sabato 30 aprile 2022

Destinazione Parigi

"La Primavera è per chi sta bene", dice Stefania Andreoli.
E ha ragione.

Io la Primavera la odio, per tutti i motivi che elenca la dottoressa: è la stagione che ti chiede di esserci, di uscire, di vedere gente, di fiorire. Ti da un appuntamento con la vita, senza chiederti se sei pronta.


E io, che pronta non lo sono (da) mai, la Primavera la odio.

Preferisco l'Autunno, colorato e precario, mi somiglia di più. Sopporto l'Inverno, perché mi piacciono l'aria frizzante, il mare grigio e mi faccio coraggio quando arriva il Natale.
L'Estate? La attraverso, godendomi le giornate lunghe, le lanterne in giardino, i luoghi nuovi e quelli di sempre.

Questo post, iniziato con un pensiero che mi risuona in mente ormai da qualche tempo, è, in realtà, un post di viaggio. Comincia sul treno che mi sta portando a scuola, dove terrò l'ultimo laboratorio prima di partire: destinazione Parigi.

Giorno 0

Di nuovo sul treno. Un ottimo segno: significa che, per lo meno, siamo riusciti a partire.
Io sono quella che sta scrivendo sul quadernino più bello del mondo, mentre attraversiamo i boschi al confine con la Francia.
Sono quella con il pile peloso della Patagonia, che mi fa caldo ma nel borsone non ci stava. 
Sono quella con la pancia piena di lividi per l'eparina, che ogni ora ha la sveglia puntata per alzarsi e camminare.
Ah, dimenticavo, sono anche quella con una gamba in scarico, senza calzini, con la caviglia ricoperta di Fastum Gel e il ghiaccio istantaneo nello zaino, che a Milano mi sembrava buona cosa prendere una bella storta sulla strada verso la stazione. 
Sono io, più che mai.
Sono in viaggio fuori dal mio paese, dopo quasi tre anni.
Sono felice.
E scavigliata.

Giorno 1
Siamo a Montmatre. Oggi c'è il sole e abbiamo modificato un po' i nostri piani per godercelo.

Siamo seduti in attesa di un caffè, io scrivo e lui scatta foto.
Sono a Parigi, la città in cui io e mamma avremmo sempre voluto andare insieme.
Quest'anno, finalmente, ero pronta per fare questo viaggio e portarla con me, nel cuore, per farle vedere tutto.
Come mi sento? Come se qui ci fossi cresciuta. Come se la mia vita in Italia fosse un lungo Erasmus. Mi sembra di aver già scoperto alcuni scorci, di essermi già persa tra i viali, di aver sempre mangiato crepes e marmellata a colazione.


Dopo un croque monsieur grosso come un Castiglioni Mariotti abbiamo fatto un giro al mercato dei fiori dell'Île-de-France e ci siamo seduti di fronte a Notre Dame.
Da quel momento ho pianto per quasi un'ora: il cantiere coperto dai fumetti bellissimi che lo raccontano e il violinista che suona al centro della piazza polverosa, non bastavano. Occorreva il ragazzo italiano che si inginocchiava davanti alla fidanzata e le chiedeva di sposarlo, mentre il violino suonava "Bitter sweet simphony", lei rispondeva di sì e la gente scoppiava in un applauso fragoroso o, come nel mio caso urlava un "Braviiiiiiiii" impastato di lacrime e muco.
Et voilà.

Da Notre Dame alla Saint Chapelle dopo una passeggiata lungo la Senna. Metal detector, body scanner e via tra vetrate incredibili e statue policrome. Un tuffo dritto nei miei trent'anni.

Poi Bastille, ma ci siamo arrivati camminando sulla Coulée Verte René-Dumont e, come al solito, la natura mi mette in pace con il mondo e mi ripara il corpo, in questo caso la caviglia (con l'aiuto indispensabile di monsieur Fastum gel).


Giretto a Place des Voges e poi cena alla Brasserie Rosie, per pimpare a dovere il mio colesterolo già alto e buttare nel cesso quattro mesi semi vegani. 
Prima di crollare in quel bozzolo meraviglioso che è il letto dell'Hotel, una bevuta all'angolo e due righe qui.

Giorno 2
Dritti dritti al Marché aux puces de Saint-Ouen, un enorme mercato delle pulci ai bordi di Parigi.

Tempo di visita nostro: mezza giornata con pranzo al Gasteropodes, lo street food dentro al capannone.
Tempo necessario per girarlo bene, tutto: un giorno intero. Minimo.
Io, naturalmente, mi sarei comprata ogni cosa.


Tappa fotografica a Les Halles e pomeriggio al Marais. Cheese Cake incredibile al sapore di litchi, rosa e lampone (con caffè discutibile ma sempre migliore degli altri bevuti fino ad ora).

Un attimo prima del diluvio via, dentro al Centre Pompidou, dove abbiamo trascorso il resto della giornata, immersi tra colori, emozioni e tanta, tanta meraviglia.







Cena super da Le Potager de Charlotte: un ristorantino vicino all'hotel, totalmente vegano e meno affollato degli altri pasti parigini.
[n.d.a. qui zero mascherine ovunque, anche in musei, ristoranti, negozi. Zero green pass. Zero distanziamento. Fa strano, lo ammetto, cenare con una persona sconosciuta seduta a mezzo metro da te, spesso al tuo stesso tavolo].

Giorno 3
Le Ninfee di Monet all'Orangerie mi hanno tolto la parola. Ma pure Le Jardin des Tuileries tutti fioriti e invasi dal sole.

Qui sono fighi anche i piccioni.
Abbiamo pranzato tra i tulipani su seggioline verdi, disponibili, trasportabili, comodissime, ma, soprattutto, ancora tutte lì, pur non essendo rivettate al centro della terra.




Pomeriggio alla Tour Eiffel: un carrozzone incredibile tra lavori in corso, strade bloccate dalla polizia per via delle elezioni presidenziali, visitatori che si scattavano vicendevolmente foto di dubbio gusto, lucchetti dell'amore (ancora!) attaccati ovunque.
Ci siamo arrivati attraversando gli Champs Elysée, super caotici e molto turistici e passando sotto l'Arc du Triomphe.




               

Bilancio della giornata: mattina vince su pomeriggio a mani basse.

La sera a cena da Buillon, finalmente escargot! Macron di nuovo presidente e, mentre leggevamo la notizia sul telefono, una ragazza seduta al tavolo accanto al nostro, ha bussato sul plexiglass che ci divideva e ci ha chiesto di mostrarle il display. Il suo sospiro di sollievo, le lacrime agli occhi e i nostri bicchieri che si incontrano sulla plastica trasparente non li dimenticherò tanto facilmente.

Giorno 4
Louvre alle 9.30. Usciti alle 15.30.
Abbiamo visto tutto? Ovvio che no.
Abbiamo visto tanto? Direi proprio di sì.

Da brava genovese mugugnona, i fast food all'interno della struttura non li avrei messi. Tanto meno il centro commerciale. Ma, per l'appunto, sono una genovese mugugnona.
La Gioconda l'ho vista da 20 metri, la Vergine delle Rocce da 4, la Zattera della Medusa da 2 e la Libertà che guida il popolo da 1. In compenso mi sono goduta da vicino Caravaggio, Botticelli, Fussli e Ingres. Tiè.




Usciti dal Louvre ci siamo accasciati (letteralmente) nel cortile del Palais Royal, dove Andrea ha trascorso un'oretta buona di onanismo fotografando l'istallazione di Buren da tutte le angolazioni possibili.



Poi giretto in Plance Vandome, passando per la boutique di Aesop dove ho comprato il mio primo prodotto: una minisize di balsamo alla modica cifra di 15 euro che profuma di spa e riesce a districare in due minuti il nido di chiurlo che mi ritrovo in testa.

Fine giornata a Operà Garnier e alle Gallerie Lafayette: finalmente ho a avuto la conferma che, nei grandi magazzini, concepire un angolo, anche piccolo, dedicato al second hand e alla moda sostenibile è possibile.
L'ho svaligiato (allego foto scattata da mio marito che controllava, nascosto dietro un angolo, che non mi svuotassi il conto).



Cena improvvisata da Le Mesturet , incredibilmente buona e sufficiente per resistere un paio di settimane senza cibo, cosa che noi ovviamente non abbiamo sperimentato, anzi, dieci ore dopo ci siamo scassati di croissant.

Giorno 5
Sveglia con calma perché la giornata di ieri è stata un massacro.
Mattina al Musée d'Orsay: un'emozione enorme.
Monet, Renoir, Degas, Van Gogh, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Seurat... tutti nello stesso posto. E che posto.




Smarcata la galette a pranzo, abbiamo gironzolato nel Quartiere Latino, siamo entrati alle Officine Universelle Buly dove il mio amato Phylosikos al legno di fico è stato soppiantato da un profumo nuovo: Lichen d'Ecosse (Lichene di Scozia). Solo io. Giuro che è buonissimo.

Tappa da Veja, così, il mio primo paio ormai bucato può andare in pensione e dal rosa pallido si passa al rosa scuro.

Siesta ai Jardin du Luxembourg per fotografare le barchette a vela e sonnecchiare sulle sdraio, giretto veloce da Shakespeare and Co e poi cena libanese da Liza. Ottima, un filo abbondante e, nel mio caso, tutta vegetale. Quell'hummus con i ceci saltati al centro me lo sognerò anche di notte.

Un cognac sotto l'albergo e via dormire che, domani, ci aspetta Versailles.

                               

                                                         

Giorno 6
Oggi ultimo giorno, domani pomeriggio si riparte.
Io, finalmente, comincio a rilassarmi: tempismo perfetto.

Abbiamo deciso di dedicare tutta la giornata al Château de Versailles, per camminare nel verde e goderci la primavera parigina.
Abbiamo avuto fortuna: tempo splendido, perfetto per mangiare una quiche in mezzo agli alberi e un macaron di Angelina al Trianon.
Non abbiamo fatto il giro del lago in barca, né affittato una macchinetta elettrica, né preso il trenino interno, ma io, che sono anziana e previdente, la cena di stasera l'ho prenotata a quattro minuti a piedi dall'albergo: qui, all'Elan 9.




Oggi è stato bellissimo, la conclusione perfetta di questo viaggio e, quando alla Boutique du Jardin del parco ho comprato un mazzo di fiori finti splendidi da portare alla Maria, mi sono fatta tenerezza da sola.

Grazie, grazie, grazie a chi mi ha donato, per i 40 anni, questa avventura meravigliosa!
Grazie a mio marito che ha avuto l'idea e mi ha allenata alla partenza lottando quotidianamente con le mie paranoie, a chi mi ha regalato il pass musei, a chi ha scelto per me la cena più francese che ci sia, a chi mi ha immaginata felice nei giardini di Versailles, a chi si è resa disponibile per nutrire Agata, di cui, di seguito, agevolo fermo immagine da una delle telecamerine che avevamo installato in casa per assicurarci stesse bene (sotto, la versione conservata al Musèe d'Orsay).


                           
Disclaimer:
non badate ai tempi verbali, questo post è nato sulle pagine di un quaderno ed è cresciuto, di giorno in giorno, seguendo le tappe del viaggio. Post produzione: quasi zero.
Avrei voluto inserire qui più foto, ma direi che un diario di viaggio così lungo si è visto di rado.

Info utili

Vaggio: noi siamo andati e tornati in treno, da Milano Centrale a Gare de Lyon, con un Frecciarossa pomeridiano in entrambi i casi. Meno di sei ore, comodissimo e super puntuale.
Sulle due uscite obbligatorie in autostrada e i mille cantieri che hanno allungato il viaggio di rientro notturno di un'ora, invece, non dico nulla.

Alloggio: abbiamo dormito sempre nello stesso Hotel, un Ibis. In particolare, in questo.
Ci siamo trovati benissimo, stanza piccola, colazione a buffet, molta gentilezza. Per noi che uscivamo presto e tornavamo solo a dormire è stata una scelta vincente, in particolare per la posizione strategica.

Musei: abbiamo prenotato tutto il prenotabile settimane prima della partenza. Il pass musei è stato comodissimo e ci ha risparmiato diverse code.

Dove mangiare: anche in questo caso abbiamo prenotato (le cene) prima di partire. Tutto tramite Google o mail, richiesta di conferma sotto data e via. Per noi è stato utile perché dopo giornate intere di cammino (20 km di media al giorno) sapere già dove recarsi era davvero rassicurante.

Spostamenti: abbiamo usato, quando le distanze non erano sostenibili a piedi, sempre e solo la metro tranne per arrivare a Saint-Ouen, che abbiamo raggiunto in bus e a Versailles, per cui occorre prendere la RER.

Costi: è stata una vacanza costosa. Dopo tre anni di stop forzato e il viaggio di nozze vero ancora in ballo non ci siamo limitati. Le cene erano quasi tutte mediamente più care che in Italia, ma ottime. I pranzi, seppur contenuti (un panino, una galette, un'insalata, un pezzo di quiche), decisamente fuori misura. Giusto per dare un'idea: un caffè mai meno di 2.50 euro (se al bancone), una birra piccola mai meno di 5 o 6 euro. L'acqua vabbè, lo sapete, lì si beve gasata come aperitivo e costa 5 euro a bottiglietta. Geniale.

(Ancora) da vedere: a Parigi voglio tornare, mi restano da vedere il Musée Marmottan, il Père-Lachaise, il Jardin des plantes e la cattedrale di Saint-Denis. Almeno.


venerdì 4 marzo 2022

La Muta


Per onorare le vecchie buone abitudini: musica.

Questo post è nato sul tappetino da yoga, mentre praticavo e, come sempre, riuscivo a fatica non riuscivo minimamente a stare "nel qui e ora". 
Ascoltavo le mie sensazioni e cercavo di ritrovarle in momenti già vissuti, lontano da asana e mattoni di sughero.

In quell'istante ero in pace, ero in una situazione di tranquillità così piena da commuovere anche i cuori più duri. Persino il mio.
Nonostante questo sia un periodo, per l'ennesima volta, tanto teso quanto difficile, quel momento liquido nella penombra silenziosa, mi ha scaraventata in un viaggio velocissimo, alla ricerca di altri attimi così, nella mia proverbiale memoria inesistente.

E li ho trovati, sapete?
Tutti con un punto di contatto, con una caratteristica comune, che, come ho scritto poco fa, è la liquidità.
Mi spiace però per l'amico Zygmunt, perché, mentre sul tappetino da yoga la liquidità la portavano i movimenti fluidi del vinyasa, nelle altre occasioni che ho ricordato la liquidità era, semplicemente, quella dell'acqua. Niente liquidità sociale, dunque, almeno per adesso.

Mi sono sempre pensata legata all'elemento terra, tutta boschi, sentieri, prati, montagne e piante.
E, invece.

Invece gli attimi di felicità, quella che dura poco, ma anche quella che resta quel tanto che basta per essere riconosciuta, accolta e persino festeggiata, erano accanto all'acqua, in tutte (o quasi) le sue declinazioni.
Non di ogni momento ho una foto, in certi casi ho scatti perfetti, di altri ho solo il ricordo. Ne ho contati 12, ma credo, anzi ne sono certa, siano molti di più.

1) Una mattina di settembre, in spiaggia, a Varazze. Ne ho già parlato in altri post.
Con la maschera sotto il pelo di un'acqua increspata dalla tramontana, alla ricerca di sassi colorati, pesci e tesori, ho trovato, invece, la felicità. Mamma leggeva sulla spiaggia di sassi, io stavo proprio bene.

2) Un pomeriggio d'estate, sdraiata accanto a una pozza, ai laghetti di Fiorino. Non ero sola, guardavo il cielo e le piante secche incastrate nella roccia sopra di noi, con gli occhi socchiusi per la troppa luce. Avevamo appena incontrato una vipera impegnata a digerire su un sasso rovente, faceva un caldo infernale, ero felice.

3) Sugli scogli di Pieve Ligure, un rito di ormai tante estati fa. A guardare le meduse con la maschera, a prendere il sole con il seno scoperto, a mangiare gli spaghetti con le vongole dal benzinaio. Giornate anni settanta che spero di non dimenticare mai.

4) A Is Arutas, circondati da milioni di mosche, il primo giorno di Sardegna. Poche ore per vedere tutto, sposare due amici grandi, raccogliere fiori e mangiare tonnellate di fregola. Ma quel pomeriggio di vento, in una spiaggia deserta di inizio giugno, sarà davvero difficile da dimenticare.

5) Sulle rive del lago di Castillon. Che i laghi, forse, mi mettono pure malinconia, ma davanti alla loro calma, io, dormo. Sotto il salice piangente, in mezzo a famiglie allegre, gonfiabili bellissimi e chioschi di cibo improponibile ho telefonato a casa e mi sono addormentata. Per ore. Poi, ho fatto il bagno.

6) Alla piscina del Porto Antico, dove sono riuscita a nuotare, praticamente da sola, tantissime volte. Non ho mai capito come sia stato possibile, visto che una delle sue caratteristiche più note è l'affluenza, ma a me è successo spesso e ho goduto sempre, fortissimo.

7) Sui laghi d'Orta e Maggiore, durante l'ultima mini vacanza con mia madre, in un viaggio organizzato dalla sua "classe di arte". I laghi mi mettono malinconia, l'ho già scritto poco più su e, in questo posto, credo non riuscirò a tornare mai più.

7) A Roscoff, nella Bretagna che sognavo da sempre. La marea che arrivava a lambire l'albergo, con l'acqua illuminata dai lampioni e un'atmosfera fredda nebbiosa da perfetto giallo francese. Uno dei ricordi più belli che io abbia.


8) Alle terme di Bagno Vignoni, con i piedi a mollo, pochi giorni dopo la fine del viaggio di mamma. Una fuga che mi ha salvata dalla burocrazia imminente e mi ha permesso di ricoprirmi di argilla bianca, di riempirmi gli occhi di verde sconfinato e di osservare incantata decine di cipressi scuri come la morte.

9) A Galtero, un pezzettino di terra minuscola attaccato a un'isola piccola, durante una vacanza enorme. Un viaggio stanco e bellissimo, pieno di tutto quello che amo. In quel posto dimenticato dal caos, tra brughiere, pecore e sassi, ci siamo fermati sulla spiaggia battuta dal vento, a raccogliere conchiglie, aspettando la pioggia.

10) Davanti al Rifugio Vallanta, con le nuvole basse e le prime gocce che creavano piccoli anelli concentrici sulla superficie del lago. Il temporale stava arrivando, la pandemia l'avevamo faticosamente e momentaneamente allontanata dai nostri pensieri, i lupini in fiore ci aspettavano sul prato del rifugio dove alloggiavamo, insieme a un grande cane bianco.

11) Sul bordo della piscina di Colletta di Castelbianco, l'estate scorsa. Lì mi sono rilassata, abbronzata e pure un poco angosciata. Lì ho letto uno dei libri più belli di sempre, ho disegnato, e mi sono guardata attorno, per ore intere, senza quasi capire dove fossi.


12) Nella spiaggia del campeggio vicino a casa, di nuovo l'estate scorsa. Poche settimane dopo il matrimonio, con i nostri amici e con Nora che cresceva accanto a noi, nel sole di Agosto. Un posto insospettabile per una felicità semplice e, nello stesso tempo, grandissima.

E adesso, forse, vi chiederete: "perché il titolo La Muta?" Perché ormai qui scrivo poco, in particolare quando le cose cambiano e di cose, in questi anni, ne sono cambiate tante, per tutti. Se quando le cose cambiano tendo a scrivere poco, beh, parlo ancora meno. Faccio la muta, insomma. In tutti i sensi.