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venerdì 30 dicembre 2016

Cavalli, torte, ometti e betulle


7.46: treno per Ventimiglia, fermata Loano.
10.33: bus per Verzi, fermata Capolinea.
E da qui gambe, sentieri e tanto sole.

Viste le temperature, decisamente anormali per questo periodo dell'anno, siamo saliti in maniche corte e se avessimo potuto ci saremmo tolti anche quelle. La prima cosa che ci ha colpiti sono stati i filari di eucalipti, abbiamo affondato le dita nei rami potati a bordo strada ed è stato subito Vicks Vaporub. Poi sono arrivati i limoni, gialli nei frutti e nelle foglie e la strada è diventata bianca di roccia saponaria. I corbezzoli erano maturi (buon per me!), gli zaini pesavano ma non troppo e i bianconi volavano bassi. Unica nota stonata: i cacciatori incontrati sul sentiero, con il fucile tra le braccia, subito rivolto altrove.

Il percorso è durato più o meno tre ore, noi ci siamo fermati molto spesso, per fotografare praticamente tutto e mangiare seduti su una roccia piatta lungo il torrente. Appena arrivati al Rifugio sembrava di stare sul set di un film di Wes Anderson: betulle, laghetto, erba corta e persiane rosse. Ci siamo sistemati un poco e abbiamo chiesto informazioni per proseguire a camminare ancora un po'. Sotto consiglio di Valentina e Lorenzo, i meravigliosi gestori di Pian delle Bosse, abbiamo scelto il Sentiero degli Ometti, fino al presepe nella roccia, attraversando una pietraia bianca ricoperta di licheni giallo fluo talmente bella da togliere il fiato. Di fronte a noi un canyon di pietre geometriche sprofondato in coltri di nebbia dense, velocissime e trasformate in nuvole di latte dal sole delle tre.
Abbiamo continuato ancora un poco in salita, il tempo di una foto a un piccolo albero ritorto e cresciuto tra i sassi più alti (l'immagine di questo post) e siamo rientrati. Ad attenderci la torta di pesche e mele più buona che avessi mai mangiato.

Un salto in stanza, un po' di riposo e via con la cena, degna di un ristorante di prima categoria, con "l'aggravante" della stufa accesa e della gatta arancione alla ricerca di coccole. La notte è passata tranquillissima, nel buio e nel silenzio più totali e noi, memori dell'ultima volta in rifugio con il cellulare del demonio lasciato accesso in camerata, non potevamo essere più contenti.

Dopo una colazione con torta al cocco e alle nocciole, pane fatto in casa e cotto al calore della stufa, crema di latte, marmellate e caffè siamo partiti alla volta del Monte Carmo: un anello di circa 3 ore e mezza tra prati innevati, creste esposte in pieno sole, piccole faggete e branchi di cavalli selvatici (su questo punto devo applaudire a me stessa: ho vinto una grande paura e, seppur con la schiena un tantino rigida, ho attraversato il gruppetto equino senza morire d'infarto).

Il panorama dalla Vetta era uno spettacolo, Alpi e mare in un colpo solo, neve e caldo contemporaneamente.

Da qui siamo ridiscesi proseguendo lungo l'anello prestabilito, abbiamo camminato sul sentiero all'ombra e quindi ancora pieno di neve e abbiamo visto il più bel bosco di betulle che avessi mai incontrato prima di allora. Siamo arrivati al Rifugio giusto in tempo per pranzare alla grande (le tagliatelle al sugo di noci e nocciole le sognerò ancora a lungo) e ripartire verso casa: alla fine, complice anche l'assenza totale di mezzi di trasporto da Verzi a Loano, al termine della giornata abbiamo totalizzato 20 km di cammino, che sommati a quelli del giorno prima fanno i cingoli che mi ritrovo oggi al posto delle gambe :-)

Questa avventura di un paio di giorni, come al solito, sembra essere durata una settimana e io spero che il suo effetto duri a lungo. Prima di andare non stavo bene, i sintomi dell'influenza si facevano largo ed ero convinta che avrei dovuto rinunciare. Poi ho capito: non ero malata, avevo solo bisogno di camminare, di vedere alberi e annusare aria invernale, di saltare sulle rocce e dormire nel sacco a pelo, di sentire freddo e toccare la neve.





mercoledì 2 dicembre 2015

Gli alberi lo sanno

Gli alberi sanno come ci si sente, perché lo fanno tutto il giorno.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.

Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.

Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.

Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.

Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.

Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.

venerdì 26 giugno 2015

Sentieri uniti contro il disagio

In questi giorni mi sento profondamente a disagio.

Al lavoro, con il mio corpo, con il resto del mondo. Sono poche, pochissime, le persone con cui riesco a stare volentieri e altrettanto poche le situazioni in cui mi sento di dire: "Ok, eccomi." L'ultima ieri in un campo di zucchine, tra impianti d'irrigazione anarchici e cestini rossi.
Come spesso mi capita non trovo il mio posto nel mondo, ma nemmeno nella città in cui abito o in quelle vicine. E' ormai chiaro che si tratti di un problema legato a me, a questo carattere che non si arrende a diventare stronzo e a desensibilizzarsi, nonostante rispetto al passato lo so solo io quanto abbia imparato a non sentire le cose. Sempre di più. Sempre peggio.

Eppure spesso non basta e questo è un periodo in cui non basta.

Perciò mi aggrappo con le unghie e con i denti alle cose che mi salvano, a quei momenti piccoli ma per me enormi che funzionano come una perfetta zattera, pronta a traghettarmi da una sponda all'altra del Fiume Sconforto.
Come sempre, il regno dei ragni è quello che mi tratta con i guanti, che mi avvolge e mi protegge tenendomi fuori da tutto, che mi permette di camminare e scivolare senza (quasi) farmi male, che mi regala attimi di meraviglia inaspettata e silenzi dal valore inestimabile.
Io di tutto questo non sono mai capace di scrivere e mi affido, come al solito, agli elenchi:

- un giglio di San Giovanni appena sbocciato che ospita una piccola farfalla a pois
- una foresta di foglie verdi che diventano psichedeliche appena ti azzardi ad alzare il naso verso il cielo
- un'adunanza di scarabei che non abbiamo saputo spiegarci
- una merenda nella radura delle merende
- un paguro di montagna protetto dal legno e uno appeso per un filo di bava
- una ginestra che ha finito i suoi fiori
- una piuma a righe azzurre e blu che spunta tra le foglie secche e mi lascia a bocca aperta
- una "famiglia di volpi" che nasce da una pineta malata
- un panorama che chiamarlo Paradiso era inevitabile
- una storia di aerei che sanno dove andare che ancora non conoscevo
- un piede che scivola, una schiena che si sbilancia e un culo che atterra
- un picchio che batte in lontananza
- un giardino botanico bizzarro che conserva davvero quello che promette
- un cane che quando beve fa un rumore conosciuto
- un'aquilegia viola sulla sponda che scende
- un panino col prosciutto che pare il più buono di sempre
- una dose sufficiente di serenità per affrontare la settimana di difficoltà che sarebbe cominciata di lì a poco

Questo è successo lo scorso weekend, quando i sentieri si sono uniti contro il disagio, in una lotta lunga, bella, impari e non ancora conclusa.


martedì 30 settembre 2014

Il vostro matrimonio è stato bello

Ce l'abbiamo fatta. Vi abbiamo sposati.
Che poi alla fine è stato semplice, avevate già pensato a tutto, o quasi.
Avete deciso di organizzare il vostro matrimonio in poco tempo, solo qualche mese per scegliere vestiti, fiori, menu, location (termine tecnico di noi weddingplanner ndr), bouquet, bomboniere, vini, fedi, acconciatura, calzini. A questo proposito, probabilmente proprio causa del poco tempo a disposizione, lo sposo è finito con l'indossare un paio di calze a pois, ma noi gli vogliamo bene lo stesso.
Al taglio della (bellissima e buonissima) torta avete ringraziato tutti, le famiglie, gli amici, i parenti vicini e lontani, i ragazzi della fattoria, quelli del nostro piccolo-grande circolo, e anche me, sorridente, dondolante, fradicia e un po' sbronza, che battevo le mani a bordo piscina, alternando saltelli scomposti a versetti di commozione.
Fra dice che per tutto il ricevimento, ogni volta che la incontravo bianca, splendente e svolazzante sull'erba verde, la bloccavo e biascicavo un "bravi, bello, tutto perfetto!". Effettivamente può essere. Ma lo pensavo davvero, lo avrei pensato anche se non avessi bevuto quei diciotto litri di Scaia, maledetto vino giallo che sa di mango (o papaia, come dice Nessie) e che sta bene con tutto, con i fichi, con il formaggio, con la zucca, con la carne cruda, con il cioccolato, e pure con la gipsofila, che non escludo di aver brucato in allegria.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vostro. Perché non avete esagerato in nulla, perché alla sera siete andati a dormire presto come solo la Fra sa fare il giorno del suo sì, perché avete regalato una bomboniera al tassista, perché avete scelto una testimone splendida in abito giallo accompagnata da un marito altrettanto splendido che ha aperto le danze in piscina, vestito di tutto punto, mentre lei lo guardava sconsolata, con i capelli mossi e perfetti e con gli occhi innamorati. Nonostante tutto :-D
Il vostro matrimonio è stato bello perché è arrivata gente da ogni dove pur di darvi un bacio, napoletane trasferite nel freddo nord, veneziani d'adozione belli come il sole, toscani, pugliesi, piemontesi, ma anche genovesi vicini, che più vicini mi sa che non si può.
Il vostro matrimonio è stato bello perché siamo partiti da casa, come facciamo sempre se usciamo a cena, se beviamo una cosa, se andiamo a giocare con Martins, se facciamo turno all'Altrove, se prendiamo un caffè in piazza. E mentre la Fra si lasciava truccare buona buona e Luca si scioglieva nella camicia, il fotografo con le bretelle azzurre cominciava il suo lavoro, professionale come sempre ma più commosso, questa volta.
Il vostro matrimonio è stato bello perché la musica a sorpresa durante la celebrazione (o come diavolo si dice) ha fatto piangere anche le seggiole, così come il discorso della fine, le bolle di sapone, le foto tutti abbracciati.
Il vostro matrimonio è stato bello perché c'era il sole, un sole d'estate caldo e felice, un sole forte che ha illuminato le (mie amate) foglie, i bicchieri pieni di vino, le foto stese tra i rami, i bimbi sdraiati sul prato, il vestito bellissimo di Francesca.
Il vostro matrimonio è stato bello perché ho assaggiato la cottura della tagliata prima degli altri (grazie Ste!), perché la torta decorata da Giulia era uno splendore ed era molto vicina a voi, alle cose che vi piacciono, alle caratteristiche che vi accompagnano: c'erano le geometrie matematiche e la precisione, ma anche i lamponi, i cuori e la cioccolata.
Il vostro matrimonio è stato bello perché vero. Nella tranquillità, nelle cose fatte senza affanno e lasciate anche un po' al caso, all'umore degli ospiti, alle abitudini degli animali, al vento della sera che ha trasportato la lanterna di carta nel posto più secco e pericoloso di tutta San Desiderio.
Il vostro matrimonio è stato bello e io vi dico grazie. Di avermi invitata, di avermi coinvolta, di avermi dato una ragione un po' più sensata del solito per commuovermi di gioia (e, a un certo punto, anche per lasciarmi andare finalmente alle mie malinconie).
Buon cammino ragazzi, sarà bello vedrete, come il vostro matrimonio.
Elena



sabato 13 settembre 2014

M&M

Io e mamma abbiamo sempre camminato insieme.
Oggi, mentre poco più avanti di noi una bimba arrancava dietro al papà, ci siamo ricordate di quando io, piccolissima, risalivo i sentieri quasi sempre senza lamentarmi.
Scrivo quasi perché resta memorabile quel giorno che domandai, stravolta: "mamma ma muoiono prima le mamme o le bambine?" Mia madre, certamente un po' interdetta, mi rispose "beh, di solito le mamme" e continuò a camminare. Pare che io, dopo aver proseguito in silenzio la lunga marcia, a un certo punto cominciai a piagnucolare, accusandola di avermi mentito.
"In che senso, Elena?"
"Nel senso che ora io sto morendo, ma tu sei ancora viva"
C'è sempre stato grande ottimismo dentro di me e pure una buona dose di consapevole resa, occorre ammetterlo.
Oggi, come tante volte nel passato e come l'anno scorso, abbiamo percorso insieme la Mari e Monti di Arenzano, scegliendo l'itinerario A.
E' andata bene, ci siamo divertite e nemmeno stancate troppo. Pochi gli inconvenienti, se non contiamo il mio solito piede sinistro più mal preso che mai, la pietra che, come si dice da queste parti, "ha fatto lippa" e si è schiantata contro un malleolo di mamma e il primo giorno di ciclo, che mi ha costretta ad acrobazie igieniche non proprio banali.
E' andata bene perché il tempo è stato perfetto, fresco e con poco pochissimo sole in quota, più caldino una volta arrivate quasi in paese. Abbiamo bevuto il tè caldo al rifugio, sgranocchiato mele e pane con la marmellata, risparmiato il fiato chiacchierando il minimo indispensabile e imprecato contro le "comitive spezza passo" (quei gruppi che non sanno cosa sia la fila indiana, che non contemplano l'ipotesi di essere superati, che camminano come se fossero tra gli scaffali del supermercato parlando di detersivi e cibo esotico). Siamo andate piano, tutto sommato, in sei ore, comprese le soste, abbiamo percorso quasi venti chilometri e mille metri di dislivello. Insomma, all'andata si saliva parecchio e io l'avevo già fatta una volta quella strada, senza però arrivare al rifugio e mi era piaciuta da matti.
Al ritorno, in proporzione, il giro si allunga e la discesa, seppur ripida, è meno strong della salita, che resta comunque la mia parte preferita.
Arrivate alla base un panino e una birra non ce li ha tolti nessuno, così come la pizza stasera e al diavolo la dieta senza lieviti e carboidrati!
Mentre la lavatrice con i vestiti di oggi va, e il microonde fa bip per dirci che la nostra tisana è pronta, io ripenso a quando ero piccola e saltellare intorno a mia madre, in montagna, mi pareva la cosa più faticosa e normale del mondo. Come oggi.

venerdì 22 agosto 2014

One leaf a day Project

Quest'anno è un anno senza progetti.
Un po' di quelli in cui speravo non è finito bene, altri sono in scadenza, altri ancora ho deciso che basta, se andranno sarò contenta e se non andranno sarò contenta uguale.
In compenso, nella mia totale sconclusionatezza, ho avviato mille cosine sul fai da te e sul riciclo creativo che ormai conoscete, perché le ho sbattute su questi schermi più e più volte con un poco di imbarazzo ma anche con un goccino di malcelato orgoglio.
Pure il piccolo progetto che presento stasera, chiamato One leaf a day Project come dice il titolo del post, non vuole essere altro che un modo per scandire le giornate, un po' troppo spesso simili uguali tra loro, comunque belle, ma con una marcia in più se ad accompagnarle ci starà una foglia. Anzi, novantanove foglie.
Perché proprio novantanove? Perché come mi ha detto oggi il vicino-vicino: "superate le 100 foto rompi il cazzo". Non fa una piega. Raccolti i preziosi consigli del sommo conoscitore in materia, radunate fantasia e passione per il fogliame in generale (dalle spine ai palmizi, amo tutto senza distinzione di sorta), acchiappato il cellulare e l'unico social su cui ancora bazzico assai (Instagram), ho iniziato.
Il primo scatto, in verità, è di ieri e lo testimonia il casino di descrizione spezzettata in mille commenti diversi nella quale ho tentato goffamente di spiegare i miei intenti. "Primo giorno di un progettino estemporaneo, 99 foto di foglie, una al giorno. Raccolte per strada, nel bosco, al parco. Trovate per caso, cadute in giardino, scivolate sotto il portone, nate per sbaglio. Fotografate vicino a me, possibilmente riconosciute, sicuramente amate". I cancelletti pensati sono #oneleafadayproject #day...(a seconda del giorno) #...(nome della foglia in questione, o presunto tale).
Poi potranno esserci frasi di accompagnamento, informazioni sulla foglia scelta, brani di canzoni, poesie, link utili. Insomma, l'idea (vaga ma moooolto romantica) è quella di accendere una lucetta su una protagonista del giorno, perché le foglie, oltre che bellissime, sono utili e ci possono spiegare un sacco di cose interessanti. La loro forma, il loro colore, la loro presenza, ma anche e soprattutto la loro assenza, sono tra gli aspetti più importanti della natura che ci sta intorno e che merita amore incondizionato. Sempre.
Quindi io partecipo, chi vuole seguirmi è il benvenuto, chi non vuole è benvenuto lo stesso. Evviva.
Questo è il link alla foglia di oggi, uno dei primi fiori che ho imparato a riconoscere e ad apprezzare. Lo trovate nei prati selvaggi e nei boschi umidi, dovete lasciarlo stare perché è protetto (e perché, in generale, i fiori stanno bene dove sono), potete seminarlo e crescerà rigoglioso, riproducendosi a suo piacimento, proprio come è successo a me.
Non scriverò un post al giorno, per ogni scatto, ma chi vorrà troverà le foglie che ho scelto sul mio profilo instagram, o nel loro ambiente naturale.

domenica 10 agosto 2014

Il mio Albero genealogico

Sempre di Albero, dopotutto, si tratta.
L'idea l'ho presa da questo post, perché anche io, come un sacco di ragazze nel mondo, sono Clioaddicted. Chi mi conosce sa che mi trucco poco (quasi nulla), giusto in inverno e solo raramente oso un po' di fondotinta e di colorito posticcio, altrimenti sono unicamente gli occhi che "curo" di più: un velo di rimmel d'estate, una riga di matita e un carico più strong di mascara quando fa freddo. E basta. A volte burrocacao, ultimamente (ma per terapia, è una storia lunga...) metto lo smalto.
Clio la seguo perché mi rilassa: in un pomeriggio di tristezza autunnale ho scoperto che ascoltare un suo tutorial significava imbambolarmi e non pensare a nulla. Da quel giorno, sembra assurdo, non ho mai più smesso di farmi tranquillizzare da lei e questa storia della parentela l'ho scoperta così, navigando alla ricerca di tranquillità.
Ricordo che da piccola ricostruii tutto il mio albero genealogico da parte di mamma, fu un lavoraccio, ma mi piacque e mi fece sentire parte di qualcosa di grande, complesso, storico.
Qui, più semplicemente, vorrei pensare a cosa ho preso e da chi, questioni genetiche insomma, appartenenze più o meno visibili che mi legano ad uno o ad un altro membro della mia famiglia. Difficile famiglia. Stramba Assurda famiglia.
Allora, sorriso di papà e risata di mamma. Perché c'è differenza. Se tiro fuori i denti mi illumino tutta come mia madre, ma in genere alzo solo mezzo angolino delle labbra e via con le fossette del babbo. Capelli sottili come papà ma mossi come mamma. Occhi verdi-marroni-grigi-gialli di mamma ma taglio di papà. Naso di papà con punta di mamma. Mani di mamma, senza dubbio. Pelle fotofobica di papà, senza dubbio.
Voce di mamma (e meno male, mi viene da dire), piedi di papà (e meno male, mi viene da dire di nuovo).
Tutto il resto è un frappè. Un grosso frullato generazionale, in cui la parte femminile arriva dritta dal ramo maschile e viceversa. Ho la struttura fisica del fianco largo (ma, ahimé, delle tette piccole) dell'area romagnola di nonna Licia, così come l'amore per la cucina e per il cibo in generale. Se mia madre potrebbe andare avanti a riso in bianco e verdure lesse io, quando posso scegliere, inforno qualcosa.
Sono paziente all'inverosimile e questo credo arrivi invece da Rosa la nonna materna, o forse da Luigi nonno paterno. Sicuramente non dai miei genitori.
Amo la musica da matti e Luigi, beh, cantava lirica.
Leggo anche sotto la doccia e quello è facile, arriva da mamma e da nonno materno Bartolomeo.
Spenderei tutti i soldi che ho, pure quelli dei vicini di casa se necessario, e come me facevano mio padre e sua madre, non so nulla dei bisnonni e dei prozii invece, che con nomi esotici come Tancredi, Vinicio e Ione, per quanto mi riguarda avrebbero potuto fare qualsiasi cosa.
La parte invisibile, quella davvero genetica per capirci, l'ho raccolta con attenzione, scegliendo il peggio da ogni membro della mia stramba assurda famiglia.
C'è la voglia di viaggiare di mamma, che evidentemente mi ha trasmesso anche la maledizione di colui che resta e per questa ragione trovare qualcuno che mi dica "fai la borsa che andiamo" sembra essere impossibile.
C'è l'istinto indipendente sempre di mamma (ma pure di papà alla fine) che effettivamente su di me è un tantino dominante, fortunatamente che il lato femminile-emiliano di cui sopra mi porta a saper donare affetto (pure troppo) quando sento di poterlo fare. La parte altruista temo giunga da prozio Giacomo, partigiano fratello di nonna Rosa, ammazzato in un agguato probabilmente teso dai suoi stessi amici. Potrebbe però arrivare da prozia Teresa (che se mai avrò una figlia lo sanno tutti che si chiamerà così), che s'è fatta torturare alla Casa dello Studente senza dire dove stava Giacomo, che però la fine di merda l'ha fatta lo stesso.
Poi c'è l'amore incondizionato per tutte le bestie che senza dubbio mi ha lasciato papà, così come l'incapacità di perdonare chi mi ha fatto male davvero, mentre il bisogno di camminare all'aria aperta è tutto merito di mia madre.
E alla fine c'è questa passione, quella per la scrittura dico, che è l'unica ragione per cui devo dire grazie a mio nonno Berto.



sabato 2 agosto 2014

I magnifici 5: toccare

Oggi, con l'inizio di un nuovo mese, inauguro una piccola scia di post, che durerà giusto il tempo di contare fino a cinque e che passerà quando avremo finito le dita di una mano.
Mi piacerebbe provare a scrivere del mio legame con i cinque sensi, iniziando, completamente casualmente, dal tatto.
Ormai è noto che odio essere toccata, a meno che non ci sia urgenza (medico), necessità (estetista), affetto (mamma), attrazione fisica (ma deve essercene parecchia).
A mia volta sono una persona che tocca poco, la gente intendo, non sento nessun bisogno di tenerti un braccio quando ti parlo, né di carezzarti la schiena per passare, di solito mi basta dire "permesso" (o urlarlo, se necessario).
Questo mio rapporto con il tatto è per me molto importante, perché sulla base del fastidio che provo a ricevere o dare attenzioni fisiche ad una persona, soprattutto ad un uomo, riesco a comprendere quanto mi piaccia o quanto bene provi per lui/lei. Normalmente amo circondarmi di amici simili a me, o delle cui incursioni tentacolari non sia particolarmente spaventata.
Quindi, fatta questa premessa sulla mia religione suprema, la prossemica, posso cominciare davvero a scrivere il post, cercando di raggiungere i punti caldi della questione: cosa mi piace toccare?
- L'acqua del mare (quando fuori è caldissimo e basta pucciare la punta delle dita per stare subito meglio)
- Il pelo di un gatto (qualsiasi, Agata su tutti, perché è la mia Bibbi)
- La nuca di un uomo (meglio se rasata, meglio se la amo)
- Salamino (ndr il mio eterno cane di raso rosa...)
- L'erba fresca (di rugiada magari, che se ti siedi poi ti rialzi zuppo e profumato)
- La barba (mi piaceva quella di mio padre, amo tanto quella del mio amico Edu, morbidissima!)
- I ciottoli caldi di sole (quando ormai è sera, tutto è tramontato, ma l'estate resta lì intrappolata tra le pietre lisce)
- Gli abiti di seta (e ne ho tanti proprio per quello, scovati nei negozi vintage, per farmi abbracciare dalla stoffa)
- La carta (tutta, che sia riciclata, spessa, fotografica, rigida, morbida, tutta davvero)
- La schiena dell'uomo che amo (e non c'è nulla da dire, potrei stare lì per ore, a parlare accarezzando una schiena che amo)
- La crema al cioccolato bianco della Fra (chi non l'ha provata non lo sa, una volta pucciato il dito è finita, entra subito in scena il senso del gusto)
- Le biglie di vetro (di quelle che usavano quando ero piccola e che in tasca scappavano tra un dito e l'altro tintinnando un po')
- La neve (e tutto quello che si porta con sé)
- La mano di mia madre (l'unica che non mi darà mai noia)
- La nebbia (che è difficile da toccare, ma con la faccia si può eccome, se poi si è in moto è un attimo)
- Le castagne, i semi delle nespole e dell'avocado (tutti tondi, lisci, pieni di forza)
- La ciotola del riso (crudo eh, accogliente e ricco di polverina)
- Le piume di una gallina (uno dei primi ricordi tattili che ho, un poco dure e un poco lisce, come la vita)
- Il tronco di un albero (e non c'è nulla da dire anche qui, è amore allo stato puro, è casa)
Sicuramente me ne verranno in mente altre mille, di cose che amo toccare, ma non fa niente...va bene così.
Buonanotte

lunedì 7 luglio 2014

Bosco Mondo!

Io non lo so mica se riesco a scrivere un post su questo libro, una recensione dico.
Lo ammetto, ero partita prevenuta, un po' perché di questa Mastrocola ne avevo sentito parlare parecchio, un po' perché non tutti i pareri erano positivi, nonostante ci fossero di mezzo anche dei premi (o forse proprio per quello).
Comunque, a me Una barca nel bosco è piaciuto, e pure tanto.
E' uno spaccato della scuola fancazzista, dei ragazzi che non ne hanno voglia, della società tutta marche e giudizi, delle difficoltà delle famiglie meno ricche...ok, è scontato, ma basta avere pazienza. La prima parte della lettura scorre veloce e a mio avviso è pure piacevole, porta con sé quel divertimento che divertimento non è, quell'ironia tragica che conosco così bene e che è subito capace di mettermi a mio agio.
Insomma, è nella seconda metà che tutto cambia. O meglio, che tutto resta uguale ma arrivano le piante.
E per chi ama le sorprese attenzione: SPOILER! Si fermi qui.
Altrimenti è così, arrivano le piante nel vero senso della parola. Il protagonista, in perenne lotta con la sua inadeguatezza, comincia a comprare alberi. Il primo pretesto per l'acquisto di un pioppo glielo dà una ragazza, che in verità manco se lo merita quel pioppo. Querce, piante tropicali e felci arriveranno poi, da sé. E dove le metterà tutte queste piante vi chiederete voi? Semplice, in casa!
Le persone muoiono e gli spazi restano, questo lo sappiamo tutti bene. Non c'è modo migliore per riempire gli spazi vuoti che con delle piante, che non abiteranno soltanto la vostra casa, ma anche il vostro cuore. Saranno un pensiero felice, una preoccupazione, arriverete persino a parlarci e questo il vicino-vicino lo sa bene, non molto tempo fa l'ho beccato guardarmi perplesso mentre salutavo l'edera con un "ciao bellezza, come stai oggi?".
E quindi un libro in cui il protagonista costruisce un "trasportino" di corde per portare a spasso il suo pioppo o una carrucola per cullarlo in casa non può che piacermi. E' facile per me immedesimarmi nei difficili viaggi in bus carichi di foglie e rami, ma anche nel lavoro al bar perché tutto il resto è andato male, nel papà che muore e non gli hai mai detto nulla di quello che volevi dirgli, nella certezza che è giusto essere come sei tu ma che qualcosa per piacere agli altri si dovrà pur fare, che qualcosa per scollarsi da quel termosifone è necessario trovarlo. Sempre.

"Non importa, dominus. Non si preoccupi. Nulla importa davvero. A noi son state date piccole cose a cui badare, qualche foglia che ingialla, un rametto spezzato. In queste minuzie ci siamo beatamente perduti. E ci siamo resi, così, imprendibili.
Eh, sì, non ci prenderete mai! Abbiamo certi rivoletti e sentierini, noi, che voi neanche immaginate, cari signori del mondo. Non ci prenderete nella vostra rete, maramao.
Ci resta soltanto, caro dominus, un sottile dolore, come una puntura che ci prende, a volte, all'imbocco dello stomaco. Questo sì, un punctum. Qualcosa che non va né su né giù. Come un cucchiaio di minestrone e noi lì come cretini, senza un bicchiere d'acqua che riesca a mandarlo giù."

domenica 6 luglio 2014

Il diario verde

Ho perso la carta prepagata e così, prima di andare dai carabinieri per la denuncia ho messo sottosopra la mia vecchia stanza a casa di mamma...niente da fare. E' sparita.
In compenso però, dopo due giorni di sole, mare, amici, uncinetto, frutta e persino una vittoria al Palio del Gallinaccio 2014, mettendo in ordine (o in disordine) scatole, cassetti e scaffali ho trovato il mio diario.
Il blog di quando ero piccola insomma. Ed è il più recente di quelli che ho scritto. Aprirlo e rileggerlo tutto è stato così doloroso, commovente e a tratti pure divertente che ho deciso di fermarmi e non cercare anche gli altri miei scritti.
Terrò il piccolo libro rosa per la prossima volta, stasera mi basterà andare a dormire con in mente qualche brano del diario verde.
Ricordo benissimo dove andavo a comprare le agende per scrivere i miei pensieri, in Piazzetta del Ferro, dove ancora oggi credo ci sia la bottega che rilega e confeziona oggetti con la carta. Costavano cari e la scelta era difficilissima. Non volevo righe né quadretti, preferivo gli spazi bianchi da gestire sul momento, anche incollando frasi, biglietti o foglie secche, come sempre.
Rileggendo indietro nel tempo (il primo "post" è del 2002) ho trovato la solita me in difficoltà, spaventata dagli abbandoni, piena di forza e tenacia nelle relazioni, stanca di studiare e dare esami per poi non andare in vacanza, non concedersi due giorni di svago, sfiancata dal carattere impossibile di papà e dalle fatiche di mamma. Ho trovato una Elena in fuga, che non faceva altro che scrivere quanto desiderasse scappare, ora però, tutto questo bisogno, non lo ricordo per nulla.
Credo di aver rimosso moltissime cose, nel mio cervello si confondono le date e si accavallano gli avvenimenti, tra analisi, macchie nei polmoni di tre persone diverse, ospedali, prelievi, funerali, candele, treni, gatti e auto in fiamme non saprei ricostruire a memoria tutto quello che ho visto in quegli anni. Ma l'ho scritto. E oggi l'ho ritrovato.
Mi sono seduta sul pavimento, schiena contro il muro, e ho letto tutto d'un fiato i miei pensieri di dodici anni fa.
Stasera ne riporto un pezzo, perché mi ha lasciata sorpresa, forse pure un po' ammirata, di sicuro mi ha inumidito gli occhi.

05-03-2003
La mia vita sta cambiando un'altra volta. Col trapano di mio padre e Wild Horses come sottofondo mi accorgo di questo. Non posso fermarla forse perché non voglio o perché non si può bloccare il vento sugli anni.
Gli anni giovani sono i più sottili, dondolano più degli altri, fanno venire la nausea al cuore e pensare che io soffro persino l'automobile. La mia vita sta cambiando perché il vento è sempre più forte e non riesco più a rimettere gli anni al loro posto, rimangono scompigliati. Ciò che mi resta è spezzare quelli che appesantiscono la pianta più grande che esista, la vita più grande che esista.
La mia vita è la più grande che esista, certe sue parti sono marce e da tagliare via certe sono solo da potare ma devo lasciare che le rondini vi riposino, creino altra vita alla mia vita. Sono vuota, infetta nella pancia di una malattia vegetale. Sono bella di poesia e di cuore e di miele e di sangue.
Sono muta di parole di accidenti di malumori.
Sono calda di cielo di mare e di sale.
Sono vitale di speranze e di rese.

Quello che mi viene da pensare è che già scrivevo di piante, di mondo vegetale, di natura che vive e cresce. Nel giorno in cui ho terminato Una barca nel bosco di Paola Mastrocola sentendomi parte totale del delirio verde del protagonista e della sua inadeguatezza verso il resto del mondo, ho trovato parole che a ventun anni non riuscivo a trattenere. Avevo ventuno anni accidenti, e doveva ancora iniziare l'inferno.
Ho grandi ragioni, ma enormi davvero, per essere indulgente con me stessa, per volere più bene a quel mio primo amore così affaticato, per guardare indietro e capire da dove trascino il senso di incapacità che non riesco mai ad appoggiare. Quanto sentimento ho sottovalutato! Quante difficoltà ho superato! E meno male che ho scritto tutto, come al solito, meno male che ho le prove per ricordare al mio peggior giudice che sono stata proprio brava.

venerdì 23 maggio 2014

Ci sono cose che non cambiano

Ci sono cose che non cambiano, come la paura dell'abbandono, come il dolce preferito, come le abitudini prima di dormire.
Avevo già scritto, tempo fa, un post sulle abitudini, ma questa volta non è mia intenzione raccontare cosa faccio regolarmente ogni giorno, piuttosto mi piacerebbe riflettere un po' (strano...) su quello che non cambia, sulle emozioni, i gesti, i posti che rimangono sempre gli stessi. Nonostante tutto.
Nonostante tutto poteva essere tranquillamente un titolo valido oggi, perché nonostante tutto io ci sono.
Qui sul blog, nonostante i dolori, nonostante a volte vorrei essere lontano, senza mani, occhi, testa per scrivere, nonostante tutto ciò quasi ogni settimana butto giù una pagina e la mando in rete, da anni ormai.
Nonostante l'analisi, nonostante il lavoro faticoso terribilmente faticoso che faccio su me stessa, nonostante la rabbia, non sono ancora capace di piangere tanto quanto ne avrei bisogno. Solo a volte, solo al buio, solo nel silenzio prima del sonno, mi lascio andare e singhiozzo per minuti, anche per ore intere, fino ad arrivare al lavoro con gli occhi pesti e la faccia esausta.
Nonostante ci siano stati momenti difficili per la mia salute, a volte davvero pericolosi, a volte "solo" spaventosi, io sto bene e ultimamente questo benessere non cambia, anzi, qualche chilo in più forse dimostra che il mio corpo ce la fa meglio della mia testa.
Ci sono posti che non cambiano, come il fiume dove sono cresciuta e accanto al quale sono passata la settimana scorsa, con le anatre, gli alberi e la scorciatoia esattamente dove li avevo lasciati venti anni fa.
Il mio amore folle per i boschi, i sentieri, i fiori, la terra e gli animali che la abitano non cambia mai, nemmeno un poco, perciò il sabato passato sulle strade di levante con il vicino-vicino mi sentivo a casa quasi come se fossi stata a I Belli Venti.
Ci sono cose che non cambiano come l'intermittenza nella lettura, la stessa da sempre. Ora non c'è verso, nemmeno con i libri nuovi mi viene la voglia, ma so per certo che tra poco tornerà più prepotente e urgente di prima.
Ci sono sentimenti che restano gli stessi per sempre, anche se le persone per cui si provano non esistono più, perché sono lontane dalla vita che stiamo percorrendo, perché sono morte, perché sono sepolte sotto a spessi strati difensivi, perché per noi sono ancora sdraiate su una spiaggia di fiume nel giorno più bello in cui le abbiamo amate.
E poi ci sono cose che cambiano, come l'indulgenza verso noi stessi, che si può praticare anche rubando un pomeriggio al lavoro per dedicarlo a camminare camminare camminare in completa solitudine fino a sentire male alle gambe, confezionando un regalo per il bimbo bellissimo che domani andiamo tutti a festeggiare, comprando un sacco di prodotti di bellezza da provare la sera in compagnia di musica, tisana e lavoretti fai da te, regalandosi qualche ora di letto (senza esagerare) a guardare il soffitto.
Tutto quello che cambia e che resta è stato affrontato anche dal progetto Dear Teen Me, di cui in tanti abbiamo già scritto, compresa Cindy in un post meraviglioso.
Indispensabile per chiudere, a questo punto, una canzone che rimane, tra mille, una delle mie preferite di sempre, per la musica, per il video e perché dice:
You're probably right, seen from your side, that I've been lucky
but I've been meaning to crack all week.
Yes I've been involved, it never resolved into anything shocking.
Pains playing yoyo in my body as we speak.

sabato 3 maggio 2014

Paulonia

Il titolo è strano, lo so, ma ho appena scoperto il nome dell'albero nella foto e mi ha fatto subito pensare a un mondo fantastico, una terra lontana nella quale rifugiarmi in cerca di pace e tranquillità.
A Paulonia sto vivendo da qualche giorno, c'ero già stata in passato ma soltanto per una gita fuori porta. Ultimamente ho piantato le tende in questo posto ovattato, fatto di musica preferita, lavoro, passeggiate, pomeriggi ai fornelli, arte, pagine, lana, tisane, stoffe colorate e bimbi che sorridono.
Sta terminando la serie di festività, arrivate una dietro l'altra, suddivise tra giorni di pioggia seria e sole caldissimo, tra parchi illuminati e mostre surreali, tra feste di primavera e corse al tramonto.
Oggi ho camminato per quasi tutta la mattina, ho spedito Belty, il coniglio per il famoso progetto Sollevalamenteconlemanidelcuore e mi sono lasciata coccolare dal mio mare e dal mio mondo verde.
Stasera turno Altrove, gli amici sono tutti lontani e io ne approfitterò per stare nel silenzio dei pensieri, senza fretta, senza affanni, pronta alla domenica di sole che mi aspetta sui forti. Domattina è prevista l'uscita del corso di fotografia e io sono felice di poter guardare, per tutto il giorno, all'interno di un obiettivo in totale isolamento. Che poi si parla eh, eccome, e ci si diverte pure, ma gli esercizi di concentrazione solitaria sono quelli che ultimamente mi danno maggiore soddisfazione.
Ieri sera ho visto un film con mamma, Ida, la storia di una giovane polacca in procinto di prendere i voti e farsi suora. E' un racconto di ricerca, in bianco e nero, con pochi dialoghi, poca musica e un'attenzione per inquadrature e fotografia davvero eccezionale. Una cosa bella che si è aggiunta alle altre, ai fiori giganti che nascono in ufficio, ai sorrisi meravigliosi dei bimbi che amo, alle nuove avventure in cui mi butto inaspettatamente a capofitto e dalle quali come sempre riesco a trarre qualcosa di buono mantenendo la giusta distanza (Instagram e un'idea formativa per il futuro, per ora, sono tra quelle).
Quindi questa è la mia Paulonia, dove nessuno può entrare e dove devo stare attenta a non trovarmi troppo bene perché rischio di non tornare più.

lunedì 10 febbraio 2014

Artefatti proiettivi e altre storie

Fatevene una ragione, gente. C'è gioia qui.
So che non ci siete abituati e nemmeno io se è per questo, però è così, accettiamolo. In questo periodo sono felice. Punto esclamativo.
Merito degli scalini superati forse, merito delle cure che mi concedo senza pensarci troppo, merito del tempo un po' più libero (da impegni, seghe mentali, paure e ansie varie ed eventuali), merito dell'affetto che sento e che ricevo...qualunque ragione ci sia, sto bene.
Non sto "normale" come rispondevo ormai da anni, né sto "abbastanza", sto bene. Non etichetto questo post QB per una questione di pudore, pensata una nuova rubrica non è che la posso propinare ogni volta, però devo ammetterlo, questi giorni sono Qualcosa di Bello davvero.
Due libri meravigliosi letti in un fine settimana, una sera di chiacchiere e dolcezza, una mattina in un posto che la foto quassù rende un decimo della realtà, una pizza con mamma gatta e cucina scaldata dal forno, una vacanzina super meritata in vista, una notizia potenzialmente terribile che diventa bellissima nel tempo di una frase ("è tutto a posto, signora").
I libri che ho letteralmente inghiottito sono Ragazzo Selvatico di Paolo Cognetti e Tempo di Imparare di Valeria Parrella. Così diversi, così intensi. Luoghi meravigliosi, natura, odori, suoni e libertà nel primo, paura, fatica, speranza, amore e delicatezza nel secondo. Il risultato è che oggi sono corsa di nuovo in libreria e mi sono portata via altri scritti di questi autori e due nuovi titoli che si vedrà.
Per quanto riguarda la mattina di ieri, beh, solo un elenco mi può aiutare un poco a descriverla...eccolo qui:
- Un sentiero che sale, sale, sale, tra mille tornanti, rami secchi, erba alta e acqua che scorre
- Le prime chiazze di neve, riparate dal sole, con le orme di un uomo, di un cane, di un capriolo
- Il paesaggio che cambia, aprendosi all'improvviso e mostrando nuove vette, punte bianche, spalle brulle
- Qualche pino malato, qualche croco coraggioso
- Il vento sulla costa, che ghiaccia il sudore e fa venire la pelle d'oca
- La nuova salita, l'ultima, che sembra non finire mai e spezza la schiena (la mia, in verità!)
- La sosta sul prato, sotto la cima, nella luce, accanto alla neve, di fronte al mare, a piedi nudi e con i sorrisi stampati in faccia
- La partenza tra gli alberi bassi circondati dal bianco (quelli in foto) e illuminati dal sole
- Il sentiero che sparisce e diventa una pietraia
- I balzi sulle rocce, le scivolate, i licheni dai cerchi concentrici, le mani che odorano di palude e i passanti perplessi
- Una parola che scalda il cuore dopo un percorso faticoso per la concentrazione ma bello assai
- Il sentiero nel bosco tra muschi, ripari e alberi alti
- La discesa che picchia sulle ginocchia e ci mostra la valle buia sull'altro versante
- Le tracce dei cinghiali e lo stomaco che brontola per la fame
- La macchina azzurra che ci aspetta e mille gatti sulla strada di casa

Buonanotte felice

martedì 31 dicembre 2013

Duemilaquattordici

Ultimo giorno dell'anno, in cucina c'è una bella luce e in sala il cristallo appeso alla finestra riflette decine di arcobaleni che incantano la gatta. Mamma fa fare i compiti a Christian che appena la vede con la tazzina di caffè in mano si preoccupa che abbia fatto colazione, è un bambino dolce Christian. I biscotti di farina di riso della Fra sono buonissimi e nonostante la nausea li mangio volentieri, mentre mi metto ancora una volta nell'ottica di scrivere questa diavolo di tesi.
Continuo a leggere post di bilanci, conclusioni, wishlists e speranze ma resisto ed evito di martellarmi il cervello con i miei obiettivi non raggiunti, da raggiungere o superati (questi ultimi, del resto, non li riesco a vedere). Ci sono cose belle nel 2013 che se ne va, ci sono piccole bolle di sapone dove sono riuscita a infilarmi e c'è una grande fortuna che mi ha accompagnato tutto l'anno: la mia casa sull'albero. Non so se ho mai spiegato qui il perché tra queste pagine venisse spesso fuori quella parola maiuscola e corsiva, l'Albero appunto, colgo l'occasione per farlo adesso. Il piccolo appartamento dove sono andata a vivere alla fine del 2012 è pieno di legno: c'è il parquet in ogni stanza, l'armadio vecchio e scuro del nonno, il tavolo da osteria nella cucina, la sedia a dondolo accanto al divano, il piccolo tavolino al posto della scrivania.
Nella mia casa c'è una parete verde alle spalle di chi dorme, ci sono piante appese e piante appoggiate, piante in serra (una mini serra di vetro posata sul frigo) e piante che colano in Vico di Coccagna. Ci sono i vasi sulla finestra del bagno, che è profonda e ospita i fiori che non si sentono tanto bene, ci sono i rami secchi che fanno ridere Andrea e la ghirlanda di fiori appassiti che dondola sotto alla mensola dei libri di botanica.
La mia casa è come un albero, un Albero della Coccagna, perché qui trovo pace e rifugio, anche quando mi sento lontana dalle mie stesse scelte. Il lettone comodo mi ospita per mangiare, dormire, leggere, studiare, scrivere e fare l'amore. Il gatto di carta attaccato ai vetri della cucina tiene compagnia a quello vero della finestra di fronte, mentre la radio suona ininterrotta e l'ennesima tisana fuma sul piano in muratura accanto al lavandino. La dispensa è chiusa solo da una tenda, con grandi alberi verdi disegnati, mentre in sala c'è la foto in infrarossi degli "alberi bianchi" di Villa Pallavicini, c'è il libro Raccontare gli Alberi che fa bella mostra di sé, ci sono l'albero di plastica posato sul muretto, quello di argilla e legno del Signor Sergio e quello piccolo da portare al dito arrivato diretto dalla Turchia. Per tutti questi motivi e perché stare a casa è per me come stare in un nido, io chiamo quel posto l'Albero, nella speranza che ci sia sempre spazio per tutti, per chi passa un attimo per poi volare via, per chi si ferma a mangiare qualcosa, per chi cerca un rifugio dove dormire e per chi ogni tanto vorrà condividere la mia tana. Quindi un buon augurio per il 2014 penso possa essere, per tutti, quello di trovare il proprio posto nel mondo, un luogo di cui avere nostalgia. A modo mio vi auguro buon anno con due link:
questo (che penso sarà uno dei primi acquisti 2014!)
e questo (che si conclude con la frase più appropriata che potessi trovare "...a song for someone who needs somewhere to long for homesick because I no longer know where home is")

domenica 1 dicembre 2013

A forza di essere vento

Fino a due minuti fa Agata sonnecchiava sulle mie ginocchia. Sono da mamma, è domenica, primo giorno dell'ultimo mese. Da ieri c'è un vento che porta via, sono uscita pochissimo questo fine settimana, reduce dalla febbre ho preferito riposare. L'idea, per questo pomeriggio alle porte, è scrivere un po' di tesi...come al solito mille altre cose prendono il sopravvento sui buoni propositi e persino il post su ilmareingiardino ha la precedenza.
Ho male al collo, forte. Mi spavento, soprattutto la sera, ma mi aggrappo al briciolo di razionalità che mi resta dopo il tramonto per non andare in paranoia, così il sonno anche questa volta non è mancato e sono riuscita a dormire a lungo. Ho sognato un fiume, una ragazza straniera con i riccioli biondi, una casa che non conosco, un affetto che non ho più e, soprattutto, ho sognato alberi. Mi sembravano cercis siliquastrum, dalle foglie, ma non ci giurerei. Ricordo che stavo lì, sulla spiaggetta di ciottoli vicino all'acqua che scorreva veloce e cercavo di fotografare grappoli di rami in controluce. Il cellulare faceva cilecca e ogni volta che scattavo le foglie del mio albero avevano cambiato colore, prima tutte rosa, poi verdi e viola, poi rosse, gialle, fucsia e azzurre. Parevano palloncini colorati, forse lo erano, ed è buffo, pensandoci adesso, che abbia sognato l'albero di Giuda (detto anche albero dell'amore) così pieno di sfumature, con le sue foglie cuoriformi ognuna di un colore diverso, a seconda del vento.
Un vento che in questi giorni, come si diceva all'inizio, è forte, è freddo, alza la superficie del mare come fosse un torrente veloce e non rallenta mai.
Ho iniziato un libro nuovo, Verde Brillante s'intitola, e come sottotitolo ha "Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale". Per ora mi piace, un punto di vista nuovo su quello che ho sempre sostenuto, senza saperlo davvero. Io non sono vegana e neppure vegetariana. Le attenzioni alimentari che ho (a parte il delirio di diete e intolleranze degli ultimi mesi) sono sempre state accorgimenti di stampo egoista: non evito il pollo perché "povero pollo", né scelgo la carne di provenienza certa (= del contadino dietro casa o dell'allevatore che conosco) perché "povero vitello", prendo queste decisioni principalmente per la mia salute e per quella del pianeta in generale. Ho la fortuna di poter comprare le uova bio (e per bio intendo dei ragazzi del gas a cui mamma ordina le verdure) o, addirittura, di averle gratis dalle galline di mio zio. Sono privilegiata a potermi permettere una fettina di carne buona, allevata allo stato brado e non gonfia di ormoni, piena di coloranti e proveniente da un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione. Certo che ho a cuore cosa sente una mucca, cosa pensa un maiale, cosa provano un pulcino, una scrofa, un agnello e un fagiano, ma non sono così coerente nella vita, non faccio abbastanza attenzione, tutti i giorni, ai vestiti che compro (spesso confezionati dalle mani di un essere nato cresciuto vissuto e morto nella sporcizia, nella paura, nel dolore, nel buio e nella costrizione), agli oggetti con cui arredo casa, alle piccole scelte quotidiane che purtroppo non sempre sono all'altezza del mio predicare bene.
Nel libro che sto leggendo per ora sono arrivata al capitolo sulla vista delle piante, uno dei molti sensi che queste meraviglie naturali hanno a disposizione. Oltre alla vista hanno anche i quattro sensi rimasti, come li abbiamo noi, più un'infinità di altri, indispensabili per svilupparsi, crescere e lottare non avendo la possibilità di muoversi, spostarsi e fuggire. Le piante non sono mica così stupide da concentrare quasi tutti gli organi di senso in un solo punto, il medesimo punto dove sta il centro di controllo di questi stessi organi...chi mai lo farebbe? L'uomo, per esempio (e molti altri animali). Nella testa noi teniamo le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi e il cervello: bastano dunque una sprangata, una zuccata seria, un cancro, una bella meningite e via, tanti saluti. Se invece, io pianta, incontro un ruminante di passaggio, magari pure parecchio affamato, che mi mangiucchia tutto il verde...probabilmente non morirò, anzi, ricrescerò ancora più rigogliosa. E quindi, nelle mie idee alimentari e non, nelle decisioni che io mammifero onnivoro e comodo prendo ogni giorno, per ora preferisco mettere insieme l'acquisto di carta ecologica all'assenza di carne avicola dal mio piatto (per lo meno finché non troverò un rivenditore che mi farà ricredere), unire la scelta di detersivi biologici alla spina a quella di acquistare olio e riso da cascine familiari con un concetto etico di produzione e distribuzione, affiancare l'abitudine di comprare pasta, caffè e cioccolata da organizzazioni eque e con una storia critica alle spalle al tentativo di privilegiare frutta e verdura a Km 0, vino buono da "niente mal di testa", spesa al mercato con poco imballaggio piuttosto che al super. Perchè in qualche modo sento che la mia impronta ecologica, sicuramente pesante e dannosa, può alleggerirsi un poco se il mio pensiero ha una partenza ampia, un abbraccio grande, seppur costruito su gesti piccolissimi, scelte minime e quotidiane, istinti verdi arrivati pian piano, crescendo.
Poi però sono mortale, mangio sushi se mi va, compro magliette economiche per la vita di tutti i giorni, ho un cellulare e un computer Samsung e lo shampoo proprio no, non riesco a comprarlo biologico perché mi fa sembrare i capelli uno sputo di mucca.
E' diventato un post impegnato, volevo solo scrivere qualcosa su questo libro piccolo, in carta riciclata, che mi porterò dietro per un po' e che mi fa volere più bene a un geranio che a un picchio. Forse, però, il fatto che mi abbia svegliato tante riflessioni, di domenica, a stomaco vuoto, è già un buon segno.

mercoledì 27 novembre 2013

Mancanze

Sono a casa con la febbre oggi, poco male. Sotto al piumone, con pigiama, maglia, felpa e maglione con gli alamari mi godo i primi timidi effetti del paracetamolo. Il mal di testa persiste ma quel senso di oppressione su zigomi, fronte, occhi e nuca sembra attutirsi pian piano.
Ieri sera sono andata a cena fuori, solo donne, nella nuova zupperia accanto a casa. Per mesi ho visto quel locale riempirsi di operai, mattoni, conche di materiali, mobili e ho temuto si trattasse di un pub serale, pronto a tuffarsi nella movida genovese e a tenermi sveglia, soprattutto d'estate. Invece qui attorno non fanno che aprire posti da albero: una zupperia, un panificio per celiaci, il "mio" ristorante dell'estate, quello in cui lavorai per comprarmi il frigorifero, nella sua versione invernale, una mini cartoleria "tuttoauneuro" o anche meno, dove sono esposti, nel vicolo, anche gli animali di plastica. Dinosauri, granchi, serpenti, zebre, galline, topi, elefanti, di gomma dura, colorata, un po' brutta anche, ma che fa tanto anni '80, banchi di scuola, spiaggia, odore di plastica.
Ogni giorni che passa, in questa piccola casa verde e bianca, sto sempre meglio. Fa per me, lo sento. Anche se a volte la guardo in maniera lontana e distaccata, anche se spesso mi sento ospite tra i miei stessi muri, credo che la pace, il silenzio e la protezione che ho trovato qui fossero proprio quelli che mi mancavano. Basta spulciare in un robivecchi e portarsi a casa una seggiola verde bosco o trovare dei piccoli funghi rossi da piantare nel vasetto chiuso in serra, per sentirsi amati, per sentirsi a casa.
Ieri pomeriggio ho parlato tanto di mancanze, di controllo dell'assenza, di quanto questo mio nuovo rapporto con il cibo sia bello, importante e pericoloso al tempo stesso, o di quanto, per lo meno, io lo viva così. Mangio cose che mi fanno bene, mi concedo rarissimamente degli sgarri, delle "coccole" alimentari, sottoforma principalmente di lieviti e latticini. Non bevo quasi più nulla di alcolico, ho reintrodotto il glutine per capire se davvero la celiachia sarà una nuova compagna di giochi oppure no, ma per il resto persevero nella mia rigida dieta senza regali, tanto da portare a casa degli esami del sangue in cui colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi sono in certi casi addirittura sotto norma. Io, come sempre propensa alle dipendenze, ho le orecchie a punta in questo momento, tese a captare qualcosa che magari non c'è ma che è meglio vedere subito in caso ci fosse. Controllo quello che mangio, la quantità di coccole che ricevo, che mi concedo. In un momento in cui non ho proprio nulla di cui lamentarmi, in cui tutti i campi della mia vita mi offrono qualcosa di buono, di fortemente voluto, di tanto cercato, io mi tolgo del piacere dove posso. E mi piace, mi fa sentire forte, perché ho acquistato energia, perché ho perso i chili accumulati, perché non ho più mal di stomaco, perché la mia pelle è luminosa e perché ho di nuovo il controllo della situazione. Ho provato diverse mancanze, di persone che sono morte, di persone che sono passate nella mia vita e se ne sono andate facendomi soffrire, di soldi, di amici, di salute, di stimoli e soddisfazioni, ma non avevo mai provato mancanze alimentari, non avevo mai dovuto rinunciare a nulla. Anche in questo caso mi sono adattata con una velocità imbarazzante di fronte a questa assenza, ho tolto tutto quello che mi hanno detto di togliere esattamente nello stesso modo in cui dieci anni fa ho indossato la prima calza elastica e ingoiato la prima pastiglia per la coagulazione: non ho più smesso. Non ci sono ancora abbastanza elementi per capire quale meccanismo metto in pratica ogni volta, dove arrivi una semplice propensione caratteriale all'obbedienza e dove cominci uno spirito di sacrificio poco sano e legato al concetto di punizione. Tutto questo non l'ho capito per adesso, mi pare già una buona cosa ragionarci su e non prendere automaticamente per giusto ogni mio comportamento. Poi si vedrà.

P.S. Ho scattato questa foto domenica, durante una bella pessaggiata d'inverno con un'amica. Era l'ora del tramonto, c'era un cielo bellissimo. Ieri sera ho terminato il libro di Mauro Corona che mi ha regalato Andrea (Confessioni Ultime), tra le mille frasi che ho sottolineato c'è questa, che mi fa pensare alla foto lassù:
"La betulla piega il ramo fino a terra e scarica la neve altrimenti il peso glielo spezza. Cedendo vince."

giovedì 29 agosto 2013

Quanta bellezza...

Quanta bellezza c'è in una raganella minuscola, verde smeraldo, appesa sulla tua felpa fuxia, in una sera di fine estate?
Tanta, tantissima bellezza...se poi accanto a te ci sono una famiglia appena conosciuta e bella da matti pure lei, i vicini matematici-fotografi-pasticceri, la sposina dell'anno passato, il vicino-vicino e Andrea con la camicia a quadri, è tutto ancora più bello.
E se poi sui prati attorno ad una tavola apparecchiata sull'erba ci sono due asini freschi di parrucchiere, una mucca nera lenta e silenziosa, un coniglio nero pure lui in compagnia di tre merli (inutile dirlo, neri anche loro), caprette e galline invisibili, zucche arancioni da fiaba, albicocchi piccolini, ciliegi ricoperti di licheni d'argento, rami di kiwi, piante sconosciute, muretti a secco, piscine blu, amache appese tra gli alberi da frutto...è tutto, inevitabilmente, più bello.
E sono belli i cuochi orgogliosi, la carne cotta sulla pietra, la pasta al pesto che non puoi mangiare, le verdure tagliate sottili e grigliate al buio, il vino rosso, i treni di Bibi, la nanna di Leo, i racconti della sposa sullo sposo lontano, le battute del vicino-vicino, la prontezza del vicino-matematico-fotografo che scatta la foto alla ranocchia appena atterrata sulla tua giacca, la torta intollerante e meravigliosa della vicina-matematica-pasticcera, l'arrampicata estemporanea sul muretto del ragazzo con gli occhi a fessura seduto davanti a te, l'amore di mamma e papà che riempie la notte, le stelle che brillano perché qui ci sono poche luci, i fuochi d'artificio che scoppiano nel paese in festa poco più su.
E tutta questa bellezza ti fa bene, così bene che nonostante la mega mangiata il tuo stomaco riposa tranquillo e i tuoi sonni arrivano leggeri. Perché la bellezza salva sempre, dalle paure più grosse tornate stasera al tramonto e dure ad andarsene anche ora mentre scrivi, dai dubbi sulle tue capacità e possibilità lavorative, dai pensieri sulla tua famiglia ormai così scompaginata.
L'ultimo album dei The National (dal nefasto titolo Truble will find me, a riprova del fatto che preferisco la musica triste, per chi ancora non lo avesse capito e per chi ama ricordarmelo!) è bellezza e pure le zampe di Agata nascosta sotto un auto lo sono, è bellezza la spiaggia quasi vuota di questa sera, la bici rossa è bellezza e la mia calda felpa verde è bellezza pure lei.
C'è stato un tempo in cui le serate come ieri erano all'ordine del giorno? A me sembra di sì ma io rimuovo tutto, quello che mi fa male e spesso anche quello che mi fa bene e quindi, forse per fortuna, a volte mi sembra di vivere cose nuove e inaspettate, come se fosse la prima volta. Pensare ad un laboratorio dall'allestimento alla didattica come se non lo avessi mai fatto, mettere i piedi a bagno nell'acqua limpidissima come se avessi abitato su un monte fino a ieri sera, leggere quello che sentono le persone a te vicine e stupirsi anche degli aspetti più semplici, guardare negli stessi occhi come se non li avessi mai visti prima.
Quanta bellezza c'è in tutto questo?

P.S. La foto, ovviamente, è di Balletti.

domenica 25 agosto 2013

What does your joy look like today?

Lo spunto per scrivere questo post, inaspettato in verità, è la frase che ho usato come titolo.
Oggi sono felice, ultimamente mi capita sempre più spesso, ma a volte non so dire perché, non è sempre chiaro da dove arrivi la gioia, cosa mi spinga al sorriso, cosa vedano i miei occhi per inumidirsi contenti.
Quindi, quanto ho letto quella domanda lassù, mi sono fermata a riflettere ed è stato facilissimo risalire a tutti i momenti che mi hanno donato un po' di felicità. Semplice, piccola, come piace a me.
E qui, mi sa, ci scappa un elenco:
- La crema al cacao che ho spalmato sulle gallette stamattina, per tramortire l'ennesimo buscofen con una colata di dolcezza buonissima
- La colazione sulla tovaglietta rosa, quella con mille piccole mele
- Il sentiero nuovo, dove mettere un passo davanti all'altro e guardare quelli davanti al mio
- La mantide religiosa, verde pistacchio, sorpresa sulla terra rossa come se avesse sbagliato qualcosa nel suo processo di mimetismo
- I rami d'argento delle eriche bruciate anni fa, mescolati ai nuovi ciuffi verdi, alle pietre azzurre e alla terra color ruggine
- Il biancone che vola basso a cercare la merenda
- I biscotti al cacao che è come masticare un batuffolo di cotone mangiati davanti al temporale in arrivo
- Il temporale arrivato
- I tre daini in fuga sul pendio
- La macchina azzurra parcheggiata laggiù, sulla strada in mezzo all'erba verde
- Il gattino piccolo trovato ieri e accoccolato sulle gambe del vicino
- Le melanzane grigliate con l'olio, il limone, il pepe e i sorrisi di mamma per cena
- Le tre vecchie puntate di Grey's Anatomy che danno in TV, una dopo l'altra e che mi riportano ad accendere quel coso dopo mesi
- La scoperta di Mood Indigo, il prossimo film di Gondry, in uscita tra pochissimo, che non vedo l'ora di vedere
- La colonna sonora di oggi e di ieri che non smetterei mai di ascoltare, in questa versione: http://www.youtube.com/watch?v=HlFO0-IwKa4
- L'Elogio ai piedi di Erri, azzeccato come sempre:
Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

(Erri De Luca)
- La camomilla calda che sto bevendo ora e che sembra alleviare un poco il dolore al collo: la felpa verde arrotolata come una sciarpa, nel meraviglioso vento di oggi, non è bastata.
Buonanotte...

mercoledì 21 agosto 2013

Il Regno dei Ragni

Post confuso, lo so già. Perché sono tante le cose da dire, le cose che sto facendo, le cose che sto superando, le cose che sto capendo, però ho poca voglia stranamente di condividere col mondo.
Ieri leggendo l'ennesimo giallo estivo (come previsto la Vargas ha preso il sopravvento sul noir scandinavian style) ho scovato una frase che mi si addice molto: "Non ho trovato niente da pensare"...ecco, è proprio così: pur essendo un periodo estremamente denso di soluzioni e percorsi fertili, non ho pensieri chiari, non ho visioni nitide, non ho punti saldi a cui aggrapparmi. Ieri sera, parlando con Andrea, mi è uscita spontanea la metafora del collirio, che mi permette di vedere limpide e grandi le cose che ho attorno, le stesse su cui magari sono anni che inciampo senza quasi nemmeno rendermene conto. Per ora, il limite di tutta la faccenda, sta nel fatto che gli effetti prodigiosi di questa medicina per gli occhi (e per l'anima) non durino a lungo e quindi, a momenti di emozionante chiarezza a livelli di serendipity mentale, seguono blocchi e crolli confusi in cui tutto mi sembra di nuovo aggrovigliato e complicato.
Qualche giorno fa ho fatto un giro a piedi, da casa di mamma a "casa di papà" passando per un vecchio sentiero sgangherato, tra l'erba alta, gli strapiombi sul mare, le pietre rotolate, i rami ritorti, gli alberi fitti, gli insetti stecco, i rumori degli uccelli, i fiori di campo e mille ragnatele appese in mezzo alla via. Alla decima tela in faccia ho preso un bastoncino e mi sono fatta strada, attraversando "Il Regno dei Ragni" sotto il sole, con il passo svelto e il cuore un po' agitato.
Qualche tuono, il mare scuro, la luce argentata che tagliava le nuvole e si rifletteva sull'acqua, la voglia di dire a tutto l'universo quanto fosse per me importante, in quel momento, fare quel cammino. La sosta al cimitero è stata una sorpresa, un grande passo avanti rispetto a tutte le volte precedenti fatte di spolverate veloci, sistemazione meccanica dei fiori, carezzina svelta alla foto e tanti saluti. Oltre i cipressi, con i pensieri distesi e positivi, le cuffie nelle orecchie e la falcata più veloce di sempre, sono scesa sopra al mare e sono corsa a casa dalle mie abitudini, dalla gatta, dai libri, dal sole, dai fiori e dal cibo-medicina che mi aiuta in questo periodo complicato.
Inutile dire che parlare, guardare, accettare (meglio accogliere), lasciare andare e sorridere sono tutti verbi più utili di qualunque pastiglia o visita medica per superare un momento in cui il mio corpo (come sempre più sincero della mia mente) mi ha detto "Non ce la faccio più". E al di là delle intolleranze alimentari, al di là della sospetta celiachia, una luna piena, una scatola di giochi per bambini da sistemare, una giornata alle terme con mamma e una cena con l'amica di sempre pronta ad una vita nuova, sono tutte cose per cui vale la pena continuare a camminare, con il bastoncino in mano, nel "Regno dei Ragni".

P.S. Canzone di sottofondo, anche se c'entra poco con il post, "Satellite" di Colapesce e Meg...perché sono due estati almeno che la ascolto senza sosta.

martedì 2 luglio 2013

Amici di blog

Un post serale, come facevo una volta, di quelli scritti sotto le coperte, con la tisana calda accanto.
Sono giorni terribili, senza motivi apparenti, per lo meno senza motivi sicuri, ma sono terribili davvero. Nonostante in meno di dieci anni abbia visto malattie spaventose portarsi via i miei cari lentamente o in un batter d'occhio, nonostante io stessa abbia passato momenti non proprio felici dal punto di vista della salute, nonostante quindi sappia bene quali siano le ragioni vere per cui vale la pena disperarsi, in quesi giorni ho raggiunto livelli di tristezza tali che non ricordo di aver mai provato. Non so perché, una delle ipotesi che si stanno facendo avanti è la famigerata "intolleranza alimentare", che spiegherebbe anche l'aumento di peso, la ritenzione idrica galoppante, i dolori alle gambe, le afte in bocca, lo stomaco gonfio, la pancia dolorante.
Spero quindi, tra rimedi omeopatici per curare le crisi di pianto e rabbia incontrollate, test sulle intolleranze, sedute dall'osteopata, ore in palestra, dieta completamente nuova, di ritrovare la forma fisica, l'equilibrio mentale e la voglia di provarci, almeno un minimo, a riuscire nelle cose che faccio.
Sorvolando sulla situazione al lavoro, sulla condizione dei miei sentimenti e su tutte le implicazioni di totale apatia che queste due grandi difficoltà si portano dietro, volevo spendere due parole su una cosa dolce che capita qui, tra le pagine ormai datate di questo piccolo blog.
Ci sono poche persone che mi leggono con assiduità, una fra queste è la mamma. Navigando tra i post e i commenti di qualche lettore si incontrano altri blogger passati di qua, una su tutti la mia compaesana MissFletcher (http://dearmissfletcher.wordpress.com/), attivissima scrittrice di pezzi splendidi sulla nostra meravigliosa terra, completi di foto perfette per descrivere caruggi, scorci, vasi fioriti, barche, tetti, gatti, creuze e tutto quello che una città come Genova sa offrire a chi ha voglia di scoprirla. Qualche tempo fa MissFletcher ha organizzato una bella visita alla Grotta Doria, affascinante ancora più del Palazzo che la ospita e mia mamma, accompagnata da un'amica, ha partecipato entusiasta a questa gita tornando poi a casa felice e piena di cose da raccontare. Buffo pensare che grazie a questo piccolo mio mondo scritto si sia creata un'opportunità, per la mia più assidua lettrice, di entrare nei luoghi che ho studiato così tanto ai tempi delle mie lauree sui giardini storici!
Un'altra bella scoperta è Barbara, l'"Anonimo" che spesso commenta i miei post, condividendo pensieri e riflessioni in linea con il mio sentire. Vicina al mio amore per le piante, per la natura e per quella parte verde che mi porto dietro fin da quando ero bambina, Barbara mi ha spedito un libro che promette di avvicinare l'uomo alla forza immensa degli alberi. Non l'ho ancora iniziato perché ho molte letture da terminare, tutta questa tristezza mi toglie la voglia di fare ogni cosa, ma intendo cominciare presto a sfogliare quelle pagine lucide e piene di illustrazioni, simboli e magia.
Tra queste righe leggere, dunque, prima di abbandonare il computer sotto i crampi allo stomaco regalati dalla cena (una semplice e scarsa minestra con un poco di pasta), mi piacerebbe ringraziare chi ogni tanto passa di qui e lascia un suo segno, sia piccolo sia grande, allargando la mia vita e aggiungendo un nuovo punto di vista sulle cose.
Buonanotte