mercoledì 31 dicembre 2014

P di prezzemolo

Ultimo post del duemilaquattordici.
Sono in cucina e sto preparando la cena per stasera, o meglio, una parte di tutto quello che mangeremo la notte di Capodanno, io, i vicini-matematici-pasticceri, la famiglia di Martins (con Martins) e qualche altro avventore che non so ancora chi sia.
Anche stavolta non cedo ai propositi, per fortuna, e la P del titolo non è l'iniziale di questa maledetta parola, che si porta con sé inevitabili delusioni, sensi di colpa, fatiche, corse, tristi bilanci finali.
La P del titolo è la P di Prezzemolo, perché l'ho raccolto più volte stamattina per cucinare, dal mio mini orto sul balcone. Ma la P del titolo è anche la P di progetti, che ancora non ho (anzi, uno piccolo su instagram c'è e guarda caso è di nuovo P, di Pititti e uno più grande pure c'è, ma ancora non si dice niente). Poi c'è la P di oPPortunità, che lo so che inizia per O ma è addirittura doppia e le opportunità sono molto importanti, soprattutto nell'anno della disoccupazione e dell'incertezza.
P di Paura? No, non voglio averne.
P di Passione? Beh, quella sì, per forza. Perché è il motore delle cose.
P di Piangere? Sarebbe anche l'ora, ma non solo per i film o i libri d'amore, sarebbe anche l'ora di piangere per le cose che mi fanno soffrire. Perché è sano, bello, buono, giusto e ultimamente che mi è capitato di farlo più spesso...accidenti che liberazione!
P di Pazienza? La qualità che non mi manca mai e a me piace essere così, pronta a dedicare del tempo alle persone, alle loro incertezze, ai loro momenti dilatati, così come alle cose, alle costruzioni con le mani, agli oggetti piccoli e preziosi che nascono da un pensiero (Piccoli-Preziosi-Pensiero, quante P piene di valore).
P di Pienezza, Pilates, Piacere, Potere, Potenza...mentre scrivo e rileggo quello che compare sullo schermo mi accorgo di una cosa: ma questi, alla fine, non somigliano moltissimo a dei Propositi?
E allora mi fermo, vi dico cosa ho preparato per questa sera, che sono ricette semplici e veloci da mangiare prima di tutto il resto, mentre si comincia a brindare per un anno che rimane lentamente indietro e l'altro che arriva svelto, come il treno quando rende più lieve la sua corsa per far passare il rapido in coincidenza.
Stasera porterò con me, costruendo una improbabile e pericolosissima piramide di piatti e ciotole:
Una crema di patate e fagioli cannellini che si può spalmare sul pane (e quello lo abbiamo fatto in casa dai vicini-matematici-pasticceri, cosa vogliamo di più?!) e che si prepara mixando patate lesse, fagioli, yogurt, coriandolo e lime. Io non avevo il coriandolo e ho usato il cumino, ce ne faremo una ragione. E poi infilo nella sacca un secchio di insalata fresca, con foglie verdi, finocchi, arance, carote, semini, pinoli, noci e nocciole, ma anche degli involtini di speck ripieni di pere e pecorino (conditi con un goccio di balsamico e, per l'appunto, di prezzemolo). E porto pure i miei famosi datteroni, di cui potete leggere qui la ricetta completa. Infine viene con me anche un esperimento, che si tiene dentro gli ingredienti di un'altra cosa persa sul nascere, più una manciata di paprika di troppo: torta di bietole, carote, ricotta, parmigiano e robiola (e paprika), in cui tutto è mescolato a due uova e messo in forno in un letto di sfoglia per il tempo che ci vuole.
Ah, nello zaino metto anche una bottiglia di Prosecco (con la P!), che non guasta mai.
Chiudo il post con una canzone, che forse ho già citato, non mi ricordo mai, ma questa versione del video la trovo perfetta per me e per il mio ultimo giorno dell'anno, nella speranza che già da domani qualche casella cominci a trovare un Posto sicuro.


venerdì 26 dicembre 2014

Intrecci

Per scrivere bilanci è ancora presto e poi io non sono molto brava in quel genere di post, tendo a deprimermi dalla terza riga in poi. Ogni anno, attorno al primo di gennaio, mi faccio una foto con i calzini a righe sull'uscio di casa e butto giù riflessioni, propositi e cose simili (ecco l'ultima volta che l'ho fatto), credo che lo farò anche tra una settimana, ma ho ben poche idee per adesso su cosa scriverò.
Oggi è Natale, sono reduce da un pranzo super buono a casa di amici di mamma e ho persino infilato leggings e scarpe da running per correre un po', all'imbrunire, con la musica nelle orecchie e il capponmagro di traverso.
Dopo secoli non sono ancora finita al pronto soccorso durante le Feste, che non sono ancora terminate quindi non si sa mai, ma mi sento blandamente ottimista. Sono giorni di intrecci, di cose che finiscono, di tempi incastrati, di insicurezze che si mescolano a certezze, di tentativi, errori, obiettivi da raggiungere.
Giusto ieri scrivevo su Facebook:
In 24 ore ho:
Pranzato per l'ultima volta in mezzo alle persone con cui ho lavorato cinque anni.
Comprato i regali con mamma nelle botteghe storiche della mia città.
Festeggiato la nuova casa di due amici portando nella mia tazze piene di me.
Scambiato i regali con chi parte per un viaggio speciale.
Comprato i biglietti per il festival più bello che c'è.
Cenato venezuelano con la mia barba preferita.
Fatto la colazione di natale con il vicino-vicino.
Ricevuto il Secret Santa di Cindy.
Per me può iniziare il 2015. Sono pronta!

Ed è tutto vero, piccole cose attorcigliate che hanno reso serene queste ultime ore, un fatto non banale visti i continui riferimenti a morti, rimpianti, assenze, fatiche, fallimenti e altre natalizie amenità.
Il mio lavoro è ufficialmente giunto al termine, a gennaio avrò giusto il tempo di produrre i report di fine assegno, infilare le mie (poche) cose in una scatola di cartone e liberare la stanza. Poi dovrò cercare di sopravvivere (e diciamo che quest'ultima affermazione è già un buon riassunto della mia incapacità a guardare in grande: avrei dovuto scrivere "Poi cercherò una nuova dimensione dove provare a realizzarmi e a mettere in campo le mie qualità", e invece parlo di "sopravvivenza").
Scuola di Robotica e le sue attività imbastite durante gli ultimi mesi dovrebbero permettermi di respirare fino a fine marzo, dopodiché non ho davvero idea di come potranno andare le cose: troppo vecchia come apprendista, troppo qualificata per fare la lavapiatti, troppo distante geograficamente per un lavoro di didattica della scienza in cui speravo, troppo inadeguata per un altro a cui ho mandato un bel cv infiocchettato.
L'ideale sarebbe che riuscissi a vivere di attimi, intrecciando incontri e opportunità, cavalcando la mia fantasia, sfruttando la creatività che ho così tanto sviluppato quest'anno, rovistando nell'ansia alla ricerca di una briciola di fiducia nel futuro e, soprattutto, in me stessa. Oggi però è già più difficile di ieri e per quanto mi sforzi di darmela a bere, ci sono troppe cose che sto affrontando in un modo evidentemente sbagliato.
Persino questo post mi sta deludendo.
Perché è Natale e dovrei vorrei essere circondata da lucine, bambini che corrono, musica tintinnante, e programmi di festa per i prossimi giorni, invece mi muovo con i passi felpati nella speranza che non si rompa nulla, che il precario equilibrio che ho raggiunto resti tale fino all'otto gennaio, senza scricchiolii sinistri e senza sorprese inaspettate.
[...]
La piega che questo post natalizio stava prendendo era talmente deprimente che mi sono autocensurata, ho spento tutto, ci ho dormito su (con una buona dose di prevedibili incubi) e ho ricominciato a scrivere in un nuovo giorno di sole e di aria fresca. Sono andata a correre anche questa mattina, con una luce fortissima e il mare metallico a fianco, sgombrando la testa e pensando ai ravioli del pranzo sull'Albero: oggi si mangia nella mia casa, lontano da fantasmi e passati ingombranti.
I prossimi giorni saranno di bellezza e amici, almeno così vorrei che fossero, e mi piacerebbe provare a vedere tutta questa incertezza lavorativa (e non solo) come un'opportunità. Non so cosa farò, non so se troverò un impiego, non so di cosa mi occuperò, quanto tempo libero avrò, ma quello che so è che devo ricominciare, non da capo ma quasi, come ho fatto stamattina con questo post, provando magari(!) a migliorare le cose e a vedere possibile anche quello che istintivamente mi sembra solo un'utopia.
Io dico che ce la farò.

sabato 20 dicembre 2014

C'era una volta un re...

Vesima, interno giorno.
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."


Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."



domenica 14 dicembre 2014

Sfere

Palle.
Di Natale e non solo.
Reduce da un week end lavorativo, un corso di robotica che mi ha divertita e stancata contemporaneamente, scrivo a letto con la solita tisana che mi fuma accanto. Zuppa per cena e film romantico pronto in canna (anche se, vista l'ora, visto il sonno e visto l'appuntamento in Soprintendenza di domani, mi sa che crollerò).
Tra poco più di una settimana cominciano le vacanze e come se andassi ancora a scuola ho i compiti da fare: relazione di fine assegno più organizzazione per lo meno mentale di laboratori e lezioni per SDR. Altro compito: riposare. Non che sia particolarmente stanca, i giorni duri sono stati gli ultimi e saranno i prossimi, ma non si può proprio dire che i miei ritmi non siano sostenibili, anzi. Visto che da gennaio le cose cambieranno, probabilmente anche parecchio, penso sia comunque meglio arrivarci rilassati o per lo meno provarci.
Nella foto una delle palline vintage del mio sobrio alberello natalizio, come al solito oberato a dir poco da ogni gingillo possibile: latta, vetro, panno, legno, terracotta...tutti gli addobbi appesi hanno un loro materiale e una loro storia, qualcuno viene da lontano, direttamente dalla mia infanzia o addirittura dall'infanzia dei miei, qualcun altro è un acquisto più recente, arrivato nella scatola rossa l'anno che mi sono trasferita in centro. In questa settimana non sono state le sfere di Natale le vere protagoniste dei miei giorni e dei miei pensieri, ma piuttosto quelle di cui ho parlato giovedì nella stanza bianca. Immaginando tre palle sovrapposte l'una sull'altra, chiamiamo la prima (quella più in alto) Genitore, la seconda (quella al centro) Adulto e la terza (quella in basso) Bambino. Nella vita di ogni giorno l'ideale sarebbe che queste tre realtà, questi tre piccoli/grandi insiemi esistenziali coesistessero separati tra loro ma uniti dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro le strade che decidiamo di percorrere. Probabilmente, però, non è così semplice e può capitare che le tre palle si sovrappongano un poco, lasciando giudicare al Genitore le azioni dell'Adulto, già così spesso condizionato dalle emozioni del Bambino. Ma come ci si sente quando qualcuno ci rimprovera di un comportamento che abbiamo sentito inevitabile? E come può affermarsi un Adulto se si muove così di frequente tra gli sguardi di disappunto di un Genitore e i bisogni essenziali di un Bambino?
Io, pochi giorni fa, ho scoperto (e sentito) di aver finalmente praticato una sana divisione tra le tre sfere, liberando l'Adulto da pregiudizi e impulsi, permettendogli di camminare con uno sguardo alle regole e uno all'istinto ma senza costringerlo ad assecondare per forza nessuno dei due aspetti. Questa piccola/grande cosa che è successa mi ha reso felice, è stato come trovare un pezzo di puzzle che sembrava sparito e che non mi permetteva di continuare a costruire(mi).
Alè!

venerdì 5 dicembre 2014

Atti di fede

Ormai al giovedì si parla solo di fiducia.
Nella piazza vicina c'è un tappeto di foglie secche enorme e così alto che quando ci cammino in mezzo affondo fino alle caviglie. Sembrano di carta e fino a qualche settimana fa stavano sugli aceri ormai spogli che si dividono lo spazio con le magnolie ancora cariche e verdissime.
Accanto a questa oasi dove trovo riparo e concentrazione c'è l'appartamento bianco, è lì che si parla di fiducia. Un tempo non avevo per nulla fiducia in me, ma ne riponevo una grande quantità negli altri. Sempre con un velo sottile di sospetto e di attenzione, una sorta di statt accuort di sicurezza, che tenevo a mente come un mantra. Adesso non ho più bisogno di questa velata raccomandazione: non mi fido più. Non solo di me stessa, ma proprio di nessun altro. Ed è davvero impressionante la profondità, la tenacia e la certezza di questa sensazione. E' più forte di qualunque altra cosa dentro di me, e riguarda ogni aspetto della mia vita. Non so nemmeno io come sia successo, solo che è successo. E chi si trova in questa situazione sa bene come sia difficile intraprendere qualsiasi cosa e qualsiasi relazione, quanto sembri lontano e sconveniente abbracciare progetti (e persone), come ogni buona notizia venga bloccata all'ingresso "perché intanto, da qualche parte, ci sta la fregatura".
Detto questo, ci sono azioni che migliorano un poco questa condizione, per esempio le attività ripetitive e di precisione.
Se il cielo vuole, è Natale. Cosa c'è di più ripetitivo che confezionare i regali per una appassionata di fai da te come me? Forse il pilates, che infatti ho finalmente ripreso con somma gioia e (diciamolo piano, per l'appunto) con costanza.
Quindi, in questi giorni di stanchezza infinita (ho ripreso pilates no?) e di serate più o meno sgombre da pensieri impegni, mi sto dedicando alla costruzione. Ho un biglietto per un compleanno importante che mi aspetta sulla scrivania, un erbario monodose (dal quale sto seriamente pensando di trarre un progetto eterno, di quelli che accompagneranno per sempre i miei regali), almeno otto pacchetti da riempire e un pensiero complicato quanto ambizioso da strutturare. Ho il menu di Natale da immaginare, perché quest'anno voglio pranzare qui sull'Albero, lontano da frane e smottamenti, reali o emotivi che siano. Ho la relazione di fine assegno da compilare, il lavoro della tesista da correggere, un laboratorio e un paio di lezioni da preparare, il nuovo progetto robotico da avviare, la partenza da definire.
Un elenco lungo di azioni ripetitive, che non richiedono molta fiducia, solo tempo, costanza, metodo e precisione.
Da me dipendono la fermezza della mano mentre dipingo le lampadiyne, la fantasia mentre scrivo i biglietti di auguri o scelgo i washitape per i pacchetti, la concentrazione quando leggo la tesi e scrivo la relazione, la concretezza mista a creatività per laboratori, lezioni e progetti robotici: probabilmente quest'ultima è la parte più complessa. Lascio fuori la partenza perché quella è difficile ma sempre più possibile e con il tempo ogni tassellino sta magicamente andando al suo posto, poi si vedrà.
Dicevo, tutte queste belle cose dipendono unicamente da me, persona della quale si è detto che mi fido poco, ma so come lavoro, so quando cedo e necessito di una pausa, so quando mi servono aria, gambe e alberi per staccare la spina.
Il problema è là fuori, dove gira il resto del mondo, credo però che finché mi imbatterò in cose come il Secret Santa di Cindy o il PtitZelda di Zelda, sarà tutto più facile. In questo modo riesco a partecipare senza esserci, o anzi, all'opposto, riesco ad esserci senza partecipare, perché per adesso fare tutto il resto è un atto di fede troppo grosso.
Per adesso perché le cose miglioreranno. Lo so.
E lo faranno perché a me fidarmi degli altri piaceva tantissimo.

P.S. Nella foto ci sono i tre cormorani che ho incontrato lo scorso weekend, mentre camminavo svelta sotto una pioggia fine e costante, per andare a trovare mio padre. Quando sono tornata indietro sullo scoglio era rimasto un solo cormorano; mi è dispiaciuto per lui, avrei voluto prestargli qualcuno dei miei amici, che zitti zitti ci sono sempre, anche quando io sono più lontana che mai.


sabato 29 novembre 2014

I magnifici 5: vedere

Nel titolo c'è un errore, perché più che del "vedere" intendo scrivere del "guardare".
Qui da mamma è molto più facile, sono nel mio e tutto ciò che vedo in realtà lo guardo, con attenzione.
E' una mia caratteristica in generale, in verità: difficilmente lascio che le cose mi passino accanto senza badarci troppo, di solito poso gli occhi su quello che incontro e lo osservo, finché non lo capisco.
E' un pregio? Ni. Come sono attenta alla bellezza, anche piccola, che ci circonda, sono attenta (troppo) alle difficoltà, alle fatiche, alle cattiverie. Vedo, guardo, osservo tutto e, nella maggior parte dei casi, mi struggo.
Oggi però scriverò delle cose che mi piace guardare, ho deciso di lasciare fuori quelle brutte.
- Le foglie. Ma va? Chi lo avrebbe mai detto? Si sa, ho una passione sconfinata per la botanica, il primo erbario l'ho costruito con mamma da bambina, usando un grosso album a carta ruvida Fabriano e una pressa comprata in Val D'Aosta. Chissà che fine ha fatto.
- I colori. Mi piace cercarli, accostarli con il pensiero, immaginare quale sfumatura potrebbe stare bene con quella che ho scelto.
- Gli spettacoli a teatro, i concerti, i film al cinema. Insomma, tutte quelle occasioni in cui si condivide una sensazione con amici ma anche (o soprattutto) con perfetti sconosciuti, che si emozionano accanto a noi e a modo loro.
- I bambini che vivono esperienze e fanno nuove scoperte per proprio conto, in disparte. Quando un piccolino trova un insetto strano o un sasso dalla forma buffa e così, senza dire nulla a nessuno, si concentra ad osservarlo, senza preconcetti e senza il bisogno di condividere con altri la novità, io mi sciolgo.
- I comportamenti assurdi della mia gatta. Agata è più simile a un coniglio obeso che a un felino, ma è davvero adorabile. Non smetterei mai di guardarla.
- Il "mio" mare. D'estate, la mattina presto (o la sera), quando non c'è ancora nessuno che urla, gonfia il canotto, si spalma la crema, si tuffa a bomba.
- I boschi in autunno. Perché sono belli sempre, sia guardando in basso tra i muschi e i cespugli sia alzando gli occhi insù, tra rami e pezzi di cielo; in autunno, però, sono ancora più belli.
- La neve. Soprattutto quando è tanta e copre ogni cosa, anche i rumori.
- La pioggia. Che vista la situazione della mia regione non lo dovrei dire, ma quando comincia a scendere regolare, con quel rumore così rassicurante e quel profumo buonissimo (il petricor, di cui ho scritto nel post dedicato all'olfatto), potrei stare a guardarla per ore.
- La persona che amo. Mentre dorme o mentre fa qualcosa che gli piace davvero, seguendo la sua passione. Perché sono una fottutissima romanticona.
- Gli allestimenti. Le tavole ben apparecchiate, le sale organizzate nei dettagli per una festa, le cucine pronte a un bel pranzo, un prato agghindato per un matrimonio...
- Le librerie. Sia intese come negozi sia come mobili porta-libri, perché le vivo come veri e propri paesi dei balocchi.
- I mercatini. Possibilmente dell'antiquariato, ma anche quelli dell'hand made vanno benissimo. Datemi una fila di banchi più o meno sgangherati e ricoperti di cianfrusaglie bellissime e mi renderete una persona felice.
- Le mostre. Mentre per concerti, spettacoli, film al cinema, preferisco essere in compagnia, a vedere una mostra vado più volentieri da sola, al massimo con una persona vicina a me.
- I posti nuovi. Che non vuol dire per forza fare un viaggio lontano, ma semplicemente godere del piacere della scoperta. Come se avessi otto anni.
- I musei. Diversi dalle mostre, i migliori sono quelli di storia naturale o quelli che profumano ancora di museo. Che odore ha un museo? Non ve lo so dire, so solo che è buonissimo.
- I negozi di cartoleria. E non aggiungo altro.
- I fiori. Tutti, nessuno (o quasi) escluso.
Basta, dopo un venerdì un po' rabbuiato da cattive notizie, cercare e parlare della bellezza mi ha fatto bene.
Nella foto una foglia di gingko biloba, in assoluto una delle mie piante preferite, trovata del tutto inaspettatamente sotto casa di mamma (non mi risulta la presenza di questi alberi qui attorno) e accostata, perché i colori ormai sapete che mi piacciono assai, ad altre due cose gialle.
Non è ancora iniziato il p'titzelda2014 né il mio onepitittoadayproject, ma siamo già attivi nella ricerca di piccole cose belle. Evviva.

martedì 25 novembre 2014

Uova, biscotti, arrosto...e un film

Il primo post su questo blog, ormai un sacco di tempo fa, era sul fai da te. Poi, quando vivere la mia vita è diventato un arrangiamento continuo, che più fai da me non si può, le scritture quassù sono diventate introspettive e hanno riguardato maggiormente ricette per stare meglio piuttosto che ricette di cucina. Che poi, se vogliamo dirla tutta, pure le ricette di cucina (per lo meno come le vivo io) sono un modo per stare meglio e così anche le serate passate a costruire, dipingere, incollare, ritagliare o scrivere sono un momento importante che dedico a liberare la mente da tutta la merda accumulata. Di norma faccio queste azioni (costruire, dipingere, incollare, ritagliare o scrivere) anche contemporaneamente, buttando giù un post mentre cuoce la torta nel forno e la colla o la tempera si asciugano.

[ora stacco un attimo, perché se mi riesce, nonostante il diluvio, vado a fare una cosa che non ho mai fatto in vita mia].

Ce l'ho fatta. Sono andata al cinema. Da sola.
A onor del vero lo avevo già provato questa estate, ma era una rassegna estiva, in piazza, con un sacco di gente conosciuta che vagava qua e là. Stasera no, stasera pioveva forte, io ho preso la porta e sono corsa a vedermi un film.
Una banalità per il resto del mondo probabilmente, ma non per me.
Ho visto Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne, con la "mia" meravigliosa Marion e sono stata contenta che quello fosse il primo film in compagnia di me stessa, pieno di fragilità che ben conosco.
Ad ogni modo, era di fai dai te che volevo scrivere stasera, e così farò, tra un sorso di camomilla rovente e un biscotto al melograno.

Venerdì all'Altrove, il posto dove ogni tanto mi rintano e faccio turno, ci sarà la Cena delle Fiabe, pensata per i bimbi che potranno mangiare ascoltando racconti e filastrocche, tra una portata e l'altra. Il tema sarà il cibo e io mi sono occupata, insieme alla Ce, di realizzare gli allestimenti.
In particolare ho pensato ai fiori, cercando di richiamare il più possibile la parola chiave della serata.

Ecco gli ingredienti per realizzare i vasetti che vedete in foto:
- Confezioni vuote delle uova
- Spiedini
- Tempere
- Pennelli
- Spago da arrosto
- Scatole di biscotti
- Colla
- Forbici
- Barattoli di conserve ormai vuoti
- Carta velina, da pacchi, da pane (quest'ultima sarebbe l'ideale, per ritornare al tema cibo)
- Spugne da composizione floreale (le trovate dal fioraio, comprate quelle da fiori secchi, che non devono essere imbevute d'acqua)

Come procedimento immagino si capisca già, è piuttosto semplice. Occorre, con l'aiuto delle forbici, ritagliare le confezioni delle uova formando piccoli fiori, anche composti da più parti; la sagoma delle scatole aiuta molto. La colla servirà per attaccare i vari pezzi tra loro e, nel caso in cui sia necessario, a saldare meglio la corolla allo stelo, realizzato piantando uno spiedino al centro del fiore. Sempre sullo stelo andrete ad incollare una (o due, tre, quante ne volete!) foglia, che io ho creato usando la carta pieghettata trovata all'interno delle scatole di biscotti.
Una volta composti i fiori si possono dipingere (anche lasciati al naturale però secondo me rendono molto bene), io ho utilizzato le tempere e ho scelto colori tenui: giallo e rosa per i petali, verdeacqua per le foglie.
Quando sono asciugati potete piantarli nei vasi, rivestiti con carta da pane e riempiti di spugna. Lo spago da arrosto può aiutare per rifasciare i barattoli, abbellirli e, come nel mio caso, appendere un cartellino al vostro vaso. Io per esempio ho lasciato scritti "gli ingredienti" che ho usato, cosicché le famiglie possano riprovare a casa o giocare a indovinare la provenienza dei vari pezzi.

Ecco tutto, un giorno fai da te dall'inizio alla fine.



venerdì 21 novembre 2014

Mormorii dei muri

Quando sulla mia strada incontro qualcosa di bello il primo istinto è sempre stato cercare di condividerlo con qualcuno che amo.
Ormai facebook, instagram, whatsapp e tutte le stramoderne diavolerie disponibili rendono semplicissima la diffusione di un piacere, agli amici cari, ai quasi amici, ai semi sconosciuti.
Ultimamente le cose stanno cambiando e io, davanti alla bellezza, non sento più la necessità di spartirla per sentirla davvero.
Stasera, per esempio, è andata così.
E' andata che ora sono sotto al piumone ricoperto di tavole botaniche, accanto a me fuma una tazza di camomilla e l'abat jour è accesa. Quello che voglio è salvare il più possibile la bellezza che mi si è infilata nel cuore, un cuore minuscolo e parecchio a pezzi. I miei amici sono a bere dopo il teatro e io scrivo qui e ragiono sul fatto che in fondo, anche adesso (forse più che mai) sto condividendo un'esperienza, nonostante abbia appena smesso di dichiarare che ultimamente questa cosa stia capitando sempre meno.
Ad ogni modo, poco più di mezz'ora fa ero seduta alla Tosse, a vedere Murmures des Mur, uno spettacolo di Aurélia Thierrée, nipote (bravissima) di Chaplin (sì, quel Chaplin che di nome faceva Charlie).
Come definirei lo spettacolo...non so. Nessie Parlava di teatro-danza, e forse aveva ragione.
Io, come penso sia capitato alla maggior parte degli spettatori in sala, mi ci sono ritrovata continuamente.
Gli stivali da pioggia, gli alberi sullo sfondo, le case dei vicoli piene di finestre e porte semi aperte, le cose piccole e preziose, i balli sulla punta dei piedi (in tazzina), i mari agitati, le angosce, ma, soprattutto, il sogno.
Perché la sensazione che mi ha accompagnata quasi da subito, quando ho iniziato sommessamente spudoratamente a piagnucolare, è la stessa che mi viene a trovare di notte, quando mi abbandono ai sogni più profondi.
Strane creature, volti senza volto, abiti chiari, velluto, scale, scatole e fruscii, dejavu, abbracci strappati, non dati, infiniti e, soprattutto, mormorii dei muri.
Parlare di uno spettacolo teatrale penso sia impossibile, come si fa a rendere le sensazioni della sala? I brusii, le risate, i colpi di tosse, i mezzi applausi e quelli scroscianti, l'odore del fumo finto, il rumore dei piedi nudi sul legno del palco...come si fa? L'unico modo per capire è vederlo.
La plastica con le bolle, le luci in bottiglia, le piume di struzzo, il raso bordeaux, le teiere d'argento, i tacchi rossi, la seta color crema, le calze nere, le scarpe da tip tap, i camici bianchi, i letti con le ruote, quelli con le sbarre, quelli con il baldacchino. Gufi, granchi, draghi, sirene, enormi creature.
Io, lo andrei a rivedere adesso.
Murmures des Mur

venerdì 14 novembre 2014

Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto

Ieri sono andata a vedere la mostra di Frida Kahlo, qui a Genova.
L'ultima volta che ho visitato un'esposizione delle sue opere ero ragazzina, con mamma, e non mi ricordo dove fossimo. Di quel giorno mi sono rimasti una cartolina di La niña Virginia, il dipinto con Frida bambina seduta, in abito verde, su sfondo viola e un amore incondizionato per questa donna.
Di ieri sera mi sono rimasti un pacchetto di semi da piantare (i fiori di Frida, dice la bustina, chissà cosa ne uscirà, se ne uscirà qualcosa) e, di nuovo, un amore incondizionato per questa donna.
Troppo facile dire "Perché Frida sono io", poiché in realtà Frida siamo tutti. Tutti noi quando lottiamo e non ci arrendiamo, tutti noi quando ci aggrappiamo al sole che splende pur di non vedere il dolore, tutti noi quando indossiamo una maschera per continuare a vivere in mezzo alla gente, tutti noi quando ci abbandoniamo alla passione, perché è l'unica cosa che conta davvero. Una testimonianza della nipote, ascoltata ieri sera nell'audioguida in una sala silenziosa e quasi vuota, parla di Frida come di una donna coraggiosa, come di un esempio. Beh, impossibile dire il contrario.
La deformità, la malattia, la paura, il dolore fisico, la solitudine, combattute con la bellezza, l'intelligenza, l'ironia, la continua e incessante ricerca di sé. I dipinti allo specchio, in questo periodo in cui al giovedì parlo praticamente solo di riflessi e corrispondenze, sono per me il simbolo della struttura di se stessi, dell'analisi del proprio cuore, delle proprie difficoltà, dei propri limiti, delle proprie cadute, ma (accidenti!) anche della propria forza, della propria luce, delle proprie possibilità, delle proprie conquiste.
Sui pannelli, bellissimi, della mostra, si intervallano citazioni di Frida e di Diego, lei dice: "Cosa farei io senza l'assurdo?" e lo dico anche io. Cosa farei? Cosa faremmo tutti? Senza quelle situazioni inspiegabili, senza quei momenti che non si possono capire, che accadono così, e si ingarbugliano, si confondono e ci rendono la vita un casino?
La mostra di Frida per me si vede con la pancia, non con gli occhi (anche se, a dirla tutta, le opere su metallo proprio ciao, sono una meraviglia indescrivibile), si vede con quel pezzo di sé che è entrato sperando di trovare risposte, trovandole eccome.
Si riesce a vivere, malissimo e benissimo allo stesso tempo. Si può essere bellissimi nascosti sotto a gonne enormi che proteggono le nostre deformità, si può amare in maniera profondissima anche di fronte a distanze interminabili, fisiche e mentali.
La mostra di Frida è la mostra del "si può fare tutto", ne sono un esempio i cadaveri squisiti, quei disegni iniziati da Diego e terminati da Frida (o viceversa) senza poter sbirciare la prima parte. Si può amare l'altro, la vita e se stessi anche se di motivi non ne troviamo, anche se di cose belle per cui lottare non sembrano essercene.
La mostra di Frida è la mostra dei superlativi, perché io non amo granché usarli ma in questo post mi sono appena resa conto che ne ho messi tantissimi (eccone un altro!).
La mostra di Frida è, in realtà, di Diego e Frida, ma a me non riesce proprio di dividerla a metà (anzi, a dirla tutta, forse di Diego c'è pure più materiale in esposizione). Non mi va di dividerla a metà perché, ad ogni modo la si guardi, nelle opere di Frida c'è Diego, più di quanto ci sia nelle opere di Diego stesso.
Perché lei lo amava così:
"Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto
e neppure così sapresti
quanto è meraviglioso poterti amare"


Che altro?

sabato 8 novembre 2014

Pititti e Menenni

Dopo il sogno assurdo della settimana scorsa, sviscerato accuratamente nelle opportune sedi, dove finalmente dopo secoli ho mollato gli ormeggi e mi sono lasciata andare e dove ogni più piccolo simbolo è stato interpretato, compreso e soprattutto accolto, sono andata al cimitero.
E' sabato e nella chiesa vicina credo ci fosse il catechismo, perciò accanto all'ingresso decine di ragazzini si chiamavano a gran voce e scherzavano alla luce del tramonto, una scena che strideva così tanto con il mio stato d'animo da farmi quasi sorridere. Una volta dentro niente neve, betulle spoglie, discese ripide e magri custodi, una volta dentro solo cipressi forti, mare all'orizzonte, milioni di crisantemi e l'atmosfera della luce quassù.
Non pensavo di rivedere cadaveri sdraiati sui mucchi di terra o donne in fuxia sepolte a metà, però una controllata ci tenevo a farla e, già che c'ero, anche un saluto al signore dietro al mazzetto di fiori gialli l'ho fatto volentieri. Vado raramente a trovare mio padre, di solito da sola, a piedi, passando dal bosco e tornando dalla costa, ma stasera era tardi e di rimanere chiusa dentro proprio no, non ne volevo sapere. Perciò sono salita con mamma esattamente come nel sogno, lei ha incontrato i soliti conoscenti freschi di lutto ai quali dispensare consigli e incoraggiamenti, io ho spolverato compulsivamente il mazzetto giallo di cui sopra una, due, tre volte.
Così, oggi che sono al paesello senza pc, che mi sono concessa un paio di chilometri di passeggiata piana (perché no, la schiena, delle salite, ancora non può/vuole sapere), che ho mangiato lo sformato di broccoli, che ho dormito avvolta nella copertina a quadri, che ho giocato con Agata, che ho fatto merenda con tisana e biscotti e che ho raccolto la foglia del giorno direttamente nel giardino incantato, ho deciso quale sarà il prossimo progetto instagram in partenza dopo #oneleafadayproject. Per ora le personali maratone che ho condotto sono questa delle foglie (che già mi manca al solo pensiero di terminarla, ma che penso di riuscire a rendere parte integrante della mia casa, in qualche modo che ancora non ho chiaro), quella dedicata ai colori (#fridayimincolorproject, che ha contato sette settimane di scatti, dedicati al giallo, al rosso, al bianco, al verde, al blu, all'arancione e al rosa e che penso finirà qui) e quella che non ha un punto di arrivo, che si occupa di libri e pantoni, che è partita per prima e che amo moltissimo. Quindi, dicevo, ho in mente un altro progetto e questa volta vorrei dedicarlo alle mie amate amatissime piccole cose. Una al giorno. Come le foglie. Per 99 volte. Ci ragionerò meglio nel tempo, ma l'idea è sempre quella di tenere accesa la vista e avere il cuore aperto, pronto a emozionarsi. Anche se tutto attorno a me dovesse andare di merda, sarò obbligata (da me stessa, per una volta) a trovare qualcosa di buono. Fosse anche un bottone rosso uscito per caso da una tasca, un gatto affacciato a una finestra, una macchia nera a forma di corvo sul finestrino del bus (lo ammetto, questa l'ho vista stamattina), un bicchiere di spumante per un brindisi importante, un bosco autunnale per un amico che ora non ce la fa.
Quindi, tra venti giorni esatti, si parte con questa nuova piccola avventura, che potrebbe chiamarsi #onelittlethingproject, ma visto che voglio sia mia mia mia, che più mia non si può, ho deciso che avrà il nome delle piccole cose di quando ero bambina: pititti. Per chi non lo sapesse, probabilmente avevo un futuro da linguista e non l'ho mai coltivato, perché, quando ancora quasi non parlavo, un buon modo per calmarmi era darmi delle cose piccole da separare da quelle grandi (che è esattamente quello che sto facendo, super concentrata, nella foto usata per questo post).
Le cose piccole erano i pititti (ecco il futuro da linguista: pititti...petit?) e quelle grandi erano i menenni (notare l'evidente onomatopea anche nella pronuncia: bocca piccola e stretta nel primo caso, grande apertura nel secondo). Questa sorta di fissazione dura ancora adesso, per certi versi, se un tempo trovare delle briciole di plasmon nel latte mi faceva accantonare sprezzante il biberon dichiarando "Pititti", oggi non berrei granché volentieri una spremuta non filtrata, nella quale galleggerebbero inevitabilmente numerosi fastidiosissimi pititti.
Ma i pititti sono anche buoni, sono le cose piccole e preziose di ogni giorno, che non dobbiamo mai smettere di cercare, perciò il prossimo progetto si intitolerà #onepitittoadayproject.

giovedì 6 novembre 2014

La notte dei morti viventi

Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".

Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".

Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...

sabato 1 novembre 2014

OK

Premessa:
Questo post è in realtà di ieri, ma si sa, durante il Festival il tempo è quello che è e si fa quel che si può.

Finalmente ho trovato un modo per usare la parte finale del catalogo del Festival. La sezione Memo. Quella che sta dopo gli Eventi Ospite. E' l'ora di pranzo, sono in treno, vado a Nervi a vedere un laboratorio che più mio di così non credo si possa: Piante Guerriere.
C'è un sole bellissimo stamattina, ho persino dovuto cambiare giacca, lasciare il cappotto di lana rossa a casa e infilare al volo il blazer di velluto marrone, quello da uomo. E' un giorno di regali, uno pensato per chi compirà gli anni tra poco e uno concesso a me: pranzo con girella gigante all'uvetta e caffè.
Sono trascorse settimane vissute alla giornata, alla spera in Dio per usare un detto, alla ti ma riesci per dirla in dialetto, alla cazzo di cane per andare subito al sodo. Pensieri di fuga sempre più o meno presenti (un poco pure tentati, inutilmente), momenti di sconforto, attimi di entusiasmo, rivendicazioni di spazi, tempi, diritti e attenzioni.
Dopo questo periodo che ancora non so se sia stato sensato o magari addirittura dannoso, è l'ora di tracciare una strada più chiara, mettere dei punti fermi, compilare un memo, dopotutto la pagina dopo gli Eventi Ospite dice così, no?

[pausa lab]

Quindi, "riordinando" le idee:
1) Ok. Devo Voglio uscire di più a fare cose belle. Rimpiermi gli occhi, il cuore, la pelle di cose belle. Senza per forza pensare di viaggiare, le cose belle sono pure qui, dietro casa. La foglia di ginkgo biloba che ho raccolto stamattina e lo scoiattolo che ho incontrato poco fa non avevano proprio nulla da invidiare alle meraviglie di Roma.
2) Ok. Non devo smettere mai di credere nelle mie capacità. Il lavoro è poco per tutti. Quando a Gennaio mi troverò quasi completamente disoccupata non dovrò provare vergogna a lasciarmi aiutare da mia madre fino a che non troverò un altro impiego. Non importa quanto ci vorrà. Ce la farò.
3) Ok. Non voglio aspettare gli altri per essere felice. L'avrò già scritto, detto, pensato diecimila volte. Le persone che desiderano condividere con me un momento, un sentiero, una mostra, un concerto, una cena, arriveranno. Basta smettere di aspettarle e cominciare a lavorare su quanto possano essere belli un tramonto, un quadro, una canzone o un albero pieno di foglie gialle anche se li vivo da sola, anche se nessuno è accanto a me quando incontro una di queste meraviglie (oggi però nel parco di Nervi, tra gli scoiattoli, c'era pure Luca Mercalli. Sì, quello della TV).
4) Ok. Voglio riprendere piano piano e con costanza ad andare in palestra, ignorando la tosse che mi scuote da due settimane e tutti i ricordi mostruosi che si porta con sé. Così come voglio chiudere fuori il dolore al collo e la mezza faccia che trema, lei al posto mio.
5) Ok. Voglio camminare, è pure questo lo dico sempre. Ma magari anche correndo, combattendo il freddo che arriverà e seguendo il proposito al punto uno.
6) Ok. Voglio finire il lavoro che mi ha accompagnata per due anni senza massacrarmi l'anima per la perdita. Sono stata fortunata fortunatissima per un sacco di tempo e va bene così. Inutile fare di più, inutile rendersi ancora (troppo) disponibile. Finire quello che ho iniziato (e che per ora giace da un po') e ricominciare da qualcosa di nuovo.
7) Ok. Voglio riaprire i libri che stanno lì a guardarmi sul comodino e che, come al solito quando galleggio, non riesco a divorarli ma nemmeno a leggerli ogni tanto. Proprio no.
8) Ok. Voglio organizzare una festa d'autunno per me e i miei amici, non appena sarò capace di pensare positivo per più di quindici minuti di seguito.

Epilogo:
Essendo passate ventiquattro ore posso già dire qualcosa su come stiamo andando io e i miei propositi:
Ieri sono stata in giro tutto il giorno e ho fatto il pieno di cose belle (punto 1), tipo qui dal mio amico Edu e davanti a bicchiere di Rossese con Sardina, nell'attesa di andare a sentire La notte dei libri viventi.
Sono anche andata a pilates ma la conseguenza è che ora sto a letto piena di Brufen. Temo dunque di avere un tantino fallito il punto 4 e, di conseguenza, di sentire lontano il punto 5. Inoltre mi sono persa Nespoli al Ducale e mi spiace proprio tantissimo.
Non ho ripreso in mano i libri sul comodino ma oggi mamma, che è telepatica come me, mi ha portato in laboratorio questa meraviglia qui.
Per il resto siamo ancora in alto mare, ma ci lavorerò.
Da domani.
Forse.
Ok.

lunedì 27 ottobre 2014

Io scrivo

Il Festival è iniziato, le vie brulicano dei soliti asterischi appesi al collo, le conferenze, gli eventi, gli spettacoli si rincorrono per tutto il giorno, la sera si organizzano aperitivi, cene, bevute al Conte. Io, nel frattempo, scrivo.
Ho turni perfetti quest'anno, che si incastrano benissimo con gli orari di ufficio, con gli impegni extra lavorativi, con il pilates, con la serata volontaria all'Altrove, persino con le pulizie d'inverno.
Il laboratorio fila che è una meraviglia, sto al caldo, stampo quattro o cinque foglie colorate all'ora, parlo, riparlo e straparlo con bambini di sette anni quanto con ragazzi di diciotto, mi diverto come sempre, o forse persino più di sempre.
Non credo però che dipenda dal Festival, ma penso piuttosto che il mood semi zen che sto tentando di seguire da Gennaio stia continuando a dare i suoi frutti. E così organizzo serate a degustare Champagne con mamma e i vicini, vado a vedere Nespoli e il suo mondo spaziale, mi intrufolo nella Notte dei libri viventi e domani sera mi godo il mio amico Edu che canta felice in mezzo al suo pubblico in delirio.
Mentre oggi scoprivo, con una meraviglia rara, quanto l'istruzione italiana e le sue regole siano al limite della decenza (non che non lo sapessi eh, ma non credevo fossimo a questi punti, davvero no), pensavo che ok, siamo folli, sono folli, ma io me ne chiamo fuori. "Pugno!" Come si diceva da piccoli. Voi prendete per il culo il mondo, io scendo e vado a scrivere. Prima però mi compro il libro più bello che esista al bookshop del Festival e vado a sfogliarmelo seduta sui gradini della piazza. Poi, al prossimo giro di follia, mi piglierò pure questo, perché un'autrice così merita di essere seguita per sempre.
Quindi reduce da tonsillite e febbriciattola, ancora portatrice più o meno sana di gola in fiamme e mal di testa, me ne sto accoccolata sotto alle coperte e scrivo, con la tisana balsamica che mi fuma accanto e niente musica, per una volta. Prima di mettermi al lavoro qui davanti al pc, però, ho preparato Marianna al grande passo: Marianna è la talea che vedete in foto, un pezzo di pianta pelosa che mi ha regalato Anna, la mia collega. Penso sia della famiglia delle miserie, quelle striscianti tendenti al viola che si vedono spesso in giardini pubblici, poco soleggiati, a volte anche un tantino vittime dell'incuria. Marianna, invece, è super coccolata, lo dimostra il fatto che le ho pure dato un nome. Domattina entrerà in vaso, un contenitore piccolo in verità, provvisorio sicuramente, e andrà a sostituire una delle due succulente appese che ci ha lasciati in questi giorni. In completo silenzio è marcita, probabilmente mentre ero via, sicuramente per la troppa acqua, lasciando la gemella sola e un vaso tristemente vuoto. E' arrivato quindi il momento per dare spazio (e terra) a Marianna e vedere come se la caverà lassù.
Io sono fiduciosa, si fa sempre in tempo a cambiare, trovare un'altra posizione, cercare un luogo migliore e una modalità più rilassante. Parola mia.

sabato 18 ottobre 2014

Vacanze romane: cose che non sapevo di me.

Quando si viaggia da soli si impara sempre qualcosa di sé.
Questa è la mia ultima sera a Roma, nella stanza accanto hanno appena stappato una bottiglia di spumante e un paio di piedi nudi hanno attraversato di corsa il corridoio per prendere due bicchieri in cucina. Prosit.
Sono rientrata poco fa dalla cena, ho mangiato in un'osteria qui vicino, ho fatto due passi nel viale di magnolie, ho pensato a me e alla settimana che verrà, fatta di curriculum da inviare, analisi da completare, visite mediche da ricordare, Festival della Scienza da iniziare.
Domani ho il treno diretto che mi riporterà a Genova, che mi è mancata un sacco anche se di starmene lontano per un po', pure poco, ne avevo davvero tanto bisogno.
Il convegno che ho seguito è stato molto interessante, il primo giorno cose già viste e sentite, oggi novità e tecniche utili per concludere degnamente questi due anni di assegno ormai in scadenza.
Quindi, dicevamo, viaggiando da soli si scoprono un sacco di aspetti personali che non si conoscevano. Ecco i miei:
1) Non mi piace mangiare da sola. Racconto spesso che ho iniziato tardi a farlo, ero già all'università la prima volta che ho pranzato con un'insalata greca al Botteghino delle Vigne. Piano piano mi sono abituata, ma è inutile: non mi piace. In questi giorni ho pranzato con un panino imbottito di frittata e verdure grigliate sul treno, all'altezza di Grosseto, in piedi nel corridoio. A cena ho preferito un aperitivo mentre ieri, a pranzo, un piatto di bucatini cacio e pepe non me lo ha tolto nessuno. A cena ho onorato le tradizioni e ho mangiato il baccalà fritto con le puntarelle e un quarto di vino bianco, come se con me ci fosse stata Anna la mia fedele compagna di viaggi di lavoro. Oggi, a convegno finito, mi sono seduta nel ristorantino di pesce che avevo adocchiato ieri: tartare di spigola e bicchiere di vino, tutto buonissimo ma 2,50 euro per un caffè e addirittura 3,00 euro per mezzo litro d'acqua del rubinetto...proprio no. E questa sera, dopo un pomeriggio infinito in giro per mostre, ho ceduto al menù a prezzo fisso con lasagna e bruschette, concedendomi ben due bicchieri di albergaccio perché è l'ultimo giorno e sono un poco triste. Morale della favola: non mi piace mangiare da sola, persino a colazione preferisco stare al bar (in religioso silenzio ma pur sempre tra la gente), però se sono costretta a farlo lo faccio, e pure bene.
2) Visitare mostre per me è come camminare: da sola è molto meglio. Non è vero, ho detto una bugia: visitare le mostre e camminare sono due attività che da sola faccio volentieri e benissimo, ma se posso condividere una cosa così bella con chi ama farlo tanto quanto me...beh allora sono felice davvero. La prerogativa essenziale è, tanto per cambiare, il silenzio. No commenti su quel quadro o quello scatto, no pause per foto, animaletti, alberi strani, didascalie, audioguide inceppate, falchi pellegrini. Le considerazioni sulla passeggiata e sull'esposizione solo a cose fatte, grazie.
3) Se non fossi una conservation scientist (ahahahaha, diagnosta per il restauro, va) sarei biologa, anzi botanica, anzi lichenologa. Quando partecipo a convegni simili a quello concluso oggi ho improvvise certezze e chiare visioni del se e del ma. Amo le piante, amo i muschi, le felci, le alghe, i fiori piccoli e sconosciuti. Amo le foglie, gli alberi, i prati. Amo tutto quello che è natura, bellezza, spontaneità. Però amo anche l'arte, i colori, la capacità di pochi (pochissimi) di dirmi esattamente come si sta con un peso nel cuore, con un bimbo in arrivo, con un lutto nel cervello, usando semplicemente una matita, un pigmento, una forma, un materiale.
4) Il secondo punto ritorna in questo. Perché in tre giorni ho visto quattro mostre, perché domani forse ne visiterò una quinta, e questo è stato possibile unicamente perché ero sola e perché negli artisti che ho deciso di andare a vedere si nascondono tutti gli aspetti di cui ho scritto poco fa. Il punto di vista spontaneo e capovolto di Escher, la bellezza immortalata da Cartier Bresson, la natura e i colori di Fontana (detentore ufficiale del mio cuore per un mese almeno), le difficoltà e le gioie nascoste tra gli scatti di Erwitt e Gardin.
5) Ho il senso dell'orientamento di un calzino. Nullo. Mi sono persa ogni giorno, verso ogni meta, ad ogni ora. Non che non lo sapessi, per carità, ma non credevo di essere così incapace di leggere una cartina, di riconoscere una via, di raggiungere un posto alla prima. Per fortuna che oggi pomeriggio, sul tram, il pompiere Mario mi ha guardato le scarpe, mi ha chiesto se vado in montagna e mi ha accompagnata fino all'ingresso dell'Auditorium, dove mi hanno scontato il biglietto per l'impegno. Giuro. (Nu se semo presentati, io sò Mario comunque. Se vedemo 'n giro)
6) Non potrei mai vivere in una città grande. Mi riallaccio automaticamente al punto scorso ma è così. Mi perdo, non mi serve tutto questo spazio, non lo so gestire e mi mette l'ansia. La metro di Roma? Uh, per carità. Meglio i quattro metri quadri di quella di Genova, che a fare a piedi arrivi prima. Ha ragione il vicino-vicino, mi manca la gallina nella gabbia e poi non avrò nulla da invidiare a Renato Pozzetto, ragazzo di campagna.
7) I book-shop sono il male, per il mio portafoglio di sicuro. Ho risparmiato in bus, metro e tram, ma ho spesso una fortuna in cataloghi, cartoline, stronzate varie ed eventuali di un'inutilità imbarazzante. Unico altro regalo: due taxi la sera per non attraversare Roma al buio con la certezza matematica di perdermi e farmi rubare tutto, cataloghi e cartoline compresi.
8) Ballando con le stelle è il male più dei book shop. Lo sto "guardando" ora mentre scrivo, un trauma per chi ha vissuto anni senza TV. Anzi, mentre la Carlucci dice "Chissà le gambe come sono diventate dure nel frattempo" medito di spegnere e di mettermi a leggere questo (uno degli innumerevoli acquisti di cui sopra, ma Fontana a Palazzo Incontro, con la libreria Fandango al piano terra, non ha aiutato a non comprarlo).
Ho scoperto altre mille cose, ma si fa tardi e si fa lunga, le terrò per me. S'è fatta na certa, come dicono qui.
Daje.




giovedì 16 ottobre 2014

Postcard from Italy

"Siete davvero sicuri che un pavimento non possa essere anche un soffitto?" Diceva Escher. E lo dico anche io.
Una delle ragioni per cui patisco l'immobilità, il non andare mai in viaggio, il rimanere sempre ancorata nello stesso posto, deriva proprio dal bisogno di verificare che il pavimento possa essere anche un soffitto. Cambiare il punto di vista, guardare il mondo da un'altra prospettiva, mettersi a testa in giù, sotto sopra, per poi tornare a casa. In questi giorni a Roma, ufficialmente per un convegno che promette grandi cose, voglio provare a muovermi tra mostre, negozi, strade, con l'unico obiettivo di vedere quello che c'è. Oggi in treno ho viaggiato benissimo, la stanza dove alloggio è piccola, semplice e silenziosa e per arrivare in centro mi spetta una passeggiata tranquilla di una quarantina di minuti. Che camminare mi piaccia è cosa nota, così come è cosa nota che il mondo dell'arte si spartisca con quello della natura buona parte del mio cuore. Quindi, appena arrivata, giusto il tempo di lasciare la valigia e controllare la cartina, mi sono fiondata a passo spedito lungo Via Cavour, ho attraversato la zona dei Fori (dove domani e sabato trascorrerò buona parte del mio tempo) e sono andata al Chiostro di Bramante a vedere la mostra di Escher. L'anno scorso nello stesso posto avevo visto Bruegel ed ero rimasta incantata dal luogo prima ancora che dall'esposizione. Questa volta la sensazione è stata la stessa: così stritolato dal centro storico si nasconde uno spazio ampio, elegante, misterioso, dal quale guardare il cielo con un punto di vista completamente diverso, proprio come piace a me.
La mostra è bellissima, ricca di opere, interattiva, con audioguide gratuite e un percorso appositamente pensato per i più piccoli. Non so dire quanto io sia rimasta là dentro, davanti alle geometrie impossibili, alle sequenze infinite di pesci, uccelli, scale e triangoli, sicuramente più di un'ora. Quando sono uscita stava venendo buio e sono finita di nuovo e magicamente in mezzo al momento in cui si accendono i lampioni. Ho fatto un giro in Piazza Navona dove una ragazza suonava l'arpa, un signore anziano cantava Caruso, il solito indiano arancione fluttuava a un metro da terra, un uomo teneva un mazzo di palloncini attaccati alla lunghissima lenza di una canna da pesca e un ragazzo in cravatta lanciava clave infuocate verso il cielo. Mi sono seduta davanti a un piccolo locale con l'ingresso ricoperto di lucine accese e ho ordinato uno Chardonnay Bio del Lazio, ho bevuto con calma, spiluccato dal piattino di bruschette, olive e insalata e poi, sulla via del ritorno, ho preso un gelato.
Confesso di essermi regalata pure un taxi, la strada era lunga e devo farla almeno ancora una volta se non voglio ritrovarmi al buio, col telefono scarico, dall'altra parte di Roma.
Quindi ora, dal letto della mia piccola camera, con l'abat-jour accesa e le salamandre attorcigliate di Escher che si rincorrono nella mia testa, scrivo e guardo la TV, quella TV che non possiedo da quasi cinque anni e che stasera, ironia della sorte, passa un film demenziale su una ragazza sempre invitata ai matrimoni degli altri e mai protagonista del suo. Punti di vista.
Dalla finestra davanti a me vedo altre finestre illuminate, poco fa a sinistra mangiavano attorno a un bellissimo tavolo, al piano di sopra solo gerani e a destra scale, scale e ancora scale come nelle stampe di Escher.
Chissà se domani riuscirò a vedere un'altra mostra o, stancata dal convegno, verrò solo a mangiare una montagna di cacio e pepe nella piccola osteria qua sotto. Di sicuro ci sono almeno altre quattro esposizioni che meriterebbero una visita, ma come ho scritto all'inizio del post sono "qui con l'unico obiettivo di vedere quello che c'è".

domenica 12 ottobre 2014

Ci sono cose che voi umani...

Avviso: non è un post sull'alluvione.
E la foto allora? La foto c'è perché sì, siamo ancora finalmente in allerta meteo e ieri sono stata nei luoghi colpiti dove ho scattato un'unica foto del disastro, quella quassù appunto.
Non ho intenzione però di fare dietrologie, cercare responsabilità, analizzare le cose accadute e quelle non accadute, perché qui non lo faccio mai, per scelta. Sono stati rari i post con un po' di cronaca e/o polemica, ne ricordo uno sull'otto marzo, uno sul crollo della torre dei piloti, e pochi altri. Sicuramente ci sono colpe, inadempienze, anche criminali se vogliamo chiamarle tali, visto che c'è una vittima, ci sono milioni di danni e soprattutto c'è una ricorrenza di questi fenomeni sempre più preoccupante e certamente non casuale.
Se proprio devo dire la mia opinione mi trovo d'accordo con chi parla di territorio violentato dalla cementificazione scellerata, di opere di bonifica, idraulica, edilizia che non sono state completate e spesso nemmeno iniziate, di natura che si riprende gli spazi che le abbiamo tolto senza porci minimamente il problema. Patisco invece moltissimo chi si improvvisa, nell'ordine, ingegnere, progettista, architetto, meteorologo, giudice, politico, tecnico e potrei continuare all'infinito. Parole, parole, parole vane che si sommano a un mare di opportunismo, uno sciacallaggio non certo migliore di quello vero e proprio, con mezzi politicanti che da un dramma cercano di strappare voti, visibilità e futuro.
Ma questo non sarà un post sull'alluvione.
Sarà un post di somme tirate, e non tirate, di riflessioni da domenica casalinga, con i calzettoni di lana, la camicia a scacchi e tantissimo lavoro da portare a termine. Il curriculum europeo è quasi pronto, tempo di recuperare i certificati richiesti e di farlo leggere a qualcuno di competente e poi via, si spedisce e chissà come andrà. Il bando è sempre fermo e nessuno mi risponde alle e-mail, immagino già una prossima settimana da incubo con la scadenza imminente e il silenzio totale delle istituzioni. Il viaggio che arriva tra poco mi emoziona, perché oltre a vedere meraviglie e a girovagare per Roma, credo riuscirò finalmente a finire il percorso di giusta distanza che ho iniziato da un po'. Che per carità, è una roba che faccio da sempre, a cadenza regolare come il cambio degli armadi, ma adesso ho deciso che non sarà più un problema: evidentemente ogni tot devo aggiustare il tiro perché lo scenario cambia e non tutti i mirini che ho sono adatti.
Poi c'è la questione torre o lumachina che dir si voglia, ma a risolverla ci provo già ogni giovedì, il resto della settimana cerco solo di non fare cazzate. E così in questi giorni di terrore per la mia città e pure per me che non amo moltissimo svegliarmi nel cuore della notte con la sensazione di essere da sola in mezzo al nulla, io metto insieme i pezzi. Con una fatica boia, in verità, e non poco scoramento. Certamente che cambiare prospettiva e fare le cose anche con attenzione per me stessa è molto utile, perciò a spalare il fango vado nel posto che rappresenta più di ogni altro le gioie della mia infanzia: il Museo di Storia Naturale, ma con un occhio fisso alla situazione a casa di mamma. E poi ok la domenica a lavorare, ma con il permesso accordato di prendermi una pausa ogni tanto per pensare a un compleanno speciale che sarebbe oggi ma che ormai non si festeggia più. E lo smalto rosso alle unghie, il colore rame ai capelli, la tisana di malga per scaldare la pancia sottosopra, il mantra positivo nel cervello che mi ricorda che in qualche modo ne uscirò. Una soluzione la troverò, una possibilità per il mio futuro da qualche parte ci sarà.
Per me e per la mia città distrutta, ancora una volta.

mercoledì 8 ottobre 2014

Vicenza l'elegante

Sono stata a Vicenza nel weekend.
Avevo un convegno di lavoro e sono rimasta tre giorni in questa città.
Vicenza è piccolina, per lo meno lo è il centro storico, si gira in poco tempo ed è bella. Ci sono motivi precisi per cui è bella:
è pulita
è piena di chiese
è ricchissima di spazi verdi (quanti alberi tutti insieme! Che meraviglia!)
è un concentrato di negozi di alta qualità
è portatrice sana di locali dove bere e mangiare a prezzi più che ragionevoli (o almeno per quanto riguarda i posti dove sono stata io)
è una città giovane, nel senso che tanti ragazzi tutti insieme io non credo di averli mai visti
è elegante
E qui casca l'asino. Perché, direte voi, l'eleganza non è un pregio? Certo che sì. Ma a volte mi è parso che il tentativo di essere eleganti a tutti i costi rendesse le cose e le persone un poco finte. Intendiamoci, lungi da me fare di tutta l'erba un fascio, ho visto donne e uomini eleganti con sobrietà, vestiti casual ma estremamente piacevoli, con i capelli freschi di parrucchiere e assolutamente raffinati. Poi però ho visto anche tantissime persone, soprattutto la sera, agghindate in maniera esagerata, molto truccate, sempre con i tacchi, le pochette, i telefonini all'ultima moda e i bambini vestiti come principi. Tutti. Non ho visto nemmeno una tuta a Vicenza. Anzi, l'ultimo giorno, la mattina, mentre camminavo tra gli stand del mercatino dell'artigianato organizzato in piazza, una signora si è chinata su un passeggino e ha esclamato alla bimba semiaddormentata: "Mi hanno detto che oggi sei proprio la bambina più elegante di tutta Vicenza!".
Mi ha fatto impressione. Perché non ci sono abituata probabilmente, vivendo nei vicoli è più facile che alla mattina mi capiti di incontrare Giulia, la bimba cinese del ristorante sotto casa, o qualche spazzino che finisce il turno, o il giornalaio che apre l'edicola, o la mitica Mercedes che si trascina sul suo bel sedile di pietra. Di bimbe elegantissime in carrozzina nemmeno l'ombra.
Questi sono i pensieri che ho fatto lì per lì.
Poi però ho riflettuto.
E mi è venuta in mente la terrazza bellissima dove abbiamo preso un aperitivo (grazie Eli del consiglio!) e da dove ho visto volare via uno dei mille palloncini di Vicenza, intercettato con malcelata emozione il giorno dopo sui cieli sopra all'albergo. Mi è venuto in mente il ginkgo biloba che ho incontrato venerdì, maestoso e ancora verde, mi è venuto in mente il negozio che volevo tanto andare a visitare e dal quale sono uscita con questa, mi è venuto in mente il servizio bus notturno che a Genova te lo scordi, mi sono venuti in mente il vino buono ovunque e il ristorante meraviglioso dove abbiamo cenato entrambe le sere. E allora ho capito che Vicenza in realtà è elegante in queste cose. E' elegante perché sa coccolarti. Sa regalarti angoli bellissimi come quelli attorno al fiume, sa parlare a bassa voce, sa stupirti con botteghe antichissime e ancora molto frequentate, sa valorizzare quello che ha anche se è piccola.
In questo Vicenza è elegante. Poco importano i tacchi 14 indossati con goffaggine, i mocassini con il pantalone risvoltato, le auto di lusso sotto il portico, gli occhiali da sole anche di notte.
Ho pensato che se fossi stata vicentina e fossi venuta tre giorni a Genova l'avrei giudicata sporca, piena di gente trasandata (soprattutto la sera!), di ragazzi chiassosi, di topi, di muri scrostati, di pozze di piscio, di ubriachi che urlano nel cuore della notte. Mentre la mia città non è così, è anche questo certo, ma non solo. Come Genova è malinconia, Vicenza è eleganza. Come Genova è malinconia anche in piena movida, Vicenza è eleganza anche da vuota, alla mattina come all'ora del tramonto, mentre i palloncini volano via e l'aperol scioglie il ghiaccio dello spritz.

martedì 7 ottobre 2014

"E' pur vero che, una volta in piedi, l'uomo non sa star fermo..."

Anche questa volta recensione doppia, ma sarà l'ultima per un po', i prossimi libri hanno un sapore unico, caratteristiche completamente diverse tra loro, e avranno bisogno di un posticino privato.
Questi di cui scrivo stasera li ho letti d'estate, portandomeli in giro, infilandoli in borsa all'ultimo minuto, spulciandoli in spiaggia, treno, parco, panchina. In realtà Camminare di Thoreau l'ho divorato in poche ore, è brevissimo. E sono un po' imbarazzata nel dire che "mi ha annoiata a morte". Avevo grandi aspettative, so che la regola del non farsi illusioni vale per tutto, anche per i libri, ma quando si parla di boschi, passeggiate, natura e vita all'aria aperta tendo a dimenticarlo. Quindi, a parte qualche sparuta frase qua e là (tipo credo nella foresta, e nel campo, e nella notte in cui cresce il grano), posso dire con franchezza che questo libro non mi è piaciuto. Tante ovvietà, tante affermazioni che mi rendevano nervosa, tipo quelle sull'impossibilità di capire la gente che passa le sue giornate in ufficio e non nei boschi a camminare, o quelle sulla terribile condizione delle donne che proprio ci stanno tutto il giorno in casa affacendate. Caro il mio Thoreau, mi veniva da urlare, non è che mi piaccia granché stare in un laboratorio sottoterra al posto che in mezzo ai prati, ma in qualche modo dovrò campare no? Poi certo, le famose parole dell'autore mi saranno utili quando mi farò vincere dalla pigrizia e tenderò a non uscire anche nei momenti liberi, ma di norma la forza di volontà per camminare non mi manca. E tra l'altro mi ritengo assai fortunata ad avere (per pochissimo ancora) un lavoro che mi permette flessibilità, tempo per me, scelte personali. Quindi lo liquido così Camminare, un saggetto veloce (per fortuna), che se non lo leggevo era proprio lo stesso.
Situazione diversa, invece, per Andare a piedi di Frédéric Gros, un libretto dal design adorabile e con tanti spunti interessanti. Purtroppo anche in questo caso la noia ogni tanto mi ha colta, in particolare dalla metà in poi. Le prime pagine sono sottolineate fitte fitte e a molti, presa dall'entusiasmo, l'ho consigliato con gioia. Ora forse non penso più possa andare bene per ogni lettore, però è un buon libro, questo sì.
Ci sono frasi come quella del titolo, ma anche come:

- Camminando, io sono soltanto un semplice sguardo
- Camminare. Ci colpisce, dapprima, come un immenso respiro di orecchi: si accoglie il silenzio come un gran vento fresco che scaccia le nuvole
- Non appena cammino, mi accompagno, divento due
- Perché anche la solitudine si condivide, come il pane e la luce
- Probabilmente altrove non è meglio, ma se non altro è lontano da qui
- Fuori è il nostro elemento: la sensazione precisa di abitarlo


E potrei continuare per ore, ma non lo farò.
Credo che chi ama camminare, chi si sente a casa guardando un panorama dall'alto, chi insomma non riesce a stare fermo, vivrà benissimo anche senza leggere questi due libri; di sicuro però potranno essere utili, azzarderei illuminanti, per chi alla filosofia del camminare si sta appena affacciando.


giovedì 2 ottobre 2014

La paura fa 90

Rannicchiata sul divano aspetto che cuociano le patate nel forno. Le mangerò con due tomini di capra un po' piccanti, perché sono raffreddata e intontita e ho bisogno di coccole. Per la stessa ragione oggi ho comprato un paio di pantofole a righe, di lana, che mi tengano compagnia negli inverni qui sull'Albero (nemmeno abitassi in Lapponia).
Per la stessa ragione, appena entrata a casa, ho acceso la radio. Ma di questo ne scriverò tra poco.
Domani parto per Vicenza, sabato ho un convegno che in verità mi interessa proprio poco, però via, è un viaggio e a me prendere il treno piace sempre un sacco. In queste sere malaticce ho anche scoperto che loro hanno un negozio in città e il trolley mezzo vuoto con cui parto rischia di tornare pieno. Seguendo la nuova collezione di Lazzari ho anche visto questa realtà che non conoscevo per nulla e me ne sono innamorata all'istante. Spero tantissimo di riuscire ad andarci, un giorno.
Ma torniamo alla radio ora, che ho acceso appena rincasata e che sta suonando anche adesso, mentre picchietto sulla tastiera del pc e l'Albero si riempie di profumo di forno. Ascoltando Caterpillar (Radio2, l'unica che seguo da tempo con estrema costanza) ma anche Decanter e tanti altri programmi, ho saputo che quest'anno la Radio festeggia il novantesimo anno di attività. Cioè sono novant'anni che nelle case si accende "l'apparecchio", si ascolta musica con facilità, si segue il radiogiornale, ci si appassiona a storie, dibattiti, trasmissioni intere. Io alla radio sono abituata, anzi, per me è una certezza. Da quando sono piccola, piccolissima. Se stavo in tinello con mamma si ascoltava la radio, se cucinavo con lei si ascoltava la radio, se andavo dai nonni c'era la radio e qualche anno fa, prima di andare a vivere da sola, mio zio mi ha regalato una piccola radio di legno, che mi ha seguito nella casa condivisa e che ora sta di là e mi manda le note di Extraterrestre proprio mentre scrivo (azzeccandoci anche parecchio, a dire il vero). La radio per me ha giustificato le assenze di mio padre, che non poteva mica staccarsi dalle sue radio, che riparava le radio, che collezionava le radio, che parlava nelle radio, che forse (non ne sarei mica così sicura) ascoltava la radio.
Una casa senza radio non la riesco a immaginare, nonostante io conosca moltissima gente che non ne possiede una, ma del resto conosco anche persone che non ascoltano musica, di nessun genere, perciò per quanto mi riguarda di notte gli unicorni corrono nel bosco, portando coloratissime fenici sulla groppa.
[pausa patate al forno e tomini, torno dopo]
Eccomi.
Dicevo, per me la radio è sicurezza, è conforto, è banalmente compagnia. Quante volte, ma lo abbiamo fatto tutti, mi sono precipitata con l'orecchio attaccato agli altoparlanti, carta di fortuna (scontrini, lista della spesa di mamma, tovagliolo) e matita per trascrivere in inglese maccheronico il testo di una canzone che passava proprio durante la cena e dovevo assolutamente scoprirne il titolo. Ora ci sono le app giuste che prendono carta e penna al posto nostro e ci danno la soluzione, ma il sapore no, non è lo stesso. Ho appena saputo che tempo troverò domani a nord est e me lo ha detto la radio, anche perché la tv non ce l'ho. La radio mi ha insegnato l'inglese, mi ha fatto emozionare quando trasmetteva la mia canzone del cuore, mi ha salvata dalla paura, principalmente da quella di restare sola. Probabilmente è per questo che appena entro a casa accendo il mio piccolo apparecchio di legno, a volte senza nemmeno troppa intenzione di ascoltare, mi basta sapere che lì qualcuno c'è e parla. Quindi, in questi giorni che su Radio2 ogni tanto passano dei brevi spezzoni di vecchie trasmissioni, così per celebrare i novant'anni, io mi commuovo un po'. Cioè dai, sentite che meraviglia.

martedì 30 settembre 2014

Il vostro matrimonio è stato bello

Ce l'abbiamo fatta. Vi abbiamo sposati.
Che poi alla fine è stato semplice, avevate già pensato a tutto, o quasi.
Avete deciso di organizzare il vostro matrimonio in poco tempo, solo qualche mese per scegliere vestiti, fiori, menu, location (termine tecnico di noi weddingplanner ndr), bouquet, bomboniere, vini, fedi, acconciatura, calzini. A questo proposito, probabilmente proprio causa del poco tempo a disposizione, lo sposo è finito con l'indossare un paio di calze a pois, ma noi gli vogliamo bene lo stesso.
Al taglio della (bellissima e buonissima) torta avete ringraziato tutti, le famiglie, gli amici, i parenti vicini e lontani, i ragazzi della fattoria, quelli del nostro piccolo-grande circolo, e anche me, sorridente, dondolante, fradicia e un po' sbronza, che battevo le mani a bordo piscina, alternando saltelli scomposti a versetti di commozione.
Fra dice che per tutto il ricevimento, ogni volta che la incontravo bianca, splendente e svolazzante sull'erba verde, la bloccavo e biascicavo un "bravi, bello, tutto perfetto!". Effettivamente può essere. Ma lo pensavo davvero, lo avrei pensato anche se non avessi bevuto quei diciotto litri di Scaia, maledetto vino giallo che sa di mango (o papaia, come dice Nessie) e che sta bene con tutto, con i fichi, con il formaggio, con la zucca, con la carne cruda, con il cioccolato, e pure con la gipsofila, che non escludo di aver brucato in allegria.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vostro. Perché non avete esagerato in nulla, perché alla sera siete andati a dormire presto come solo la Fra sa fare il giorno del suo sì, perché avete regalato una bomboniera al tassista, perché avete scelto una testimone splendida in abito giallo accompagnata da un marito altrettanto splendido che ha aperto le danze in piscina, vestito di tutto punto, mentre lei lo guardava sconsolata, con i capelli mossi e perfetti e con gli occhi innamorati. Nonostante tutto :-D
Il vostro matrimonio è stato bello perché è arrivata gente da ogni dove pur di darvi un bacio, napoletane trasferite nel freddo nord, veneziani d'adozione belli come il sole, toscani, pugliesi, piemontesi, ma anche genovesi vicini, che più vicini mi sa che non si può.
Il vostro matrimonio è stato bello perché siamo partiti da casa, come facciamo sempre se usciamo a cena, se beviamo una cosa, se andiamo a giocare con Martins, se facciamo turno all'Altrove, se prendiamo un caffè in piazza. E mentre la Fra si lasciava truccare buona buona e Luca si scioglieva nella camicia, il fotografo con le bretelle azzurre cominciava il suo lavoro, professionale come sempre ma più commosso, questa volta.
Il vostro matrimonio è stato bello perché la musica a sorpresa durante la celebrazione (o come diavolo si dice) ha fatto piangere anche le seggiole, così come il discorso della fine, le bolle di sapone, le foto tutti abbracciati.
Il vostro matrimonio è stato bello perché c'era il sole, un sole d'estate caldo e felice, un sole forte che ha illuminato le (mie amate) foglie, i bicchieri pieni di vino, le foto stese tra i rami, i bimbi sdraiati sul prato, il vestito bellissimo di Francesca.
Il vostro matrimonio è stato bello perché ho assaggiato la cottura della tagliata prima degli altri (grazie Ste!), perché la torta decorata da Giulia era uno splendore ed era molto vicina a voi, alle cose che vi piacciono, alle caratteristiche che vi accompagnano: c'erano le geometrie matematiche e la precisione, ma anche i lamponi, i cuori e la cioccolata.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vero. Nella tranquillità, nelle cose fatte senza affanno e lasciate anche un po' al caso, all'umore degli ospiti, alle abitudini degli animali, al vento della sera che ha trasportato la lanterna di carta nel posto più secco e pericoloso di tutta San Desiderio.
Il vostro matrimonio è stato bello e io vi dico grazie. Di avermi invitata, di avermi coinvolta, di avermi dato una ragione un po' più sensata del solito per commuovermi di gioia (e, a un certo punto, anche per lasciarmi andare finalmente alle mie malinconie).
Buon cammino ragazzi, sarà bello vedrete, come il vostro matrimonio.
Elena



martedì 23 settembre 2014

I magnifici 5: annusare

Oggi è il primo giorno di Autunno, la mia stagione preferita. Può sembrare strano ma se penso al senso dell'olfatto è l'autunno a venirmi in mente, non la primavera. Perché l'autunno è sottobosco umido, è foglie secche, è caldarroste, è legna che arde, è casa come nient'altro al mondo.
Con questo post mi mancheranno da scrivere solo quello sull'udito e quello sulla vista, e l'autunno andrebbe bene pure per loro.
Il senso dell'olfatto è il più antico che ho, forse questa cosa vale per tutti, non so. Sono ricordi olfattivi i miei primi ricordi. Alcuni legati a momenti belli, altri immersi in situazioni orrende, in ogni caso sono gli odori che mi fanno rotolare indietro in un secondo, senza passare dal via.
Ecco, come sempre, l'elenco (di quelli che amo):
- Il basilico, odore legato immediatamente a un'immagine: il lavandino di mia nonna Rosa ricoperto di foglie pronte per fare il pesto
- Il pollaio, uno di quegli odori atavici, che si fondono completamente con gli anni della mia infanzia
- L'erba tagliata, uno dei miei profumi preferiti in assoluto
- La prima pioggia che tocca il suolo, che ha pure un nome bellissimo e poetico, si chiama petricor
- La paglia, che come l'odore del pollaio è uno dei più vecchi nascosti nel mio cervello
- Il sottobosco bagnato, quello che ti riempie il naso nelle passeggiate di ottobre, cercando funghi, o camminando e basta
- Le castagne che cuociono nella padella bucata e riempiono la casa di affetto, non saprei scrivere altrimenti
- Il profumo della mamma di Alessia, la mia amica d'infanzia. Lo sento ancora tra la gente e prima o poi troverò il coraggio di fermare una signora che lo indossa per chiederle il nome
- La zagara, perché nessun fiore ha un odore così meraviglioso
- Il soffritto per il polpettone, ed è subito Casa
- Il pane caldo (perché, c'è qualcuno a cui non piace da morire?)
- I libri nuovi, infilare il naso tra le pagine è da sempre la prima cosa che faccio
- Il sapone di Marsiglia, nulla rende meglio il senso del pulito
- Il sole sui panni stesi appena ritirati, perché sì, il sole sui panni stesi appena ritirati ha un odore buonissimo
- Il mare
- Il legno di Cirmolo
- I pastelli a cera, che sanno di asilo, di album da disegno nuovo con i fogli un po' ruvidi, di grembiuli inamidati e di palestre con il parquet che scricchiola
- La noce moscata, la prima spezia che ho amato alla follia
- La pelle dell'uomo che amo
- La legna che arde nel camino, il profumo caratteristico del mio paesello, da novembre in poi
- La casa di Marina e Claudio, perché essere lì vuol dire essere al sicuro
- I musei, durante le mostre hanno sempre un profumo buonissimo
- I tigli in fiore, un'autentica meraviglia
Ho deciso che mi fermo, perché forse potrei andare avanti per ore. Non pensavo che avrei trovato così tanti profumi adorati, né che avrei fatto fatica a pormi un limite. Mentre chiudo il post penso già all'odore della cantina di mio papà, a quello di sportello (un mix di spezie, liquori, legno vecchio, cibi stantii), a quello di cacca di mucca, o di pesca matura, o di bambino piccolo, o di scorza di limone...

sabato 20 settembre 2014

Un posto al sole

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei.
Nulla di più falso.
Perché in realtà credo che siano molti, come me, che leggono qualunque cosa gli capiti a tiro, o quasi.
Oggi, sul treno, al ritorno dalla conferenza, leggevo il mio libro sul camminare e il signore seduto di fronte mi scrutava perplesso. Un bel tipo, sulla sessantina, abbronzato dalla montagna, con una camicia appena risvoltata sugli avambracci e un paio di pantaloni beige. Credo si domandasse come mai una figa di legno con i tacchi alti e la gonnella di seta stesse leggendo un libro sulla filosofia del movimento a piedi. E' rimasto col dubbio. Lo stavo (lo sto) leggendo perché mi interessa, perché è un argomento che fa (tanta) parte di me. Poi però mi lascio, con estrema lentezza, rapire da Murakami, divoro la Munro, mi perdo nelle storie del commissario Adamsberg, leggo fumetti. Funziono così.
Per questo stasera scrivo di due libri simili nel mio modo di vedere le cose, uno di Catherine Dunne e uno di Chiara Gamberale. Uno straniero e uno italiano. Entrambi scritti da donne. Due romanzi. Mi sono piaciuti? No. Sì. Non lo so.
Il primo si legge benissimo, è la storia di un'amicizia, di quelle eterne tra ragazze, che crescono e si vogliono sempre bene. Chepppalle...e invece alla fine è avvincente, ci sono errori, dolori, felicità, cose comuni da soap opera (ecco spiegato il titolo del post) che tutto sommato vanno benissimo nei pomeriggi d'estate sotto l'ombrellone. Anche il libro della Gamberale, diverso nella trama ovviamente, si porta con sé quello spirito da sceneggiato televisivo che lo rende leggero, magari per molti banale, ma alla fine i libri brutti sono altri.
Quando leggo mi succede come con la musica o con il cinema, difficile che un libro non mi piaccia, questo probabilmente fa di me una pessima recensora (l'ho cercato, esiste, ma forse preferisco recensitrice, anche se non lo so pronunciare).
Quindi, tornando a bomba, un giudizio per due libri, diversi ma neppure troppo, che comprerei ancora perché non avrei motivi per non farlo, che non hanno minimamente cambiato la mia esistenza, ma che sono felice di aver letto.

P.S. I libri sono Se stasera siamo qui della Dunne e Quattro etti d'amore, grazie della Gamberale.

sabato 13 settembre 2014

M&M

Io e mamma abbiamo sempre camminato insieme.
Oggi, mentre poco più avanti di noi una bimba arrancava dietro al papà, ci siamo ricordate di quando io, piccolissima, risalivo i sentieri quasi sempre senza lamentarmi.
Scrivo quasi perché resta memorabile quel giorno che domandai, stravolta: "mamma ma muoiono prima le mamme o le bambine?" Mia madre, certamente un po' interdetta, mi rispose "beh, di solito le mamme" e continuò a camminare. Pare che io, dopo aver proseguito in silenzio la lunga marcia, a un certo punto cominciai a piagnucolare, accusandola di avermi mentito.
"In che senso, Elena?"
"Nel senso che ora io sto morendo, ma tu sei ancora viva"
C'è sempre stato grande ottimismo dentro di me e pure una buona dose di consapevole resa, occorre ammetterlo.
Oggi, come tante volte nel passato e come l'anno scorso, abbiamo percorso insieme la Mari e Monti di Arenzano, scegliendo l'itinerario A.
E' andata bene, ci siamo divertite e nemmeno stancate troppo. Pochi gli inconvenienti, se non contiamo il mio solito piede sinistro più mal preso che mai, la pietra che, come si dice da queste parti, "ha fatto lippa" e si è schiantata contro un malleolo di mamma e il primo giorno di ciclo, che mi ha costretta ad acrobazie igieniche non proprio banali.
E' andata bene perché il tempo è stato perfetto, fresco e con poco pochissimo sole in quota, più caldino una volta arrivate quasi in paese. Abbiamo bevuto il tè caldo al rifugio, sgranocchiato mele e pane con la marmellata, risparmiato il fiato chiacchierando il minimo indispensabile e imprecato contro le "comitive spezza passo" (quei gruppi che non sanno cosa sia la fila indiana, che non contemplano l'ipotesi di essere superati, che camminano come se fossero tra gli scaffali del supermercato parlando di detersivi e cibo esotico). Siamo andate piano, tutto sommato, in sei ore, comprese le soste, abbiamo percorso quasi venti chilometri e mille metri di dislivello. Insomma, all'andata si saliva parecchio e io l'avevo già fatta una volta quella strada, senza però arrivare al rifugio e mi era piaciuta da matti.
Al ritorno, in proporzione, il giro si allunga e la discesa, seppur ripida, è meno strong della salita, che resta comunque la mia parte preferita.
Arrivate alla base un panino e una birra non ce li ha tolti nessuno, così come la pizza stasera e al diavolo la dieta senza lieviti e carboidrati!
Mentre la lavatrice con i vestiti di oggi va, e il microonde fa bip per dirci che la nostra tisana è pronta, io ripenso a quando ero piccola e saltellare intorno a mia madre, in montagna, mi pareva la cosa più faticosa e normale del mondo. Come oggi.