sabato 30 aprile 2022

Destinazione Parigi

"La Primavera è per chi sta bene", dice Stefania Andreoli.
E ha ragione.

Io la Primavera la odio, per tutti i motivi che elenca la dottoressa: è la stagione che ti chiede di esserci, di uscire, di vedere gente, di fiorire. Ti da un appuntamento con la vita, senza chiederti se sei pronta.


E io, che pronta non lo sono (da) mai, la Primavera la odio.

Preferisco l'Autunno, colorato e precario, mi somiglia di più. Sopporto l'Inverno, perché mi piacciono l'aria frizzante, il mare grigio e mi faccio coraggio quando arriva il Natale.
L'Estate? La attraverso, godendomi le giornate lunghe, le lanterne in giardino, i luoghi nuovi e quelli di sempre.

Questo post, iniziato con un pensiero che mi risuona in mente ormai da qualche tempo, è, in realtà, un post di viaggio. Comincia sul treno che mi sta portando a scuola, dove terrò l'ultimo laboratorio prima di partire: destinazione Parigi.

Giorno 0

Di nuovo sul treno. Un ottimo segno: significa che, per lo meno, siamo riusciti a partire.
Io sono quella che sta scrivendo sul quadernino più bello del mondo, mentre attraversiamo i boschi al confine con la Francia.
Sono quella con il pile peloso della Patagonia, che mi fa caldo ma nel borsone non ci stava. 
Sono quella con la pancia piena di lividi per l'eparina, che ogni ora ha la sveglia puntata per alzarsi e camminare.
Ah, dimenticavo, sono anche quella con una gamba in scarico, senza calzini, con la caviglia ricoperta di Fastum Gel e il ghiaccio istantaneo nello zaino, che a Milano mi sembrava buona cosa prendere una bella storta sulla strada verso la stazione. 
Sono io, più che mai.
Sono in viaggio fuori dal mio paese, dopo quasi tre anni.
Sono felice.
E scavigliata.

Giorno 1
Siamo a Montmatre. Oggi c'è il sole e abbiamo modificato un po' i nostri piani per godercelo.

Siamo seduti in attesa di un caffè, io scrivo e lui scatta foto.
Sono a Parigi, la città in cui io e mamma avremmo sempre voluto andare insieme.
Quest'anno, finalmente, ero pronta per fare questo viaggio e portarla con me, nel cuore, per farle vedere tutto.
Come mi sento? Come se qui ci fossi cresciuta. Come se la mia vita in Italia fosse un lungo Erasmus. Mi sembra di aver già scoperto alcuni scorci, di essermi già persa tra i viali, di aver sempre mangiato crepes e marmellata a colazione.


Dopo un croque monsieur grosso come un Castiglioni Mariotti abbiamo fatto un giro al mercato dei fiori dell'Île-de-France e ci siamo seduti di fronte a Notre Dame.
Da quel momento ho pianto per quasi un'ora: il cantiere coperto dai fumetti bellissimi che lo raccontano e il violinista che suona al centro della piazza polverosa, non bastavano. Occorreva il ragazzo italiano che si inginocchiava davanti alla fidanzata e le chiedeva di sposarlo, mentre il violino suonava "Bitter sweet simphony", lei rispondeva di sì e la gente scoppiava in un applauso fragoroso o, come nel mio caso urlava un "Braviiiiiiiii" impastato di lacrime e muco.
Et voilà.

Da Notre Dame alla Saint Chapelle dopo una passeggiata lungo la Senna. Metal detector, body scanner e via tra vetrate incredibili e statue policrome. Un tuffo dritto nei miei trent'anni.

Poi Bastille, ma ci siamo arrivati camminando sulla Coulée Verte René-Dumont e, come al solito, la natura mi mette in pace con il mondo e mi ripara il corpo, in questo caso la caviglia (con l'aiuto indispensabile di monsieur Fastum gel).


Giretto a Place des Voges e poi cena alla Brasserie Rosie, per pimpare a dovere il mio colesterolo già alto e buttare nel cesso quattro mesi semi vegani. 
Prima di crollare in quel bozzolo meraviglioso che è il letto dell'Hotel, una bevuta all'angolo e due righe qui.

Giorno 2
Dritti dritti al Marché aux puces de Saint-Ouen, un enorme mercato delle pulci ai bordi di Parigi.

Tempo di visita nostro: mezza giornata con pranzo al Gasteropodes, lo street food dentro al capannone.
Tempo necessario per girarlo bene, tutto: un giorno intero. Minimo.
Io, naturalmente, mi sarei comprata ogni cosa.


Tappa fotografica a Les Halles e pomeriggio al Marais. Cheese Cake incredibile al sapore di litchi, rosa e lampone (con caffè discutibile ma sempre migliore degli altri bevuti fino ad ora).

Un attimo prima del diluvio via, dentro al Centre Pompidou, dove abbiamo trascorso il resto della giornata, immersi tra colori, emozioni e tanta, tanta meraviglia.







Cena super da Le Potager de Charlotte: un ristorantino vicino all'hotel, totalmente vegano e meno affollato degli altri pasti parigini.
[n.d.a. qui zero mascherine ovunque, anche in musei, ristoranti, negozi. Zero green pass. Zero distanziamento. Fa strano, lo ammetto, cenare con una persona sconosciuta seduta a mezzo metro da te, spesso al tuo stesso tavolo].

Giorno 3
Le Ninfee di Monet all'Orangerie mi hanno tolto la parola. Ma pure Le Jardin des Tuileries tutti fioriti e invasi dal sole.

Qui sono fighi anche i piccioni.
Abbiamo pranzato tra i tulipani su seggioline verdi, disponibili, trasportabili, comodissime, ma, soprattutto, ancora tutte lì, pur non essendo rivettate al centro della terra.




Pomeriggio alla Tour Eiffel: un carrozzone incredibile tra lavori in corso, strade bloccate dalla polizia per via delle elezioni presidenziali, visitatori che si scattavano vicendevolmente foto di dubbio gusto, lucchetti dell'amore (ancora!) attaccati ovunque.
Ci siamo arrivati attraversando gli Champs Elysée, super caotici e molto turistici e passando sotto l'Arc du Triomphe.




               

Bilancio della giornata: mattina vince su pomeriggio a mani basse.

La sera a cena da Buillon, finalmente escargot! Macron di nuovo presidente e, mentre leggevamo la notizia sul telefono, una ragazza seduta al tavolo accanto al nostro, ha bussato sul plexiglass che ci divideva e ci ha chiesto di mostrarle il display. Il suo sospiro di sollievo, le lacrime agli occhi e i nostri bicchieri che si incontrano sulla plastica trasparente non li dimenticherò tanto facilmente.

Giorno 4
Louvre alle 9.30. Usciti alle 15.30.
Abbiamo visto tutto? Ovvio che no.
Abbiamo visto tanto? Direi proprio di sì.

Da brava genovese mugugnona, i fast food all'interno della struttura non li avrei messi. Tanto meno il centro commerciale. Ma, per l'appunto, sono una genovese mugugnona.
La Gioconda l'ho vista da 20 metri, la Vergine delle Rocce da 4, la Zattera della Medusa da 2 e la Libertà che guida il popolo da 1. In compenso mi sono goduta da vicino Caravaggio, Botticelli, Fussli e Ingres. Tiè.




Usciti dal Louvre ci siamo accasciati (letteralmente) nel cortile del Palais Royal, dove Andrea ha trascorso un'oretta buona di onanismo fotografando l'istallazione di Buren da tutte le angolazioni possibili.



Poi giretto in Plance Vandome, passando per la boutique di Aesop dove ho comprato il mio primo prodotto: una minisize di balsamo alla modica cifra di 15 euro che profuma di spa e riesce a districare in due minuti il nido di chiurlo che mi ritrovo in testa.

Fine giornata a Operà Garnier e alle Gallerie Lafayette: finalmente ho a avuto la conferma che, nei grandi magazzini, concepire un angolo, anche piccolo, dedicato al second hand e alla moda sostenibile è possibile.
L'ho svaligiato (allego foto scattata da mio marito che controllava, nascosto dietro un angolo, che non mi svuotassi il conto).



Cena improvvisata da Le Mesturet , incredibilmente buona e sufficiente per resistere un paio di settimane senza cibo, cosa che noi ovviamente non abbiamo sperimentato, anzi, dieci ore dopo ci siamo scassati di croissant.

Giorno 5
Sveglia con calma perché la giornata di ieri è stata un massacro.
Mattina al Musée d'Orsay: un'emozione enorme.
Monet, Renoir, Degas, Van Gogh, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Seurat... tutti nello stesso posto. E che posto.




Smarcata la galette a pranzo, abbiamo gironzolato nel Quartiere Latino, siamo entrati alle Officine Universelle Buly dove il mio amato Phylosikos al legno di fico è stato soppiantato da un profumo nuovo: Lichen d'Ecosse (Lichene di Scozia). Solo io. Giuro che è buonissimo.

Tappa da Veja, così, il mio primo paio ormai bucato può andare in pensione e dal rosa pallido si passa al rosa scuro.

Siesta ai Jardin du Luxembourg per fotografare le barchette a vela e sonnecchiare sulle sdraio, giretto veloce da Shakespeare and Co e poi cena libanese da Liza. Ottima, un filo abbondante e, nel mio caso, tutta vegetale. Quell'hummus con i ceci saltati al centro me lo sognerò anche di notte.

Un cognac sotto l'albergo e via dormire che, domani, ci aspetta Versailles.

                               

                                                         

Giorno 6
Oggi ultimo giorno, domani pomeriggio si riparte.
Io, finalmente, comincio a rilassarmi: tempismo perfetto.

Abbiamo deciso di dedicare tutta la giornata al Château de Versailles, per camminare nel verde e goderci la primavera parigina.
Abbiamo avuto fortuna: tempo splendido, perfetto per mangiare una quiche in mezzo agli alberi e un macaron di Angelina al Trianon.
Non abbiamo fatto il giro del lago in barca, né affittato una macchinetta elettrica, né preso il trenino interno, ma io, che sono anziana e previdente, la cena di stasera l'ho prenotata a quattro minuti a piedi dall'albergo: qui, all'Elan 9.




Oggi è stato bellissimo, la conclusione perfetta di questo viaggio e, quando alla Boutique du Jardin del parco ho comprato un mazzo di fiori finti splendidi da portare alla Maria, mi sono fatta tenerezza da sola.

Grazie, grazie, grazie a chi mi ha donato, per i 40 anni, questa avventura meravigliosa!
Grazie a mio marito che ha avuto l'idea e mi ha allenata alla partenza lottando quotidianamente con le mie paranoie, a chi mi ha regalato il pass musei, a chi ha scelto per me la cena più francese che ci sia, a chi mi ha immaginata felice nei giardini di Versailles, a chi si è resa disponibile per nutrire Agata, di cui, di seguito, agevolo fermo immagine da una delle telecamerine che avevamo installato in casa per assicurarci stesse bene (sotto, la versione conservata al Musèe d'Orsay).


                           
Disclaimer:
non badate ai tempi verbali, questo post è nato sulle pagine di un quaderno ed è cresciuto, di giorno in giorno, seguendo le tappe del viaggio. Post produzione: quasi zero.
Avrei voluto inserire qui più foto, ma direi che un diario di viaggio così lungo si è visto di rado.

Info utili

Vaggio: noi siamo andati e tornati in treno, da Milano Centrale a Gare de Lyon, con un Frecciarossa pomeridiano in entrambi i casi. Meno di sei ore, comodissimo e super puntuale.
Sulle due uscite obbligatorie in autostrada e i mille cantieri che hanno allungato il viaggio di rientro notturno di un'ora, invece, non dico nulla.

Alloggio: abbiamo dormito sempre nello stesso Hotel, un Ibis. In particolare, in questo.
Ci siamo trovati benissimo, stanza piccola, colazione a buffet, molta gentilezza. Per noi che uscivamo presto e tornavamo solo a dormire è stata una scelta vincente, in particolare per la posizione strategica.

Musei: abbiamo prenotato tutto il prenotabile settimane prima della partenza. Il pass musei è stato comodissimo e ci ha risparmiato diverse code.

Dove mangiare: anche in questo caso abbiamo prenotato (le cene) prima di partire. Tutto tramite Google o mail, richiesta di conferma sotto data e via. Per noi è stato utile perché dopo giornate intere di cammino (20 km di media al giorno) sapere già dove recarsi era davvero rassicurante.

Spostamenti: abbiamo usato, quando le distanze non erano sostenibili a piedi, sempre e solo la metro tranne per arrivare a Saint-Ouen, che abbiamo raggiunto in bus e a Versailles, per cui occorre prendere la RER.

Costi: è stata una vacanza costosa. Dopo tre anni di stop forzato e il viaggio di nozze vero ancora in ballo non ci siamo limitati. Le cene erano quasi tutte mediamente più care che in Italia, ma ottime. I pranzi, seppur contenuti (un panino, una galette, un'insalata, un pezzo di quiche), decisamente fuori misura. Giusto per dare un'idea: un caffè mai meno di 2.50 euro (se al bancone), una birra piccola mai meno di 5 o 6 euro. L'acqua vabbè, lo sapete, lì si beve gasata come aperitivo e costa 5 euro a bottiglietta. Geniale.

(Ancora) da vedere: a Parigi voglio tornare, mi restano da vedere il Musée Marmottan, il Père-Lachaise, il Jardin des plantes e la cattedrale di Saint-Denis. Almeno.


venerdì 4 marzo 2022

La Muta


Per onorare le vecchie buone abitudini: musica.

Questo post è nato sul tappetino da yoga, mentre praticavo e, come sempre, riuscivo a fatica non riuscivo minimamente a stare "nel qui e ora". 
Ascoltavo le mie sensazioni e cercavo di ritrovarle in momenti già vissuti, lontano da asana e mattoni di sughero.

In quell'istante ero in pace, ero in una situazione di tranquillità così piena da commuovere anche i cuori più duri. Persino il mio.
Nonostante questo sia un periodo, per l'ennesima volta, tanto teso quanto difficile, quel momento liquido nella penombra silenziosa, mi ha scaraventata in un viaggio velocissimo, alla ricerca di altri attimi così, nella mia proverbiale memoria inesistente.

E li ho trovati, sapete?
Tutti con un punto di contatto, con una caratteristica comune, che, come ho scritto poco fa, è la liquidità.
Mi spiace però per l'amico Zygmunt, perché, mentre sul tappetino da yoga la liquidità la portavano i movimenti fluidi del vinyasa, nelle altre occasioni che ho ricordato la liquidità era, semplicemente, quella dell'acqua. Niente liquidità sociale, dunque, almeno per adesso.

Mi sono sempre pensata legata all'elemento terra, tutta boschi, sentieri, prati, montagne e piante.
E, invece.

Invece gli attimi di felicità, quella che dura poco, ma anche quella che resta quel tanto che basta per essere riconosciuta, accolta e persino festeggiata, erano accanto all'acqua, in tutte (o quasi) le sue declinazioni.
Non di ogni momento ho una foto, in certi casi ho scatti perfetti, di altri ho solo il ricordo. Ne ho contati 12, ma credo, anzi ne sono certa, siano molti di più.

1) Una mattina di settembre, in spiaggia, a Varazze. Ne ho già parlato in altri post.
Con la maschera sotto il pelo di un'acqua increspata dalla tramontana, alla ricerca di sassi colorati, pesci e tesori, ho trovato, invece, la felicità. Mamma leggeva sulla spiaggia di sassi, io stavo proprio bene.

2) Un pomeriggio d'estate, sdraiata accanto a una pozza, ai laghetti di Fiorino. Non ero sola, guardavo il cielo e le piante secche incastrate nella roccia sopra di noi, con gli occhi socchiusi per la troppa luce. Avevamo appena incontrato una vipera impegnata a digerire su un sasso rovente, faceva un caldo infernale, ero felice.

3) Sugli scogli di Pieve Ligure, un rito di ormai tante estati fa. A guardare le meduse con la maschera, a prendere il sole con il seno scoperto, a mangiare gli spaghetti con le vongole dal benzinaio. Giornate anni settanta che spero di non dimenticare mai.

4) A Is Arutas, circondati da milioni di mosche, il primo giorno di Sardegna. Poche ore per vedere tutto, sposare due amici grandi, raccogliere fiori e mangiare tonnellate di fregola. Ma quel pomeriggio di vento, in una spiaggia deserta di inizio giugno, sarà davvero difficile da dimenticare.

5) Sulle rive del lago di Castillon. Che i laghi, forse, mi mettono pure malinconia, ma davanti alla loro calma, io, dormo. Sotto il salice piangente, in mezzo a famiglie allegre, gonfiabili bellissimi e chioschi di cibo improponibile ho telefonato a casa e mi sono addormentata. Per ore. Poi, ho fatto il bagno.

6) Alla piscina del Porto Antico, dove sono riuscita a nuotare, praticamente da sola, tantissime volte. Non ho mai capito come sia stato possibile, visto che una delle sue caratteristiche più note è l'affluenza, ma a me è successo spesso e ho goduto sempre, fortissimo.

7) Sui laghi d'Orta e Maggiore, durante l'ultima mini vacanza con mia madre, in un viaggio organizzato dalla sua "classe di arte". I laghi mi mettono malinconia, l'ho già scritto poco più su e, in questo posto, credo non riuscirò a tornare mai più.

7) A Roscoff, nella Bretagna che sognavo da sempre. La marea che arrivava a lambire l'albergo, con l'acqua illuminata dai lampioni e un'atmosfera fredda nebbiosa da perfetto giallo francese. Uno dei ricordi più belli che io abbia.


8) Alle terme di Bagno Vignoni, con i piedi a mollo, pochi giorni dopo la fine del viaggio di mamma. Una fuga che mi ha salvata dalla burocrazia imminente e mi ha permesso di ricoprirmi di argilla bianca, di riempirmi gli occhi di verde sconfinato e di osservare incantata decine di cipressi scuri come la morte.

9) A Galtero, un pezzettino di terra minuscola attaccato a un'isola piccola, durante una vacanza enorme. Un viaggio stanco e bellissimo, pieno di tutto quello che amo. In quel posto dimenticato dal caos, tra brughiere, pecore e sassi, ci siamo fermati sulla spiaggia battuta dal vento, a raccogliere conchiglie, aspettando la pioggia.

10) Davanti al Rifugio Vallanta, con le nuvole basse e le prime gocce che creavano piccoli anelli concentrici sulla superficie del lago. Il temporale stava arrivando, la pandemia l'avevamo faticosamente e momentaneamente allontanata dai nostri pensieri, i lupini in fiore ci aspettavano sul prato del rifugio dove alloggiavamo, insieme a un grande cane bianco.

11) Sul bordo della piscina di Colletta di Castelbianco, l'estate scorsa. Lì mi sono rilassata, abbronzata e pure un poco angosciata. Lì ho letto uno dei libri più belli di sempre, ho disegnato, e mi sono guardata attorno, per ore intere, senza quasi capire dove fossi.


12) Nella spiaggia del campeggio vicino a casa, di nuovo l'estate scorsa. Poche settimane dopo il matrimonio, con i nostri amici e con Nora che cresceva accanto a noi, nel sole di Agosto. Un posto insospettabile per una felicità semplice e, nello stesso tempo, grandissima.

E adesso, forse, vi chiederete: "perché il titolo La Muta?" Perché ormai qui scrivo poco, in particolare quando le cose cambiano e di cose, in questi anni, ne sono cambiate tante, per tutti. Se quando le cose cambiano tendo a scrivere poco, beh, parlo ancora meno. Faccio la muta, insomma. In tutti i sensi.






lunedì 3 gennaio 2022

40


Oggi sono quarant'anni che sono al mondo.
40.
E, come da quarant'anni a questa parte, sono tre giorni che è iniziato un nuovo anno, per tutti.

I tempi in cui scrivevo buoni propositi sono finiti, quelli in cui facevo un bilancio probabilmente non sono mai cominciati. 
Ma, quindi, perché sono qui, oggi?
A causa di due fratelli, uno un poco più vecchio dell'altro, che conosco bene, si può dire da sempre e che mi hanno fatto notare la mia assenza sul blog.
Arrivano sempre insieme, almeno quando vengono a trovare me, a volte il minore ha qualche minuto di ritardo, ma, negli anni, ha imparato a prepararsi per tempo e uscire insieme al fratello maggiore.

Non si somigliano affatto, con il più grande sono sempre andata d'accordo, è un po' duro e poco accomodante, ma trascorrere del tempo con lui mi fa sentire a casa, anche perché era molto amico anche di mamma. Il più piccolo, invece, è il classico soggetto che ha poco da dire e che pur di farsi notare rovina la serata con una delle sue entrate fuori luogo, inaspettate, prepotenti e imbarazzanti per tutti, in particolare per suo fratello.

Se vi state chiedendo chi siano questi due e perché non ne abbia mai parlato, in realtà ho scritto moltissimo del mio rapporto con loro.
Credo, più o meno velatamente, di averne parlaro in ogni post di questo blog. 
Forse non li ho mai chiamati per nome, ma, all'alba dei quarant'anni, posso anche prendermi il lusso di farlo: si chiamano Senso del Dovere e Senso di Colpa.

Da quando arrivano insieme non riesco a godermi nemmeno un minuto con il fratello maggiore, non riesco ad assaporare il piacere di fare, insieme, qualcosa di più o meno importante senza che quel moccioso di Senso di Colpa si impicci, faccia casino e mi mostri inesorabilmente il lato insufficiente di me e delle mie azioni.

Ecco, quest'anno appena trascorso, non so se a causa della pandemia o, semplicemente, dell'età che avanza, i due fratelli sono venuti a trovarmi spessissimo. A volte, cosa che in passato non capitava quasi mai, al citofono ha suonato solo Senso di Colpa, tronfio e orgoglioso della sua indipendenza, petulante e noioso come non mai. 

Anche per la maggior parte di voi, immagino che il 2021 non sia stato un anno di viaggi intorno al mondo, di libertà e spensieratezza, di sfrenata fiducia nel futuro.
Ma (e non è cosa da poco, lo riconosco) è stato per me un anno di enorme consapevolezza.
Ho trascorso moltissimo tempo in silenzio, un silenzio che ha iniziato a crescermi nel cuore quasi tre anni fa senza smettere mai. Un silenzio di cui sono vittime le persone che amo di più, una in particolare, e che porta direttamente all'immancabile telefonata di Senso di Colpa.
Ho scritto poco (pochissimo) qui e ho usato i social per lavoro o per portare avanti ideali importanti, quotidianamente incoraggiata dai due famosi fratelli.

Ho letto infinitamente meno di quanto avrei dovuto voluto e ho rinunciato a riconoscermi allo specchio.
Ho sofferto terribilmente l'impossibilità di sfruttare l'unica cosa sopportabile della perdita di mia madre: l'opportunità di viaggiare senza il pensiero di essere lontana e di dovermi preoccupare per lei.
Ho, abbiamo, accantonato il viaggio di nozze sperando di riuscire a godercelo in momenti migliori, ho osservato tantissimo, quasi ossessivamente, l'esterno da me e ho usato ciò che ho visto fuori per guardarmi meglio dentro.
Ho ascoltato le parole di Andrea più di quanto abbia mai fatto, anche perché io non avevo nulla da dire.

Sono stata spettatrice di un film in bianco e nero lungo 365 giorni, ma le poche scene a colori erano così brillanti da togliere il fiato, così luminose da meritare un elenco, l'ultimo del mio anno, il primo del 2022:
- Il pomeriggio in giardino a piantare decine di nuovi fiori, la primavera scorsa, con sei mesi di verde e di blu che ci aspettavano.
- Il 10 luglio 2021, vestita di rosa, sdraiata sull'erba, con accanto mio marito e decine di anime belle.
- La prima mini fuga in montagna, tra vino, vacche e vapore.
- La seconda mini fuga in montagna, a guardare spicchi di cielo e perdere a carte.
- La vacanzina dietro casa, dove a bordo piscina, leggendo uno dei romanzi più belli di sempre, ho sfiorato la gioia.
- Il week end a Lucca, per comprare fiori, per sedersi sotto a un ginkgo biloba magnifico, per mangiare bene.
- Il week end a Roma, in treno solo con il fratello maggiore. A lavorare, a comprare nei negozi vintage, a bere caffè e a scrivere da sola in un bar. Aspettando mio marito per goderci i posti più belli della città e cenare nelle trattorie più buone.

E poi, oltre ai momenti luminosi come cristalli al sole, ci sono state le abat jour, tante lampadine sempre accese, che hanno diffuso e continuano a diffondere una luce calda e delicata, illuminando un poco gli ostacoli e permettendomi di camminare anche al buio: 

- Lo yoga, che ha attraversato tutto l'anno con discreta costanza, anche se, a volte, credo dovrei comprare due tappetini in più :-)
- L'analisi, che ho avuto la sensazione di vivere più passivamente di sempre, fino a quando ci siamo fermate a guardare la strada percorsa e il mio modo di stare in seduta (a quanto pare, molto più accogliente e molto meno difeso)
- Agata, una presenza costante, che, con il suo odio verso il mondo mi riempie di sicurezza ogni giorno. Anche adesso, mentre stradaiata sul pc mi rende impossibile scrivere.
- Andrea, perche senza di lui, come farei?

Dunque, buon anno a voi e buon nuovo anno a me, che oggi compio 40 anni.


P.S. Nella foto quassù una delle sensazioni che da sempre mi pervadono il giorno del mio compleanno: la perplessità.





sabato 25 settembre 2021

Oggi è stata proprio una bella giornata




Ci sono cose che non sono capace di raccontare pubblicamente.

Il mio passato, per esempio.
Il rapporto con il mio corpo.
Le difficoltà quotidiane, piccole, piccolissime, che per me, spesso, diventano le più grandi.

Ciò che però faccio più fatica a raccontare, in assoluto, anche nelle decine di quaderni che da sempre riempio di parole, è la felicità.
In particolare, la felicità dell’amore.

Ecco che, dopo mesi di assenza su questi vecchi e stanchi schermi, dopo incipit scritti e dimenticati in un cassetto, dopo dubbi e ripensamenti, consigli e domande, dopo convinzioni non troppo convinte e, persino, dopo richieste esplicite, sono tornata con un post.
Ma, vi dirò di più, sono tornata con un post felice che parla di felicità e che, lo si capisce già dalla lunga premessa, non so nemmeno da che parte iniziare a scrivere.

Forse, come per ogni storia che si rispetti, è meglio cominciare dal principio.

Ci siamo conosciuti più di dieci anni fa, quando, entrambi, siamo saliti su un’auto (era forse una Panda bordeaux?) diretta a Montaretto.

-        -  Piacere, Elena

-       -  Piacere, Andrea

“Sì, ma tutti lo chiamano Sex”

-        - In realtà, mi chiamano così perché di cognome faccio Sessarego

-        - Scusa, ma abiti per caso in zona Sarzano e fai foto ai tramonti sul porto?

-        - Sì, perché? Mi sono trasferito lì da poco

-       -  Perché Facebook, da settimane, mi consiglia il tuo profilo come potenziale amicizia.  Tra l’altro, che buffo, appena torno dal Critical Wine mi trasferisco anche io in quel quartiere

Sono seguiti temporali inarrestabili, litri di vino da servire (e da bere), pile di piatti da lavare, risate, giacche rosse e prati verdi.
E questa è la prima foto che mi abbia mai scattato:



Da quei tre giorni sulle colline di Liguria sono trascorsi anni. Anni di amicizia vicina, vera, profonda, sicura.
Che rispetta i reciproci amori, che condivide le serate con gli altri amici, i turni al circolo, i concerti, i film al cinema o sul divano, i compleanni, i corsi di fotografia, le mostre da disallestire e da visitare, le feste al paesello, i pomodori piantati sul terrazzo, le partite alla wii e gli aperitivi in piazza.
Che prepara la carbonare per le cene più dure di tutte, che si preoccupa nelle giornate lontane, che abbraccia quando la distanza rischia di diventare troppa e che fugge quando la vicinanza comincia a spaventare.

Sono trascorsi anni, eppure, quell’amicizia, è la cosa più grande che ci siamo regalati, è il carburante con cui alimentiamo le nostre risate e l’organizzatrice dei nostri viaggi. È ciò su cui è nato e cresciuto l’amore, è lo scudo che ha protetto quell’amore indifeso dai colpi ciechi e improvvisi della morte.

Fino ad arrivare lì, alla mattina d’inverno in cui, seduti in cucina, abbiamo deciso di smettere di proteggerlo, l’amore, e di organizzargli, invece, una grande festa.

Ci siamo preparati per bene, ci siamo comprati il vestito buono, abbiamo cucito, dipinto, scritto e telefonato, abbiamo invitato gli amici più cari e ci siamo dispiaciuti per quelli che quest’anno assurdo ci ha impedito di avere con noi, abbiamo inciso gli anelli, scelto i fiori più bizzarri e la musica più giusta.
Abbiamo trovato, all’improvviso, il posto perfetto, abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli e ridimensionato l’importanza di tutte le incognite che ci si sono, inesorabilmente, parate davanti.

Ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia come mai prima d’ora, permettendo ai ricordi e alla malinconia delle assenze di accompagnarci, ma restando sempre un passo indietro.
Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso, abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici commuovendoci anche noi, ci siamo fatti fotografare da tutti, pure da una macchina d'altri t'empi, abbiamo alzato i calici, abbiamo guardato tre asini negli occhi e ci siamo guardati nei nostri, ci siamo cambiati i vestiti dietro la portiera aperta dell’auto e fatti un selfie sdraiati sull’erba.

Abbiamo custodito segreti, bevuto il mojito perfetto e mangiato la torta più buona di sempre, in un posto bellissimo, ballato come vent’anni fa con le stesse persone di vent’anni fa, durante una serata fresca, di un giorno d’estate e pieno di Sole. Cuore. Amore (in qualche modo, dai, dovevo pur alleggerirlo questo post, il più sdolcinato, ottimista e felice della storia del blog!).

E ora, signore e signori, che entrino in scena le foto 😊


"Ci siamo preparati per bene..."


"abbiamo cucito, dipinto..."



"abbiamo inciso gli anelli..."


"scelto i fiori più bizzarri..."


"e la musica più giusta..."


e per l'uscita


"abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli..."


"ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia..."
(Agata compresa!)


"Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso..."


"ci siamo fatti fotografare da tutti..."



"pure da una macchina d'altri tempi..."



"abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici..."



"abbiamo alzato i calici..."



"e ci siamo guardati..."



"mangiato la torta più buona di sempre..."




"ballato come vent’anni fa..."



Bonus Sole Cuore Amore:

P.S. Per il titolo si ringrazia la mia testimone, che sotto l’ombrellone, in una calda giornata di metà agosto, mi ha suggerito la frase più semplice e giusta che ci fosse.


Foto: Pierluigi Gori feat Branco Ottico
Fedi: My Golden Age Lab modello Juliet
Grafiche: Spazio 111
Bomboniere: le abbiamo fatte noi, con l'aiuto indispensabile degli amici, per poter sostenere l'associazione SeedScience
Festa: Agriturismo VerdeGioia
Musica: Marta Naive Uke

Sposa:
Abito Caterinette Abiti fatti a mano
Coroncina Les Couronnes de Victoire modello Jeanne
Scarpe Anniel modello Gladiator
Bouquet Lego botanical
Trucco Esteticamente Arenzano
Sposo:
Le cose dello sposo, diciamolo, non interessano a nessuno. Però il gilet arriva da Goteborg e quando lo comprammo, tre anni fa, decidemmo che, se mai ci fossimo sposati...



lunedì 22 marzo 2021

Ciao Maria, io esco



Mio padre assomigliava a Gino Strada. Lo diciamo sempre, io e la zia, che quando ci capita di vederlo in tv pensiamo a papà. È principalmente una questione di sguardo: grandi occhi circondati da pesanti borse e cipiglio sempre un po' arrabbiato. Ma anche sorriso raro, un po' sornione, spesso nascosto da baffi e barba incolta.

Mia madre, invece, assomigliava a tutte. Ogni donna intorno alla settantina, piccola di statura, magra, con i capelli brizzolati e l'andatura a metà tra il fiero e l'incerto è mia madre, nonostante la sua personalità fosse particolare e inconfondibile. Genova, si sa, è una città vecchia e, almeno nel centro storico dove vivo, lavoro e mi sposto quotidianamente, la maggior parte delle "signore anziane" che incontro non porta i tacchi alti, nè la pelliccia, nè i capelli lunghi e tinti. Tra le persone in cui mi imbatto spesso, di media tre o quattro volte al giorno, ci sono donnine basse, con i capelli corti e bianchi, il piumino, la borsa a tracolla e le scarpe da trekking.
In pratica, c'è mia madre.

All'inizio mi andava il cuore in gola, adesso ci ho fatto l'abitudine e, anzi, se sono particolarmente malinconica, quando ne vedo una all'orizzonte, socchiudo gli occhi per scorgerne solo i tratti sommari e fingere che sia lei. A volte devo trattenermi dall'avvicinarmi, dal chiedere di scambiare due parole, dall'abbracciare. Proprio io, che gli abbracci li odio (e se c'era una persona che li odiava più di me, forse, era mia madre).

Domani sono due anni che è morta la Maria. Come ho già scritto in passato, pochi giorni prima di ricevere la diagnosi ascoltava spesso e condivise addirittura sul suo profilo facebook questa canzone, in particolare queste parole: 

Al tramonto, di tutto, potremo capire
Sopravvivere dentro ad un tratto di colore
Nei suoni più caldi scomparirà il dolore
Poi forse un giorno ci rincontreremo

Inutile che scriva quanto per me sia ancora difficile sentire il pezzo di Cosmo, nonostante, in qualche modo, mettermi le cuffie e farlo partire significhi anche riavvicinarmi a lei e accorgermi che, per un momento, "nei suoni più caldi scomparirà il dolore".

Il mio passaggio preferito, però, è quello che arriva un attimo prima:
Saremo orizzonti e ci potremo ammirare
Ci nasconderemo nel profumo del mare
Ci ritroveremo nei dettagli più belli
Ci riscopriremo nelle cose più rare
E sarà superfluo non saperlo spiegare

perché è esattamente così che succede, da ventiquattro mesi esatti.
Un anno trascorso dall'ultimo post di anniversario, un anno in cui non è cambiato nulla. Per tutti, mica solo per me. La pandemia ci costringe tra casa e lavoro, limita gli spostamenti fisici ma, al contrario, alimenta quelli mentali. Quanti film mi sono fatta in questi mesi! Quante volte ho incontrato il passato nella quotidianità, senza riuscire non dico a scalzarlo, ma almeno a contenerlo con immagini del futuro.

E dire che di progetti in cantiere, anche piuttosto grandini, ne ho eccome. Ma a costo di sembrare retorica, pesante e scontata, senza poterli raccontare a lei, a loro, diventano automaticamente più piccoli. 
E quindi, in questi giorni tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, cerco di riprendere il controllo che ho perso due anni fa e che, volutamente, ho fuggito per tutto questo tempo. In un periodo in cui possiamo controllare poco mi sono data il permesso di non controllare niente. Però mi sono persa, e tanto. Non ho ricominciato, non ho proiettato, sono stata nel passato e, quando è andata bene, sono sopravvissuta nel presente. Che lo so, l'importante è il qui e ora, ma a volte mi piacerebbe sentire i quasi quarant'anni che ho e cominciare a riflettere su quello che vorrei e che, vita di mxxxa permettendo, potrei provare ad avere. Magari ce l'ho già e non lo so, magari invece no.

Detto questo, la Maria, la cerco (e la trovo) ovunque.
Nei garofani lilla che mi ha regalato qualche giorno fa una sua amica, nei fiori raccolti a Vesima appena la Primavera ha iniziato a farsi spazio, nelle riunioni di condominio e di comitato in cui faccio malamente le sue veci, nella mia voce, nella stoffa rosa cipria, nella creta a cui do forma, nella strada che percorro al mattino, nello yoga che pratico la sera, nelle verdure di Maurone, nei dopo cena al telefono con gli zii, nei caffé con i vicini di sopra, nei vecchi scatti che conservo nel telefono, nella pervinca infilata nel vasetto al cimitero che chissà chi le ha portato, nei tramonti visti per sbaglio, nei libri che leggo, nei ricordi puntuali del mio ex professore di filosofia, nei vestiti che indosso, nei miei capelli bianchi, nell'albero fiorito della foto quassù, nelle quotidiane discussioni del forum, in questo post scritto nei giorni sospesi della diagnosi (e io, che non credo a nulla, non sono riuscita a non notare, in una notte insonne, il numero 23 degli euro spesi per comprare gli animali: lo stesso numero del giorno in cui è andata via, sei mesi dopo).

E niente, ho finito, con un dito mignolo bruciato dal forno, pubblico a distanza di tre mesi dall'ultima volta, con tanta e contemporaneamente poca voglia di dire, di scrivere, di aprirmi. Ma come mi ha consigliato oggi quel sant'uomo che vive con me, il titolo giusto è "Ciao Maria, io esco", per ritrovarti e, soprattutto, ritrovarmi.