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domenica 24 marzo 2024

Un, due, tre... stai là!

 


Musica

Qualche anno fa ho scoperto, con non poco stupore, che il gioco Un, due, tre…stella! si chiama, in realtà, Un due tre…stai là!
Non so se sia vero e, comunque, non è questo il punto.
Il punto è che quello che mi fa venire in mente il titolo inaspettato corrisponde, più o meno, a come ho vissuto negli ultimi mesi.


Ieri erano cinque anni che è morta la Maria e, finalmente, mi sembrano trascorsi 5 anni.
Non è successo tre anni fa, nemmeno l'anno scorso, neppure ieri.
è successo cinque anni fa.


Dall’ultimo post su questo argomento a oggi sono cambiate un'infinità di cose nella mia vita, eppure, da fuori, probabilmente sembra solo che io stia giocando a uno due tre stai là.
Ferma tra un passo e l'altro.

Forse è proprio questo che ho fatto per un anno: un gioco in cui ho concentrato tantissimo di me in pochi scatti e poi mi sono immobilizzata a riprendere fiato. Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.

Come? Ascoltando.
- La paura, lasciandola entrare e invitandola, dolcemente, a uscire. Come fosse un bambino che deve imparare, pian piano, a dormire da solo nella sua stanza.
Il corpo, dandogli lo spazio che nella mia vita non ha (quasi) mai avuto, regalandogli sonni tanto lunghi quanto inediti su questi schermi, pur proponendogli sveglie molto più anticipate del consueto, per dargli l’opportunità di muoversi.
La tristezza, quella pura, spontanea, di tutti i giorni, concedendole finalmente di uscire con un mezzo banale, ma chiuso in garage da secoli: il pianto. A dirotto, nei luoghi più disparati, nei momenti più inopportuni.
La speranza, permettendole semplicemente di esistere, dopo averla dimenticata per scaramanzia in un cassetto, pieno di cose verdi, di progetti, di idee, ancora lontani nel tempo e nello spazio, ma pur sempre immaginabili e perché no, magari pure possibili.

Poi ci sono cose che, piuttosto di recente, si sono timidamente affacciate nella mia vita per diventare, via via, parte integrante delle giornate e, in alcuni casi, addirittura parte imprescindibile.
Cose che mi fanno percepire lo stare, come un esserci in maniera autentica.
Mi ritrovo, per esempio, a compiere movimenti semplici tipo aprire un cassetto e rendermi perfettamente conto di quello che sto facendo. Come se andasse tutto a rallentatore, come se i sensi fossero amplificati e non semplicemente iper vigili (quella è la mia condizione base di allerta, che, per ora, non ha intenzione di abbandonarmi).

Tutte queste cose nuove hanno, credo, una base comune: il tempo.
Mi sono sempre lamentata, negli ultimi anni forse ancora più che in passato, della mancanza di tempo a disposizione per fare, scoprire, imparare, riposare. Quando scrivo lamentata intendo, in verità, resa conto, perché, in fondo in fondo, l’ho sempre saputo che, nella condizione privilegiata in cui vivo, il tempo, volendo, ci sarebbe.
Ho quindi deciso di andarlo a cercare, questo benedetto tempo, per riempirlo e svuotarlo ogni giorno.

Per avere tempo occorre togliere tempo, questa è la prima cosa che ho capito. Sembrerà banale, e forse lo è, ma in una giornata di 24 ore, in cui il lavoro ne occupa 9, a volte anche 10, le restanti 15 devono essere suddivise, almeno, in tempo per dormire e tempo per mangiare.
Posso ormai dire di conoscermi e so che per stare bene ho bisogno di 7 ore di sonno, quindi ecco che le ore disponibili diventano, magicamente, 9.

Da agosto sono seguita da una nutrizionista per una serie di problemi digestivi e metabolici ormai non più ignorabili e il mio rapporto con il cibo ha dovuto per forza cambiare. Le quantità sono pressoché rimaste invariate, la qualità, invece, è stata stravolta.
Per me che non mangio praticamente più carne, perdere i legumi è stato un trauma.
Il colesterolo ballerino non mi permette di abbondare con uova e formaggi e, così, mi resta il pesce a cadenza molto più frequente del passato. Ma come si cuoce il pesce? Come posso prepare il tofu e il tempeh affinché non mi sembri di mangiare l’imballo dei pacchi di Amazon? Come si concilia l’amore per la cucina, intesa proprio come gesto del cucinare, con una variazione così decisa delle mie abitudini? E come si riesce a preparare per due tenendo conto delle esigenze e dei gusti dell’altra persona? Rispondere a tutte queste domande ha richiesto impegno, ma è così che sono nati il menu e la spesa settimanali: per risparmiare tempo e dedicare alla cucina non più di un’ora al giorno.

Rimangono 8 ore che, per metà dell’anno, diventano 6 perché gli spostamenti casa-lab sono molto più lunghi, ma non importa: in quel tempo posso leggere, ascoltare podcast, guardare video (magari, in futuro, potrei pure dedicare un post anche a queste cose).

Tutto il tempo che rimane lo dedico, a
- lo yoga, possibilmente alle 7 di mattina. A parte il trauma della prima volta, ormai due volte a settimana mi sveglio alle 6, mangio un paio di biscotti ed esco. Faccio sempre la stessa strada, di solito con la musica nelle orecchie, mentre il corpo riparte e la testa si preparano a otto ore di pc. Per iniziare questa nuova abitudine ho parallelamente cominciato ad andare a letto prima: se il giorno dopo devo alzarmi alle 6, alle 22.30 sono già sotto le coperte.
- l’EMDR, un’ora a settimana, dove smonto tutto quello che mi è successo negli ultimi 42 anni e sistemo, pazientemente, i danni.
- la cura della mia persona e della casa, perché tutt* ci laviamo, facciamo il bucato, cambiamo le lenzuola…
- la famiglia, che essendo composta da due esseri viventi (piante escluse) oltre a me, è molto facile da gestire: bastano un divano, una coperta, una manciata di crocchette, una serie TV, un argomento interessante di cui parlare, il bisogno di sentirsi vicini.

Ma quindi, il titolo del post e la ricorrenza in cui ho deciso di pubblicarlo, cosa c’èntrano con tutta questa pappardella sul tempo?
La spiegazione sta nella frase che ho scritto poco più su:
Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.
Nel quinto anno dalla morte di mia madre posso, forse, sussurrare che ho ricominciato a vivere bene. Per farcela ho dovuto stravolgere tutto, cambiare modo di stare al mondo, utilizzare il tempo con criterio, come se fossi in una casa di cura in cui ogni momento è funzionale al recupero.

Ci sono aspetti di cui vado particolamente fiera e altri che mi appesantiscono ancora, come il senso di colpa quando mi accorgo che la penso meno (faccio persino fatica a scriverlo senza sentire dolore).
Ma, dopotutto, è così, la penso meno e la penso meglio.
La ricordo viva e mi manca più di prima, più di quando rimpiangevo uno scheletro calvo e terrorizzato, perché era l’unica immagine che ricordavo di lei, l’unica che tornava a tormentarmi giorno e notte, qualsiasi cosa facessi per non pensarci.
Ora non è più così, ora è i fiori di Vesima che aspettano l’estate, è la pelle delle sue guance sempre fresche, è la sagoma storta che mi cammina davanti spedita, è la bottiglia di vino lasciata sul tavolo in cucina, è la battuta giusta al momento giusto, è il sorriso enorme e contagioso, è l’ascolto silenzioso, sempre e comunque.

Ora è finalmente, di nuovo, la Maria.

Quindi eccoci qui, il post è finito e ora schiaccio il tasto pubblica, direttamente dal suo giardino, in una bellissima giornata di primavera, come quella di cinque anni fa.

domenica 23 luglio 2023

Fare spazio



Inizio a scrivere questo post sul divano di casa, in centro, alle 7.30 di mattina, dopo essere stata svegliata per il secondo giorno consecutivo dai vicini che facevano l'amore.

Il nostro vicoletto ci regala, da anni, amplessi a tutte le ore: prima e dopo cena, a notte fonda o all'alba, nel week end e in giorni feriali. Le esternazioni variopinte arrivano sempre da finestre diverse, hanno ritmi e durate differenti, voci maschili e femminili, qualche frase di senso compiuto, tanti versi a volte preoccupanti.

Io ne sono felice, perché, l'amore, è sempre una bella cosa.

Ne sono felice anche stamattina, preludio di una lunga giornata lavorativa, poiché questa sveglia anticipata mi ha dato lo spazio necessario per scrivere qui, dove volevo tornare da un po'.

Dall'ultimo elenco è trascorso parecchio tempo, sono successe tante piccole-grandi cose e ho voglia di metterle nero su bianco. Cominciamo!

1) Le ultime letture
In questo momento sto leggendo Tenera è la notte di Fitzgerald, l'ho recuperato dalla libreria di mia madre, ha le pagine ingiallite e il numero della sua ginecologa scritto a matita, sulla prima pagina. Non è per me una lettura consueta: anche se (o forse proprio perché) è un classico della letteratura americana, sono lenta a procedere, ma lo apro sempre volentieri. Il mese scorso, però, ho divorato due libri: I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni e Poverina di Chiara Galeazzi. Il primo credo fermamente che dovrebbero leggerlo tutti (cit. Stefania Andreoli), il secondo, sicuramente, dovevo leggerlo io.

Non amo raccontare le trame dei libri ma amo consigliarli: leggeteli, vi piaceranno!

2) L'orto
Anche quest'anno abbiamo fatto l'orto, ma a sto giro ci siamo organizzati con criterio: abbiamo comprato due cassoni coloratissimi da Il giardino delle idee e li abbiamo riempiti di verdure. I primi giorni tutto stentava a partire, ora, che è arrivato il caldo, non riusciamo a stare dietro alle melanzane e trascorriamo le serate a legare cetrioli e pomodori impazziti. 
Nel frattempo ci hanno contattati dall'azienda per regalarci un'altra struttura e, dopo aver preso un paio di misure, abbiamo deciso dove posizionarla e abbiamo accettato la proposta. Qualche giorno fa abbiamo montato i tre contenitori a forma di podio e, presto, li stiperemo di fiori... seguiranno aggiornamenti!

Riprendo il post, quasi un mese dopo e, nel frattempo, l'orto è così:


3) Come sta il mio corpo?
In equilibrio precario.
Gambe/schiena/pelle /stomaco e, la new entry di quest'anno: denti.
Un'otturazione andata male, che è diventata una pulpite, che ha richiesto una devitalizzazione, che ha fatto infezione (con conseguente dolore insopportabile e antibiotico indispensabile).
Un balletto di quasi cinque mesi di cui, posso dirlo? Facevo volentieri a meno.

3) E la mia mente?
Questa è grossa: ho cambiato approccio terapeutico.
Dopo quasi 19 anni di analisi transazionale, su consiglio della dottoressa che mi ha sempre seguita, ho iniziato un percorso diverso, in un altro studio.
Si tratta dell'EMDR, una tecnica che, in realtà, non è così recente (la si usava già per trattare il PTSD dei veterani), ma negli ultimi anni, in particolare post Covid, se ne sente parlare sempre più spesso.
Come sta andando?
Benone, direi.
Ho pianto.
Di un pianto incontrollato, ma composto, come un piccolo fiume che rompe gli argini e comincia a scorrere lento, fuori dal suo letto.
Un'esperienza particolare, dove non occorrono, stranamente (per me), molte parole, dove serve "solo" stare e fare spazio. Ai traumi, ai ricordi, alle emozioni, al dolore, alla paura, al passato, a quello che c'è, incastrato laggiù, in una stanza che sembra lontana e polverosa e, invece, è la stanza dei bottoni.
Non è una passeggiata, anche fisicamente, esco dalle sedute piuttosto spossata, ma sembra stia dando i suoi frutti.
Se volete saperne di più, lascio uno dei tanti link che ho consultato prima di intraprendere questa nuova strada.

4) Agata
Agata è qui, che lotta insieme a noi.
La routine estiva sembra farle meglio di sempre, dorme moltissimo sulla vecchia poltrona della camera, un nuovo posto mai esplorato prima. Ultimamente pure la cesta di vimini vicina pare interessarle parecchio.
Abbiamo affrontato il semestrale taglio delle unghie con un'aggressività senza eguali: in tre per tenere meno di un chilo di gatto così soffiante e urlante, che un certo punto ho temuto l'infarto.
Non necessariamente il suo.
Nonostante l'ambiente natale, noto per inselvatichirla, se fosse possibile, più del solito, questa estate è anche l'estate delle coccole, sempre più richieste ed elargite, a suon di pasta, testate e gorgoglii vari.
Che tipa.

5) Ferie
Questa estate sta volando, me ne accorgo quotidianamente, basti pensare che il post che sto scrivendo mi pareva di averlo iniziato ieri e, invece, avevo cominciato a buttarlo fuori a giugno.
Ancora due settimane di lavoro e poi ferie, per un bel po', a sto giro.
Andremo via? Sì, direzione Londra.
Non staremo tanto, giusto una settimana scarsa, ma i prezzi non proprio economici del posto, la necessità di non lasciare Agata troppo a lungo e, diciamolo, la voglia di trascorrere del tempo calmo qui al paesello, hanno indirizzato le nostre scelte.
In più, abbiamo dato un'occhiata alle attuali temperature londinesi e la speranza che, a sto giro, troveremo veramente il fresco, si fa più concreta che mai.

6) Meal prep
Abbiamo preso l'abitudine di preparare un menù settimanale in tempo di Covid. Dovendo programmare la spesa e soffrendo particolarmente le consegne a domicilio, avevamo consolidato un metodo che ci permettesse di ottimizzare il più possibile gli acquisti.
Questo rito è rimasto invariato e, anzi, si è strutturato perfettamente nella nostra routine.
Complici le verdure del nostro mini orto e di quello di Maurone, riusciamo a immaginare piatti super bilanciati e pure super buoni, che, certo, necessitano di un (bel) po' di preparazione in più e, di conseguenza, di tempo dedicato. Ma a me, il tempo del cibo, non è mai sembrato sprecato e nonostante gli spostamenti quotidiani per raggiungere i rispettivi lavori rosicchino tanto spazio delle nostre giornate, la sera, in cucina, spazzo via i pensieri e costruisco volentieri i piatti dei giorni a venire.

7) Vestirsi
Dopo anni di impegno posso dire di avere un armadio al 90% sostenibile.
Ci è voluto parecchio tempo e per ora restano fuori dagli acquisti ragionati sempre le solite due categorie: sport e intimo.
La sostenibilità, quest'anno, arriva però da due consapevolezze fondamentali:
1) Faccio scelte sostenibili quando sono sostenibili anche per me (acquistare mutande a 20 euro l'una, con la poca attenzione che ripongo nei lavaggi, per ora non è un'opzione, ad esempio).
2) L'acquisto più sostenibile che si possa fare è quello che non si fa. 
Ormai non compro quasi più nulla, rovisto nel mio armadio, cerco nuovi abbinamenti che mi facciano percepire meno vecchi i capi che indosso e vendo quello che mi pare in buone condizioni, ma che non mi rientrerà più.
Ed ecco fare capolino la novità (per me) di quest'anno: Vinted. Ho iniziato a vendere sulla popolarissima piattaforma e, pian piano, mi sto liberando di tantissime cose. Non ho mai acquistato nulla e sto conservando il gruzzoletto che via via cresce per provare a comprare abiti tecnici per fare sport. Ci riuscirò? Lo scopriremo nella prossima puntata.

8) Fare spazio
Eccoci all'ultimo punto, che, in verità, potrebbe pure essere il primo visto che ha regalato il titolo a questo post.
A fine giugno ho partecipato al mio primo yoga retreat.
Ho praticato a lungo intorno ai vent'anni, poi il mio rapporto con lo yoga si è arrestato (molto) bruscamente. Ho continuato a fare pilates per tantissimo tempo, prima con la mia Deborah del cuore e dopo in una palestra vicino casa.
Poi mi sono fermata e, solo durante il lockdown, ho ripreso con le lezioni di yoga on line. Ho cercato, o forse ho trovato per caso, nemmeno mi ricordo, qualcuno che offrisse delle pratiche brevi la mattina e mi sono imbattuta in Carola. Per mesi ho provato così, davanti a uno schermo, poi, appena si è potuto uscire, sono andata in presenza. Ho frequentato sia le lezioni di Carola (sul suo mitico terrazzo prima, in studio poi) sia quelle della bravissima Manu, che purtroppo non sono riuscita a far conciliare con gli orari lavorativi.
Perciò, dopo mesi in cui il mio corpo cambiava per l'ennesima volta, togliendosi di dosso qualche chilo e riacquistando un poco di forza, ho proseguito il mio percorso con Carola, principalmente on line perché ho scelto di dare spazio a una pratica non incastrata tra gli impegni e raggiunta con affanno, ma, al contrario, a una pratica seguita dandole il giusto spazio.
Ed è così che sono arrivata ad iscrivermi al ritiro di giugno scorso, nel Monferrato: tre giorni di lezioni con l'obiettivo di fare spazio. Con me anche Andrea, che è venuto per godersi quel posto meraviglioso, fare cianotipie (anche con i partecipanti al retreat!) e supportare, amore santo, questo mio tentativo di uscire dalla comfort zone e fidarmi del mio corpo.
Ero convinta che mi sarei fatta male. Ore e ore di pratica per le mie gambe senza equilibrio, la mia schiena sempre tesa, le mie braccia deboli, la mia testa priva di fiducia. 
E invece.
Nessuna lezione, né quelle del mattino presto, quando ancora ogni parte di me dormiva profondamente, né quelle della sera, che arrivavano a chiudere intere giornate di movimento, sono state percepite negativamente dal mio corpo.
Ho retto tutto, non ho avuto nessun dolore, non mi sono fermata: e non perché volevo dimostrare di farcela, anzi, ma perché, semplicemente, ce l'ho fatta. E ora come si accetta un corpo che funziona? Sarebbe stato più facile gestire una piccola contrattura ai lombi o una caviglia dolorante?
Probabilmente sì, ma se l'intento di questo retreat era quello di "fare spazio" io l'ho fatto, alla mia capacità di stare, senza dolore, nelle cose belle.
Un successo enorme.
Per me.








sabato 30 aprile 2022

Destinazione Parigi

"La Primavera è per chi sta bene", dice Stefania Andreoli.
E ha ragione.

Io la Primavera la odio, per tutti i motivi che elenca la dottoressa: è la stagione che ti chiede di esserci, di uscire, di vedere gente, di fiorire. Ti da un appuntamento con la vita, senza chiederti se sei pronta.


E io, che pronta non lo sono (da) mai, la Primavera la odio.

Preferisco l'Autunno, colorato e precario, mi somiglia di più. Sopporto l'Inverno, perché mi piacciono l'aria frizzante, il mare grigio e mi faccio coraggio quando arriva il Natale.
L'Estate? La attraverso, godendomi le giornate lunghe, le lanterne in giardino, i luoghi nuovi e quelli di sempre.

Questo post, iniziato con un pensiero che mi risuona in mente ormai da qualche tempo, è, in realtà, un post di viaggio. Comincia sul treno che mi sta portando a scuola, dove terrò l'ultimo laboratorio prima di partire: destinazione Parigi.

Giorno 0

Di nuovo sul treno. Un ottimo segno: significa che, per lo meno, siamo riusciti a partire.
Io sono quella che sta scrivendo sul quadernino più bello del mondo, mentre attraversiamo i boschi al confine con la Francia.
Sono quella con il pile peloso della Patagonia, che mi fa caldo ma nel borsone non ci stava. 
Sono quella con la pancia piena di lividi per l'eparina, che ogni ora ha la sveglia puntata per alzarsi e camminare.
Ah, dimenticavo, sono anche quella con una gamba in scarico, senza calzini, con la caviglia ricoperta di Fastum Gel e il ghiaccio istantaneo nello zaino, che a Milano mi sembrava buona cosa prendere una bella storta sulla strada verso la stazione. 
Sono io, più che mai.
Sono in viaggio fuori dal mio paese, dopo quasi tre anni.
Sono felice.
E scavigliata.

Giorno 1
Siamo a Montmatre. Oggi c'è il sole e abbiamo modificato un po' i nostri piani per godercelo.

Siamo seduti in attesa di un caffè, io scrivo e lui scatta foto.
Sono a Parigi, la città in cui io e mamma avremmo sempre voluto andare insieme.
Quest'anno, finalmente, ero pronta per fare questo viaggio e portarla con me, nel cuore, per farle vedere tutto.
Come mi sento? Come se qui ci fossi cresciuta. Come se la mia vita in Italia fosse un lungo Erasmus. Mi sembra di aver già scoperto alcuni scorci, di essermi già persa tra i viali, di aver sempre mangiato crepes e marmellata a colazione.


Dopo un croque monsieur grosso come un Castiglioni Mariotti abbiamo fatto un giro al mercato dei fiori dell'Île-de-France e ci siamo seduti di fronte a Notre Dame.
Da quel momento ho pianto per quasi un'ora: il cantiere coperto dai fumetti bellissimi che lo raccontano e il violinista che suona al centro della piazza polverosa, non bastavano. Occorreva il ragazzo italiano che si inginocchiava davanti alla fidanzata e le chiedeva di sposarlo, mentre il violino suonava "Bitter sweet simphony", lei rispondeva di sì e la gente scoppiava in un applauso fragoroso o, come nel mio caso urlava un "Braviiiiiiiii" impastato di lacrime e muco.
Et voilà.

Da Notre Dame alla Saint Chapelle dopo una passeggiata lungo la Senna. Metal detector, body scanner e via tra vetrate incredibili e statue policrome. Un tuffo dritto nei miei trent'anni.

Poi Bastille, ma ci siamo arrivati camminando sulla Coulée Verte René-Dumont e, come al solito, la natura mi mette in pace con il mondo e mi ripara il corpo, in questo caso la caviglia (con l'aiuto indispensabile di monsieur Fastum gel).


Giretto a Place des Voges e poi cena alla Brasserie Rosie, per pimpare a dovere il mio colesterolo già alto e buttare nel cesso quattro mesi semi vegani. 
Prima di crollare in quel bozzolo meraviglioso che è il letto dell'Hotel, una bevuta all'angolo e due righe qui.

Giorno 2
Dritti dritti al Marché aux puces de Saint-Ouen, un enorme mercato delle pulci ai bordi di Parigi.

Tempo di visita nostro: mezza giornata con pranzo al Gasteropodes, lo street food dentro al capannone.
Tempo necessario per girarlo bene, tutto: un giorno intero. Minimo.
Io, naturalmente, mi sarei comprata ogni cosa.


Tappa fotografica a Les Halles e pomeriggio al Marais. Cheese Cake incredibile al sapore di litchi, rosa e lampone (con caffè discutibile ma sempre migliore degli altri bevuti fino ad ora).

Un attimo prima del diluvio via, dentro al Centre Pompidou, dove abbiamo trascorso il resto della giornata, immersi tra colori, emozioni e tanta, tanta meraviglia.







Cena super da Le Potager de Charlotte: un ristorantino vicino all'hotel, totalmente vegano e meno affollato degli altri pasti parigini.
[n.d.a. qui zero mascherine ovunque, anche in musei, ristoranti, negozi. Zero green pass. Zero distanziamento. Fa strano, lo ammetto, cenare con una persona sconosciuta seduta a mezzo metro da te, spesso al tuo stesso tavolo].

Giorno 3
Le Ninfee di Monet all'Orangerie mi hanno tolto la parola. Ma pure Le Jardin des Tuileries tutti fioriti e invasi dal sole.

Qui sono fighi anche i piccioni.
Abbiamo pranzato tra i tulipani su seggioline verdi, disponibili, trasportabili, comodissime, ma, soprattutto, ancora tutte lì, pur non essendo rivettate al centro della terra.




Pomeriggio alla Tour Eiffel: un carrozzone incredibile tra lavori in corso, strade bloccate dalla polizia per via delle elezioni presidenziali, visitatori che si scattavano vicendevolmente foto di dubbio gusto, lucchetti dell'amore (ancora!) attaccati ovunque.
Ci siamo arrivati attraversando gli Champs Elysée, super caotici e molto turistici e passando sotto l'Arc du Triomphe.




               

Bilancio della giornata: mattina vince su pomeriggio a mani basse.

La sera a cena da Buillon, finalmente escargot! Macron di nuovo presidente e, mentre leggevamo la notizia sul telefono, una ragazza seduta al tavolo accanto al nostro, ha bussato sul plexiglass che ci divideva e ci ha chiesto di mostrarle il display. Il suo sospiro di sollievo, le lacrime agli occhi e i nostri bicchieri che si incontrano sulla plastica trasparente non li dimenticherò tanto facilmente.

Giorno 4
Louvre alle 9.30. Usciti alle 15.30.
Abbiamo visto tutto? Ovvio che no.
Abbiamo visto tanto? Direi proprio di sì.

Da brava genovese mugugnona, i fast food all'interno della struttura non li avrei messi. Tanto meno il centro commerciale. Ma, per l'appunto, sono una genovese mugugnona.
La Gioconda l'ho vista da 20 metri, la Vergine delle Rocce da 4, la Zattera della Medusa da 2 e la Libertà che guida il popolo da 1. In compenso mi sono goduta da vicino Caravaggio, Botticelli, Fussli e Ingres. Tiè.




Usciti dal Louvre ci siamo accasciati (letteralmente) nel cortile del Palais Royal, dove Andrea ha trascorso un'oretta buona di onanismo fotografando l'istallazione di Buren da tutte le angolazioni possibili.



Poi giretto in Plance Vandome, passando per la boutique di Aesop dove ho comprato il mio primo prodotto: una minisize di balsamo alla modica cifra di 15 euro che profuma di spa e riesce a districare in due minuti il nido di chiurlo che mi ritrovo in testa.

Fine giornata a Operà Garnier e alle Gallerie Lafayette: finalmente ho a avuto la conferma che, nei grandi magazzini, concepire un angolo, anche piccolo, dedicato al second hand e alla moda sostenibile è possibile.
L'ho svaligiato (allego foto scattata da mio marito che controllava, nascosto dietro un angolo, che non mi svuotassi il conto).



Cena improvvisata da Le Mesturet , incredibilmente buona e sufficiente per resistere un paio di settimane senza cibo, cosa che noi ovviamente non abbiamo sperimentato, anzi, dieci ore dopo ci siamo scassati di croissant.

Giorno 5
Sveglia con calma perché la giornata di ieri è stata un massacro.
Mattina al Musée d'Orsay: un'emozione enorme.
Monet, Renoir, Degas, Van Gogh, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Seurat... tutti nello stesso posto. E che posto.




Smarcata la galette a pranzo, abbiamo gironzolato nel Quartiere Latino, siamo entrati alle Officine Universelle Buly dove il mio amato Phylosikos al legno di fico è stato soppiantato da un profumo nuovo: Lichen d'Ecosse (Lichene di Scozia). Solo io. Giuro che è buonissimo.

Tappa da Veja, così, il mio primo paio ormai bucato può andare in pensione e dal rosa pallido si passa al rosa scuro.

Siesta ai Jardin du Luxembourg per fotografare le barchette a vela e sonnecchiare sulle sdraio, giretto veloce da Shakespeare and Co e poi cena libanese da Liza. Ottima, un filo abbondante e, nel mio caso, tutta vegetale. Quell'hummus con i ceci saltati al centro me lo sognerò anche di notte.

Un cognac sotto l'albergo e via dormire che, domani, ci aspetta Versailles.

                               

                                                         

Giorno 6
Oggi ultimo giorno, domani pomeriggio si riparte.
Io, finalmente, comincio a rilassarmi: tempismo perfetto.

Abbiamo deciso di dedicare tutta la giornata al Château de Versailles, per camminare nel verde e goderci la primavera parigina.
Abbiamo avuto fortuna: tempo splendido, perfetto per mangiare una quiche in mezzo agli alberi e un macaron di Angelina al Trianon.
Non abbiamo fatto il giro del lago in barca, né affittato una macchinetta elettrica, né preso il trenino interno, ma io, che sono anziana e previdente, la cena di stasera l'ho prenotata a quattro minuti a piedi dall'albergo: qui, all'Elan 9.




Oggi è stato bellissimo, la conclusione perfetta di questo viaggio e, quando alla Boutique du Jardin del parco ho comprato un mazzo di fiori finti splendidi da portare alla Maria, mi sono fatta tenerezza da sola.

Grazie, grazie, grazie a chi mi ha donato, per i 40 anni, questa avventura meravigliosa!
Grazie a mio marito che ha avuto l'idea e mi ha allenata alla partenza lottando quotidianamente con le mie paranoie, a chi mi ha regalato il pass musei, a chi ha scelto per me la cena più francese che ci sia, a chi mi ha immaginata felice nei giardini di Versailles, a chi si è resa disponibile per nutrire Agata, di cui, di seguito, agevolo fermo immagine da una delle telecamerine che avevamo installato in casa per assicurarci stesse bene (sotto, la versione conservata al Musèe d'Orsay).


                           
Disclaimer:
non badate ai tempi verbali, questo post è nato sulle pagine di un quaderno ed è cresciuto, di giorno in giorno, seguendo le tappe del viaggio. Post produzione: quasi zero.
Avrei voluto inserire qui più foto, ma direi che un diario di viaggio così lungo si è visto di rado.

Info utili

Vaggio: noi siamo andati e tornati in treno, da Milano Centrale a Gare de Lyon, con un Frecciarossa pomeridiano in entrambi i casi. Meno di sei ore, comodissimo e super puntuale.
Sulle due uscite obbligatorie in autostrada e i mille cantieri che hanno allungato il viaggio di rientro notturno di un'ora, invece, non dico nulla.

Alloggio: abbiamo dormito sempre nello stesso Hotel, un Ibis. In particolare, in questo.
Ci siamo trovati benissimo, stanza piccola, colazione a buffet, molta gentilezza. Per noi che uscivamo presto e tornavamo solo a dormire è stata una scelta vincente, in particolare per la posizione strategica.

Musei: abbiamo prenotato tutto il prenotabile settimane prima della partenza. Il pass musei è stato comodissimo e ci ha risparmiato diverse code.

Dove mangiare: anche in questo caso abbiamo prenotato (le cene) prima di partire. Tutto tramite Google o mail, richiesta di conferma sotto data e via. Per noi è stato utile perché dopo giornate intere di cammino (20 km di media al giorno) sapere già dove recarsi era davvero rassicurante.

Spostamenti: abbiamo usato, quando le distanze non erano sostenibili a piedi, sempre e solo la metro tranne per arrivare a Saint-Ouen, che abbiamo raggiunto in bus e a Versailles, per cui occorre prendere la RER.

Costi: è stata una vacanza costosa. Dopo tre anni di stop forzato e il viaggio di nozze vero ancora in ballo non ci siamo limitati. Le cene erano quasi tutte mediamente più care che in Italia, ma ottime. I pranzi, seppur contenuti (un panino, una galette, un'insalata, un pezzo di quiche), decisamente fuori misura. Giusto per dare un'idea: un caffè mai meno di 2.50 euro (se al bancone), una birra piccola mai meno di 5 o 6 euro. L'acqua vabbè, lo sapete, lì si beve gasata come aperitivo e costa 5 euro a bottiglietta. Geniale.

(Ancora) da vedere: a Parigi voglio tornare, mi restano da vedere il Musée Marmottan, il Père-Lachaise, il Jardin des plantes e la cattedrale di Saint-Denis. Almeno.