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sabato 14 marzo 2026

Arriverderci Agata, gattina mia.


Musica

Ho immaginato migliaia di volte il momento in cui avrei iniziato a scrivere questo post.

Un post che, prima o poi, sapevo sarebbe arrivato, che nel tentativo di riuscire a controllare qualcosa ho persino provato a cominciare in anticipo, per fortuna senza riuscirci.

Agata è morta il 19 febbraio, in una mattina piovosa e piuttosto fredda. Ho sperato tanto che se ne andasse a casa con noi, magari dormendo, magari addirittura al paesello, dove ha vissuto la maggior parte della sua lunga vita, ma, purtroppo, non è andata cosi. 

Abbiamo, ho, dovuto decidere di salutarla prima che il suo tempo sulla terra diventasse privo di gioia e dignità.

A novembre scorso abbiamo scoperto una massa che le comprimeva il fegato, una diagnosi che non ci aspettavamo e che ha ribaltato ogni idea che ci eravamo fatti: pensavamo alla tiroide, al diabete, all'insufficienza renale, ma, evidentemente, l'abbonamento di famiglia all'autobus del cancro non è ancora scaduto.

Da quel pomeriggio d'autunno tutto è cambiato, mi è bastato vedere la faccia di Andrea quando la veterinaria che l'aveva appena addormentata per farle il prelievo lo ha chiamato: ho capito subito che la sensazione di orrenda attesa che ben conosco era appena tornata nella mia vita, per rimanerci.

In questi tre mesi le giornate di Bibbi sono trascorse tra lunghi sonni, tonnellate di carezze proprio su quella morbida pancia che, nel frattempo, la stava tradendo, decine di scatolette da assaggiare, rifiutare, divorare, serate di vizi tra salame e parmigiano direttamente sul tavolo della cucina, notti di fusa sulle mie gambe, nuove cucce da esplorare e abitare a seconda dell'umore.

I miagolii notturni, iniziati questa estate e attribuiti a demenza o a probabili malattie renali si sono intensificati, diventando un accompagnamento fisso che ha tolto il sonno a lei e a noi.

Ed è proprio a seguito di un weekend trascorso a urlare e a tentare in tutti i modi di uscire, saltare in posti impensati alla ricerca di acqua, ferendosi e piombando letteralmente nel terrore che abbiamo capito: Agata non c'era più, era diventata un animaletto spaventato, incapace di trovare pace e con l'unico desiderio di fuggire lontano, chissà, forse per morire da sola come avrebbe fatto in natura.

L'unico modo per darle un poco di calma è stato aggiungere nuove medicine, che rendevano le notti più gestibili e trasformavano le giornate in una catena di ore trascorse nascosta e addormentata.

A quel punto, seppur tra mille dubbi, ho fatto la stessa scelta di sette e venti anni fa: abbiamo barattato il tempo con la dignità, permettendole di andarsene quando ancora era in grado di riconoscersi/mi e di amarci, come solo lei sapeva fare

Ho pensato tanto a quanto sia stato terribile per me rendermi conto di avere tutto questo potere sulla morte di un essere vivente, ma poi, riflettendo bene, anche la sua vita è stata una nostra scelta. Noi l'abbiamo salvata, appena nata, mentre giaceva in un frigorifero abbandonato, accanto al fratellino già morto. Noi abbiamo deciso di lasciarle la libertà di entrare e uscire da casa come desiderava, abbiamo selezionato per lei il cibo, l'abbiamo portata in un appartamento, lontano dai suoi prati, quando la vita ha cambiato improvvisamente le sue regole, le abbiamo assicurato di poter annusare ancora il profumo dei fiori trasferendoci a casa sua sei mesi l'anno, abbiamo scelto di non tipizzare la massa perché, data l'età, non l'avremmo mai sottoposta a una chemioterapia o a un un intervento così demolitivo.

E allora non è stata più una questione di potere, ma di responsabilità, una responsabilità che è iniziata quando i suoi occhi erano ancora quasi chiusi ed è terminata quando si sono chiusi di nuovo e per sempre.

Non avevo dubbi che quell'animalino meraviglioso mi avrebbe insegnato la vita fino all'ultimo e ora che è qui accanto a me, in una piccola scatolina di legno, non mi resta che immaginare un posto in cui lei sta correndo forte, tra i borbottii della Maria e la gioia di Giancarlo, che l'ha appena conosciuta e, ne sono certa, è già suo grande amico.

Arrivederci Agata, gattina mia.

martedì 26 agosto 2025

Sepolture

Musica

Scrivo nell'ultima settimana di ferie, di un'estate strana, diversa, trascorsa a casa anziché in viaggio.

In realtà, a ben vedere, un viaggio c'è stato e ci ha portato, direttamente, nelle memorie della mia famiglia. In autunno, se tutto va bene, faremo dei lavori ormai irrimandabili nella casa in cui sono cresciuta, con due obiettivi: evitare che crolli e sentirla più nostra.

Saranno, in realtà, cose semplici, abbastanza routinarie, che non implicheranno grossi stravolgimenti, ma che, ne sono certa, modificheranno la percezione che ho di questo luogo, una percezione che non assomiglia a quella che avevo da piccola, né da ragazza, ma che mi accompagna da quando sono rimasta solo io.

Un mausoleo sospeso, in cui oscillo tra la nostalgia, il bel ricordo, la rabbia e il senso di colpa e in cui oggi difficilmente (almeno per me) si riesce a vivere e basta, senza inciampare continuamente, anche solo con lo sguardo, in fardelli troppo pesanti.

Chi è stato qui sa quanto questo posto sia caratteristico e quanto racconti di chi lo ha vissuto: la radio a galena di mio padre, i libri di mia madre, i cimeli della casa dei nonni, in loop. Di mio, ora che ci penso, c'è sempre stato ben poco, alla fine qui ho vissuto stabilmente "solo" quindici anni, in quella fase in cui si resta principalmente in camera propria e si esce giusto per mangiare.

Quindi, in questa estate sospesa, ciò che stiamo facendo tra una pratica yoga, un tuffo in mare, una pennica post pranzo e una cena in terrazzo è inscatolare, scegliere, buttare, regalare, vendere. Ogni giorno.

E mentre avvolgo bicchieri di cristallo in vecchi giornali conservati con cura e mi riprometto di usare, d'ora in poi, ogni singola coppetta in vetro lavorato, ogni tovaglia in percalle ricamato, ogni posata di argento inciso, anche solo per fare colazione, seppellisco un pezzo di me.

Perchè una cosa mi pare di averla capita: se, anni fa, la sensazione che avevo quando mi disfavo di un oggetto storico di casa, era quella di tradirei i miei, non rispettare il loro passaggio su questa terra, non onorare i sacrifici fatti per acquistare ogni singolo oggetto, ora, invece, il problema sono io, o meglio, la me che è arrivata al paesello in pre adolescenza e che, poco dopo, non vedeva l'ora di andarsene, la me che qui ha pianto, riso, amato, studiato, accudito fino alla fine il suo papà, scelto gli ultimi vestiti indossati dalla sua mamma.

Quella persona non esiste più, l'ho cercata ovunque ma non l'ho trovata, non era nell'armadio dei vecchi cappotti, nella cantina polverosa, nel ripostiglio sottosopra, nel baule delle lenzuola, tra le enciclopedie di filosofia della scienza, nella vetrina dei bicchieri. Non c'era più.

Quella persona è stata prima allontanata dal tempo e poi spazzata via dall'EMDR, dando spazio a una sua versione più equilibrata, meno sofferente, più fatalista, più sana nel corpo e nello spirito, meno sensibile alle cose piccole e grandi, belle e brutte che la vita, prima o poi, riserva ad ognuno di noi.

Voltare pagina, lasciando indietro quella me che per tanto tempo ho conosciuto come unica possibile, non è cosa semplice. Inscatolare nevrosi travestite da diari scritti fitti fitti, manie di controllo mascherate da tonnellate di appunti e riassunti di tutto lo scibile umano, vestiti indossati alle medie (se va bene, visto che la Comunione si fa alla primaria e, di quel giorno, ho trovato tutto, persino i guantini), collezioni di gatti in mille materiali diversi, gomme profumate, perline, candele, borse, quadri e poster coperti di polvere.

Questo è ciò che sto facendo, come un automa e ormai da due settimane, scegliendo con cura cosa conservare, davvero, in quelle scatole e cosa sepellire nel passato, lasciando che il tempo trascorso e la consapevolezza faticosamente conquistata, pongano definitivamente tra la me di adesso e quella di allora la benedetta "giusta distanza".

Per ora, purtroppo, ancora annaspo un po' e mi divido tra "ok, brucio tutto" e "non posso, non mi separo da nulla", perché, alla fine, non ho ancora ben compreso come continuare la mia strada senza abbandonare totalmente la vecchia, mollando sul sentiero quella me che tanto mi rappresentava e che, a volte, nonostante tutto, mi manca terribilmente.

Qualche strategia, però, l'ho adottata e sembra funzionare.
La lascio qui, chissà che qualcuno che legge stia affrontando un percorso simile e possa trovare spunti utili per navigare in questo mare agitato:

- Pensare al futuro: non abbiamo figli e mi ha aiutato molto immaginare amici, volontari, nuovi proprietari di questa casa che, un giorno, si ritroveranno a dover fare i conti non solo con la mia roba, ma anche con quella di due generazioni precedenti. Non voglio a nessuno così male, perciò, gettando tonnellate di documenti, vendendo libri su Vinted, allestendo un mercatino estemporaneo davanti al cancello ho pensato anche (soprattutto) a loro.

- Visualizzare il risultato: al di là dell'aspetto emotivo che tagliare rami e inscatolare il passato portano inevitabilmente con loro, dopo i lavori la casa sarà diversa, rinnovata, più vicina a chi la abita ora, ma sempre bella come era prima. Vedermi tra un anno qui (probabilmente a pulire e a togliere cose dai cartoni, ma non fossilizziamoci sugli aspetti tecnici), tra colori, atmosfere e scorci nuovi, mi sprona ogni giorno.

- Non esagerare con i cambiamenti: complici la questione economica e l'attaccamento emotivo (la maggior parte dei mobili di questa casa è antica e restaturata da mio padre), l'idea è di non acquistare praticamente nulla, almeno per quanto riguarda l'arredamento. Spostare, anche di poco, grossi complementi che stanno nello stesso posto da decenni fa la differenza, così come cambiare la destinazione d'uso di oggetti o addirittura stanze. In questo modo la casa sarà giusta per noi, ma continuerà a parlare anche la lingua del passato.

- Celebrare il prima: la Maria era una gran appassionata di fiori. Veri o finti poco importava, bastava che fossero fiori. Ho svuotato cestini di edere, secchi di papaveri, vasi di lavande e fiordalisi, tutti di stoffa, tutti molto belli. Mi era impossibile pensare di liberarmene senza vederla mentre li sceglieva con cura, calcolava la quantità giusta per riempire il contenitore senza esagerare, accostava colori e sfumature, saliva sulla scala per appoggiarli sopra alle librerie. Così li ho lavati, lasciati ad asciugare al sole e ho composto quattro mazzolini diversi da portare al cimitero, uno per ogni stagione. 

- Non perdersi di vista: le giornate di trasloco sono per loro natura terribilmente ripetitive. Spezzare quei gesti così alienanti con momenti personali (per me sono stati l'attività fisica quotidiana, il cibo dalla spesa alla preparazione, la lettura e il mare) che ci riconnettano con ciò che siamo al di fuori degli scatoloni e che ci facciano stare bene ha funzionato. Senza contare che lavorare sul corpo mi/ci ha aiutati a non massacrarci ulteriormente schiena, braccia, gambe sollevando pesi folli.

Probabilmente potrei continuare ancora, ma forse questi cinque suggerimenti sono quelli più importanti, visto che sono i primi ad essermi affiorati tra le dita. 
Perciò finisco qui, pubblico il post e torno a strappare a mano striscioline di carta di vecchi documenti.

Nella prossima vita, mi compro un tritatutto.

domenica 13 luglio 2025

Rocket man

Musica.

20 anni.
Tra un paio di giorni, il 15 luglio, saranno 20 anni che è morto mio papà.

Io di anni ne ho 43 e manca poco, ormai, perché sia più il tempo passato qui senza di lui che quello trascorso in sua compagnia.
Di sicuro, nella maggior parte degli anni di cui conservo memoria, lui non c'è.

Misurare la sua assenza non è mai stato facile, probabilmente perchè nemmeno lui lo era.

Purtroppo, quasi tutte le persone che ora fanno parte della mia vita non lo hanno mai conosciuto e io faccio molta fatica a raccontarlo, a spiegare com'era.

Giancarlo non era un buon padre e neppure un buon marito, ma era un uomo buono.
La persona verso cui papà si comportava peggio, però, era se stesso. 

Quante cose si è negato, dalle cene fuori ai momenti di affetto, dalla realizzazione professionale alle vacanze con noi, dalle passeggiate dopo cena alle cure.
Sono proprio queste ultime che, se non gli fossero mancate per suo irremovibile rifiuto, lo avrebbero salvato e gli avrebbero permesso di vedere oltre alle sue paure.

E non intendo che non sarebbe morto, ma solo che sarebbe vissuto.

Quando scrivo la parola cure, tra l’altro, non penso a medicine per il corpo, analisi, accertamenti, prevenzioni, ma terapie per la sua mente, così disturbata, fragile e violenta.

La stessa mente che mi sono ritrovata in sorte e che, subito dopo che mi ammalai io e subito prima che si ammalasse lui, decisi di prendere tra le mani e portare a chi avrebbe saputo insegnarmi a volerle bene.

Papà era un uomo schivo (per usare un eufemismo), dalla manualità mostruosamente sviluppata, con un gran senso del bello, un'attenzione insolita per il verde, una passione sfrenata per la cucina, un rispetto fortissimo per gli animali e una devozione primordiale per il mare.

Il suo vero immenso amore, però, erano le radio.
Meglio se vecchie, rotte e giudicate unanimamente irriparabili.

Lui, ovviamente, non solo era in grado di rimetterle in funzione, ma sapeva come farlo divertendosi, chiuso nella sua cantina fino ai miei dodici anni e nel suo studio non appena ci trasferimmo nella casa nuova.
In entrambi i posti in cui abbiamo vissuto, le poche persone che lo venivano a trovare erano radioamatori come lui, collezionisti, appassionati o semplice curiosi. Li chiamava sempre amici e sono abbastanza sicura che se chiedessi a qualcuno di loro di descrivermi Giancarlo mi risponderebbe che era un genio, burbero e complicato, ma gentile e sempre leale.

Sono nata e cresciuta accompagnata da rumori e odori metallici, con la sicurezza che lo avrei trovato lì, chino sotto la lampada da tavolo a saldare qualcosa, a sistemare un nuovo trasferello su un lavoro concluso, a cercare transistor e resistenze in una delle sue innumerevoli scatoline.
Quando non era lì le possibilità erano due: poteva essere in cucina, intento a preparare uno dei suoi piatti elaboratissimi e dalla bontà inarrivabile, oppure a letto, in pieno giorno.
Tutta la nostra vita è stata scandita da giorni alti, anzi altissimi, alternati a quelli bassi, bassissimi, con dei lunghi periodi di vaga normalità, una sorta rumore di fondo confortante come quello delle sue radio, che nessuno poteva prevedere quanto sarebbe durato.

Soltanto l’anno scorso, durante una seduta di terapia, ho potuto ipotizzare un nome per il suo funzionamento, non che non lo avessi mai pensato, ma sentirlo dire ad alta voce da una professionista mi ha riempito il cuore.
Quanta tenerezza mi ha fatto e quanta consapevolezza adesso (finalmente) ho: non avrei/avremmo mai potuto salvarlo. 
Per lo meno non da sole.

Non so lui come sia vissuto davvero, non ho la presunzione di pensare che un altro modo sarebbe stato meglio, lo suppongo, lo immagino, ma, in fondo, non posso saperlo.
Quello che, invece, sicuramente so, è che aver vissuto con lui e assomigliargli così tanto per me è stato ed è un privilegio, perché se mamma mi ha insegnato la forza d’animo lui mi ha mostrato la bellezza della sensibilità.

Dopo tutto questo tempo posso dirlo, mi manca non potergli raccontare che mi sono sposata, non potergli presentare i miei nuovi amici, non potergli mostrare il lavoro che faccio, per certi versi così simile alle sue passioni. Ma se lo immagino vivo, ad affrontare la terribile malattia di mamma, mi prende un'angoscia incontrollabile e mi ritrovo a pensare che forse è stato meglio così, che al suo cuore delicato siano stati risparmiati una paura tanto grande e un dolore tanto forte.

Quindi, dopo vent'anni, mi ritrovo a ricordarlo cercando in una scatola i disegni che facevo per lui all'asilo, con le descrizioni bizzarre di una bambina che non aveva ben capito che lavoro facesse, dove andasse quando spariva per ore (spoiler: in barca), cosa pensasse con quel cipiglio arricciato rivolto verso il mare. 

E adesso, che di cipiglio arricciato è rimasto solo il mio, lo penso lassù, su un razzo pieno di bottoni e spie luminose, intento ad aggiustare qualcosa per continuare a volare libero, nello spazio infinito.



domenica 24 marzo 2024

Un, due, tre... stai là!

 


Musica

Qualche anno fa ho scoperto, con non poco stupore, che il gioco Un, due, tre…stella! si chiama, in realtà, Un due tre…stai là!
Non so se sia vero e, comunque, non è questo il punto.
Il punto è che quello che mi fa venire in mente il titolo inaspettato corrisponde, più o meno, a come ho vissuto negli ultimi mesi.


Ieri erano cinque anni che è morta la Maria e, finalmente, mi sembrano trascorsi 5 anni.
Non è successo tre anni fa, nemmeno l'anno scorso, neppure ieri.
è successo cinque anni fa.


Dall’ultimo post su questo argomento a oggi sono cambiate un'infinità di cose nella mia vita, eppure, da fuori, probabilmente sembra solo che io stia giocando a uno due tre stai là.
Ferma tra un passo e l'altro.

Forse è proprio questo che ho fatto per un anno: un gioco in cui ho concentrato tantissimo di me in pochi scatti e poi mi sono immobilizzata a riprendere fiato. Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.

Come? Ascoltando.
- La paura, lasciandola entrare e invitandola, dolcemente, a uscire. Come fosse un bambino che deve imparare, pian piano, a dormire da solo nella sua stanza.
Il corpo, dandogli lo spazio che nella mia vita non ha (quasi) mai avuto, regalandogli sonni tanto lunghi quanto inediti su questi schermi, pur proponendogli sveglie molto più anticipate del consueto, per dargli l’opportunità di muoversi.
La tristezza, quella pura, spontanea, di tutti i giorni, concedendole finalmente di uscire con un mezzo banale, ma chiuso in garage da secoli: il pianto. A dirotto, nei luoghi più disparati, nei momenti più inopportuni.
La speranza, permettendole semplicemente di esistere, dopo averla dimenticata per scaramanzia in un cassetto, pieno di cose verdi, di progetti, di idee, ancora lontani nel tempo e nello spazio, ma pur sempre immaginabili e perché no, magari pure possibili.

Poi ci sono cose che, piuttosto di recente, si sono timidamente affacciate nella mia vita per diventare, via via, parte integrante delle giornate e, in alcuni casi, addirittura parte imprescindibile.
Cose che mi fanno percepire lo stare, come un esserci in maniera autentica.
Mi ritrovo, per esempio, a compiere movimenti semplici tipo aprire un cassetto e rendermi perfettamente conto di quello che sto facendo. Come se andasse tutto a rallentatore, come se i sensi fossero amplificati e non semplicemente iper vigili (quella è la mia condizione base di allerta, che, per ora, non ha intenzione di abbandonarmi).

Tutte queste cose nuove hanno, credo, una base comune: il tempo.
Mi sono sempre lamentata, negli ultimi anni forse ancora più che in passato, della mancanza di tempo a disposizione per fare, scoprire, imparare, riposare. Quando scrivo lamentata intendo, in verità, resa conto, perché, in fondo in fondo, l’ho sempre saputo che, nella condizione privilegiata in cui vivo, il tempo, volendo, ci sarebbe.
Ho quindi deciso di andarlo a cercare, questo benedetto tempo, per riempirlo e svuotarlo ogni giorno.

Per avere tempo occorre togliere tempo, questa è la prima cosa che ho capito. Sembrerà banale, e forse lo è, ma in una giornata di 24 ore, in cui il lavoro ne occupa 9, a volte anche 10, le restanti 15 devono essere suddivise, almeno, in tempo per dormire e tempo per mangiare.
Posso ormai dire di conoscermi e so che per stare bene ho bisogno di 7 ore di sonno, quindi ecco che le ore disponibili diventano, magicamente, 9.

Da agosto sono seguita da una nutrizionista per una serie di problemi digestivi e metabolici ormai non più ignorabili e il mio rapporto con il cibo ha dovuto per forza cambiare. Le quantità sono pressoché rimaste invariate, la qualità, invece, è stata stravolta.
Per me che non mangio praticamente più carne, perdere i legumi è stato un trauma.
Il colesterolo ballerino non mi permette di abbondare con uova e formaggi e, così, mi resta il pesce a cadenza molto più frequente del passato. Ma come si cuoce il pesce? Come posso prepare il tofu e il tempeh affinché non mi sembri di mangiare l’imballo dei pacchi di Amazon? Come si concilia l’amore per la cucina, intesa proprio come gesto del cucinare, con una variazione così decisa delle mie abitudini? E come si riesce a preparare per due tenendo conto delle esigenze e dei gusti dell’altra persona? Rispondere a tutte queste domande ha richiesto impegno, ma è così che sono nati il menu e la spesa settimanali: per risparmiare tempo e dedicare alla cucina non più di un’ora al giorno.

Rimangono 8 ore che, per metà dell’anno, diventano 6 perché gli spostamenti casa-lab sono molto più lunghi, ma non importa: in quel tempo posso leggere, ascoltare podcast, guardare video (magari, in futuro, potrei pure dedicare un post anche a queste cose).

Tutto il tempo che rimane lo dedico, a
- lo yoga, possibilmente alle 7 di mattina. A parte il trauma della prima volta, ormai due volte a settimana mi sveglio alle 6, mangio un paio di biscotti ed esco. Faccio sempre la stessa strada, di solito con la musica nelle orecchie, mentre il corpo riparte e la testa si preparano a otto ore di pc. Per iniziare questa nuova abitudine ho parallelamente cominciato ad andare a letto prima: se il giorno dopo devo alzarmi alle 6, alle 22.30 sono già sotto le coperte.
- l’EMDR, un’ora a settimana, dove smonto tutto quello che mi è successo negli ultimi 42 anni e sistemo, pazientemente, i danni.
- la cura della mia persona e della casa, perché tutt* ci laviamo, facciamo il bucato, cambiamo le lenzuola…
- la famiglia, che essendo composta da due esseri viventi (piante escluse) oltre a me, è molto facile da gestire: bastano un divano, una coperta, una manciata di crocchette, una serie TV, un argomento interessante di cui parlare, il bisogno di sentirsi vicini.

Ma quindi, il titolo del post e la ricorrenza in cui ho deciso di pubblicarlo, cosa c’èntrano con tutta questa pappardella sul tempo?
La spiegazione sta nella frase che ho scritto poco più su:
Mi sono voltata per sbirciare, solo ogni tanto, la strada percorsa, non ho guardato quasi mai il muro da raggiungere davanti a me, ma mi sono impegnata fortissimo ad avanzare.
Nel quinto anno dalla morte di mia madre posso, forse, sussurrare che ho ricominciato a vivere bene. Per farcela ho dovuto stravolgere tutto, cambiare modo di stare al mondo, utilizzare il tempo con criterio, come se fossi in una casa di cura in cui ogni momento è funzionale al recupero.

Ci sono aspetti di cui vado particolamente fiera e altri che mi appesantiscono ancora, come il senso di colpa quando mi accorgo che la penso meno (faccio persino fatica a scriverlo senza sentire dolore).
Ma, dopotutto, è così, la penso meno e la penso meglio.
La ricordo viva e mi manca più di prima, più di quando rimpiangevo uno scheletro calvo e terrorizzato, perché era l’unica immagine che ricordavo di lei, l’unica che tornava a tormentarmi giorno e notte, qualsiasi cosa facessi per non pensarci.
Ora non è più così, ora è i fiori di Vesima che aspettano l’estate, è la pelle delle sue guance sempre fresche, è la sagoma storta che mi cammina davanti spedita, è la bottiglia di vino lasciata sul tavolo in cucina, è la battuta giusta al momento giusto, è il sorriso enorme e contagioso, è l’ascolto silenzioso, sempre e comunque.

Ora è finalmente, di nuovo, la Maria.

Quindi eccoci qui, il post è finito e ora schiaccio il tasto pubblica, direttamente dal suo giardino, in una bellissima giornata di primavera, come quella di cinque anni fa.

domenica 23 luglio 2023

Fare spazio



Inizio a scrivere questo post sul divano di casa, in centro, alle 7.30 di mattina, dopo essere stata svegliata per il secondo giorno consecutivo dai vicini che facevano l'amore.

Il nostro vicoletto ci regala, da anni, amplessi a tutte le ore: prima e dopo cena, a notte fonda o all'alba, nel week end e in giorni feriali. Le esternazioni variopinte arrivano sempre da finestre diverse, hanno ritmi e durate differenti, voci maschili e femminili, qualche frase di senso compiuto, tanti versi a volte preoccupanti.

Io ne sono felice, perché, l'amore, è sempre una bella cosa.

Ne sono felice anche stamattina, preludio di una lunga giornata lavorativa, poiché questa sveglia anticipata mi ha dato lo spazio necessario per scrivere qui, dove volevo tornare da un po'.

Dall'ultimo elenco è trascorso parecchio tempo, sono successe tante piccole-grandi cose e ho voglia di metterle nero su bianco. Cominciamo!

1) Le ultime letture
In questo momento sto leggendo Tenera è la notte di Fitzgerald, l'ho recuperato dalla libreria di mia madre, ha le pagine ingiallite e il numero della sua ginecologa scritto a matita, sulla prima pagina. Non è per me una lettura consueta: anche se (o forse proprio perché) è un classico della letteratura americana, sono lenta a procedere, ma lo apro sempre volentieri. Il mese scorso, però, ho divorato due libri: I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni e Poverina di Chiara Galeazzi. Il primo credo fermamente che dovrebbero leggerlo tutti (cit. Stefania Andreoli), il secondo, sicuramente, dovevo leggerlo io.

Non amo raccontare le trame dei libri ma amo consigliarli: leggeteli, vi piaceranno!

2) L'orto
Anche quest'anno abbiamo fatto l'orto, ma a sto giro ci siamo organizzati con criterio: abbiamo comprato due cassoni coloratissimi da Il giardino delle idee e li abbiamo riempiti di verdure. I primi giorni tutto stentava a partire, ora, che è arrivato il caldo, non riusciamo a stare dietro alle melanzane e trascorriamo le serate a legare cetrioli e pomodori impazziti. 
Nel frattempo ci hanno contattati dall'azienda per regalarci un'altra struttura e, dopo aver preso un paio di misure, abbiamo deciso dove posizionarla e abbiamo accettato la proposta. Qualche giorno fa abbiamo montato i tre contenitori a forma di podio e, presto, li stiperemo di fiori... seguiranno aggiornamenti!

Riprendo il post, quasi un mese dopo e, nel frattempo, l'orto è così:


3) Come sta il mio corpo?
In equilibrio precario.
Gambe/schiena/pelle /stomaco e, la new entry di quest'anno: denti.
Un'otturazione andata male, che è diventata una pulpite, che ha richiesto una devitalizzazione, che ha fatto infezione (con conseguente dolore insopportabile e antibiotico indispensabile).
Un balletto di quasi cinque mesi di cui, posso dirlo? Facevo volentieri a meno.

3) E la mia mente?
Questa è grossa: ho cambiato approccio terapeutico.
Dopo quasi 19 anni di analisi transazionale, su consiglio della dottoressa che mi ha sempre seguita, ho iniziato un percorso diverso, in un altro studio.
Si tratta dell'EMDR, una tecnica che, in realtà, non è così recente (la si usava già per trattare il PTSD dei veterani), ma negli ultimi anni, in particolare post Covid, se ne sente parlare sempre più spesso.
Come sta andando?
Benone, direi.
Ho pianto.
Di un pianto incontrollato, ma composto, come un piccolo fiume che rompe gli argini e comincia a scorrere lento, fuori dal suo letto.
Un'esperienza particolare, dove non occorrono, stranamente (per me), molte parole, dove serve "solo" stare e fare spazio. Ai traumi, ai ricordi, alle emozioni, al dolore, alla paura, al passato, a quello che c'è, incastrato laggiù, in una stanza che sembra lontana e polverosa e, invece, è la stanza dei bottoni.
Non è una passeggiata, anche fisicamente, esco dalle sedute piuttosto spossata, ma sembra stia dando i suoi frutti.
Se volete saperne di più, lascio uno dei tanti link che ho consultato prima di intraprendere questa nuova strada.

4) Agata
Agata è qui, che lotta insieme a noi.
La routine estiva sembra farle meglio di sempre, dorme moltissimo sulla vecchia poltrona della camera, un nuovo posto mai esplorato prima. Ultimamente pure la cesta di vimini vicina pare interessarle parecchio.
Abbiamo affrontato il semestrale taglio delle unghie con un'aggressività senza eguali: in tre per tenere meno di un chilo di gatto così soffiante e urlante, che un certo punto ho temuto l'infarto.
Non necessariamente il suo.
Nonostante l'ambiente natale, noto per inselvatichirla, se fosse possibile, più del solito, questa estate è anche l'estate delle coccole, sempre più richieste ed elargite, a suon di pasta, testate e gorgoglii vari.
Che tipa.

5) Ferie
Questa estate sta volando, me ne accorgo quotidianamente, basti pensare che il post che sto scrivendo mi pareva di averlo iniziato ieri e, invece, avevo cominciato a buttarlo fuori a giugno.
Ancora due settimane di lavoro e poi ferie, per un bel po', a sto giro.
Andremo via? Sì, direzione Londra.
Non staremo tanto, giusto una settimana scarsa, ma i prezzi non proprio economici del posto, la necessità di non lasciare Agata troppo a lungo e, diciamolo, la voglia di trascorrere del tempo calmo qui al paesello, hanno indirizzato le nostre scelte.
In più, abbiamo dato un'occhiata alle attuali temperature londinesi e la speranza che, a sto giro, troveremo veramente il fresco, si fa più concreta che mai.

6) Meal prep
Abbiamo preso l'abitudine di preparare un menù settimanale in tempo di Covid. Dovendo programmare la spesa e soffrendo particolarmente le consegne a domicilio, avevamo consolidato un metodo che ci permettesse di ottimizzare il più possibile gli acquisti.
Questo rito è rimasto invariato e, anzi, si è strutturato perfettamente nella nostra routine.
Complici le verdure del nostro mini orto e di quello di Maurone, riusciamo a immaginare piatti super bilanciati e pure super buoni, che, certo, necessitano di un (bel) po' di preparazione in più e, di conseguenza, di tempo dedicato. Ma a me, il tempo del cibo, non è mai sembrato sprecato e nonostante gli spostamenti quotidiani per raggiungere i rispettivi lavori rosicchino tanto spazio delle nostre giornate, la sera, in cucina, spazzo via i pensieri e costruisco volentieri i piatti dei giorni a venire.

7) Vestirsi
Dopo anni di impegno posso dire di avere un armadio al 90% sostenibile.
Ci è voluto parecchio tempo e per ora restano fuori dagli acquisti ragionati sempre le solite due categorie: sport e intimo.
La sostenibilità, quest'anno, arriva però da due consapevolezze fondamentali:
1) Faccio scelte sostenibili quando sono sostenibili anche per me (acquistare mutande a 20 euro l'una, con la poca attenzione che ripongo nei lavaggi, per ora non è un'opzione, ad esempio).
2) L'acquisto più sostenibile che si possa fare è quello che non si fa. 
Ormai non compro quasi più nulla, rovisto nel mio armadio, cerco nuovi abbinamenti che mi facciano percepire meno vecchi i capi che indosso e vendo quello che mi pare in buone condizioni, ma che non mi rientrerà più.
Ed ecco fare capolino la novità (per me) di quest'anno: Vinted. Ho iniziato a vendere sulla popolarissima piattaforma e, pian piano, mi sto liberando di tantissime cose. Non ho mai acquistato nulla e sto conservando il gruzzoletto che via via cresce per provare a comprare abiti tecnici per fare sport. Ci riuscirò? Lo scopriremo nella prossima puntata.

8) Fare spazio
Eccoci all'ultimo punto, che, in verità, potrebbe pure essere il primo visto che ha regalato il titolo a questo post.
A fine giugno ho partecipato al mio primo yoga retreat.
Ho praticato a lungo intorno ai vent'anni, poi il mio rapporto con lo yoga si è arrestato (molto) bruscamente. Ho continuato a fare pilates per tantissimo tempo, prima con la mia Deborah del cuore e dopo in una palestra vicino casa.
Poi mi sono fermata e, solo durante il lockdown, ho ripreso con le lezioni di yoga on line. Ho cercato, o forse ho trovato per caso, nemmeno mi ricordo, qualcuno che offrisse delle pratiche brevi la mattina e mi sono imbattuta in Carola. Per mesi ho provato così, davanti a uno schermo, poi, appena si è potuto uscire, sono andata in presenza. Ho frequentato sia le lezioni di Carola (sul suo mitico terrazzo prima, in studio poi) sia quelle della bravissima Manu, che purtroppo non sono riuscita a far conciliare con gli orari lavorativi.
Perciò, dopo mesi in cui il mio corpo cambiava per l'ennesima volta, togliendosi di dosso qualche chilo e riacquistando un poco di forza, ho proseguito il mio percorso con Carola, principalmente on line perché ho scelto di dare spazio a una pratica non incastrata tra gli impegni e raggiunta con affanno, ma, al contrario, a una pratica seguita dandole il giusto spazio.
Ed è così che sono arrivata ad iscrivermi al ritiro di giugno scorso, nel Monferrato: tre giorni di lezioni con l'obiettivo di fare spazio. Con me anche Andrea, che è venuto per godersi quel posto meraviglioso, fare cianotipie (anche con i partecipanti al retreat!) e supportare, amore santo, questo mio tentativo di uscire dalla comfort zone e fidarmi del mio corpo.
Ero convinta che mi sarei fatta male. Ore e ore di pratica per le mie gambe senza equilibrio, la mia schiena sempre tesa, le mie braccia deboli, la mia testa priva di fiducia. 
E invece.
Nessuna lezione, né quelle del mattino presto, quando ancora ogni parte di me dormiva profondamente, né quelle della sera, che arrivavano a chiudere intere giornate di movimento, sono state percepite negativamente dal mio corpo.
Ho retto tutto, non ho avuto nessun dolore, non mi sono fermata: e non perché volevo dimostrare di farcela, anzi, ma perché, semplicemente, ce l'ho fatta. E ora come si accetta un corpo che funziona? Sarebbe stato più facile gestire una piccola contrattura ai lombi o una caviglia dolorante?
Probabilmente sì, ma se l'intento di questo retreat era quello di "fare spazio" io l'ho fatto, alla mia capacità di stare, senza dolore, nelle cose belle.
Un successo enorme.
Per me.








mercoledì 22 marzo 2023

Conchiglie

 


Musica.

C'è stato un tempo in cui scrivevo i post di getto, aprivo il pc e non mi fermavo finché non avevo finito di buttare fuori tutto.

Ora non è più così: a parte in rari casi, inizio ad appuntare idee, pensieri e sensazioni sul mio fidato quaderno o, se non ho nulla dove scrivere, cerco di tenere a mente quello che voglio dire, sperando di non dimenticarlo, di non perdere il filo, di non rovinare quell'atmosfera che mi ha risvegliato il bisogno di scrivere qui.

Oggi parlerò, anzi scriverò, di conchiglie.

Il primo momento in cui questo post ha fatto capolino è stato nelle vacanze di Natale, quando, un pomeriggio, ho scoperto la musica di Andrea Laszlo De Simone. 
Non lo avevo mai sentito nominare, né ascoltato, non ricordo nemmeno come sia successo, probabilmente per caso, grazie all'algoritmo di Spotify che nel mio caso deve essere tarato sulla parola nostalgia.

Quindi, dicevamo, ho esplorato la produzione musicale di questo autore e me ne sono innamorata. In particolare del pezzo che ho messo quassù, in apertura, una canzone per me bellissima, che sento tanto mia e che, alla Maria, sono certa sarebbe piaciuta tantissimo.

Domani sono quattro anni che la mia mamma non c'è più, che la conchiglia da cui sono nata "è sparsa sulla sabbia", chissà dove.

Nelle ultime settimane ho provato a ricordare le conchiglie "incontrate" nella mia vita e, appena ho dato un'occhiata nel cassetto della memoria, hanno cominciato a succedere cose, tante cose:

La profezia del Paguro
Da bambina andavo spesso a Sestri Levante con mamma, a volte persino in campeggio. Papà non viaggiava mai con noi, quindi, per la maggior parte del tempo, eravamo solo io e lei. Le prime conchiglie che io abbia mai visto, da buona ligure, sono quelle dei paguri. Trascorrevo mattinate intere china con la maschera a pelo d'acqua nella Baia del Silenzio per avvistarli e osservarli mentre si muovevano, lentamente, nella sabbia. Ricordo che pensavo "quanta strada riescono a fare, alla fine, con quel peso sulla schiena!".
Che profezia.
A Sestri Levante un giorno riuscii anche a convincere mia madre a comprarmi una conchiglia liscissima e piena di puntini da una bancarella sul lungomare, volevo portarla a casa con noi per posarla accanto al "telefono del mare".

Il telefono del mare
Questa enorme conchiglia era di mio padre e la conservava da quando era bambino. Aveva un sacco di punte laterali, era ruvida e segnata dal tempo, ma, soprattutto, accostandola all'orecchio, si poteva sentire il rumore del mare. Quante volte l'ho presa in mano come una cornetta temendo mi cadesse, ora non so nemmeno più dove sia, chissà.

Le conchiglie gialle della Bretagna
L'estate che la Maria cominciò a stare male noi eravamo in vacanza in Bretagna. Di quella settimana ricordo l'angoscia, che non mi lasciava mai, che ritrovavo di fronte alla bassa marea, alle pietre arrotondate dal vento, ai messaggi su Messenger in cui leggevo la sofferenza, ancora senza nome, di mamma. Camminavo sulla spiaggia, tra le barche adagiate su un fianco, indossavo la mia amata giacca gialla e, ovunque, c'erano minuscole conchiglie, gialle come me, posate sulla sabbia umida. Sembravano monete, sembravano fiori. Erano tantissime e, qualcuna, tornò a Genova, per finire in un barattolino di vetro da mostrare alla Maria.

Da qui, cominciano a succedere cose.

Mentre nella mia testa iniziava a prendere forma questo post, una sera di Gennaio trascorsa sul divano a guardare serie TV, abbiamo sentito scivolare qualcosa in bagno e poi, un fracasso allucinante seguito da un tintinnio infinito. Pensando che Agata avesse combinato un guaio, ci siamo alzati e abbiamo trovato il barattolino di vetro dentro il bidet. Un quadretto era scivolato spingendo il barattolo, che era caduto dalla mensola, aveva colpito il bidet (scheggiandone pure il bordo) e aveva sparato conchiglie gialle ovunque, anche nella lettiera di Bibbi, che si sarebbe ritrovata, per qualche ora, a fare i suoi bisogni su una spiaggia bretone.

L'idea del post, a questo punto, si era fatta, nella mia testa, sempre più concreta, ma ancora l'avevo tenuta per me.
Fino a un paio di settimane seguenti.

Dopo aver raccolto le poche conchiglie intere rimaste, le abbiamo messe in un altro barattolino di vetro, questa volta sulla libreria della sala, lontano da oggetti che potessero colpire il contenitore.
Una sera, mentre cucinavamo insieme, abbiamo sentito scivolare qualcosa in soggiorno e poi, un fracasso allucinante seguito da un tintinnio infinito. Pensando che Agata avesse combinato un guaio, ci siamo alzati e abbiamo trovato il barattolino di vetro a terra, in mille pezzi. Un libro era scivolato dalla mensola più alta dello scaffale, cadendo dritto sul barattolo, che era volato giù, sul parquet, sparando di nuovo conchiglie gialle ovunque (si allega testimonianza fotografica a inizio post).

A quel punto non ce l'ho fatta più e ho raccontato ad Andrea tutta la storia che mi stava nascendo dentro e che, evidentemente, aveva bisogno di uscire fuori, in qualche modo.

Ci siamo messi a pulire ascoltando la canzone di Laszlo De Simone, a me veniva un poco da piangere, ma mai quanto, al termine della canzone, il mitico algoritmo di Spotify ha deciso di riprodurre questa. Ci siamo guardati increduli, Andrea mi ha proposto di traslocare e poi mi ha abbracciato.

Inutile dirvi che il giorno dopo ho scoperto che Marcel the Shellun film di animazione che stavo inseguendo da un po', era uscito a Genova, tanto ormai si è capito come sta andando questa avventura.
La mia.

P.S. Vi lascio con il video originale di Conchiglie che, per me, è bellissimo e pieno di significato. La versione della canzone è un po' diversa da quella in apertura del post, ma non fa niente.







venerdì 3 giugno 2022

10 cose che il Covid mi ha detto




Non ho (quasi) mai scritto nulla su questa pandemia. 
Né sui social né qui.

Non ho raccontato di quando mi sono vaccinata e delle peripezie, ogni volta, per capire cosa fosse meglio fare tra i mille pareri discordanti che mi vorticavano intorno (dei miei medici eh, non del besagnino).

Non ho fatto commenti a favore o contro le mascherine, il distanziamento, il green pass, perché, semplicemente, non ne so nulla e sono (fin troppo) abituata a seguire le regole.
Anche se non mi piacciono.
Anche se le trovo ingiuste e/o sbagliate.
Anche se sono palesemente eccessive.

Figuriamoci se cominciavo adesso, con una pandemia mondiale in corso, a dire la mia su un argomento che non conosco.
In questi giorni, però, ho deciso di scrivere anche io qualcosa sul Covid 19.
Perché, vi chiederete?
Perché sono in mutua, a casa, con il Covid 19.

In questo periodo sospeso, ad oggi otto giorni ma, a giudicare dalle due righe spesse spesse sul tampone di stamani, temo che la questione non sarà di veloce risoluzione, ho riflettuto parecchio e ho raccolto ben dieci cose che mi ha insegnato o ha confermato questa esperienza.

Eccole, tra rivelazioni e banalità.

(31-05-2022)

1) Viva il vaccino
Non so come sarebbe andata se non avessi fatto due dosi più il booster.
Ma il fiato sta tornando oggi, gusto e olfatto sono ancora un miraggio e mio marito, che è partito con 93/94 di saturazione attualmente sfiora il 97.
Ci sono voluti Brufen, aerosol con il cortisone, Fluimucil e per me ci è voluta pure l'eparina.
A mio modestissimo e ignorante parere, ci è voluto, soprattutto, il vaccino.

2) Lo yoga è magico
Ho praticato solo due volte in questi otto giorni, solo con i miei tempi e, certamente, non durante i sintomi più forti.
Ho provato una lezione sull'apertura, che mi aiutasse a espandere il più possibile la cassa toracica e una sulla movimentazione di anche e bacino, per tentare di sgranchirmi un po'. 
Ho fatto bene? Non lo so.
Mi ha fatto bene? Secondo me sì.

3) Se un libro non mi piace, non mi piace
2022 anno terribile per la (mia) lettura.
Ho finito un libro e ne ho iniziato un altro che non mi sta piacendo. Da mesi.
Ma, per carattere, non sono capace di lasciare, persone, situazioni, cose, fiori, colori, città e, pure, libri.
Il Covid mi ha insegnato che, nonostante abbia più tempo a disposizione e poche alternative sottomano, se un libro non mi piace non mi piace. 
Non mi arrendo, ma che fatica.
Il ragionamento in più che vorrei fare è: ne vale la pena? Ha senso?
Vedremo.

4) La natura e in particolare il mio giardino salveranno il mondo

Se ci fossimo ammalati in centro sarebbe stato ben diverso.
Un po' come all'epoca del primo lockdown, tombati in casa con il sole fuori.
Qui è tutto verde, i fiori sbocciano, le verdure del nostro micro-orto crescono, Agata saltella tra i vasi, noi mangiamo all'aperto e, quando il caldo non è ancora troppo forte ci sediamo lì, davanti al mare.
Tra una cianotipia e un'annaffiata alle piante.

5) Il tempo è prezioso
Avere tempo mi sta permettendo di perderne un po', cosa che guai, non si fa, è sbagliata, è il male più assoluto.
Così sono cresciuta, così temo tornerò a gestire le mie giornate non appena il tampone mi dirà che è finita.
Ora, però, il pisolino, le due pagine di libro, lo smalto alle unghie, il giardinaggio estemporaneo, la ricetta un poco più elaborata, la serie TV, non me li leva nessuno.
Nonostante diverse ore della mia giornata siano comunque dedicate a portare avanti progetti lavorativi, tra call, mail e post sui social, il tempo per me c'è e sono così disabituata a godermelo che, il più delle volte, non so come usarlo.

6) Il potere del pisolino
Chi ha avuto il Covid probabilmente concorderà: che sonno.
Non solo stanchezza infinita, per me il primo sintomo in assoluto, ma proprio sonno, bisogno di spegnere il cervello totalmente.
Quindi lunghe notti, non sempre soddisfacenti e, sicuramente, mai quanto i brevi pisolini pomeridiani, diventati ormai così indispensabili che sto meditando di mettere un branda in lab, come all'asilo.

(03/06/2022)

7) Dormire insieme è sopravvalutato
Questo punto si collega bene a diversi di quelli precedenti.
Se ci fossimo ammalati in centro, l'alternativa al dormire insieme sarebbe stato uno scomodo divano.
Qui abbiamo tanti letti a disposizione e, dopo i primi due giorni inconsapevoli della mia positività, nei quali abbiamo dormito insieme favorendo la corsa di Andrea tra le braccia del Covid, le restanti notti le abbiamo passate separati.
Alternandoci tra il letto matrimoniale che usiamo abitualmente e quello più piccolo ma decisamente più smart collocato nella mia vecchia cameretta.
Il risultato? Che benessere.
Del resto, se a Versailles i reali avevano addirittura due aree del parco divise, ci sarà stato un motivo.

8) La delusione è sempre dietro l'angolo
Abbiamo fatto la spesa on line: una gran comodità, devo dire.
Abbiamo comprato forse più del dovuto, senz'altro cibi diversi dal solito.
Abbiamo anche acquistato due buone bottiglie di gin, scegliendo l'acqua tonica più adeguata con cui berlo e chiedendo le opportune consulenze all'amico espertissimo.
Oggi, mezz'ora prima della consegna, riceviamo il solito messaggio con gli articoli mancanti: zero acqua tonica.
Al gin liscio non siamo ancora arrivati, quindi: delusione.
Ma ci rifaremo, questo è sicuro.

9) Devo fidarmi di me
Tutti i sintomi che ho avuto negli ultimi dieci giorni erano quello che temevo, pare.
Li ho presi sul serio subito? Ni.
Quando però mi sono fatta coraggio e ho teso per bene l'orecchio le mie paure sono state confermate.
Cosa ho imparato? Che devo fidarmi di me. Non ascoltarmi, quello lo faggio già, da sempre. Devo imparare ad accogliere davvero quello che sento.
Sembra facile, ma, diamine, non lo è.

10) Mio marito è un artista
Non che non lo sapessi già eh, è una delle ragioni che popolano il mio amore per lui.
Ma le cianotipie che ha sfornato in questi giorni lenti, servendosi di poche cose e senza mai uscire dal cancello di casa, sono una meraviglia.
Uno dei ricordi indelebili di questo maledetto Covid primaverile, sarà, senza dubbio, l'immagine dei suoi fogli blu, pieni di fiori, rametti e mini articoli di cancelleria trovati nei cassetti polverosi di casa, appesi agli ombrelloni con le mollette di legno, per asciugare liberi nel sole. Come noi.

Bene, il post è finito e io, finalmente, sono negativa.
Andrea, invece, sperimenterà con il blu di Prussia ancora qualche giorno ;-)


sabato 25 settembre 2021

Oggi è stata proprio una bella giornata




Ci sono cose che non sono capace di raccontare pubblicamente.

Il mio passato, per esempio.
Il rapporto con il mio corpo.
Le difficoltà quotidiane, piccole, piccolissime, che per me, spesso, diventano le più grandi.

Ciò che però faccio più fatica a raccontare, in assoluto, anche nelle decine di quaderni che da sempre riempio di parole, è la felicità.
In particolare, la felicità dell’amore.

Ecco che, dopo mesi di assenza su questi vecchi e stanchi schermi, dopo incipit scritti e dimenticati in un cassetto, dopo dubbi e ripensamenti, consigli e domande, dopo convinzioni non troppo convinte e, persino, dopo richieste esplicite, sono tornata con un post.
Ma, vi dirò di più, sono tornata con un post felice che parla di felicità e che, lo si capisce già dalla lunga premessa, non so nemmeno da che parte iniziare a scrivere.

Forse, come per ogni storia che si rispetti, è meglio cominciare dal principio.

Ci siamo conosciuti più di dieci anni fa, quando, entrambi, siamo saliti su un’auto (era forse una Panda bordeaux?) diretta a Montaretto.

-        -  Piacere, Elena

-       -  Piacere, Andrea

“Sì, ma tutti lo chiamano Sex”

-        - In realtà, mi chiamano così perché di cognome faccio Sessarego

-        - Scusa, ma abiti per caso in zona Sarzano e fai foto ai tramonti sul porto?

-        - Sì, perché? Mi sono trasferito lì da poco

-       -  Perché Facebook, da settimane, mi consiglia il tuo profilo come potenziale amicizia.  Tra l’altro, che buffo, appena torno dal Critical Wine mi trasferisco anche io in quel quartiere

Sono seguiti temporali inarrestabili, litri di vino da servire (e da bere), pile di piatti da lavare, risate, giacche rosse e prati verdi.
E questa è la prima foto che mi abbia mai scattato:



Da quei tre giorni sulle colline di Liguria sono trascorsi anni. Anni di amicizia vicina, vera, profonda, sicura.
Che rispetta i reciproci amori, che condivide le serate con gli altri amici, i turni al circolo, i concerti, i film al cinema o sul divano, i compleanni, i corsi di fotografia, le mostre da disallestire e da visitare, le feste al paesello, i pomodori piantati sul terrazzo, le partite alla wii e gli aperitivi in piazza.
Che prepara la carbonare per le cene più dure di tutte, che si preoccupa nelle giornate lontane, che abbraccia quando la distanza rischia di diventare troppa e che fugge quando la vicinanza comincia a spaventare.

Sono trascorsi anni, eppure, quell’amicizia, è la cosa più grande che ci siamo regalati, è il carburante con cui alimentiamo le nostre risate e l’organizzatrice dei nostri viaggi. È ciò su cui è nato e cresciuto l’amore, è lo scudo che ha protetto quell’amore indifeso dai colpi ciechi e improvvisi della morte.

Fino ad arrivare lì, alla mattina d’inverno in cui, seduti in cucina, abbiamo deciso di smettere di proteggerlo, l’amore, e di organizzargli, invece, una grande festa.

Ci siamo preparati per bene, ci siamo comprati il vestito buono, abbiamo cucito, dipinto, scritto e telefonato, abbiamo invitato gli amici più cari e ci siamo dispiaciuti per quelli che quest’anno assurdo ci ha impedito di avere con noi, abbiamo inciso gli anelli, scelto i fiori più bizzarri e la musica più giusta.
Abbiamo trovato, all’improvviso, il posto perfetto, abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli e ridimensionato l’importanza di tutte le incognite che ci si sono, inesorabilmente, parate davanti.

Ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia come mai prima d’ora, permettendo ai ricordi e alla malinconia delle assenze di accompagnarci, ma restando sempre un passo indietro.
Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso, abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici commuovendoci anche noi, ci siamo fatti fotografare da tutti, pure da una macchina d'altri t'empi, abbiamo alzato i calici, abbiamo guardato tre asini negli occhi e ci siamo guardati nei nostri, ci siamo cambiati i vestiti dietro la portiera aperta dell’auto e fatti un selfie sdraiati sull’erba.

Abbiamo custodito segreti, bevuto il mojito perfetto e mangiato la torta più buona di sempre, in un posto bellissimo, ballato come vent’anni fa con le stesse persone di vent’anni fa, durante una serata fresca, di un giorno d’estate e pieno di Sole. Cuore. Amore (in qualche modo, dai, dovevo pur alleggerirlo questo post, il più sdolcinato, ottimista e felice della storia del blog!).

E ora, signore e signori, che entrino in scena le foto 😊


"Ci siamo preparati per bene..."


"abbiamo cucito, dipinto..."



"abbiamo inciso gli anelli..."


"scelto i fiori più bizzarri..."


"e la musica più giusta..."


e per l'uscita


"abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli..."


"ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia..."
(Agata compresa!)


"Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso..."


"ci siamo fatti fotografare da tutti..."



"pure da una macchina d'altri tempi..."



"abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici..."



"abbiamo alzato i calici..."



"e ci siamo guardati..."



"mangiato la torta più buona di sempre..."




"ballato come vent’anni fa..."



Bonus Sole Cuore Amore:

P.S. Per il titolo si ringrazia la mia testimone, che sotto l’ombrellone, in una calda giornata di metà agosto, mi ha suggerito la frase più semplice e giusta che ci fosse.


Foto: Pierluigi Gori feat Branco Ottico
Fedi: My Golden Age Lab modello Juliet
Grafiche: Spazio 111
Bomboniere: le abbiamo fatte noi, con l'aiuto indispensabile degli amici, per poter sostenere l'associazione SeedScience
Festa: Agriturismo VerdeGioia
Musica: Marta Naive Uke

Sposa:
Abito Caterinette Abiti fatti a mano
Coroncina Les Couronnes de Victoire modello Jeanne
Scarpe Anniel modello Gladiator
Bouquet Lego botanical
Trucco Esteticamente Arenzano
Sposo:
Le cose dello sposo, diciamolo, non interessano a nessuno. Però il gilet arriva da Goteborg e quando lo comprammo, tre anni fa, decidemmo che, se mai ci fossimo sposati...



lunedì 22 marzo 2021

Ciao Maria, io esco



Mio padre assomigliava a Gino Strada. Lo diciamo sempre, io e la zia, che quando ci capita di vederlo in tv pensiamo a papà. È principalmente una questione di sguardo: grandi occhi circondati da pesanti borse e cipiglio sempre un po' arrabbiato. Ma anche sorriso raro, un po' sornione, spesso nascosto da baffi e barba incolta.

Mia madre, invece, assomigliava a tutte. Ogni donna intorno alla settantina, piccola di statura, magra, con i capelli brizzolati e l'andatura a metà tra il fiero e l'incerto è mia madre, nonostante la sua personalità fosse particolare e inconfondibile. Genova, si sa, è una città vecchia e, almeno nel centro storico dove vivo, lavoro e mi sposto quotidianamente, la maggior parte delle "signore anziane" che incontro non porta i tacchi alti, nè la pelliccia, nè i capelli lunghi e tinti. Tra le persone in cui mi imbatto spesso, di media tre o quattro volte al giorno, ci sono donnine basse, con i capelli corti e bianchi, il piumino, la borsa a tracolla e le scarpe da trekking.
In pratica, c'è mia madre.

All'inizio mi andava il cuore in gola, adesso ci ho fatto l'abitudine e, anzi, se sono particolarmente malinconica, quando ne vedo una all'orizzonte, socchiudo gli occhi per scorgerne solo i tratti sommari e fingere che sia lei. A volte devo trattenermi dall'avvicinarmi, dal chiedere di scambiare due parole, dall'abbracciare. Proprio io, che gli abbracci li odio (e se c'era una persona che li odiava più di me, forse, era mia madre).

Domani sono due anni che è morta la Maria. Come ho già scritto in passato, pochi giorni prima di ricevere la diagnosi ascoltava spesso e condivise addirittura sul suo profilo facebook questa canzone, in particolare queste parole: 

Al tramonto, di tutto, potremo capire
Sopravvivere dentro ad un tratto di colore
Nei suoni più caldi scomparirà il dolore
Poi forse un giorno ci rincontreremo

Inutile che scriva quanto per me sia ancora difficile sentire il pezzo di Cosmo, nonostante, in qualche modo, mettermi le cuffie e farlo partire significhi anche riavvicinarmi a lei e accorgermi che, per un momento, "nei suoni più caldi scomparirà il dolore".

Il mio passaggio preferito, però, è quello che arriva un attimo prima:
Saremo orizzonti e ci potremo ammirare
Ci nasconderemo nel profumo del mare
Ci ritroveremo nei dettagli più belli
Ci riscopriremo nelle cose più rare
E sarà superfluo non saperlo spiegare

perché è esattamente così che succede, da ventiquattro mesi esatti.
Un anno trascorso dall'ultimo post di anniversario, un anno in cui non è cambiato nulla. Per tutti, mica solo per me. La pandemia ci costringe tra casa e lavoro, limita gli spostamenti fisici ma, al contrario, alimenta quelli mentali. Quanti film mi sono fatta in questi mesi! Quante volte ho incontrato il passato nella quotidianità, senza riuscire non dico a scalzarlo, ma almeno a contenerlo con immagini del futuro.

E dire che di progetti in cantiere, anche piuttosto grandini, ne ho eccome. Ma a costo di sembrare retorica, pesante e scontata, senza poterli raccontare a lei, a loro, diventano automaticamente più piccoli. 
E quindi, in questi giorni tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, cerco di riprendere il controllo che ho perso due anni fa e che, volutamente, ho fuggito per tutto questo tempo. In un periodo in cui possiamo controllare poco mi sono data il permesso di non controllare niente. Però mi sono persa, e tanto. Non ho ricominciato, non ho proiettato, sono stata nel passato e, quando è andata bene, sono sopravvissuta nel presente. Che lo so, l'importante è il qui e ora, ma a volte mi piacerebbe sentire i quasi quarant'anni che ho e cominciare a riflettere su quello che vorrei e che, vita di mxxxa permettendo, potrei provare ad avere. Magari ce l'ho già e non lo so, magari invece no.

Detto questo, la Maria, la cerco (e la trovo) ovunque.
Nei garofani lilla che mi ha regalato qualche giorno fa una sua amica, nei fiori raccolti a Vesima appena la Primavera ha iniziato a farsi spazio, nelle riunioni di condominio e di comitato in cui faccio malamente le sue veci, nella mia voce, nella stoffa rosa cipria, nella creta a cui do forma, nella strada che percorro al mattino, nello yoga che pratico la sera, nelle verdure di Maurone, nei dopo cena al telefono con gli zii, nei caffé con i vicini di sopra, nei vecchi scatti che conservo nel telefono, nella pervinca infilata nel vasetto al cimitero che chissà chi le ha portato, nei tramonti visti per sbaglio, nei libri che leggo, nei ricordi puntuali del mio ex professore di filosofia, nei vestiti che indosso, nei miei capelli bianchi, nell'albero fiorito della foto quassù, nelle quotidiane discussioni del forum, in questo post scritto nei giorni sospesi della diagnosi (e io, che non credo a nulla, non sono riuscita a non notare, in una notte insonne, il numero 23 degli euro spesi per comprare gli animali: lo stesso numero del giorno in cui è andata via, sei mesi dopo).

E niente, ho finito, con un dito mignolo bruciato dal forno, pubblico a distanza di tre mesi dall'ultima volta, con tanta e contemporaneamente poca voglia di dire, di scrivere, di aprirmi. Ma come mi ha consigliato oggi quel sant'uomo che vive con me, il titolo giusto è "Ciao Maria, io esco", per ritrovarti e, soprattutto, ritrovarmi.