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martedì 26 agosto 2025

Sepolture

Musica

Scrivo nell'ultima settimana di ferie, di un'estate strana, diversa, trascorsa a casa anziché in viaggio.

In realtà, a ben vedere, un viaggio c'è stato e ci ha portato, direttamente, nelle memorie della mia famiglia. In autunno, se tutto va bene, faremo dei lavori ormai irrimandabili nella casa in cui sono cresciuta, con due obiettivi: evitare che crolli e sentirla più nostra.

Saranno, in realtà, cose semplici, abbastanza routinarie, che non implicheranno grossi stravolgimenti, ma che, ne sono certa, modificheranno la percezione che ho di questo luogo, una percezione che non assomiglia a quella che avevo da piccola, né da ragazza, ma che mi accompagna da quando sono rimasta solo io.

Un mausoleo sospeso, in cui oscillo tra la nostalgia, il bel ricordo, la rabbia e il senso di colpa e in cui oggi difficilmente (almeno per me) si riesce a vivere e basta, senza inciampare continuamente, anche solo con lo sguardo, in fardelli troppo pesanti.

Chi è stato qui sa quanto questo posto sia caratteristico e quanto racconti di chi lo ha vissuto: la radio a galena di mio padre, i libri di mia madre, i cimeli della casa dei nonni, in loop. Di mio, ora che ci penso, c'è sempre stato ben poco, alla fine qui ho vissuto stabilmente "solo" quindici anni, in quella fase in cui si resta principalmente in camera propria e si esce giusto per mangiare.

Quindi, in questa estate sospesa, ciò che stiamo facendo tra una pratica yoga, un tuffo in mare, una pennica post pranzo e una cena in terrazzo è inscatolare, scegliere, buttare, regalare, vendere. Ogni giorno.

E mentre avvolgo bicchieri di cristallo in vecchi giornali conservati con cura e mi riprometto di usare, d'ora in poi, ogni singola coppetta in vetro lavorato, ogni tovaglia in percalle ricamato, ogni posata di argento inciso, anche solo per fare colazione, seppellisco un pezzo di me.

Perchè una cosa mi pare di averla capita: se, anni fa, la sensazione che avevo quando mi disfavo di un oggetto storico di casa, era quella di tradirei i miei, non rispettare il loro passaggio su questa terra, non onorare i sacrifici fatti per acquistare ogni singolo oggetto, ora, invece, il problema sono io, o meglio, la me che è arrivata al paesello in pre adolescenza e che, poco dopo, non vedeva l'ora di andarsene, la me che qui ha pianto, riso, amato, studiato, accudito fino alla fine il suo papà, scelto gli ultimi vestiti indossati dalla sua mamma.

Quella persona non esiste più, l'ho cercata ovunque ma non l'ho trovata, non era nell'armadio dei vecchi cappotti, nella cantina polverosa, nel ripostiglio sottosopra, nel baule delle lenzuola, tra le enciclopedie di filosofia della scienza, nella vetrina dei bicchieri. Non c'era più.

Quella persona è stata prima allontanata dal tempo e poi spazzata via dall'EMDR, dando spazio a una sua versione più equilibrata, meno sofferente, più fatalista, più sana nel corpo e nello spirito, meno sensibile alle cose piccole e grandi, belle e brutte che la vita, prima o poi, riserva ad ognuno di noi.

Voltare pagina, lasciando indietro quella me che per tanto tempo ho conosciuto come unica possibile, non è cosa semplice. Inscatolare nevrosi travestite da diari scritti fitti fitti, manie di controllo mascherate da tonnellate di appunti e riassunti di tutto lo scibile umano, vestiti indossati alle medie (se va bene, visto che la Comunione si fa alla primaria e, di quel giorno, ho trovato tutto, persino i guantini), collezioni di gatti in mille materiali diversi, gomme profumate, perline, candele, borse, quadri e poster coperti di polvere.

Questo è ciò che sto facendo, come un automa e ormai da due settimane, scegliendo con cura cosa conservare, davvero, in quelle scatole e cosa sepellire nel passato, lasciando che il tempo trascorso e la consapevolezza faticosamente conquistata, pongano definitivamente tra la me di adesso e quella di allora la benedetta "giusta distanza".

Per ora, purtroppo, ancora annaspo un po' e mi divido tra "ok, brucio tutto" e "non posso, non mi separo da nulla", perché, alla fine, non ho ancora ben compreso come continuare la mia strada senza abbandonare totalmente la vecchia, mollando sul sentiero quella me che tanto mi rappresentava e che, a volte, nonostante tutto, mi manca terribilmente.

Qualche strategia, però, l'ho adottata e sembra funzionare.
La lascio qui, chissà che qualcuno che legge stia affrontando un percorso simile e possa trovare spunti utili per navigare in questo mare agitato:

- Pensare al futuro: non abbiamo figli e mi ha aiutato molto immaginare amici, volontari, nuovi proprietari di questa casa che, un giorno, si ritroveranno a dover fare i conti non solo con la mia roba, ma anche con quella di due generazioni precedenti. Non voglio a nessuno così male, perciò, gettando tonnellate di documenti, vendendo libri su Vinted, allestendo un mercatino estemporaneo davanti al cancello ho pensato anche (soprattutto) a loro.

- Visualizzare il risultato: al di là dell'aspetto emotivo che tagliare rami e inscatolare il passato portano inevitabilmente con loro, dopo i lavori la casa sarà diversa, rinnovata, più vicina a chi la abita ora, ma sempre bella come era prima. Vedermi tra un anno qui (probabilmente a pulire e a togliere cose dai cartoni, ma non fossilizziamoci sugli aspetti tecnici), tra colori, atmosfere e scorci nuovi, mi sprona ogni giorno.

- Non esagerare con i cambiamenti: complici la questione economica e l'attaccamento emotivo (la maggior parte dei mobili di questa casa è antica e restaturata da mio padre), l'idea è di non acquistare praticamente nulla, almeno per quanto riguarda l'arredamento. Spostare, anche di poco, grossi complementi che stanno nello stesso posto da decenni fa la differenza, così come cambiare la destinazione d'uso di oggetti o addirittura stanze. In questo modo la casa sarà giusta per noi, ma continuerà a parlare anche la lingua del passato.

- Celebrare il prima: la Maria era una gran appassionata di fiori. Veri o finti poco importava, bastava che fossero fiori. Ho svuotato cestini di edere, secchi di papaveri, vasi di lavande e fiordalisi, tutti di stoffa, tutti molto belli. Mi era impossibile pensare di liberarmene senza vederla mentre li sceglieva con cura, calcolava la quantità giusta per riempire il contenitore senza esagerare, accostava colori e sfumature, saliva sulla scala per appoggiarli sopra alle librerie. Così li ho lavati, lasciati ad asciugare al sole e ho composto quattro mazzolini diversi da portare al cimitero, uno per ogni stagione. 

- Non perdersi di vista: le giornate di trasloco sono per loro natura terribilmente ripetitive. Spezzare quei gesti così alienanti con momenti personali (per me sono stati l'attività fisica quotidiana, il cibo dalla spesa alla preparazione, la lettura e il mare) che ci riconnettano con ciò che siamo al di fuori degli scatoloni e che ci facciano stare bene ha funzionato. Senza contare che lavorare sul corpo mi/ci ha aiutati a non massacrarci ulteriormente schiena, braccia, gambe sollevando pesi folli.

Probabilmente potrei continuare ancora, ma forse questi cinque suggerimenti sono quelli più importanti, visto che sono i primi ad essermi affiorati tra le dita. 
Perciò finisco qui, pubblico il post e torno a strappare a mano striscioline di carta di vecchi documenti.

Nella prossima vita, mi compro un tritatutto.

domenica 23 luglio 2023

Fare spazio



Inizio a scrivere questo post sul divano di casa, in centro, alle 7.30 di mattina, dopo essere stata svegliata per il secondo giorno consecutivo dai vicini che facevano l'amore.

Il nostro vicoletto ci regala, da anni, amplessi a tutte le ore: prima e dopo cena, a notte fonda o all'alba, nel week end e in giorni feriali. Le esternazioni variopinte arrivano sempre da finestre diverse, hanno ritmi e durate differenti, voci maschili e femminili, qualche frase di senso compiuto, tanti versi a volte preoccupanti.

Io ne sono felice, perché, l'amore, è sempre una bella cosa.

Ne sono felice anche stamattina, preludio di una lunga giornata lavorativa, poiché questa sveglia anticipata mi ha dato lo spazio necessario per scrivere qui, dove volevo tornare da un po'.

Dall'ultimo elenco è trascorso parecchio tempo, sono successe tante piccole-grandi cose e ho voglia di metterle nero su bianco. Cominciamo!

1) Le ultime letture
In questo momento sto leggendo Tenera è la notte di Fitzgerald, l'ho recuperato dalla libreria di mia madre, ha le pagine ingiallite e il numero della sua ginecologa scritto a matita, sulla prima pagina. Non è per me una lettura consueta: anche se (o forse proprio perché) è un classico della letteratura americana, sono lenta a procedere, ma lo apro sempre volentieri. Il mese scorso, però, ho divorato due libri: I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni e Poverina di Chiara Galeazzi. Il primo credo fermamente che dovrebbero leggerlo tutti (cit. Stefania Andreoli), il secondo, sicuramente, dovevo leggerlo io.

Non amo raccontare le trame dei libri ma amo consigliarli: leggeteli, vi piaceranno!

2) L'orto
Anche quest'anno abbiamo fatto l'orto, ma a sto giro ci siamo organizzati con criterio: abbiamo comprato due cassoni coloratissimi da Il giardino delle idee e li abbiamo riempiti di verdure. I primi giorni tutto stentava a partire, ora, che è arrivato il caldo, non riusciamo a stare dietro alle melanzane e trascorriamo le serate a legare cetrioli e pomodori impazziti. 
Nel frattempo ci hanno contattati dall'azienda per regalarci un'altra struttura e, dopo aver preso un paio di misure, abbiamo deciso dove posizionarla e abbiamo accettato la proposta. Qualche giorno fa abbiamo montato i tre contenitori a forma di podio e, presto, li stiperemo di fiori... seguiranno aggiornamenti!

Riprendo il post, quasi un mese dopo e, nel frattempo, l'orto è così:


3) Come sta il mio corpo?
In equilibrio precario.
Gambe/schiena/pelle /stomaco e, la new entry di quest'anno: denti.
Un'otturazione andata male, che è diventata una pulpite, che ha richiesto una devitalizzazione, che ha fatto infezione (con conseguente dolore insopportabile e antibiotico indispensabile).
Un balletto di quasi cinque mesi di cui, posso dirlo? Facevo volentieri a meno.

3) E la mia mente?
Questa è grossa: ho cambiato approccio terapeutico.
Dopo quasi 19 anni di analisi transazionale, su consiglio della dottoressa che mi ha sempre seguita, ho iniziato un percorso diverso, in un altro studio.
Si tratta dell'EMDR, una tecnica che, in realtà, non è così recente (la si usava già per trattare il PTSD dei veterani), ma negli ultimi anni, in particolare post Covid, se ne sente parlare sempre più spesso.
Come sta andando?
Benone, direi.
Ho pianto.
Di un pianto incontrollato, ma composto, come un piccolo fiume che rompe gli argini e comincia a scorrere lento, fuori dal suo letto.
Un'esperienza particolare, dove non occorrono, stranamente (per me), molte parole, dove serve "solo" stare e fare spazio. Ai traumi, ai ricordi, alle emozioni, al dolore, alla paura, al passato, a quello che c'è, incastrato laggiù, in una stanza che sembra lontana e polverosa e, invece, è la stanza dei bottoni.
Non è una passeggiata, anche fisicamente, esco dalle sedute piuttosto spossata, ma sembra stia dando i suoi frutti.
Se volete saperne di più, lascio uno dei tanti link che ho consultato prima di intraprendere questa nuova strada.

4) Agata
Agata è qui, che lotta insieme a noi.
La routine estiva sembra farle meglio di sempre, dorme moltissimo sulla vecchia poltrona della camera, un nuovo posto mai esplorato prima. Ultimamente pure la cesta di vimini vicina pare interessarle parecchio.
Abbiamo affrontato il semestrale taglio delle unghie con un'aggressività senza eguali: in tre per tenere meno di un chilo di gatto così soffiante e urlante, che un certo punto ho temuto l'infarto.
Non necessariamente il suo.
Nonostante l'ambiente natale, noto per inselvatichirla, se fosse possibile, più del solito, questa estate è anche l'estate delle coccole, sempre più richieste ed elargite, a suon di pasta, testate e gorgoglii vari.
Che tipa.

5) Ferie
Questa estate sta volando, me ne accorgo quotidianamente, basti pensare che il post che sto scrivendo mi pareva di averlo iniziato ieri e, invece, avevo cominciato a buttarlo fuori a giugno.
Ancora due settimane di lavoro e poi ferie, per un bel po', a sto giro.
Andremo via? Sì, direzione Londra.
Non staremo tanto, giusto una settimana scarsa, ma i prezzi non proprio economici del posto, la necessità di non lasciare Agata troppo a lungo e, diciamolo, la voglia di trascorrere del tempo calmo qui al paesello, hanno indirizzato le nostre scelte.
In più, abbiamo dato un'occhiata alle attuali temperature londinesi e la speranza che, a sto giro, troveremo veramente il fresco, si fa più concreta che mai.

6) Meal prep
Abbiamo preso l'abitudine di preparare un menù settimanale in tempo di Covid. Dovendo programmare la spesa e soffrendo particolarmente le consegne a domicilio, avevamo consolidato un metodo che ci permettesse di ottimizzare il più possibile gli acquisti.
Questo rito è rimasto invariato e, anzi, si è strutturato perfettamente nella nostra routine.
Complici le verdure del nostro mini orto e di quello di Maurone, riusciamo a immaginare piatti super bilanciati e pure super buoni, che, certo, necessitano di un (bel) po' di preparazione in più e, di conseguenza, di tempo dedicato. Ma a me, il tempo del cibo, non è mai sembrato sprecato e nonostante gli spostamenti quotidiani per raggiungere i rispettivi lavori rosicchino tanto spazio delle nostre giornate, la sera, in cucina, spazzo via i pensieri e costruisco volentieri i piatti dei giorni a venire.

7) Vestirsi
Dopo anni di impegno posso dire di avere un armadio al 90% sostenibile.
Ci è voluto parecchio tempo e per ora restano fuori dagli acquisti ragionati sempre le solite due categorie: sport e intimo.
La sostenibilità, quest'anno, arriva però da due consapevolezze fondamentali:
1) Faccio scelte sostenibili quando sono sostenibili anche per me (acquistare mutande a 20 euro l'una, con la poca attenzione che ripongo nei lavaggi, per ora non è un'opzione, ad esempio).
2) L'acquisto più sostenibile che si possa fare è quello che non si fa. 
Ormai non compro quasi più nulla, rovisto nel mio armadio, cerco nuovi abbinamenti che mi facciano percepire meno vecchi i capi che indosso e vendo quello che mi pare in buone condizioni, ma che non mi rientrerà più.
Ed ecco fare capolino la novità (per me) di quest'anno: Vinted. Ho iniziato a vendere sulla popolarissima piattaforma e, pian piano, mi sto liberando di tantissime cose. Non ho mai acquistato nulla e sto conservando il gruzzoletto che via via cresce per provare a comprare abiti tecnici per fare sport. Ci riuscirò? Lo scopriremo nella prossima puntata.

8) Fare spazio
Eccoci all'ultimo punto, che, in verità, potrebbe pure essere il primo visto che ha regalato il titolo a questo post.
A fine giugno ho partecipato al mio primo yoga retreat.
Ho praticato a lungo intorno ai vent'anni, poi il mio rapporto con lo yoga si è arrestato (molto) bruscamente. Ho continuato a fare pilates per tantissimo tempo, prima con la mia Deborah del cuore e dopo in una palestra vicino casa.
Poi mi sono fermata e, solo durante il lockdown, ho ripreso con le lezioni di yoga on line. Ho cercato, o forse ho trovato per caso, nemmeno mi ricordo, qualcuno che offrisse delle pratiche brevi la mattina e mi sono imbattuta in Carola. Per mesi ho provato così, davanti a uno schermo, poi, appena si è potuto uscire, sono andata in presenza. Ho frequentato sia le lezioni di Carola (sul suo mitico terrazzo prima, in studio poi) sia quelle della bravissima Manu, che purtroppo non sono riuscita a far conciliare con gli orari lavorativi.
Perciò, dopo mesi in cui il mio corpo cambiava per l'ennesima volta, togliendosi di dosso qualche chilo e riacquistando un poco di forza, ho proseguito il mio percorso con Carola, principalmente on line perché ho scelto di dare spazio a una pratica non incastrata tra gli impegni e raggiunta con affanno, ma, al contrario, a una pratica seguita dandole il giusto spazio.
Ed è così che sono arrivata ad iscrivermi al ritiro di giugno scorso, nel Monferrato: tre giorni di lezioni con l'obiettivo di fare spazio. Con me anche Andrea, che è venuto per godersi quel posto meraviglioso, fare cianotipie (anche con i partecipanti al retreat!) e supportare, amore santo, questo mio tentativo di uscire dalla comfort zone e fidarmi del mio corpo.
Ero convinta che mi sarei fatta male. Ore e ore di pratica per le mie gambe senza equilibrio, la mia schiena sempre tesa, le mie braccia deboli, la mia testa priva di fiducia. 
E invece.
Nessuna lezione, né quelle del mattino presto, quando ancora ogni parte di me dormiva profondamente, né quelle della sera, che arrivavano a chiudere intere giornate di movimento, sono state percepite negativamente dal mio corpo.
Ho retto tutto, non ho avuto nessun dolore, non mi sono fermata: e non perché volevo dimostrare di farcela, anzi, ma perché, semplicemente, ce l'ho fatta. E ora come si accetta un corpo che funziona? Sarebbe stato più facile gestire una piccola contrattura ai lombi o una caviglia dolorante?
Probabilmente sì, ma se l'intento di questo retreat era quello di "fare spazio" io l'ho fatto, alla mia capacità di stare, senza dolore, nelle cose belle.
Un successo enorme.
Per me.








venerdì 3 giugno 2022

10 cose che il Covid mi ha detto




Non ho (quasi) mai scritto nulla su questa pandemia. 
Né sui social né qui.

Non ho raccontato di quando mi sono vaccinata e delle peripezie, ogni volta, per capire cosa fosse meglio fare tra i mille pareri discordanti che mi vorticavano intorno (dei miei medici eh, non del besagnino).

Non ho fatto commenti a favore o contro le mascherine, il distanziamento, il green pass, perché, semplicemente, non ne so nulla e sono (fin troppo) abituata a seguire le regole.
Anche se non mi piacciono.
Anche se le trovo ingiuste e/o sbagliate.
Anche se sono palesemente eccessive.

Figuriamoci se cominciavo adesso, con una pandemia mondiale in corso, a dire la mia su un argomento che non conosco.
In questi giorni, però, ho deciso di scrivere anche io qualcosa sul Covid 19.
Perché, vi chiederete?
Perché sono in mutua, a casa, con il Covid 19.

In questo periodo sospeso, ad oggi otto giorni ma, a giudicare dalle due righe spesse spesse sul tampone di stamani, temo che la questione non sarà di veloce risoluzione, ho riflettuto parecchio e ho raccolto ben dieci cose che mi ha insegnato o ha confermato questa esperienza.

Eccole, tra rivelazioni e banalità.

(31-05-2022)

1) Viva il vaccino
Non so come sarebbe andata se non avessi fatto due dosi più il booster.
Ma il fiato sta tornando oggi, gusto e olfatto sono ancora un miraggio e mio marito, che è partito con 93/94 di saturazione attualmente sfiora il 97.
Ci sono voluti Brufen, aerosol con il cortisone, Fluimucil e per me ci è voluta pure l'eparina.
A mio modestissimo e ignorante parere, ci è voluto, soprattutto, il vaccino.

2) Lo yoga è magico
Ho praticato solo due volte in questi otto giorni, solo con i miei tempi e, certamente, non durante i sintomi più forti.
Ho provato una lezione sull'apertura, che mi aiutasse a espandere il più possibile la cassa toracica e una sulla movimentazione di anche e bacino, per tentare di sgranchirmi un po'. 
Ho fatto bene? Non lo so.
Mi ha fatto bene? Secondo me sì.

3) Se un libro non mi piace, non mi piace
2022 anno terribile per la (mia) lettura.
Ho finito un libro e ne ho iniziato un altro che non mi sta piacendo. Da mesi.
Ma, per carattere, non sono capace di lasciare, persone, situazioni, cose, fiori, colori, città e, pure, libri.
Il Covid mi ha insegnato che, nonostante abbia più tempo a disposizione e poche alternative sottomano, se un libro non mi piace non mi piace. 
Non mi arrendo, ma che fatica.
Il ragionamento in più che vorrei fare è: ne vale la pena? Ha senso?
Vedremo.

4) La natura e in particolare il mio giardino salveranno il mondo

Se ci fossimo ammalati in centro sarebbe stato ben diverso.
Un po' come all'epoca del primo lockdown, tombati in casa con il sole fuori.
Qui è tutto verde, i fiori sbocciano, le verdure del nostro micro-orto crescono, Agata saltella tra i vasi, noi mangiamo all'aperto e, quando il caldo non è ancora troppo forte ci sediamo lì, davanti al mare.
Tra una cianotipia e un'annaffiata alle piante.

5) Il tempo è prezioso
Avere tempo mi sta permettendo di perderne un po', cosa che guai, non si fa, è sbagliata, è il male più assoluto.
Così sono cresciuta, così temo tornerò a gestire le mie giornate non appena il tampone mi dirà che è finita.
Ora, però, il pisolino, le due pagine di libro, lo smalto alle unghie, il giardinaggio estemporaneo, la ricetta un poco più elaborata, la serie TV, non me li leva nessuno.
Nonostante diverse ore della mia giornata siano comunque dedicate a portare avanti progetti lavorativi, tra call, mail e post sui social, il tempo per me c'è e sono così disabituata a godermelo che, il più delle volte, non so come usarlo.

6) Il potere del pisolino
Chi ha avuto il Covid probabilmente concorderà: che sonno.
Non solo stanchezza infinita, per me il primo sintomo in assoluto, ma proprio sonno, bisogno di spegnere il cervello totalmente.
Quindi lunghe notti, non sempre soddisfacenti e, sicuramente, mai quanto i brevi pisolini pomeridiani, diventati ormai così indispensabili che sto meditando di mettere un branda in lab, come all'asilo.

(03/06/2022)

7) Dormire insieme è sopravvalutato
Questo punto si collega bene a diversi di quelli precedenti.
Se ci fossimo ammalati in centro, l'alternativa al dormire insieme sarebbe stato uno scomodo divano.
Qui abbiamo tanti letti a disposizione e, dopo i primi due giorni inconsapevoli della mia positività, nei quali abbiamo dormito insieme favorendo la corsa di Andrea tra le braccia del Covid, le restanti notti le abbiamo passate separati.
Alternandoci tra il letto matrimoniale che usiamo abitualmente e quello più piccolo ma decisamente più smart collocato nella mia vecchia cameretta.
Il risultato? Che benessere.
Del resto, se a Versailles i reali avevano addirittura due aree del parco divise, ci sarà stato un motivo.

8) La delusione è sempre dietro l'angolo
Abbiamo fatto la spesa on line: una gran comodità, devo dire.
Abbiamo comprato forse più del dovuto, senz'altro cibi diversi dal solito.
Abbiamo anche acquistato due buone bottiglie di gin, scegliendo l'acqua tonica più adeguata con cui berlo e chiedendo le opportune consulenze all'amico espertissimo.
Oggi, mezz'ora prima della consegna, riceviamo il solito messaggio con gli articoli mancanti: zero acqua tonica.
Al gin liscio non siamo ancora arrivati, quindi: delusione.
Ma ci rifaremo, questo è sicuro.

9) Devo fidarmi di me
Tutti i sintomi che ho avuto negli ultimi dieci giorni erano quello che temevo, pare.
Li ho presi sul serio subito? Ni.
Quando però mi sono fatta coraggio e ho teso per bene l'orecchio le mie paure sono state confermate.
Cosa ho imparato? Che devo fidarmi di me. Non ascoltarmi, quello lo faggio già, da sempre. Devo imparare ad accogliere davvero quello che sento.
Sembra facile, ma, diamine, non lo è.

10) Mio marito è un artista
Non che non lo sapessi già eh, è una delle ragioni che popolano il mio amore per lui.
Ma le cianotipie che ha sfornato in questi giorni lenti, servendosi di poche cose e senza mai uscire dal cancello di casa, sono una meraviglia.
Uno dei ricordi indelebili di questo maledetto Covid primaverile, sarà, senza dubbio, l'immagine dei suoi fogli blu, pieni di fiori, rametti e mini articoli di cancelleria trovati nei cassetti polverosi di casa, appesi agli ombrelloni con le mollette di legno, per asciugare liberi nel sole. Come noi.

Bene, il post è finito e io, finalmente, sono negativa.
Andrea, invece, sperimenterà con il blu di Prussia ancora qualche giorno ;-)


sabato 28 novembre 2020

E ti vengo a cercare


Musica.
È trascorso ormai più di un anno e mezzo da quando mi ha sussurrato le ultime parole tutte nostre, ora incise sul mio ciondolo in argento, che non tolgo mai.

In questi lunghi mesi ho atteso paziente che diminuisse il dolore, quello che tormenta giorno e notte, che spezza il fiato e le gambe. Pian piano è accaduto e, al suo posto, sono arrivati il senso di colpa e la consapevolezza che la mia vita non sarà mai più quella di prima.
All'inzio la sognavo sempre, malata
, sofferente con mio padre ad aiutarla come poteva. La sognavo arrabbiata, imprudente, a volte persino cattiva. La sognavo con i primi sintomi e trascorrevo la notte terrorizzata da una diagnosi e da una fine che conoscevo già.

Ora le cose sono un pochino cambiate, la sogno sana e in procinto di ammalarsi di nuovo, perché anche mentre dormo non dimentico mai che è successo, aspetto solo che succeda ancora. In uno degli ultimi sogni si ammalava di Covid e ricordo che gridavo, disperata, "li ho già persi entrambi, non può riaccadere!".
L'interpretazione della mia mente contorta è, fortunatamente, terreno dell'analista, c'è da dire che negli ultimi quindici anni le ho dato un gran lavoro da fare.

Ogni tanto mi capita ancora di immaginare mamma dietro alle vetrine del MadLab, che passa a trovarmi al lavoro dopo aver saccheggiato il mercato giallo del giovedì. Vedo il suo sorrisone, così simile al mio, il piumino azzurro, le scarpe da trekking, la borsa a tracolla e penso: è tornata!
Perché in uno dei sogni peggiori, forse il più terribile che abbia mai fatto, la incontravo per caso e lei fingeva di non conoscermi. La imploravo di parlarmi e mi rispondeva che non era morta, si era solo stufata di tutto e voleva ricominciare altrove, libera da me, dai ricordi, dalla vita difficile e solitaria che le era toccata in sorte.
Che se ci penso bene, alla fine, saperla viva anche se lontana, mi farebbe molto meno male.

Forse è per questo che la vado a cercare, di notte a occhi chiusi, di giorno a occhi aperti, mentre scelgo le piante nuove, cucino le verdure, cammino nei vicoli, appendo la stampa dell'airone, leggo un libro, ascolto la musica. La vado a cercare per non smettere di pensarla, la sua più grande paura, per farla tornare, in qualche modo, ogni volta che voglio.

Oggi, per esempio, in una Vesima fredda e quasi buia, ho trovato il suo giardino sconvolto dal vento, le piante di casa quasi morte, la corrente saltata e il frigo sciolto in cucina. Ho pensato a tutti gli anni che ha trascorso lì da sola, in inverno, osservando il mare grigio che ha dato il nome a questo blog. Ho immaginato i suoi pensieri, lo sgabello su cui poggiava i piedi per lavorare a maglia dopo cena, con Agata sulle ginocchia. Ho pensato al suo eterno bisogno di uscire, di andare al cinema, a teatro, di fare lezione di italiano, di seguire il corso di arte, di camminare per le vie del centro o per i sentieri dietro casa.
Sono andata a cercarla e ho capito tutto.
L'ho trovata,  ma quanto male mi ha fatto.

P.S. Nella foto, la camera da letto che cresce e si moltiplica.

sabato 19 settembre 2020

Diari d'estate


Quando ero bambina, la prima tramontana di settembre mi spezzava il cuore. 
Ricordo chiaramente una mattina di quasi trent'anni fa, a Varazze mi pare, che nuotavo con la maschera scrutando i fondali. Fuori c'era vento, l'acqua era fredda, mamma leggeva in spiaggia seduta sull'asciugamano con disegnato lo zodiaco. Ogni tanto riemergevo, mi guardavo attorno e cercavo di fare tesoro di quel momento, giurando a me stessa che lo avrei ricordato per sempre. 

Ha funzionato.

Qualche anno dopo, ormai adolescente, le prime settimane di settembre significavano ritorno a scuola... che dramma! All'università erano sinonimo di esami, fino alle malattie di papà e mamma, che iniziarono a mostrare la loro terribile faccia proprio a fine estate. 
Quest'anno ho ricominciato a fare pace con il periodo, vivendolo come il preludio di un nuovo inizio: il lavoro che lascia poco tempo alle ferie non permette di affezionarsi alle giornate lunghe, ai risvegli lenti, alle cene in giardino, alle passeggiate di lunedì anziché di domenica.

In questa estate strana, trascorsa per lo più a casa se si escludono cinque giorni in montagna, ho pensato poco e ricordato tanto. Dedicandomi a sistemare le stanze e a svuotare la cantina era inevitabile.
Ho ritrovato di tutto, dai miei vestiti di neonata ai libri di scuola dell'intera famiglia, nonni compresi. Ho scovato tre enormi valvole da radio d'epoca di mio padre, le prime tv in bianco e nero che avevamo a Crevari, un remo da barca, dei vassoi di legno che mi porterò a casa in centro, i giochi da tavola, mille pupazzi, decine di libri e fumetti, due lampadari, tante piastrelle, un macinino da caffè, i moonboot di pelo vero, due valigie, i disegni dell'asilo, un materassino, persino un microscopio.

Ma quello che proprio non mi aspettavo di trovare erano i diari di mia madre. Non sono i primi ad essere saltati fuori: l'anno scorso, poco dopo la sua morte, mi imbattei nel quaderno nero che aveva riempito di dolore quando morì mia nonna, la sua, di mamma. Poi, appena arrivati a Vesima a inizio giugno, scovai in fondo a un cassetto un piccolo taccuino blu, con lunghe e faticose riflessioni sulla sua vita, in particolare sui suoi anni da donna vedova. Leggere quelle parole mi fece malissimo, com'era prevedibile risvegliò sensi di colpa e profondo disagio.

I diari della cantina, invece, sono stati una benedizione. 
Scritti ogni giorno, dal 1970 al 1973, su agende brutte e anonime, regalatele da mio padre approfittando del lavoro di rappresentante di cancelleria del nonno. Centinaia di pagine scritte da una ragazza che stava studiando, che si laureava, che iniziava i preparativi per il matrimonio. Centinaia di pagine di lavoro nei campi, di domeniche a messa e al cinema, di serate a leggere al freddo, di lunghi viaggi in autobus, di pranzi operai, di chiacchiere con il baracchino tra giovani radioamatori, di lezioni private a bambini di campagna, di fratelli a militare. Ma anche centinaia di pagine di attentati delle BR davanti alle scuole, di comizi di Berlinguer, di edizioni di Sanremo, di Olimpiadi, di Rischiatutto e di saldi da Bagnara. Ma, soprattutto, centinaia di pagine di sogni e futuro, di amore e speranza, di progetti e impegno.

Sono abbastanza certa che l'ordine con cui ho trovato i diari non sia stato casuale: prima, in bella vista, mi ha lasciato la guida di una figlia che ha perso la mamma a una figlia che ha perso la mamma.
Poi, ben nascoste tra i vestiti, mi ha lasciato le parole più difficili, per farmi entrare nelle sue fatiche sempre affrontate con dignità e forza.
Infine, dove sapeva sarei arrivata all'ultimo, mi ha fatto trovare la storia da cui sono nata, l'amore dei miei, le radici dell'educazione che ho ricevuto, le basi di me stessa, come donna e come persona.

Non c'era modo migliore per raccontare questa estate strana, che scrivere di una piccola grande storia ritrovata in cantina.

sabato 25 luglio 2020

Si stacca di dosso la Terra


Ci siamo trasferiti a Vesima all'inizio dell'estate.
Agata si è ambientata benissimo: appena uscita dal trasportino, dove durante il viaggio aveva prontamente fatto i suoi bisogni, ha baciato Tobia e cominciato a marcare il territorio strusciandosi su ciascun vaso del giardino e annusando ogni angolo.

Qui le giornate trascorrono con un ritmo tutto loro, le mattine iniziano prima e così anche le notti, tra  rospi, grilli, il rumore costante del fiume e il profumo dei rampicanti fioriti.
Ceniamo fuori quasi ogni sera, illuminati dalle lanterne di carta e dalle lucine solari sparse un po' ovunque, usando quasi esclusivamente il BBQ e le verdure dell'orto... chi ci ferma più.
I cambiamenti, quelli veri, sono dentro casa (e pure un po' dentro al cuore): è giunto il momento di aprire armadi, scegliere vestiti, decidere cosa tenere, buttare, regalare. Si spostano mobili, quadri e libri, alcune stanze diventano altro e mini camere da letto si trasformano in zona cucito, dove ospitare anche il mobile pieno di ricordi ancora inaffrontabili e la postazione smart working per le poche volte in cui non vado in lab.

Purtroppo non riesco a vivermi Vesima quanto vorrei: grazie al traffico impensabile arrivo la sera stanca morta dopo i centri estivi e le ore di viaggio, quindi dedico il week end a tutte quelle faccende che in settimana restano inevitabilmente sospese. Appena giro la curva e vedo il mare, però, quando il sole tramonta e si alza un po' di vento salato, capisco subito perché sono tornata.

Ora è un anno e mezzo che non abito in un posto stabile, una parte dei miei vestiti è chiusa in scatole di cartone o appesa in guardaroba lontani, i cappotti sono ancora nell'ingresso e la biancheria in sacchetti di stoffa sparsi qua e là. All'inzio credevo fosse un momento necessario: avevo perso tutte le radici, come una pianta strappata dalla tempesta e nessuna parte di me voleva fermarsi a guardare dov'ero finita.
Mi sono impacchettata e portata da un appartamento all'altro, ho perso riferimenti e obiettivi, ho imbastito una ristrutturazione poi bloccata dal lockdown e non so nemmeno più dove ho messo le cose acquistate per la casa nuova.

Adesso, però, comincio a sentire la necessità di un posto dove stare, di stanze vuote da riarredare, di scaffali pronti ad accogliere i libri di sempre e quelli che verranno, mescolati agli oggetti di qualcun altro, che da questo uragano che è la mia vita è stato travolto quanto me.
Ho forse, finalmente, bisogno di stabilità? Probabilmente sono talmente spaventata che l'idea di ripartire con il rischio di essere di nuovo bruscamente interrotta mi fa troppa paura. La settimana scorsa erano quindici anni che è morto mio padre, sedici che ho scoperto di non avere la salute di ferro che credevo e, nonostante non sia ancora entrata negli anta, di anni me ne sento addosso almeno dieci di più.

Questo è quanto e, considerando i tempi e la vita, è già tanto. Me lo insegnano quotidianamente i bambini che seguiamo, quanto le radici possano essere precarie e sottili.

A dispetto della frase scelta per il titolo e presa da una delle canzoni di Cosmo che meglio riassume cosa sono stati gli ultimi mesi, direi che il brano giusto per raccontare il percorso iniziato a marzo dell'anno passato è questo. Una camminata in montagna che porta alla cima e che riparte, sempre più dura, ogni volta che mi sembra di essere arrivata nonostante il peso sulle spalle.
Buon ascolto, dunque, lo dico soprattutto a me stessa.

P.S. Nella foto quassù, una goccia di montagna, dove ci siamo rifugiati un paio di week end fa in compagnia degli amici matematici-pasticceri.






lunedì 24 dicembre 2018

A Natale (non) puoi

È arrivato un altro Natale.
Quaggiù non era poi così scontato.
E invece siamo tornate al paesello per svernare qualche giorno, in casa è un andirivieni di vicini in visita, io sto persino riuscendo a leggere e a riprendere possesso della mia persona (leggi depilarmi, darmi lo smalto...).
Ieri abbiamo addirittura fatto l'albero, come i vecchi tempi, raccogliendo un ramo vicino a casa e addobbandolo con poche cose, ma buone. Quest'anno, in particolare, c'erano le decorazioni di ceramica prodotte al corso, a mamma piacevano un sacco e allora le abbiamo usate tutte senza pensarci su.

Detto ciò, non so nemmeno io perché stia scrivendo un post.
Se dovessi essere istintiva chiuderei il pc all'istante e lo riaprirei solo per lavoricchiare un po', come ho fatto stamattina. Allo stesso tempo, però, sto cercando di mantenere una parvenza di normalità e di pensare alle cose positive che ci circondano, nonostante sia sul punto di scoppiare dalla rabbia un minuto sì e l'altro anche.

Se mi concentro sul qui e ora, che più qui e più ora non si può, c'è il tramonto arancione dietro alle sagome nere più familiari del mondo, c'è la passeggiata del dopo pranzo a vedere il mare, camminando una accanto all'altra, c'è Agata che dorme sul divano dopo aver passato in rassegna le piante sul terrazzo più e più volte, ci sono i datteri giganti nel frigo che aspettano solo di essere farciti, ci sono i fiori fucsia in giardino esplosi come fuochi d'artificio, ci sono i pantaloni di velluto marrone di quando andavo all'università che mi rientrano perfettamente, c'è il libro di Haruf appena terminato che vabbè, cosa ve lo dico a fare, c'è il libro di Paasilinna appena iniziato che mi garba parecchio, c'è il berretto nuovo che cresce sferruzzato da mamma, ci sono i ciclamini bianchi da piantare a Natale, c'è il mio pile Patagonia che mi scalda un sacco anche se non serve (grazie L'Altrosport!), ci sono le foto delle gite fatte come se ci fossi anche io, ci sono i menu che forse verranno disattesi o forse no, c'è l'opportunità così rara di cambiare piani anche all'ultimo minuto, ci sono le notti quasi tranquille e le colazioni in due, ci sono i pandolci con il latte per la sera, c'è il pilates sul pavimento del soggiorno.

Ci sono anche tante altre cose, in particolare c'è un senso di distacco enorme (e probabilmente tanto ipocrita quanto scontato) da tutto ciò che non conta un cazzo. Non che in passato fossi molto legata al Natale, mio padre è morto quasi quattordici anni fa e da allora abbiamo "festeggiato" in sordina una giornata che, quando la famiglia era ancora al completo, spesso portava con sé crisi, litigate e barcate di ansia.
Probabilmente è destino che proprio per me, che amo allestimenti, festoni, tavole decorate, inviti, pacchetti, biglietti, mazzi di fiori, candele e lucine, la vita abbia in serbo una sorta di educazione siberiana, di drastica conversione al sottotono, portata avanti senza pietà regalandomi periodicamente motivi enormi per non festeggiare mai una mazza.
Quest'anno poi, cara vita, ti sei davvero superata.
Buon Natale anche a te.

lunedì 3 aprile 2017

Turisti per caso

A volte, dopo settimane intense e faticose, capita che arrivi il week end e che sia il week end dei Rolli Days.

Quindi, sia con il bel tempo del sabato sia con la pioggia della domenica, sono andata a fare un giro per la mia città, felice di partecipare al contest Rolli Ambassador: un ottimo pretesto per scattare foto e provare a guardare i vicoli in cui cammino ogni giorno da un diverso punto di vista.

Dei Palazzi aperti per la prima volta in questa edizione non ne conoscevo quasi nessuno:
1. Palazzo Nicola Cicala
2. Palazzo Pinelli
3. Palazzo Franco Lercari
4. Palazzo De Franchi
5. Palazzo Brancaleone Grillo
6. Palazzo Doria Carcassi

Sono tutti i Rolli che ho visitato e, a parte l'enorme affluenza di persone davanti a ogni ingresso, le cose che mi hanno colpita maggiormente sono tante e riguardano per lo più piccoli particolari inaspettati e, soprattutto, il contesto. Voglio provare a raccontare quello che mi è rimasto impresso di ogni palazzo andando con ordine e usando come faccio spesso il sistema dell'elenco:

1. Le fusioni tra palazzi, con i solai ad altezze diverse, le scale incastrate tra una parete portante e un arco ricavato chissà come, le colonnine di risulta che compaiono all'improvviso e i sedili per guardare fuori dalla finestra e pensare: tutto questo è mio.

2. Banalmente, ma inevitabilmente, i laggioni. Perché sarò burina ma un bagno così chi non lo vorrebbe? :-)

3. La storia di Megollo, che si incavola e taglia naso e orecchie ai suoi avversari per poi conservare il bottino in salamoia. Certamente è una vicenda degna di nota, ma a ricordarcela ci sono già i telamoni del Carlone, tanto forzuti quanto mutilati, pronti a reggere il portale in facciata. Qui, ciò che mi ha colpito di più è il cortile interno, con le bici appoggiate alla colonna e quel senso di tempo immobile, di sogno del dormiveglia, che ogni tanto capita e che è bello accogliere.

4. Anche se c'ero già stata anni fa, in occasione di un ricevimento dove servivo ai tavoli, le piante selvatiche che penzolano dai terrazzi e lasciano cadere le foglie nel cortile interno, la serie di finestre bianche che si incontra salendo le scale e le enormi sale così in contrasto con la strettezza dei vicoli che circondano il palazzo sono le cose che mi hanno colpita di più.

5. Il parquet che scricchiola mostruosamente a ogni passo e che non ha mai smesso di farsi sentire durante tutta la visita, il rosso delle lunette, i piccoli giardini che si intravvedono dalle finestre, l'ascensore moderno, così raro nel centro storico e le mele, ovunque.

6. Il presepe con le pelli di pecora vere per vestire i Re Magi, i soffitti pastello e il tavolo del transatlantico REX, affondato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Cos'altro ho amato di questi due giorni da turista per caso nella mia città? Il pranzo di ieri in Piazza Lavagna, tra lasagne al pesto, acciughe marinate con bruschette di pomodori e burrata, alberi in fiore e tranquillità.





domenica 19 marzo 2017

Una manciata di cose


Doveva essere un post pieno di sentieri, sole, alberi e mare... e invece ho la febbre.
Niente gita, solo coperta e arretrati di lavoro da smaltire semi sdraiata a letto, ma non importa: tutto sommato avevo bisogno di riposo e il tempo fa schifo (lo dimostra la lavatrice piena che sta girando imperterrita nel mio bagno, ci fosse una volta che azzecco il giorno giusto per il bucato).

Il titolo che ho scelto dovrebbe lasciar intendere come ho intenzione di gestire il post di oggi: una manciata di cose scritte senza rifletterci troppo su, un elenco risolutore che mi permetterà contemporaneamente di fare poca fatica e di riordinare pensieri, obiettivi, scadenze e traguardi.

Direi quindi di iniziare subito:

1. Mi sono concessa dello shopping un paio di giorni fa, dopo mesi che non entravo in un negozio di abbigliamento e mi limitavo a rappezzare strappi e buchi nei vestiti. Ho acquistato tre maglie scontatissime (e bellissime) da Lo Spaventapasseri sfruttando l'ultima coda dei saldi invernali e un paio di jeans Par.co denim alla Bottega Solidale, convenienti pure quelli visti i millemila punti accumulati sulla tesserina.

2. Ho fatto rifornimento on line di materiali per i laboratori, in vista delle prime attività totalmente da free lance che mi hanno proposto. Ho trascorso una serata a spulciare siti, comparare offerte, calcolare tempi di spedizione... ora non resta che attendere la consegna!

3. I bambini e i ragazzi con cui sto facendo attività mi stanno regalando tanta soddisfazione: c'è chi ha terminato di costruire e programmare uno spirografo di Lego in metà del tempo che avevo previsto e chi ha mosso i primi passi nel campo della robotica educativa, senza scoraggiarsi e accettando di buon grado il lavoro di gruppo.

4. Mi sono cimentata nell'utilizzo dell'eyeliner e, devo dire, non ho fatto i danni che temevo. Due codine uguali uguali e tanto orgoglio! (Ah, ho usato uno di questi).

5. Ho ricevuto tutte le cartoline del giro dedicato a me di A year in a postcard, la foto quassù lo dimostra. Sono bellissime, ognuna a modo suo, perché portano con sé un pezzetto di chi l'ha spedita con un occhio di riguardo verso chi la deve ricevere. Sarebbe meraviglioso se ci comportassimo sempre così: attenti e protettivi verso il prossimo quanto verso noi stessi.

6. Ho ripreso a leggere, finalmente, e non ho altro da aggiungere!

7. Continuo a camminare nella mia città cercando e trovando la Primavera un po' ovunque. Quando succede, la fotografo.

8. Sto organizzando la prima presentazione in libreria di Robotica creativa per giovani tecnologici: sono felice, agitata isterica e grata per essere arrivata fino qui.

9. Io, mai più l'avrei detto, mi sono innamorata della canzone di Carmen Consoli e Tiziano Ferro. Perché una frase così vale tutto: "Per non farti scappare chiusi la porta e consegnai la chiave a te".

10. Sono andata al cinema e ho visto Manchester by the sea, in questo caso nessuna citazione, sono le facce che contano (e che fanno un male boia, sappiatelo).


Che sono stanca e febbricitante l'ho già detto, quindi mi auto assolvo e la chiudo qui, sperando, nel prossimo post, di poter scrivere di gite meravigliose e nuove cose imparate.



sabato 22 ottobre 2016

L'Estate al collo

Scrivo da casa di mamma e non più tardi di ventiquattro ore fa passavo di qui con uno zaino pesantissimo sulla schiena e il cuore altrettanto pesante nel petto.

Mi spetta qualche giorno da cat sitter di questa signorina e, sicuramente, un po' di distanza da tutti gli impegni mi farà bene. Esiste il lavoro da casa ed è pur sempre il week end, lunedì sarò operativa e sul pezzo, come se nulla fosse successo.

Dopo l'ultimo post sul mio primo libro in uscita (in realtà è già disponibile da ieri a questo link, con un po' di sconto e le spese di spedizione gratuite), oggi vorrei scrivere di qualcosa che nasce dalle mani creative di un'altra persona.
Si tratta del ciondolo nella foto (forse si vede meglio sul mio profilo Instagram) che, qualche giorno fa, è arrivato via posta riempiendomi di gioia. La collana è opera di Aspettaevedrai, una bravissima artigiana: se non la conoscete ancora, potete trovarla qui, qui e qui. Il suo shop invece è qui.

Come vedete dalle immagini di Sara, i ciondoli in ceramica sono solitamente tondi, ovali, a goccia, rettangolari, ma sempre e comunque dalle forme lineari. Il mio, invece, è irregolare e pure un po' concavo, perché il pezzo che ho scelto me lo ha portato un'onda. Stavo camminando sulla battigia, durante una giornata nuvolosa, a tratti pure piovosa, decisa a non arrendermi e a godermi una delle ultime domeniche al mare di questa estate ormai lontana. L'ho visto lì, tra i sassi scuri e l'ho raccolto. C'era una casa, c'era un ponte, c'era qualche albero: quanto bastava per farmene innamorare.

Ho pensato immediatamente di conservarlo, poi ho pensato a Sara e alla sua bravura e, ancora seduta sulla sabbia, le ho scritto. Lei ha accettato subito di costruire una collana attorno alla mia piccola casetta color mattone, quindi, qualche settimana dopo che le avevo spedito il coccio, il gioiello è arrivato. Più bello che mai.
Sono contenta di questo nuovo abitante del mio portagioie, sta lì appeso (quando non lo tengo al collo) insieme a tutte le altre collane, in particolare alla collana di Demodé Jewels comprata all'East Market e alla Myselfie di Rita.

Sono riuscita nel mio intento: avere a portata di mano l'Estate fino a quando lo desidero, per poter ripensare ogni volta che voglio a quella giornata bellissima, alle ali di pollo fritte sotto l'ombrellone, al bambino chiuso nel suo mondo che gioca da solo sulla riva, ai taralli di mille sapori, al cane sdraiato sull'asciugamano della vicina, a madre e figlia che si fanno fare le trecce di stoffa ai capelli.

Grazie a Sara che mi ha aiutata nell'impresa, grazie al mare che mi ha donato un ricordo.

sabato 16 aprile 2016

Basta rimanere in silenzio

Inteso come "è sufficiente stare in silenzio".
Avviso già che questo sarà un post ad alto tasso di giudizio e di profonda condanna per le persone che giudicano. Insomma, un controsenso assoluto.

Ho ricevuto un'educazione parecchio rigida, dovuta a un'età non giovanissima dei miei (per l'epoca, s'intende, ora sarebbero considerati dei genitori-bambini) e a una zona di crescita geograficamente più propensa alla chiusura. Per intenderci, sono nata in campagna e quando ho traslocato, a inizio adolescenza, sono andata a vivere in un posto servito da un autobus ogni ora e zero treni per raggiungere il primo centro (realmente) abitato. Avevo orari ferrei per tornare a casa, sono potuta rientrare dopo la mezzanotte solo poco prima dei diciotto anni, sono andata in vacanza con gli amici da sola per il Capodanno del duemila, tre giorni prima di diventare maggiorenne, con grandissimo disappunto di mio padre.
Me lo ricordo ancora:
Mamma: "Giancarlo, dai, compie gli anni il 3 gennaio..."
Papa: "Lo so, quindi ora ha 17 anni e decido io."
Ha vinto mamma, ma che sudata!

Ho fatto le mie cazzate, più o meno gravi, più o meno irrisolvibili. Ho fatto piangere i miei, pochissime volte, ma l'ho fatto. Li ho sicuramente preoccupati, soprattutto nell'età critica tra i 14 e i 19 anni, poi mi sono calmata e la vita ha fatto il resto, provando ad ammazzarmi e riuscendo ad ammazzare mio padre.

Ho abitato fino ai 28 anni con un'insegnante, che di rigore e disciplina se ne intende assai e di genitori di merda pure.
Ho studiato tutto quello che ho potuto studiare, ho lavorato in tutti i campi che mi sono capitati, sono stata (e sono) in analisi, ho vissuto relazioni quasi sempre lunghe e importanti, ho preso facciate medio-brutte, ho avuto parecchio paura di non farcela da sola.

Mio padre era una persona complicata, soprattutto per se stessa, e di conseguenza per gli altri. Il mini paesino in cui sono diventata adulta è un posto meraviglioso ma davvero difficile, se si è deciso di avere una vita. Ringrazierò sempre mia madre per avermi accompagnata a prendere il treno mille volte e la mia pazienza infinita per aver atteso ore autobus in perenne ritardo (e che spesso non arrivavano proprio).

In tutta questa fatica, che per me è sempre stata normale routine (e questo, fortunatamente, è un bagaglio di inestimabile valore, che mi fa sopportare e supportare scioperi e disagi cittadini senza fare rumore), io non mi sono mai sentita giudicata male. Né dalla mia famiglia (intesa come mamma e papà) né dai miei vicini più stretti. Quando ho iniziato a percepire che per me era il momento giusto me ne sono andata, consapevole che le cose cambiano, diventano altro, spesso peggiorano a causa del mondo che va avanti e non possiamo fare nulla, se non accettarle.

Non sempre mia madre e mio padre hanno apprezzato le mie scelte, mio padre a volte nemmeno le ha viste, preso com'era dalle sue difficoltà. Di certo non si sono mai permessi di farmi sentire sbagliata per quello che ero e che volevo fare.

Ora, sempre più spesso, non faccio altro che trovare cattiveria e soprattutto giudizio in tutte le persone che incontro. Sia chiaro, giudicare giudichiamo tutti, chi più chi meno, ma giudicare sempre e comunque... quello no, non lo capisco.
Non ne comprendo la necessità, non ne vedo lo scopo, il tornaconto, in particolare quando si tratta di parentela, di genitori-figli e figli-genitori. Le scelte di un figlio sono le sue, lo sono quando ha tre anni come quando ne ha trenta, con la differenza che a tre anni è compito di un genitore guidare il bambino nella scelta meno pericolosa, più "buona" per lui e per la sua salute; non necessariamente per la sua felicità, perché un errore che ci rende un po' tristi non ho mai pensato sia un dramma, piuttosto credo possa diventare un insegnamento. Se questo è il ruolo di una mamma e di un papà quando il figlio ha tre anni figuriamoci quando ne ha trenta e prende decisioni autonome e personali, come deve essere. Magari sono scelte distanti da quello che ci si aspetta, a volte sono opposte, ma non capirò mai cosa spinge un genitore a giudicarle, giudicarle e giudicarle ancora. Comprendo di più il taglio netto, la presa di posizione definitiva. Il giudizio perpetuo e sfiancante, per chi lo dà e chi lo riceve, proprio non lo capisco.

Questo discorso vale anche per gli amici, che si trattano male, si disprezzano in (nemmeno troppo) segreto e continuano a cercarsi non si sa bene perché, o per i conoscenti che sorridono in loop e intanto pensano le peggio cose possibili sul conto della persona a cui hanno rivolto un gioioso quanto falso saluto. Si fanno scelte, si hanno idee e sentimenti, si prendono posizioni. Non mi pare né difficile né sbagliato.

Prima di tutto questo, però, credo che basterebbe rimanere in silenzio davanti alle decisioni altrui, perché più spesso di quanto crediamo nascono da un vissuto che non abbiamo non solo nessun diritto di giudicare, ma probabilmente nemmeno di provare a capire. Possiamo solo rispettarlo, stando zitti.

martedì 12 aprile 2016

Chi si ferma è perduto

Non c'è proprio verso, di farmi stare ferma.
Se non è una camminata è una passeggiata, se non è una corsa è una maratona fotografica.
Ecco quindi quello che ho fatto domenica scorsa: per la prima volta in vita mia ho partecipato all'Italia Photo Marathon, nella sua tappa genovese, e mi sono divertita moltissimo.
Devo ammettere che il livello di stanchezza finale era paragonabile a quello di una qualsiasi giornata di trekking, dopotutto abbiamo vagato per la città dalle 9 alle 18, un po' di male ai piedi credo fosse più che giustificato!

Come si svolge questa cosa della maratona? Così:
Ci si riunisce tutti in Piazza De Ferrari (eravamo più di mille, un esercito), ci si registra (io avevo già effettuato l'iscrizione on line, ma occorre comunque fare la fila per essere assegnati a un numerino e ricevere maglia e zainetto) e si attendono i primi tre temi sui quali basare altrettanti scatti.
La "chiamata" dei temi viene ripetuta altre due volte nel corso della giornata, per un totale di nove argomenti chiave. Ogni tappa prevede la consegna di un cartoncino con su scritti i temi, ma in realtà è un'ottima occasione per riposarsi un momento.
La bellezza di vivere in centro storico è stata anche la possibilità di passare un attimo da casa e sfruttare al massimo gli anziani del quartiere per chiedere consigli sui luoghi più adatti dove scattare fotografie. Via di corsa sulle mura del Barbarossa, o sulla collina di Castello, un salto al mio amatissimo chiostro e mille giri tra vicoli, spicchi di cielo, reti arrotolate, alberi cittadini, riflessi potenti e strade puzzolenti.

I temi scelti quest'anno sono:
1. Il mio regno
2. City life
3. Punta in alto
4. Che combinazione!
5. L'ingrediente segreto
6. Goccia di splendore
7. Cosa c'è dietro
8. I Rolli
9. La voce del mare

Non è stato affatto semplice trovare l'ispirazione, soprattutto in alcuni casi. I Rolli per esempio, così tanto fotografati, visitati da poco, quasi tutti chiusi mi hanno dato un bel po' di filo da torcere, fino a che un vicolo buio, un punto di vista diverso dal solito, e una coppia di colori super saturi hanno risolto la situazione.
Certi temi, invece, mi sono arrivati addosso all'improvviso, come Punta in alto o Che combinazione!, due scene inaspettate che sembravano non attendere altro che essere immortalate.
Credo che presto verranno caricate on line le foto di tutti, suddivise per profilo o per tema, non lo so, magari metto il link nel prossimo post. Di sicuro consiglio a tutti gli appassionati di fotografia di non perdersi questo evento perché è un'occasione per camminare tanto e imparare a guardare la propria città con un occhio nuovo.


sabato 26 marzo 2016

Cronache Pasquali


Una settimana da incubo che sta finendo, tanta voglia di scrivere un post facile, senza troppi pesi e fatiche, senza troppa attenzione a forma e contenuti, pieno di bellezza o, banalmente, di semplicità.
Il modo migliore, in questi casi, è sempre l'elenco.
Per non fare torto a niente e a nessuno, scriverò la mia lista di esperienze settimanali in rigoroso ordine di comparsa, esattamente così come le cose mi sono capitate.

1. Ho organizzato la tradizionale festa di Primavera sull'Albero. Mi sono divertita, ho cucinato, ho comprato un mazzo di tulipani arancioni e ho giocato con i piccoli nuovi arrivati del gruppo.

2. Ho fatto lezione alla mia mini classe universitaria camminando tra le tombe di Staglieno, spiegando la differenza tra una crosta nera e una patina algale, mostrando i danni del tempo su una statua di marmo esposta alla pioggia, allenando gli occhi di queste ragazze a guardare il contesto. Perché è sempre il contesto che decide le regole.

3. Dopo una notizia che mi ha gettata nel panico ho corso. Ho corso un sacco anche facendo le scalette del parco, ho corso sulle spirali disegnate per terra, ho corso davanti al mare, ho corso tra file di camelie striate.

4. In una mattina difficile ho ricevuto un regalo arrivato con il postino (il genere di regali che preferisco). Questa piccola spilla e la lettera che l'accompagnava sono state un raggio di sole, una coincidenza inaspettata, un momento di speranza che mi serviva moltissimo.

5. Ho accompagnato mamma a fare una visita medica importante, che ci ha tolto un dubbio terribile, così terribile che devo riprendermi ancora adesso.

6. Mi sono comprata una gonna pantalone nel mio negozio vintage del cuore, perché di gonne pantalone, specie se lunghe, ariose, di colori pastello, non se ne hanno mai abbastanza [e poi con i miei Pescura Corallo è perfetta!]

7. Ho mangiato dei pizzoccheri al pesto siciliano, ma anche dello stoccafisso accomodato, ho bevuto vino bianco, vino rosso e persino coca cola.

8. Ho visto un meraviglioso film al cinema e mi ci voleva, le ultime volte ero rimasta così delusa...

9. Ho fatto una gita bella, nei posti dove sono cresciuta dai dodici anni in poi e nei posti dove invece sono nata e ho trascorso la mia infanzia. Non sapevo come avrei reagito nel rivedere la magnolia con le foglie lucide, i leoni di marmo che ho cavalcato così tante volte, le due palme che non c'entravano proprio nulla, il sentiero accanto al fiume. [per inciso, credo di aver reagito bene]

12. Ho mangiato la focaccia con le cipolle sulla spiaggia.

10. Ho visto un capriolo col culo bianco.

11. Sono andata a trovare mio padre.

12. Ho guardato il mare diventare accecante sotto al sole della sera.

13. Ho scoperto Agata arrotolata dentro al piumone di mamma.

14. Ho ritrovato i miei amati boccoli, persi chissà quando e chissà dove.

15. Ho raccolto tutti i pensieri più belli e li ho stretti a me.

domenica 18 ottobre 2015

Avere Paura

Oggi ho scoperto una cosa: ho scoperto che la scrittura è davvero una passione grande, se, dopo averle dedicato otto ore, quello che vuoi fare di più è continuare a scrivere. Cose di lavoro, cose per le amiche, di nuovo cose di lavoro (un altro) e ora cose per me, che ho voglia di tirare fuori già da qualche giorno.

Nella foto quassù c'è il cartellino rosso di Camminando pe e lische, una delle marce che, acciacchi e impegni permettendo, io e mamma facciamo ogni anno. L'immagine è di domenica scorsa, avevo da poco superato il guado dove Andrea costruiva ponti di pietra sul fiume che nemmeno nell'Impero Romano, e stavo pensando sempre più intensamente alla polenta e al prato al sole dove l'avrei mangiata. Erano le undici e avevo una fame da lupi.
Oggi, a distanza di una settimana, sono stata in casa tutto il giorno, a letto per la precisione, mangiando plum cake, biscotti, mele rosse e riso al pesto. E bevendo Chianti per cena.

Ho iniziato a scrivere all'una e ora che sono quasi le dieci di sera non ho ancora smesso, né smetterei più.
Ascolto musica perfetta, tipo questa che sta passando ora, che non è particolarmente allegra come non lo è affatto il suo video, ma del resto nemmeno io lo sono, quindi mettiamoci l'animo in pace.
Se poi io non sono allegra è perché ho paura, una paura che non ho mai provato, per cose, persone e situazioni che non pensavo potessero suscitarmi questo sentimento. Invece è accaduto e io non so assolutamente come comportarmi.
Per ora tento, senza grande successo, di fingermi morta come fanno molti animali. Cerco di muovermi senza spostare l'aria, di vivere senza essere notata, di alzarmi, fare colazione, andare al lavoro, pranzare con quello che ho preparato la sera prima, seguire il corso di francese, cenare, leggere o scrivere qualcosa e dormire. Poi certo, dentro di me scoppio, di cose che vorrei fare e dire ma so che non è tempo.

Ottobre, mese di letarghi e di foglie che cadono.
Adeguiamoci.

Tra pochi giorni comincia il Festival della Scienza e io, per la prima volta, non vedo l'ora. Anni di esperienza mi hanno assicurato un orario perfetto, con turni calibrati al millimetro che mi lasceranno un sacco di tempo per dedicarmi ad altro o, se mai fosse possibile, per riposarmi.
Ci saranno concerti, serate di festa, laboratori bellissimi da seguire con le amiche, bimbe appena nate da visitare, bimbi un po' più grandi da salutare e, lo spero tanto, camminate fuori città che mi aspettano. Dopotutto basta una funicolare. O un autobus.
Basta che il mio piano di resilienza funzioni per riuscire a godere di questa stagione meravigliosa, continuando a scrivere per il progetto più grande che c'è in cantiere e alimentando ogni giorno la mia voglia di scoprire e imparare cose nuove.
A questo proposito il corso di francese sta andando alla grande: comunque finirà, il mio cervello sarà abitato da suoni e significati che prima non conosceva, credo che a quasi trentaquattro anni sia una cosa bellissima, provare a imparare una lingua diversa dalla propria.
Soprattutto quando con le parole si cerca di costruirsi il futuro.

E' chiaro dal titolo del post che immaginavo di andare a parare altrove, il fatto che non sia stato così mi riempie di gioia: significa che sta funzionando, che se voglio sono salva, che se mi proteggo (magari anche con un bicchiere di Chianti :-) ), acquisisco una visione nuova delle cose, più dipendente da me che dal resto del mondo, e mi tranquillizzo almeno un po'.
Il succo non cambia, lo so, ma cambio io che lo guardo e che cerco di mandarlo giù.

domenica 30 agosto 2015

Valigie

Una delle cose che amo di più è svegliarmi al fresco, con la gatta sui piedi e il rumore delle motoseghe che puliscono i giardini attorno a casa.
Quando capita, va da sé, sono da mamma.

Questa mattina è andata così, ho aperto gli occhi abbastanza presto e, gatta esclusa perché a sto giro aveva scelto un altro letto, sono stata accolta da tutto quello che più mi piace. Moka compresa, uccellini e cicale pure.
Sono giorni un po' rovinati da un piede dolorante, con visite mediche, fluidificanti e antinfiammatori annessi, sono giorni in cui provo a tenere a bada l'ansia e per ora ci riesco. Sono giorni in cui l'ipotesi di dover stare ferma mi sembra impossibile, con il lavoro che comincia, il Festival della Mente che mi aspetta e molti altri strascichi d'estate che vorrei tanto salvare: le corse al calare del sole, le gite, gli aperitivi all'aperto e le nuotate in piscina.
Ad ogni modo, come sempre, si vedrà e se la mia coagulazione ribelle ha deciso di rompere le palle proprio adesso, se i tendini o le ossa o quello che è di una caviglia già massacrata hanno voglia di farsi sentire così tanto, un buon motivo lo avranno. Per esperienza, è completamente inutile opporsi.

Quindi, questa mattina, mi sono alzata serena nonostante tutto, ho sorriso e ho iniziato il nuovo giorno con un libro, pensando d'istinto alla mattina di un paio di settimane fa, quando a svegliarmi alle cinque era stato un odore familiare. E orribile.
In realtà a quella notte penso tutti i giorni e ieri pomeriggio, mentre sopra alla mia testa passava il canadair che vedete in foto, ci ho pensato ancora di più.
Se c'è un incendio nei paraggi il mio naso lo avverte in un secondo. Ho sentito l'odore del ristorante che bruciava vicino a casa quando il rumore delle sirene era lontano anni luce e sono uscita in canotta, pantaloncini e ciabatte mentre i pompieri stavano ancora sfondando le porte per entrare. L'esperienza di tre anni fa mi ha insegnato molto, innanzi tutto un odore di cui avere paura. Poi mi ha insegnato che il mio corpo ha una capacità fisica di reazione agli avvenimenti psicologicamente duri che mai avrei pensato potesse esistere. Quella notte, con una contrazione fuori dal normale dei muscoli del collo, ho cominciato a camminare lungo le strade della fibromialgia e non mi sono più fermata.

C'è un'altra cosa, però, che ho imparato davanti al paesello circondato dalle fiamme: ho imparato che ognuno è la propria valigia.
Gli oggetti che, messa alle strette dai vigili del fuoco, io avevo scelto di portare via sono elencati nel post di quel 28 febbraio. Ma la mia borsa non è stata l'unica ad essere riempita di notte, in poco tempo e con tanta paura addosso.
C'era la valigia dei vicini, con i documenti medici indispensabili per la loro bimba
C'erano gli zaini con i computer dei ragazzi che lavoravano come informatici e che lì dentro tenevano tutto
C'era la busta con il rogito della casa, perché per gli anziani era la cosa più importante
C'era il sacchetto delle medicine, perché con la pressione alta non si sgarra e chissà quando ci faranno rientrare
C'era il faldone della pensione di mia madre, che mica poteva rischiare di perdere quarant'anni di lavoro in una notte

C'era quello che conta davvero.
Ognuno aveva affidato la propria vita ad una borsa e lo aveva fatto senza poterci ragionare sopra. Penso spesso che se non fosse stato un momento così tragico, fatto di silenzi da pelle d'oca, sguardi muti, gocce d'acqua su pareti di fuoco, freddo polare in un bosco rovente, avrei dovuto scattare delle foto. Aprire le borse, mettere in fila le cose, immortalare le vite degli altri per ricordarle ad ognuno, me stessa per prima, una volta terminata la paura. Quando sembra andare tutto storto, quando non pare esserci soluzione e invece magari non c'è nemmeno il problema.
Quando, come oggi, permetto ad una caviglia malandata di costringermi a girare in tondo, sull'orlo del baratro, fermamente convinta a stare in equilibrio e altrettanto spaventata all'idea di caderci dentro.

L'odore di fuoco delle cinque di due settimane fa è stato come aprire una di quelle valigie e scattare una foto: bisogna ricordare sempre cosa sia davvero l'urgenza, cosa meriti veramente la premura, in tutti i sensi.

domenica 23 agosto 2015

"Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme"

Le "vacanze per me non sono ancora terminate, in verità.
Credo di rientrare ufficialmente al lavoro dal primo settembre, credo perché non lo so. Vedremo.
Tuttavia, anche se le ferie non sono finite, nella mia testa è tempo di tornare, è ora di riprendere in mano qualche filo semi abbandonato e di risalire sulla giostra degli impegni, delle scadenze, delle mail da inviare, degli appuntamenti da rispettare.

Credo che avere una settimana di tempo per abituarmi all'idea sia un grande lusso, e intendo onorare questa fortuna nel migliore dei modi: alternando un po' di lavoro da casa a un tuffo, una corsa, un film, una cena fuori.
A proposito di film, qualche sera fa ho visto La prima neve, di Segre. Lo volevo guardare da tempo, ne avevo sentito parlare bene e non ero riuscita ad andare alla proiezione organizzata a teatro.
Mi è piaciuto tantissimo.
Per mille ragioni, comprese colonna sonora e ambientazione.
La prima neve è un film semplice che si avventura lungo percorsi complicatissimi, strade di dolore, sofferenza, morte, abbandono, ma anche speranza, bellezza, vita, tranquillità, rispetto. Cammina lungo sentieri che entrano nei boschi dell'anima (e del Trentino).
I dialoghi, pochi, ti sferzano un momento sì e l'altro pure. Una frase su tutte (per me LA FRASE) è quella che ho scelto per il titolo del post "Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme". E' proprio così che la penso anche io, da sempre, Segre lo ha "solo" detto al mio posto, spiegando a parole, con una dolcezza infinita, una mia eterna convinzione. E' quello che intendo quando sento la mancanza fisica dei boschi, dei sentieri, dell'erba e dei sassi. E' per questo che quando cammino spero sempre di vedere un animaletto e mi fermo ad annusare qualsiasi cosa.

Lo faccio per cercare il mio odore. Lo faccio per cercare me stessa in mezzo a tutto il resto. Il mio posto nel mondo.


Uno spazio che in queste vacanze ho trovato tante volte, molto più spesso di quanto mi sia capitato in passato, ma, soprattutto, in luoghi nuovi, in circostanze inaspettate, non solo tra gli alberi, non solo nel silenzio del verde.
Per esempio ho sentito il mio odore correndo: c'è un punto preciso che incontro dopo un paio di chilometri da casa di mamma, lì si ferma spesso una coppia di cormorani e lì, probabilmente complici tutte le belle sostanze che il mio corpo sotto sforzo comincia a sprigionare, mi ritrovo così tanto che credo potrei correre all'infinito. E mi scappa, ogni volta, da ridere forte.

Ho sentito il mio odore mangiando un piatto di pomodori, durante un pic nic di quasi pioggia, accanto ad un albero di ginkgo biloba. Quando ho visto i suoi ventagli verdi e gialli sparsi qua e là ho sentito di essere nel posto giusto. Ora le foglie stanno nella mia pressa di noce, perché le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme.

Non è mistero che io abbia preso peso. Cinque o sei chili più del dovuto, dieci più del passato. Non mi fa piacere ma non li perdo, non rinuncio abbastanza al cibo perché possa dimagrire e l'attività fisica che pratico più o meno costantemente a quanto pare non è sufficiente. Però l'altra sera ho indossato, per dormire, una vecchia sottoveste di mamma o addirittura di nonna e le mie nuove forme morbide l'hanno riempita bene, senza sparirci dentro, senza svilirne i pizzi, senza farmi somigliare ad un appendiabiti. Ora io e quella sottoveste abbiamo finalmente lo stesso odore.

Quando ho comprato i sandali di gomma non pensavo mi sarebbero serviti per trovarmi. E invece, una mattina tra granchi, scogli e meduse, ho camminato su un tappeto di alghe indossando la maschera, senza curarmi del sole che mi bruciava le spalle, della fame, della cellulite, delle cose che non vanno come vorrei. Appena ho sentito quei ciuffi marroni solleticarmi i piedi e ho visto i primi pesci sfrecciarmi davanti al naso, mi sono ricordata che anche il mare ha il mio stesso odore.

Sto scrivendo questo post a mano, con la biro, su un blocco a quadretti e fuori piove. Potrei continuare, potrei smettere. Smetto con un link a un nuovo progetto fotografico, che ho in mente da molto, ma che ho messo in pratica da poco. Spiego tutto nella didascalia della foto, peccato solo che non si possa sentirne l'odore, perché anche io, più spesso di quanto vorrei, mi sento a metà, ma se riesco a dare un nome ad entrambe le mie parti, il peggio è passato.

giovedì 9 luglio 2015

Io e loro

Oggi fa un caldo incredibile. Non sono una persona che patisce l'estate, sudo a malapena e gestisco bene anche le temperature più alte, ma non mi era mai successo di bruciarmi le piante dei piedi con l'asfalto bollente, indossando le scarpe.

Devo confessare che con una gamba colpita, seppur un decennio fa, da una bella trombosi, non è facile zampettare per la città, salire sui bus, trasportare materiali più o meno pesanti e ingombranti, tenere laboratori quasi sempre in piedi, con cinquanta gradi secchi. In questo periodo ho scelto consapevolmente di non indossare il gambaletto elastico perché mi sembrava una tortura ancora peggiore costringere il polpaccio in quella morsa spessa, ma le conseguenze che sto pagando sono un gran male a tutta la gamba, la sensazione di avere un bambino di due anni costantemente appeso al ginocchio e l'arrivo di una bella varice verde, la prima così visibile, proprio sotto al punto X.

Tutto questo spiegone un po' lamentoso e di stampo medico per dire che invece i ciclamini no, loro proprio no, non sentono il caldo. La foto quassù, infatti, non risale a febbraio ma a un'ora fa, mentre stendevo i panni e controllavo le mie care compagne di viaggio (e di vita, che poi è la stessa cosa).
Il post di oggi sarà tutto dedicato alle coinquiline con cui divido la casa, chiacchiero la mattina, commento le giornate appena concluse.
Chi mi conosce bene, ma anche chi mi conosce appena, e pure chi non mi conosce affatto, sa che adoro le piante, gli alberi, le foglie, i fiori, la campagna, l'erba, i monti e tutto quello che riguarda la natura in senso più generale. Sono cresciuta circondata da ciò che amo: come ho già scritto da qualche parte, il primo ricordo che ho riguarda l'enorme magnolia che viveva nel cortile di fronte a casa e non ci sono momenti belli della mia vita di bambina in cui il verde non fosse presente. Quando sono andata a vivere da sola, come prima cosa mi sono immaginata e procurata delle piante (non esattamente in quest'ordine!) e le ho sistemate ovunque: in bagno, cucina, sala, ma anche sui balconi più luminosi. Ho piante da interni, da esterni, fiori, verdure, alberi da frutto, piante sospese e appoggiate, piante pendule e rampicanti, piante grasse e tillandsie.
Si potrebbe pensare che la loro vita nella mia casa sia sempre andata a gonfie vele e che i magnifici fiori bianchi, completamente fuori stagione, del ciclamino quassù siano solo l'ennesima esplosione verde tra queste mura buie e stritolate dai vicoli della mia città.

Bene, vi smentirò perché non è affatto così.
Le piante con cui sono venuta a vivere qui quasi tre anni fa sono morte tutte, tranne una. L'unica superstite è quella che vedete posata sul davanzale interno, con il bruco di metallo piantato nel vaso: lei ha resistito irriducibile, ma tutte le sue compagne sono morte strada facendo. A parte le primule che cambio ogni anno, ho dovuto dire addio ad edere, succulente e bulbi un sacco di volte, senza capire dove stesse il problema, cosa avessi fatto di sbagliato, quali parassiti fossero responsabili delle mie perdite.

Poi, improvvisamente, hanno smesso di morire.

Anche in questo caso ho provato a ragionare sui motivi: forse avevo azzeccato il vaso giusto, magari anche la quantità d'acqua e la terra erano migliorate...mille domande finché non ho capito cosa fosse cambiato davvero.
La risposta sono io.
Io sono cambiata, il mio rapporto con questa casa è differente da quello degli anni scorsi e, finalmente, ho fatto pace con un sacco di sensi di colpa e di pensieri negativi che mi hanno accompagnata per molto tempo.
E' come se le piante avessero percepito che la precarietà stava finendo, come se avessero capito che questa poteva essere davvero la loro casa perché poteva essere davvero la mia.
Ho iniziato a chiacchierare con loro ogni giorno, con costanza le saluto appena sveglia mentre apro le persiane, le incoraggio mentre do loro da bere, le curo togliendo foglie secche e rami di troppo. Ultimamente ho accolto anche alcuni nuovi arrivi da casa di Raffaele: due pothos giganti e un paio di altre piantine da interni...pensavo non avrebbero sopportato il passaggio da un appartamento luminoso al mio piccolo bunker e invece, per ora, ce la fanno.

Quindi, insieme ai bei ciclamini della foto, vivono con me tante edere rampicanti, due piccoli ulivi, qualche cactus, dei vasi tipici da lotteria di paese che però sono cresciuti a dismisura e ora popolano i miei balconi. I contenitori sono spesso abitati anche da oggetti, come dinosauri di plastica, lanterne, Mini Pony, libellule di stoffa e ballerine che sculettano ad energia solare.
Io sono felice così, con le coinquiline che misurano il mio stato d'animo ogni giorno, buttando fuori nuovi getti o seccando una foglia qua e là, raggiungendo una parete lontana o schiudendo un fiore.
In questo modo riesco a capire e quasi a sentire vicina una frase che ho sentito per la prima volta ieri sera al cinema, guardando Youth di Paolo Sorrentino:

Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre (Novalis)

lunedì 12 gennaio 2015

Granelli

Ci sono giorni, settimane, periodi, in cui basta una frase qualunque, di una persona qualunque, per sentirsi subito un poco meglio.
Alla lezione di pilates di venerdì il mio insegnante mi ha detto "Brava, molto bene, schiena perfettamente dritta", senza sapere che stava regalando un granello di zucchero ad una giornata molto, troppo, amara per me. Grazie Luciano, alle diciannove di un venerdì qualsiasi mi hai fatto una carezza inconsapevole.
Ci sono giorni in cui basta davvero poco, in cui la soluzione è affinare i sensi e lasciarsi toccare dal bello, per quanto piccolo sia, per quanto bene si nasconda.
Il Secret Santa di quest'anno mi ha portato una buona stella che veglierà sulla mia casa: mai coincidenza è stata più azzeccata per un momento della vita in cui mi pare di vedere, come unico passo sensato per me e per chi mi sta vicino, che io me ne vada più lontano possibile.
Nel frattempo la stella bianca starà lassù, sopra la casetta di legno nero e la veglierà: grazie Ambaradanmamy per questa meraviglia!
Così ieri, che mentre camminavo veloce per raggiungere la funicolare e salire sui monti, ho trovato per terra la spilletta nella foto, ho di nuovo pensato al posto in cui vivo, a quello che ho costruito, a quello che ho sbagliato, a quello che potevo fare meglio, a quello che comunque non sarebbe andato diversamente.
Quante cose dipendono da noi? Tutte? Solo alcune? Nessuna? Quanto potere abbiamo?
A me ultimamente sembra di non averne nemmeno un po' e, nello stesso tempo, mi pare di dover aggiustare, sistemare, risolvere, mettere a posto milioni di situazioni che, per l'appunto, non dipendono da me.
E allora dove voglio arrivare oggi?
Voglio mostrarvi (e forse soprattutto mostrare a me stessa) che quando mi impegno e mi immergo in qualcosa che nasce dai miei pensieri, cresce nella mia mente, rimbalza nel mio cuore, i risultati alla fine ci sono. Sono piccoli magari, sono buffi, maldestri, emozionati, ma ci sono. E perché si vedano davvero occorre il granello di zucchero di cui scrivevo all'inizio del post, serve cioè che qualcuno che crede in noi, qualcuno che si accorge degli sforzi altrui e apprezza il nostro modo di guardare il mondo, decida di mostrarlo anche agli altri.
E così arrivano i messaggi di chi legge questo blog e mi vuole solo dire "grazie" e quelli di chi invece intende incoraggiarmi a continuare a scrivere, dando aria alla mia passione più grande, dando fiato alle parole che ho sempre pronte in punta di penna, in potenza.
E così arriva Cindy, che ama il novanta per cento di quello che amo io e che mi chiede di scriverne con e per lei, nella sua casa, esattamente nel modo che piace a me.
Cosa accadrà lo scoprirete (credo) domani leggendo il suo bellissimo blog e io mi impegnerò a condividere anche qui questo nuovo, piccolo, incoraggiante, granello di zucchero.