Oggi, con l'inizio di un nuovo mese, inauguro una piccola scia di post, che durerà giusto il tempo di contare fino a cinque e che passerà quando avremo finito le dita di una mano.
Mi piacerebbe provare a scrivere del mio legame con i cinque sensi, iniziando, completamente casualmente, dal tatto.
Ormai è noto che odio essere toccata, a meno che non ci sia urgenza (medico), necessità (estetista), affetto (mamma), attrazione fisica (ma deve essercene parecchia).
A mia volta sono una persona che tocca poco, la gente intendo, non sento nessun bisogno di tenerti un braccio quando ti parlo, né di carezzarti la schiena per passare, di solito mi basta dire "permesso" (o urlarlo, se necessario).
Questo mio rapporto con il tatto è per me molto importante, perché sulla base del fastidio che provo a ricevere o dare attenzioni fisiche ad una persona, soprattutto ad un uomo, riesco a comprendere quanto mi piaccia o quanto bene provi per lui/lei. Normalmente amo circondarmi di amici simili a me, o delle cui incursioni tentacolari non sia particolarmente spaventata.
Quindi, fatta questa premessa sulla mia religione suprema, la prossemica, posso cominciare davvero a scrivere il post, cercando di raggiungere i punti caldi della questione: cosa mi piace toccare?
- L'acqua del mare (quando fuori è caldissimo e basta pucciare la punta delle dita per stare subito meglio)
- Il pelo di un gatto (qualsiasi, Agata su tutti, perché è la mia Bibbi)
- La nuca di un uomo (meglio se rasata, meglio se la amo)
- Salamino (ndr il mio eterno cane di raso rosa...)
- L'erba fresca (di rugiada magari, che se ti siedi poi ti rialzi zuppo e profumato)
- La barba (mi piaceva quella di mio padre, amo tanto quella del mio amico Edu, morbidissima!)
- I ciottoli caldi di sole (quando ormai è sera, tutto è tramontato, ma l'estate resta lì intrappolata tra le pietre lisce)
- Gli abiti di seta (e ne ho tanti proprio per quello, scovati nei negozi vintage, per farmi abbracciare dalla stoffa)
- La carta (tutta, che sia riciclata, spessa, fotografica, rigida, morbida, tutta davvero)
- La schiena dell'uomo che amo (e non c'è nulla da dire, potrei stare lì per ore, a parlare accarezzando una schiena che amo)
- La crema al cioccolato bianco della Fra (chi non l'ha provata non lo sa, una volta pucciato il dito è finita, entra subito in scena il senso del gusto)
- Le biglie di vetro (di quelle che usavano quando ero piccola e che in tasca scappavano tra un dito e l'altro tintinnando un po')
- La neve (e tutto quello che si porta con sé)
- La mano di mia madre (l'unica che non mi darà mai noia)
- La nebbia (che è difficile da toccare, ma con la faccia si può eccome, se poi si è in moto è un attimo)
- Le castagne, i semi delle nespole e dell'avocado (tutti tondi, lisci, pieni di forza)
- La ciotola del riso (crudo eh, accogliente e ricco di polverina)
- Le piume di una gallina (uno dei primi ricordi tattili che ho, un poco dure e un poco lisce, come la vita)
- Il tronco di un albero (e non c'è nulla da dire anche qui, è amore allo stato puro, è casa)
Sicuramente me ne verranno in mente altre mille, di cose che amo toccare, ma non fa niente...va bene così.
Buonanotte
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sabato 2 agosto 2014
lunedì 7 maggio 2012
Sex and the city
"...Il sesso è un veicolo diverso, che fa deragliare tempo e significati, un iperspazio biologico lontano dall'esistenza cosciente non meno dei sogni, non meno dell'acqua dall'aria...".
Ho iniziato a leggere Sabato, di Ian McEwan. Mi piace.
Probabilmente è prematuro dirlo, forse il fatto di leggerlo in treno, isolandomi da tutte le voci di sottofondo, dai pensieri del mattino che comincia, dalle preoccupazioni da risolvere e affrontare, mi facilita le cose.
Per la sera sotto le coperte (anzi, sotto il piumone, nonostante sia maggio già da un pò), ho lasciato sul comodino 1Q84 del buon Haruki, saranno almeno dieci anni che con cadenza regolare leggo uno dei suoi libri, quasi sempre non resto delusa. Solo che il megatomo di Murakami non si presta granché al trasporto pubblico, anzi, non si presta granché al trasporto in generale: con il suo chilo abbondante è già difficoltoso maneggiarlo a letto, figuriamoci tenerlo in borsa o leggerlo sul treno.
Sabato, invece, con la sua edizione leggera e la cover color petrolio è quello che ci vuole per iniziare una giornata, possibilmente lavorativa. Di solito scrivo di libri già terminati o almeno letti per buona parte, questa volta no e il perchè sta nelle prime due righe del post.
Tra pagine di parole, messe insieme talmente bene che spesso mi viene da pensare "cavoli, avrei reso esattamente così quel sentimento o quella sensazione, peccato che non sarei mai riuscita a scegliere in modo tanto perfetto i termini da usare e mescolare", ci sono frasi come quella sul sesso che ho scritto quassù e che rappresentano esattamente ciò che penso io sul tema.
Lo Sminatore probabilmente mi direbbe che sto indossando per l'ennesima volta il mio inadeguato vestito da cinica, forse avrebbe ragione, non so. Sicuramente non sono mai stata un'inguaribile romantica, anzi, non ho mai pensato che il sesso fosse la naturale conseguenza dell'amore, ho sempre ritenuto infatti che il sesso fosse sesso e basta. Con questo non voglio certo dire che vada fatto sempre e comunque, anche quando non ha alcun significato, anche solo come valvola di sfogo. Penso infatti che il sesso fatto tanto per farlo sia abbastanza inutile e a volte pure poco furbo.
Credo però che il voler per forza collegare il sesso ad un gesto d'amore, il voler riempire di dolcezza qualcosa che molto spesso poco si discosta dal puro istinto animale, non sia un atteggiamento particolarmente sincero. Le parole del libro "fa deragliare tempo e significati" sono molto vere, secondo me: facendo sesso si pensa a sé, all'altro, al momento che si vive, agli odori che ci riempiono, ai rumori che si sentono e tutto questo lo si fa senza pensare a nulla. Pensare senza pensare. I pensieri veri sono in gioco prima e spesso anche dopo. Le parole dette o sentite per arrivare al sesso sono così spesso diverse (persino opposte!) da quelle che si dicono e si sentono dopo...Per non parlare del tempo, che scorre veloce o lentissimo, senza che se ne abbia minimamente la percezione.
"Un iperspazio biologico lontano dall'esistenza cosciente non meno dei sogni, non meno dell'acqua dall'aria", in quei momenti, anche se si è insieme alla persona di una vita, anche se c'è l'amore a rendere tutto più bello, si è lontani da sé, dalla costruzione del pensiero logico, anche quando ci si prova non si riesce ad incasellare le idee, le sensazioni, le emozioni. Si vive il momento e basta. Quando non è così, quando si ha il tempo di fare la lista della spesa per la cena del giorno dopo, quando si riesce a ragionare sull'orario dei treni o sulle case in affitto, allora non è più cosa. Almeno secondo me, s'intende.
Spero che Sabato continui a stupirmi, a tenermi incollata alle pagine e ai caratteri fitti fitti uno in fila all'altro, trasportandomi, come pochi autori sanno fare, in una dimensione parallela, che si apre con il pshhhh delle porte di un regionale e si chiude con il treno che rallenta nella mia stazione.
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