venerdì 30 dicembre 2016

Cavalli, torte, ometti e betulle


7.46: treno per Ventimiglia, fermata Loano.
10.33: bus per Verzi, fermata Capolinea.
E da qui gambe, sentieri e tanto sole.

Viste le temperature, decisamente anormali per questo periodo dell'anno, siamo saliti in maniche corte e se avessimo potuto ci saremmo tolti anche quelle. La prima cosa che ci ha colpiti sono stati i filari di eucalipti, abbiamo affondato le dita nei rami potati a bordo strada ed è stato subito Vicks Vaporub. Poi sono arrivati i limoni, gialli nei frutti e nelle foglie e la strada è diventata bianca di roccia saponaria. I corbezzoli erano maturi (buon per me!), gli zaini pesavano ma non troppo e i bianconi volavano bassi. Unica nota stonata: i cacciatori incontrati sul sentiero, con il fucile tra le braccia, subito rivolto altrove.

Il percorso è durato più o meno tre ore, noi ci siamo fermati molto spesso, per fotografare praticamente tutto e mangiare seduti su una roccia piatta lungo il torrente. Appena arrivati al Rifugio sembrava di stare sul set di un film di Wes Anderson: betulle, laghetto, erba corta e persiane rosse. Ci siamo sistemati un poco e abbiamo chiesto informazioni per proseguire a camminare ancora un po'. Sotto consiglio di Valentina e Lorenzo, i meravigliosi gestori di Pian delle Bosse, abbiamo scelto il Sentiero degli Ometti, fino al presepe nella roccia, attraversando una pietraia bianca ricoperta di licheni giallo fluo talmente bella da togliere il fiato. Di fronte a noi un canyon di pietre geometriche sprofondato in coltri di nebbia dense, velocissime e trasformate in nuvole di latte dal sole delle tre.
Abbiamo continuato ancora un poco in salita, il tempo di una foto a un piccolo albero ritorto e cresciuto tra i sassi più alti (l'immagine di questo post) e siamo rientrati. Ad attenderci la torta di pesche e mele più buona che avessi mai mangiato.

Un salto in stanza, un po' di riposo e via con la cena, degna di un ristorante di prima categoria, con "l'aggravante" della stufa accesa e della gatta arancione alla ricerca di coccole. La notte è passata tranquillissima, nel buio e nel silenzio più totali e noi, memori dell'ultima volta in rifugio con il cellulare del demonio lasciato accesso in camerata, non potevamo essere più contenti.

Dopo una colazione con torta al cocco e alle nocciole, pane fatto in casa e cotto al calore della stufa, crema di latte, marmellate e caffè siamo partiti alla volta del Monte Carmo: un anello di circa 3 ore e mezza tra prati innevati, creste esposte in pieno sole, piccole faggete e branchi di cavalli selvatici (su questo punto devo applaudire a me stessa: ho vinto una grande paura e, seppur con la schiena un tantino rigida, ho attraversato il gruppetto equino senza morire d'infarto).

Il panorama dalla Vetta era uno spettacolo, Alpi e mare in un colpo solo, neve e caldo contemporaneamente.

Da qui siamo ridiscesi proseguendo lungo l'anello prestabilito, abbiamo camminato sul sentiero all'ombra e quindi ancora pieno di neve e abbiamo visto il più bel bosco di betulle che avessi mai incontrato prima di allora. Siamo arrivati al Rifugio giusto in tempo per pranzare alla grande (le tagliatelle al sugo di noci e nocciole le sognerò ancora a lungo) e ripartire verso casa: alla fine, complice anche l'assenza totale di mezzi di trasporto da Verzi a Loano, al termine della giornata abbiamo totalizzato 20 km di cammino, che sommati a quelli del giorno prima fanno i cingoli che mi ritrovo oggi al posto delle gambe :-)

Questa avventura di un paio di giorni, come al solito, sembra essere durata una settimana e io spero che il suo effetto duri a lungo. Prima di andare non stavo bene, i sintomi dell'influenza si facevano largo ed ero convinta che avrei dovuto rinunciare. Poi ho capito: non ero malata, avevo solo bisogno di camminare, di vedere alberi e annusare aria invernale, di saltare sulle rocce e dormire nel sacco a pelo, di sentire freddo e toccare la neve.





sabato 24 dicembre 2016

Natale arrabbiato


Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.

Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.

Io lo amo e sempre lo amerò.


Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.

Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.

P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.




giovedì 15 dicembre 2016

Ad alta voce

Il titolo del post mi è capitato in bocca l'altra sera.
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.

Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.

Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.

Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.

Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):

"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."






mercoledì 7 dicembre 2016

Ricrescere, sempre


La mia vita, come credo quella di tutti, è da sempre costellata di battute di arresto e goffe ripartenze.
Ogni tanto, di solito passano mesi o addirittura anni tra un avvenimento e l'altro, le cose si complicano talmente da diventare pesantissime e difficili da gestire, la fatica si mette al volante e io non riesco a fare altro che non sia sedermi sul sedile posteriore e lasciarmi portare.
Mi pesa, mi pesa moltissimo, perché vorrei invece avere la forza di prendere il comando della situazione e di tirarmi fuori dal caos il prima possibile; poi, però, in sere come questa, penso che forse la chiave di tutto stia proprio nel lasciar andare gli eventi, senza accanirsi, senza cercare di contrastare la corrente, provando, piuttosto, a riposare in attesa di tempi migliori.

Stanno succedendo tante cose belle, una su tutte la diffusione inesorabile, divertente, inaspettata e a macchia d'olio del mio libro: è arrivato in libreria, è arrivato nelle scuole e nelle case, forse arriverà nelle fiere e nei laboratori prima del previsto: una bella soddisfazione. Io subisco battute d'arresto, come dicevo all'inizio, lui invece, piccolo e colorato, va avanti come un treno, anche al posto mio.

Oggi, dunque, ho bisogno di calma, di rifugio e, lo sapete, queste sono due cose che (per me) risiedono sempre in un elenco.

Via, dunque, alla lista di dieci motivi per cui vale la pena ricrescere, come i capelli colorati alla caxxo di cane da un parrucchiere che non ascolta, come la fiducia in se stessi davanti ad un'infinita serie di corsi a scuola in partenza la prossima settimana, come la forza di studiare (nelle vacanze) qualcosa come mille pagine per un esame, come la capacità di non mandare a quel paese il tecnico della caldaia che in due giorni ti chiede quattrocento euro per fare e per riparare quello che ha fatto. Quattrocento euro: un intero corso a scuola, un esame all'università, la giacca gialla e le scarpe verdi che tanto mi piacciono, il Fairphone, venti libri piuttosto costosi, dieci cene all'Osteria della Collina. Uffa.

1) L'Autunno nella mia città, che sto apprezzando troppo poco, ma che vedo ogni giorno, senza avere il tempo e la voglia di raccogliere le foglie gialle che incontro (a parte qualche caso imprescindibile)

2) Il Secret Santa di Cindy: il pacchetto è pronto, partirà tra qualche giorno e dopo aver visto a chi arriverà non posso che essere curiosa e felice di avere l'opportunità di conoscere una persona (almeno apparentemente) così simile a me!

3) Due concerti in tre giorni, tanto belli quanto diversi tra loro

4) Una giornata nell'acqua calda delle terme, tra foglie rosse, ravioli al sugo d'arrosto, capelli a cespuglio

5) Una camminata lungo l'Acquedotto Storico di Genova, l'ennesima, bella come la prima e come la prossima

6) Una nuova serie TV che mi fa venire voglia di ristudiare la storia contemporanea

7) I gioielli comprati da Demodé

8) Una cena di gala, inaspettata quanto divertente, in un posto meraviglioso

9) Un pomeriggio a giocare a uno due tre stella, in mezzo alla strada, per fare felici Emiliano e Martino, dopo un pranzo tutti insieme

10) Una mattina in ospedale, per togliere il tutore di mamma e iniziare finalmente a vedere un'uscita da questo delirio




giovedì 24 novembre 2016

Sono gotica, ma non lo sapevo.

Sto preparando un esame, da qualche parte forse lo avevo già scritto, ma non è questo il punto. Il punto è che più sfoglio e leggo più scopro cose (che non sapevo) di me. L'argomento, il restauro dell'architettura, non mi è del tutto nuovo, il resto invece sì. Sto imparando a studiare senza avere il tempo per farlo, dovendomi dedicare a mille altre cose prima: in questo modo aprire i libri diventa un piacere, quasi un momento di riposo. Se le voci della bibliografia non fossero così tante sarebbe meglio, ma non mi lamento perché, dopotutto, senza questa opportunità forse non avrei mai saputo di essere gotica.


Disclaimer: con "essere gotica" non intendo un'amante dello stile darkettone, capello nero/blu, borchie, panta in pelle e reti sparse. Sia chiaro, moda rispettabilissima che sta bene a molte, ma non a me. Chi mi conosce sa che faccio più parte della grande famiglia degli elfi (colori della terra, capello rossiccio, occhio verde nocciola e passione per prati, boschi, fiumi e affini); quando scrivo che sono gotica intendo dire che mi appartengono molte delle caratteristiche che Ruskin, l'autore del libro che sto studiando, attribuisce ai costruttori di questo periodo stilistico. Non lo dubitavo minimamente ma, dopo averle lette, anche alla luce delle mie indiscutibili passioni (foglie, forme naturali, decorazioni), non posso che arrendermi all'evidenza e ritrovarmici completamente.

Ecco quello che ho sottolineato e riscritto stamattina:

"tali caratteri (dello Stile Gotico ndr) si riferiscono alla costruzione; riferiti al costruttore potrebbero chiamarsi così: 1) Selvatichezza o Rozzezza; 2) Amore per la varietà; 3) Amore per la natura; 4) Immaginazione agitata; 5) Ostinazione; 6) Generosità"

Immaginazione agitata: non è meraviglioso?

Solo poche ore fa ero qui, in uno dei miei posti del cuore, per seguire un corso di monotipia intitolato Herbarium Fantastico. Il primo soggetto che ho impresso è la foglia di felce che vedete in foto. Quella lassù, sulla destra, la raccolsi invece un paio d'anni fa durante una gita nei boschi della riviera e la pressai dentro Tessa La Pressa per qualche mese. Il risultato è perfetto, è così bella che alla fine non sono mai riuscita a lasciarla andare e a infilarla in qualche busta d'auguri. Il disegno da stampare, invece, l'ho scelto tra le tante possibilità che Alex ci ha offerto e, mi pare evidente, ho seguito il mio gusto senza dubbi, cercando il complesso, l'arzigogolato, il minuto, il selvaggio.
Quindi, mi viene subito in mente l'ultimo Leggermente che ho scritto (a proposito, questo mese cause di forza maggiore mi stanno impedendo di tenere fede ai miei impegni e probabilmente l'edizione di Novembre purtroppo salterà), dedicando tutto il post al concetto di wild, di natura incontaminata, di luogo sacro in cui (ri)trovarsi e (ri)sentirsi a casa.

Ecco che nel giro di un mese mi sono identificata in due libri molto distanti fra loro, sia cronologicamente sia a livello di contenuti e di pubblico a cui sono rivolti. Ma quando l'argomento, in entrambi i casi, nasconde l'essenza più intima di una persona il gioco si fa subito più facile.
Sempre.
Non è vero?

P.S. Nella foto, sulla sinistra, l'ultima tavola contenuta nel libro "La natura del Gotico" di John Ruskin.

venerdì 18 novembre 2016

Punture e conigli


Oggi ho visto un sacco di conigli e quando dico un sacco intendo un sacco. Come si vede dalle foto, compresa quella scelta per il post, loro hanno visto me. Si sono avvicinati, sono scappati, mi hanno guardata da lontano, non mi hanno filata di striscio. Il più bello, nemmeno a dirlo, era un poco siamese, ma pure il ciccione marrone scuro non scherzava. Tutte queste morbide bestiole, incomprensibilmente rimaste a casa loro e non nella mia borsa, vivono qui, un posto in cui vado da anni, da sempre direi, ma una cosa del genere non l'avevo proprio mai vista.

Per onore di cronaca, però, devo ammettere che ho incontrato anche lui, non meno bello (se non fosse stato per la coda un tantino spelacchiata assente) e non meno spavaldo. Ha rincorso tortore su quell'albero arancione per un tempo infinito (che, da brava stalker, ho trascorso osservandolo incantata), poi si è fermato e si è dedicato ad un'altra attività: guardarmi malissimo, tanto da spaventarmi e costringermi a smetterla di dargli fastidio, giustamente.

Sto piano piano tornando indietro e risalendo lungo la settimana al contrario: l'avventura al parco è una cosa recente, successa stamattina, mentre accompagnavo mamma a fare commissioni e passeggiate. Come sta? Sente male, parecchio male, dorme male, parecchio male, ma non s'arrende, come al solito. Io sono stanca, ma va meglio di qualche giorno fa, quando in preda ad ansie, notti completamente insonni e frigo vuoto mangiavo al volo ovunque, mi addormentavo sull'Uno che attraversa la città impiegando moltissimo tempo e garantendomi quasi un'ora di sonno, aspettavo treni nel gelo di stazioni deserte.

Dall'ultimo post cosa è cambiato?
Mamma è a casa, un po' sua un po' mia, io sono (quasi) sempre con lei. Sono diventata persino bravina a fare le punture e occuparmi di tutto il resto non è mai stato un problema. Avrei solo bisogno di più tempo e di un'organizzazione un tantino più sensata all'esterno, ma, come dico sempre, gli altri non li possiamo né controllare né cambiare e per quanto mi riguarda è anche poco sensato chiedere, rispondere o far notare. Come si dice, inutile accendere la luce a un cieco.
Un'altra cosa che è cambiata, o meglio, che è cresciuta a dismisura è l'interesse per il mio libro: dopo il workshop che ho tenuto lo scorso week end ad ABCD un sacco di insegnanti mi hanno contattata, mi hanno fatto i complimenti e hanno dimostrato grande curiosità per i laboratori che ho proposto. Ne sono felicissima, pure un po' sorpresa, sicuramente lusingata e farò del mio meglio per non deludere le aspettative di tutti, comprese (e in particolare) le mie.

Domani weekend, al lavoro di pomeriggio e con qualche idea boschiva all'orizzonte, dipenderà dal tempo e dagli imprevisti, da mamma e dalla stanchezza. Per adesso il solo pensarci mi mette di buonumore e chi sono io per impedirmi di essere contenta?

P.S. Per essere certa di farmi davvero felice mi sono regalata un piccolo ordine su Demodé, ma ve ne parlo appena arriva!


giovedì 10 novembre 2016

"Non mi dire stai tranquillo, perché tranquillo non sono"


"Pronto mamma, dimmi"
"Elena, sono caduta"


Inizia così una tranquilla settimana di paura, in piena fine Festival, in pieno weekend.
Frattura scomposta dell'omero con tanto di operazione indispensabile.

Scrivo questo post in progress qua e là, un po' sul treno, un po' a casa, un po' a Vesima, mentre annaffio le piante e concedo un'ora d'aria alla gatta.
Domani c'è l'intervento, magari aggiornerò la situazione tra qualche ora, o tra qualche giorno. Sono cose che capitano, poteva andare peggio, poteva pure andare meglio.
Lei pensa alle sue lezioni con "i negretti" che le mandano messaggi di affetto e pronta guarigione, pensa al Presepe del paese da cominciare, pensa alla festa d'autunno (ma giuro che se ci riesco ce la porto), pensa al suo adorato lavoro a maglia, alle sue uscite con la scuola d'arte, al pilates, al bodyrolling, al giardinaggio.
Io penso a lei, al recupero che potrebbe essere lungo, al fatto che abitiamo sufficientemente distanti per essere nella merda, alla degenza a casa mia che è piccola e inadatta, ad Agata che in centro storico si sentirebbe (e forse si sentirà) reclusa, alla fisioterapia che chissà dove la farà, a mio padre che non c'è e ai fratelli che non ho.

Però poteva essere il femore, o una vertebra, o la testa e poi, dato il periodo complicato, questa sberla mi aiuterà a relativizzare e a dare il giusto peso alle cose che meritano attenzione, già lo sento.
Nel frattempo mi alzo, infilo il naso in un caffè quando ho ancora con gli occhi chiusi, lavoro o sbrigo commissioni, vado in ospedale per pranzare insieme (oggi io fagiolini lessi e lei polenta col sugo, per dire), salto su un bus, poi su un treno, poi su un bus e raggiungo la gatta, la faccio uscire un paio d'ore, la nutro, le metto la crema sull'occhio e sulle orecchie, ritiro la posta, aggiorno i vicini, risalto su un bus, su un treno e su un altro bus e vado da mamma. Lei cena, io la guardo, la aiuto a lavarsi, ritiro la biancheria sporca e me la porto a casa, mangio con la testa nel frigo e crollo a letto.

Tutta sta girandola la faccio ascoltando in loop l'ultimo album degli Ex Otago, immaginando di ballare ogni singola canzone con una maxibirra in mano e stilando elenchi immaginari di cose che vorrei fare in questo periodo, per distrarmi e non pensare alle prossime settimane di laboratori, corsi a scuola, lezioni e delirio.
Per ora me la sto cavando egregiamente, proud of me.

Nel dubbio, vai di wishlist disordinata, senza punti saldi, con un desiderio di seguito all'altro: andare a Torino per dormire di nuovo qui, visitare il Museo Egizio dopo tipo 25 anni, svaligiare Melissa, guardare le luci d'artista con il naso all'insù; godermi una cena costosa, magari di pesce; fare una gita nuova (ma anche vecchia) nel freddo del bosco di fine autunno; riprendere a correre con costanza al Porto Antico; bere un black russian; trascorrere una giornata alle terme; andare a ballare; perdermi in un mercatino dell'usato; fotografare un posto nuovo con calma, reflex e luce giusta; leggere un libro avvolta nel plaid, bevendo una tisana rovente e mangiando biscotti con le gocce di cioccolato.

Poi, alla fine, la cosa che vorrei di più, è che domani andasse tutto bene e che il futuro prossimo di mamma (e mio) fosse insperabilmente semplice, o, almeno, non troppo complicato.
Si vedrà!

P.S. Ad ogni modo, un enorme airone lento e placido poco fa ha volato sopra il giardino, sopra la mia testa, prima di andarsi a riposare nel fiume. C'è da stare tranquilli.

P.P. S.S. Due ore fa mi è suonato il telefono, numero sconosciuto. Ho risposto ed era lei, mamma, che mi chiamava dalla sala per dirmi che sarebbe salita in reparto con un po' di ritardo, ma tutto ok. Il gene della precisione non l'ha perso.

P.P.P. S.S.S. Di nuovo a Vesima a pascolare la gatta, incastro tutto e vado avanti.







venerdì 4 novembre 2016

F come Flamingo

Scrivo questo post a due settimane di distanza dall'ultimo. Mi capita di rado, ma a volte succede.
Motivi? Tanti. Motivi principali che userò per spazzare via gli altri: il lavoro e la promozione del mio libro.
Se non sono al Festival della Scienza o alla Fabbrica di Staglieno sono a casa che scrivo post su Facebook, rispondo a mail, leggo messaggi di persone interessate all'acquisto o semplicemente curiose di saperne di più.

Sia chiaro, tutto questo mi lusinga, mi stupisce e mi fa sentire molto fortunata!

Nel frattempo, però, ho pensato anche di accogliere l'autunno (ormai quasi inverno) con un ordine che si rispetti: un ordine da Flamingo Bergamo.
Ecco di cosa voglio scrivere oggi, per rimanere leggera e per consigliare ancora una volta a tutti di comprare da Daniela, perché i suoi articoli sono belli, originali e made in Italy o comunque attenti alle tematiche (a me tanto care!) della sostenibilità ambientale e umana. Perché le consegne sono veloci. Perché la gentilezza di chi sta dall'altra parte del bancone è super.

Quindi, bando alle ciance, vi presento i miei acquisti:

- 1 paio di leggings - pantalone a righe che sono la fine del mondo. Morbidissimi, comodissimi e caldissimi (non che qui a Genova, in questi giorni, ce ne fosse bisogno: 25 gradi fissi).

- 1 maglia, a righe pure quella (regalo di mamma, a onor del vero). Il mix di colori sta bene con tutto: c'è il verde che, lo sapete, è il mio, ci sono il blu e il nero accoppiati che a me piacciono sempre tanto.

- 1 bracciale che mi sono regalata per l'uscita del libro (e fatica annessa). Ho scelto la scritta "STAY WILD" perché è quella che, in assoluto, sento più mia. Se avessi saputo l'entità delle settimane che mi aspettavano, però, di bracciali me ne sarei comprata anche più di uno, probabilmente avrei preso "AVRÓ CURA DI TE", sicuramente avrei ordinato "VAFFANCULO".

- 1 serie di scatolette per il cibo, perché le lascio sempre ovunque, perché tutte le persone che conosco credo abbiano una mia scatoletta per il cibo.

- due regalini per un'amica che ha compiuto gli anni da poco. Visto che devo ancora consegnarli e che non sono sicura non legga questo post, preferisco non scrivere nulla di più :-)

Non sono solita raccontare tutto ciò che compro, anche perché, ultimamente, sto acquistando poche cose e sempre dopo averci riflettuto su parecchio. Vestiti solo se servono e se rispettano le condizioni di cui ho ormai parlato molte volte. Oggetti solo se indispensabili (tipo pentole, piatti, cose così). Libri senza ritegno (nessuno è perfetto).
Il motivo per cui di Flamingo scrivo sempre (qui, qui e qui i precedenti) l'ho già detto: ne vale la pena per un sacco di ragioni. Se poi riuscite a fare un salto in negozio... tanto meglio!

P.S. La foto non c'entra niente con il post, lo so. Ma avevo bisogno, tanto bisogno, di sentieri.


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sabato 22 ottobre 2016

L'Estate al collo

Scrivo da casa di mamma e non più tardi di ventiquattro ore fa passavo di qui con uno zaino pesantissimo sulla schiena e il cuore altrettanto pesante nel petto.

Mi spetta qualche giorno da cat sitter di questa signorina e, sicuramente, un po' di distanza da tutti gli impegni mi farà bene. Esiste il lavoro da casa ed è pur sempre il week end, lunedì sarò operativa e sul pezzo, come se nulla fosse successo.

Dopo l'ultimo post sul mio primo libro in uscita (in realtà è già disponibile da ieri a questo link, con un po' di sconto e le spese di spedizione gratuite), oggi vorrei scrivere di qualcosa che nasce dalle mani creative di un'altra persona.
Si tratta del ciondolo nella foto (forse si vede meglio sul mio profilo Instagram) che, qualche giorno fa, è arrivato via posta riempiendomi di gioia. La collana è opera di Aspettaevedrai, una bravissima artigiana: se non la conoscete ancora, potete trovarla qui, qui e qui. Il suo shop invece è qui.

Come vedete dalle immagini di Sara, i ciondoli in ceramica sono solitamente tondi, ovali, a goccia, rettangolari, ma sempre e comunque dalle forme lineari. Il mio, invece, è irregolare e pure un po' concavo, perché il pezzo che ho scelto me lo ha portato un'onda. Stavo camminando sulla battigia, durante una giornata nuvolosa, a tratti pure piovosa, decisa a non arrendermi e a godermi una delle ultime domeniche al mare di questa estate ormai lontana. L'ho visto lì, tra i sassi scuri e l'ho raccolto. C'era una casa, c'era un ponte, c'era qualche albero: quanto bastava per farmene innamorare.

Ho pensato immediatamente di conservarlo, poi ho pensato a Sara e alla sua bravura e, ancora seduta sulla sabbia, le ho scritto. Lei ha accettato subito di costruire una collana attorno alla mia piccola casetta color mattone, quindi, qualche settimana dopo che le avevo spedito il coccio, il gioiello è arrivato. Più bello che mai.
Sono contenta di questo nuovo abitante del mio portagioie, sta lì appeso (quando non lo tengo al collo) insieme a tutte le altre collane, in particolare alla collana di Demodé Jewels comprata all'East Market e alla Myselfie di Rita.

Sono riuscita nel mio intento: avere a portata di mano l'Estate fino a quando lo desidero, per poter ripensare ogni volta che voglio a quella giornata bellissima, alle ali di pollo fritte sotto l'ombrellone, al bambino chiuso nel suo mondo che gioca da solo sulla riva, ai taralli di mille sapori, al cane sdraiato sull'asciugamano della vicina, a madre e figlia che si fanno fare le trecce di stoffa ai capelli.

Grazie a Sara che mi ha aiutata nell'impresa, grazie al mare che mi ha donato un ricordo.

lunedì 10 ottobre 2016

Il mio primo libro!

Sono passati quasi due anni dalla prima mail che ho ricevuto a proposito di questo libro. Stavo seduta su una panchetta al Salone del Restauro di Ferrara (e questo la dice lunga sulla schizofrenia della mia vita) aspettando che si liberasse il bagno.

Una casa editrice che, lo confesso, all'epoca conoscevo appena, stava cercando una collaborazione per la pubblicazione di alcuni testi di tecnologia e robotica dedicati ai bambini e ai ragazzi, con un occhio anche al mondo degli adulti che con i bambini e i ragazzi hanno a che fare ogni giorno. Mentre leggevo le richieste mi sentivo già enormemente fortunata ad essere in copia nella mail: significava che l'Associazione con cui collaboro ormai da anni stava pensando a me, mi riteneva all'altezza di questa impresa, credeva nelle mie possibilità

Mi stavano chiedendo di scrivere.

Come sempre, per tutto il tempo, la persona che meno ha avuto fiducia in me è stata la sottoscritta.
Questo non vuol dire che ci abbia rinunciato, anzi, credo di aver iniziato a buttare giù idee e appunti già sull'Intercity del ritorno da Ferrara, di aver cominciato a scrivere seriamente subito dopo la prima riunione con l'editore e di aver continuato un po' ovunque. Un posto su tutti ancora una volta il treno, a sto giro mentre rientravo da Trento dopo una giornata di laboratori, stanca morta, in uno scompartimento buio e freddo.
È risaputo, mettere nero su bianco qualsiasi cosa non mi ha mai spaventata, tanto meno quando si tratta di argomenti che amo.
In questo caso, però, non era così semplice: scrivere un libro di attività creative e tecnologiche rendendole comprensibili a tutti, senza cadere nel didascalico, ma anche senza essere troppo coinvolta è stato a tratti complicato. Io, che durante i laboratori porto sempre esempi personali e privati, dovevo riuscire a distaccarmi un pochino, mantenendo però una giusta dose di quotidianità: era importante facilitare l'immedesimazione e la comprensione, affinché tutti potessero provare le attività proposte, senza fatica.

Non entrerò qui nel merito di ogni capitolo, perché non è la sede giusta, ma si tratta di un piccolo manuale di ricette robotiche fai da te, realizzabili a basso costo, usando componenti elettrici semplici (acquistabili, tra l'altro, insieme al libro, in una piccola valigia piena di materiali tecnologici). I personaggi principali, però, non sono soltanto cavi, motorini, batterie e led, ma anche oggetti destinati ai rifiuti a cui possiamo regalare una seconda (e, perché no, una terza, una quarta...) possibilità.
Da quando ho iniziato a occuparmi di divulgazione scientifica ho riservato uno spazio sempre molto ampio al riciclo, incentrando intere attività sul recupero dei rifiuti e sulla sostenibilità, che si trattasse di laboratori di robotica non è mai stato un problema: non ci sono limiti di argomento per parlare di ecologia e imparare a riutilizzare un oggetto apparentemente perduto.
Alcuni concetti chiave mi permettono ogni volta di affrontare contemporaneamente materie diverse e distanti tra loro: creatività, ingegno, collaborazione e fantasia aiutano a spiegare argomenti difficili come le leve con una semplice molletta per il bucato o di portare un po' di biologia in un laboratorio di robotica, mescolando animali marini e organi fotofori con led, batterie e nastro adesivo.

È il mio primo libro, ho sempre pensato che presto o tardi lo avrei scritto, così come ho sempre pensato che non ci sarei mai riuscita.

Di certo non immaginavo che avrebbe trattato un argomento come la robotica, indirizzandosi ai bambini e portando quindi con sé grandi responsabilità.
Però è andata e io sono felice, da qualche parte si doveva pur cominciare!

Concludo così, esattamente come inizio nel libro:

"A tutti i bambini che partecipano ai miei laboratori insegnandomi sempre qualcosa e a mio papà: sarebbe stato sorpreso e fiero di avermi trasmesso, almeno un po', i geni dell'elettronica".

lunedì 3 ottobre 2016

Stelle marine nel bosco

Sono di ritorno da Roma e chi un poco di mi conosce sa che i viaggi rappresentano un luogo fecondo per la scrittura, specie se in treno come oggi.

Ho trascorso meno di ventiquattro ore nella Capitale per partecipare ad un incontro di lavoro: la presentazione di un progetto a cui ho collaborato nell'ultimo anno e che, piano piano, si sta avviando alla conclusione. C'era forse un modo migliore di festeggiare che bersi un aperitivo quassù, sperando in un futuro per la nostra idea? Naaaaa.

In realtà in questo posto meraviglioso ero già stata, qualche anno fa, di nuovo in occasione di una fine. Evidentemente i Fori Imperiali sono il mio luogo dei saluti, la casa della resa dei conti. Diciamocelo: potrebbe anche andarmi peggio!

Sono stati due giorni compatti, trascorsi per la maggior parte seduti, tra vagoni, stazioni, saloni, ristoranti, letti e divani. Come sempre ho onorato la partenza con il ciclo, che, a sto giro, ha cercato di uccidermi, costringendomi a prendere una quantità di antidolorifici mai sperimentata, con mix che temevo letali e tempistiche assolutamente casuali.
Il risultato è che ho un sonno, come dire, importante e che prevedo di boicottare senza troppi sensi di colpa il pilates di questa stasera, anche perché, a proposito di notti, ultimamente le cose non stanno filando troppo lisce. La sera prima della partenza per Roma, ad esempio, ho inanellato una serie di sogni che tenevo (finalmente) lontani da mesi.

Innanzi tutto un bel cadavere, che alla fine si scopriva essere "solo" un quasi cadavere. Tornando a casa per preparare gli ultimi bagagli (sono bravissima a rendere estremamente realistici gli incubi, per esempio sognando un viaggio il giorno prima di un viaggio) per partire verso la Cina (e qui ci sarebbe un lungo capitolo da aprire), vedevo un cappuccio bianco galleggiare nel laghetto condominiale. Riconoscevo subito la giacca di mamma e mi lanciavo nell'acqua ghiacciata per salvarla. Una volta tirata fuori almeno la testa e urlato "Aiuto!!!" con tutto il fiato possibile, l'unica persona arrivata in mio soccorso era un ex fidanzato medico, attualmente non proprio veloce nei movimenti, che mi consigliava qualche medicina, mi guidava nella rianimazione e si muoveva lentissimamente verso di noi. La scena successiva si svolgeva a casa dei miei, un litigio tra me e mamma che voleva vendere tutto, nonostante la già bellissima vista dal terrazzo fosse ulteriormente migliorata: una seconda spiaggia era infatti nata in mezzo al mare, all'improvviso, favorendo la formazione di una vera e propria barriera corallina, con tanto di squali, coralli e acqua cristallina. Non ero la sola ad essere in disaccordo con la vendita: anche mio padre, seduto sul divano, decantava le bellezze della natura e mi sorrideva benevolo, apparentemente in ottima salute. Ultimamente, le rarissime volte che lo sogno (a differenza del passato, quando lo incontravo ogni notte), non appena compare mi rendo subito conto di essere in un incubo e tendo a svegliarmi. Questa volta, invece, mi sono difesa cambiando ambientazione e ritrovandomi in un bosco buio, su di un sentiero in salita, circondata da stranissimi animali: un serpente peloso (e, francamente, parecchio orribile) mi ha tagliato la strada all'improvviso, mentre una stella marina gialla, dal corpo pulsante adagiato su un muschio, mi ha svegliata definitivamente.

Non so cosa mi riserveranno le prossime notti, certamente posso dire di aver iniziato nel modo migliore la mia stagione preferita. Si vedrà!

P.S. A questo proposito, nella foto l'Autunno che arriva sui gelsi del Porto.



domenica 25 settembre 2016

Quella sensazione lì

C'è un'immagine a cui penso spessissimo.
Sta nascosta nella mia testa da un numero imprecisato di anni. La ricordo così bene perché l'ho rivissuta decine di volte e, come me, credo tutti quanti almeno in un'occasione.

Dall'inizio delle elementari alla fine delle medie ho portato l'apparecchio ai denti. Sempre mobile, per fortuna, niente ganci fissi che facevano sanguinare le gengive, niente baffo (ve lo ricordate?) che ti incollava gli occhi altrui addosso, senza possibilità di scampo. L'unica pecca dell'apparecchio mobile? Ogni venerdì pomeriggio toccava andarlo a regolare. Che fosse caldo, che facesse freddo, che piovesse, nevicasse, avessimo tanti compiti da fare, o la partita di pallavolo nel week end, bisognava andare dal dentista.
Un incubo lungo ore, perché a far regolare l'apparecchio eravamo centomila, tutti il venerdì pomeriggio, dalle quattro in poi. Questo si traduceva in una fila interminabile, che riempiva sale d'attesa, corridoi, scale e androni del palazzo e finiva, semplicemente, quando tutti gli apparecchi, di tutti i bambini, erano stati regolati (solitamente non prima delle sette di sera). Vi risparmio i momenti splatter di piccoli denti ciondolanti scoperti pubblicamente dal dottore ed estratti seduta stante, anzi, in piedi stante, con l'unico ausilio di una bomboletta spray ghiacciata, una pinza, un'assistente gentile e l'eterna silente comprensione del serpente di coetanei terrorizzati alle proprie spalle.

Dopo l'appuntamento dal dentista si tornava a casa e, spesso, era già buio. Seduta in macchina sul sedile posteriore, insieme all'amichetta apparecchiata pure lei, guardavo fuori dal finestrino. Sempre la stessa strada, sempre il medesimo sapore metallico e medicinale in bocca, sempre l'agitazione post controllo dondolii. C'era una scena, però, che mi riempiva gli occhi di meraviglia e mi faceva subito sentire bene, lasciandomi sognare e pensare al Natale, vicino o lontano che fosse, spingendomi a fantasticare su come sarebbe stata la mia vita adulta in una grande città (!).
Assurdo, a nove anni mi immaginavo affermata e in carriera, piena di impegni e di corse veloci sotto la pioggia, sempre intenta a comprare regali per la famiglia, con un mazzo di fiori sotto il braccio e un ombrello colorato sopra la testa. L'immagine capace di scatenare tutto questo folle pensiero futuro era pressapoco così. Che non si trattasse di NewYork ma fossimo semplicemente fermi in coda a Voltri poco importa, che di taxi gialli in doppia fila non se ne vedesse nemmeno uno è un dettaglio, che gli addobbi natalizi a bordo strada fossero i soliti fiocchi fulminati per metà non fa niente: io mi emozionavo e, in tutta sincerità, mi emoziono ancora adesso, come se fosse la prima volta. Mi bastano un po' di traffico, l'aria fredda dell'autunno inoltrato, la pioggia e il silenzio.

Tutto questo pippotto per arrivare a dire una cosa ovvia a cui però credo fermamente: ogni corso che seguo, ogni luogo in cui decido di andare quando ho un po' di tempo per me, ogni post che scrivo e foto che scatto nascono dalla volontà di ritrovare quell'emozione, dal bisogno di riagganciare una sensazione già provata.

Sono tanti gli istanti così, solitamente veloci e difficili da catturare, da vedere davvero e da riconoscere, ma sono bellissimi e non mi stancherò mai di cercarli. Per questo motivo ieri mi sono iscritta a un laboratorio splendido dove sapevo avrei rivissuto almeno un poco la meraviglia di quando si impara qualcosa di nuovo, di quando ci si sente capaci di produrre bellezza. Che si tratti di un collage fatto strappando le riviste all'asilo, di un quadro creato con mille pastelli a cera e un ago per incidere le figure, di una borsa cucita a mano usando i vecchi jeans di papà, di un timbro in gomma nato per stampare la propria foglia del cuore, non cambia nulla.

Sempre alla ricerca di un momento perfetto oggi me ne vado al Garden Market e con me ci sarà pure mamma, in questo modo sarà ancora più semplice sentirmi bene come tanto tempo fa, quando l'otto Dicembre vagavamo semi assiderate tra le bancarelle di prodotti naturali, montate nel gelo del mattino di fronte a lo Spedale degli Innocenti di Firenze. Lo abbiamo fatto per anni di scendere giù, dormire nello stesso albergo e perderci tra le lane grezze, i saponi, le maglie pelose e pungenti, i guanti peruviani e le fasce per capelli. Oggi lo facciamo di nuovo, nel sole e nel caldo, circondate da stampe, disegni, quaderni, spille, borse di stoffa e ricordi.


giovedì 15 settembre 2016

Luci calde, aria fredda

Ha piovuto tutta la notte e pure tutta la mattina. Finalmente, vista la terribile siccità di questa estate e i tanti (troppi) incendi degli ultimi giorni. Sono rimasta sveglia un sacco a causa dei tuoni: non ci andavo d'accordo da piccola e non ci ho fatto pace nel frattempo, con questi rumori forti e improvvisi nel bel mezzo del sonno.

L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).

Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.

Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:

1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.

2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.

3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.

4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.

5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.

6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.

7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.

8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.

lunedì 5 settembre 2016

In love with Flow

Avrebbe dovuto essere un post su una gita, una delle ultime della stagione, forse l'ultima.

Cause di forza maggiore (leggi: peste intestinale che solo il cielo sa quando ne uscirò, se ne uscirò e come ne uscirò) mi hanno inchiodata a casa nel week end, quindi niente gita, prati, boschi, castelli, trenini, alberghi e nemmeno un più semplice e sempre efficace sentiero, pranzo, mare, mulino, vongole e sole. Solo casa, letto, bagno, acqua, grissini, bagno, letto, tisana, casa, fette biscottate, letto, bagno e libri.
Questi ultimi solo quando il mal di testa lo ha consentito, così come i post di lavoro e le serie tv.
Volendo cercare il buono in ogni cosa, tra gli aspetti belli di questa situazione c'è, appunto, la lettura. Ho finito (finalmente!!!) un romanzo di cui scriverò prestissimo qui, ho mandato mamma in spedizione di acquisto del tanto atteso Eccomi di Safran Foer e ho letto un po' dell'ormai mitico e super fotografato Flow Magazine: a lui è dedicato, in realtà, questo post già parecchio confusionario, come vuole la tradizione.

Di Flow ho sentito parlare per la prima volta l'anno scorso, non ricordo dove o da chi, ma ricordo che rimasi incantata e molto curiosa. Lo vidi esposto da Flamingo Bergamo e poi in un negozietto di Pistoia che non credo saprei ritrovare. Fino a che, parlando con Cinzia, mi decisi a recuperarne un paio di copie. Del suo arrivo ho già raccontato qui, oggi però vi dico com'è una volta aperto, annusato e sfogliato con cura. Per saperne di più sui contenuti, invece, occorrerà aspettare ancora un po', l'inglese e il francese mica sono la mia prima lingua!

10 cose di Flow che conquistano appena lo si sfoglia:

1. Innanzi tutto Flow è spesso, è spessa la carta, è spessa la rivista (più di 130 pagine)
2. Flow profuma di cartoleria, non di giornalaio - attenzione! - ma di cartoleria. Tutta colpa degli INSERTI
3. All'interno di Flow ci sono, per l'appunto, degli inserti meravigliosi e per meravigliosi intendo: poster double face e busta piena di stickers nel numero francese, vetrofanie e quaderno "tine pleasures art journal" (!!!) in quello inglese
4. Flow è pastello con una punta di fluo, è lucido e opaco, è liscio e ruvido, è dolce e sfacciato
5. Flow è pieno di proverbi, modi di dire, poesie e filastrocche bellissime
6. Flow è un garage di illustrazioni e immagini che varrebbe la pena ritagliare e conservare, se non fosse un peccato mortale avvicinare un paio di forbici a questo giornale
7. Flow, all'inizio, ha un piccolo tag in cui scrivere il nome del proprietario (eh vabbè)
8. Flow racconta storie, passate e presenti, spalancando finestre su mondi piccoli e grandi, vicini e lontani. Ve ne parlerò
9. Flow non ha pubblicità
10. Flow ti parla dentro, sussurrando al cervello, ascoltando il cuore, nutrendo lo stomaco con le ricette scritte alla fine

Ci sarebbero altre mille cose da dire e segnalare ma per ora mi fermo qui e aspetto di averlo letto tutto per bene.
Di sicuro, nel frattempo, comprerò l'agenda del prossimo anno: non è bellissima?








lunedì 29 agosto 2016

Pane secco e mutande


Siamo alla fine di Agosto e raramente come quest'anno l'estate è passata veloce per me.
Mi dispiace essere già a Settembre, mi dispiace non aver fatto molte cose che avrei voluto fare, ma sono contenta di aver vissuto appieno ogni (meravigliosa) gita, ogni (lunga) nuotata, ogni (difficile) lettura, ogni (rara) ora di lavoro, ogni cena cucinata con cura.

Sono stata, più del solito, attenta ai dettagli.
Ho fatto molta attenzione agli acquisti per esempio: ho comprato da Flamingo Bergamo e da Celestina Vintage con l'intento di continuare imperterrita lungo la strada dello shopping consapevole, fatto di cose strettamente necessarie (o quasi), tessuti buoni e giusti, marchi dichiaratamente sensibili alle questioni etiche e ambientali che più mi stanno a cuore. Per "dichiaratamente sensibili" intendo che sui loro siti sia ben visibile e possibilmente verificabile la politica fair trade con cui producono, esportano, commissionano i capi e non il semplice e generico blablabla dietro cui spesso si nascondono i customer care di brand tanto importanti (e onnipresenti) quanto famosi. E non parlo di fast fashion.

Dicevo, sono stata attenta ai dettagli. L'ho fatto anche camminando sui sentieri, l'ho fatto guardando sott'acqua nei pomeriggi infiniti di mare, l'ho fatto scrutando orizzonti di montagna, fiori e insetti in giardino, l'ho fatto in posti dove ero già stata mille volte scoprendo punti di vista nuovi, l'ho fatto infornando e mescolando, disegnando e scrivendo, valutando proposte e facendo valere quello che penso.

Pure l'altro pomeriggio ho messo attenzione nei dettagli e in un nano secondo sono stata catapultata in dietro nel tempo, su per giù a trenta anni fa. Mentre ciabattavamo verso la spiaggia abbiamo notato una porta di legno aperta, una di quelle cabine sul mare usate dai pescatori per ricoverare canne da pesca, reti, costumi, secchi, remi e mille altre cose che profumano maledettamente di infanzia. Appesi alle tavole bianche c'erano un paio di mutande stese ad asciugare e un grosso sacco di pane secco per i pesci. Non ho potuto (ci ho provato eh, ma niente!) fare a meno di pensare a quando, da bambina, scendevo le scalette sotto al Capolinea dell'Uno, a Voltri, per raggiungere la casetta di papà. I miei ricordi sono molto sfumati, fatti per lo più di odori e sensazioni: la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, il rumore degli zoccoli di legno sui ciottoli, la puzza dei lavatoi umidi e bui, i tentacoli freddi dei polpi posati (vivi) sulla mia testa, il secchiello dei Puffi, la luce che filtrava tra le travi bianche della cabina, la borsa di paglia di mamma, le formine rosse, le polpette di sabbia, i vetri colorati e arrotondati dal mare, l'ombrellone a righe, il costume a quadretti, le barche rovesciate, le assi nella sabbia per far risalire i gozzi dal mare, l'insalata di riso, i bicchieri di plastica dura, il cocomero a bagno... potrei continuare all'infinito ma concluderò con un ultimo ricordo, che mi si è materializzato davanti ieri mentre leggevo sdraiata su uno scoglio: il granchio ficcanaso :-)

Io, per adesso, a questa estate non rinuncio.

P.S. La foto quassù l'ho scattata a Luglio, qualche ora prima di ascoltare un concerto.

giovedì 18 agosto 2016

You cannot tame something so happily wild...


[Avviso: post lunghissimo, con i tempi verbali un tantino fantasiosi. Vogliatemi bene comunque]

Ho ricevuto in regalo questo libro qualche giorno fa, poche ora prima di partire per una gita meravigliosa. Me lo hanno regalato due amici che mi conoscono piuttosto bene e che, soprattutto, conoscono bene il mio lato selvaggio, decisamente dominante sugli altri aspetti del mio carattere. Negli anni forse sto migliorando, ammesso che addomesticamento sia sinonimo di miglioramento: la storia del libro (mi) confermerebbe tutto il contrario. Il titolo del post è l'ultima frase di "Wild".

Ad ogni modo, dicevo, ho ricevuto questo regalo pochi giorni prima di partire per una camminata, organizzata all'improvviso nel prato delle Piscine di Casella, guardando il meteo, studiando la cartina e facendo una telefonata.
Siamo partiti la mattina di Ferragosto da Genova, in motorino abbiamo raggiunto Torriglia (fare tutto il percorso con il bus, in orario festivo, sarebbe stata un'impresa impraticabile anche per me che difendo sempre con i denti il trasporto pubblico) e, dopo una sosta obbligata per chiedere informazioni, prendere un caffè e farci preparare il panino al salame dall'alimentari del paese abbiamo proseguito fino a Bavastrelli. Lì ci siamo liberati del motorino e siamo partiti a piedi.

Inizia così il nostro viaggio a tappe, tante, visto l'orario criminale in cui abbiamo cominciato a camminare. Suddividerò questo post in quindici punti, proprio rispettando le soste che abbiamo fatto e raccontando, una pausa dopo l'altra, cosa abbiamo visto, cosa mi ha colpita di più, cosa vi consiglio di fare nel caso voleste avventurarvi nella stessa impresa seguendo le nostre orme. Parto subito con le indicazioni, premettendo che per raggiungere il Rifugio dell'Antola ci sono diverse possibilità. Potete partire dalla Casa del Romano passeggiando praticamente sempre in piano e con poca fatica, da località Donetta facendovi il mazzo (almeno così mi hanno detto i signori del paese incontrati al bar) o da Bavastrelli come abbiamo scelto noi, consapevoli che avremmo incontrato solo salite per almeno due ore (ce la siamo presa moooolto più comoda).

[Tutti i link che ho segnalato vi fanno raggiungere la vetta del Monte Antola, il Rifugio da lì dista dieci minuti].

Ecco le tappe:

1. Prima sosta alla fonte per mangiare il panino al salame. Non siamo nemmeno partiti che già ci sediamo per pranzare, a nostra discolpa possiamo dire che mentre salivamo abbiamo incrociato decine di famiglie in assetto da grigliata in giardino: una fra tutte quella che cuoceva cento chili di asado su una rete del letto. Che meraviglia.

2. Seconda sosta alla fonte per ricaricare le pile e la borraccia. Siamo in pieno bosco e non soffriamo il caldo... per adesso.

3. Terza sosta sotto al faggio più bello del mondo, seduti al tavolo, tra disegni botanici e consapevolezza di essere a metà strada, col sole a picco, di fronte alla pietraia.
[n.b. Nel parcheggio di Bavastrelli abbiamo incrociato alcune signore del luogo che chiacchieravano tra loro trasportando lasagne e bottiglie di vino: "Per andare sull'Antola occorre partire la mattina presto, se si va ora si muore di sete sulla pietraia"]

4. Quarta sosta sul sentiero grazie all'ennesimo tavolo all'ombra. Da qui in poi abbiamo deciso di non fermarci più e di goderci il bosco fino al rifugio.

5. Arrivo al rifugio, dove abbiamo trovato torta di mele e birra ad accoglierci, un panorama mozzafiato, le ciabatte all'ingresso e un'accoglienza discreta e gentile.

6. Posato uno zaino su due siamo saliti in vetta, dove non ci sono parole da dire, solo silenzio e gratitudine. Perché quello è un posto in cui guardando sinistra si vedono le montagne, di fronte si vede il Lago del Brugneto, a destra si vedono il mio mare e il mio paese d'origine, dietro si vede la pianura. E poi i fiori di montagna, i sassi, gli insetti, i gruppi di daini veloci, gli escursionisti con le gambe storte, il sole e la gioia vera.

7. Dopo un po' di riposo, una doccia veloce per non sprecare l'acqua, una sosta con i binocoli di una compagna di rifugio per osservare un daino gigante mangiare su una sella lontana, abbiamo cenato e chiacchierato, guardato video di volpi incontrate al tramonto, parlato di viaggi e cibi insoliti, raccontato di sentieri, nebbia, topi e solitudine.

8. Prima di coricarci abbiamo guardato il cielo, illuminato da una grande luna. Nonostante la luce ci siamo portati a casa una bellissima stella cadente.

9. La notte in condivisione, come temevo, non è andata granché bene. Essere svegliati dieci volte da un cellulare lasciato inspiegabilmente accesso non è tollerabile mai, figuriamoci in un rifugio di montagna.

10. Per fortuna le sei sono arrivate presto e con ancora il pigiama addosso e gli occhi semi chiusi siamo corsi in vetta per guardare l'alba. Non eravamo soli, con noi un ragazzo giunto in rifugio la sera prima, un gruppo di mucche, una volpe e una lepre lontane (almeno così sostiene Andrea!).

11. La colazione ci attendeva al rientro dalla fuga notturna e insieme a noi, nel prato, mangiavano un piccolo daino e la sua mamma.

12. Dopo aver dormicchiato qua e là, un po' sulle travi di legno all'aperto, un po' avvolta nel sacco a pelo, siamo ripartiti. Questa volta le soste sono state poche, abbiamo incontrato qualche daino nella foresta e raggiunto Bavastrelli velocemente. Da lì siamo ripartiti con il motorino e poi a piedi in direzione Lago del Brugneto. Sulla via ho anche trovato il tempo di lasciare una foglia gentile, vicino a una fonte, la prima "abbandonata" fuori città.

13. La strada nel bosco, una mezz'ora di cammino, ci ha portati sulle sponde di questo grande lago artificiale. La stagione estiva rende il paesaggio lunare: spiaggette di limo secco e rifiuti di epoche passate, alberi ricoperti da vecchio fango indurito, rovi e radici ovunque sono ciò che l'abbassamento del livello dell'acqua ha lasciato dietro di sé. Ci siamo un po' impressionati per questa desolazione, avvertendo chiaramente la differenza tra un luogo artificiale e uno naturale. Siamo rientrati passando dal bosco e incontrando qualche capriolo arancione.

14. L'idea era quella raggiungere la diga in motorino per mangiare lì il nostro ennesimo panino al salame, ma avevamo decisamente calcolato male le distanze: troppa strada, troppe curve, troppa benzina ci separavano dalla meta e così, affamati e finalmente un po' stanchi chi siamo fermati a Santa Maria al Porto, per pranzare davanti alla chiesa. Ci ha fatto compagnia una bambina, intenta a giocare da sola sul sagrato, così concentrata da rifiutare persino il gelato offerto dalla nonna con un urlo sull'uscio di casa.

15. Il nostro viaggio è terminato così, con un caffè sulla via del ritorno, un sonno incredibile che mi ha fatto addormentare in motorino (!) e tanti ricordi da fissare per bene nella memoria.

Come scrivevo poco tempo fa proprio qui sul blog ci sono momenti in cui sembra che il tempo, in realtà, non abbia tempo. Giorni di dodici ore come tutti gli altri che paiono durare molto di più, week end lunghi quanto una settimana, decine di emozioni diverse (stupore, paura, gioia, malinconia...) che dilatano tutto e confondono i piani.
Questa gita è stata proprio così, dilatata, confusa, improvvisata e perfetta, perché "Non puoi domare qualcosa di così felicemente selvaggio".








martedì 9 agosto 2016

Il Pilates mi ha cambiato la vita


Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.

Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.

Nuoto abolito, come la corsa.


Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.

All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.

Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.

Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.

Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.

Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.




domenica 31 luglio 2016

La fabbrica dei sogni

Avete presente quando trascorrete una giornata facendo tante cose diverse, così tante e così diverse che alla sera vi sembra di essere svegli da tre giorni? Avete presente quei momenti notturni in cui non riuscite a rendervi conto se state sognando oppure no? Avete presente quelle condizioni così perfette e fuori dal tempo che potrebbero arrivare dritte dritte da un mondo onirico ovattato e lontano?

Ecco, tutte quelle situazioni io le chiamo le fabbriche dei sogni e adoro quando capitano, specie se all'improvviso, specie se in giornate speciali.

Poco fa, per esempio, mi è successo questo: ero semi sdraiata sui sedili verde bosco del Trenino di Casella e provavo a dormire, vista l'oretta di viaggio che mi attende. Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio fatto di alberi e luce, polvere e sole e io non sono riuscita a prendere sonno, coinvolta com'ero dal momento magico e sospeso.

Mi è venuta voglia di scrivere, mi ha sorpreso l'ispirazione.


Quell'ispirazione che dopo ogni post sono convinta che non tornerà mai più e invece, inesorabile, si ripresenta all'improvviso. La settimana scorsa la scintilla l'ha accesa inconsapevolmente la bimba in piscina, oggi sempre di piscina si tratta, ma stavolta siamo sulla via del ritorno.

In verità, la prima avvisaglia che oggi sarebbe stata una giornata visionaria l'ho avuta stamattina presto, quando ho impiegato un bel po' di tempo a rendermi conto che il sogno dei vicini di casa che riuscivano ad aprire il portone rotto da giorni era, appunto, soltanto un sogno. Ieri sera lo abbiamo riparato con un po' d'olio d'oliva, ma i cori di gioia di questa notte non ci sono stati davvero, non mi sono mai affacciata alla finestra, non ho visto nessuno abbracciarsi e saltellare allegro nel vicolo buio (anche perché, diciamocelo, per una serratura funzionante mi sarebbe sembrato un tantino eccessivo).

Ieri sera, dunque, abbiamo fabbricato un sogno, semplicemente facendo (tornare a) girare la chiave nella toppa; chissà se anche il finestrino semiaperto di poco fa, il dondolio e il rumore del treno, il giornale stropicciato su cui scrivo questo post (riempiendo ogni buco libero della pagina dedicata alle ultime tendenze moda), fabbricheranno di nuovo qualcosa.

P.S. Nella foto quassù una diretta delle mie comunicazioni aliene (cit.)


giovedì 21 luglio 2016

La piscina

Oggi in piscina c'è una bambina speciale. Speciale per me, speciale ai miei occhi.

Nuota da sola, ogni tanto si ferma, ogni tanto parla con qualche altro bambino.
Non indossa né salvagente né braccioli, non so quanti anni abbia, forse otto, forse nove.
Va a dorso, da ore, non è molto brava, tiene i piedi troppo sotto, (così) non schizza nessuno. Attorno a lei tutti urlano, corrono a bordo piscina, si tuffano, dimenticano la cuffia o la perdono in acqua, lasciandola scendere sul fondo come se fosse una medusa.
Lei la cuffia la sistema spesso, si tira su facendo forza sulle braccia magre, si siede sullo scalino, aggiusta la coda di cavallo e la nasconde bene sotto la stoffa blu. Ha un herpes ormai secco sul labbro, lo sguardo concentrato e tranquillo: pensa a qualcosa, chissà a che cosa. Le altre bambine portano costumi a fiori, indossano il bikini come le mamme, hanno la cuffia rosa. Lei no, lei è lì con gli slip bianchi e la cuffia scura, nuota cambiando traiettoria ogni secondo, si ritrova con la testa contro il bordo senza capire come ci sia finita, si guarda attorno e ricomincia a nuotare.

Sembra una persona abituata, sembra abbia accettato di dover aggiustare il tiro continuamente. Vorrei parlarle, e chiederle di spiegarmi come fa. Poi però, quando esce dall'acqua e va a giocare con gli altri bambini, come se non fosse successo nulla, come se non avesse avuto alcun pensiero difficile, mi rendo conto che non ho nulla da imparare. So già tutto, anche io ero così da bambina, solo che crescendo ho perso il ritmo, ho pensato che le cose sarebbero cambiate, insieme a me.

Non vorrei più chiedere nulla a quella bambina, ma mi piacerebbe dirle grazie, per aver aperto una finestra su quella che ero, per avermi costretta a sentire cosa sono ora. Come domenica a pranzo, davanti a un piatto di spaghetti con le vongole, vicino a un benzinaio sotto il sole, con Nino Buonocore e Lucio Battisti che rendevano tutto spaventosamente familiare, italiano, perfetto. In quell'istante non ho avuto dubbi su ciò che amo, sul futuro che voglio, sulle cose davvero importanti, sul cammino che mi piacerebbe percorrere, sulla fortuna che sono certa di avere, sulle possibilità che davvero, davvero, davvero vorrei vivere fino in fondo.

Sbattendo spesso sul bordo, magari perdendo la direzione, ma ricominciando sempre a nuotare e uscendo ogni tanto a giocare.

mercoledì 13 luglio 2016

Bluebirds on our shoulders

Treno, interno giorno (tardo pomeriggio, in verità).
Sto tornando da Pistoia con il mio amico Edu, siamo andati insieme al concerto dei The National (per chi non li conoscesse sono loro, scegliere una canzone tra le mille che amo è impossibile, quindi beccatevele tutte).
Questa settimana, ormai arrivata a metà, terminerà con un altro concerto, ma per ora ho bisogno di lasciar sedimentare quello di ieri sera.
Com'è andata? L'ho scritto stanotte su Instagram, con ancora le canzoni in testa e in bocca, con le gambe gonfie, la schiena a pezzi e la voce roca (sei ore in piedi, di cui metà a 35 gradi, non ho più il fisico per reggerle!).

C'è chi ha bevuto 18 litri di birra, chi ha saltato ininterrottamente sui piedi degli altri, chi ha litigato con la sicurezza, chi ha risposto a telefonate di lavoro (?!), chi ha fotografato tutto il fotografabile, chi ha seguito il concerto dallo schermo del telefono (?!), chi ha urlato a sproposito, chi ha limonato duro, chi ha battuto le mani fuori tempo, chi ha vomitato in un sacchetto, chi ha spinto, chi ha cantato...e poi ci sono io che, come da tradizione, ho pianto.

Volevo vedere i The National dal vivo da un sacco di tempo, avevo grandi aspettative e non sono rimasta per niente delusa, anzi, persino la maglietta con la mezza luna sulla montagna se n'è venuta a casa con me senza protestare!
Oggi, reduci e felici, abbiamo fatto un giretto a Pistoia e poi Edu ha avuto un'idea, di quelle idee inaspettate che ribaltano un pomeriggio e ti fanno vivere due giornate in una: prima di pranzo abbiamo preso un treno e siamo andati a Lucca. Io non c'ero mai stata (mi fa sempre molto ridere che a visitare le città italiane mi ci porti un amico venezuelano) e mi sono letteralmente innamorata di questo giardino color crema stretto dall'abbraccio delle mura.

Ho fatto subito amicizia con un tiglio, ho fotografato chiese, piazze e canali, ho mangiato pasta ripiena di carne al sugo di carne, ho camminato lungo i viali alberati e sono salita sulla Torre Guinigi. Cosa ha, questo posto, di tanto speciale? Per esempio un gruppo di lecci che vivono sulla sua cima, oltre a un panorama mozzafiato, un vento meraviglioso e un tappeto di licheni di tutti i colori. Per crederci basta guardare la foto quassù.

Ora, di ritorno da un week end infrasettimanale (meritatissimo, visto quello ufficiale trascorso a scrivere e a correggere bozze), penso che non doveva andare così eppure è andata benissimo lo stesso. Perché, si sa, le deviazioni inaspettate sono sempre le migliori, perché le notti sola in stanza, in un posto sconosciuto, tra ventilatori super rumorosi e zanzare elicottero servono per pensare e andare oltre, perché il primo caffè del mattino è buono ovunque e comunque, perché per quanto tu possa piangere a un concerto ci sarà sempre una ragazza inglese accanto a te che piangerà più forte di te.

P.S. Ah, è finito così.

sabato 2 luglio 2016

Di foglie e di gentilezza


"Praticate gentilezza a casaccio. E atti di bellezza privi di senso"
Ho letto questo slogan su Facebook almeno tremila volte e, come capita spesso con le cose inflazionate, mi ha stufata.
Probabilmente non sono nemmeno troppo d'accordo con quello che dice, visto che credo profondamente nella gentilezza non casuale e nella bellezza, secondo me, mai priva di senso.

Ho iniziato il progetto delle foglie gentili ormai da sei mesi e oggi vorrei raccontare un pochino come è andata fino ad ora. Per chi non lo sapesse l'idea di "abbandonare" piccoli doni handmade in giro per le città (ma anche in campagna, al mare, ovunque!) è di Tulimami, meravigliosa artigiana italiana che dovete assolutamente conoscere. Ho cominciato un po' per gioco, un po' per provare i timbri che costruivo con pazienza nelle sere d'inverno, un po' per convinzione: sono infatti fermamente convinta che questo mondo abbia bisogno di azioni gentili. Magari piccole, sussurrate, alla portata di tutti, eppure comunque così rare.

Mi sono chiesta spesso come reagirei io se trovassi una delle mie bustine di carta morbida, con un albero stampato sul retro e una foglia impressa all'interno, accompagnata da un invito alla cura e alla custodia di questo gesto di vicinanza spontanea. Mi sono sempre risposta che sarei felicissima di imbattermi in un dono inaspettato, che lo racconterei a tutti, che lo conserverei con affetto e attenzione, come se fosse un gioiello prezioso.

Su queste premesse non ho più smesso di timbrare, scrivere, lasciare e fotografare le mie #fogliegentili, aggiungendole anche all'album Pinterest creato con le altre persone che fanno parte del progetto e riflettendo bene sul luogo giusto dove "abbandonare" la bustina. Metto sempre il verbo abbandonare tra virgolette perché è una parola che odio (e che mi terrorizza a morte): non credo affatto che le gocce gentili siano abbandonate, quando individuo il punto giusto, in accordo con i miei sentimenti del momento e con il mio cuore, semplicemente appoggio la busta, la fotografo e mi allontano svelta.

Le poche volte che ho fatto questo gesto in compagnia di Secs mi ha divertita moltissimo il suo istinto di rimanere a guardare, di nascosto, chi avrebbe trovato la foglia gentile: beh, gliel'ho sempre impedito, trascinandolo via mentre brontolava! Il bello è proprio non sapere a chi capiterà il gesto di gentilezza, potrebbe succedere a chiunque, a una persona che ne ha particolarmente bisogno, a un bambino, a una coppia di innamorati, a una signora carica di buste della spesa, a uno spacciatore, a un vigile urbano, a un vecchietto che guarda i lavori la domenica, a una suora, a un cagnolino, a un architetto, a un netturbino. L'ultima volta, probabilmente, è capitato a un bagnino (come testimonia la foto scelta per il post, sono finalmente riuscita a lasciare una bustina nella mia adorata piscina!).

martedì 21 giugno 2016

"A proposito, mi compro un catamarano"


Il titolo è una storia di famiglia, ma rende l'idea di dove andrò a parare.
Il pretesto per questo post, che tardava ad arrivare, è (come al solito!) tutta colpa di Cindy.
Ogni volta che non ho avuto in mente nulla da scrivere lei è arrivata e mi ha mollato uno spunto, così, a tradimento. C'è stata la bucket list, la valigia degli oggetti da salvare in caso di incendio e ora l'elenco delle cinque cose che mi rendono felice.
Molto probabilmente l'avrò già scritto mille volte, il blog esiste dal 2010 e dubito che in sei anni di un post a settimana io non abbia mai affrontato l'argomento. Non ho però nessuna voglia di spulciare gli archivi de Ilmareingiardino e penso che in questi giorni un po' di sana relativizzazione non guasti di sicuro.

Il post di Cinzia affonda le sue radici qui (quindi anche il mio) e, dopo aver elencato cinque cose che la rendono felice, lei conclude così: "E voi ditemi, cosa vi fa essere davvero felici?".

In attesa di vederti domani ti rispondo subito, ma sappi già che ti copierò più volte.

1. Camminare nella natura. Mi bastano anche le due cose prese singolarmente, perché quando cammino vado in trance e non penso più a nulla e quando sono immersa nel verde pure, ma se riesco ad avere la fortuna di muovermi nel verde non ce n'è più per nessuno (ho liberamente deciso di comprendere il nuotare in questo primo punto, perché in un certo senso è un po' come camminare nella natura e nel mio caso non significa macinare miglia marine, quanto semplicemente sguazzare beata nell'acqua)

2. Cucinare. Un tempo solo per le persone che amavo, ora indipendentemente da tutto. Impastare, mescolare, frullare, friggere, cuocere, colare sono gesti che mi riconciliano prima con me stessa e poi con il mondo intero.

3. Spiegare. Tanto non mi piace raccontare di me (so che sembra strano, visto che scrivo su un blog, ma le cose più mie restano tali) quanto mi piace condividere quello che so. Chiamiamola divulgazione (possibilmente divulgazione scientifica!), chiamiamola didattica, ma quando mi mettete davanti un gruppo di persone, soprattutto se sotto i dodici anni, a cui spiegare qualcosa che so... mi rendete felice.

4. Leggere. Per staccare da tutto e da tutti, vivo questa passione in maniera strana, trascorrendo giorni con il naso nei libri e giorni senza sfogliare nemmeno una pagina. Ad ogni modo, non potrei mai farne a meno.

5. Scrivere. Vabbè, chevvelodicoaffare.

P.S. "A proposito, mi compro un catamarano" lo disse mio padre, a mia madre, tornando da un viaggio. Sarebbe stata la quarta barca, ma a lui, le barche lo rendevano felice.