Scrivo nell'ultima settimana di ferie, di un'estate strana, diversa, trascorsa a casa anziché in viaggio.
In realtà, a ben vedere, un viaggio c'è stato e ci ha portato, direttamente, nelle memorie della mia famiglia. In autunno, se tutto va bene, faremo dei lavori ormai irrimandabili nella casa in cui sono cresciuta, con due obiettivi: evitare che crolli e sentirla più nostra.
Saranno, in realtà, cose semplici, abbastanza routinarie, che non implicheranno grossi stravolgimenti, ma che, ne sono certa, modificheranno la percezione che ho di questo luogo, una percezione che non assomiglia a quella che avevo da piccola, né da ragazza, ma che mi accompagna da quando sono rimasta solo io.
Un mausoleo sospeso, in cui oscillo tra la nostalgia, il bel ricordo, la rabbia e il senso di colpa e in cui oggi difficilmente (almeno per me) si riesce a vivere e basta, senza inciampare continuamente, anche solo con lo sguardo, in fardelli troppo pesanti.
Chi è stato qui sa quanto questo posto sia caratteristico e quanto racconti di chi lo ha vissuto: la radio a galena di mio padre, i libri di mia madre, i cimeli della casa dei nonni, in loop. Di mio, ora che ci penso, c'è sempre stato ben poco, alla fine qui ho vissuto stabilmente "solo" quindici anni, in quella fase in cui si resta principalmente in camera propria e si esce giusto per mangiare.
Quindi, in questa estate sospesa, ciò che stiamo facendo tra una pratica yoga, un tuffo in mare, una pennica post pranzo e una cena in terrazzo è inscatolare, scegliere, buttare, regalare, vendere. Ogni giorno.
E mentre avvolgo bicchieri di cristallo in vecchi giornali conservati con cura e mi riprometto di usare, d'ora in poi, ogni singola coppetta in vetro lavorato, ogni tovaglia in percalle ricamato, ogni posata di argento inciso, anche solo per fare colazione, seppellisco un pezzo di me.
Perchè una cosa mi pare di averla capita: se, anni fa, la sensazione che avevo quando mi disfavo di un oggetto storico di casa, era quella di tradirei i miei, non rispettare il loro passaggio su questa terra, non onorare i sacrifici fatti per acquistare ogni singolo oggetto, ora, invece, il problema sono io, o meglio, la me che è arrivata al paesello in pre adolescenza e che, poco dopo, non vedeva l'ora di andarsene, la me che qui ha pianto, riso, amato, studiato, accudito fino alla fine il suo papà, scelto gli ultimi vestiti indossati dalla sua mamma.
Quella persona non esiste più, l'ho cercata ovunque ma non l'ho trovata, non era nell'armadio dei vecchi cappotti, nella cantina polverosa, nel ripostiglio sottosopra, nel baule delle lenzuola, tra le enciclopedie di filosofia della scienza, nella vetrina dei bicchieri. Non c'era più.
Quella persona è stata prima allontanata dal tempo e poi spazzata via dall'EMDR, dando spazio a una sua versione più equilibrata, meno sofferente, più fatalista, più sana nel corpo e nello spirito, meno sensibile alle cose piccole e grandi, belle e brutte che la vita, prima o poi, riserva ad ognuno di noi.
Voltare pagina, lasciando indietro quella me che per tanto tempo ho conosciuto come unica possibile, non è cosa semplice. Inscatolare nevrosi travestite da diari scritti fitti fitti, manie di controllo mascherate da tonnellate di appunti e riassunti di tutto lo scibile umano, vestiti indossati alle medie (se va bene, visto che la Comunione si fa alla primaria e, di quel giorno, ho trovato tutto, persino i guantini), collezioni di gatti in mille materiali diversi, gomme profumate, perline, candele, borse, quadri e poster coperti di polvere.
Questo è ciò che sto facendo, come un automa e ormai da due settimane, scegliendo con cura cosa conservare, davvero, in quelle scatole e cosa sepellire nel passato, lasciando che il tempo trascorso e la consapevolezza faticosamente conquistata, pongano definitivamente tra la me di adesso e quella di allora la benedetta "giusta distanza".
Per ora, purtroppo, ancora annaspo un po' e mi divido tra "ok, brucio tutto" e "non posso, non mi separo da nulla", perché, alla fine, non ho ancora ben compreso come continuare la mia strada senza abbandonare totalmente la vecchia, mollando sul sentiero quella me che tanto mi rappresentava e che, a volte, nonostante tutto, mi manca terribilmente.
Qualche strategia, però, l'ho adottata e sembra funzionare.
La lascio qui, chissà che qualcuno che legge stia affrontando un percorso simile e possa trovare spunti utili per navigare in questo mare agitato:
- Pensare al futuro: non abbiamo figli e mi ha aiutato molto immaginare amici, volontari, nuovi proprietari di questa casa che, un giorno, si ritroveranno a dover fare i conti non solo con la mia roba, ma anche con quella di due generazioni precedenti. Non voglio a nessuno così male, perciò, gettando tonnellate di documenti, vendendo libri su Vinted, allestendo un mercatino estemporaneo davanti al cancello ho pensato anche (soprattutto) a loro.
- Visualizzare il risultato: al di là dell'aspetto emotivo che tagliare rami e inscatolare il passato portano inevitabilmente con loro, dopo i lavori la casa sarà diversa, rinnovata, più vicina a chi la abita ora, ma sempre bella come era prima. Vedermi tra un anno qui (probabilmente a pulire e a togliere cose dai cartoni, ma non fossilizziamoci sugli aspetti tecnici), tra colori, atmosfere e scorci nuovi, mi sprona ogni giorno.
- Non esagerare con i cambiamenti: complici la questione economica e l'attaccamento emotivo (la maggior parte dei mobili di questa casa è antica e restaturata da mio padre), l'idea è di non acquistare praticamente nulla, almeno per quanto riguarda l'arredamento. Spostare, anche di poco, grossi complementi che stanno nello stesso posto da decenni fa la differenza, così come cambiare la destinazione d'uso di oggetti o addirittura stanze. In questo modo la casa sarà giusta per noi, ma continuerà a parlare anche la lingua del passato.
- Celebrare il prima: la Maria era una gran appassionata di fiori. Veri o finti poco importava, bastava che fossero fiori. Ho svuotato cestini di edere, secchi di papaveri, vasi di lavande e fiordalisi, tutti di stoffa, tutti molto belli. Mi era impossibile pensare di liberarmene senza vederla mentre li sceglieva con cura, calcolava la quantità giusta per riempire il contenitore senza esagerare, accostava colori e sfumature, saliva sulla scala per appoggiarli sopra alle librerie. Così li ho lavati, lasciati ad asciugare al sole e ho composto quattro mazzolini diversi da portare al cimitero, uno per ogni stagione.
- Non perdersi di vista: le giornate di trasloco sono per loro natura terribilmente ripetitive. Spezzare quei gesti così alienanti con momenti personali (per me sono stati l'attività fisica quotidiana, il cibo dalla spesa alla preparazione, la lettura e il mare) che ci riconnettano con ciò che siamo al di fuori degli scatoloni e che ci facciano stare bene ha funzionato. Senza contare che lavorare sul corpo mi/ci ha aiutati a non massacrarci ulteriormente schiena, braccia, gambe sollevando pesi folli.
Probabilmente potrei continuare ancora, ma forse questi cinque suggerimenti sono quelli più importanti, visto che sono i primi ad essermi affiorati tra le dita.
Perciò finisco qui, pubblico il post e torno a strappare a mano striscioline di carta di vecchi documenti.
Nella prossima vita, mi compro un tritatutto.
Nessun commento:
Posta un commento