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domenica 2 agosto 2026

Leggermente 2.0: Summer Edition

 



C'è un motivo per cui, proprio oggi, esce questo post: sono in ferie.

Non è che ho smesso di leggere, semplicemente, ho smesso di avere tempo per raccontarlo.

L'estate scorsa ho letto qualche romanzo e un saggio, sempre meno di quanto avrei voluto, ma meglio di niente.

Qualcosa è già stato condiviso qui, con post totalmente dedicati, oggi, invece, mi piacerebbe scrivere di quattro libri diversi, che mi sono piaciuti, ognuno con le sue caratteristiche, spesso opposte.

Non so se questo "format", ammesso che si possa chiamare così, abbia senso, se interessi a qualcun *, se sia noioso e/o troppo diverso da quello che normalmente abita Ilmareingiardino, ma, da fruitrice, a mia volta, di blog, post e articoli che parlano di libri, ho pensato di continuare. Fatemi sapere voi, se ho rotto le scatole!

Mentre scrivo queste righe, nello zaino accanto a me riposa l'ennesima coincidenza che mi lega a Cindy (che, vi ricordo, è responsabile da tempo immemore della mia condivisione letteraria) di cui, per come sta andando la lettura, non vedo l'ora di raccontarvi.

Oggi, però, sono tre i romanzi che provo a presentarvi dal mio punto di vista, due che parlano di amore in una maniera diametralmente opposta e uno che racconta un viaggio, ma, diciamolo subito, secondo me parla di amore più degli altri due, senza dichiararlo mai.


Eccoli:

Mio Marito di Maud Ventura

Mai stati così felici di Claire Lombardo

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce


Mio marito

È una fregatura, divertente, drammatica, breve.
Se ne parlava sui social parecchio, mi pare un paio di anni fa, si legge molto velocemente ed è un bene perchè tutta la sua fama sta nel finale. Che è giusto, per carità, ma a me ciò che è rimasto maggiormente impresso sono i capitoli prima. La storia di una famiglia in cui la moglie è letteralmente ossessionata dal marito e, questa sua ossessione, inevitabilmente, condiziona la sua vita e quella della coppia. Vi consiglio di leggerlo soprattutto se pensate che la vostra relazione sia equilibrata e che certe dinamiche non vi riguardino. Poi mi dite.

Mai stati così telici

Di nuovo famiglia, di nuovo amore, ma in 700 pagine.
U
n libro che potrebbe, serenamente, diventare un film, o, ancora meglio, una serie tv.
Un "This is us" sottoforma di romanzo, che si svolge sempre nella stessa ambientazione, con gli stessi personaggi e con pochi, dimenticabili, colpi di scena, fino alla fine.
Il protagonista qui è l'amore, in particolare quello tra moglie e marito, profondo, raro, più forte di qualunque altra forma di amore familiare. Sembra che non mi sia piaciuto, ma non è così, mi aspettavo di piangere molto (mai dare per scontato che le recensioni di altr* valgano anche per noi), non è successo, ma è scritto bene, scorre facile e per chi, come me, non ha idea di cosa significhi avere due genitori follemente innamorati l'uno dell'altra, pronti a superare ogni difficoltà a colpi di amore e a preservare questo sentimento difendendolo da ogni attacco esterno (compresi i bisogni dei figli), è un'esperienza assimilabile alla visione di un documentario di Sir Attemborough sull'uccello lira.

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry

È l'ultimo che ho letto, orfana de "Lo scarabeo dorato della signorina Benson".
Un bel romanzo, leggero e pieno di spunti di riflessione preziosi, pieno di vita, morte e amore, in tutte le sue forme. Come nel caso del primo libro che ho letto della stessa autrice la sensazione è che Joyce scriva spesso di categorie lasciate ai margini: donne, persone con malattie mentali e/o fisiche, poveri, vecchi.
Posso dire? Ci riesce bene.
Perchè, pure io che non ho particolare empatia verso gli anziani, ad Harold e alla sua missione mi sono affezionata. Anche qui il plot twist non manca, con conseguente lacrima (nulla di paragonabile alla storia di Margery e Enid) e l'autrice è proprio brava a mantenere vivo l'interesse per una storia che rimane quasi uguale a se stessa per la maggior parte del tempo.

La porta

È passato talmente tanto da quando ho scritto questo post che, nel frattempo, ho letto altro.
Avete presente quando, poco più su, avevo scritto di avere un libro nella borsa che rappresentava una delle mille coincidenze che mi legano a Cinzia?
Ecco, quel libro era La porta, di Magda Szabò, visto proprio sul profilo instagram A casa di Cindy e immediatamente riconosciuto tra i preferiti di mamma. Mi è bastato andarlo a cercare nella libreria appena sistemata ed eccolo lì tra "quelli da leggere".
Beh, è proprio ciò che ho fatto subito.
L'ho divorato, adorato e mi sono innamorata della sua protagonista, la splendida Emerenc che ho già riconosciuto in una signora dell'est, con il fazzoletto in testa, che incontro spesso nei vicoli la mattina presto e nel ricordo dolceamaro di mia nonna materna, anche lei con i capelli spesso coperti.
Fatevi un regalo, leggetelo, fatevi venire voglia di visitare i luoghi che racconta, di conoscere qualcuno di così solido e puro come Emerenc, di addestrare un cane, di progettare la vostra tomba, di portare ai vicini un piatto dell'amicizia ogni tanto, di prendervi cura gli uni degli altri, di chiedere a dare aiuto.

Bene, il post è finito, ne avrei pure un altro in canna e ci sono libri di cui non ho scritto che forse varrebbe la pena condividere, ma sarà per la prossima volta!


domenica 1 febbraio 2026

Leggermente 2.0: Lo scarabeo della Signorina Benson


Musica

Questa puntata del Leggermente 2.0 non doveva essere dedicata al libro di cui scriverò.
Ma ho finito di leggerlo poco fa, seduta su una panchina ai Luzzati nel sole invernale di una domenica pomeriggio e sono dovuta fuggire in lacrime non appena ho terminato l'ultima pagina (a dire il vero, piangevo già da un pò).

Lo scarabeo della signorina Benson è esattamente il libro di cui avevo bisogno adesso.
La storia a cui mi aggrapperò spesso, non solo nei prossimi giorni ma, ne sono certa, ci penserò ancora a lungo, forse per sempre.

Un titolo e una copertina che, probabilmente, non mi avrebbero conquistata a prima vista, ma, come sempre, sappiamo a chi dare la colpa quando si parla di libri belli: Cindy, ovviamente.

L'estate scorsa mi ha detto che mi sarebbe piaciuto, io l'ho comprato insieme ad altri due, come scorta per l'inverno; è di questi ultimi che avrei voluto scrivere oggi, ma ero ancora seduta sulla panchina che già pensavo a quando, arrivata a casa, avrei riversato tutto il mio entusiasmo sul Supernote.

Trecentoottanta pagine che scorrono bene, ancora una volta perfette per un film, ma, soprattutto, perfette per chi, superati i quarant'anni, ogni tanto (tutti i giorni) si chiede cosa abbia fatto di buono nella vita, cosa sia davvero l'amicizia, come si misuri la soddisfazione personale, quanto abbia senso continuare a ripetersi che siano le piccole cose a contare davvero.

Le risposte a queste domande si trovano nel libro di Rachel Joyce, una lettura potentissima, capace di parlarmi di solitudine e sorellanza allo stesso tempo, di dolore e gioia, paura e coraggio, realtà e fantasia, celebrando con una storia inventata l'essenza più pura della vita.

Lo so, sto scrivendo sull'onda dell'entusiasmo, me ne rendo conto, ma io che i desideri non solo non ho mai avuto la forza di rincorrerli, probabilmente nemmeno di averli, quando leggo storie come quella di Margery e Enid, somiglio a un neonato che ha appena scoperto di avere le mani.

Poi certo, c'è la natura che con me vince a mani basse, c'è il trauma del lutto familiare, ma ci sono cose che non ricordo di aver incontrato in altri libri e che mi hanno aperto gli occhi senza chiedere il permesso.

Credo che il merito maggiore vada alla scrittura dell'autrice, per me niente di meno che perfetta, con un uso delle parole che oscilla tra il poetico e il tagliente e una trama che si adegua perfettamente al mood, passando dal lento al rocambolesco nel giro di tre righe.

Ho sorriso e mi sono commossa, ho riso di gusto e pianto a singhiozzi e tanto mi basta per pensare che sarà dura, in questo 2026 appena iniziato, leggere di meglio.

"Poi si sedette in veranda a guardare nel buio gli alberi sbiancati dalla luna, così alta e piena da sembrare un ritaglio. La colpì di nuovo la consapevolezza di quanto fosse breve la vita. Tutti quei pesi che la gente si portava dientro con tanta fatica un giorno sarebbero scomparsi, e lo stesso i dolori personali, e non sarebbe rimasto altro che quello: gli alberi, la luna, il buio."

domenica 2 novembre 2025

Leggermente 2.0: Un albero cresce a Brooklyn


Musica

Questo post segna un (gran) ritorno: la voglia di raccontare un po' di quello che leggo.

Gran parte della responsabilità è della mia amica Cinzia con cui, ormai (troppi) anni fa, avevo dato forma a una mini rubrica sul suo blog. Si chiamava, appunto, "Leggermente" e ospitava i miei consigli di lettura accompagnati dalla musica.

Qualche mese fa Cinzia mi ha scritto questo messaggio:

"Comunque dovresti parlare dei libri che leggi! (o almeno parlarne a me ☺)"

E da quel momento si sono susseguite talmente tante coincidenze che, alla fine, ho capitolato volentieri.

Ve ne racconto una: la maggior parte dei libri che ho letto negli ultimi tempi deriva proprio dai consigli di Cinzia, che, ogni mese, condivide le sue letture sul suo profilo Instagram A Casa di Cindy, accompagnandole con brevi ma essenziali recensioni.
Tra i titoli da lei citati c'era anche Un albero cresce a Brooklyn.

Questa estate, alla libreria vicina al paesello, ho acquistato, come da tradizione, una scorta di romanzi per le giornate di ferie. Mentre sceglievo cosa comprare ho notato, su un espositore girevole, il libro visto tra i consigli Cinzia e che mi aveva colpito, come potrete facilmente immaginare, per la parola "albero" nel titolo. Avendo già ordinato altri libri avevo deciso di lasciarlo lì, per la prossima mattinata di shopping letterario.

Se avete seguito le ultime avventure su Ilmareingiardino sapete che ho trascorso le ferie inscatolando la casa dei miei. Beh, indovinate quale libro, nell'edizione tradotta in italiano del 1947, ho trovato tra gli scaffali di mamma, poche ore dopo averne lasciato la copia contemporanea in libreria?

Esatto, proprio lui, Un albero cresce a Brooklyn.

Ovviamente ho accantonato tutti gli altri romanzi acquistati e ho iniziato da questo piccolo libro verde, riparato preventivamente dal mio Cuore con il nastro adesivo colorato e poi portato ovunque, dalla spiaggia al treno, dal treno all'ufficio, dall'ufficio al divano.

Sembra breve, ma non lo è affatto, sono quattrocentoottantaquattro pagine di velina sottile che non finiscono mai. E meno male.

Dentro a Un albero cresce a Brooklyn c'è tutto: ci sono l'America e la povertà, l'indipendenza e la dignità, il coraggio e l'amore, la famiglia e il lavoro, l'amicizia e la tradizione, la paura e l'orgoglio, il dolore e il perdono, il freddo e la fame, la speranza e la gioia, il passato e il futuro, la morte e la vita.

Potrei continuare all'infinito, scrivendo di come vengono raccontati gli italiani immigrati, così, giusto per ricordarcene quando sputiamo il nostro schifo su chi lascia la sua terra per cercare possibilità altrove al grido di "noi partivamo per lavorare!", potrei dire di quante volte, ogni giorno, io ripensi a questo libro, così tante da aver cercato il film a lui ispirato, il cui inglese, però, temo sia troppo difficile per me.

Un albero cresce a Brooklyn è una perfetta serie tv, mi stupisco che nessuno ci abbia ancora pensato, ma, tutto sommato, meglio così, la storia di Francie non merita nessun adattamento, taglio, modifica, sta bene lì dov'è, tra le pagine sottili di un libro che ha più di ottant'anni ed è ancora perfetto per raccontare la vita.

Grazie Betty Smith per questo regalo, a Cinzia per il consiglio e l'incoraggiamento e a mamma, per averlo conservato così a lungo e avermelo fatto trovare al momento giusto.

martedì 17 marzo 2020

I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare


Inizio questo post sdraiata su un prato, con il sole in faccia e gli amici accanto. Siamo in quattro, abbiamo preso l'auto sta mattina presto, abbiamo cambiato itinerario all'ultimo per evitare spostamenti potenzialmente a rischio e siamo saliti a piedi da Pieve a Santa Giulia.
Sopra di noi, nel cortile della chiesa, ci sono comitive forse troppo numerose, ma meglio qui, all'aria aperta, che chiusi in un ristorante per il pranzo della domenica.

Mi sono chiesta spesso cosa avrei scritto nel post dell'anniversario. Pensavo che avrei raccontato i dodici mesi senza di lei, che avrei provato ad analizzare i (pochi) libri letti, che avrei fatto il resoconto della piccola festa organizzata per ricordarla.
Alla fine, come al solito, la vita cambia tutto. Il Covid-19 ha ribaltato un po' di prospettiva e le restrizioni mettono a dura prova tutti, non tanto me che sono più asociale della mia gatta, quanto chi è abituato a viaggiare per lavoro, a uscire in gruppo, a portare i bambini ai giardini, a trascorrere serate nei locali, ad andare a scuola o in palestra.

Nel frattempo sono trascorse quasi tre settimane e sto continuando a scrivere il post dal letto, mentre aspetto che Andrea finisca una call per riuscire a concentrarmi nel lavoro: la casa è piccola, le porte non si chiudono e alle chiamate di lavoro partecipiamo, involontariamente, tutti.
Non oso pensare alla seconda seduta via Skype che farò con l'analista tra qualche giorno...
Le disposizioni restrittive di cui parlavo poco più su sono diventate quarantena, le giornate trascorrono quasi uguali l'una all'altra, le prospettive economiche di una coppia che lavora con il pubblico, con le scuole e nel sociale non sono certo le più rosee, ma non molliamo e andiamo avanti, come al solito. Il gruppo meraviglioso con cui lavoro ha girato nelle settimane scorse una serie di video che possano aiutare i bambini ad affrontare i lunghi pomeriggi a casa, con gli amici ci sentiamo via Google meet, con gli zii e i vicini del paesello usiamo Whatsapp, con il papà di Andrea funzionano benissimo le care, vecchie telefonate.

In tutto questo delirio sospeso, tra cinque giorni è un anno che è morta la Maria.
Negli hospice sono vietate le visite e penso costantemente a come avrei fatto, senza poterle stare accanto sempre, fino all'ultimo respiro. Volevo ricordarla con i suoi amici nel prato dove cresce l'ulivo piantato per lei, volevo andare al cimitero a portarle i fiori nuovi, volevo preparare il suo giardino all'arrivo della Primavera, volevo condividere con la comunità la scelta di donare qualcosa in onore della sua bella anima.
Dovrò rimandare, poco male, c'è chi sta peggio e lo so bene. Però mi dispiace e, inevitabilmente, il cervello va lì di continuo, soprattutto la notte. Dormire con me deve essere ormai impossibile, tra urli, calci e pianti diperati: la mia abitudine agli incubi non era un segreto prima, tanto meno adesso.

Ad ogni modo, a scrivere di un paio di libri letti e scelti per accompagnarmi nel lutto sono ancora in tempo. Il primo è La via del bosco di Long Witt Woon, acquistato all'ultimo Book Pride attirata dal sottotitolo (Una storia di lutto, funghi e rinascita) e dalla copertina. Il secondo è Blue Nights di Joan Didion, perchè mi piace vincere facile (o difficile, dipende dai punti di vista).
Entrambi i romanzi parlano di perdita e lo fanno in maniera completamente diversa. Per chi conoscesse già la Didion e avesse letto quella meraviglia di dolore che è L'anno del pensiero magico non avrà difficoltà a immaginare il modo in cui l'autrice scrive della morte della figlia Quintana e di tutti i ricordi di vita che la legano a lei, a partire dall'atmosfera delle sere di quasi estate, quando la luce si fa azzurra sul finire del giorno. Long Witt Woon racconta, invece, il suo percorso attraverso il lutto per la morte del marito, fatto di isolamento, di tempo dilatato, di panico per l'assenza e di timido tentativo di rinascita. Un corso di riconoscimento funghi quanto può aiutare a superare la perdita di una persona cara? Tanto, perché tutto fa.
Un aperitivo con gli amici al quale ci costringiamo ad andare, una serata a piangere sul divano perché uscire era troppo difficile, un pomeriggio di lavoro soddisfacente, una camminata nel bosco, una pizza fatta in casa, un paio di pastiglie giuste, un libro letto tutto d'un fiato, un film al cinema di quelli impossibili da dimenticare, una puntata del Commissario Montalbano, una chiacchierata con i colleghi di prima mattina, una telefonata triste agli zii, una chiamata delle sue amiche, una cena fuori all'improvviso, un laboratorio con i bambini, un post sul blog scritto durante una giornata di quarantena nel bel mezzo di una pandemia. Tutto fa.

Chissà cosa avresti detto tu, cara mamma, di fronte a questo casino.
Cosa avresti fatto? Saresti stata in giardino, avresti fatto la spesa solo alla Pam, perché la Coop è fuori comune e sono abbastanza sicura che ti avrebbero fermata i Carabinieri, avresti fatto due passi fino alla chiesa, saresti salita dai vicini di sopra per un caffè o un Asinello, avresti seguito la messa della tua parrocchia su FaceBook, avresti letto un sacco di libri e ti saresti lamentata per averli finiti tutti ed essere rimasta senza (ieri è uscito l'ultimissimo di Kent Haruf, che rabbia non poterlo commentare con te!), avresti cucinato poco perché intanto, solo per te, non ne valeva la pena, avresti parlato con Agata che - guardala quassù - sembra sempre aspettare che torni.

Io, fuori dal lutto, ancora decisamente non ci sono. Ma ho una casa da finire di sistemare che lei avrebbe adorato, ho la pratica di yoga giornaliera, ho la sua palla di pelo da curare, un lavoro da cercare di alimentare nonostante il Coronavirus, una salute da controllare appena finirà l'emergenza e potrò andare a fare gli esami previsti, un viaggio da immaginare perché con la situazione quarantena e ferie da recuperare è un disastro, una festa da organizzare per ricordarla insieme alla sua grande famiglia.
E non mollo, perché se mi vedesse, si incazzerebbe di brutto!

L'onere della memoria è ricaduto tutto su di me, e mi pesa. Se dimentico, vanno in fumo gli anni passati insieme. Non ci sono più nemmeno i nostri sogni per il futuro; posso solo tenerli in un cassetto. [Long Litt Woon - La via del bosco]

"Hai i tuoi meravigliosi ricordi", diceva, dopo, la gente, come se i ricordi fossero una consolazione. I ricordi non lo sono. I ricordi, per definizione, riguardano tempi andati, cose che non ci sono più (...) I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare. [Joan Didion - Blue Nights]

mercoledì 31 gennaio 2018

Medicine


"Il fatto è che Elena rimaneva estranea soprattutto a se stessa, era un agente clandestino che aveva compartimentalizzato così bene la propria attività da aver perduto l'accesso ai suoi stessi ritagli"
(Joan Didion - L'anno del pensiero magico)

Dall'ultimo post che ho scritto le cose sono cambiate poco, la salute ancora non mi assiste granché, ma il lavoro procede spedito e io gli arranco dietro. Viste le premesse posso ritenermi più che soddisfatta e aver rallentato un goccio mi ha chiaramente indicato cosa mancava nell'economia delle mie giornate: il tempo. Non che non lo sapessi, ma provarlo direttamente è un'altra cosa. Mi sono bastati un paio di pomeriggi meno congestionati per capire che era sufficiente liberare una o due ore al giorno per rendere meglio, approfondire alcuni aspetti, concentrarmi su altri, lasciare spazio alla creatività, che, con la fretta, non viene fuori di sicuro.
Bastava pochissimo, lo so, non posso fare altro che prenderne atto e cercare di comportarmi di conseguenza.

Il titolo che ho scelto non è casuale, perché oggi vorrei raccontare quali sono le medicine che ho preso (oltre a quelle vere, ovviamente) per stare meglio.

1) L'ho appena detto, il tempo. Quasi tutte le altre vengono di conseguenza.
Meno affanno = più potere. Perché è proprio quello che ho sentito di riacquistare: più potere sulla mia vita, più possibilità di scelta. Stare ferma mezz'ora sul divano senza fare nulla, per esempio. Guardavo negli altri questa abitudine con un misto di invidia e disappunto. Scema, bastava provare a sedersi e fare altrettanto, ci avrei guadagnato, la mente ne sarebbe uscita più sgombra e più pronta a rendere meglio.

2) I libri. Ho finalmente letto L'anno del pensiero magico di Joan Didion (io ho acquistato l'edizione tascabile) e, come immaginavo, l'ho adorato. Impossibile spiegare di cosa si tratti, io per lo meno non ci riesco. Lei però ve lo dice in modo bellissimo e chiarissimo ed proprio grazie a Tegamini se ho iniziato a leggerlo e a "sbudellarmi per poi soffiarmi il naso con le mie stesse interiora" (cit.). Il tema, a me carissimo, si srotola tra le pagine a volte in maniera lenta e inesorabile, a volte in modo veloce e imprevedibile. Come, del resto, succede nella vita.
Inutile dirvi cosa ho provato leggendo la frase che ho riportato a inizio post.
Ora, concluso L'Anno del Pensiero Magico, mi sono buttata su questo. Vi saprò dire.

3) Le passeggiate piccole, come quella fatta con mamma un paio di domeniche fa. Siamo andate dietro casa, abbiamo raggiunto i luoghi dove mio padre è nato e cresciuto, passando dai monti. Abbiamo visto le prime viole della stagione, mangiato un panino sedute al sole, sbirciato dalle serrature per fotografare posti bellissimi. Non vedo l'ora di rifarlo!

4) Le mattine libere
, da tutto e da tutti. Prima di un pomeriggio a scuola, circondata da bambini urlanti, un'intera mattinata trascorsa tra prati, fiori, mare e chiacchiere senza ansia. Non me l'aspettavo, è stato bello anche per quello. I Parchi di Nervi sono sempre meravigliosi e svuotare la testa in questo modo ha reso tutto il resto del giorno, nonostante le difficoltà del periodo, un posto migliore. La foto scelta come copertina l'ho scattata quella mattina, perché aggrapparsi a qualcosa che si sgretola sembra essere il mio forte, ultimamente.

5) Le gite lunghe, e per lunghe intendo una decina di chilometri abbondanti nei miei luoghi preferitissimi di sempre. Tanto sole, tanta salita, tanto hummus nel panino del pranzo, tanta luce che fa diventare il mare d'argento, tanta vista che copre tutto, da levante a ponente, poco vento, poca fatica (e chi se lo aspettava!), poca voglia di scendere e tornare dritta nel lunedì che cominciava.

6) I nuovi laboratori, pensati per il prossimo week end e utili per il futuro. I piani (grandi) per i mesi che verranno, la formazione continua a cui non voglio proprio rinunciare, l'impegno e la costanza, la gestione sempre più fluida delle cose che arrivano e di quelle che è meglio lasciare, il tentativo di rimanere calma, di non annullarmi, di mettere sempre al centro il mio benessere perché senza quello nient'altro può funzionare.
L'idea è quella di ricominciare anche con il Pilates, dopo un anno ferma, per la prima volta da tredici anni. L'idea è quella di dire dei no, perché i sì possano aumentare ed essere migliori. Inutile sottolineare quanto quest'ultimo punto sia il più complicato di tutti, ma per ora sta funzionando!



venerdì 23 giugno 2017

Canto della Pianura


Di solito di libri scrivo solo A Casa di Cindy.


Ormai il Leggermente mi (ci) tiene compagnia da più di due anni e, nonostante negli ultimi tempi io non riesca più a preparare una recensione con scadenza mensile, è un appuntamento a cui non voglio proprio rinunciare.
Soprattutto perché "mi costringe" a leggere e a scrivere, due attività preziose che si alimentano a vicenda e che, almeno d'estate, vorrei mi tenessero compagnia il più possibile.

Quindi, dicevo, di solito le mie opinioni su ciò che leggo le trovate nel blog di Cinzia, questa volta, però, sento l'urgenza di riportarle qui.
Perché? Perché Canto della Pianura di Kent Haruf è un libro speciale, un romanzo che per me segna una nuova partenza, un nuovo modo di rifugiarmi nella lettura.
Me lo ha consigliato (e prestato) mamma, dicendomi che finito questo mi avrebbe portato anche Crepuscolo e Benedizione, gli altri scritti legati a Canto della Pianura, se non altro per ambientazione.

In pochi giorni l'ho divorato, l'ho messo in borsa e l'ho letto veramente ovunque, in ogni momento libero: al mare, sul treno, in metro, sul divano, in piazza, su una panchina, sul terrazzo, in piscina e persino al cimitero (un piccolo camposanto di periferia mentre aspettavo di entrare al lavoro poco distante).

Di questo libro mi hanno colpito la scrittura e la completa assenza di morale: io, per lo meno, non ho trovato nessuno giudizio.
Nella quarta di copertina si legge "vite insignificanti ma indispensabili, per la più semplice delle ragioni: per la voce stupenda, quieta e luminosa, con cui Haruf ci racconta della sua Holt, di questa piccola città dove ci sembra di vivere da sempre e che mai vorremo lasciare".
Ed è proprio così: in fondo nessuno dei protagonisti ha un ruolo fondamentale, ma, nello stesso tempo, senza la sua presenza il romanzo non sarebbe lo stesso.

Per me che sono cresciuta in un piccolo piccolissimo paese la questione è chiara e limpida, perché anche dove ho vissuto io fino a che sono rimasta a casa dei miei ognuno aveva il suo spazio, le sue caratteristiche, i suoi modi, il suo peso. L'allevatore, il contadino, il ferroviere, la maestra, il giornalista, la professoressa, l'infermiere, la sarta, l'ingegnere, il veterinario... ognuno giocava una parte, recitava le battute del copione segnate con la prima lettera del suo nome e nulla sarebbe potuto essere altrimenti.
Ogni volta che qualche vicino dei miei andava via dal paese veniva a mancare un pezzo del puzzle e l'equilibrio della comunità doveva essere ripristinato; niente di insuperabile o di particolarmente drammatico, proprio come Haruf racconta nel Canto della Pianura.
Cose che succedono, che si superano, che si cerca di gestire: a volte ci si passa attraverso senza parlarne con nessuno, oppure si fa una telefonata per chiedere un consiglio, a volte ci si sfoga per ore davanti a qualcosa di forte oppure si sceglie di nascondere tutto sotto il tappeto, sperando di dimenticare in fretta.

Nel libro di cui scrivo oggi c'è il quotidiano, senza grandi colpi di scena ma con passaggi scritti in maniera meravigliosa, con quello stile che fa bene al cuore da quanto è perfetto. C'è una descrizione del vapore che esce dalle narici di un cavallo nel freddo dell'inverno che penso di aver riletto tre volte, da tanto mi è parsa completa. Ecco, Canto della Pianura credo sia un libro completo, che non eccede perché non ce n'è bisogno, ma scordatevi di pensare che per queste ragioni si tratti di un insieme di pagine fredde e poco coinvolgenti: io ci ho trovato un enorme carico di amore.

Quindi, detto questo, mi avventuro in Crepuscolo, il secondo volume della trilogia, più fiduciosa che mai e impaziente di incontrare di nuovo i fratelli McPherson.
Colonna sonora, che non fa mai male.

domenica 26 marzo 2017

Un passo dopo l'altro


Niente gite in questo periodo.
Il sole è ormai tiepido, a volte persino caldo, ma il lavoro mi tiene lontana dai sentieri.
Potrei disperarmi, ma non servirebbe. Ho deciso quindi di farli qui, in città, i passi. Uno dopo l'altro.

Ieri, per esempio, ho camminato davvero e ho camminato in senso figurato, il tutto senza quasi muovermi dal mio quartiere.

Alla mattina giretto in Villa Croce, faceva così caldo che dopo i primi cinque minuti sulla panchina ho tolto maglia e calzini e mi sono goduta un'oretta di luce piena, con un libro da leggere e due cani meravigliosi che giocavano sul prato accanto a noi.
Pranzo all'aperto, crema di ceci con calamari scottati, un salto all'orto di quartiere (perché l'idea di curare un pezzettino di terra ancora non mi ha abbandonata) e una lunga passeggiata fino alla nuova gelateria dove - sorpresa! - c'era anche un mercatino delle pulci di quelli che piacciono a me: sedie vintage, macchine fotografiche, specchi sbilenchi, collane improbabili, tazze colorate e mille altre cose tra cui perdersi.

Il pomeriggio, invece, ho smesso di camminare davvero e ho cominciato a farlo in senso figurato: alle 16.30 ho presentato Robotica creativa per giovani tecnologici alla Libreria l'Albero delle Lettere, un posto bellissimo dove ho comprato libri per anni e mai avrei immaginato di diventare, un giorno, uno degli autori in vendita.
Dopo una breve introduzione dell'editore ho allestito un piccolo laboratorio per i bimbi presenti: insieme abbiamo costruito le ormai mitiche scribbling machines usando i washi tape colorati e scarabocchiando in libertà per un'oretta abbondante. Il risultato? Un grosso Bristol bianco pieno di segni, punti, strisce, e trattini di tutti i colori che sto meditando di incorniciare e appendere in corridoio, in onore di questa giornata importante e speciale.

La settimana appena trascorsa è stata anche nuovi laboratori a scuola, dove ho finalmente dato sfogo a tutta la creatività scientifica che spesso mi tengo dentro e nuovi percorsi di didattica e aiuto, che porto nel cuore e custodisco con cura.
Nei giorni che verranno non so cosa succederà, so solo che il prossimo week end non si lavora e quindi, meteo permettendo, GITAAAAAAAAA!


giovedì 15 dicembre 2016

Ad alta voce

Il titolo del post mi è capitato in bocca l'altra sera.
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.

Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.

Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.

Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.

Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):

"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."






mercoledì 7 dicembre 2016

Ricrescere, sempre


La mia vita, come credo quella di tutti, è da sempre costellata di battute di arresto e goffe ripartenze.
Ogni tanto, di solito passano mesi o addirittura anni tra un avvenimento e l'altro, le cose si complicano talmente da diventare pesantissime e difficili da gestire, la fatica si mette al volante e io non riesco a fare altro che non sia sedermi sul sedile posteriore e lasciarmi portare.
Mi pesa, mi pesa moltissimo, perché vorrei invece avere la forza di prendere il comando della situazione e di tirarmi fuori dal caos il prima possibile; poi, però, in sere come questa, penso che forse la chiave di tutto stia proprio nel lasciar andare gli eventi, senza accanirsi, senza cercare di contrastare la corrente, provando, piuttosto, a riposare in attesa di tempi migliori.

Stanno succedendo tante cose belle, una su tutte la diffusione inesorabile, divertente, inaspettata e a macchia d'olio del mio libro: è arrivato in libreria, è arrivato nelle scuole e nelle case, forse arriverà nelle fiere e nei laboratori prima del previsto: una bella soddisfazione. Io subisco battute d'arresto, come dicevo all'inizio, lui invece, piccolo e colorato, va avanti come un treno, anche al posto mio.

Oggi, dunque, ho bisogno di calma, di rifugio e, lo sapete, queste sono due cose che (per me) risiedono sempre in un elenco.

Via, dunque, alla lista di dieci motivi per cui vale la pena ricrescere, come i capelli colorati alla caxxo di cane da un parrucchiere che non ascolta, come la fiducia in se stessi davanti ad un'infinita serie di corsi a scuola in partenza la prossima settimana, come la forza di studiare (nelle vacanze) qualcosa come mille pagine per un esame, come la capacità di non mandare a quel paese il tecnico della caldaia che in due giorni ti chiede quattrocento euro per fare e per riparare quello che ha fatto. Quattrocento euro: un intero corso a scuola, un esame all'università, la giacca gialla e le scarpe verdi che tanto mi piacciono, il Fairphone, venti libri piuttosto costosi, dieci cene all'Osteria della Collina. Uffa.

1) L'Autunno nella mia città, che sto apprezzando troppo poco, ma che vedo ogni giorno, senza avere il tempo e la voglia di raccogliere le foglie gialle che incontro (a parte qualche caso imprescindibile)

2) Il Secret Santa di Cindy: il pacchetto è pronto, partirà tra qualche giorno e dopo aver visto a chi arriverà non posso che essere curiosa e felice di avere l'opportunità di conoscere una persona (almeno apparentemente) così simile a me!

3) Due concerti in tre giorni, tanto belli quanto diversi tra loro

4) Una giornata nell'acqua calda delle terme, tra foglie rosse, ravioli al sugo d'arrosto, capelli a cespuglio

5) Una camminata lungo l'Acquedotto Storico di Genova, l'ennesima, bella come la prima e come la prossima

6) Una nuova serie TV che mi fa venire voglia di ristudiare la storia contemporanea

7) I gioielli comprati da Demodé

8) Una cena di gala, inaspettata quanto divertente, in un posto meraviglioso

9) Un pomeriggio a giocare a uno due tre stella, in mezzo alla strada, per fare felici Emiliano e Martino, dopo un pranzo tutti insieme

10) Una mattina in ospedale, per togliere il tutore di mamma e iniziare finalmente a vedere un'uscita da questo delirio




venerdì 18 novembre 2016

Punture e conigli


Oggi ho visto un sacco di conigli e quando dico un sacco intendo un sacco. Come si vede dalle foto, compresa quella scelta per il post, loro hanno visto me. Si sono avvicinati, sono scappati, mi hanno guardata da lontano, non mi hanno filata di striscio. Il più bello, nemmeno a dirlo, era un poco siamese, ma pure il ciccione marrone scuro non scherzava. Tutte queste morbide bestiole, incomprensibilmente rimaste a casa loro e non nella mia borsa, vivono qui, un posto in cui vado da anni, da sempre direi, ma una cosa del genere non l'avevo proprio mai vista.

Per onore di cronaca, però, devo ammettere che ho incontrato anche lui, non meno bello (se non fosse stato per la coda un tantino spelacchiata assente) e non meno spavaldo. Ha rincorso tortore su quell'albero arancione per un tempo infinito (che, da brava stalker, ho trascorso osservandolo incantata), poi si è fermato e si è dedicato ad un'altra attività: guardarmi malissimo, tanto da spaventarmi e costringermi a smetterla di dargli fastidio, giustamente.

Sto piano piano tornando indietro e risalendo lungo la settimana al contrario: l'avventura al parco è una cosa recente, successa stamattina, mentre accompagnavo mamma a fare commissioni e passeggiate. Come sta? Sente male, parecchio male, dorme male, parecchio male, ma non s'arrende, come al solito. Io sono stanca, ma va meglio di qualche giorno fa, quando in preda ad ansie, notti completamente insonni e frigo vuoto mangiavo al volo ovunque, mi addormentavo sull'Uno che attraversa la città impiegando moltissimo tempo e garantendomi quasi un'ora di sonno, aspettavo treni nel gelo di stazioni deserte.

Dall'ultimo post cosa è cambiato?
Mamma è a casa, un po' sua un po' mia, io sono (quasi) sempre con lei. Sono diventata persino bravina a fare le punture e occuparmi di tutto il resto non è mai stato un problema. Avrei solo bisogno di più tempo e di un'organizzazione un tantino più sensata all'esterno, ma, come dico sempre, gli altri non li possiamo né controllare né cambiare e per quanto mi riguarda è anche poco sensato chiedere, rispondere o far notare. Come si dice, inutile accendere la luce a un cieco.
Un'altra cosa che è cambiata, o meglio, che è cresciuta a dismisura è l'interesse per il mio libro: dopo il workshop che ho tenuto lo scorso week end ad ABCD un sacco di insegnanti mi hanno contattata, mi hanno fatto i complimenti e hanno dimostrato grande curiosità per i laboratori che ho proposto. Ne sono felicissima, pure un po' sorpresa, sicuramente lusingata e farò del mio meglio per non deludere le aspettative di tutti, comprese (e in particolare) le mie.

Domani weekend, al lavoro di pomeriggio e con qualche idea boschiva all'orizzonte, dipenderà dal tempo e dagli imprevisti, da mamma e dalla stanchezza. Per adesso il solo pensarci mi mette di buonumore e chi sono io per impedirmi di essere contenta?

P.S. Per essere certa di farmi davvero felice mi sono regalata un piccolo ordine su Demodé, ma ve ne parlo appena arriva!


venerdì 4 novembre 2016

F come Flamingo

Scrivo questo post a due settimane di distanza dall'ultimo. Mi capita di rado, ma a volte succede.
Motivi? Tanti. Motivi principali che userò per spazzare via gli altri: il lavoro e la promozione del mio libro.
Se non sono al Festival della Scienza o alla Fabbrica di Staglieno sono a casa che scrivo post su Facebook, rispondo a mail, leggo messaggi di persone interessate all'acquisto o semplicemente curiose di saperne di più.

Sia chiaro, tutto questo mi lusinga, mi stupisce e mi fa sentire molto fortunata!

Nel frattempo, però, ho pensato anche di accogliere l'autunno (ormai quasi inverno) con un ordine che si rispetti: un ordine da Flamingo Bergamo.
Ecco di cosa voglio scrivere oggi, per rimanere leggera e per consigliare ancora una volta a tutti di comprare da Daniela, perché i suoi articoli sono belli, originali e made in Italy o comunque attenti alle tematiche (a me tanto care!) della sostenibilità ambientale e umana. Perché le consegne sono veloci. Perché la gentilezza di chi sta dall'altra parte del bancone è super.

Quindi, bando alle ciance, vi presento i miei acquisti:

- 1 paio di leggings - pantalone a righe che sono la fine del mondo. Morbidissimi, comodissimi e caldissimi (non che qui a Genova, in questi giorni, ce ne fosse bisogno: 25 gradi fissi).

- 1 maglia, a righe pure quella (regalo di mamma, a onor del vero). Il mix di colori sta bene con tutto: c'è il verde che, lo sapete, è il mio, ci sono il blu e il nero accoppiati che a me piacciono sempre tanto.

- 1 bracciale che mi sono regalata per l'uscita del libro (e fatica annessa). Ho scelto la scritta "STAY WILD" perché è quella che, in assoluto, sento più mia. Se avessi saputo l'entità delle settimane che mi aspettavano, però, di bracciali me ne sarei comprata anche più di uno, probabilmente avrei preso "AVRÓ CURA DI TE", sicuramente avrei ordinato "VAFFANCULO".

- 1 serie di scatolette per il cibo, perché le lascio sempre ovunque, perché tutte le persone che conosco credo abbiano una mia scatoletta per il cibo.

- due regalini per un'amica che ha compiuto gli anni da poco. Visto che devo ancora consegnarli e che non sono sicura non legga questo post, preferisco non scrivere nulla di più :-)

Non sono solita raccontare tutto ciò che compro, anche perché, ultimamente, sto acquistando poche cose e sempre dopo averci riflettuto su parecchio. Vestiti solo se servono e se rispettano le condizioni di cui ho ormai parlato molte volte. Oggetti solo se indispensabili (tipo pentole, piatti, cose così). Libri senza ritegno (nessuno è perfetto).
Il motivo per cui di Flamingo scrivo sempre (qui, qui e qui i precedenti) l'ho già detto: ne vale la pena per un sacco di ragioni. Se poi riuscite a fare un salto in negozio... tanto meglio!

P.S. La foto non c'entra niente con il post, lo so. Ma avevo bisogno, tanto bisogno, di sentieri.


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lunedì 10 ottobre 2016

Il mio primo libro!

Sono passati quasi due anni dalla prima mail che ho ricevuto a proposito di questo libro. Stavo seduta su una panchetta al Salone del Restauro di Ferrara (e questo la dice lunga sulla schizofrenia della mia vita) aspettando che si liberasse il bagno.

Una casa editrice che, lo confesso, all'epoca conoscevo appena, stava cercando una collaborazione per la pubblicazione di alcuni testi di tecnologia e robotica dedicati ai bambini e ai ragazzi, con un occhio anche al mondo degli adulti che con i bambini e i ragazzi hanno a che fare ogni giorno. Mentre leggevo le richieste mi sentivo già enormemente fortunata ad essere in copia nella mail: significava che l'Associazione con cui collaboro ormai da anni stava pensando a me, mi riteneva all'altezza di questa impresa, credeva nelle mie possibilità

Mi stavano chiedendo di scrivere.

Come sempre, per tutto il tempo, la persona che meno ha avuto fiducia in me è stata la sottoscritta.
Questo non vuol dire che ci abbia rinunciato, anzi, credo di aver iniziato a buttare giù idee e appunti già sull'Intercity del ritorno da Ferrara, di aver cominciato a scrivere seriamente subito dopo la prima riunione con l'editore e di aver continuato un po' ovunque. Un posto su tutti ancora una volta il treno, a sto giro mentre rientravo da Trento dopo una giornata di laboratori, stanca morta, in uno scompartimento buio e freddo.
È risaputo, mettere nero su bianco qualsiasi cosa non mi ha mai spaventata, tanto meno quando si tratta di argomenti che amo.
In questo caso, però, non era così semplice: scrivere un libro di attività creative e tecnologiche rendendole comprensibili a tutti, senza cadere nel didascalico, ma anche senza essere troppo coinvolta è stato a tratti complicato. Io, che durante i laboratori porto sempre esempi personali e privati, dovevo riuscire a distaccarmi un pochino, mantenendo però una giusta dose di quotidianità: era importante facilitare l'immedesimazione e la comprensione, affinché tutti potessero provare le attività proposte, senza fatica.

Non entrerò qui nel merito di ogni capitolo, perché non è la sede giusta, ma si tratta di un piccolo manuale di ricette robotiche fai da te, realizzabili a basso costo, usando componenti elettrici semplici (acquistabili, tra l'altro, insieme al libro, in una piccola valigia piena di materiali tecnologici). I personaggi principali, però, non sono soltanto cavi, motorini, batterie e led, ma anche oggetti destinati ai rifiuti a cui possiamo regalare una seconda (e, perché no, una terza, una quarta...) possibilità.
Da quando ho iniziato a occuparmi di divulgazione scientifica ho riservato uno spazio sempre molto ampio al riciclo, incentrando intere attività sul recupero dei rifiuti e sulla sostenibilità, che si trattasse di laboratori di robotica non è mai stato un problema: non ci sono limiti di argomento per parlare di ecologia e imparare a riutilizzare un oggetto apparentemente perduto.
Alcuni concetti chiave mi permettono ogni volta di affrontare contemporaneamente materie diverse e distanti tra loro: creatività, ingegno, collaborazione e fantasia aiutano a spiegare argomenti difficili come le leve con una semplice molletta per il bucato o di portare un po' di biologia in un laboratorio di robotica, mescolando animali marini e organi fotofori con led, batterie e nastro adesivo.

È il mio primo libro, ho sempre pensato che presto o tardi lo avrei scritto, così come ho sempre pensato che non ci sarei mai riuscita.

Di certo non immaginavo che avrebbe trattato un argomento come la robotica, indirizzandosi ai bambini e portando quindi con sé grandi responsabilità.
Però è andata e io sono felice, da qualche parte si doveva pur cominciare!

Concludo così, esattamente come inizio nel libro:

"A tutti i bambini che partecipano ai miei laboratori insegnandomi sempre qualcosa e a mio papà: sarebbe stato sorpreso e fiero di avermi trasmesso, almeno un po', i geni dell'elettronica".

giovedì 24 settembre 2015

Una settimana da Io

Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.

1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.

2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.

3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.

4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.

5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).

6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.

7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.

8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!

9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.

P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).



venerdì 13 febbraio 2015

Anniversari (I see you but I don't see you)

Pochi giorni fa, su Il soffitto si riempie di nuvole usciva questo, portando con sé due "cose" che mi riguardano piuttosto da vicino.
La prima sono le parole.
La seconda è il mostriciattolo.
Iniziamo dalla prima.
In questa settimana Ilmareingiardino, silente nella sua sede naturale, è stato ospite di BoscoBlog (la foresta dei Blog amici che seguo sempre) sia qui sia qui. Da Cindy ho portato un po' di blues giapponese, mentre dall'Inventore s'è parlato della sconfinata passione per le piccole cose, che decisamente mi accomuna a molte delle ragazze di BoscoBlog. Tra loro ci sono per esempio Giui che la mattina guarda nel suo caffè, ci sono Gioistantigrammi e LaZappi, che sulle parole e con le parole "giocano" ogni giorno. Io vi consiglio di leggere il succitato post dell'Inventore di Mostri e andarle a conoscere tutte.
Quindi, per riprendere un poco il filo del discorso, si parla di parole. In una settimana ho scoperto grazie a Nuvolesulsoffitto che esiste un generatore automatico di parole (e ovviamente mi sono iscritta subito), che ci sono persone vicino a me che con l'uso creativo di poche parole o addirittura una sola esprimono la loro anima, e che un'unica immagine può racchiudere tutto il significato di una parola, anche complessa, in modo semplicemente perfetto. Quest'ultima cosa l'ho scoperta ieri sera, sfogliando il regalo di Marina. Mi aveva già parlato della sua folgorazione, di quando a Milano aveva trovato il Visionary Dictionary in libreria e non lo aveva comprato. Dopo varie ricerche on line è finalmente riuscita a recuperarlo e ne ha prese due copie. Una è per me.
In questo libro che, lo dice il titolo si deve vedere impossibile raccontarlo, l'autore delle illustrazioni disegna delle parole. Come nell'immagine che ho scelto per questo post i colori sono per lo più saturi, senza troppe sfumature, pochi fronzoli, minimalismo e tanti, tantissimi, pugni nello stomaco. Anche nei commenti qua e là, dispersi tra le tavole, ci sono momenti notevoli. Per esempio questo (affiancato al disegno della parola antitesi):

"I see you but I don't see you.
I'll give you a glimpse. I'll say it
and I won't, I'll leave you a guessing.
You leave a grey area between
you and the world."


"Vedo e non vedo. Lascio
intravedere. Dico e non dico, lascio
intuire. Lasci una zona d'ombra tra te e il mondo"

Marina Mander


C'è altro da aggiungere? Io dico di no. O meglio, quello che ho da aggiungere è qui sotto e ben si aggancia a ciò che ho scritto fino ad ora.

La seconda cosa che come dicevo all'inizio verrà fuori oggi è il mostriciattolo. Quello di cui parla Nuvolesulsoffitto è questo, e io (come tanti) mi sa che lo conosco.
Perché ne scrivo ora?
Perché è tornato, giusto in tempo per festeggiare il nostro anniversario.
E' un pochino in ritardo, per la verità, l'anno scorso a Febbraio ero già immersa tra le morbide braccia della chimica, però il periodo è su per giù lo stesso. A differenza delle puntate precedenti per ora ho io il controllo della situazione, ma ahimè non sempre. Mentre scrivo lo sento che vuole attenzioni e mi rosicchia pian piano la punta del mignolo e dell'anulare, come a dire "Ehiiii, guarda che sono qui eh!". Ma io lo ignoro, perché intanto lo so che se vuole uscire davvero esce. Eccome se esce. Magari dopo un'ora di pilates, acchiappandomi appena voltato l'angolo e costringendomi a piegarmi a libretto nella salita di casa, sotto lo sguardo dolce di chi mi conosce (e in silenzio non se ne va).
Potrebbe arrivare prepotente tra un attimo e concludere il lavoro togliendomi il fiato del tutto, visto che è da una settimana buona che mi fa respirare come un topo terrorizzato. Potrebbe svegliarmi in piena notte, approfittando delle rare occasioni in cui mi addormento. Potrebbe rubarmi la scena durante la presentazione della settimana prossima in università (no ti prego, quello no, non farlo) o potrebbe non arrivare mai. Potrebbe restare e lasciarsi comandare. Potrebbe accontentarsi di rubarmi solo un po' di fiato. Potrebbe fare o non fare un sacco di cose.
Ma io come so che è lui? Semplice: non lo so. L'istinto mi porterebbe a pensare alle peggiori malattie del mondo ma la ragione mi dice che lui si traveste, perché sa che è Carnevale e che mascherato fa ancora più paura. E poi se ceno tranquilla in compagnia bevendo un bicchiere di vino (magari anche due) lui si addormenta. E io respiro. Finalmente respiro e mi lascio andare, come in una vasca d'acqua tiepida.

Quindi alla fine eccole qui le due cose di oggi, le parole e il mostriciattolo. Il secondo uccide spesso le prime e questo spiega il mio silenzio di due settimane. Spiega le mie assenze in generale. Come in una morra cinese immaginaria mostriciattolo vince parole. Per adesso.

P.S. Il libro in questione è Visionary Dictionary, Beppe Giacobbe from A to Z (Lazy Dog Press).

martedì 13 gennaio 2015

Vi presento "Leggermente"

Premessa
Questo sarà un semplice post di presentazione: breve, essenziale, di servizio per così dire.
[In realtà, lo sappiamo tutti, non ci riuscirò e sarò prolissa come al solito :-D]

Oggi è uscita la mia rubrica, anzi la sua prima puntata, sul blog di Cinzia. Su A casa di Cindy per intenderci.
Tutte le informazioni le potete trovare direttamente lì, sul post fresco fresco, completo di foto e musica scelte da me, perché Cindy le cose le fa bene e ti lascia totale libertà di movimento. Che bellezza. Se penso a quando, in passato, scrivendo per conto di altri, dovevo accettare correzioni alle mie frasi con aggiunte tipo "caleidoscopio di emozioni", mi sento male.
Quindi, come si legge nella presentazione della rubrica, il mio compito sarà quello di parlare di libri, una volta al mese. Quali libri? Quelli che mi hanno colpita o appassionata, quelli che ho appena letto o che mi porto dietro da sempre, quelli che mi sono stati regalati o che ho comprato dopo mesi di ricerche. Sarebbe bellissimo che si riuscisse a scrivere di libri tutti insieme, che mi segnalaste voi qualcosa su cui riflettere, un racconto, un romanzo, una raccolta di poesie. Mi sono appena accorta che tra i commenti al post c'è già un suggerimento e io ne sono così felice che con una mano scrivo e con l'altra mi infilo i calzini per correre in libreria a cercare "Nove storie sull'amore" di Giovanna Zoboli e Ana Ventura (che se leggete la scheda correte in libreria pure voi, secondo me). La bellissima opportunità che Cindy mi ha regalato in una mattina di inverno natalizio sarà utile anche per continuare questo progetto, un pochino addormentato perché, lo confesso, sono in letargo da lettura. Una cosa che ciclicamente capita e poi rientra, ma che mi porta a non leggere nulla. Ad esempio? Ad esempio ho comprato Casa Facile ieri e, io che di solito la inizio a sfogliare in mezzo alla piazza, non l'ho ancora aperta. Perciò spero che Leggermente possa aiutarmi a riguardare il mondo fuori in un momento di totale chiusura, possa annaffiare il PNBProject, possa darmi una spinta per riprendere a divorare pagine e possa regalarmi una scusa per comprare libri...una delle mie attività preferite!
Chiudo con una brevissima spiegazione del titolo, che è stato una scelta un pochino sofferta (emotivamente) e che per me significa poter scrivere in maniera leggera del leggere, parlando dei libri e del loro rapporto con la mente di chi li legge.
Sono stata lunga.
Lo sapevo.
Ciao

martedì 7 ottobre 2014

"E' pur vero che, una volta in piedi, l'uomo non sa star fermo..."

Anche questa volta recensione doppia, ma sarà l'ultima per un po', i prossimi libri hanno un sapore unico, caratteristiche completamente diverse tra loro, e avranno bisogno di un posticino privato.
Questi di cui scrivo stasera li ho letti d'estate, portandomeli in giro, infilandoli in borsa all'ultimo minuto, spulciandoli in spiaggia, treno, parco, panchina. In realtà Camminare di Thoreau l'ho divorato in poche ore, è brevissimo. E sono un po' imbarazzata nel dire che "mi ha annoiata a morte". Avevo grandi aspettative, so che la regola del non farsi illusioni vale per tutto, anche per i libri, ma quando si parla di boschi, passeggiate, natura e vita all'aria aperta tendo a dimenticarlo. Quindi, a parte qualche sparuta frase qua e là (tipo credo nella foresta, e nel campo, e nella notte in cui cresce il grano), posso dire con franchezza che questo libro non mi è piaciuto. Tante ovvietà, tante affermazioni che mi rendevano nervosa, tipo quelle sull'impossibilità di capire la gente che passa le sue giornate in ufficio e non nei boschi a camminare, o quelle sulla terribile condizione delle donne che proprio ci stanno tutto il giorno in casa affacendate. Caro il mio Thoreau, mi veniva da urlare, non è che mi piaccia granché stare in un laboratorio sottoterra al posto che in mezzo ai prati, ma in qualche modo dovrò campare no? Poi certo, le famose parole dell'autore mi saranno utili quando mi farò vincere dalla pigrizia e tenderò a non uscire anche nei momenti liberi, ma di norma la forza di volontà per camminare non mi manca. E tra l'altro mi ritengo assai fortunata ad avere (per pochissimo ancora) un lavoro che mi permette flessibilità, tempo per me, scelte personali. Quindi lo liquido così Camminare, un saggetto veloce (per fortuna), che se non lo leggevo era proprio lo stesso.
Situazione diversa, invece, per Andare a piedi di Frédéric Gros, un libretto dal design adorabile e con tanti spunti interessanti. Purtroppo anche in questo caso la noia ogni tanto mi ha colta, in particolare dalla metà in poi. Le prime pagine sono sottolineate fitte fitte e a molti, presa dall'entusiasmo, l'ho consigliato con gioia. Ora forse non penso più possa andare bene per ogni lettore, però è un buon libro, questo sì.
Ci sono frasi come quella del titolo, ma anche come:

- Camminando, io sono soltanto un semplice sguardo
- Camminare. Ci colpisce, dapprima, come un immenso respiro di orecchi: si accoglie il silenzio come un gran vento fresco che scaccia le nuvole
- Non appena cammino, mi accompagno, divento due
- Perché anche la solitudine si condivide, come il pane e la luce
- Probabilmente altrove non è meglio, ma se non altro è lontano da qui
- Fuori è il nostro elemento: la sensazione precisa di abitarlo


E potrei continuare per ore, ma non lo farò.
Credo che chi ama camminare, chi si sente a casa guardando un panorama dall'alto, chi insomma non riesce a stare fermo, vivrà benissimo anche senza leggere questi due libri; di sicuro però potranno essere utili, azzarderei illuminanti, per chi alla filosofia del camminare si sta appena affacciando.


sabato 20 settembre 2014

Un posto al sole

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei.
Nulla di più falso.
Perché in realtà credo che siano molti, come me, che leggono qualunque cosa gli capiti a tiro, o quasi.
Oggi, sul treno, al ritorno dalla conferenza, leggevo il mio libro sul camminare e il signore seduto di fronte mi scrutava perplesso. Un bel tipo, sulla sessantina, abbronzato dalla montagna, con una camicia appena risvoltata sugli avambracci e un paio di pantaloni beige. Credo si domandasse come mai una figa di legno con i tacchi alti e la gonnella di seta stesse leggendo un libro sulla filosofia del movimento a piedi. E' rimasto col dubbio. Lo stavo (lo sto) leggendo perché mi interessa, perché è un argomento che fa (tanta) parte di me. Poi però mi lascio, con estrema lentezza, rapire da Murakami, divoro la Munro, mi perdo nelle storie del commissario Adamsberg, leggo fumetti. Funziono così.
Per questo stasera scrivo di due libri simili nel mio modo di vedere le cose, uno di Catherine Dunne e uno di Chiara Gamberale. Uno straniero e uno italiano. Entrambi scritti da donne. Due romanzi. Mi sono piaciuti? No. Sì. Non lo so.
Il primo si legge benissimo, è la storia di un'amicizia, di quelle eterne tra ragazze, che crescono e si vogliono sempre bene. Chepppalle...e invece alla fine è avvincente, ci sono errori, dolori, felicità, cose comuni da soap opera (ecco spiegato il titolo del post) che tutto sommato vanno benissimo nei pomeriggi d'estate sotto l'ombrellone. Anche il libro della Gamberale, diverso nella trama ovviamente, si porta con sé quello spirito da sceneggiato televisivo che lo rende leggero, magari per molti banale, ma alla fine i libri brutti sono altri.
Quando leggo mi succede come con la musica o con il cinema, difficile che un libro non mi piaccia, questo probabilmente fa di me una pessima recensora (l'ho cercato, esiste, ma forse preferisco recensitrice, anche se non lo so pronunciare).
Quindi, tornando a bomba, un giudizio per due libri, diversi ma neppure troppo, che comprerei ancora perché non avrei motivi per non farlo, che non hanno minimamente cambiato la mia esistenza, ma che sono felice di aver letto.

P.S. I libri sono Se stasera siamo qui della Dunne e Quattro etti d'amore, grazie della Gamberale.

martedì 19 agosto 2014

In fuga

L'ho finito.
E non so assolutamente come scrivere una recensione decente di questo capolavoro.
Occorre premettere che non amo i racconti, proprio no. Ho bisogno di essere coinvolta, di innamorarmi dei personaggi, di attendere con ansia i colpi di scena, le liti, gli abbandoni, le soluzioni, le svolte.
Con un racconto, che sai finirà, che per quanto complesso e articolato sia non ti accompagnerà fino all'ultima pagina, che magari è noioso e ti fa perdere la voglia di leggere quelli che lo seguiranno, è difficile affezionarsi.
Ecco. Scordatevi tutto quello che ho appena scritto quando prenderete in mano il libro della Munro.
Ha vinto il Nobel, è vero, ma non potrebbe proprio essere altrimenti. Dov'è che avevo letto qualcosa sul suo conto che mi aveva fatto affiorare la curiosità di andarla a cercare? Ah ecco sì, in un botto di pensieri di Paolo Cognetti (I love you), in qualche scaffale degli amici di Giulia e poi forse in libreria, scontrando una copertina che mi piaceva, facendomi rapire da un cartello seminascosto.
Comunque, ho comprato In fuga, che è del 2004 ed è edito da Einaudi.
Ci sono tre racconti con la protagonista in comune mentre gli altri sono tutti solitari, isole galleggianti in un mare immobile.
L'inesorabilità della scrittura di questa autrice mi ha stregata. Non succede nulla e nello stesso tempo succede di tutto. Sliding doors come se non ci fosse un domani, promontori solitari e noiosi dove all'improvviso si bruciano persone su una pira in spiaggia, abiti verdi le cui sfumature di colore fanno differenze enormi, segreti inconfessabili e a volte inconfessati, vite che si sgretolano in un attimo o che continuano a procedere lente, inesorabili appunto, come se nulla fosse.
Di solito scrivo brani tratti direttamente dal libro che ho letto ma stavolta non lo farò. Non ne vale la pena, probabilmente i pezzi che sceglierei perderebbero significato e sarebbero avvilenti per lo stile, la prosa secca e femminile, il lessico ricercato e appagante scelti da Alice Munro. Perché davvero nelle sue pagine si leggono frasi di un tempo, con costruzioni perfette, parole perfette, utilizzo dei tempi verbali perfetto.
Non c'è un'esclamazione di troppo (proprio come piace a me), nulla è dato per scontato, niente è scritto male o con scarsa attenzione per la bellezza.
Insomma leggetelo e quando sarete alla fine del racconto intitolato Passione immaginate di essere al tramonto, in spiaggia e che dallo stereo del piccolo bar a picco sugli scogli parta questa canzone, esattamente come è successo a me.

P.S. Per dovere di cronaca, il mio racconto preferito è Scherzi del destino.

venerdì 18 luglio 2014

La zona cieca

Quando mamma, dopo averlo letto, mi ha passato questo libro le ho chiesto un parere. Lei, sorridendo, mi ha risposto: "E' una sega mentale infinita, quindi ti piacerà".
Beh, si sa, le mamme hanno sempre ragione e "La zona cieca" ora sta in buona compagnia nella nicchia della camera da letto. Si è guadagnata, cioè, una postazione d'onore, quella riservata ai libri che in un modo o nell'altro porto nel cuore e quindi sempre con me. E' il secondo romanzo della Gamberale che leggo e in qualche modo ha qualcosa in comune con il primo, innanzi tutto i personaggi che qui sono i protagonisti e che ne "Le luci nelle case degli altri" facevano parte dei vicini di casa di Mandorla.
In un certo senso, dunque, ero già un po' affezionata a Lorenzo e Lidia, ritrovarli con le loro (enormi) difficoltà di coppia è stato un po' come avere notizie di due vecchi amici che non sentiamo da tempo.
Le seghe mentali ci sono, eccome, ma proprio per questo più che un romanzo definirei "La zona cieca" una sorta di saggio. Nulla di pretenzioso eh, né probabilmente da parte di chi lo ha scritto né da parte mia che ne porto un parere qui, sul mio blog.
Comunque, difficoltà ad amare e prima ancora ad amarsi. Perché senza amarsi non si ama, questo ormai lo so persino io. Il problema grosso sta nel fatto che spesso, troppo spesso, senza amarsi e soprattutto senza sentirsi amati non si ama. E non dovrebbe andare così. Dico dovrebbe perché sono campionessa mondiale, anzi regina, di questa incapacità, ma tanto (tanto) lavoro su di me e tante (tante) seghe mentali, come le chiama mia madre, sembrano fare effetto, sembrano funzionare.
Lo dimostra il pic nic che sto facendo stasera sul tappeto della sala: spezzatino, luce soffusa, birra, buonamusica, e finestra socchiusa quel tanto che basta per sentire i bimbi che giocano in piazzetta, le signore che chiacchierano, i cani che abbaiano.
Nel libro tutto questo manca, manca la quotidianità serena e tranquilla, da vivere soli oppure in coppia, perché sia Lidia sia Lorenzo sono troppo impegnati a capire e capirsi, a odiare e odiarsi, a soffrire e far soffrire. Gesti eclatanti, routine, dichiarazioni, lettere, scoperte, solitudini, tutte componenti inutili se prima non si impara a conoscersi e a volersi bene così come si è, guardando le proprie caratteristiche per quello che sono, ovvero "semplici" caratteristiche, né pregi né difetti.
E questo mio essere salita in cattedra, come se avessi capito e compreso tutto, mi dà così noia che la pianto qui, consigliando "La zona cieca" a chi ha la sensazione che gli altri ci vedano molto di più e molto meglio di come ci vediamo noi, guardando anche in quelle zone, cieche per l'appunto, che non dubitiamo neppure di avere.
Buona serata con Ray, stranamente spensierato come me.

lunedì 7 luglio 2014

Bosco Mondo!

Io non lo so mica se riesco a scrivere un post su questo libro, una recensione dico.
Lo ammetto, ero partita prevenuta, un po' perché di questa Mastrocola ne avevo sentito parlare parecchio, un po' perché non tutti i pareri erano positivi, nonostante ci fossero di mezzo anche dei premi (o forse proprio per quello).
Comunque, a me Una barca nel bosco è piaciuto, e pure tanto.
E' uno spaccato della scuola fancazzista, dei ragazzi che non ne hanno voglia, della società tutta marche e giudizi, delle difficoltà delle famiglie meno ricche...ok, è scontato, ma basta avere pazienza. La prima parte della lettura scorre veloce e a mio avviso è pure piacevole, porta con sé quel divertimento che divertimento non è, quell'ironia tragica che conosco così bene e che è subito capace di mettermi a mio agio.
Insomma, è nella seconda metà che tutto cambia. O meglio, che tutto resta uguale ma arrivano le piante.
E per chi ama le sorprese attenzione: SPOILER! Si fermi qui.
Altrimenti è così, arrivano le piante nel vero senso della parola. Il protagonista, in perenne lotta con la sua inadeguatezza, comincia a comprare alberi. Il primo pretesto per l'acquisto di un pioppo glielo dà una ragazza, che in verità manco se lo merita quel pioppo. Querce, piante tropicali e felci arriveranno poi, da sé. E dove le metterà tutte queste piante vi chiederete voi? Semplice, in casa!
Le persone muoiono e gli spazi restano, questo lo sappiamo tutti bene. Non c'è modo migliore per riempire gli spazi vuoti che con delle piante, che non abiteranno soltanto la vostra casa, ma anche il vostro cuore. Saranno un pensiero felice, una preoccupazione, arriverete persino a parlarci e questo il vicino-vicino lo sa bene, non molto tempo fa l'ho beccato guardarmi perplesso mentre salutavo l'edera con un "ciao bellezza, come stai oggi?".
E quindi un libro in cui il protagonista costruisce un "trasportino" di corde per portare a spasso il suo pioppo o una carrucola per cullarlo in casa non può che piacermi. E' facile per me immedesimarmi nei difficili viaggi in bus carichi di foglie e rami, ma anche nel lavoro al bar perché tutto il resto è andato male, nel papà che muore e non gli hai mai detto nulla di quello che volevi dirgli, nella certezza che è giusto essere come sei tu ma che qualcosa per piacere agli altri si dovrà pur fare, che qualcosa per scollarsi da quel termosifone è necessario trovarlo. Sempre.

"Non importa, dominus. Non si preoccupi. Nulla importa davvero. A noi son state date piccole cose a cui badare, qualche foglia che ingialla, un rametto spezzato. In queste minuzie ci siamo beatamente perduti. E ci siamo resi, così, imprendibili.
Eh, sì, non ci prenderete mai! Abbiamo certi rivoletti e sentierini, noi, che voi neanche immaginate, cari signori del mondo. Non ci prenderete nella vostra rete, maramao.
Ci resta soltanto, caro dominus, un sottile dolore, come una puntura che ci prende, a volte, all'imbocco dello stomaco. Questo sì, un punctum. Qualcosa che non va né su né giù. Come un cucchiaio di minestrone e noi lì come cretini, senza un bicchiere d'acqua che riesca a mandarlo giù."