.
Quanto aveva ragione.
Mi ingolfo, sul più bello, pensando.
Ai pensieri.


Ed è proprio questo loop che ho ripetuto, senza sosta, nelle ultime due settimane, arrivando sfinita ad oggi, giornata di festa a casa di mamma, trascorsa mollemente tra un pranzo non digerito, una serie di cose da fare non fatte, un libro da leggere non letto (ma rimedierò presto, lo sento), un regalo da inviare non inviato e una decisione da prendere non presa.

Mi succede spesso di incastrare i miei ingranaggi e di incaxxarmi come una bestia quando non riesco a ripartire. Negli anni, da questo punto di vista, sono peggiorata tantissimo. Do la colpa alla stanchezza, alla stratificazione delle delusioni, alle aspettative rimaste tali e al mondo che, davvero, non sono proprio più capace di capire e accettare.

Fortunatamente sono sempre successe cose che mi hanno rimesso in pace, almeno un poco, con quello che mi circonda. Una bella classe in cui lavorare, uno spettacolo teatrale arrivato proprio al momento giusto, una mostra bellissima di un pittore che amo da sempre, una bambina meravigliosa che sistema la mia scala di valori una volta a settimana, ormai da molti mesi.

Non ho idea di come si esca da quello che l'analista chiamerebbe "il copione", so per certo che non deve essere semplice starmi accanto quando vengo travolta dai miei stessi pensieri. Mi vengono in mente mio padre e le sue fughe lontanissime pur restando in casa, io (meno male) non ne sono capace. Sono arrabbiata più che in passato ma anche più disposta ad affrontare la cosa. Sono cresciuta, ho i capelli più lucidi, i fianchi più larghi, la pelle più liscia e la maturità di capire quando occorre restare per togliere, con pazienza o con un gesto rapido a seconda dei casi, il bastone dalle ruote.

Si invecchia, si cambia. Succede a tutti, pure a me.

Avrei voglia di scrivere un post sui libri che vorrei comprare (e divorare) in queste vacanze di Natale, sui corsi che vorrei seguire (ad uno mi sono già iscritta!) nell'anno nuovo, sui posti che vorrei rivedere o visitare per la prima volta, sulle modifiche al mio appartamento che vorrei fare e che sono rimaste in sospeso da questa estate. Avrei voglia di buttare giù un elenco di cose belle che mi (e vi) riempia il cuore ma ho capito che se non mi assicuro di aver liberato completamente le ruote dell'ingranaggione mi ingolferò presto, di nuovo.

Devo farlo con cura, questo lavoro, a costo di restare con la fronte corrucciata a pensare ai pensieri ancora per un po'.
In caso doveste incontrarmi sappiate che non sto facendo la cacca.




martedì 28 novembre 2017

Storia d'Autunno

Questo post è dedicato a lei, perché credo sia sempre stata la prima fonte di ispirazione per me, sin da bambina. Ho letto i suoi libri decine di volte, mi sono immaginata protagonista di molte delle storie ambientate a Boscodirovo, ho disegnato i personaggi, ho essiccato fiori proprio come l'autrice dichiarava, all'inizio del libro, di fare abitualmente.
Jill è morta pochi giorni fa e io sono profondamente dispiaciuta, per questo motivo ho deciso di dedicarle il post, titolandolo come la sua storia che ho amato di più.

Fatta questa premessa, è il momento di iniziare davvero, magari spiegando la foto quassù.

Siamo stati tre giorni a La Magdeleine, perché i nostri amici matematici-pasticceri ci hanno prestato gentilissimamente la casa.
L'idea iniziale era quella di staccare un poco dal lavoro, visto che spesso il week end siamo impegnati in laboratori e/o turni e fino a Natale non avremo più corrispondenza di giorni liberi. La realtà, però, si è discostata un pochino dall'idea iniziale.

Partenza prevista: giovedì sera. Partenza avvenuta: giovedì sera.
Ma, nel frattempo, io combattevo contro la febbre dal martedì. Cominciata tosta con 38.6 è andata pian piano scemando, fino a lasciarmi partire con un blandissimo 37.2, un po' di ossa rotte e tanta voglia di sconfiggere il virus al caldo relax delle terme di Pre Saint Didier.
Arrivati a La Magdeleine abbiamo avviato il riscaldamento e ci siamo rifugiati alla locanda del paese, nell'attesa che i cinque gradi dentro casa salissero un poco e non mi ibernassero all'istante facendomi morire di influenza.
Stranamente, nonostante la mia proverbiale passione per aperitivi e stuzzichini, non avevo molta fame e, anche a cena, i pansoti con il sugo di noci portati dalla madre patria non mi risultavano particolarmente graditi.

ATTENZIONE. ALLARME ROSSO.


Quello che stavo combattendo da due giorni era un virus, sì, ma intestinale.
Dalle dieci di sera alle sei di mattina il mio dialogo con il water è stato talmente fitto da farmi seriamente pensare al collasso per disidratazione, se non fosse che nel beauty di Andrea un blister di Imodium pro viaggi cinesi è corso in mio aiuto scongiurando la mia dipartita.
Naturalmente il venerdì alle terme è saltato (credo non ci sia bisogno di ricordarvi quel video ambientato in piscina che girava qualche tempo fa, eviterò di linkarlo qui per questioni di ovvia decenza, ma vi basti pensare contemporaneamente a dissenteria e poolparty per comprendere) e l'unica cosa che sono riuscita a fare la mattina è stata bere, calarmi mille bustine di argilla addensante recuperata prontamente in farmacia, fotografare animaletti sul prato davanti a casa e salutare il water con sempre meno trasporto.
Nel pomeriggio mi sono fatta coraggio e siamo andati a passeggiare nel bosco alla ricerca di neve e laghi. Abbiamo trovato poche chiazze della prima e nessuno specchio d'acqua, ma, in compenso, mille licheni di tutti i colori e paesaggi bellissimi ci hanno tenuto compagnia per un paio d'ore.




Il secondo giorno di vacanza, sabato, ho raccolto tutte le energie in mio possesso e mi sono decisa a provare le terme, consapevole del possibile disastro al quale rischiavo di andare incontro (vedi video di cui sopra). Sono stata premiata e, dopo un bel giro ad Aosta e al suo mercatino di Natale ci siamo messi a mollo e siamo rimasti a poltrire dalle tre alle nove, tra saune (poche, data l'ormai nulla presenza di liquidi nel mio organismo), vasche, buffet e materassoni morbidi. Al ritorno abbiamo visto la stella cadente più grande di sempre e due piccoli camosci in libera uscita.
Poi il letto mi ha inghiottita e non ricordo più nulla.

La domenica, prima di tornare a casa, siamo davvero andati a cercare (e a trovare) la neve, quella vera: il pianoro di Chaneil con il suo panorama mozzafiato ci ha conquistati e, nonostante il freddo boia, siamo rimasti a scattare un sacco di fotografie fino all'ora di rientrare per pranzo.
Quest'ultimo passaggio è stato forse il più difficile da portare a termine (e, considerato il tenore del week end, capirete quanto): tutti i ristoranti incontrati in Valturnenche erano chiusi. Quando ne abbiamo trovato uno aperto ormai erano le due, ma siamo riusciti a impietosire i gestori che ci hanno apparecchiato un tavolo e rimpinzato di meraviglie valdostane dall'antipasto al dolce.
Alla faccia del virus.



Ora che sono tornata da un paio di giorni pago un po' le conseguenze di questo malanno così acuto, ma, nonostante lo sconforto iniziale (tanto grande quanto comprensibile, direi), sono contentissima di questa mini vacanzina.

Cosa mi è piaciuto di più?
I larici arancioni e la fontina.





giovedì 9 novembre 2017

Dieci cose in dieci giorni


Ok, il Festival è finito da una manciata di giorni, è giunto il momento di parlarne.
Il modo migliore per farlo credo sia, come sempre quando voglio raccontare qualcosa in maniera semplice ed efficace, il metodo dell'elenco.
Quindi eccomi con dieci punti, che potevano essere quindici (ma vi avrei annoiati), oppure sette (ma il titolo sarebbe diventato "sette cose in sette giorni", riportandovi inesorabilmente qui).

Cominciamo:

1) Le conferenze al Padiglione Giapponese (quest'anno il Giappone era paese ospite). A parte il fatto che adoro la Sala delle Grida nel Palazzo della Borsa, ho davvero trovato bellissimo l'allestimento. Sia per quanto riguarda i laboratori, sia per gli arredi in perfetto stile nippo. Tornando alle conferenze: ne ho seguite due, una dedicata all'Umami tenuta dalla prof.ssa Gabriella Morini e una incentrata sul mondo del sushi di Masayuki Okuda. In entrambe le occasioni, oltre ai contenuti super interessanti, erano previste degustazioni: evviva! Probabilmente è scritto nel mio destino che in quel posto io debba mangiare/bere qualcosa, gli organizzatori di Vinnatur e il mio amico Balletti lo sanno bene.

2) I laboratori degli altri. Quest'anno, molto più che in passato, sono riuscita a girare parecchio e a visitare anche altri laboratori. Ovviamente non mi sono persa quello di Edu, ma ho visto anche Il Gioco dei Pacchi (proposto da altri amici), tutte le attività al Museo di Storia Naturale, il delirio di Piazza delle Feste e la mostra interattiva di quei geni visionari di La Luna al Guinzaglio, dove dire che mi sono immersa fino al collo in un'atmosfera a metà tra il viaggio e il sogno è usare un eufemismo.

3) Le conferenze dei divulgatori/animatori.
Sono andata ad ascoltare Graziano Ciocca (con Giovanni Fares) e Luca Perri, che conoscevo da sempre almeno di nome, che avevo appena incontrato di persona a Strambino in occasione di Strambinaria-Folle di Scienza e che sapevo essere bravissimi nel loro lavoro. Non sono stata affatto smentita! Non so davanti a chi ho riso di più, di sicuro ho imparato un sacco in entrambi i casi.

4) Le conferenze a cui tenevo proprio tanto. Come quelle di Luigi Bignami, Gianumberto Accinelli, Ornano e Tomasinelli. Tutte e tre molto diverse tra loro, tutte e tre ugualmente belle.
Ma andiamo con ordine.
La prima, quella di Bignami, mi ha toccato il cuore per un motivo (anzi due) molto semplice: l'esplorazione spaziale non solo ha caratterizzato tutti i miei corsi a scuola dell'anno passato, ma è anche stata il filo conduttore del laboratorio Il cielo con le dita, presentato quest'anno al Festival. Poi, il vero grande motivo per cui ho amato tanto la conferenza è stata la chiacchierata finale con Luigi, compreso scambio di biglietto da visita e dedica sul suo bellissimo libro. Per quanto riguarda Accinelli vi rimando subito A Casa di Cindy, dove potete trovare il Leggermente che avevo dedicato a I Fili Invisibili della Natura. Pure questo, manco a dirlo, diventerà primaria ispirazione per i prossimi lab a scuola e pure Gianumberto, prima della presentazione in libreria, mi ha scritto una splendida dedica ed è stato super disponibile. Lo spettacolo di Ornano e Tomasinelli, infine, mi ha fatto sganasciare dalle risate e, come sempre, per quanto il primo sia un comico super, è con il secondo (che comico non è) che mi diverto di più!

5) La sera che "sul palco" ci sono finita io. Il motivo era questo, un'occasione di restituzione, come si usa dire ora, di tutto il lavoro fatto durante l'anno scolastico passato. Un grande progetto sull'uso consapevole della rete da parte dei giovani, sfociato, tra le altre cose, in uno spettacolo teatrale costruito con la tecnica del Teatro Forum (= totale coinvolgimento del pubblico) e condotto da una figura che viene chiamata Joker (o Jolly). Indovinate un po' chi era questa figura?
Ad ogni modo è andata benissimo e, del tutto inaspettatamente, mi sono molto divertita!

6) Il riposo imprevisto
. Qui lo dico e qui lo nego: quest'anno al Festival mi sono riposata. Complice la quasi totale assenza di doppi turni, i giorni festivi liberi da animazione, la necessità di essere disponibile per le emergenze (che mi ha portata a non prendere altri impegni) e la mancanza di emergenze che ha automaticamente reso semi vuoti molti dei miei pomeriggi. La conseguenza è stata che sono riuscita a lavorare con calma, sedermi pure sul divano dopo pranzo, godermi il Festival, dormire molte ore, sistemare un po' di arretrati e di burocrazia.

7) Il concerto dei Capibaras. Un'eterna garanzia in questo periodo, un modo per cantare, bere qualcosa, chiacchierare con amici storici e amici nuovi, ascoltare il bravissimo Eduardo che si esibisce, applaudire fino a spellarsi le mani.

8) Gli incontri
. In tutte le occasioni che ho citato fino ad ora sono avvenuti incontri belli (anche meno belli, ma non importa), sia per lavoro sia per pura voglia di trascorrere tempo insieme. Vecchie e nuove conoscenze, compagne di avventura in questo Festival 2017, come le animatrici con cui ho condiviso tempi, spazi, preoccupazioni e come chi mi ha commissionato il laboratorio e ha lavorato con me alla sua realizzazione. Un team composto prevalentemente da donne (ma non solo!) con cui mi sono trovata benissimo: non c'era quasi bisogno di parlare, spesso bastava un'occhiata, come quella che io e l'architetto ci siamo scambiate di fronte alla stella di glitter finita dritta dritta sul tappetone.

9) I panini. Pollo o pesce? Il Festival è lungo, quindi perché scegliere? Rooster e Panino Marino sono stati i pranzi-merenda delle 16, nelle giornate più ardue. Per il resto... verdura, yogurt e latte.

10) Il mio laboratorio. Perché non potevo proprio chiudere senza scrivere nulla, perché è stato una bella soddisfazione, perché mi sono divertita anche con un pubblico più grande senza rinunciare a gestire a modo mio "le classi più piccole". Perché mi sono misurata, prima di quanto pensassi, con un'organizzazione personale e indipendente del mio lavoro, senza però sentirmi abbandonata. Perché ho ricevuto tanti complimenti, ho capito bene dove potevo fare diverso o fare meglio, perché mi sono accorta che gli errori sono stati davvero pochi. Perché ho avuto la conferma che basta impegnarsi, senza però credere che questo voglia dire soltanto scegliere i materiali più belli o mandare i testi dei pannelli in tempo. Significa cercare di liberarsi da altre scadenze il prima possibile per ritagliarsi il tempo necessario a far fronte agli imprevisti, significa leggere tutto quello che può essere utile, significa chiedere aiuto, confrontarsi e delegare (su questo sono ancora un tantino in dietro), significa curare la parte estetica senza diventare isterici (anche su questo posso migliorare!), significa avere pazienza, essere previdenti, prudenti, lungimiranti, presenti e pure un goccino coraggiosi.

Ha funzionato e sono contenta.



giovedì 26 ottobre 2017

Ho toccato il cielo con un dito


Laggiù, guardando attraverso l'occhio di Yubi, si intravvede il mio primo laboratorio da proponente free lance al Festival della Scienza di Genova.


In verità la primissima volta in cui partecipai come animatrice ero anche tra gli organizzatori, ma è passato tanto tempo e non correvo (ancora) da sola. L'argomento era anni luce, giusto per restare in tema con l'attività di questi giorni, lontano da quello di Il cielo con le dita, cellula più o meno impazzita della mostra Il cielo con un dito organizzata da Konica Minolta Laboratory Europe.

L'anno scorso mi ero ripromessa che avrei smesso con l'asterisco rosso e devo dire che ne avevo tutte le ragioni: la stanchezza, la voglia di cambiare, la nostalgia che questo periodo porta sempre con sé e che durante il Festival, per mille motivi, si fa troppo pesante, il senso di inadeguatezza, il carpiato di mamma sulle scale della metro a due giorni dalla fine.
Poi, però, in Primavera è suonato il telefono e quello che è successo ve l'ho già raccontato.
Il risultato è che mi sono fatta nuovamente risucchiare da questo vortice di turni, classi, conferenze, corse, risate, sorprese, una spirale caotica che trova da anni posto qui sul blog, in davvero tantissimi articoli, più di quanti pensassi.

Quindi, ricapitolando, sono animatrice e ideatrice di un laboratorio, che si intitola Il cielo con le dita, che fa parte della mostra Il cielo con un dito, che è sponsorizzato da Fila (gentilissimo fornitore di mezza tonnellata di Didò) e da Remida Genova (altrettanto gentile dispensatore perpetuo di materiali di recupero, preziosi quanto l'oro).

Se mi aveste chiesto fino a ieri, ma anche fino a stamattina alle nove, quale fosse il target del lab vi avrei risposto 6-12 anni, meglio se 8-10.
Beh, mi sbagliavo di grosso e sono stati i bambini (anche se dovrei scrivere ragazzi) stessi a sbattermi in faccia, senza farsi troppi problemi, la realtà.

La mostra è facilmente modulabile, sicuramente più indirizzata a un pubblico semi adulto (dalla scuola media inferiore in su), ma fruibile anche dai bimbi più piccoli, grazie alla bravura di tutti: di chi l'ha pensata, di chi l'ha disegnata e allestita, di chi la sta animando.
Il laboratorio, invece, prevede l'uso del Didò come elemento conduttivo al fine di costruire un circuito elettrico e parlare di materiali isolanti e conduttori. In realtà è tutto un pretesto per fare tinkering e agganciarmi alla meravigliosa storia della sonda Cassini (chi mi conosce sa che ho sviluppato una sorta di ossessione piuttosto ingiustificata verso questa missione spaziale) e raccontare quanto sia stato lungo e ricco di scoperte questo nostro viaggio nell'Universo.
Io ero fermamente convinta che i destinatari del laboratorio fossero i bambini della scuola primaria e quelli della secondaria inferiore, diciamo fino ai dodici/tredici anni, ma quando stamani la prima (e poi la seconda, la terza...) classe di liceali è corsa a sedersi sul tappeto arancione, dopo aver seguito quasi un'ora di spiegazione in mostra, mi è salito il panico.

Vuoi dire che sta roba che ho pensato va bene per tutti?
La risposta, semplicemente, è sì.


Non avrebbe senso tenere dei quindicenni mezz'ora attorno a un tavolo in compagnia di Didò, pile e cavi coccodrillo, ma accoglierli per un quarto d'ora, farli ragionare sui componenti di un circuito, ascoltare le loro domande sulla sonda Cassini e vedere nei loro occhi la stessa meraviglia che c'è in quelli dei piccoli al momento dell'accensione del led, non solo mi sembra bello, mi pare pure buono e giusto.
Perché? Per tante ragioni. Ne citerò però soltanto una, che racchiude tutto il senso del mio vagare: chi sono io per decidere che un gruppo di ragazzi non debba sedersi a giocare con un panetto di plastilina? Chi ha detto che alle superiori tutti sappiano come funziona un circuito elettrico? Dove sta scritto che le cose semplici, colorate e un po' caotiche siano solo per bambini?

Alla fine uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è che mi diverte, soprattutto nelle sue parti di progettazione e di esecuzione (c'è forse qualcuno che lo fa per amore dei preventivi e dell'archiviazione ordinata delle fatture?): perché, dunque, non dovrebbero divertirsi anche gli altri?
Io vi aspetto, voi venite. Anche solo per accendere un led, farvi un selfie con Yubi, appuntarvi una spilla da astronauta, firmare il razzo della missione, costruire una sonda e dirmi ciao.


giovedì 12 ottobre 2017

Nulla che io ami di più


Con tutto questo lavorare, con tutto questo affanno fatto di incastri, partenze, scadenze, appunti, agende, materiali, consegne, riunioni, risposte, preoccupazioni e speranze ho perso di vista alcune cose.

Una fra tutte: quello che amo di più.


Non riesco a spiegare in poche righe cosa sia, è una sensazione più che altro, di cui ho già scritto spessissimo qui e di cui è già da qualche tempo che non faccio più menzione.
Esiste un periodo, ciclico e inarrestabile, che inizia verso la fine di Settembre e si conclude all'inizio di Dicembre, dove passo, in una manciata di secondi, dall'essere emotivamente distrutta al sentirmi felice come non mai. Non so se capiti a tutti, non so se sia normale, so solo che questa sorta di saudade perpetua mi accompagna senza sosta per un paio di mesi, da sempre.

Ricordo perfettamente il giorno in cui sull'autobus, tornando da una delle escursioni della gita scolastica ad Atene, il mio prof di greco del liceo cominciò a chiamarmi Saudade: ci aveva visto lungo, lunghissimo. Mi aveva parlato di una luce negli occhi, di un mood, di un sorriso abbozzato e di un ombra improvvisa...e aveva così ragione!

Proprio ora, mente scrivo, sono nella "fase buona", nell'attitudine costruttiva: penso ai prossimi mille week end di lavoro in funzione del primo che, invece, sarà di festa. Voglio andare via un paio di giorni e ricaricare gli occhi e il cuore, voglio riempire le pagine di un libro con un sacco di foglie secche, voglio scattare foto agli alberi, ai funghi, all'acqua di un fiume.

Nulla che io ami di più.
Nulla che si avvicini tanto alla mia saudade. Gioia e disperazione, tappeti di muschio soffice e rami spogli.

Una volta, quando ancora avevo del tempo da spendere per alimentare questa fetta importante di anima, trovavo il modo di infilarmi in un bosco a camminare appena potevo. Quest'anno l'autunno l'ho visto, per ora, solo su Instagram. Sono riuscita a fare due passi sulle colline sopra a casa domenica scorsa, dopo un sabato di laboratori. Forte Begato era aperto e scoprirlo è stata una meraviglia inaspettata. Un posto potenzialmente magnifico, abbandonato a se stesso, curato nei dintorni da splendidi volontari, visitabile dal pubblico solo nel fine settimana e lasciato chiuso per tutto il resto del tempo.
Bellezza e desolazione. Saudade.
Rampicanti che si intrufolano negli spiragli delle porte lasciate aperte dai vandali, mantidi religiose che corrono sull'asfalto per cercare riparo dai nostri movimenti maldestri, fiori azzurri che dondolano al vento, una volpe che si nasconde tra le stanze vuote, un prato enorme, un ponte, un anfiteatro, una vista che mozza il fiato.
E poi la luce, quella magnifica delle 16.30 in autunno, quella che comincia a salutare il giorno e ti riempie il cuore di gioia e di tristezza. Saudade.

Oggi sarebbe stato il compleanno di mio padre, stasera io e mamma andremo a goderci una conferenza sulle bellezze delle piante al Museo di Storia Naturale e poi ci prenderemo un aperitivo per brindare a quell'uomo schivo, ironico, difficile, stanco, misterioso e pieno di idee che era papà. Quell'uomo che sapeva ridere e incazzarsi nella stessa frase, che sapeva chiudersi per giorni e farti volare dalla felicità nel giro di una settimana.
Come la luce delle 16.30 in autunno, come il tappeto di muschio sotto i rami secchi. Come il mio cuore oggi, come il mio cuore sempre.
Saudade.

lunedì 2 ottobre 2017

Sto volando!


In diretta dal volo AZ1391 Roma - Genova

Sto volando.
Ho una paura boia, le orecchie tappate, il polpaccio che pulsa. Anche se questa ultima cosa secondo me è suggestione.

Ho appena bevuto un bicchiere di succo di arancia rossa e la signorina all'altoparlante dice che tra venti minuti arriviamo.
Un bimbo due sedili più a sinistra guarda i cartoni, una signora mangia il secchio di insalata più grosso che abbia mai visto. Alle sei del pomeriggio.

In diretta dal mio letto
Le poche righe quassù sono l'unica cosa che ho potuto scrivere sabato scorso, mentre sorvolavo il nostro bel mare quasi certa che:
a) saremmo caduti
b) saremmo esplosi
c) mi sarebbe venuto un ictus
d) avrei vomitato
e) sarei rimasta sorda
Le opzioni, come vedete, erano molteplici. Secondo i miei calcoli avrebbero potuto palesarsi contemporaneamente, in ordine sparso, con un più o meno alto grado di certezza (soprattutto per ciò che riguarda i punti c e d).

Quel sant'uomo del mio collega che volava con me si è sorbito la mia faccia pallida e i miei occhi sgranati, ma, a quanto pare, non sono stata poi così molesta.

Avrei voluto godermela di più, scrivere un intero post tra le nuvole, fare pipì ad alta quota, scattare mille foto dal finestrino, farmi una maschera al viso come le beauty guru, segnarmi gli appuntamenti della prossima settimana in agenda, bere qualcosa di forte, disegnare...
E invece mi sono concentrata molto e ho atteso l'irreparabile. Che non è avvenuto.

Non salivo su un aeroplano da quasi vent'anni. I motivi sono tanti, uno su tutti (inutile nasconderlo) la paura. Al secondo posto la mancanza di occasioni e al terzo la mancanza di soldi quando le occasioni invece c'erano.
Ho preso due voli (a/r quindi tecnicamente quattro) al liceo, per andare in gita scolastica e poi il nulla.
A ventitré anni la trombosi e per un po' di tempo siamo stati troppo impegnati a capire cosa mi fosse successo e ad accompagnare papà dall'altra parte. Una volta chiarito l'intoppo genetico che non mi rende la candidata ideale per svolazzare qua e là, gli aerei ho cercato (anche inconsciamente) di evitarli tutte le volte che ho potuto. Ho fatto lunghissimi viaggi in treno (vedi Genova-Palermo by night), ho rinunciato a tante vacanze che avrebbero necessitato inevitabilmente di un volo, non ci ho pensato finché mi è stato possibile.

Ora però, l'ipotesi di vedere qualche bel posto lontano non è più così remota, la situazione circolatoria sembrerebbe sotto controllo e le trasferte di lavoro tipo quella appena passata mi danno l'opportunità di riprendere a volare in maniera graduale.
Devo solo calmarmi, imparare a gestire la questione puntura la mattina e siringhe nel bagaglio (completamente ignorate, peraltro, dai controlli in aeroporto) e, magari, godermela pure un po'.

Prossimi passi: dotarmi di tutti i presidi esistenti al mondo contro il mal d'aria e guardare tra le offerte per i posti che più vorrei visitare.
Per il resto, si vedrà!

P.S. Nella foto la mia bella Genova, dove ero convinta di atterrare in picchiata :-)



mercoledì 20 settembre 2017

Coincidenze universali


Cominciamo con questo, poi vi spiego.

Come mi sia innamorata della Missione Cassini-Huygens io proprio non lo so.
Non ricordo la prima volta in cui ne ho sentito parlare, né che cosa mi abbia affascinato così tanto. Sicuramente il fatto che la sonda sia partita nel 1997, anno in cui la mia adolescenza aveva iniziato a farsi sentire prepotentemente accompagnandomi nel mondo dell'amore totalizzate (e un tantino poco sano), ha avuto il suo peso nell'interesse che ho sviluppato fin da subito per Cassini, seguendone quasi giornalmente il Grand Finale.

Ad ogni modo, non vi tedierò con notizie e informazioni in merito, innanzi tutto perché non sono un'astrofisica e quindi non ho le competenze necessarie per spiegarvi la missione, poi perché non è quello di cui voglio scrivere qui oggi.
Ho deciso di buttare giù un post sulla mia passione per Cassini perché tra le cose che rappresenta c'è una collaborazione lavorativa tanto inaspettata quanto bella ed eccitante.
Ecco come è andata e perché per il titolo quassù ho scelto Coincidenze universali:

Qualche mese fa, in un pomeriggio di primavera, mentre aspettavo il bus carica di materiale per i laboratori, ho ricevuto un messaggio privato sulla pagina facebook del mio blog. La responsabile della comunicazione di Konica Minolta Laboratory Europe mi contattava per propormi di lavorare con loro e chiedeva di potermi parlare.
Ovviamente le ho detto sì e ci siamo date un appuntamento telefonico per la sera, una volta uscita da scuola. Verso le sei ci siamo sentite, ricordo che stavo camminando nei vicoli, sempre carica di zaini e borse, diretta dal mio editore per ritirare valigette e libri da portare in classe il giorno seguente.

La richiesta era "semplice": proporre e seguire per loro un laboratorio al termine della mostra organizzata da Konica Minolta al Festival della Scienza di Genova.

Ho detto subito sì, anche perché sentivo di avere già idee in proposito. A conti fatti era proprio così: quel pomeriggio a scuola avevo provato un'attività nuova con i bambini, riscontrando subito partecipazione e interesse e accorgendomi che avrei potuto far crescere quel laboratorio con davvero pochi accorgimenti in più. Konica Minolta mi stava offrendo la possibilità che cercavo, una manciata di minuti dopo aver salutato i bambini della Missione Spaziale del giovedì. Sì, perché, giusto per rimanere in tema coincidenze, l'anno scorso ho basato tutte le attività a scuola sull'esplorazione dell'universo, senza minimamente immaginare come sarebbe andata finire, Grand Finale di Cassini compreso.

Cosa faremo di preciso al Festival ancora non lo scrivo, ma questa foto (bellissima!) dice già molto.

Dalla storia che vi ho appena raccontato ho imparato tanto, soprattutto ho avuto l'ennesima conferma che le coincidenze esistono eccome, che occorre a volte buttarsi a occhi chiusi (e chi mi conosce sa che non è un'operazione semplice per me!), che i Social Network, quando usati bene, hanno un potere incredibile e che anche la più piccola idea, se coltivata con amore, può diventare davvero grande.

Le piccole cose vincono sempre, non c'è niente da fare.



P.S.
La missione Cassini-Huygens è terminata pochi giorni fa, così.