domenica 19 febbraio 2012

L'amore ai tempi del Belleville


love, love, love.
Cantavano i Beatles.
Bella, direbbero i Tozzi.
Un week end al circolo dedicato all'amore, a questo sentimento così complicato, espresso in tutte le sue forme. Il venerdì pentolaccia del Controsanvalentino, riempita con coriandoli e caramelle ma anche con preservativi e perizomi. Una provocazione, per tenersi lontano dalla commercializzazione di un sentimento delicato e forte allo stesso tempo, per ridere insieme tra bende e bastoni nonostante i trent'anni suonati e lo stress del lavoro.
Ma la giornata dell'amore, dell'amore quello vero, è stata quella di ieri: il matrimonio di Manu e Tozzo. Una coppia arrivata al circolo con la creatività e l'allegria che questi ragazzi mettono in ogni cosa, una coppia giovane e innamoratissima che ha voluto il Belleville al completo alla cerimonia, al pranzo e alla festa della sera.
E come potevamo mancare?
Con Sex e la Elli fotografi d'eccezione c'erano Ste e Silvia in rosso eleganza, c'erano i tacchi verdi (brava!) della Nessie, c'erano i coriandoli tra i riccioli di Betta, c'erano gli invitati foresti in giro per i vicoli della Maddalena, c'era la dog sitter, c'era Cecilia elegantissima, c'erano dei bimbi meravigliosi e sempre sorridenti, c'era una canzone importante scaricata all'ultimo minuto e c'era l'amore.
Tra tutto questo c'erano loro, gli sposi: un mago blu in perenne movimento e simpatico come e più di sempre con il suo cappello calcato sui riccioli neri e una fata in bianco e azzurro, con le margherite tra i capelli, un bouquet gigante e il sorriso più bello del mondo.
Una cerimonia semplice e partecipatissima, dagli sposi che non trattenevano gli abbracci, dai parenti emozionati, dagli amici che applaudivano ogni due per tre, dai funzionari comunali in vena di prediche romantiche e da Kalinka, terribilmente bisognosa di attenzioni.
Dopo il pranzo tranquillo e pieno di brindisi e festeggiamenti ognuno ha avuto la sua pausa, il corso di fotografia o il divano, la passeggiata o le chiacchiere davanti ad una tisana di montagna, ma dalla sera...di nuovo festa! Aperitivo alla Lepre e notte al Belleville, con il filmino degli amici di una vita e l'apertura dei nostri regali, tutti pensati per la futura casa di questi due ragazzi, arrivati all'improvviso e da subito così vicini a noi, con i loro colori accesi e con l'amore che circola dai loro sguardi ai nostri come un bellissimo contagio.
Auguri ragazzi...anzi...bella!

venerdì 10 febbraio 2012

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma


E' un post difficile da scrivere, perché i concetti che vorrei esprimere sono complicati e restano un po' nebulosi anche nella mia testa.
Da qualche tempo penso che alla fine sia solo una questione di metamorfosi. Ieri discutevamo con i ragazzi del centro di come parlare ai bambini delle differenze tra rocce sedimentarie, magmatiche e metamorfiche. Le ultime erano le più difficili. Io ho proposto di chiedere loro se sanno cosa significa metamorfosi, se hanno idea del senso di questa parola tanto misteriosa, così, partendo dalle suggestioni dei più piccoli, magari sarà più facile spiegare il concetto di cambiamento.
Cosa intendiamo noi con questa parola? Cosa intendo io?
Me lo sto chiedendo spesso nell'ultimo periodo e penso alla fine che sia proprio quello che mi sta accadendo. Qualcuno di recente mi ha augurato "Buona muta" e ha fatto bene. Sto mutando. Come una serpe che si libera della vecchia pelle infilandosi nei cunicoli più stretti dei muretti, facendosi aiutare da pietre puntute e spigoli affilati per togliersi il vecchio e iniziare un nuovo momento della vita. Come una farfalla che esce dal suo "periodo bruco" per volare lontano. Io, però, mi sento più serpe. Perché non cambio completamente, non modifico in modo totale il mio aspetto, il mio pensare e il mio agire, semplicemente inizio una nuova età.
Non voglio credere che dipenda dai trent'anni appena arrivati, penso piuttosto che si tratti di una consapevolezza finalmente raggiunta, di una sorta di minestrone pieno di cose, buone e cattive che è il momento di servire nei piatti. Fumante. Credo che per qualcuno sia e sarà troppo caldo, per altri troppo amaro o troppo insipido, per altri ancora invece sarà una delizia. Sarà buono per chi ha amato, ama e amerà il mio cambiare, il mio essere felice per cose piccole e dolci, il mio essere rassegnata in modo adulto davanti a ciò che fa schifo e non dipende da me, il mio essere combattiva per cercare soluzioni a quello che credo possa essere risolto. Il minestrone che sto per servire sarà buono per me che l'ho preparato, dal soffritto al cucchiaino di pesto finale, tagliando verdure per anni, scegliendo quelle più giuste, eliminando quelle marce, togliendo le parti inutili e frullando quelle più dure. Mi sento diversa e felice di esserlo, mi sento sopra alle cose che accadono e nello stesso tempo completamente dentro ad esse. Sento il mio fisico che risponde allo sport, anche se meno di una volta, sento la mia mente che non si arrovella più su questioni troppo complesse e il mio viso che si distende davanti alle piccole conquiste quotidiane. Non credo però di aver perso nulla, di aver distrutto qualcosa, credo solo di aver trasformato la mia vita, penso solo di aver preparato un ottimo minestrone.

lunedì 6 febbraio 2012

Un febbraio freddissimo


I versi di una poetessa morta qualche giorno fa, che ora tutti sembriamo ricordare come fosse una vecchia amica. Personalmente chiedo scusa per non aver conosciuto prima la profondità delle sue parole.

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia, immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto, assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche, e poi fatico per farle sembrare leggere.

W. Szymborska

venerdì 3 febbraio 2012

Ricordati di essere felice


Questa notte ho sognato che gli tenevo la testa mentre se ne andava, in realtà non è mai andata così. Ho sognato che dicevo a mamma "pensavo che sarebbe stata una cosa lunga mesi e invece è stata improvvisa", non è mai andata così. E' stato un sogno strano, molto triste, molto reale. In verità quasi tutte le storie che vivo di notte mi sembrano accadute davvero, specialmente quando chiamo in aiuto persone della mia infanzia: se sono in difficoltà di solito arriva Alessia, ricordo un sogno in cui risalendo le viscide pareti di una buca profonda vidi la sua sagoma controluce comparire sopra di me e tendermi la mano.
Credo che dipenda dai momenti felici che ho dentro e che da sveglia a volte non ricordo nemmeno di avere vissuto. Se mi concentro però, magari chiudendo gli occhi, raffiorano tutti, come piccole foglie colorate in una pozza d'acqua profondissima. Il corpo tiepido di una gallina, quel misto di piume lisce e ossute sotto alle mie piccole dita quando sollevo la Cocca dalla buca di terra in cui si siede stanca tutti pomeriggi. L'odore violento dei fiori di magnolia che punge il mio naso rivolto in basso, verso l'erba alta, quando raccolgo le mollette del bucato di mamma scivolate dalle sue mani che stendono i panni. Il colore verdissimo del pesto preparato con mia cugina piccola, mescolando tutte le foglie del mondo, schiacciate in una ciotola di plastica blu usando un sasso come pestello. La casa sull'albero con i mestoli appesi ai rami, costruita con Alessia che indossa il vestito giallo chiaro di sua mamma, quello nascosto nel baule di vimini e tirato fuori quando nessuno ci vede. L'allevamento di cimici nei cespugli di alisso bianco, con la certezza di poterle riconoscere una per una solo osservando la loro andatura. Le gite nei boschi di Finale con Marina e Claudio che mi fa gli agguati nascondendosi dietro ai pini marittimi e saltando fuori con un "bù" che mi terrorizza a morte ogni volta. Le spalle forti di Michele e l'emozione che mi scoppia il cuore quando mi solleva per superare i ruscelli di montagna senza che mi si bagnino i piedi. L'odore di radio, sigaretta, polvere e olio dello studio di papà, immerso nei fondi della casa, con il telefono in bachelite nera per comunicare con la mamma due piani più su. Le storie di Boscodirovo, lette sui prati d'estate, con l'erba secca che mi punge la schiena e le foglie che mi si appiccicano alla pelle sudata e mi lasciano solchi rossi sulle cosce. I parchi di Nervi, con la mamma e gli scoiattoli che corrono e spariscono prima ancora che io possa dire "eccolo mamma, guarda!". Le particelle di polvere che ondeggiano lente controluce, nelle spade di sole che filtrano tra le persiane chiuse d'estate, la mattina presto, mentre aspetto lo zio che mi porta al mare e guardo i cartoni alla tele. Il rumore dello zucchero di canna che scricchiola sotto i miei denti, mentre mangio lo yogurt bianco, senza la frutta come piace a me, ma troppo acido se non ci metto lo zucchero dentro. Le canzoni cantate con mamma mentre cuciniamo nella casa vecchia, mettendo le cassette nella radio e scrivendo i testi sui fogli bianchi. Il colore delle foglie dei cachi sulla strada che dai pollai porta al fienile, così arancione e forte rispetto alle pietre grigie che lo guardo e spero di ricordarlo per sempre. Le cioccolate calde al bar degli sciatori, col cane lupo del cieco che ogni mattina passa accanto alla nostra casa mentre attacco fiori secchi alle cortecce degli alberi rubate in segheria. Il presepe fatto sul muretto del soggiorno, col pandibosco che non si può più raccogliere, il ponte di sughero con gli stuzzicadenti e lo spago come ringhiera, le pecore troppo grosse rispetto ai pastori e il laghetto-specchio nascosto tra gli alberi. Il respiro della nonna che sale il sentiero tenendomi per mano, con il suo vestito scuro e i denti radi, con i capelli raccolti in un muccetto che non le ho mai visto fare in tutta la mia vita. Sono tantissimi i ricordi che mi rendono felice, che tornano nei miei sogni e mi fanno compagnia anche di giorno, quando cerco una coccola, un aiuto o un appoggio. Devo solo imparare a ricordarmi anche di essere felice.

domenica 29 gennaio 2012

4


4 gradi fuori.
4 gradi dentro. Di me.
E' finalmente arrivato l'inverno, siamo a gennaio e nevica un po' ovunque. Giorni di divano e coperta, ma anche di passeggiate fredde e ombrello.
Vince il lavoro, su tutto e tutti, anche su di me.
Lunghi turni al Belleville, ore in ufficio, migliaia di battute per l'articolo e animazioni in programma. Va bene così, io sono anche questo.
Io sono anche i cinque minuti che mi ritaglio per un tè con i biscotti, le telefonate con le amiche innamorate, le confidenze tra coinquiline sul divano e il pavimento del bagno da lavare. Sono la scatola di plastica con la frittata e il formaggio per il pranzo di domani davanti al pc, sono questo post che scorre sotto alle mie dita, sono l'insonnia della notte passata e la fame che non ho.
I caloriferi roventi accanto a me e la voglia di leggere un po', le chiacchiere col vicino-vicino in chat e il poncho di lana che mi punge il collo nudo.
La luce va e viene, anche i pensieri fanno così. Non ho paura, per una volta, forse è rassegnazione oppure è consapevolezza. So di essere fortunata e so che questa condizione la sto scegliendo io, con piccole azioni quotidiane, una su tutte scendere dal letto e uscire. Camminare a lungo, arrampicare, guardare il tramonto, ascoltare le corde delle barche attraccate, parlare guardando negli occhi e gustarsi una milonga in penombra. E' fortuna questa qui e non è peccato accorgersene.
E' fortuna anche passare un pomeriggio con mia madre e una sera con me stessa, ricevere messaggi inaspettati e mangiare anatra con gli amici, è fortuna mantenere forti legami con persone in viaggio e segnare un futuro come lo vorrei io.
Mi accorgo che questo post non è altro che una specie di mantra, che mi accompagna da giorni, continuamente, con dolcezza. Elena, sei fortunata. Perché ti conosci, ti rispetti, ti sfrutti, ti ami, ti aspetti e ti domandi. Sei fortunata perché fuori ci sono 4 gradi e 4 gradi sono dentro di te, farai meno fatica a superare l'inverno. Pian piano la tua temperatura risalirà, questo è certo, ma magari nel frattempo avrai imparato ad accorgerti ancora più facilmente di quanto sei fortunata.
Arrivederci gennaio...

sabato 21 gennaio 2012

Non ci riesco


Quante volte, nella vita, ho detto "non riesco a stare nelle cose"?
Mille, duemila forse.
Ma è così, non riesco a stare nelle cose, in nessuna cosa.
Sgroppo come un cavallo male ammaestrato, come un bambino difficile in una classe di bimbi obbedienti, come un ricciolo ribelle che non sta nell'acconciatura.
Per Natale ho ricevuto il libro che c'è nella foto, dal vicino-vicino che l'aveva letto e aveva trovato un po' di me tra le pagine. E' stato facile capire che aveva ragione, già dalla copertina con la frase "Ma quante sono, pensavo, le persone che si nascondono?". Tantissime, penso io. E' la storia di una famiglia, raccontata dalla femmina di casa, la mamma il papà e il fratello si alternano nella sua vita tra difficoltà, lutti, fastidi, dolcezze, paure e cattiverie. Per spiegare le sensazioni che prova Bianca chiama spesso in aiuto il mondo degli insetti e le sue abitudini, le uova deposte dalle femmine, le antenne che si intrecciano, le formiche animali sociali. Inutile dire che non è stato semplice leggerlo, che sono entrata in contatto con me stessa più di quanto già non faccia di solito e che se potessi lo ricomincerei dall'inizio anche adesso. Nella vita di tutti i giorni le cose vanno rotolando e sono immobili allo stesso tempo, non so stare e non posso stare nelle storie, nelle situazioni e ultimamente mi sento lontana anche dagli impegni e dall'amicizia. Ieri sera ho ripreso ad arrampicare dopo moltissimo tempo, oggi mi restano le braccia indolenzite e qualcosa di sospeso nel cuore. Vorrei fare delle telefonate, vorrei spiegare, farmi capire, vorrei smetterla di far soffrire o per lo meno vorrei che fosse chiaro a tutti che non ci riesco. Il lavoro da babysitter saltato all'ultimo mi ha lasciato un amaro in bocca e una rabbia latente che sicuramente rosicchiano in silenzio, il nuovo lavoro con implicazioni sentimentali varie ed eventuali non è semplice da gestire, il Belleville alla sera spero aiuterà obbligandomi a staccare il motorino del cervello, la ditta non so, non so cosa dire.
Nella playlist Radical Face mi morde il cuore, sono ore che rassetto la stanza ma mi sembra di peggiorare le cose, forse il disordine che ho dentro lo sto riversando su mensole e scrivanie, forse dovrei lavarmi e uscire di qui.
Ho bisogno di boschi e di piangere. Ho bisogno di chilometri e di urlare. Di essere arrabbiata con chi non capisce, di rivendicare il diritto a me stessa, voglio me e nient'altro. Invece mangio ravioli da sola, se potessi sotto le coperte, penso al passato con una costanza che ha del patetico, odio l'idea di un futuro ancora così incerto e sospeso al giudizio altrui. Basta, ho bisogno di un caffè e di camminare.

martedì 17 gennaio 2012

Quel che resta del giorno


Tantissimo bisogno di scrivere in questo periodo, di buttare fuori e di sentirmi più leggera. Due post in un giorno.
Questo parla di oggi, di me. Di me in un giorno qualsiasi, della mia città, del traffico e del freddo nuovo, delle scarpe sui marciapiedi e delle bancarelle nei vicoli, del treno doppio e delle biciclette.
Oggi mi sono alzata come tutte le mattine, forse un pochino dopo perché nella notte avevo avuto freddo, avevo letto fino a tardi ed ero scesa tante volte a fare pipì.
Ho svegliato Marta senza riuscire, di nuovo, ad aprire la sua camera, la maniglia è proprio rotta si vede. Mi sono infilata in doccia, bollente, ho cantato con la bocca chiusa gli Smith e mi sono asciugata in fretta. Ho legato i capelli in due trecce e ho infilato il pile verde di X, i piedi nelle Camper col pelo e il pranzo in un sacchetto. Giacca a vento, chiavi nella toppa, Via Ravecca. Giro l'angolo di Soprana e sbatto contro Sturm, che bello la mattina...due battute veloci, si arrampica venerdì e si cena nel week end.
Una colazione al solito bar, la mia girella con l'uvetta è sul bancone prima ancora che il mio piede buono salga il gradino, caffè, shottino d'acqua, 44. Parte subito, niente Murakami sennò vomito, una signora non vuole il mio posto e si siede in fondo.
Vado dritta in ufficio e ci resto fino alle quattro, tanto con lo sciopero dei mezzi ho poco da andare. Telefonate, mail, pranzo con il cubo di Rubik che passa di mano in mano, un pacco in consegna alla portineria. Si esce, ma lo sciopero è stato prolungato, devo andare Sottoripa per le chiavi di mamma e sono in San Martino, devo camminare e ho il portatile nello zaino. Pazienza. Le macchine sul marciapiede mi obbligano e stare in strada, la sciarpa mi stringe e mi pare di soffocare, mi fermo e slego tutto: metto il berretto a righe nella borsa, allento la sciarpa, apro la zip del pile di X e continuo a camminare. C'è un monopattino impigliato nel rampicante del muro della ferrovia, tanti semafori e tante strisce pedonali, tante officine e un controllore che mi fissa mentre gli passo accanto, è sgradevole. Compro un balsamo perché da mamma è finito, risalgo tutta Via XX Settembre e quando sono in De Ferrari non so come ci sono arrivata. Comincia da qui l'ansia, mi prude la pancia per il fastidio, arriva il disagio nel primo negozio: suono, mi aprono. "Mi scusi, avrei bisogno di un'informazione, quanto potrebbe valere questa collana?". Infilo la mano nella tasca, tasto il metallo freddo, la srotolo piano e la passo al signore cattivo dietro al bancone. Non la guarda nemmeno. La posa su una bilancia: settegrammiesettanta, litiga con la calcolatrice e dice "174euro", ok, grazie, arrivederci. Mi faccio proteggere dai vicoli stretti, cammino con il berretto che dondola ed entro in un negozio in Campetto "sono settegrammiesettanta, 190euro" "ok grazie, arrivederci". Me l'aveva regalata per la Cresima mi pare, era arrivato con una custodia di velluto verde bottiglia, l'avevano scelta lui e la nonna, non mi è mai piaciuta, ma è l'unico loro regalo che mi resta. Pazienza. Entro in un buco davanti al porto, c'è una signora grassa che ha freddo e mi chiede di chiudere la porta, non mi dice il peso, dice solo "180euro". Devo ritirare la chiave per mamma, passo veloce tra i colori dei portici e in meno di dieci secondi ho già lo scontrino in mano e il doppione nella sua bustina arancio, continuo a camminare, sono sudata da morire. Prima che la via in salita finisca, entro dove sono seduti due signori, hanno una bilancia di quelle vecchie "settegrammiesessanta" dicono, "sono di più" penso. Ora ci sono di nuovo le macchine, una signora piange al telefono perchè con gli scioperi non sa come tornare a casa, voglio prendere il treno e faccio via Balbi quasi correndo. Un negozio mi fa paura, nell'altro entro: il signore che sembra un comandante prende in mano una lente e cerca la punzonatura sulla mia collana, la posa sulla bilancia "settegrammieottanta", 195euro"; ok dico "paga in contanti vero?" "certo" "ha cinque euro signorina?" "no" "oggi è andata così, se ci sarà una prossima volta...". Esco dalla porta con cinque euro in più, ho 200 euro nella tasca della borsa, vicino alla bustina arancio con la chiave e alle pastiglie. La collana dei nonni ce l'ha il signore, devo avergli fatto proprio pena. Il semaforo è verde, salto sul treno al volo, cambio posto tre volte, prima mi siedo vicino ad un archeologo, poi vicino ad una ragazza arrabbiata con il fidanzato, poi da sola. Guardo fuori ad ogni stazione, sciolgo le trecce e mi faccio una coda di cavallo. Devo già scendere. La mamma mi aspetta lì in piazza, ha il motore acceso, mi chiede della festa, dice che per cena ha fatto le verdure, andiamo in palestra e sono contenta. La gatta gioca con me, ho sonno e scrivo qui. Ora dormo perché è tardi e penso al monopattino vicino al muro, alla signora che piange e alla bilancia antica. Tutto mi fa stare male.