sabato 19 settembre 2020

Diari d'estate


Quando ero bambina, la prima tramontana di settembre mi spezzava il cuore. 
Ricordo chiaramente una mattina di quasi trent'anni fa, a Varazze mi pare, che nuotavo con la maschera scrutando i fondali. Fuori c'era vento, l'acqua era fredda, mamma leggeva in spiaggia seduta sull'asciugamano con disegnato lo zodiaco. Ogni tanto riemergevo, mi guardavo attorno e cercavo di fare tesoro di quel momento, giurando a me stessa che lo avrei ricordato per sempre. 

Ha funzionato.

Qualche anno dopo, ormai adolescente, le prime settimane di settembre significavano ritorno a scuola... che dramma! All'università erano sinonimo di esami, fino alle malattie di papà e mamma, che iniziarono a mostrare la loro terribile faccia proprio a fine estate. 
Quest'anno ho ricominciato a fare pace con il periodo, vivendolo come il preludio di un nuovo inizio: il lavoro che lascia poco tempo alle ferie non permette di affezionarsi alle giornate lunghe, ai risvegli lenti, alle cene in giardino, alle passeggiate di lunedì anziché di domenica.

In questa estate strana, trascorsa per lo più a casa se si escludono cinque giorni in montagna, ho pensato poco e ricordato tanto. Dedicandomi a sistemare le stanze e a svuotare la cantina era inevitabile.
Ho ritrovato di tutto, dai miei vestiti di neonata ai libri di scuola dell'intera famiglia, nonni compresi. Ho scovato tre enormi valvole da radio d'epoca di mio padre, le prime tv in bianco e nero che avevamo a Crevari, un remo da barca, dei vassoi di legno che mi porterò a casa in centro, i giochi da tavola, mille pupazzi, decine di libri e fumetti, due lampadari, tante piastrelle, un macinino da caffè, i moonboot di pelo vero, due valigie, i disegni dell'asilo, un materassino, persino un microscopio.

Ma quello che proprio non mi aspettavo di trovare erano i diari di mia madre. Non sono i primi ad essere saltati fuori: l'anno scorso, poco dopo la sua morte, mi imbattei nel quaderno nero che aveva riempito di dolore quando morì mia nonna, la sua, di mamma. Poi, appena arrivati a Vesima a inizio giugno, scovai in fondo a un cassetto un piccolo taccuino blu, con lunghe e faticose riflessioni sulla sua vita, in particolare sui suoi anni da donna vedova. Leggere quelle parole mi fece malissimo, com'era prevedibile risvegliò sensi di colpa e profondo disagio.

I diari della cantina, invece, sono stati una benedizione. 
Scritti ogni giorno, dal 1970 al 1973, su agende brutte e anonime, regalatele da mio padre approfittando del lavoro di rappresentante di cancelleria del nonno. Centinaia di pagine scritte da una ragazza che stava studiando, che si laureava, che iniziava i preparativi per il matrimonio. Centinaia di pagine di lavoro nei campi, di domeniche a messa e al cinema, di serate a leggere al freddo, di lunghi viaggi in autobus, di pranzi operai, di chiacchiere con il baracchino tra giovani radioamatori, di lezioni private a bambini di campagna, di fratelli a militare. Ma anche centinaia di pagine di attentati delle BR davanti alle scuole, di comizi di Berlinguer, di edizioni di Sanremo, di Olimpiadi, di Rischiatutto e di saldi da Bagnara. Ma, soprattutto, centinaia di pagine di sogni e futuro, di amore e speranza, di progetti e impegno.

Sono abbastanza certa che l'ordine con cui ho trovato i diari non sia stato casuale: prima, in bella vista, mi ha lasciato la guida di una figlia che ha perso la mamma a una figlia che ha perso la mamma.
Poi, ben nascoste tra i vestiti, mi ha lasciato le parole più difficili, per farmi entrare nelle sue fatiche sempre affrontate con dignità e forza.
Infine, dove sapeva sarei arrivata all'ultimo, mi ha fatto trovare la storia da cui sono nata, l'amore dei miei, le radici dell'educazione che ho ricevuto, le basi di me stessa, come donna e come persona.

Non c'era modo migliore per raccontare questa estate strana, che scrivere di una piccola grande storia ritrovata in cantina.

sabato 25 luglio 2020

Si stacca di dosso la Terra


Ci siamo trasferiti a Vesima all'inizio dell'estate.
Agata si è ambientata benissimo: appena uscita dal trasportino, dove durante il viaggio aveva prontamente fatto i suoi bisogni, ha baciato Tobia e cominciato a marcare il territorio strusciandosi su ciascun vaso del giardino e annusando ogni angolo.

Qui le giornate trascorrono con un ritmo tutto loro, le mattine iniziano prima e così anche le notti, tra  rospi, grilli, il rumore costante del fiume e il profumo dei rampicanti fioriti.
Ceniamo fuori quasi ogni sera, illuminati dalle lanterne di carta e dalle lucine solari sparse un po' ovunque, usando quasi esclusivamente il BBQ e le verdure dell'orto... chi ci ferma più.
I cambiamenti, quelli veri, sono dentro casa (e pure un po' dentro al cuore): è giunto il momento di aprire armadi, scegliere vestiti, decidere cosa tenere, buttare, regalare. Si spostano mobili, quadri e libri, alcune stanze diventano altro e mini camere da letto si trasformano in zona cucito, dove ospitare anche il mobile pieno di ricordi ancora inaffrontabili e la postazione smart working per le poche volte in cui non vado in lab.

Purtroppo non riesco a vivermi Vesima quanto vorrei: grazie al traffico impensabile arrivo la sera stanca morta dopo i centri estivi e le ore di viaggio, quindi dedico il week end a tutte quelle faccende che in settimana restano inevitabilmente sospese. Appena giro la curva e vedo il mare, però, quando il sole tramonta e si alza un po' di vento salato, capisco subito perché sono tornata.

Ora è un anno e mezzo che non abito in un posto stabile, una parte dei miei vestiti è chiusa in scatole di cartone o appesa in guardaroba lontani, i cappotti sono ancora nell'ingresso e la biancheria in sacchetti di stoffa sparsi qua e là. All'inzio credevo fosse un momento necessario: avevo perso tutte le radici, come una pianta strappata dalla tempesta e nessuna parte di me voleva fermarsi a guardare dov'ero finita.
Mi sono impacchettata e portata da un appartamento all'altro, ho perso riferimenti e obiettivi, ho imbastito una ristrutturazione poi bloccata dal lockdown e non so nemmeno più dove ho messo le cose acquistate per la casa nuova.

Adesso, però, comincio a sentire la necessità di un posto dove stare, di stanze vuote da riarredare, di scaffali pronti ad accogliere i libri di sempre e quelli che verranno, mescolati agli oggetti di qualcun altro, che da questo uragano che è la mia vita è stato travolto quanto me.
Ho forse, finalmente, bisogno di stabilità? Probabilmente sono talmente spaventata che l'idea di ripartire con il rischio di essere di nuovo bruscamente interrotta mi fa troppa paura. La settimana scorsa erano quindici anni che è morto mio padre, sedici che ho scoperto di non avere la salute di ferro che credevo e, nonostante non sia ancora entrata negli anta, di anni me ne sento addosso almeno dieci di più.

Questo è quanto e, considerando i tempi e la vita, è già tanto. Me lo insegnano quotidianamente i bambini che seguiamo, quanto le radici possano essere precarie e sottili.

A dispetto della frase scelta per il titolo e presa da una delle canzoni di Cosmo che meglio riassume cosa sono stati gli ultimi mesi, direi che il brano giusto per raccontare il percorso iniziato a marzo dell'anno passato è questo. Una camminata in montagna che porta alla cima e che riparte, sempre più dura, ogni volta che mi sembra di essere arrivata nonostante il peso sulle spalle.
Buon ascolto, dunque, lo dico soprattutto a me stessa.

P.S. Nella foto quassù, una goccia di montagna, dove ci siamo rifugiati un paio di week end fa in compagnia degli amici matematici-pasticceri.






lunedì 4 maggio 2020

Indulgenza plenaria


Un post scritto piano piano, che riassume tutti questi giorni, con i pensieri in cui mi sono immersa, i miei soliti elenchi, la luce che dura fino a tardi, la pizza impastata nella cucina arancione, la gatta che piange di notte. Iniziamo.

Più di un mese di quarantena e ovunque si legge qualcosa in proposito. Pure qui.
Le mie giornate, come quelle di tutti, trascorrono l'una simile all'altra, ma il tempo scorre velocissimo, almeno per me.
Mi annoio? Nemmeno un po'.
Sono arrabbiata? No, non per la mia condizione. Certo mi preoccupa la situazione in cui ci troviamo e ci troveremo, soprattutto dal punto di vista economico. Mi spaventano le conseguenze che l'isolamento avrà sui più piccoli, perché quelle che già sta avendo sui più grandi non mi stupiscono affatto, purtroppo. I social sono ormai un calderone di polemica continua: c'è chi insulta il vicino che esce troppo, chi si lamenta di non poter passeggiare, chi auspica che la didattica a distanza sia finalmente sdoganata, chi la trova inefficace, chi addirittura dannosa. Tutti i politici sono colpevoli, ma anche i cinesi non scherzano. I medici sono eroi, ma ieri erano scansafatiche (e domani?). Le mascherine gratis in cassetta non le voglio, ma in farmacia costano troppo. I corrieri sono costretti a lavorare in condizioni pericolose, è una vergogna, ma la spesa me la faccio portare a casa tutto l'anno, figuriamoci ora.

Io sono equilibrata? Proprio no, sono solo più passiva del solito. Qualcuno direbbe resiliente, qualcun altro adattabile. Io, invece, dico passiva. Perché è così che mi sento quando una cosa grossa si abbatte sul mio quotidiano, senza darmi alcuna possibilità di scelta, tranne quella di stringere i denti, adeguarmi e non guardare nè davanti, nè dietro di me.
Il famoso qui e ora, che sono totalmente incapace di vedere in tempi "normali", diventa improvvisamente l'unico posto in cui riesco a stare nell'emergenza.
Un giorno dopo l'altro.

C'è da dire che per me è semplice, non ho genitori di cui preoccuparmi o che ora stanno lontani più del solito, non ho figli reclusi, non vivo più solo di partita IVA (ma sono in cassa integrazione, per fortuna), sono abituata agli stop forzati. Pare brutto, pare esagerato, ma l'anno scorso ho trascorso sette mesi come adesso. Uscivo solo per lavorare, nessun week end fuori, nessuna gita, nessun cinema. Ho incontrato medici che avrei ucciso a mani nude e medici (infermieri, oss, volontari...) a cui ho scritto appena iniziata l'emergenza virus per far loro sentire la mia riconoscenza anche in questa occasione. Ho avuto paura perché conoscevo già come sarebbe andata a finire e, nonostante questo, non ho smesso di mettere in fila un giorno dopo l'altro, a denti stretti. Mi ha aiutato la terapia, questo è sicuro, credo però che mi abbia dato una grossa mano anche l'indulgenza. Verso gli altri, si intende, perché verso me stessa non ne ho mai avuta.
Fino ad oggi.

Ed è qui che si spiega il titolo di questo post: la quarantena 2020 (meglio specificare) mi sta regalando l'indulgenza plenaria. Come il papa.
Sono trascorsi più di due mesi in cui mi sono permessa lentezza e sole in faccia, anche se attraverso una finestra chiusa.
Ho girato decine di video davanti a telecamere, webcam, telefoni cellulari che per una con una vecchissima diagnosi di fobia sociale, sembra impossibile. Ho provato nuove ricette, mi sono iscritta a un corso di acquerello botanico, ho letto tantissimo. Ho fatto yoga o pilates tutti i giorni, ho ascoltato la musica che mi piace, ho visto un sacco di serie tv, alcune belle davvero. Credo di aver messo il reggiseno tre volte, giusto per andare in ufficio le poche mattine che ce n'è stato bisogno. Ho scritto, anche se non qui, mi sono regalata un ciondolo con tre parole importanti, le più importanti di tutte. Ho rivisto gli amici lontani su Zoom e pure quelli vicini. Ho pianto per la Maria, per la sua casa dove non posso andare, per i fiori al cimitero che non posso cambiare e la festa in suo onore che non sono riuscita a organizzare. Mi sono comprata poche cose, ma quelle che ho preso mi hanno fatto stare bene, ho reinventato ancora una volta il mio modo di lavorare e mi sono divertita a farlo. Non ho alimentato nessuna polemica in cui sono incappata, ho messo la mascherina quando mi sembrava giusto, ho goduto di tramonti spettacolari, ho sistemato dieci anni di documenti conservati a caso, ho dormito, male, ma ho dormito.

Avrei potuto fare molto di più, ma anche no.

Avrei potuto studiare più cose, leggere più libri, allenarmi più a lungo, vestirmi bene anche per stare in casa, truccarmi comunque ogni giorno, mangiare meglio, bere meno. Avrei potuto anche non sentirmi mai in colpa, ma poteva andare molto peggio, potevo sentirmi in colpa sempre. Credo di essere stata indulgente e di aver ascoltato i miei bisogni, ogni giorno diversi. Non mi sono sembrati scemi quelli che non si sono allenati, che si sono lamentati, che sono usciti lo stesso, che si sono barricati in casa, che hanno cambiato il loro modo di mangiare o che si sono scannati sui social. Li ho ignorati, ho provato a fare il meglio che potevo e mi è sembrato abbastanza. 
Tutto qui.





martedì 17 marzo 2020

I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare


Inizio questo post sdraiata su un prato, con il sole in faccia e gli amici accanto. Siamo in quattro, abbiamo preso l'auto sta mattina presto, abbiamo cambiato itinerario all'ultimo per evitare spostamenti potenzialmente a rischio e siamo saliti a piedi da Pieve a Santa Giulia.
Sopra di noi, nel cortile della chiesa, ci sono comitive forse troppo numerose, ma meglio qui, all'aria aperta, che chiusi in un ristorante per il pranzo della domenica.

Mi sono chiesta spesso cosa avrei scritto nel post dell'anniversario. Pensavo che avrei raccontato i dodici mesi senza di lei, che avrei provato ad analizzare i (pochi) libri letti, che avrei fatto il resoconto della piccola festa organizzata per ricordarla.
Alla fine, come al solito, la vita cambia tutto. Il Covid-19 ha ribaltato un po' di prospettiva e le restrizioni mettono a dura prova tutti, non tanto me che sono più asociale della mia gatta, quanto chi è abituato a viaggiare per lavoro, a uscire in gruppo, a portare i bambini ai giardini, a trascorrere serate nei locali, ad andare a scuola o in palestra.

Nel frattempo sono trascorse quasi tre settimane e sto continuando a scrivere il post dal letto, mentre aspetto che Andrea finisca una call per riuscire a concentrarmi nel lavoro: la casa è piccola, le porte non si chiudono e alle chiamate di lavoro partecipiamo, involontariamente, tutti.
Non oso pensare alla seconda seduta via Skype che farò con l'analista tra qualche giorno...
Le disposizioni restrittive di cui parlavo poco più su sono diventate quarantena, le giornate trascorrono quasi uguali l'una all'altra, le prospettive economiche di una coppia che lavora con il pubblico, con le scuole e nel sociale non sono certo le più rosee, ma non molliamo e andiamo avanti, come al solito. Il gruppo meraviglioso con cui lavoro ha girato nelle settimane scorse una serie di video che possano aiutare i bambini ad affrontare i lunghi pomeriggi a casa, con gli amici ci sentiamo via Google meet, con gli zii e i vicini del paesello usiamo Whatsapp, con il papà di Andrea funzionano benissimo le care, vecchie telefonate.

In tutto questo delirio sospeso, tra cinque giorni è un anno che è morta la Maria.
Negli hospice sono vietate le visite e penso costantemente a come avrei fatto, senza poterle stare accanto sempre, fino all'ultimo respiro. Volevo ricordarla con i suoi amici nel prato dove cresce l'ulivo piantato per lei, volevo andare al cimitero a portarle i fiori nuovi, volevo preparare il suo giardino all'arrivo della Primavera, volevo condividere con la comunità la scelta di donare qualcosa in onore della sua bella anima.
Dovrò rimandare, poco male, c'è chi sta peggio e lo so bene. Però mi dispiace e, inevitabilmente, il cervello va lì di continuo, soprattutto la notte. Dormire con me deve essere ormai impossibile, tra urli, calci e pianti diperati: la mia abitudine agli incubi non era un segreto prima, tanto meno adesso.

Ad ogni modo, a scrivere di un paio di libri letti e scelti per accompagnarmi nel lutto sono ancora in tempo. Il primo è La via del bosco di Long Witt Woon, acquistato all'ultimo Book Pride attirata dal sottotitolo (Una storia di lutto, funghi e rinascita) e dalla copertina. Il secondo è Blue Nights di Joan Didion, perchè mi piace vincere facile (o difficile, dipende dai punti di vista).
Entrambi i romanzi parlano di perdita e lo fanno in maniera completamente diversa. Per chi conoscesse già la Didion e avesse letto quella meraviglia di dolore che è L'anno del pensiero magico non avrà difficoltà a immaginare il modo in cui l'autrice scrive della morte della figlia Quintana e di tutti i ricordi di vita che la legano a lei, a partire dall'atmosfera delle sere di quasi estate, quando la luce si fa azzurra sul finire del giorno. Long Witt Woon racconta, invece, il suo percorso attraverso il lutto per la morte del marito, fatto di isolamento, di tempo dilatato, di panico per l'assenza e di timido tentativo di rinascita. Un corso di riconoscimento funghi quanto può aiutare a superare la perdita di una persona cara? Tanto, perché tutto fa.
Un aperitivo con gli amici al quale ci costringiamo ad andare, una serata a piangere sul divano perché uscire era troppo difficile, un pomeriggio di lavoro soddisfacente, una camminata nel bosco, una pizza fatta in casa, un paio di pastiglie giuste, un libro letto tutto d'un fiato, un film al cinema di quelli impossibili da dimenticare, una puntata del Commissario Montalbano, una chiacchierata con i colleghi di prima mattina, una telefonata triste agli zii, una chiamata delle sue amiche, una cena fuori all'improvviso, un laboratorio con i bambini, un post sul blog scritto durante una giornata di quarantena nel bel mezzo di una pandemia. Tutto fa.

Chissà cosa avresti detto tu, cara mamma, di fronte a questo casino.
Cosa avresti fatto? Saresti stata in giardino, avresti fatto la spesa solo alla Pam, perché la Coop è fuori comune e sono abbastanza sicura che ti avrebbero fermata i Carabinieri, avresti fatto due passi fino alla chiesa, saresti salita dai vicini di sopra per un caffè o un Asinello, avresti seguito la messa della tua parrocchia su FaceBook, avresti letto un sacco di libri e ti saresti lamentata per averli finiti tutti ed essere rimasta senza (ieri è uscito l'ultimissimo di Kent Haruf, che rabbia non poterlo commentare con te!), avresti cucinato poco perché intanto, solo per te, non ne valeva la pena, avresti parlato con Agata che - guardala quassù - sembra sempre aspettare che torni.

Io, fuori dal lutto, ancora decisamente non ci sono. Ma ho una casa da finire di sistemare che lei avrebbe adorato, ho la pratica di yoga giornaliera, ho la sua palla di pelo da curare, un lavoro da cercare di alimentare nonostante il Coronavirus, una salute da controllare appena finirà l'emergenza e potrò andare a fare gli esami previsti, un viaggio da immaginare perché con la situazione quarantena e ferie da recuperare è un disastro, una festa da organizzare per ricordarla insieme alla sua grande famiglia.
E non mollo, perché se mi vedesse, si incazzerebbe di brutto!

L'onere della memoria è ricaduto tutto su di me, e mi pesa. Se dimentico, vanno in fumo gli anni passati insieme. Non ci sono più nemmeno i nostri sogni per il futuro; posso solo tenerli in un cassetto. [Long Litt Woon - La via del bosco]

"Hai i tuoi meravigliosi ricordi", diceva, dopo, la gente, come se i ricordi fossero una consolazione. I ricordi non lo sono. I ricordi, per definizione, riguardano tempi andati, cose che non ci sono più (...) I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare. [Joan Didion - Blue Nights]

lunedì 23 dicembre 2019

Le vite degli altri

Lo abbiamo fatto tutti, penso, di immaginare le vite degli altri.
Di quelli che vediamo rientrare a casa la sera, di quelli che ci camminano accanto frettolosamente la mattina, degli attori che guardiamo al cinema, delle sagome scure che passano davanti alle finestre illuminate nelle serate d’estate o di quelle impegnate ad addobbare l’albero nel salotto a Natale.
Credo addirittura di aver già scritto un post su questo argomento, ma chissà quando: sono quasi dieci anni che esiste Ilmareingiardino, nel frattempo i blog sono praticamente morti e con loro un sacco di altre cose.

L'inverno è iniziato e forse questo autunno terribile, fatto di piogge incessanti, sintomi impietosi, traslochi, e capelli corti sta terminando: oggi ci sono vento freddo e sole, questo già mi basta.
A proposito di vite degli altri, in questo periodo mi interessano più di sempre. Guardo le persone fare la spesa, incontrarsi per bere qualcosa, correre sotto il diluvio senza usare l’ombrello, parlare al telefono, scegliere un vestito e immagino le cucine invase dal vapore, i tappeti davanti ai divani, i giretti attorno all'isolato con il cane la mattina prestissimo, il parrucchiere dopo il lavoro o in pausa pranzo, le lavatrici da stendere la domenica, i cinema il sabato sera.

Ma la mia, di vita? Prima di convincermi a pubblicare questo post, che come al solito è in bozze da giorni, ho riflettuto sul concetto di tempo e su quanto abbia la sensazione di aver vissuto almeno tre esistenze diverse. Penso che capiti a molte persone, soprattutto a chi ha fatto cambiamenti drastici, traslochi importanti, separazioni, colpi di testa e di cuore come lasciare il proprio paese per cercare fortuna (e felicità) altrove... a me pare di essere alle porte della mia terza vita, quella in cui non sono più figlia di nessuno, ma continuerò a essere nipote, amica, compagna, collega, cugina, vicina di casa.

Sono stata figlia fino a ventitré anni: in quel quarto di secolo scarso avevo vissuto in due posti, avuto un amore sbagliato e uno grandissimo, rischiato la pelle, fatto tre lavori, tolto l'appendice, voluto bene ad amici fraterni e detto addio a persone decisamente importanti, tra loro mio padre.
Sono stata ancora figlia fino a trentasette anni: quattordici anni per laurearmi, dottorarmi, scoperchiare enormi vasi di pandora, cambiare altre due case, innamorarmi ancora, fare almeno sette lavori diversi, conoscere nuovi amici, trovare un lavoro stabile, dire addio a mia madre.
Ora non sono più figlia: nove mesi oggi per raccogliere i pezzi che sono ancora sparsi da tutte le parti. Un po' sono a Vesima dove pianto ciclamini da ventiquattro ore, dove la gatta saltella finalmente libera, dove il vento e i pensieri mi hanno tenuta sveglia tutta la notte, dove riposano metà della mia prima e metà della mia seconda vita. Un po' di pezzi sono nella casa sull'albero, dove stanno finendo di costruire i pavimenti, dove non ci sono i sanitari e la cucina, dove scatole e mobili stanno impilati tutti in un'unica stanza. Ci sono pezzi al quinto pianto del Monoblocco, tra le seggiole dell'accettazione e le poltrone grigie della chemio, tra i lettini di medicina e l'ascensore, pezzi sotto il cedro nel cortile dell'Hospice, sul terrazzo dei gatti, sulla panca dove ti siedi quando aspetti che sistemino il disastro. Qualche pezzo forse è in ufficio, dove trascorro la maggior parte del mio tempo o sul tappeto dello yoga, dove ho deciso di ricominciare a prendermi cura di un corpo che non ricordavo di avere. I pezzi più rovinati li ho lasciati andare con i capelli, che ora sono corti e un (bel) po' bianchi.
Dovrò pian piano recuperarli tutti e sostituire quelli introvabili con qualche pezzo nuovo che spero di trovare strada facendo.

Tra pochi giorni compio gli anni, all'inizio del 2020.
Non faccio bilanci perché davvero a sto giro non mi sembra il caso, non ho buoni propositi se non quello di provare a non morire, visto l'andazzo. Ho dei desideri, quelli sì. Vorrei fare del bene nel nome di mia mamma, vorrei ricordarla viva e energica, vorrei continuare a viaggiare come negli ultimi tre anni (e forse un po' di più) e vorrei riuscire a godermi quella piccola casa rinnovata che avrebbe adorato.

Nel frattempo pianto ciclamini nel suo giardino mentre l'ultimo che mi aveva comprato lei, non so con quali forze un mese prima di andarsene, sta fiorendo sul mio balcone.
Buon Natale.

mercoledì 16 ottobre 2019

Un'auto in fondo al lago

Qualche anno fa, parlando di mio padre con l'analista, mi definii orfana. Ricordo che mi corresse e mi disse che, tecnicamente, si è orfani se si perde un genitore prima dei diciotto anni. Mi sentii una merda, convenendo che, dopotutto, quello che mi aveva detto avesse senso.

Sono trascorsi quasi sette mesi dal 23 marzo.
Non sono una maniaca delle date, anzi, solitamente cancello il passato in un attimo, ma ho dovuto produrre tanti di quei certificati di morte che, anche volendo, non è stato proprio possibile dimenticare un bel niente.
Cosa è successo nel frattempo?

Principalmente ho lavorato.
Ho fatto un bel viaggio.
Ho vissuto a casa sua per quasi due mesi.
Mi sono lasciata coccolare (anche se, essendo sua figlia, mi rendo conto che scalfire sta corazza che mi ritrovo non sia semplice).
Ho preso tre chili, li ho persi, li ho ripresi.
Ho iniziato i lavori a casa mia, o meglio, ho iniziato a inscatolare tutto nell'attesa che comincino lavori.
Ho percorso venti chilometri di Mare e Monti.
Ho pianto riempiendo le scatole, vuotandole, dormendo, ascoltando musica, camminando, leggendo, andando al mare, facendo la doccia, svegliandomi, bevendo, aspettando il bus, buttando vestiti, scegliendo piastrelle, scrivendo agli amici, ordinando una birra, vomitando, tagliandomi la frangia alle tre del mattino, accarezzando la gatta, salutando l'ennesimo airone.
Ho letto (poco).
Ho nuotato (ancora meno).
Ho cucinato (quasi niente).
Ho parlato con una foto, un cielo, una stella cadente, un appunto su un foglietto, un fiore, una maglia, un anello, una focaccetta fritta, un portafoglio, un odore, un albero, una seggiola, una ciotola, un sapone...

Sono passati quasi sette mesi e mi sto sgretolando come la Torre d'Avorio di Fantàsia, completamente impreparata a questo crollo tardivo.
Sarà colpa delle scatole piene di foto, dei suoi documenti perfetti e pronti per il dopo, dei miei incasinati e sempre insufficienti, dei cambiamenti inutili perché non glieli posso spiegare, delle conquiste superflue perché senza i suoi occhi valgono meno.
Beninteso, so perfettamente che non è così, so benissimo che questi post non si dovrebbero scrivere, tanto meno pubblicare, ma quel 23 marzo alle 14.40 un'auto ha toccato il fondo del lago, sopra c'erano mia madre, mia sorella e la mia migliore amica, in quest'ordine, alla faccia di tutti i manuali di pedagogia e delle nostre più profonde convinzioni. Hanno impiegato sette mesi ad affondare, sapevo e sapevamo sarebbe successo, potevamo solo aspettare cercando di rassicurarci a vicenda.
Ora, però, sono rimasta io e la carcassa di quell'auto sta tornando a galla. Non ho il coraggio di guardarci dentro e non voglio farlo: non ho paura, è solo che sono incredibilmente stanca, come se avessi corso dieci anni ininterrottamente.

Serve tempo, dicono tutti, e io ci credo. Quel tempo che per papà non è stato necessario, non per mancanza di amore, ma per le tante differenze tra allora e adesso: la mia età, le modalità, le circostanze, le abitudini e la presenza di mamma, che attutiva il colpo e condivideva il dolore con me.
Credevo di essere pronta, credevo di conoscere, e invece non sapevo un bel niente.
Ci hanno sempre fatto notare che ci somigliavamo moltissimo e immagino fosse così, lo vedo bene dalle foto (come quella quassù).
C'è una cosa però, di cui non mi ero mai accorta: spesso parlo come lei. Non c'entrano le cose che dico e non è solo una questione di voce, ma di intonazione, di cadenza. Prima non lo sentivo, ora che non c'è più la ritrovo nel mio modo pronunciare le parole. Quando succede mi salta il cuore in gola, mi riempio di gratitudine e resto sospesa a metà tra la voglia di strapparmi le corde vocali e il bisogno di riparlare come lei, per sentirla ancora una volta. Ogni tanto lo faccio, ripeto una parola, cerco di riprodurre un suono, una, due, tre volte. Poi, generalmente, o sorrido o piango. Tendenzialmente faccio entrambe le cose, una dopo l'altra.

Qui scrivo sempre meno, mi pare chiaro, ma diversamente non so più fare. Prendiamola così.



sabato 24 agosto 2019

Il Nuovo Mondo


Sono seduta da poco meno di tre ore su un treno svedese che da Malmö ci porterà a Göteborg. Da lì dovremo salire su un traghetto per raggiungere l'isola di Brännö, dove vivremo nei prossimi giorni.

È martedì, siamo in viaggio da sabato e sono quasi cinque mesi che è morta mia madre.
Non ho mai smesso di scrivere: prima il diario rilegato con stoffa di camicia per raccogliere le lunghe lettere rivolte a lei, poi questo mini quadernino bianco senza valore, per non dimenticare il nord dell'Europa e, in qualche modo, raccontarle ancora una volta ogni cosa.

Abbiamo scelto di partire all'ultimo, facendo poche previsioni, decidendo di visitare Copenhagen, Göteborg, Oslo.
Non abbiamo affittato auto, quest'anno. Ci muoveremo in aereo, treno, metro, bus, traghetto e bici, tanta bici.

Che io ami il nord non non è una sorpresa per nessuno. L'anno scorso, nonostante il fantasma dei sintomi di mamma che per me aveva già un nome (di merda), era stato bellissimo.
Questa volta è diverso, vivo in un nuovo mondo anche quando sono a casa, trovarmi a migliaia di chilometri da dove normalmente trascorro le mie giornate non cambia granché le cose. Intendiamoci, sono contenta ed emozionata di scoprire terre di cui ho letto per anni gli autori più in voga (a partire dalla mitica Tove Jansson, che era finlandese - lo so - ma qui si respira comunque aria di Mumin in ogni dove), di cui ho sognato gli spazi, la natura, i silenzi, le case, persino i vestiti. Solo che mi sento spaesata tanto quanto la mattina quando mi sveglio nel mio letto e non trovo il suo messaggio, quando percorro i dieci minuti scarsi che mi separano dal lab (#mymorningwalk) senza telefonarle, quando non organizzo i week end per andare a trovarla o non ascolto il suo passo montano raggiungere il mio portone e fermarsi bruscamente, prima di citofonarmi.
In questi tre giorni già trascorsi in Danimarca mi sono sentita forse meno spaesata del solito: è normale non vederla arrivare davanti alle vetrine del lab, i dati del telefono sono disattivati quindi è ovvio non ricevere i suoi messaggi. Solo la sera, quando sono troppe le cose che vorrei raccontarle per farla viaggiare insieme a me, mi prende un dolore nel cuore che vorrei spazzare via con un urlo potentissimo le migliaia di alberi scuri che ci circondano, spegnere le fiamme di ogni candela accesa dietro a una finestra, abbattere tutte le bici parcheggiate nei cortili della Scandinavia. Ma non lo faccio.

Detto questo, prima che il post si trasformi nel copione di un film di Inarritu, ecco il nostro viaggio nel nord dell'Europa, un piede a Copenhagen, uno a Göteborg e uno a Oslo. Il quarto piede lo abbiamo usato per una fermata inaspettata a Malmö e lo useremo per tre giorni di "isolamento", nel vero senso del termine, a Brännö. Ancora mi chiedo se alla fine avrò il coraggio di tornare a casa!

DANIMARCA - COPENHAGEN
Piccola premessa: la prima ragione per cui abbiamo scelto questa tappa si chiama Giulia, è un'amica di Andrea, vive qui da una decina d'anni ed è meravigliosa come i suoi occhi blu.
Abbiamo dormito da lei, poco distanti dal centro e ci siamo affidati alle sue cure per esplorare la città senza affrontarla in modo troppo turistico. Prima tappa: il ritiro delle bici! Io non ci salivo probabilmente dal '92 ma, come promesso al negoziante mentre mi porgeva il casco, non ho ucciso nessuno (tranne il mio perineo).
Grazie alla bici ci siamo sparati settanta chilometri in meno di tre giorni e abbiamo visto un sacco di cose. Per praticità, da questo momento in poi, dividerò il post in giornate, così, chi vuole, può rendersi meglio conto delle tempistiche.

Giorno 1
Subito dopo una sopponta nappoletana-genovese a base di melanzane alla parmigiana e focaccia siamo stati allo Stella Polaris, un festival di musica chill out organizzato nel parco Frederiksberg. Cosa ho trovato lì? Innanzi tutto due bellissimi aironi che "vegliavano" su un tetto all'ingresso. Poi ho trovato educazione, fiori meravigliosi, tantissima gente di tutti i tipi (compreso un tizio buffo con bastone, fez e completo kaki che sembrava uscito da un film di Wes Anderson), una luce incredibile e il silenzio. A un festival musicale -ok che era chill out e non Heavy Metal - ma la sensazione era quella della Silent Disco. Mi è piaciuto tantissimo.

Stella Polarit - Chill Out Festival

Lasciato il parco abbiamo inforcato le bici (del mio mini cancello color anguria vi parlerò poi) e siamo andati a Nyhavn: è superfluo scrivere dei colori e dei riflessi del vecchio porto, vero? Vabbè, ormai l'ho fatto.

Nyhavn

Per cena ci siamo spostati al Reffen, una grande area di street food molto curata e con una varietà di scelta per quanto riguarda i cibi veramente notevole. Io sono andata di Moules Frites, ma avrei potuto prendere thai, greco, pizza, polenta, vegan, grigliata, indiano e molto altro. Cosa mi ha colpito di più a parte l'idea e il bellissimo furgoncino colorato all'ingresso? La pulizia dei bagni, il tramonto pazzesco con lo skyline di Copenhagen sullo sfondo, il pagamento con la carta affinché tutti gli incassi siano tracciabili (questo è un aspetto che abbiamo incontrato in ogni street food dove siamo stati).

Panorama dal Reffen - Street Food

Di questa prima giornata mi sono portata via le case barca, con gli oblò al posto delle finestre, ormeggiate lungo la via verso Reffen, le case-container arredate come un catalogo Ikea, la pedalata al buio illuminata solo dalle lucine accese sulle case-barca.

Giorno 2
La seconda giornata l'abbiamo dedicata a Sessarego passione foto: mattina e pomeriggio alla ricerca punti di vista, architetture bizzarre e quartieri super moderni a picco sull'acqua. Abbiamo girato principalmente a Nørrebro (ve ne parlo meglio la prossima giornata, perché ci siamo tornati per fare un po' di sano shopping), fatto un salto al cimitero dove è sepolto Hans Christian Andersen e poi via verso Circle Bridge, Islands Brygge, Ørestad e VM Husene (la casa con le punte). Come se non bastasse, abbiamo trascorso il pomeriggio all'Experimentarium, il science center della città, dove ovviamente ci siamo divertiti come più dei ragazzini (Giulia conserva sul telefono un sacco di video a dir poco compromettenti).

Superkilen - Nørrebro

The Circle Bridge

VM House

Cosa mi ha colpito di più? Le porte della biblioteca di Nørrebro, le barche-bus, le barche-pic-nic (affittabili, per pranzare navigando), il mercatino delle pulci lungo il fiume (ovvio che ho comprato), l'urgenza di scrivere assecondata ovunque (testimonianza fotografica qui sotto, dove è ben visibile anche la mia possente bici folding, con due ruote talmente piccole che ancora non mi spiego come abbia fatto a non dimagrire 10 chili dopo il primo isolato).


Giorno 3
Come anticipato poco fa, l'ultimo giorno siamo tornati a Nørrebro, in particolare abbiamo vagato a Jægersborggade tutta la mattina, dove abbiamo comprato buona parte dei regali per gli amici e dove, grazie ai preziosi consigli di L'Altrosport abbiamo pranzato qui (ma magari del cibo scrivo un box a parte alla fine di questo lunghissimo post). Nel pomeriggio, prima di ribeccarci con Giulia che, essendo lunedì, era al lavoro, abbiamo fatto un giro in centro, abbiamo visitato Christiania e, con le ultime forze rimaste, abbiamo pedalato fino alla Sirenetta, dove la cosa più sensata che potessimo fare, invece che accalcarci per fotografarla, era mangiare un gelato (e così abbiamo fatto).
La sera siamo stati a cena con Giulia e la sua amica Sara al Torvehallerne, il mercato coperto, abbiamo restituito le bici e fatto una lunga passeggiata per tornare a casa, dove mi hanno atteso yogurt e granola homemade, chiacchiere sul divano e l'ultima notte danese.

Nørrebro

Jægersborggade

Christiania

Cosa ho portato via con me? Lo stretching sul prato la mattina, per cercare di disinfiammare la schiena non abituata alla bici, quasi tutti i negozi di Jægersborggade (quello zero waste, quello di gioielli, quello vintage, quello gestito da un collettivo di artisti con i fiori secchi e le pigne appese a testa in giù all'ingresso, quello con le candele Meraki, quello con i tubi avvolti da manicotti di lana colorata accanto alla porta). Mi sono portata via anche l'unicorno affacciato alla finestra in pieno centro, il parco giochi a tema bosco perfettamente mimetizzato, la tristezza che mi ha messo Christiana così turistica, il gelato palla alla fine del lungomare, le tapas con le acciughe al mercato.

Jægersborggade

Copenhagen - Centro

SVEZIA - MALMÖ GÖTEBORG BRÄNNÖ
Ci hanno svegliato la pioggia sulla finestra a tetto e il verso delle tortore, molto più pop rispetto a quello delle parenti genovesi. Abbiamo fatto colazione e siamo ripartiti prima con il bus, poi con il treno, in direzione Göteborg, dove ho iniziato a riordinare gli appunti per questo post.

Giorno 4
Visto l'anticipo sulla nostra tabella di marcia abbiamo deciso di scendere a Malmö per qualche ora. Qui abbiamo avuto giusto il tempo per comprare un'imperdibile tazzina dei Mumin, scattare foto, pranzare al Saluhall, dove ho mangiato l'insalata più buona della mia vita e fatto scorta di kanelbulle.
Nel primissimo pomeriggio siamo ripartiti e arrivati a Göteborg, dove ci attendeva un traghetto per Brännö, una telefonata dell'amministratrice di condominio che farfugliava confusa di una possibile perdita in bagno senza farci sapere più nulla (santo Geppo che ci ha aiutati), un breve viaggio tra isole e gabbiani che nemmeno nei migliori libri scandinavi. Il Brännö Varv ci aspettava esattamente come lo vedete sul sito: colorato, suggestivo, accogliente e discreto. Uno dei posti più incantevoli che abbia mai visto. Posati i bagagli abbiamo fatto un giretto di perlustrazione nei dintorni del B&B, passeggiando accanto a giardini meravigliosi, gatti enormi e barche bianche. Cena con gamberoni e salmone e poi diretti a dormire.

Malmö

Brännö

Panorama dal Brännö Varv

Brännö

Giorno 5
La prima colazione fatta sull'isola è stata a base di... tutto. Pane nero, pane bianco, focaccine, salumi, pecorino, roquefort, marmellate, yogurt, latte di mille tipi diversi, cereali, frutti rossi, pomodori, melone, uova, torta al cioccolato e frutta a guscio, succo di mela e potrei continuare ancora. Tenendo sempre d'occhio il meteo, che fino ad ora si era comportato benissimo, abbiamo scelto di visitare Göteborg, lasciando la gita su Brännö per il sesto giorno. Il traghetto ci ha portati in città con la solita disarmante puntualità, appena arrivati abbiamo visitato il quartiere Haga, famoso per i negozi tipici, l'handmade, il vintage.
Ho comprato? Certo. Ho comprato tanto? Temo di sì.
Ma non è colpa mia se ad ogni angolo c'era un negozio di moda sostenibile, abiti fatti a mano e cavallini Dala. Pranzo ottimo al Feskekorka con birretta e un secchiello (letteralmente) di bocconcini di salmone marinati in mille modi diversi. Nel pomeriggio giro veloce al parco, visita alle serre, infinita ammirazione per l'organizzazione di un festival dedicato ai bambini con caccia al tesoro tra le piante, workshop e musica. Fine giornata all'Universeum, che per me che non amo gli animali in cattività tutto sommato non è stata una tappa fondamentale. Cena a base di - che ve lo dico a fare - salmone. Urge variazione sul tema.

Dal traghetto verso Göteborg

Göteborg

Parco a Göteborg

Brännö

Cosa mi ha colpito di Göteborg? I colori pastello sparsi qua e là, la tranquillità, le serre, la capacità di godersi il momento delle persone che abbiamo incontrato.

Göteborg

Nelle serre a Göteborg

Giorno 6
Colazione più abbondante della prima (se mai fosse possibile) con l'intento (fallito) di saltare il pranzo. Super esplorazione di Brännö e di Galterö, una piccola isola collegata da un ponte ancora più piccolo. Per prima cosa abbiamo raggiunto il molo sud, ci siamo sdraiati sulla spiaggetta e, come tradizione vuole almeno una volta nel corso delle vacanze, mi sono addormentata. Dopo un'oretta di sonno profondissimo ci siamo rimessi in marcia e, alla faccia dei buoni propositi, abbiamo mangiato focaccine, sgombri sott'olio e birra fresca nell'area pic nic accanto all'unico, minuscolo supermarket di Brännö. Attraversata la foresta abbiamo quindi raggiunto la riserva naturale di Galterö: una folgorazione. Paludi, erica viola in fiore, spiagge, rocce arrotondate dal vento, uccelli marini, conchiglie, pecore. Pecore in ogni dove. Impassibili, semi addormentate, molto affamate, dai musi simpaticissimi. A un certo punto ha iniziato a piovere piano, poi più forte, poi di nuovo piano. Ho filmato il momento perché era di una potenza enorme. Cessata la pioggia ci siamo seduti sulla riva del mare, qualche decina di metri da noi una mamma e una bambina biondissime giocavano sulla sabbia. Rientrare "alla base" non è stato facile, tanto che, a cena, abbiamo deciso di tornare in paese per mangiare nell'unico vero ristorante che c'è e per poi fare un'ultima passeggiata tra i giardini, le barche e gli scogli sul mare.

Brännö

Brännö

Galterö
Galterö

NORVEGIA - OSLO

Abbiamo salutato Brännö con il cuore pieno di amore per lei e una nemmeno troppo scherzosa intenzione di tornarci a trascorrere la vecchiaia.

Giorno 7
Siamo arrivati a Oslo con il bus, perché tutti i treni erano completi. Tre ore di viaggio super confortevole tra le campagne scandinave e quando siamo scesi ci ha accolto una città molto più trafficata di quanto mi aspettassi. Nei giorni a seguire ho imparato che sì, ci sono tante auto, ma sono in buona parte elettriche. Il primo giro che abbiamo fatto, appena lasciati i bagagli in albergo, è stata una lunga passeggiata per scoprire l'Opera House (con e senza pioggia) e per esplorare le aree portuali della città. Passaggio nel parco della Fortezza, cena al Salt, una sorta di festival/street food dove però siamo arrivati un po' tardi e molti degli stand che ci interessavano erano già chiusi (ricordatevi che in Norvegia, ma in generale nel grande nord, si cena al massimo alle 19) e tutti a nanna.
L'hotel dove abbiamo alloggiato era un Thon, a quanto parte Oslo ne è piena, lo si deduce facilmente osservando la quantità di ombrelli rossi di cortesia che si aprono ovunque appena inizia a piovere.

Opera House - Oslo

Opera House - Oslo

Salt - Oslo

Oslo

Giorno 8
A chi ogni tanto ama leggere gialli scandinavi e, in particolare, gialli norvegesi, vagare per queste vie risulterà familiare. Io, per esempio, a Grünerløkka mi sono sentita a casa, grazie alle pagine di Anne Holt così realmente ambientate. Un quartiere bellissimo che non vedevo l'ora di visitare, con negozi vintage, charity shop, graffiti, aree riqualificate in maniera originale ed estremamente moderna, fiori, parchi giochi per bambini davvero interattivi (vi basti pensare che, al posto del solito scivolo, ci sono piccoli sistemi di chiuse da aprire per far scorrere l'acqua nel fiume accanto).

Grünerløkka

Grünerløkka

Grünerløkka

Abbiamo pranzato al Mathallen, il mercato coperto, ascoltato il pianoforte pubblico suonare Le Vals d'Amelie grazie a generosi avventori di passaggio e tra uno scroscio di pioggia e l'altro abbiamo raggiunto il Munchmuseet.

Mathallen

In questo momento il museo ospita una mostra, intitolata Exit! e dedicata all'uscita delle opere verso una nuova destinazione: la galleria d'arte in via di costruzione che sarà pronta nel 2020. Come ho più volte scritto su Instagram, una delle cose che mi ha colpito di più in questo viaggio è la capacità di valorizzare ciò che c'è nelle città che abbiamo visitato. Portatrici ci un decimo di quello che abbiamo in Italia, ma certamente più brave a comunicare, rendere fruibile, raccontare il proprio patrimonio.
Inutile che vi spieghi la bellezza delle opere esposte, potete immaginarvela da soli, quello che magari invece non riuscite a visualizzare è l'opportunità di conoscere autori e storia anche attraverso, per esempio, la possibilità di sfogliare liberamente vecchi cataloghi espositivi nel bel mezzo di una mostra.

Munchmuseet

Munchmuseet

Munchmuseet

Alla sera cena thai vicino all'albergo (il bamboo si può considerare verdura, sì?) e letto presto.

Giorno 9
Un ultimo giorno a tratti piovoso, con un bellissimo giro al Parco di Vigeland, tra fiori, statue, pettirossi e prati lasciati crescere indisturbati per favorire gli insetti impollinatori (il tutto spiegato con cartelli per i pubblico). Pranzo al sacco a base di focaccine svedesi "importate" direttamente da Brännö e salmone locale, oltre a due banane trafugate dalla colazione più abbondante mai vista servita dall'hotel. Sulla questione breakfast occorrerebbe scrivere un post a parte: va bene tutto, signori, vanno bene uova e bacon alle sette di mattina, posso comprendere anche i salumi e i formaggi alle otto. Ma zuppa di fagioli, funghi e pomodori ripieni, salmone affumicato, polpette e sardine marinate prima delle 11 proprio no. Questa roba si mangia a pranzo, se siete fashion anche al brunch. Non prima!

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Dopo il pic nic sul prato di fronte al The Viking Ship Museum siamo entrati a vedere le tre navi ritrovate in anni di scavi. Come ho già scritto a proposito del Munchmuseet c'è poco da fare: due grandi sale in cui volendo si può trascorrere mezza giornata, osservando i sistemi di controllo conservativo dei reperti, guardando il cortometraggio che racconta (con animazioni e ricostruzioni video) la vita vichinga, scattando foto dai tanti "punti panoramici" sparsi nel museo, perché inquadrare dall'alto una nave di quindici metri e tutta un'altra cosa. Anche questo museo sta per spostarsi: è, infatti, in via di costruzione una sede molto più grande moderna.

The Viking Ship Museum

Siamo rientrati in centro con il traghetto, abbiamo raggiunto l'albergo attraversando il quartiere storico, pronti per fare le valigie. Una volta preparati i bagagli siamo usciti a cena, meta lo Schrøder, uno dei luoghi più famosi dei libri di Jo Nesbø (di cui non ho mai letto nulla, ma non appena atterro corro in libreria). Abbiamo ordinato un piatto di carne e uno di pesce, io, finalmente, ho assaggiato la renna! Alla fine del post proverò ad approfondire un po' la questione cibo scandinavo, tanto ormai sono andata lunghissima.
Siamo rientrati prendendola larga, attraversando un quartierino tutto colorato, circondato da orti urbani e fiori bellissimi. Siamo passati di nuovo da Grünerløkka, questa volta costeggiando il fiume e ci siamo fiondati a letto data la sveglia presto pro volo.

Grünerløkka

Cosa mi ha colpito di più di Oslo, a parte tutto quello che ho già scritto? La street art, usata ovunque. Per abbellire i quartieri più famosi, quelli più nuovi e "alternativi" o, semplicemente, per personalizzare aree in cui sono in corso lavori e cantieri.

Grünerløkka

Cantiere ad Oslo

Grünerløkka

Approfondimento cibo: se siete vegani e vegetariani, se siete nostalgici della pastasciutta e del gelato, la Scandinavia non offre piatti tipici esattamente ritagliati sulle vostre esigenze. Offre, però, moltissime cucine internazionali che, penso, possano soddisfare tutti.
Noi non sentivamo la necessità di mangiare pasta e pizza, anzi, avevamo voglia di provare le pietanze del nord. Al terzo giorno di gamberi e salmone, però, ho cominciato e temere lo scorbuto e ad avere bisogno di verdure. No problem: insalate di tutti i tipi (anche senza salmone!) e cibo asiatico a volontà. Un paio di gelati confezionati e tante brioches alla cannella, marmellate, pane e burro, persino il caffè, ormai, non è più un miraggio come un tempo. Il costo è alto? Boh, sì se si vuole a tutti i costi mangiare al ristorante. Di nuovo, le alternative sono molte: mercati, street food, pranzi al sacco sfruttando le svariate proposte di pesce in scatola e di carboidrati sotto forma di pane e focaccine. In generale non abbiamo mai superato i 35 euro a testa (quando ci siamo trattati molto bene) e, soprattutto a pranzo siamo sempre rimasti intorno ai 5-10 euro a persona. Insomma, per come l'abbiamo vissuta noi è fattibile, non economica, ma fattibile. Idem per i trasporti, ma servirebbe un post a sé.

Manfreds - Copenhagen

Brännö Varv Café och Bar - Brännö

Schrøder Restaurant - Oslo

Foto bonus prima di chiudere il post più lungo della storia:
Un'amica, sull'isola di Galterö