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domenica 9 agosto 2015

Agitazione

Sono agitata. Anzi, forse il termine corretto è angosciata.
Da cosa? Dal solito. Lavoro principalmente, immobilità di conseguenza.


Ieri sono stata tutto il giorno in spiaggia, a Bergeggi, che se dico che non c'ero mai andata sembro scema. Ad ogni modo, non c'ero mai andata.
Eravamo io, la vicina matematica pasticcera e la Manu. Siamo partite presto e tornate tardi, abbiamo preso il sole, abbiamo nuotato, fatto snorkeling, letto, chiacchierato, mangiato, giocato a carte, preso un aperitivo (diciamo due), camminato, raccontato.
La Manu ci ha portate in Australia, in Irlanda e a Milano, la Fra a Barcellona e a Parigi, io non ci ho ho portate da nessuna parte ma va bene lo stesso, avevo comunque le mie cose da dire.

Ieri è stata una bellissima giornata, ma stamattina mi sono ugualmente svegliata alle 6.30.
Sono rimasta un po' lì, mi sono guardata intorno nella penombra e nell'afa prematura e, alla fine, in preda all'ansia, sono uscita a correre. Poi sono rientrata, doccia e via di nuovo alla ricerca di non so bene cosa...gelato, spesa e casa.
Ho riordinato un enorme mucchio di documenti mettendo (quasi) il punto alle due settimane di folli pulizie sull'Albero, ho preparato il Leggermente di Agosto, ho cercato (invano) di arginare un ematoma sulla caviglia. Intanto lo so, se continuo a correre con 35 gradi all'ombra mi scoppiano i piedi. Lo so e lo continuo a fare.
Quindi, ricapitolando, è periodo di agitazione. Un'agitazione di un'inutilità imbarazzante peraltro. Basterebbe smetterla di pensare ai se (se non andrà bene, se mi rifiuteranno, se diranno di no, se finiranno i soldi, se non servirà, se starò male, se mi pentirò) e ai ma (ma come faccio, ma così non va bene, ma è troppo rischioso, ma se poi mi mandano a fanculo, ma siamo matti) e rilassarsi. Basterebbe.
Per provare a farlo leggo e scrivo, come al solito, cerco di essere una buona figlia, una buona amica, una buona persona. E compilo elenchi infiniti che mi terrorizzano a morte.
Stasera però no, stasera vi dico quello che questa estate mi sta insegnando, quello che ho imparato in due mesi di caldo maledetto e alternanza bipolare mare/città:

1) Ho imparato a mangiare i pomodori. Sembra assurdo ma mi hanno sempre fatto gola quanto, nella pratica, mi hanno sempre fatto schifo. Ora, a poco a poco, partendo da quelli piccolissimi, ce la sto facendo.

2) I miei vicini si amano. Maschi con femmine, femmine con femmine, di giorno e di notte, si amano e lo dicono a tutti. Ruggendo. Ma io sono contenta per loro, se non fosse che mi sveglio con la stanza a tremila gradi e un soft (neanche tanto) porno in dolby surround che invade tutto il vicolo. Ma si sa, all'amor non si comanda (e meno male).

3) Riesco a correre per più di mezz'ora senza sfiancarmi. Non è nulla di che, lo so bene, ma è comunque una piccola conquista (non fosse per le vene delle caviglie).

4) I vicini che non fanno sesso cantano. Di merda.

5) Buttare via tutto è propiziatorio. Ho messo a soqquadro casa e ho gettato decine di sacchetti di vestiti, barattoli, rifiuti, documenti, oggetti. Non ho eliminato nemmeno un libro e non ne avevo dubbi. Ho costruito collane con vecchie perline, ho assemblato porta gioielli con materiali di recupero e riordinato cassetti, armadi, pensili e ceste. Prima però, ho buttato via tutto.

6) Ho imparato (ma questa è più che altro una conferma) che i progetti fotografici, che siano miei o di altri, mi piacciono un botto. Qui trovate le mie #11cosebelle per L'inventore di mostri e se scorrete la gallery scoprirete che le sto pure fotografando.

7) La cioccolata fondente ha più calorie di quella al latte. Persino di quella bianca. MA STIAMO SCHERZANDO.

8) Ho superato una crisi di fibromialgia senza fare niente. Zero farmaci. Zero medici. Un po' di osteopata, mare e nuoto la mattina presto, coraggio.

9) Ho rivalutato la musica italiana. Gli stessi pochi autori che ho sempre ascoltato eh...ma quest'anno di più. Com'è profondo il mare su tutte.

10) Sono brava, bravissima, a tenere un segreto. Ero capace a otto anni, lo sono ancora a 33.

Ora film, acqua fresca, canotta e luce spenta.


P.S.
La foto arriva dritta dritta dal Leggermente che ho scritto per Cindy (libro del mese: Alta fedeltà di Nick Hornby)

venerdì 29 maggio 2015

Non lo saprà nessuno

Scrivere è un comportamento sociale, per questo pensiamo che allenare la buona scrittura sia un modo per migliorare le nostre relazioni.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.

Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:

Non lo saprà nessuno


Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.


Nino Pedretti, al vóusi.




sabato 14 marzo 2015

Chanson egocentrique

Colonna sonora
Qualche giorno fa, con mamma, ho immaginato una storia. Eravamo sedute sul 20, all'ora di cena, reduci dall'ultimo esame di una serie infinita di visite mediche.
Un elettrocardiogramma.
Un ecocardiogramma.
Un ecodoppler.
E non è ancora finita.
Io non miglioro granché, ma per ora nemmeno peggioro, si vedrà.
Insomma che lì, sballottata dalla corsa veloce del filobus, stavo impazzendo dal mal di testa e ho immaginato che dalla fronte si aprisse una crepa e il cranio si spaccasse a metà, lasciando il cervello scoperto, grigio chiaro e con qualche sfumatura di lilla proprio come lo smalto per le unghie che mi sono appena comprata.
Allora mia madre mi ha chiesto: "Cosa ne faresti del tuo cervello?"
"Lo tirerei fuori un attimo, mamma, giusto per riposarmi un po'", le ho risposto.
E abbiamo continuato a fantasticare, su di me che mi sfilo quella poltiglia un poco soda dalla testa e la appoggio sul mobile della sala, per provare a rilassarmi e a non pensare a niente, almeno per qualche ora.
"Ma poi come faresti a ritrovarlo? Senza cervello non potresti vedere"
"Ah, cazzo, giusto...Dovresti venire anche tu allora, per rimettermelo a posto quando ho finito di riposarmi"
Oppure, abbiamo convenuto entrambe, potrei togliermelo in un posto che conosco bene e poi, a tentoni, recuperarlo quando mi sono stufata di stare senza.
Non so se le persone sul bus ci abbiano sentite, ad ogni modo dovevamo sembrare quantomeno bizzarre.
Sono nel frattempo trascorsi un paio di giorni e io ho sempre più voglia di togliermi i pensieri dalla testa, visto che i sintomi fisici fanno più resistenza del previsto.
Così mi riempio le giornate di cose da fare: due lavori nuovi in forse, uno piccolino in partenza da aprile, mille piedi in duemila scarpe, nel tentativo di non lasciare scampo a ragionamenti faticosi e sensi di colpa.
Come sempre le terapie migliori sono camminare, cucinare, fare cose belle (tipo andare a teatro a vedere questo spettacolo e quest'altro) e scrivere. Mercoledì scorso su A Casa di Cindy è uscita la puntata di marzo di Leggermente, la "rubrica libraria" a cui ormai sono talmente affezionata che la aspetto con impazienza, come se non fosse la mia.
Non so di cosa parlerò nel prossimo post, non sto leggendo per adesso, o per lo meno non ho nulla di recente di cui vorrei scrivere...probabilmente andrò a ripescare qualche vecchio amore, di quelli che non si scordano mai.
E quindi basta, continuiamo questo sabato dal tempo incerto, iniziato con un ciuffo di viole, le coccole della gatta, una bella passeggiata sul mare e un secchio di zuppa di fagioli alla palermitana.
Stasera turno Altrove.
Con il vestito nuovo e lo smalto color cervello.





giovedì 2 ottobre 2014

La paura fa 90

Rannicchiata sul divano aspetto che cuociano le patate nel forno. Le mangerò con due tomini di capra un po' piccanti, perché sono raffreddata e intontita e ho bisogno di coccole. Per la stessa ragione oggi ho comprato un paio di pantofole a righe, di lana, che mi tengano compagnia negli inverni qui sull'Albero (nemmeno abitassi in Lapponia).
Per la stessa ragione, appena entrata a casa, ho acceso la radio. Ma di questo ne scriverò tra poco.
Domani parto per Vicenza, sabato ho un convegno che in verità mi interessa proprio poco, però via, è un viaggio e a me prendere il treno piace sempre un sacco. In queste sere malaticce ho anche scoperto che loro hanno un negozio in città e il trolley mezzo vuoto con cui parto rischia di tornare pieno. Seguendo la nuova collezione di Lazzari ho anche visto questa realtà che non conoscevo per nulla e me ne sono innamorata all'istante. Spero tantissimo di riuscire ad andarci, un giorno.
Ma torniamo alla radio ora, che ho acceso appena rincasata e che sta suonando anche adesso, mentre picchietto sulla tastiera del pc e l'Albero si riempie di profumo di forno. Ascoltando Caterpillar (Radio2, l'unica che seguo da tempo con estrema costanza) ma anche Decanter e tanti altri programmi, ho saputo che quest'anno la Radio festeggia il novantesimo anno di attività. Cioè sono novant'anni che nelle case si accende "l'apparecchio", si ascolta musica con facilità, si segue il radiogiornale, ci si appassiona a storie, dibattiti, trasmissioni intere. Io alla radio sono abituata, anzi, per me è una certezza. Da quando sono piccola, piccolissima. Se stavo in tinello con mamma si ascoltava la radio, se cucinavo con lei si ascoltava la radio, se andavo dai nonni c'era la radio e qualche anno fa, prima di andare a vivere da sola, mio zio mi ha regalato una piccola radio di legno, che mi ha seguito nella casa condivisa e che ora sta di là e mi manda le note di Extraterrestre proprio mentre scrivo (azzeccandoci anche parecchio, a dire il vero). La radio per me ha giustificato le assenze di mio padre, che non poteva mica staccarsi dalle sue radio, che riparava le radio, che collezionava le radio, che parlava nelle radio, che forse (non ne sarei mica così sicura) ascoltava la radio.
Una casa senza radio non la riesco a immaginare, nonostante io conosca moltissima gente che non ne possiede una, ma del resto conosco anche persone che non ascoltano musica, di nessun genere, perciò per quanto mi riguarda di notte gli unicorni corrono nel bosco, portando coloratissime fenici sulla groppa.
[pausa patate al forno e tomini, torno dopo]
Eccomi.
Dicevo, per me la radio è sicurezza, è conforto, è banalmente compagnia. Quante volte, ma lo abbiamo fatto tutti, mi sono precipitata con l'orecchio attaccato agli altoparlanti, carta di fortuna (scontrini, lista della spesa di mamma, tovagliolo) e matita per trascrivere in inglese maccheronico il testo di una canzone che passava proprio durante la cena e dovevo assolutamente scoprirne il titolo. Ora ci sono le app giuste che prendono carta e penna al posto nostro e ci danno la soluzione, ma il sapore no, non è lo stesso. Ho appena saputo che tempo troverò domani a nord est e me lo ha detto la radio, anche perché la tv non ce l'ho. La radio mi ha insegnato l'inglese, mi ha fatto emozionare quando trasmetteva la mia canzone del cuore, mi ha salvata dalla paura, principalmente da quella di restare sola. Probabilmente è per questo che appena entro a casa accendo il mio piccolo apparecchio di legno, a volte senza nemmeno troppa intenzione di ascoltare, mi basta sapere che lì qualcuno c'è e parla. Quindi, in questi giorni che su Radio2 ogni tanto passano dei brevi spezzoni di vecchie trasmissioni, così per celebrare i novant'anni, io mi commuovo un po'. Cioè dai, sentite che meraviglia.

martedì 2 settembre 2014

Within the sound of silence

Il via me lo ha dato lei, la solita Cindy, con questo post.
Io, per rispondere alla sua ultima domanda, non lo so come sto.
Ho ricominciato ad andare al lavoro, abbastanza blandamente in verità, e non mi sembra sia cambiato nulla. Meglio così forse. O forse no.
Ho ricominciato ad andare a pilates e questo è assolutamente un bene. Sono stanca dopo la lezione di ieri sera (e dopo la lunga camminata sotto al sole di questo pomeriggio) e quindi spero di addormentarmi presto e buonanotte.
Anche io, come Cindy, prego tutti di fare silenzio e mi chiedo se sia giusto, normale, avere così tanto bisogno di pace. Sono mondana come mia nonna, non che sia mai stata una donna da party ma, accidenti, in questo periodo rasento la casa di riposo. E poi mi struggo perché mi sento sola, perché anche questa estate è trascorsa senza che i miei occhi vedessero posti nuovi, senza che le mie gambe attraversassero strade sconosciute. Dopo mesi (anni?) di assenza tornano prepotenti le isole felici: mi basta pensare alla Mari e Monti in arrivo o alla semplice idea di un giorno sulla spiaggia di settembre con un libro e un sogno nuovo e mi pare già di stare meglio.
La lotta con la chimica si è conclusa da un po' ormai, ne sono uscita vincitrice, sempre che si possa considerare una vittoria la sensazione in cui sto adesso.
Si attendono i risultati degli esami per capire cosa abbia fracassato la mia pelle (e magari pure il mio metabolismo), si aspetta l'esito dei bandi su cui ho lavorato durante le ferie (qualche pallida buona notizia l'abbiamo già avuta oggi, ma chissà), si organizzano riunioni operative (cinque solo in questa settimana), si finiscono libri che insomma, potevano andare meglio.
Un po' dei propositi di Cindy li ho messi in pratica da tempo e devo dire che concentrarmi sul bello che ho attorno e cercare di non pensare ad altro è ormai diventato il mio sport preferito.
Dai social network mi sono già tolta, con il risultato di essere ancora più fuori dal mondo per quanto riguarda notizie e novità (che tristezza eh...) e di dovermi reinventare di sana pianta intere serate. E' un bene, direte voi, e lo dico anche io, se non fosse che quando si è giù di morale, a dieta, con braccia e gambe piene di bolle che prudono e nessuna buona nuova all'orizzonte, potersi almeno beare delle belle vite degli altri di certo aiuta. Almeno me. Anche se so che Facebook è un filtro, anche se so che di reale c'è ben poco, non mi importa, era un modo come un altro (e così per fortuna l'ho sempre vissuto) per tenere contatti e guardare il mondo da un oblò. Rientraci, direte voi. Ancora no, dico io.
Nel frattempo maturo cose da condividere, produco spille, fermagli per capelli, lampadiyne colorate e progetto collane enormi e decisamente importabili.
E poi vado al mare di sera, se posso per davvero, se non posso ci vado con il pensiero, quando il cielo si tinge di rosa e con lui anche i sassi, gli ombrelloni, le case, gli alberi, gli scogli, i gabbiani e noi.
Noi che stiamo seduti in silenzio, proprio come vorrebbe Cindy, proprio come voglio io, accoccolata sul mio divano bianco, avvolta dalla coperta verde e dalla luce della lampada, mentre guardo l'angioletto preferito del vicino-vicino andare su e giù.

P.S. L'avrò già usata gli anni passati, non ricordo, non importa. Anche se non è ancora l'ultimo giorno d'estate è il momento di questa, nel mio cervello dalle prime ore del mattino.


sabato 2 agosto 2014

I magnifici 5: toccare

Oggi, con l'inizio di un nuovo mese, inauguro una piccola scia di post, che durerà giusto il tempo di contare fino a cinque e che passerà quando avremo finito le dita di una mano.
Mi piacerebbe provare a scrivere del mio legame con i cinque sensi, iniziando, completamente casualmente, dal tatto.
Ormai è noto che odio essere toccata, a meno che non ci sia urgenza (medico), necessità (estetista), affetto (mamma), attrazione fisica (ma deve essercene parecchia).
A mia volta sono una persona che tocca poco, la gente intendo, non sento nessun bisogno di tenerti un braccio quando ti parlo, né di carezzarti la schiena per passare, di solito mi basta dire "permesso" (o urlarlo, se necessario).
Questo mio rapporto con il tatto è per me molto importante, perché sulla base del fastidio che provo a ricevere o dare attenzioni fisiche ad una persona, soprattutto ad un uomo, riesco a comprendere quanto mi piaccia o quanto bene provi per lui/lei. Normalmente amo circondarmi di amici simili a me, o delle cui incursioni tentacolari non sia particolarmente spaventata.
Quindi, fatta questa premessa sulla mia religione suprema, la prossemica, posso cominciare davvero a scrivere il post, cercando di raggiungere i punti caldi della questione: cosa mi piace toccare?
- L'acqua del mare (quando fuori è caldissimo e basta pucciare la punta delle dita per stare subito meglio)
- Il pelo di un gatto (qualsiasi, Agata su tutti, perché è la mia Bibbi)
- La nuca di un uomo (meglio se rasata, meglio se la amo)
- Salamino (ndr il mio eterno cane di raso rosa...)
- L'erba fresca (di rugiada magari, che se ti siedi poi ti rialzi zuppo e profumato)
- La barba (mi piaceva quella di mio padre, amo tanto quella del mio amico Edu, morbidissima!)
- I ciottoli caldi di sole (quando ormai è sera, tutto è tramontato, ma l'estate resta lì intrappolata tra le pietre lisce)
- Gli abiti di seta (e ne ho tanti proprio per quello, scovati nei negozi vintage, per farmi abbracciare dalla stoffa)
- La carta (tutta, che sia riciclata, spessa, fotografica, rigida, morbida, tutta davvero)
- La schiena dell'uomo che amo (e non c'è nulla da dire, potrei stare lì per ore, a parlare accarezzando una schiena che amo)
- La crema al cioccolato bianco della Fra (chi non l'ha provata non lo sa, una volta pucciato il dito è finita, entra subito in scena il senso del gusto)
- Le biglie di vetro (di quelle che usavano quando ero piccola e che in tasca scappavano tra un dito e l'altro tintinnando un po')
- La neve (e tutto quello che si porta con sé)
- La mano di mia madre (l'unica che non mi darà mai noia)
- La nebbia (che è difficile da toccare, ma con la faccia si può eccome, se poi si è in moto è un attimo)
- Le castagne, i semi delle nespole e dell'avocado (tutti tondi, lisci, pieni di forza)
- La ciotola del riso (crudo eh, accogliente e ricco di polverina)
- Le piume di una gallina (uno dei primi ricordi tattili che ho, un poco dure e un poco lisce, come la vita)
- Il tronco di un albero (e non c'è nulla da dire anche qui, è amore allo stato puro, è casa)
Sicuramente me ne verranno in mente altre mille, di cose che amo toccare, ma non fa niente...va bene così.
Buonanotte

venerdì 18 luglio 2014

La zona cieca

Quando mamma, dopo averlo letto, mi ha passato questo libro le ho chiesto un parere. Lei, sorridendo, mi ha risposto: "E' una sega mentale infinita, quindi ti piacerà".
Beh, si sa, le mamme hanno sempre ragione e "La zona cieca" ora sta in buona compagnia nella nicchia della camera da letto. Si è guadagnata, cioè, una postazione d'onore, quella riservata ai libri che in un modo o nell'altro porto nel cuore e quindi sempre con me. E' il secondo romanzo della Gamberale che leggo e in qualche modo ha qualcosa in comune con il primo, innanzi tutto i personaggi che qui sono i protagonisti e che ne "Le luci nelle case degli altri" facevano parte dei vicini di casa di Mandorla.
In un certo senso, dunque, ero già un po' affezionata a Lorenzo e Lidia, ritrovarli con le loro (enormi) difficoltà di coppia è stato un po' come avere notizie di due vecchi amici che non sentiamo da tempo.
Le seghe mentali ci sono, eccome, ma proprio per questo più che un romanzo definirei "La zona cieca" una sorta di saggio. Nulla di pretenzioso eh, né probabilmente da parte di chi lo ha scritto né da parte mia che ne porto un parere qui, sul mio blog.
Comunque, difficoltà ad amare e prima ancora ad amarsi. Perché senza amarsi non si ama, questo ormai lo so persino io. Il problema grosso sta nel fatto che spesso, troppo spesso, senza amarsi e soprattutto senza sentirsi amati non si ama. E non dovrebbe andare così. Dico dovrebbe perché sono campionessa mondiale, anzi regina, di questa incapacità, ma tanto (tanto) lavoro su di me e tante (tante) seghe mentali, come le chiama mia madre, sembrano fare effetto, sembrano funzionare.
Lo dimostra il pic nic che sto facendo stasera sul tappeto della sala: spezzatino, luce soffusa, birra, buonamusica, e finestra socchiusa quel tanto che basta per sentire i bimbi che giocano in piazzetta, le signore che chiacchierano, i cani che abbaiano.
Nel libro tutto questo manca, manca la quotidianità serena e tranquilla, da vivere soli oppure in coppia, perché sia Lidia sia Lorenzo sono troppo impegnati a capire e capirsi, a odiare e odiarsi, a soffrire e far soffrire. Gesti eclatanti, routine, dichiarazioni, lettere, scoperte, solitudini, tutte componenti inutili se prima non si impara a conoscersi e a volersi bene così come si è, guardando le proprie caratteristiche per quello che sono, ovvero "semplici" caratteristiche, né pregi né difetti.
E questo mio essere salita in cattedra, come se avessi capito e compreso tutto, mi dà così noia che la pianto qui, consigliando "La zona cieca" a chi ha la sensazione che gli altri ci vedano molto di più e molto meglio di come ci vediamo noi, guardando anche in quelle zone, cieche per l'appunto, che non dubitiamo neppure di avere.
Buona serata con Ray, stranamente spensierato come me.

sabato 12 luglio 2014

I'm from Heligoland

Ieri sera sono andata al concerto dei Massive Attack, e ho capito e scoperto un po' di cose.
Innanzi tutto ho capito che sono sei mesi che vivo ad Heligoland, che non sono gli isolotti tedeschi ma sono le canzoni dell'album dei Massive Attack. In particolare le mie giornate ovattate e nello stesso tempo super intense dondolano tra questi ambienti e questi senza soluzione di continuità. Poi ho capito che possono trascorrere anche cinque anni ma se una musica ti piace e tocca le corde giuste lo farà per sempre, come lo ha fatto in gita scolastica a Venezia, come lo ha fatto alla Sciorba nelle serate d'inverno.
Ho capito che decidere di fare una cosa all'ultimo, come comprare i biglietti del concerto e dire "Sì ok ciao ci vado" non è la morte di nessuno, anzi. Ho capito che sono troppo bassa per stare al centro e che per tutto il tempo rischio di non vedere nulla e respirare marijuana passiva esattamente come il dodicenne accanto a me, che a ogni pezzo piagnucolava tossendo "E' finito? Andiamo?". Come biasimarlo, se ne pentirà solo tra una decina d'anni. Ieri ho anche capito che bere in questa fase è meglio evitarlo, che il golfino da nonna non mi serviva, che sono ancora capace di ballare in solitaria pensando solo ai fatti miei, che Teardrop è davvero bellissima. Ho capito che le navi che passano sullo sfondo, durante un concerto come quello dei Massive Attack, rendono tutto ancora più surreale, anche se può sembrare impossibile. E poi ho scoperto la cosa più importante: riesco a stare in mezzo alla folla. E sono felice.
Quindi bene, brava, bello, non poteva andare meglio, hanno persino chiuso con questa, la mia preferita (per variare un po' sul tema, invece di piazzare qui l'originale, ho messo una cover che mi piace tanto tanto).
"You're the book that I have opened, and now I've got to know much more"

domenica 1 giugno 2014

In my mind

Su questo scoglio non sto molto comoda.
Sono una donna da ciottoli io: la sabbia si infila dappertutto e la roccia è troppo dura.
Però oggi c'è il sole senza fare caldo, io sono riposata nonostante la notte quasi bianca e domani sarà un bel due giugno di prati, amici e tranquillità.
Contro ogni (stupida) tradizione personale ho fatto il bagno, il primo della stagione, lontano dalla mia spiaggia. Troppi scogli per nuotare, è bastata una "puccia" veloce per lavare via il sudore e sapere di sale. Di fronte a me c'è un ragazzo magro con gli occhi azzurri che ha paura delle lucertole, dietro invece c'è una coppia che legge all'ombra, abbracciata.
Anche io ho un libro, Guida rapida agli addii, e tra le pagine ritrovo passaggi che sono già stati nei miei pensieri:
"La lettura è la prima cosa che si perde" diceva mia madre, intendendo che era un lusso cui il cervello nei momenti difficili rinunciava. Sosteneva di non essere riuscita a prendere in mano niente di più impegnativo del giornale dopo la morte di mio padre.
Proprio come succede a me quando vado in crisi.
Non ho pranzato, piglierò un gelato grande sulla via del ritorno, quando percorrendo la passeggiata ripenserò allo spettacolo che ieri sera ho visto a teatro. Si intitolava (S)legati e raccontava la storia di Simpson e Yates. Io quella storia già la conoscevo, impossibile stare con Andrea e non conoscerla. Come impossibile è stato assistere allo spettacolo e non pensare a quei passi familiari davanti ai miei, quei passi ora lontani che tornano da me solo di notte, o che spuntano all'improvviso davanti alla copertina di un libro, all'annuncio di un concerto, alla foto di una vetta pubblicata sul giornale.
Tra un paio di settimane parto per San Sepolcro, mi hanno presa per il corso intensivo a cui avevo provato a iscrivermi. Comunque andrà mi sarò tolta da qui e avrò continuato ad alimentare la serenità che sto costruendo ogni giorno, lasciando perdere tutto e scegliendo me ogni volta che posso.
Non è facile, è innaturale e a volte mi pare persino disumano, ma che posso farci, funziona così dicono. Stare bene da soli si può e si deve e io, ahimè, sto finendo dritta dritta nel posto che pensavo, quello in cui non c'è più spazio per niente e per nessuno, quello in cui faccio tutto ciò che occorre, sorrido alla vita e alle fortune che ho, lascio passare i giorni così "i momenti più recenti possono sembrare molto, molto lontani".
Finalmente ci sono arrivata, no?
Non resta che farsi una doccia per togliere il sale e andare in turno, canticchiando questa meravigliosa canzone di cui ormai non posso proprio più fare a meno (video compreso), grazie Cindy!

giovedì 8 maggio 2014

Me & You (and everyone we know)

Oggi il nostro coniglio è arrivato a destinazione.
Ho scritto di questo progetto in molti degli ultimi post che ho pubblicato, stasera è il momento di raccontare come è andata a finire (o quasi).
Lo scorso weekend io e mamma abbiamo impacchettato Belty, il coniglio, con la carta velina bianca e lo abbiamo spedito dall'ufficio postale più vicino. Ora è possibile seguire il percorso delle proprie buste e io così ho fatto ogni giorno, fino ad oggi.
Prima di scoprire dal sistema on-line che il mio pacco era giunto a destinazione ho trovato una foto di Belty sulla pagina del progetto e questa è stata la conferma migliore dell'avvenuta consegna.
Tante blogger hanno scritto e raccontato l'iniziativa di Sollevalamenteconlemanidelcuore, da Vendetta Uncinetta, madrina dell'evento e fornitrice ufficiale del tutorial per costruire il coniglio, a Le Funky Mamas nel loro blog pieno di spunti bellissimi.
Io, nel mio piccolo piccolissimo, ne scriverò un poco qui, dove sono solita riversare le cose che mi fanno felice e quelle che mi abbattono, tutte insieme nel medesimo calderone di pensieri, scadenze, progetti, opportunità e preoccupazioni.
Il titolo del post arriva dritto da un film che ho amato molto, ormai qualche anno fa. Si tratta di Me & You and Everyone We Know di Miranda July, visionaria scrittrice, regista, attrice, musicista americana, capace di esprimere sensazioni comuni in un modo davvero poetico e surreale. Penso spesso a quella frase: Io e te e tutti quelli che conosciamo, perché mi sembra bella, comprensiva di ciò che è il mondo in realtà: un insieme di persone che camminano accanto, alcune più vicine e altre più lontane, unite comunque da una forma sottile di appartenenza, o almeno così dovrebbe essere.
Ho abbracciato l'idea lanciata da Sollevalamenteconlemanidelcuore proprio con questo spirito. Sono da sempre un po' allergica ai flashmob di protesta, ai sit-in contro la guerra, alle condivisioni scellerate e totalmente casuali di link sull'autismo, il cancro al seno, l'Alzheimer, che a mio avviso non servono a nulla se non a dire "ho ballato in piazza", "mi sono seduta davanti al palazzo taldeitali", "ho ricordato agli amici che oggi è la giornata mondiale dei diritti delle donne". Sono tutte azioni che non fanno male a nessuno, beninteso, ma insomma non fanno neppure bene. Non si tratta di essere volontari in una casa famiglia, di preparare i pasti alla mensa dei poveri, di accompagnare un disabile al parco, ma sono tutte azioni in cui i protagonisti sono le persone che le compiono e non chi, in qualche modo, dovrebbe ricevere un aiuto più o meno concreto.
Il coniglio di pezza che ho provato a cucire nelle settimane scorse non cambierà certamente la vita al bimbo malato che lo riceverà, ma magari aiuterà a superare un momento di sconforto o a strappare un sorriso a chi davvero è troppo piccolo per capire cosa gli sta succedendo, ma non per soffrire e avere paura.
Quindi ecco perché ho costruito Belty, perché ho promosso questa iniziativa così come promuovo quest'altra a cui mamma ormai si dedica da tempo e perché cercherò di partecipare ancora con le mie piccole capacità a progetti dedicati a chi ha bisogno di essere sollevato.
Per l'occasione, la colonna sonora di Me & You.


domenica 20 aprile 2014

Una domenica

Oggi è Pasqua, quindi è domenica.
E' pomeriggio e c'è ancora tanta luce, io sono a casa che cucino e ascolto musica.
C'è odore di porri ovunque, mentre la torta di spinaci si gonfia fiera nel vecchio forno buio.
Mamma è andata via da poco, abbiamo pranzato insieme sull'Albero, come avevamo fatto l'anno scorso a Natale. Forse passare le feste qui è la soluzione giusta: in una casa scelta da me, arredata da me, con tutti gli aiuti e i consigli di mia madre, senza fantasmi che si aggirano a ricordarci che non ci sono più.
Ho preparato lo spezzatino, le patate saltate e la macedonia con il gelato, mi sono fatta tenere da parte da Lucadeisalumi una piccola insalata russa e due burratine, ho comprato una mini colomba dal droghiere e una bottiglia di vino rosso, ho apparecchiato con la tovaglia gialla e i bicchieri grandi, ho messo il rossetto.
Abbiamo mangiato tranquille e siamo uscite subito per non addormentarci, abbiamo fatto due passi, preso un caffè, ci siamo sedute sui gradini del Ducale a cucire il coniglio blu per quel progetto di cui scrivevo nel post scorso e abbiamo visto una mostra di fotografie, anzi due. Prima di andare in giro però abbiamo cominciato a piantare i semini che mi ha regalato il vicino-vicino e che tra un paio di settimane dovrebbero darmi zucchine e prezzemolo da davanzale...vedremo!
Ora sono di nuovo ai fornelli perché domani si va dalla famiglia bellissima sul tetto a festeggiare Pasquetta, così mi sono messa a preparare due torte di verdura senza neppure cambiarmi, insomma, sto facendo l'elegantona in cucina.
Mi aspetta un altro giorno bello, in queste settimane di mancanze e pienezze, di sole e freddo, di rabbia e tranquillità.
Ho tanta tanta voglia di camminare ma alla fine non creo mai la situazione per farlo, forse perché da sola non sono abituata, forse perché guardo i chili che aumentano e non mi decido a mandarli via, in questo periodo strano di capelli scuri color prugna e di grandi ritorni tra pentole, spezie, coltelli e taglieri, dopo mesi di cibi già pronti, crudi e noiosi.
Ci sono due libri che voglio comprare, un film che voglio vedere, un vestito che voglio cucire, una festa che non vedo l'ora di preparare. Ci sono persone che voglio guardare, negli occhi. Ci sono posti che voglio visitare, scarpe che voglio indossare, cose che voglio urlare, regali che voglio fare.
E ci sono cose che voglio scrivere, ancora e ancora.
Visto che è l'ora dei porri e che ho un mezzo sorriso, la chiudo qua con la canzone di oggi, colonna sonora di tutta la giornata, e lo so che non è il momento del pezzo del mese ma le regole qui le faccio io, dunque me ne frego.
Eccola.

mercoledì 16 aprile 2014

QB: senza sapere da che parte sono

Senza sapere da che parte sono vuol dire che non so se sto scrivendo un QB su qualcosadibello oppure su qualcosadibrutto.
In un giorno cambio umore mille volte, perché mille sono gli avvenimenti, piccoli e grandi, che si alternano tra angoscia, nervosismo, tristezza, paura e gioia, entusiasmo, ottimismo e tranquillità.
Sono stanca, ma questo poco conta. Conta il fatto che non riesco a trovare il tempo per fare cose che mi mettono in pace con il mondo e che in passato facevo spesso, come leggere una rivista (di leggere un libro per ora non se ne parla), come mettere a posto casa, come cucinare e come andare a correre.
Per facilitarmi un po' il compito di questa sera, scrivere un post che mi aiuti innanzi tutto a riordinare le idee, potrei affidarmi ad un mezzo infallibile per la mia organizzazione mentale: l'elenco.
Provo pure a dividerlo in due parti, qualcosadibello e qualcosadibrutto.
Qualcosa di Bello
- Il riscontro che ha avuto il mio post sulla lettera al nostro sé adolescente, ne ho parlato con tante persone e alcune continuano a scriverne. Come Andrea, per esempio
- Il corso di fotografia che ho appena iniziato e che promette benissimo, perché mi diverto, sperimento e imparo (uno dei miei primi scatti sta proprio quassù)
- Il sole che almeno fino a domani dovrebbe durare e che mi tira su il cuore anche quando sembra essere pesantissimo
- La pasta con le sarde che ho mangiato (e cucinato) ieri sera, buonissimissima!
- Questo film che non vedo l'ora di vedere
- Questa iniziativa a cui voglio assolutamente provare a partecipare
- Un bel po' di idee hand made che mi frullano per la testa e che prevedono collage, cornici, fettucce, dita, colla, forbici, timbri e robe che fanno piangere
- La Pasquetta che sarà fatta di amici, pioggia, cibo, chiacchiere, musica, risate, nanne e scodinzolii
- Un sacco di blog nuovi che seguo e che mi riempiono gli occhi e il cuore di idee, bellezza e possibilità
- Questo libro, che sta già di là nel mio bagno tra i volumi di psicologia, di flora e fauna regionali, di viaggio, di fai da te
- Questo pezzo che ho deciso essere la canzone di Aprile, anche se l'ho risentita stasera dopo un sacco di tempo. Ma mi ha ridato un po' di allegria e quindi merita il mese.
Qualcosa di Brutto
- Un po' di persone attorno a me che si prendono un tantino sul serio e complicano tutto, che peccato
- Il mio edicolante morto all'improvviso che però fino a ieri era lì fra i suoi giornali e oggi il cardinale in persona diceva il rosario per lui e i vicini in piazzetta piangevano dinanzi alla serranda abbassata
- La mia attuale incapacità di leggere, che mi pesa da matti e mi intristisce, ma è così: Haruki a sto giro dovrà aspettarmi
- La lontananza da prati e boschi di casa, dettata da tante cose e pesante come un sasso
- Le feste in arrivo che come al solito rischiano di trascinarsi appresso malumori, nostalgie e fatiche assortite
- Un acciacco duro a morire, fastidioso e assai indicativo, che palle
- La mollezza diffusa di cui ho scritto all'inizio del post, che mi tiene distante dalle tante cose che vorrei fare, compreso correre e prendermi cura di ciò che più amo
- La ricrescita :-)


domenica 23 marzo 2014

E brava Giulia...

La prima volta che ci siamo viste non volevamo essere dove eravamo. Adolescenti spostate da un mondo conosciuto a un mondo nuovo, soprattutto lei con la sua maglia di Vasco e il broncio, rannicchiata sulle scale di casa, mentre la banda suonava e la coda per le focaccette fritte arrivava fino alla strada.
Di anni ne sono passati quasi venti, cazzo. Venti.
E nel frattempo siamo cresciute, ne abbiamo viste di tutti i colori, ne abbiamo superate di tutti i colori e ancora oggi ci lottiamo contro ogni giorno.
Abbiamo imparato ad amarlo questo posto, io forse più di lei che è andata via tante volte, per lavoro, per i suoi viaggi matti e meravigliosi, che non ha mai mancato di raccontarmi nei minimi dettagli durante le cene dei mille ritorni.
E il gelato alla crema con miele e cannella, le zuppe, i miei sformati di verdura, le insalate dei sensi di colpa, il passito e soprattutto il baffo ghiacciato delle sere d'estate, lei abbronzatissima e io fucsia ma felice.
Siamo state lontane, siamo state Vicine.
Abbiamo parlato tanto, di tutto, senza paure, senza pregiudizi, senza dimenticarci mai cosa conta davvero.
Abbiamo parlato anche di te, di scelte, di futuro, di preoccupazioni e speranze.
Quando mi ha detto che ti saresti chiamata Giulia ho subito ricordato la maglietta di Vasco, i concerti a cui lei andava spesso, con gli amici e con lo zio, fan sfegatata di quel cantante che a me non è mai piaciuto ma che mi ha sempre fatto pensare a lei. E ora anche a te.
E mi vengono in mente anche tutti i concerti a cui siamo andate insieme: Guccini, la Nannini, la Mannoia, i Negramaro (solo perché avevamo dei biglietti gratis eh...), Conte, Elisa e forse qualcuno lo dimentico pure.
Sono stata fortunata ad averla trovata e ora sono fortunata ad aver trovato te, piccola figlia della mia migliore amica, che oggi mi hai guardata con un occhio solo (che lo so che mica ci vedi ancora, hai solo quattro giorni), appesa a quella tetta gigante, col pigiama pieno di gufi e una cascata di capellini neri.
Ben arrivata nipote, piacere di conoscerti!

P.S. La foto è un lavoro di mamma, un work in progress in verità. Si tratta di una piccola camicina, anzi di un piccolo camice, cucito per i bimbi prematuri che devono affrontare una Risonanza Magnetica Nucleare. Fa parte di questo meraviglioso progetto.

sabato 15 marzo 2014

Between the click of the light and the start of the dream

Oggi è una giornata strana.
Questa mattina ho corso più di un'ora e se non avessi ripensato alle parole lette sulla fibromialgia e a quelle dette dal fisiatra avrei continuato a correre ancora. Al porto era tutto tranquillo o per lo meno così sembrava a me. Una lunga fila di persone, donne per lo più, pronte ad entrare alla fiera di hobbistica, signori con i cani a passeggio, skipper impermeabili che mi seguivano con lo sguardo, qualche turista straniero un po' sperduto davanti a tutto quel mare calmo.
Nelle cuffie la musica che mi accompagna ormai da giorni e la radio che sembra sempre sapere e mi regala i pezzi giusti al momento giusto.
A pranzo la carne di Ste, ho il ciclo e mi serve. Poi metro, poi bus, poi regalo per la "nipotina" in arrivo. Poi bus, poi metro, poi letto, in attesa di incontrare mamma e andare con lei all'inaugurazione della mostra di acquaforti di un'amica.
Belle, una se n'è pure venuta a casa con me, devo solo decidere dove appenderla o posarla, quella sagoma in bilico sul filo, seguita da un gatto un po' goffo e con in mano un palloncino rosso.
Quest'oggi navigando in rete mi sono imbattuta in una lettera, questa, scritta in risposta ad un post meraviglioso, su cui inevitabilmente mi sono trovata a riflettere molto.
Quello a cui ho pensato istintivamente è che il mio approccio alla perdita sia stato più simile al percorso raccontato da Linda Varlese, poi però, soffermandomi con il cuore calmo a leggere le parole di Noah Michelson credo di non essere tutto sommato così distante dai suoi pensieri.
Vorrei provare a riguardarli punto per punto e a vedere se posso farli miei, oppure no.
Intanto la storia è simile, ma si discosta per un aspetto molto importante: mio padre non ha (quasi) mai voluto lottare. Un particolare non da poco per chi si ritrova poi con un lutto da elaborare. Comunque, stessa tosse dell'inferno vero, stesso cancro, nove mesi anziché sei (con una ottimistica previsione di due), ultimi trenta giorni che non si possono raccontare. Lui scrive Quei sei mesi furono i più tristi e strani della mia vita. Li attraversai al rallentatore, è andata esattamente così anche per me. Come anche per me, luglio anziché febbraio, è un periodo bianco, in cui galleggio tra somatizzazioni e crolli accorgendomi solo a giorni passati che si tratta del suo mese, piantato nel mio cervello e nel mio cuore come una puntina da disegno ormai arrugginita: Adesso quando arriva febbraio, un'appiccicosa inquietudine mi cola dal cervello per raccogliersi nel mio petto, e finisco col trascorrere le quattro settimane seguenti oscillando fra la necessità di distrarmi dall'orrore di ciò che accadde durante gli ultimi mesi di vita di mio padre, e il desiderio di cullare quei ricordi, rigirandomeli di continuo nella mente affinché non ne dimentichi mai i contorni frastagliati.
Mio padre non è stato un uomo incredibile come quello di Noah, anche se ognuno ha il suo "senso dell'incredibilità" no? Perciò le seguenti cinque cose su cui rifletterò dopo quasi nove anni posso dire che sì, sono in onore del suo per lo meno bizzarro modo di arrivare, rimanere e andare via da questa terra.
1. Fa' che tutto - tutto - abbia importanza oggi, perché non sai mai che cosa il futuro abbia in serbo per te.
Sembra una frase fatta e forse in effetti lo è, non sono per nulla brava a seguire questo precetto, ma ci provo, ultimamente più che mai, ponendomi meno limiti possibile all'opportunità di assaporare la vita. So bene che dall'oggi al domani le cose possono cambiare, malissimo pure.
2. Affrontare la propria fine porta una certa pace.
Niente, non so cosa significhi. Io il senso di pace nella morte di mio padre non l'ho trovato mai, non in lui per lo meno. Anzi, il poco che ho provato io nelle ultime ore, quando sapevo con una buona dose di certezza che le sofferenze stavano ormai terminando, si è tramutato subito ed è rimasto per anni un gran coagulo di senso di colpa, fermo immobile tra i miei polmoni.
3. Mai sottovalutare il potere dell'arte.
Quanto è vero. Sono riuscita a trovare il bello anche nell'odore dell'alcool dei reparti, anche nelle finestre delle sale d'aspetto, nelle ore rubate tra un turno e l'altro in cui mi concedevo un acquisto frivolo o un gelato che fungesse da colazione, pranzo e cena. A differenza dell'autore del post non ricordo più cosa leggessi in quei giorni, all'inizio preparavo gli ultimi esami all'università, più avanti chiusi pure quei libri e forse non lessi più niente. Né guardai la TV. Aspettavo paziente, con le mani poggiate sulle ginocchia, che riuscisse a dormire, almeno un poco.
4. Tutti meritiamo il diritto di morire.
Certamente, e non smetterò mai di crederci. Nemmeno io ho avuto il coraggio di uccidere mio padre, nemmeno io scorderò mai i suoi occhi che lo domandavano in silenzio. Sono momenti che non si dimenticano mai più e che sono maledettamente utili per crescere, per alimentare il più possibile il punto 1 e vedere il bello ogni volta che si può, ovunque ne abbiamo l'opportunità.
5. L'amore esiste.
In tutte le sue forme. Il cancro di mio padre mi ha mostrato quanto siano diversi quello di una compagna da quello di una figlia, quanto spesso l'ipocrisia venga travestita da amore, quanto anche solo aprire una finestra in una torrida giornata di metà luglio possa rappresentare un enorme gesto d'amore. Il silenzio è amore. Una corsa in moto per non pensare è amore. Un brindisi alla morte è amore.
La possibilità di vedere l'amore in tutte le sue sfumature è stato il regalo più grande che questa storia mi abbia lasciato. La capacità di cogliere questa bellezza non l'ho mai più persa e sono convinta che le persone che vivono accanto a me vengano spesso toccate, anche solo di striscio, da un mio gesto di amore per loro.
Un grande dono, papà.

P.S. Non è fine mese, sono in anticipo con la canzone di marzo, ma questa sono così tanti giorni che la ascolto che non posso proprio non segnalarla: Arcade Fire - No cars go (pure il titolo del post viene da lì)

domenica 9 marzo 2014

Speed of silence


Mercoledì 5 marzo, sera.

Quassù c'è il sole, di quello che brucia gli occhi anche con gli occhiali.
Queste montagne non le conosco, non hanno la punta, sono spaccate con l'ascia come pezzi di legno. Anche i colori sono diversi, roccia rossa nelle valli basse, grigia sempre più chiara man mano che si sale. Oggi abbiamo camminato e pedalato, ognuno con i suoi tempi e i suoi silenzi, in mezzo a un'enorme quantità di neve, di abeti e di luce.
A un certo punto ho anche visto uno scoiattolo, piccolo, scuro, con i peletti a punta sulle orecchie, che saltando veloce attraversava un pianoro e si arrampicava svelto, non senza soffermarsi un poco a guardare, pure lui, quella strana bici dalle grandi gomme. Siamo rossi, gialli, grigi e azzurri, ci muoviamo con poca fatica e mangiamo tantissimo. Salumi, formaggi, selvaggina, polenta, vino e dolci come se non ci fosse un domani, qualcuno dimagrirà e qualcuno prenderà peso, non ho dubbi su chi ingrasserà.
Ho visto alberi contro il sole oggi, neve illuminata da mille cristalli, licheni caduti dai rami, pipì gialle su sentieri bianchissimi, pale piantate accanto alle baite, tetti ricoperti più di quanto si possa immaginare, slitte veloci e molestissime (almeno per me), cani felici, orme piccole e tracce grandi, fiumi nel bosco, vette accese, nonni e nipoti insieme sul bob.
Ho usato le racchette e i miei scarponi nuovi, ho cercato inutilmente di abbronzarmi e mangiato la torta di ricotta più buona del reame. Ho sudato tanto da puzzare come mai nella vita, mi sono sciolta sotto una doccia bollente e cenato con i miei primi canederli in brodo. Ho conosciuto alberi che avevo solo sentito nominare per anni, ho camminato sotto la luna cercando caldo per le mani, ho attraversato un ponte illuminato sul fiume avvolto nel buio, ho schivato il ghiaccio e ho pensato alla cena trentina per gli amici.
Vivo in modo strano queste camminate, davanti ho i passi di sempre, ma intorno è tutto nuovo.
E pure io un po' lo sono, disabituata al viaggio, a regalarmi un piacere, a pensare a me e solo a me. Ieri al Muse, posto meraviglioso che desideravo visitare da mesi, mi sono sentita persa, persa tra le cose che amo e che non so se avrò mai il coraggio di inseguire davvero, persa tra scolaresche e bimbi curiosi, tra borracce, lepri impagliate e colate di neve, persa tra caschi di banane, pesci blu e poiane appese, persa tra le possibilità che presto o tardi sarò costretta a guardare in faccia.
Quindi adesso, mentre Andrea è andato a prendere l'acqua in camera e io scrivo nel salotto del garnì che ci ospita ascoltando Speed of sound e scrivendo questo post, chiudo gli occhi e mi sento bene, non potrebbe essere altrimenti.

P.S: E' ovvio che questo post sia un QB, qualcosa di bello. Ma non è tutto oro quel che luccica giusto? Mezza schiena incriccata, un'oretta abbondante di paura ad ascoltare il rumore più spaventoso del mondo, una crisi isterica d'alta quota, la febbre da sole del ritorno...QB, qualcosa di brutto.
Poi però ho visto i mufloni, femmine brune che saltavano la staccionata come le pecore che si contano prima di dormire, controllate dal maschio e felici nel loro bosco. E tutto si è fatto bellissimo.

sabato 22 febbraio 2014

I've got you under my skin

Da quando mi sono dottorata ho ricominciato a sognarlo tutti i giorni, mio padre.
Era parecchio che non mi accadeva, al massimo qualche comparsata a sorpresa nel mezzo della notte, ma mai una dormita intera in sua compagnia.
Facile immaginare che la sua mancanza, accanto a mamma, nell'Aula Magna del Dipartimento di Chimica si faccia sentire quando la mente si stacca (o per lo meno ci prova) e il subconscio prende il timone della mia vita. Poi però, se mi fermo a riflettere, so che lui comunque non sarebbe mai venuto alla discussione della tesi, al massimo sarebbe rimasto a casa a preparare i gamberoni sfumati al cognac e la salsa rosa con il rosso d'uovo sodo passato al colino, con la gatta a sonnecchiargli accanto.
In questi giorni ho fatto un sacco di cose: ho cominciato a preparare le lezioni per gli studenti, sono andata in palestra tre volte, ho ripreso a scrivere con costanza, ho iniziato un libro nuovo (già bellissimo, se ne riparlerà), ho caricato un mio articolo qui, mi sono ubriacata, ho fatto le ore piccole e sono andata a letto presto. Ieri A Casa di Cindy è uscita la wishlist e con mamma si comincia a pensare seriamente alla Tour Eiffel e a come sistemare la nostra piccola Batman (in foto).
Oggi c'è un bellissimo sole, il mare sembra di metallo e fa male agli occhi guardare fuori dalla finestra, ma qui a Vesima lo stiamo lo stesso facendo tutti. Nel sogno di questa notte io e papà discutevamo, la bara chiusa in soggiorno proprio non la volevo: "portatela via, non la voglio vedere, non ci voglio pensare", "non posso mica prenderla io, ci sono sdraiato dentro!". Per fortuna che l'ironia non gli manca mai, anche da morto e anche in sogno.
Febbraio è quasi finito, in arrivo compleanni importanti e voglia di primavera, di camminate, di luce e di aperitivi all'aperto.
Ci sono piccole cose belle che ruotano veloci intorno a me, sempre più tranquilla, sempre più serena, anche davanti a situazioni che solo pochi mesi fa mi avrebbero spaventata a morte. Gli incoraggiamenti terapeutici a prendermi cura dei miei spazi, del mio tempo, mi spingono a continuare così, in un mondo che non mi vede al centro ma mi mescola alla perfezione con tutto quello che lo abita, musica compresa.
La canzone di febbraio, per mille motivi, è questa:
Your hand in mine (Explosions in the sky)

P.S. Un assaggio dal libro che sto leggendo, giusto per farvi venire la voglia:
"La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell'equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà"
(Valeria Parrella, Lo spazio bianco)

giovedì 23 gennaio 2014

Liscio come l'olio

Come l'olio di Argan che Annalisa mi ha portato dal Marocco e che mi sono spalmata in faccia, come l'olio d'oliva che ho messo in padella per cuocere la carne. Come sarebbe bello (e facile) se tutto filasse liscio come l'olio. Non succede mai, c'è sempre un intoppo, un pensiero, un inciampo che non ci aspettavamo o che avevamo provato, in tutti i modi, ad evitare.
E' presto, sono da poco passate le dieci di sera, ma sono morta di sonno e sono già a letto. Oggi ho consegnato la tesi di dottorato, il formato elettronico per lo meno, da domani ho qualche giorno per preparare la stampa. Naturalmente le cose non sono uscite semplici, serate intere passate ad aggiustare, impaginare, correggere e spostare, che senza il paziente (e santo!) aiuto che ho ricevuto non sarei mai riuscita a finire in tempo. L'invio è stato un inceppo continuo e pure trovare una copisteria è un'impresa. Ma non fa niente, in qualche modo ci sto riuscendo.
L'obiettivo è rallentare e un po' da sola un po' per forza lo sto facendo, mantenendo anche le promesse fatte, tipo mangiare la carne stasera (visto mamma?) e non trovarmi altri pensieri difficili per compensare il vuoto.
Mi sono anche fatta lo scrub al viso con il bicarbonato e domani giuro che penserò al corpo, ho messo a bagno il bucato, ho avviato una lavastoviglie. Oggi, come quattro anni fa, sto pensando a un traguardo da raggiungere, accanto a me ho la tisana della sera, quella vera e quella figurata e, in qualche modo che ora mi sfugge, mi sento fortunata. Innanzi tutto per aver avuto l'opportunità di studiare fino a questo punto, poi per aver trovato chi ha saputo appoggiarmi, sgridarmi, rimettermi dritta e aiutarmi a salire e infine per essere riuscita a rimanere in piedi e a continuare a camminare. Non so come andrà, ma fino a qua ci sono arrivata.
Tra le cose che mi riprometto di fare da un po' ci sono uscire, camminare, leggere, regalarmi un massaggio, scrivere una wishlist da inviare a Cindy, bere di più (acqua) e continuare ad aggiungere parole alla lista qui sotto, un elenco di vocaboli che mi piacciono, per il loro suono:
Palude, Pingue, Pioggia, Salmastro, Sollievo, Pube, Mollica, Guizzo, Guado, Roncola, Rubino, Ruggine, Neve, Bruma, Schiuma, Ghianda, Lumaca, Ofiuco, Dugongo, Goccia, Ghiaia, Conca, Vibrissa, Cucchiaio, Gheppio, Polvere, Pula, Lamantino, Nebbia, Brina, Brughiera, Plumbeo, Preludio, Plenilunio, Polpo, Miele, Piuma, Dubbio...
E visto che qualche post fa avevo scritto di un'ipotetica canzone al mese, di quelle che amo e ascolto di più, eccola (loro, dal vivo, sono bravissimi).

sabato 4 gennaio 2014

Music is my food

In questi giorni di festa il tempo ha fatto parecchio schifo e quindi è stato obbligatorio provare a dedicarmi con un minimo di serietà alla tesi. Dal momento che sto lavorando al computer, anche le pause caffè, tisana, biscottino, stretching al collo, carezza al gatto, le passo al computer e ne approfitto. Per fare che? Leggere articoli, spulciare in nuovi siti, riempirmi gli occhi di immagini, immergermi pericolosamente in blog scoperti per caso e mai più lasciati. Tra le cose che faccio al pc (ma non solo in pausa, lo faccio continuamente) c'è ascoltare musica. Ogni momento ha la sua playlist, chiaro, quando scrivo prediligo canzoni con poche o meglio senza parole, altrimenti inevitabilmente canticchio e mi deconcentro. Se cucino preferisco la radio e mi lascio andare al brivido dell'ignoto (quasi sempre mi va male, Mengoni e compagnia sono continuamente in agguato), se pulisco casa vado di roba da cantare a squarciagola, mentre se faccio la doccia o mi preparo per uscire mi lancio in balli da tende tirate per dignità.
Quindi, tutta questa premessa, per spiegare lo scopo del post di oggi, una paginetta facilona che fa molto blogger alla moda, ma che tutto sommato credo che mi rappresenti: la mia playlist 2013. Alla radio non si sente altro no? Quali sono le canzoni che hanno segnato i dodici mesi appena passati?
Ieri era il mio compleanno, sono andata a pranzo fuori con gli amici e non c'era musica nel locale dove abbiamo mangiato, tutto sommato un bene perché s'è chiacchierato e riso un sacco senza pensare alle canzoni in sottofondo.
La foto che ho scelto per questo post però è legata sempre ad un mio compleanno, quello dei trenta, quando organizzai una super festa al circolo, con tema della serata il verde (il mio colore) e la coinquilina-dj che metteva su i miei dischi preferiti. Nell'immagine ci sono io, un cerchietto fluo (verde ovviamente) che si illuminava al buio e un biglietto che spunta dal mio décolleté: era il biglietto per il concerto del Coldplay, uno spettacolo incredibile con i braccialetti che si illuminavano a tempo di musica e i fuochi artificiali, questo per intenderci (il suono è quello che è ma chi è nato negli anni '80 e ha amato Ritorno al Futuro quanto me apprezzerà).
Ecco che allora ho pensato di scrivere quali sono le canzoni che in un modo o nell'altro mi hanno tenuto compagnia in questo anno appena passato, chissà che non ci prenda gusto e che segnalare magari un pezzo al mese a chi passa di qui diventi un'abitudine!
Mi sono data qualche regola, posterò 12 canzoni mettendo il link da youtube perché dove possibile vorrei fossero legate anche a un video decente (spesso sono proprio i video che mi colpiscono e che mi fanno innamorare di un gruppo o di un cantante), non metterò più di un pezzo per autore, non ci saranno robe della mia adolescenza che, beninteso, continuo ad ascoltare ma l'idea perderebbe un po' di significato.
Non c'è un criterio temporale preciso nelle segnalazioni anche se mi sto accorgendo che, per lo meno nella mia testa, le musiche vengono fuori associate a determinati periodi dell'anno e quindi in ordine cronologico.

1) Camera Obscura - French Navy (ascoltata un sacco a cavallo tra il 2012 e il 2013)
2) Beirut - Nantes (qua sto già barando, è una vita che la ascolto, ma nel 2013 di più e questa versione è troppo bella)
3) Ludovico Einaudi - Waterways (se quello dei Colplay è stato il concerto più esaltante della mia vita, quello di Einaudi è stato il più commovente)
4) John Grant - Where dreams go to die (ma qui l'imbarazzo della scelta è enorme, ho sparato a caso)
5) Beach House - Myth (visti dal vivo con il mio amico Edu, sono bravissimi e anche se il video ufficiale non c'è va bene lo stesso)
6) Daughter - Youth (ma giusto perché è la più famosa, altrimenti ce ne sarebbero altre moooolto belle. Pure loro dal vivo sono forti, visti due volte)
7) The Lumineers - Ho Hey (non volevo postare di nuovo la più conosciuta ma il video è così carino...Bel concerto un'altra volta)
8) Agnes Obel - Riverside (non è la più bella ma è una delle e il video vintage è figo. A sto giro concerto mancato, ero impegnata e lei all'ultimo si è data malata)
9) Birdy - 1901 (ascoltata fino alla nausea, video tristerrimo e cover di un'originale molto più allegra. Ma a me, come direbbe qualcuno, le canzoni allegre non piacciono)
10) The National - I should live in salt (loro li adoro sempre e pure l'ultimo album è bello. Questa versione live poi...è super)
11) Nouvelle Vague - Dance with me (non sono sicura sicura di averla ascoltata quest'anno di più degli anni scorsi, ma facciamo finta di nulla)
12) Soley - Smashed birds (a questa ragazza voglio persino bene, mi sono lasciata sfuggire un suo concerto ma rimedierò. I video sono sempre bellissimi, secondo me lei mi somiglia pure e in questo c'è addirittura una casa sull'albero).

Ok, ho fatto. Ovviamente mentre scrivo le conclusioni mi stanno venendo in mente altre mille canzoni che avrei potuto postare ma vabbè, tanto le riascolterò ancora e probabilmente diventeranno via via il pezzo del mese.
Buon ascolto!

martedì 31 dicembre 2013

Duemilaquattordici

Ultimo giorno dell'anno, in cucina c'è una bella luce e in sala il cristallo appeso alla finestra riflette decine di arcobaleni che incantano la gatta. Mamma fa fare i compiti a Christian che appena la vede con la tazzina di caffè in mano si preoccupa che abbia fatto colazione, è un bambino dolce Christian. I biscotti di farina di riso della Fra sono buonissimi e nonostante la nausea li mangio volentieri, mentre mi metto ancora una volta nell'ottica di scrivere questa diavolo di tesi.
Continuo a leggere post di bilanci, conclusioni, wishlists e speranze ma resisto ed evito di martellarmi il cervello con i miei obiettivi non raggiunti, da raggiungere o superati (questi ultimi, del resto, non li riesco a vedere). Ci sono cose belle nel 2013 che se ne va, ci sono piccole bolle di sapone dove sono riuscita a infilarmi e c'è una grande fortuna che mi ha accompagnato tutto l'anno: la mia casa sull'albero. Non so se ho mai spiegato qui il perché tra queste pagine venisse spesso fuori quella parola maiuscola e corsiva, l'Albero appunto, colgo l'occasione per farlo adesso. Il piccolo appartamento dove sono andata a vivere alla fine del 2012 è pieno di legno: c'è il parquet in ogni stanza, l'armadio vecchio e scuro del nonno, il tavolo da osteria nella cucina, la sedia a dondolo accanto al divano, il piccolo tavolino al posto della scrivania.
Nella mia casa c'è una parete verde alle spalle di chi dorme, ci sono piante appese e piante appoggiate, piante in serra (una mini serra di vetro posata sul frigo) e piante che colano in Vico di Coccagna. Ci sono i vasi sulla finestra del bagno, che è profonda e ospita i fiori che non si sentono tanto bene, ci sono i rami secchi che fanno ridere Andrea e la ghirlanda di fiori appassiti che dondola sotto alla mensola dei libri di botanica.
La mia casa è come un albero, un Albero della Coccagna, perché qui trovo pace e rifugio, anche quando mi sento lontana dalle mie stesse scelte. Il lettone comodo mi ospita per mangiare, dormire, leggere, studiare, scrivere e fare l'amore. Il gatto di carta attaccato ai vetri della cucina tiene compagnia a quello vero della finestra di fronte, mentre la radio suona ininterrotta e l'ennesima tisana fuma sul piano in muratura accanto al lavandino. La dispensa è chiusa solo da una tenda, con grandi alberi verdi disegnati, mentre in sala c'è la foto in infrarossi degli "alberi bianchi" di Villa Pallavicini, c'è il libro Raccontare gli Alberi che fa bella mostra di sé, ci sono l'albero di plastica posato sul muretto, quello di argilla e legno del Signor Sergio e quello piccolo da portare al dito arrivato diretto dalla Turchia. Per tutti questi motivi e perché stare a casa è per me come stare in un nido, io chiamo quel posto l'Albero, nella speranza che ci sia sempre spazio per tutti, per chi passa un attimo per poi volare via, per chi si ferma a mangiare qualcosa, per chi cerca un rifugio dove dormire e per chi ogni tanto vorrà condividere la mia tana. Quindi un buon augurio per il 2014 penso possa essere, per tutti, quello di trovare il proprio posto nel mondo, un luogo di cui avere nostalgia. A modo mio vi auguro buon anno con due link:
questo (che penso sarà uno dei primi acquisti 2014!)
e questo (che si conclude con la frase più appropriata che potessi trovare "...a song for someone who needs somewhere to long for homesick because I no longer know where home is")

sabato 28 dicembre 2013

And if you're still bleeding, you're the lucky ones

Colonna Sonora (scelta semplicemente perché i Daughter, insieme ai Beach House credo che siano la band che ho ascoltato di più in questo 2013, con ben due concerti visti e un sacco di lacrime versate, come al mio solito!)
Siamo alla fine dell'anno, giorni di tradizione: datteri ripieni di mascarpone, scambio dei regali, corse dal medico con somatizzazioni da manuale, lunghe ore di riposo, nebbiolina leggera, post di bilanci e propositi.
Ma questa volta mi frego, cinque pastiglie al giorno sono sufficienti per decidere che no, non mi guardo indietro e non cerco cosa ha funzionato e cosa si è inceppato. In verità non voglio neppure cercare nel domani, non mi interessa. Cazzate. Mi interessa eccome ma non ne ho la forza. Sto leggendo un libro, L'Orologiaio Miope di Lisa Signorile, un saggio sull'evoluzione di animali che vivono in posti estremi e sulle strategie di sopravvivenza raffinate negli anni per migliorarsi e riuscire a farcela in questo mondo di merda. Ecco, non guardare indietro e non guardare avanti è, per me, una strategia di sopravvivenza.
So che mi ero ripromessa di guidare, leggere, studiare, parlare, volermi bene...lo so perché mi conosco, ogni anno è così e ogni anno, puntualmente, mi deludo caricando i futuri dodici mesi di aspettative che so solo io, che condivido solo con me (perché ok che ne scrivo qui, ma cosa significa? A cosa serve?) e che immancabilmente disattendo alla fine dell'anno successivo. E vai di delusione al cubo.
Quindi per questa volta non scrivo nulla, anzi, mi concedo un solo obiettivo, non tanto da raggiungere quanto da perseguire ogni giorno: fare cose che mi fanno stare bene ogni volta che ne ho la possibilità.
Dal lavoro non si scappa e così dalle sue responsabilità, ingiustizie, fatiche.
Gli stronzi ci sono sempre, sempre ci saranno e le persone, anche quelle che credevi più vicine, più leali, più importanti possono fregarti in un attimo (questo non lo dimentico mai per fortuna, solo ogni tanto, quando sono stanca, debole o stranamente ottimista, tendo ad assumere la posizione della squadretta da educazione tecnica).
I problemi di salute propri e degli affetti non si cancellano, spesso non si possono prevedere, di solito arrivano e basta. Di solito ma non nel mio caso: io me li faccio venire. E il mono proposito di quest'anno dovrebbe (si spera) ovviare un poco anche a questa tendenza, perché una persona che sta bene e che insegue il benessere magari tenderà a massacrarsi di morbi psicosomatici un tantino meno.
L'incertezza economica, strettamente legata al punto sul lavoro, sarà lontana ancora per tutto il 2014, ma in questo anno dovrò darmi da fare per garantirmi un minimo di serenità futura...don't worry adesso, ci si penserà da febbraio, chiuso l'incubo dottorato.
Visto che lo sento l'istinto a progettare, programmare, rimproverare rimproverarmi, prevedere, scuotere la testa, lo chiudo qua questo insolito post di fine anno, prendendo in prestito un pezzo della colonna sonora segnalata all'inizio, che mi serva per riflettere ancora una volta sugli errori da non fare, sulle cose importanti da ricordare, sul bene che ci dobbiamo volere.

"Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it's a waste of time.
From the perfect start to the finish line.
And if you're still breathing, you're the lucky ones.
'Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.
We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we'll reveal the truth
That one will die before he gets there.
And if you're still bleeding, you're the lucky ones..."


Buon Duemilaquattordici