È venerdì sera.
Sono uscita presto dal lavoro e sono a letto, che scrivo, stanchissima.
Questo è un post che aspetta, nella mia testa e tra le mie dita, da mesi.
L'anno scorso, a fine agosto, scrivevo di un'estate a riempire scatole, a buttare, archiviare, regalare oggetti, a fare pace con i sensi di colpa, la malinconia, la rabbia, l'eccitazione e la fatica. Tutto in vista dei lavori che, in autunno, sarebbero cominciati nella casa dove ormai trascorriamo sei mesi l'anno.
La casa dei miei.
La casa dove sono cresciuta.
Bene, ho sottostimato tutto.
Costi, difficoltà, ma, sopra ogni cosa, tempistiche.
I lavori non sono affatto iniziati in autunno, ma a Gennaio, con il risultato che fino a fine aprile non c'è stato verso di trasferirci e, quando finalmente l'abbiamo fatto, ci hanno atteso settimane di pulizie per eliminare tonnellate di polvere da ogni anfratto, per rendere il giardino nuovamente un posto abitabile, per disfare decine di scatoloni, completare lavori non fatti o non terminati.
Per capirci, il box doccia lo abbiamo ricevuto a luglio.
Ma tutto, ormai, era cambiato.
Era nostro.
Come lo avevamo immaginato, disegnato, prendendo ispirazione da giornali, video, luoghi visitati, case viste in viaggio e, in particolare, lasciandoci influenzare da quello che ci circonda: il mare e la campagna.
Ed è così che è nata la parete verde malachite del salotto, finalmente pieno di piante. Così abbiamo avuto l'idea di dipingere il soffitto della camera da letto di rosa, con una punta calda come le tegole della casa di fronte. Così la stanza degli ospiti è diventata quasi completamente blu ciano, una specie di tana
negli abissi.
E poi c'è il bagno botanico, lo studiolo con la grande lampada gialla che un tempo era in sala, dove ora, di giallo, c'è il primo divano entrato in questa casa da almeno 30 anni (sì, sono cresciuta senza, perché ai miei stare comodi faceva schifo), la stanzina diventata laboratorio creativo tra cianotipie, cucito e acquerello.
La cucina, invece, non l'abbiamo toccata: chi la conosce lo sa, è una piccola chicca fortemente voluta da mio papà, con lampadari sali-scendi, vecchie credenze, lavandino in marmo... insomma, un po' antiquata ma troppo caratteristica (e per noi anche bella) per essere sostituita.
Cosa ha fatto davvero la differenza? Due cose:
Gli infissi - che abbiamo cambiato, scegliendo per le finestre sul mare la soluzione monovetro. Da chiuse sembrano quadri.
Le porte - che abbiamo fatto ridipingere di un grigio polveroso e luminoso, un po' in stile vecchio palazzo nobile, ma anche tanto casa bretone (io, di acquistare le porte nuove, di quelle che fanno ora tutte bianche e tutte uguali, modello hospice, non me la sono sentita. Ho speso meno, ho tenuto delle belle porte in massello e sono felicissima del risultato estetico).
La cosa più difficile? Alleggerire.
Tutto, la casa e la testa.
Le scelte, le decisioni, i ritardi.
Ho fatto davvero fatica, un po' perché molti dei mobili erano posizionati in un certo modo per un motivo: non potevano entrare/stare da nessun altra parte, per forma e dimensioni. Vi basti sapere che l'arco in legno, che abbiamo deciso di dipingere dello stesso colore delle porte, una volta dato il bianco ai muri e il colore nuovo all'arco, non entrava più nel corridoio. Questione di cinque millimetri, ma la precisione di mio padre, che quell'arco lo aveva costruito, non conosceva confini.
Fare pace con la necessità di tempo, per ricevere il materasso nuovo, per attendere il box doccia arrivato prima incompleto, poi rotto, poi l'idraulico non poteva, per scegliere il divano di misura, per montare le cose la sera, nel weekend, in tutti i momenti liberi possibili.
Io, che quando sono andata a vivere da sola, la mia mini casa l'ho arredata in una notte, ho dovuto fare un gran lavoro di ricomposizione delle priorità e mi sono sgridata un bel po' di volte prima di capire.
E così, anche i sensi di colpa per aver modificato un posto che non avevo scelto io, hanno lasciato il posto alla soddisfazione di essere riuscita a farlo senza buttare via alcun mobile (un paio li abbiamo regalati e uno, in effetti, è finito all'isola ecologica, ma si era disintegrato negli spostamenti), senza sconvolgere la vera essenza di quel posto e, nello stesso tempo, senza dover adattare la nostra.
Per questa avventura (che, diciamolo, mica è ancora conclusa, un paio di cose vanno ancora sistemate) devo ringraziare un sacco di persone: tutti i professionisti, gli operai, le artigiane, le venditrici (pure chi mi ha fatto impazzire tra ritardi e casini vari), i colleghi e gli amici che mi hanno sopportata nelle (tante!) giornate di sclero, quel santo di mio marito che credo sia rimasto solo perché gli ho fatto la stanza per le ciano e poi una persona che improvvisamente se n'è andata, a cui avrei voluto mostrare i risultati di questa impresa (Dio solo sa quanta ispirazione ho preso dai sui post sull'arredamento) e a cui il mio ricordo va sempre, ogni volta che mi sento persa e ripenso a un messaggio che mi scrisse ormai otto anni fa, mentre mi sembrava di annegare e che terminava così: Fluctuat nec mergitur. Grazie.



.jpeg)
.jpeg)










.jpeg)
Nessun commento:
Posta un commento