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sabato 18 ottobre 2014

Vacanze romane: cose che non sapevo di me.

Quando si viaggia da soli si impara sempre qualcosa di sé.
Questa è la mia ultima sera a Roma, nella stanza accanto hanno appena stappato una bottiglia di spumante e un paio di piedi nudi hanno attraversato di corsa il corridoio per prendere due bicchieri in cucina. Prosit.
Sono rientrata poco fa dalla cena, ho mangiato in un'osteria qui vicino, ho fatto due passi nel viale di magnolie, ho pensato a me e alla settimana che verrà, fatta di curriculum da inviare, analisi da completare, visite mediche da ricordare, Festival della Scienza da iniziare.
Domani ho il treno diretto che mi riporterà a Genova, che mi è mancata un sacco anche se di starmene lontano per un po', pure poco, ne avevo davvero tanto bisogno.
Il convegno che ho seguito è stato molto interessante, il primo giorno cose già viste e sentite, oggi novità e tecniche utili per concludere degnamente questi due anni di assegno ormai in scadenza.
Quindi, dicevamo, viaggiando da soli si scoprono un sacco di aspetti personali che non si conoscevano. Ecco i miei:
1) Non mi piace mangiare da sola. Racconto spesso che ho iniziato tardi a farlo, ero già all'università la prima volta che ho pranzato con un'insalata greca al Botteghino delle Vigne. Piano piano mi sono abituata, ma è inutile: non mi piace. In questi giorni ho pranzato con un panino imbottito di frittata e verdure grigliate sul treno, all'altezza di Grosseto, in piedi nel corridoio. A cena ho preferito un aperitivo mentre ieri, a pranzo, un piatto di bucatini cacio e pepe non me lo ha tolto nessuno. A cena ho onorato le tradizioni e ho mangiato il baccalà fritto con le puntarelle e un quarto di vino bianco, come se con me ci fosse stata Anna la mia fedele compagna di viaggi di lavoro. Oggi, a convegno finito, mi sono seduta nel ristorantino di pesce che avevo adocchiato ieri: tartare di spigola e bicchiere di vino, tutto buonissimo ma 2,50 euro per un caffè e addirittura 3,00 euro per mezzo litro d'acqua del rubinetto...proprio no. E questa sera, dopo un pomeriggio infinito in giro per mostre, ho ceduto al menù a prezzo fisso con lasagna e bruschette, concedendomi ben due bicchieri di albergaccio perché è l'ultimo giorno e sono un poco triste. Morale della favola: non mi piace mangiare da sola, persino a colazione preferisco stare al bar (in religioso silenzio ma pur sempre tra la gente), però se sono costretta a farlo lo faccio, e pure bene.
2) Visitare mostre per me è come camminare: da sola è molto meglio. Non è vero, ho detto una bugia: visitare le mostre e camminare sono due attività che da sola faccio volentieri e benissimo, ma se posso condividere una cosa così bella con chi ama farlo tanto quanto me...beh allora sono felice davvero. La prerogativa essenziale è, tanto per cambiare, il silenzio. No commenti su quel quadro o quello scatto, no pause per foto, animaletti, alberi strani, didascalie, audioguide inceppate, falchi pellegrini. Le considerazioni sulla passeggiata e sull'esposizione solo a cose fatte, grazie.
3) Se non fossi una conservation scientist (ahahahaha, diagnosta per il restauro, va) sarei biologa, anzi botanica, anzi lichenologa. Quando partecipo a convegni simili a quello concluso oggi ho improvvise certezze e chiare visioni del se e del ma. Amo le piante, amo i muschi, le felci, le alghe, i fiori piccoli e sconosciuti. Amo le foglie, gli alberi, i prati. Amo tutto quello che è natura, bellezza, spontaneità. Però amo anche l'arte, i colori, la capacità di pochi (pochissimi) di dirmi esattamente come si sta con un peso nel cuore, con un bimbo in arrivo, con un lutto nel cervello, usando semplicemente una matita, un pigmento, una forma, un materiale.
4) Il secondo punto ritorna in questo. Perché in tre giorni ho visto quattro mostre, perché domani forse ne visiterò una quinta, e questo è stato possibile unicamente perché ero sola e perché negli artisti che ho deciso di andare a vedere si nascondono tutti gli aspetti di cui ho scritto poco fa. Il punto di vista spontaneo e capovolto di Escher, la bellezza immortalata da Cartier Bresson, la natura e i colori di Fontana (detentore ufficiale del mio cuore per un mese almeno), le difficoltà e le gioie nascoste tra gli scatti di Erwitt e Gardin.
5) Ho il senso dell'orientamento di un calzino. Nullo. Mi sono persa ogni giorno, verso ogni meta, ad ogni ora. Non che non lo sapessi, per carità, ma non credevo di essere così incapace di leggere una cartina, di riconoscere una via, di raggiungere un posto alla prima. Per fortuna che oggi pomeriggio, sul tram, il pompiere Mario mi ha guardato le scarpe, mi ha chiesto se vado in montagna e mi ha accompagnata fino all'ingresso dell'Auditorium, dove mi hanno scontato il biglietto per l'impegno. Giuro. (Nu se semo presentati, io sò Mario comunque. Se vedemo 'n giro)
6) Non potrei mai vivere in una città grande. Mi riallaccio automaticamente al punto scorso ma è così. Mi perdo, non mi serve tutto questo spazio, non lo so gestire e mi mette l'ansia. La metro di Roma? Uh, per carità. Meglio i quattro metri quadri di quella di Genova, che a fare a piedi arrivi prima. Ha ragione il vicino-vicino, mi manca la gallina nella gabbia e poi non avrò nulla da invidiare a Renato Pozzetto, ragazzo di campagna.
7) I book-shop sono il male, per il mio portafoglio di sicuro. Ho risparmiato in bus, metro e tram, ma ho spesso una fortuna in cataloghi, cartoline, stronzate varie ed eventuali di un'inutilità imbarazzante. Unico altro regalo: due taxi la sera per non attraversare Roma al buio con la certezza matematica di perdermi e farmi rubare tutto, cataloghi e cartoline compresi.
8) Ballando con le stelle è il male più dei book shop. Lo sto "guardando" ora mentre scrivo, un trauma per chi ha vissuto anni senza TV. Anzi, mentre la Carlucci dice "Chissà le gambe come sono diventate dure nel frattempo" medito di spegnere e di mettermi a leggere questo (uno degli innumerevoli acquisti di cui sopra, ma Fontana a Palazzo Incontro, con la libreria Fandango al piano terra, non ha aiutato a non comprarlo).
Ho scoperto altre mille cose, ma si fa tardi e si fa lunga, le terrò per me. S'è fatta na certa, come dicono qui.
Daje.




giovedì 16 ottobre 2014

Postcard from Italy

"Siete davvero sicuri che un pavimento non possa essere anche un soffitto?" Diceva Escher. E lo dico anche io.
Una delle ragioni per cui patisco l'immobilità, il non andare mai in viaggio, il rimanere sempre ancorata nello stesso posto, deriva proprio dal bisogno di verificare che il pavimento possa essere anche un soffitto. Cambiare il punto di vista, guardare il mondo da un'altra prospettiva, mettersi a testa in giù, sotto sopra, per poi tornare a casa. In questi giorni a Roma, ufficialmente per un convegno che promette grandi cose, voglio provare a muovermi tra mostre, negozi, strade, con l'unico obiettivo di vedere quello che c'è. Oggi in treno ho viaggiato benissimo, la stanza dove alloggio è piccola, semplice e silenziosa e per arrivare in centro mi spetta una passeggiata tranquilla di una quarantina di minuti. Che camminare mi piaccia è cosa nota, così come è cosa nota che il mondo dell'arte si spartisca con quello della natura buona parte del mio cuore. Quindi, appena arrivata, giusto il tempo di lasciare la valigia e controllare la cartina, mi sono fiondata a passo spedito lungo Via Cavour, ho attraversato la zona dei Fori (dove domani e sabato trascorrerò buona parte del mio tempo) e sono andata al Chiostro di Bramante a vedere la mostra di Escher. L'anno scorso nello stesso posto avevo visto Bruegel ed ero rimasta incantata dal luogo prima ancora che dall'esposizione. Questa volta la sensazione è stata la stessa: così stritolato dal centro storico si nasconde uno spazio ampio, elegante, misterioso, dal quale guardare il cielo con un punto di vista completamente diverso, proprio come piace a me.
La mostra è bellissima, ricca di opere, interattiva, con audioguide gratuite e un percorso appositamente pensato per i più piccoli. Non so dire quanto io sia rimasta là dentro, davanti alle geometrie impossibili, alle sequenze infinite di pesci, uccelli, scale e triangoli, sicuramente più di un'ora. Quando sono uscita stava venendo buio e sono finita di nuovo e magicamente in mezzo al momento in cui si accendono i lampioni. Ho fatto un giro in Piazza Navona dove una ragazza suonava l'arpa, un signore anziano cantava Caruso, il solito indiano arancione fluttuava a un metro da terra, un uomo teneva un mazzo di palloncini attaccati alla lunghissima lenza di una canna da pesca e un ragazzo in cravatta lanciava clave infuocate verso il cielo. Mi sono seduta davanti a un piccolo locale con l'ingresso ricoperto di lucine accese e ho ordinato uno Chardonnay Bio del Lazio, ho bevuto con calma, spiluccato dal piattino di bruschette, olive e insalata e poi, sulla via del ritorno, ho preso un gelato.
Confesso di essermi regalata pure un taxi, la strada era lunga e devo farla almeno ancora una volta se non voglio ritrovarmi al buio, col telefono scarico, dall'altra parte di Roma.
Quindi ora, dal letto della mia piccola camera, con l'abat-jour accesa e le salamandre attorcigliate di Escher che si rincorrono nella mia testa, scrivo e guardo la TV, quella TV che non possiedo da quasi cinque anni e che stasera, ironia della sorte, passa un film demenziale su una ragazza sempre invitata ai matrimoni degli altri e mai protagonista del suo. Punti di vista.
Dalla finestra davanti a me vedo altre finestre illuminate, poco fa a sinistra mangiavano attorno a un bellissimo tavolo, al piano di sopra solo gerani e a destra scale, scale e ancora scale come nelle stampe di Escher.
Chissà se domani riuscirò a vedere un'altra mostra o, stancata dal convegno, verrò solo a mangiare una montagna di cacio e pepe nella piccola osteria qua sotto. Di sicuro ci sono almeno altre quattro esposizioni che meriterebbero una visita, ma come ho scritto all'inizio del post sono "qui con l'unico obiettivo di vedere quello che c'è".