venerdì 16 febbraio 2018

Emozioni di carta

Un post al volo, scritto in una mattina iniziata all'alba per le ennesime analisi, tra un ordine da Melissa Erboristeria (che mi meritavo tanto!), un laboratorio a scuola, una riunione e, si spera, una serata al cinema.
Tutto questo in vista di un week end di studio serratissimo che non so ancora se e quanto riuscirò a farmi fruttare come vorrei.

Detto ciò, eccomi a raccontare quello che è (mi) successo lo scorso fine settimana, a Milano.
Dopo l'ultima esperienza natalizia, fatta di bellissimi vagabondaggi per la città e meno belle visite al Fetebenefratelli, sono tornata su per un corso a cui tenevo davvero molto, tanto da iscrivermi mesi fa e fare di tutto per riuscire a partecipare.
Il corso in questione è questo organizzato da una Libreria meravigliosa che non avevo mai visitato e tenuto da Barbara Mazzoleni , un'insegnante bravissima, non solo molto preparata, ma piena di voglia di condividere, creare connessioni, regalare spunti e portare esperienze. Una vera rarità.

Quando ho deciso di iscrivermi al week end di full immersion nel mondo dei libri tattili l'ho fatto, come al solito, per più di una ragione:
1) La necessità di imparare sempre, che non è una cosa solo legata al mio lavoro, è proprio un bisogno che ho, indipendentemente dal tipo di corso da seguire o di impiego del momento. Si tratta di formazione, ma non solo.
2) La volontà di conoscere la tecnica di costruzione (ma anche di progettazione) di un libro tattile per aiutare al meglio la bambina non vedente con cui faccio attività di laboratorio da un anno.
3) Il bisogno di conoscere gente nuova, che potesse ispirarmi, prestarmi esperienze, aprirmi la mente con punti di vista diversi dai miei.
4) La voglia di condividere un po' del mio lavoro, dopo un anno dall'apertura della partita IVA e dopo quasi dieci anni di divulgazione scientifica.
5) Il piacere di tornare a Milano, una città che amo e che mi lascia sempre scoprire cose belle di sé.

Tutti questi punti sono stati ampiamente esauditi, probabilmente anche superando le mie già alte aspettative.
Non solo, come ho scritto, Barbara è stata fantastica, riempiendoci di materiali su cui studiare, offrendoci spunti per indagare in noi stesse (eravamo tutte donne), dandoci indicazioni pratiche molto utili per intraprendere un percorso nel mondo dei libri tattili. Un aspetto fondamentale, per me, è stato il contatto con le altre corsiste e, di conseguenza, lo scambio che ne è nato. Esperienze forti, storie di bisogni speciali, percorsi formativi diversi e ricchi, obiettivi differenti e pieni di senso, chiacchiere spontanee e belle.

Inoltre, lascio per ultimo un aspetto importantissimo, con questo corso ho guardato dentro di me, preparando tre tavole di carta e materiali vari con cui esprimere le emozioni più diverse. Inutile dire che i primi sentimenti con cui mi sono confrontata sono stati Rabbia, Solitudine e Paura, ma il mattino seguente anche Allegria, Noia, Serenità, Amore e tante altre emozioni sono venute a galla e si sono trasferite sul foglio rigido con estrema naturalezza.
Per me vuol dire molto, sia essere contenta del risultato ottenuto sia essere riuscita a tradurre con un gesto pratico, fatto di attenzione, ragionamento e istinto, un'emozione privata.

In ultimo, impossibile non sottolineare la ricchezza di titoli della libreria (ben tre libri sono venuti via con me!), i giri post corso in una Milano ghiacciata per una Genovese doc, la finale di San Remo dalla camera d'albergo :-)

E se per caso vi foste chiesti cosa diavolo sia la macchia colorata nella foto a inizio post qui sotto trovate la risposta.
Ecco la mia interpretazione tattile dell'inquietudine, a volte rigida, a volte morbida, a tratti pesante, oppure leggera.



mercoledì 31 gennaio 2018

Medicine


"Il fatto è che Elena rimaneva estranea soprattutto a se stessa, era un agente clandestino che aveva compartimentalizzato così bene la propria attività da aver perduto l'accesso ai suoi stessi ritagli"
(Joan Didion - L'anno del pensiero magico)

Dall'ultimo post che ho scritto le cose sono cambiate poco, la salute ancora non mi assiste granché, ma il lavoro procede spedito e io gli arranco dietro. Viste le premesse posso ritenermi più che soddisfatta e aver rallentato un goccio mi ha chiaramente indicato cosa mancava nell'economia delle mie giornate: il tempo. Non che non lo sapessi, ma provarlo direttamente è un'altra cosa. Mi sono bastati un paio di pomeriggi meno congestionati per capire che era sufficiente liberare una o due ore al giorno per rendere meglio, approfondire alcuni aspetti, concentrarmi su altri, lasciare spazio alla creatività, che, con la fretta, non viene fuori di sicuro.
Bastava pochissimo, lo so, non posso fare altro che prenderne atto e cercare di comportarmi di conseguenza.

Il titolo che ho scelto non è casuale, perché oggi vorrei raccontare quali sono le medicine che ho preso (oltre a quelle vere, ovviamente) per stare meglio.

1) L'ho appena detto, il tempo. Quasi tutte le altre vengono di conseguenza.
Meno affanno = più potere. Perché è proprio quello che ho sentito di riacquistare: più potere sulla mia vita, più possibilità di scelta. Stare ferma mezz'ora sul divano senza fare nulla, per esempio. Guardavo negli altri questa abitudine con un misto di invidia e disappunto. Scema, bastava provare a sedersi e fare altrettanto, ci avrei guadagnato, la mente ne sarebbe uscita più sgombra e più pronta a rendere meglio.

2) I libri. Ho finalmente letto L'anno del pensiero magico di Joan Didion (io ho acquistato l'edizione tascabile) e, come immaginavo, l'ho adorato. Impossibile spiegare di cosa si tratti, io per lo meno non ci riesco. Lei però ve lo dice in modo bellissimo e chiarissimo ed proprio grazie a Tegamini se ho iniziato a leggerlo e a "sbudellarmi per poi soffiarmi il naso con le mie stesse interiora" (cit.). Il tema, a me carissimo, si srotola tra le pagine a volte in maniera lenta e inesorabile, a volte in modo veloce e imprevedibile. Come, del resto, succede nella vita.
Inutile dirvi cosa ho provato leggendo la frase che ho riportato a inizio post.
Ora, concluso L'Anno del Pensiero Magico, mi sono buttata su questo. Vi saprò dire.

3) Le passeggiate piccole, come quella fatta con mamma un paio di domeniche fa. Siamo andate dietro casa, abbiamo raggiunto i luoghi dove mio padre è nato e cresciuto, passando dai monti. Abbiamo visto le prime viole della stagione, mangiato un panino sedute al sole, sbirciato dalle serrature per fotografare posti bellissimi. Non vedo l'ora di rifarlo!

4) Le mattine libere
, da tutto e da tutti. Prima di un pomeriggio a scuola, circondata da bambini urlanti, un'intera mattinata trascorsa tra prati, fiori, mare e chiacchiere senza ansia. Non me l'aspettavo, è stato bello anche per quello. I Parchi di Nervi sono sempre meravigliosi e svuotare la testa in questo modo ha reso tutto il resto del giorno, nonostante le difficoltà del periodo, un posto migliore. La foto scelta come copertina l'ho scattata quella mattina, perché aggrapparsi a qualcosa che si sgretola sembra essere il mio forte, ultimamente.

5) Le gite lunghe, e per lunghe intendo una decina di chilometri abbondanti nei miei luoghi preferitissimi di sempre. Tanto sole, tanta salita, tanto hummus nel panino del pranzo, tanta luce che fa diventare il mare d'argento, tanta vista che copre tutto, da levante a ponente, poco vento, poca fatica (e chi se lo aspettava!), poca voglia di scendere e tornare dritta nel lunedì che cominciava.

6) I nuovi laboratori, pensati per il prossimo week end e utili per il futuro. I piani (grandi) per i mesi che verranno, la formazione continua a cui non voglio proprio rinunciare, l'impegno e la costanza, la gestione sempre più fluida delle cose che arrivano e di quelle che è meglio lasciare, il tentativo di rimanere calma, di non annullarmi, di mettere sempre al centro il mio benessere perché senza quello nient'altro può funzionare.
L'idea è quella di ricominciare anche con il Pilates, dopo un anno ferma, per la prima volta da tredici anni. L'idea è quella di dire dei no, perché i sì possano aumentare ed essere migliori. Inutile sottolineare quanto quest'ultimo punto sia il più complicato di tutti, ma per ora sta funzionando!



martedì 16 gennaio 2018

And in the day, everything's complex


Musica

Sono sparita, è un dato di fatto.
Questo è il primo post del 2018 e non mi era (quasi) mai successo, in tanti anni di onorato blogging, di stare così a lungo senza scrivere qui, ma ho le mie ragioni. Che non sono buone, ma sono comunque ragioni.
La verità è che non sono molto in forma e, di solito, quando sto male non mi va di aggiornare Ilmareingiardino.
Sotto Natale ho avuto l'influenza (come credo quasi tutte le persone che conosco), poco prima ero stata piegata (sul water) dall'accidente intestinale del secolo e non sono riuscita a ripigliarmi tra l'una e l'altra sciagura. A quanto pare un virus ha deciso di tenermi compagnia ancora per un po', devo stare dietro a un sacco di medici, visite ed esami, sono bella imbottita di medicine e per ora non so cos'altro mi riserverà questo 2018 iniziato scoppiettante più che mai.
Io, se possibile, per quest'anno avrei dato.

Fatte le dovute premesse, passo a spiegare la foto quassù, un origami giallo banana a forma di gru. Quando l'ho trovato a terra nella metro di Milano, in un momento in cui dire che stavo di mxxxa è usare un dolce eufemismo, ho subito pensato che fosse un airone, l'animale che più mi fa pensare a mio padre per una serie di coincidenze inanellate negli ultimi tredici anni. Tanto, dopo Folle di Scienza, che sono avvezza a superstizioni e riti lo sanno tutti, ormai, anche i colleghi scienziati che più stimo, sparsi in giro per l'Italia.
Quindi, trovato il segnale ultraterreno, ho deciso di tenerlo con me, a chiusura di un anno caratterizzato dal giallo banana in tutte le sue declinazioni, dal guscio da montagna alla parete della cucina (cavoli dell'orto urbano compresi).

I due giorni a Milano, organizzati al volo per il mio compleanno, sono stati molto belli nonostante stessi proprio male. Siamo andati a vedere la mostra Giro Giro Tondo, quella sul design del giocattolo: una meraviglia. In Triennale siamo rimasti un sacco e ne è valsa davvero la pena.
La sera è saltata causa aironi in metropolitana e il giorno dopo giro sui navigli e visita al Mudec. Al ritorno Trenitalia ci ha riservato un trattamento di favore rompendo il treno a Voghera e ritardandoci il rientro a casa di un paio d'ore. Olè.

Dopo la fuga milanese, il (quasi) niente.

Nelle ultime due settimane ho rallentato molto, ho trascorso tanto tempo in casa, ho lavorato un po' meno in classe (santi i colleghi che mi hanno sostituita) perché di stare in mezzo a tanti bimbi piccoli, da sola, proprio non me la sentivo. Sono riuscita, però, a seguire progetti importanti, ho comunque organizzato laboratori a cui tengo molto
e ho continuato il lavoro da casa, quello sui Social, come se nulla fosse.

Oggi ho pure preso coraggio e sono uscita a farmi un giro in solitaria, un'oretta nei vicoli. Sono stata premiata per l'audacia e ho portato a casa con me un sacco di cose dal mio negozio vintage preferito. Non facevo acquisti da mesi e l'affare di oggi è stato un meritatissimo autoregalo di compleanno, arrivato un poco in ritardo: quattro maglie, un paio di scarpe e un poncho-cappotto al prezzo di due maglioni. Non vedo l'ora di sfoggiare casette di lana colorata, doppi colli, mantelle col cappuccio e ballerine assurde. Magari, però, non tutto insieme.

Ecco, direi che il blog è ripartito e io posso ritenermi soddisfatta. Non mi resta che continuare a riattaccare i miei pezzi, armandomi della santa pazienza che mi contraddistingue e mantenendo vivo il fuoco degli impegni... solo tenuto più basso. Un po' come si fa con il brasato.


P.S. La colonna sonora è stata istintiva, conosco quel CD a memoria, come il novanta per cento della mia generazione e il titolo del post non poteva che essere quello di una delle sue canzoni che amo di più. Un grande dispiacere, per una ragazza dalla voce incredibile e dagli occhi familiari.








venerdì 22 dicembre 2017

Nothing's gonna change my world

Oggi, ultimo giorno di lavoro.
Oggi, primo giorno di febbre.

E Buone Feste a tutti.

In realtà, come dice il titolo di questo post pre natalizio, Nothing's gonna change my world, figuriamoci l'ennesimo virus.
Del resto bastava vaccinarsi. In mia discolpa il fatto che meno di un mese fa stavo a 38.7 e il tempo per ripigliarmi e andare a farmi punzecchiare non l'ho avuto. Pace, tocca fermarsi un po'.

Sì, perché a parte le ferie estive, un paio di fine settimana fuori e delle trasferte allungate di un giorno per rendermi conto di dove fossi, non mi sono fermata quasi mai quest'anno. I miei primi dodici mesi da libera professionista sono passati, direi velocissimi se mi volto indietro, ma se invece sfoglio l'album dei laboratori che ho organizzato ci sono talmente tante foto del 2017 da farmi girare la testa e pensare: "ma come caxxo ho fatto?".

Giusto ieri sera alle dieci mangiavo una focaccia al formaggio di ritorno da un giorno e mezzo nella capitale per un corso di formazione al MIUR, roba grossa per me che me la canto e me la suono da sola, roba grossissima essendo andata per conto di Scuola di Robotica e avendo, quindi, doppia responsabilità sui risultati.
Il workshop è andato bene, i viaggi un po' meno (undici ore non sono proprio una passeggiata, se condensate in poco più di una giornata). Infatti, oggi, sono rimasta a malapena in piedi per il laboratorio pomeridiano a scuola e poi, quando stavo per farmi aggiustare la frangia dal parrucchiere e iniziare ufficialmente le vacanze, le articolazioni hanno cominciato a suonare le sirene e, tempo di controllare l'orto, stendere il bucato e sistemare i materiali, la febbre era bella che arrivata.
Come al solito si è portata dietro la fame del secolo, non smetterei mai di mangiare, ma questa è un'altra storia.

Tornando al titolo, forse mi sbaglio e non è adatto.
Il mio mondo, infatti, è cambiato molto nell'ultimo anno e nonostante le soddisfazioni innegabili non sono così contenta di come sia diventato.
Ho lavorato molto e "lavorato al lavoro", chi è libero professionista (e non solo) sa cosa intendo. Alle poche ore in classe ne corrispondono molte altre di preparazione. Che sia un'attività per bambini (occorre provare i materiali, calcolare i tempi, cercare approfondimenti e collegamenti curricolari, trovare un filo conduttore, essere semplici ma completi) o per adulti (bisogna recuperare link e fonti utili, dare esempi pratici, anticipare le curiosità e le domande, fare fronte alle possibili perplessità), molto, moltissimo tempo se ne va ben prima del laboratorio vero e proprio. Poi ci sono le foto da sistemare e pubblicare, i post per il blog da scrivere (se il lavoro è fatto per l'associazione), i materiali da sistemare e riassortire, le faccende burocratiche da sbrigare, i fili da continuare a mantenere perché significano professionalità, disponibilità e gentilezza, ovvero quello da cui non vorrei prescindere mai.

Quindi, dopo tutto questo elenco di cose da considerare, sarà facile capire che il tempo per leggere, per sgambettare in palestra, per fare una passeggiata, per scrivere, per andare a trovare mamma con la stessa frequenza del passato non c'è stato più.
So che è normale, so che forse in futuro la faccenda migliorerà, ma magari anche no.
Quindi?
Quindi devo fare in modo che il mondo (di prima) torni di nuovo un poco in superficie, innanzi tutto perché altrimenti ne risentiranno molti aspetti della mia vita, lavoro compreso. Non so come mi muoverò, non credo ricomincerò ad andare in palestra perché l'abbonamento disatteso mi mette più ansia che altro e non penso che mi dedicherò di più allo shopping (non compro cose per me da secoli) perché l'argomento soldi, almeno fino a giugno, è tabù.
Vorrei però riuscire a ritagliarmi due momenti fissi durante il giorno, quello per il movimento e quello per la lettura: non credo ci sia ragione per non trovare due ore su ventiquattro.

Nel 2018 inizierò probabilmente anche dei corsi universitari che attualmente mi entusiasmano come un riccio nelle mutande, però dai, non si può dare nulla per scontato e magari anche questa avventura (che toglierà altro tempo al tempo) alla fine mi piacerà. Vedremo.

Quindi, direi che il post sconclusionato (a sto giro però ho la scusa) può terminare qui. Non è il classico post di bilanci, né di buoni propositi, preferisco solo dire, innanzi tutto a me stessa, le cose come stanno e scendere a patti con la parte di me che quando non organizza robe di lavoro si arrabbia o si dispera per robe di lavoro.
Non ne ho motivo, è stato un anno pieno e quasi perfetto.
Quindi, cara Elena, mollaci.

E Buon Natale.




venerdì 8 dicembre 2017

Penso ai pensieri

Nella mia famiglia c'è una storia che dice così:
Quando eri piccola, la mattina, mentre mi preparavo per andare a scuola, ti sedevo sul seggiolone e ti parlavo. Un giorno, vedendoti particolarmente concentrata e con la fronte corrucciata, ti chiesi "Elena, cosa c'è? Devi mica fare la cacca?". Tu mi rispondesti "No, sto pensando". Allora, incuriosita, ti domandai "E a cosa pensi?". "Ai pensieri!" sospirasti con ovvietà.
Avevo due anni ed ero già incasinata.

Ieri sera Andrea mi ha definito un grosso e complesso automata che funziona però in maniera semplice, finché non mi metto da sola un bastone tra le ruote.
Quanto aveva ragione.
Mi ingolfo, sul più bello, pensando.
Ai pensieri.


Ed è proprio questo loop che ho ripetuto, senza sosta, nelle ultime due settimane, arrivando sfinita ad oggi, giornata di festa a casa di mamma, trascorsa mollemente tra un pranzo non digerito, una serie di cose da fare non fatte, un libro da leggere non letto (ma rimedierò presto, lo sento), un regalo da inviare non inviato e una decisione da prendere non presa.

Mi succede spesso di incastrare i miei ingranaggi e di incaxxarmi come una bestia quando non riesco a ripartire. Negli anni, da questo punto di vista, sono peggiorata tantissimo. Do la colpa alla stanchezza, alla stratificazione delle delusioni, alle aspettative rimaste tali e al mondo che, davvero, non sono proprio più capace di capire e accettare.

Fortunatamente sono sempre successe cose che mi hanno rimesso in pace, almeno un poco, con quello che mi circonda. Una bella classe in cui lavorare, uno spettacolo teatrale arrivato proprio al momento giusto, una mostra bellissima di un pittore che amo da sempre, una bambina meravigliosa che sistema la mia scala di valori una volta a settimana, ormai da molti mesi.

Non ho idea di come si esca da quello che l'analista chiamerebbe "il copione", so per certo che non deve essere semplice starmi accanto quando vengo travolta dai miei stessi pensieri. Mi vengono in mente mio padre e le sue fughe lontanissime pur restando in casa, io (meno male) non ne sono capace. Sono arrabbiata più che in passato ma anche più disposta ad affrontare la cosa. Sono cresciuta, ho i capelli più lucidi, i fianchi più larghi, la pelle più liscia e la maturità di capire quando occorre restare per togliere, con pazienza o con un gesto rapido a seconda dei casi, il bastone dalle ruote.

Si invecchia, si cambia. Succede a tutti, pure a me.

Avrei voglia di scrivere un post sui libri che vorrei comprare (e divorare) in queste vacanze di Natale, sui corsi che vorrei seguire (ad uno mi sono già iscritta!) nell'anno nuovo, sui posti che vorrei rivedere o visitare per la prima volta, sulle modifiche al mio appartamento che vorrei fare e che sono rimaste in sospeso da questa estate. Avrei voglia di buttare giù un elenco di cose belle che mi (e vi) riempia il cuore ma ho capito che se non mi assicuro di aver liberato completamente le ruote dell'ingranaggione mi ingolferò presto, di nuovo.

Devo farlo con cura, questo lavoro, a costo di restare con la fronte corrucciata a pensare ai pensieri ancora per un po'.
In caso doveste incontrarmi sappiate che non sto facendo la cacca.




martedì 28 novembre 2017

Storia d'Autunno

Questo post è dedicato a lei, perché credo sia sempre stata la prima fonte di ispirazione per me, sin da bambina. Ho letto i suoi libri decine di volte, mi sono immaginata protagonista di molte delle storie ambientate a Boscodirovo, ho disegnato i personaggi, ho essiccato fiori proprio come l'autrice dichiarava, all'inizio del libro, di fare abitualmente.
Jill è morta pochi giorni fa e io sono profondamente dispiaciuta, per questo motivo ho deciso di dedicarle il post, titolandolo come la sua storia che ho amato di più.

Fatta questa premessa, è il momento di iniziare davvero, magari spiegando la foto quassù.

Siamo stati tre giorni a La Magdeleine, perché i nostri amici matematici-pasticceri ci hanno prestato gentilissimamente la casa.
L'idea iniziale era quella di staccare un poco dal lavoro, visto che spesso il week end siamo impegnati in laboratori e/o turni e fino a Natale non avremo più corrispondenza di giorni liberi. La realtà, però, si è discostata un pochino dall'idea iniziale.

Partenza prevista: giovedì sera. Partenza avvenuta: giovedì sera.
Ma, nel frattempo, io combattevo contro la febbre dal martedì. Cominciata tosta con 38.6 è andata pian piano scemando, fino a lasciarmi partire con un blandissimo 37.2, un po' di ossa rotte e tanta voglia di sconfiggere il virus al caldo relax delle terme di Pre Saint Didier.
Arrivati a La Magdeleine abbiamo avviato il riscaldamento e ci siamo rifugiati alla locanda del paese, nell'attesa che i cinque gradi dentro casa salissero un poco e non mi ibernassero all'istante facendomi morire di influenza.
Stranamente, nonostante la mia proverbiale passione per aperitivi e stuzzichini, non avevo molta fame e, anche a cena, i pansoti con il sugo di noci portati dalla madre patria non mi risultavano particolarmente graditi.

ATTENZIONE. ALLARME ROSSO.


Quello che stavo combattendo da due giorni era un virus, sì, ma intestinale.
Dalle dieci di sera alle sei di mattina il mio dialogo con il water è stato talmente fitto da farmi seriamente pensare al collasso per disidratazione, se non fosse che nel beauty di Andrea un blister di Imodium pro viaggi cinesi è corso in mio aiuto scongiurando la mia dipartita.
Naturalmente il venerdì alle terme è saltato (credo non ci sia bisogno di ricordarvi quel video ambientato in piscina che girava qualche tempo fa, eviterò di linkarlo qui per questioni di ovvia decenza, ma vi basti pensare contemporaneamente a dissenteria e poolparty per comprendere) e l'unica cosa che sono riuscita a fare la mattina è stata bere, calarmi mille bustine di argilla addensante recuperata prontamente in farmacia, fotografare animaletti sul prato davanti a casa e salutare il water con sempre meno trasporto.
Nel pomeriggio mi sono fatta coraggio e siamo andati a passeggiare nel bosco alla ricerca di neve e laghi. Abbiamo trovato poche chiazze della prima e nessuno specchio d'acqua, ma, in compenso, mille licheni di tutti i colori e paesaggi bellissimi ci hanno tenuto compagnia per un paio d'ore.




Il secondo giorno di vacanza, sabato, ho raccolto tutte le energie in mio possesso e mi sono decisa a provare le terme, consapevole del possibile disastro al quale rischiavo di andare incontro (vedi video di cui sopra). Sono stata premiata e, dopo un bel giro ad Aosta e al suo mercatino di Natale ci siamo messi a mollo e siamo rimasti a poltrire dalle tre alle nove, tra saune (poche, data l'ormai nulla presenza di liquidi nel mio organismo), vasche, buffet e materassoni morbidi. Al ritorno abbiamo visto la stella cadente più grande di sempre e due piccoli camosci in libera uscita.
Poi il letto mi ha inghiottita e non ricordo più nulla.

La domenica, prima di tornare a casa, siamo davvero andati a cercare (e a trovare) la neve, quella vera: il pianoro di Chaneil con il suo panorama mozzafiato ci ha conquistati e, nonostante il freddo boia, siamo rimasti a scattare un sacco di fotografie fino all'ora di rientrare per pranzo.
Quest'ultimo passaggio è stato forse il più difficile da portare a termine (e, considerato il tenore del week end, capirete quanto): tutti i ristoranti incontrati in Valturnenche erano chiusi. Quando ne abbiamo trovato uno aperto ormai erano le due, ma siamo riusciti a impietosire i gestori che ci hanno apparecchiato un tavolo e rimpinzato di meraviglie valdostane dall'antipasto al dolce.
Alla faccia del virus.



Ora che sono tornata da un paio di giorni pago un po' le conseguenze di questo malanno così acuto, ma, nonostante lo sconforto iniziale (tanto grande quanto comprensibile, direi), sono contentissima di questa mini vacanzina.

Cosa mi è piaciuto di più?
I larici arancioni e la fontina.





giovedì 9 novembre 2017

Dieci cose in dieci giorni


Ok, il Festival è finito da una manciata di giorni, è giunto il momento di parlarne.
Il modo migliore per farlo credo sia, come sempre quando voglio raccontare qualcosa in maniera semplice ed efficace, il metodo dell'elenco.
Quindi eccomi con dieci punti, che potevano essere quindici (ma vi avrei annoiati), oppure sette (ma il titolo sarebbe diventato "sette cose in sette giorni", riportandovi inesorabilmente qui).

Cominciamo:

1) Le conferenze al Padiglione Giapponese (quest'anno il Giappone era paese ospite). A parte il fatto che adoro la Sala delle Grida nel Palazzo della Borsa, ho davvero trovato bellissimo l'allestimento. Sia per quanto riguarda i laboratori, sia per gli arredi in perfetto stile nippo. Tornando alle conferenze: ne ho seguite due, una dedicata all'Umami tenuta dalla prof.ssa Gabriella Morini e una incentrata sul mondo del sushi di Masayuki Okuda. In entrambe le occasioni, oltre ai contenuti super interessanti, erano previste degustazioni: evviva! Probabilmente è scritto nel mio destino che in quel posto io debba mangiare/bere qualcosa, gli organizzatori di Vinnatur e il mio amico Balletti lo sanno bene.

2) I laboratori degli altri. Quest'anno, molto più che in passato, sono riuscita a girare parecchio e a visitare anche altri laboratori. Ovviamente non mi sono persa quello di Edu, ma ho visto anche Il Gioco dei Pacchi (proposto da altri amici), tutte le attività al Museo di Storia Naturale, il delirio di Piazza delle Feste e la mostra interattiva di quei geni visionari di La Luna al Guinzaglio, dove dire che mi sono immersa fino al collo in un'atmosfera a metà tra il viaggio e il sogno è usare un eufemismo.

3) Le conferenze dei divulgatori/animatori.
Sono andata ad ascoltare Graziano Ciocca (con Giovanni Fares) e Luca Perri, che conoscevo da sempre almeno di nome, che avevo appena incontrato di persona a Strambino in occasione di Strambinaria-Folle di Scienza e che sapevo essere bravissimi nel loro lavoro. Non sono stata affatto smentita! Non so davanti a chi ho riso di più, di sicuro ho imparato un sacco in entrambi i casi.

4) Le conferenze a cui tenevo proprio tanto. Come quelle di Luigi Bignami, Gianumberto Accinelli, Ornano e Tomasinelli. Tutte e tre molto diverse tra loro, tutte e tre ugualmente belle.
Ma andiamo con ordine.
La prima, quella di Bignami, mi ha toccato il cuore per un motivo (anzi due) molto semplice: l'esplorazione spaziale non solo ha caratterizzato tutti i miei corsi a scuola dell'anno passato, ma è anche stata il filo conduttore del laboratorio Il cielo con le dita, presentato quest'anno al Festival. Poi, il vero grande motivo per cui ho amato tanto la conferenza è stata la chiacchierata finale con Luigi, compreso scambio di biglietto da visita e dedica sul suo bellissimo libro. Per quanto riguarda Accinelli vi rimando subito A Casa di Cindy, dove potete trovare il Leggermente che avevo dedicato a I Fili Invisibili della Natura. Pure questo, manco a dirlo, diventerà primaria ispirazione per i prossimi lab a scuola e pure Gianumberto, prima della presentazione in libreria, mi ha scritto una splendida dedica ed è stato super disponibile. Lo spettacolo di Ornano e Tomasinelli, infine, mi ha fatto sganasciare dalle risate e, come sempre, per quanto il primo sia un comico super, è con il secondo (che comico non è) che mi diverto di più!

5) La sera che "sul palco" ci sono finita io. Il motivo era questo, un'occasione di restituzione, come si usa dire ora, di tutto il lavoro fatto durante l'anno scolastico passato. Un grande progetto sull'uso consapevole della rete da parte dei giovani, sfociato, tra le altre cose, in uno spettacolo teatrale costruito con la tecnica del Teatro Forum (= totale coinvolgimento del pubblico) e condotto da una figura che viene chiamata Joker (o Jolly). Indovinate un po' chi era questa figura?
Ad ogni modo è andata benissimo e, del tutto inaspettatamente, mi sono molto divertita!

6) Il riposo imprevisto
. Qui lo dico e qui lo nego: quest'anno al Festival mi sono riposata. Complice la quasi totale assenza di doppi turni, i giorni festivi liberi da animazione, la necessità di essere disponibile per le emergenze (che mi ha portata a non prendere altri impegni) e la mancanza di emergenze che ha automaticamente reso semi vuoti molti dei miei pomeriggi. La conseguenza è stata che sono riuscita a lavorare con calma, sedermi pure sul divano dopo pranzo, godermi il Festival, dormire molte ore, sistemare un po' di arretrati e di burocrazia.

7) Il concerto dei Capibaras. Un'eterna garanzia in questo periodo, un modo per cantare, bere qualcosa, chiacchierare con amici storici e amici nuovi, ascoltare il bravissimo Eduardo che si esibisce, applaudire fino a spellarsi le mani.

8) Gli incontri
. In tutte le occasioni che ho citato fino ad ora sono avvenuti incontri belli (anche meno belli, ma non importa), sia per lavoro sia per pura voglia di trascorrere tempo insieme. Vecchie e nuove conoscenze, compagne di avventura in questo Festival 2017, come le animatrici con cui ho condiviso tempi, spazi, preoccupazioni e come chi mi ha commissionato il laboratorio e ha lavorato con me alla sua realizzazione. Un team composto prevalentemente da donne (ma non solo!) con cui mi sono trovata benissimo: non c'era quasi bisogno di parlare, spesso bastava un'occhiata, come quella che io e l'architetto ci siamo scambiate di fronte alla stella di glitter finita dritta dritta sul tappetone.

9) I panini. Pollo o pesce? Il Festival è lungo, quindi perché scegliere? Rooster e Panino Marino sono stati i pranzi-merenda delle 16, nelle giornate più ardue. Per il resto... verdura, yogurt e latte.

10) Il mio laboratorio. Perché non potevo proprio chiudere senza scrivere nulla, perché è stato una bella soddisfazione, perché mi sono divertita anche con un pubblico più grande senza rinunciare a gestire a modo mio "le classi più piccole". Perché mi sono misurata, prima di quanto pensassi, con un'organizzazione personale e indipendente del mio lavoro, senza però sentirmi abbandonata. Perché ho ricevuto tanti complimenti, ho capito bene dove potevo fare diverso o fare meglio, perché mi sono accorta che gli errori sono stati davvero pochi. Perché ho avuto la conferma che basta impegnarsi, senza però credere che questo voglia dire soltanto scegliere i materiali più belli o mandare i testi dei pannelli in tempo. Significa cercare di liberarsi da altre scadenze il prima possibile per ritagliarsi il tempo necessario a far fronte agli imprevisti, significa leggere tutto quello che può essere utile, significa chiedere aiuto, confrontarsi e delegare (su questo sono ancora un tantino in dietro), significa curare la parte estetica senza diventare isterici (anche su questo posso migliorare!), significa avere pazienza, essere previdenti, prudenti, lungimiranti, presenti e pure un goccino coraggiosi.

Ha funzionato e sono contenta.