mercoledì 26 aprile 2023

Luce e Buio: un viaggio a Napoli

 

Questo è un post che mi mette in difficoltà, con le sue contraddizioni, con la sua luce e il suo buio,
dove il buio non significa cattivo e, come si dice, non è tutto oro quel che luccica.

Sono sul treno che da Napoli ci condurrà a Roma e, da lì, un altro treno ci riporterà a Genova.
A casa.

Siamo partiti sei giorni fa in aereo, diretti in Costiera Amalfitana, dove abbiamo trascorso 48 ore per poi spostarci tre giorni a Napoli, passando da Pompei.

Giorno 1 - Sorrento

Giovedì scorso, a Genova, piovigginava. L'aereo era in orario e noi, come sempre, in mostruoso anticipo. Arrivati a Capodichino ci aspettavano Mino, l'autista del taxi che ci ha accompagnati a Sorrento e un'onda di luce incredibile.

Una luce bianca, accecante, che ci costringeva a stringere gli occhi davanti a tanto sole.
Mino è stato gentilissimo per tutto il viaggio, abbiamo chiacchierato un sacco e si è pure fermato per scattarci una foto e fumarsi una sigaretta davanti al Golfo di Sorrento dove, è proprio vero, il mare luccica e tira forte il vento mentre un uomo abbraccia una ragazza 💕.


Appena arrivati siamo andati alla ricerca di Annamaria, la nostra host, che ci ha accolti nel vicolo dove si affaccia la mansardina che ci ha ospitati. Un paio di info sui posti da visitare e primo giro di limoncino.

Siamo subito scesi al Chiostro di San Francesco e al Belvedere di Villa Comunale vista Vesuvio e poi a Marina Grande, dove ci è scappato un piatto di alici fritte come aperitivo.


 

Siamo passati da Villa Fiorentino, piena zeppa di agrumi carichi di frutti e di zagare profumatissime (la vedete la luce, sì?) e ci siamo riposati su una panchina, mentre il sole pian piano si spostava.


Da lì ci siamo diretti verso il Vallone dei Mulini, un posto assurdo che appare lontano nel tempo e nello spazio dalla costa luminosa che, in realtà, è a pochi metri di distanza.


Prima di andare a cena, di cui scriverò, come sempre, in uno spazio dedicato alla fine del post, abbiamo fatto due tappe fondamentali:
1) Negozietto di prodotti tipici (con secondo giro di limoncino, che fai, rifiuti?)
2) Servizio renting dove affittare la vespa (!!!) per il giorno dopo

Giorno 2 - Costiera Amalfitana

Ci siamo svegliati presto e abbiamo fatto una piccola colazione sul "nostro" terrazzino, già inondato dal sole e dal cinguettio degli uccellini.


Alle 9 ci attendevano una vespa verde acqua e due caschi. 
Seguendo i consigli (preziosissimi) di Testa Rent Sorrento ci siamo diretti, senza fermate intermedie, a Ravello, con l'intenzione di spezzettare in tappe più piccole il viaggio del ritorno.

Arrivati a Ravello seconda colazione in piazza con prima doppietta di sfogliatelle, una frolla e una riccia.
Visita a Villa Rufolo che è spettacolare sotto ogni aspetto: interni con musica di sottofondo, vista incredibile, giardini fioriti e pieni di rane... tutto!


Sotto consiglio di Carola (grazie!) abbiamo fatto sosta ad Atrani, un piccolo paese che, non solo non ha nulla da invidiare ad Amalfi e Positano, ma, a noi, è piaciuto infinitamente di più.
Abbiamo amato perderci tra scalette bianche, viuzze strette e silenziose, vasi enormi di ceramica decorata, pieni di cactus quasi fioriti.


Ecco perché Escher l'ha raccontata nelle sue opere più volte: un labirinto di luce e buio impossibile da dimenticare.


Da Atrani siamo ripartiti con il vespino alla volta di Amalfi, dove abbiamo trovato il delirio.
Il Duomo e soprattutto il chiostro valgono la visita e la ressa, così come la focaccina burrata e pomodori secchi e il sorbetto al limone da mangiare direttamente nel frutto scavato: una trappola per turisti dal costo immorale che, però, non siamo proprio riusciti a evitare!

 
  


Tra Amalfi e Positano ci siamo fermati ancora, a Praiano.
Ed ecco di nuovo l'amore forte, per il silenzio, la luce, il mare d'argento, le mattonelle colorate sul sagrato del Duomo e 1950 di Amedeo Minghi alla radio del baretto sulla strada, dove abbiamo preso un caffè e dove mi sono ripromessa di ricordare per sempre quel momento così assurdo e perfetto.


Positano ci ha visti arrivare nel tardo pomeriggio: bella da mozzare il fiato e piena di gente all'inverosimile. Un paese che scivola in acqua avvolto dall'abbraccio del glicine in fiore, ovunque.



Rientrati a Sorrento abbiamo lasciato (a malincuore) la vespa e, prima di uscire a cena, ci siamo lanciati sotto una meritatissima doccia. 
Un applauso ad Andrea, che si è sparato 80 chilometri tra pullman, taxi, e motorini contromano, il tutto guidando a picco sul mare💗.



Dopo cena ci siamo regalati un limoncino, fatto in casa da Annamaria, sul tetto della mansardina e siamo crollati stravolti per l'ultima notte in Costiera.

Giorno 3 - Pompei

Sabato mattina, colazione veloce, foto di rito con Annamaria (in fondo al post vi lascio il link dove potete vedere tutta la sua raccolta😊) e via verso la Circumvesuviana, direzione: Pompei.

La giornata è stata lunga e molto calda, siamo entrati intorno alle 10 e usciti dopo le 15, lasciandoci dietro alcune zone non viste.
Quello che ho amato di più, oltre ai pavimenti, alle distese di papaveri rossi e ai gattini vaganti tra le rovine è stata la Villa di Giulia Felice, un piccolo/grande paradiso.

Pompei mi ha fatto un effetto simile a quello che mi fa il Cimitero Monumentale di Staglieno, un luogo che riesce ad essere sacro, fermo, silenzioso, anche quando è pieno gruppi in visita guidata.
C'è una sorta di rispetto latente, di sentimento comune che porta dritto alle origini: questo è esattamente lo stesso pensiero che mi passò per la mente nel bel mezzo del Teatro di Epidauro, in gita scolastica, tanti anni fa.



  


Fuori dal sito ci siamo incontrati con (Santa) Alfonsina, una maestra conosciuta anni fa nel mio percorso da formatrice e che, appena ha saputo che eravamo in zona, non solo ci ha offerto la merenda, ma ci ha pure accompagnati con la sua auto fino a Napoli.
Quando si dice "ospitalità del sud" si intende, senz'altro, Alfonsina 💙.

Giunti in Stazione Centrale abbiamo preso la metro fino alla famosissima fermata di Toledo e siamo entrati nei Quartieri Spagnoli, dove abbiamo alloggiato per i successivi tre giorni.

  


Nell'appartamento che avevamo fittato, come si dice qui, ci attendeva Natalia che ci ha dato tantissime informazioni utili per ogni aspetto del nostro soggiorno: dai luoghi da visitare ai posti dove mangiare.

Lasciati i bagagli siamo subito usciti per un giretto di ricognizione, tappa al murales di Maradona e da Foqus, poi cambio veloce e via alla ricerca della prima pizza di una lunga serie.


Dopo tutta la luce della Costiera siamo precipitati nel buio dei vicoli napoletani: il modo migliore per far sentire a casa una come me, che oscilla tra ilmareingiardino e il centro storico più stretto e scuro di Genova.

In pochissimo tempo siamo stati assorbiti da rumori, colori (tendenzialmente bianco e azzurro!) e odori di benzina e di bucato contemporaneamente, mentre bambine in minimoto con le marce sfrecciavano attorno a noi, poggiavano i piedini a terra nelle curve, tenendosi strette le une alle altre, con le loro borsine rosa, le risate a squarciagola e i capelli lunghissimi, liberi al vento.
Mio marito: sconvolto.

Giorno 4 - Napoli

Il nostro primo giorno in città è stato in assoluto il più faticoso, in particolare per la mia caviglia sinistra che non ha più smesso di farmi male costringendomi a zoppicare fino alla fine del viaggio.

Colazione in Piazza del Pebiscito nel bel mezzo di una manifestazione podistica e passeggiata sul Lungomare Caracciolo, passando per le Rampe di Pizzofalcone, per arrivare a Castel dell'Ovo.

 

       


Poi giro in Galleria Umberto I e nel giardino di Palazzo Reale per raggiungere Rione Sanità.



       

Eravamo preparati all'assalto dei turisti, lo avevamo capito dal sold out di ogni struttura e dagli avvertimenti di tutti, ma, effettivamente, la situazione spostamenti è stata parecchio complicata.

Ci siamo mossi a piedi, come facciamo sempre, ma ogni via era un imbuto di folla. Ci siamo rifugiati a mangiare in un posto incredibilmente "più tranquillo" e, passando da Palazzo dello Spagnolo e Palazzo San Felice, siamo andati sulle tracce di Totò, 
I murales, la sua casa, una piccola viuzza sede di un bellissimo progetto che racconta, con la voce dei bambini, la storia del quartiere.

 



Abbiamo quindi raggiunto la funicolare e siamo saliti fino a Castel Sant'Elmo per visitare la Certosa di San Martino
La pace, i teschi, la solita luce che taglia tutto, la vista sulla città e sul vulcano (foto in apertura del post): la ricordavo proprio così, anche se dall'ultima volta in cui ci andai con il Prof. Magnani sono passati vent'anni.   

       
   
 

Da lassù siamo scesi a piedi, doccia e pasta patate e provola nella serata di Juve-Napoli con maxischermi ovunque e i Quartieri Spagnoli più in festa che mai. Nonostante la vittoria da cardiopalma ai supplementari abbiamo dormito benissimo, stupiti dall'inaspettato silenzio. Il mattino dopo abbiamo scoperto che un fiume di motorini era andato ad attendere la squadra direttamente in aeroporto e ci è stato subito chiaro il motivo di tanta quiete.


Giorno 5 - Napoli

Il penultimo giorno è trascorso più tranquillo dei precedenti: visita al Complesso Monumentale di Santa Chiara che ci ha lasciati a bocca aperta, alla Chiesa del Gesù Nuovo con le sue bugne in facciata e al Cristo Velato in San Severo.
É davanti a opere come questa che mi chiedo in che modo, l'essere umano, possa essere capace di tanta meraviglia.






Prima di morire di ragù a pranzo, giretto veloce in Via Mezzocannone, zona del vintage, dove ovviamente ho rimediato un pezzo da novanta per il mio armadio primaverile (qui).

Dopo pranzo abbiamo attraversato San Gregorio Armeno, la famosissima via dei presepi, che mi ha fatto venire contemporaneamente nostalgia di mio padre, grande "presepista", e voglia di ricominciare a fare il presepe comprando innanzitutto un milione di verdure in miniatura.


   

   

A questo punto della giornata, la digestione un tantino rallentata e la caviglia incazzatissima hanno deciso per noi: sosta riposino.

Un'ora di sonno profondo e di nuovo in pista, direzione Vomero per cena.
Ritorno in funicolare, pensando a quanto Napoli ci ricordi Genova, con i quartieri "bene" sulle sue zone più alte e i vicoli fragili e fortissimi ai loro piedi.

Preparati i bagagli e ultima notte campana.

Giorno 6 - Napoli

Questa mattina ci siamo alzati presto, come al solito.
Colazione itinerante, metro e visita al Pio Monte della Misericordia, incredibilmente deserto, o forse purtroppo comprensibilmente, nonostante la quantità assurda di turisti in giro. 


Tappa alla Cattedrale di Santa Maria Assunta e poi tour guidato alla Napoli Sotterranea.

     

Se l'applauso del primo giorno andava tutto ad Andrea per il lungo viaggio in vespa, quello dell'ultimo giorno spetta a me, per essere scesa trenta metri sottoterra senza iper-ventilare subito.
Ho rinunciato al passaggio nel cunicolo più stretto e al buio (perché lo fate, disperati ragazzi miei???), ma, per il resto, ho dato tutto. Brava Elena!
Il 25 Aprile, ogni anno, ci ritroviamo, neanche troppo per caso, in posti della memoria... beh, anche oggi:


Pranzo con calma, caffè ancora più con calma, composizione del "pacco da giù" da portare su e salto veloce a Palazzo Venezia (grazie di nuovo, Carola!).


Adesso è ora di rientrare a prendere i bagagli, la metro più affollata di sempre ci aspetta (erano meglio i sotterranei), così come le successive sette ore di treno, che mi hanno permesso di scrivere questo post di viaggio quasi in tempo reale.

Avevo iniziato parlando di contraddizioni e vorrei terminare ritornando al volo su ciò che intendo con luce e buio, poiché Napoli mi/ci ha dato tanto da riflettere, regalandoci molti spunti su cui ci siamo confrontati e continueremo a farlo:
- Perché la sensazione che la "luce forzata" su certe zone della città puzzi un poco di gentrification rimane, anche grazie alle decine di avvisi "valutazione gratuita della tua casa" sparsi qua e là, pure dove sembra sia impossibile che abiti qualcuno
- Perché allo sfarzo della Costiera preferiamo sempre il piccolo e sincero dei paesi meno battuti
- Perché ore di coda davanti a certi ristoranti piuttosto che ad altri mi hanno messo quasi paura
- Perché, l'ho già detto, Napoli mi ha ricordato così tanto la mia città che pensare a lei, di lei, significa pensare anche a Genova, di Genova

Bene, finita la riflessione socio politica che non è da me, lo so, e questo non è il luogo adatto per farla, passiamo alle info utili per chi avesse bisogno di qualche punto fermo in vista di un viaggio simile al nostro:

Dormire
A Sorrento siamo stati al B&B Frai, lo consigliamo assolutamente, per posizione, tranquillità, vista sui tetti e gentilezza della proprietaria.

A Napoli abbiamo soggiornato al Napoli in Blue Maison, nel centro dei Quartieri Spagnoli, a cinque minuti dalla Stazione della Metro Toledo. Ci siamo trovati super bene, l'appartamento è grande, silenzioso, comodo per spostarsi e cercare cibo la sera. Natalia, poi, super disponibile e simpatica.

Se intendete andare in zona sfruttando periodi di festa come i ponti lunghi prenotate con largo anticipo (mesi): tutte le persone che abbiamo incontrato ci hanno detto che, ormai da qualche tempo, è un vero e proprio assalto di turisti.

Mangiare
Vabbè, dovrei scrivere un post solo per quello.
Come sapete se mi leggete da un po', i nostri viaggi vengono gestiti a metà: tendenzialmente io mi occupo della parte ospitalità/cibo e Andrea degli spostamenti, insieme, invece, decidiamo cosa vedere.
Ho l'abitudine di prenotare tutto, pure i ristoranti, anche all'estero, perché per me mangiare bene e il più possibile local è parte integrante del viaggio.
Questa volta mi sono limitata a riservare le cene a Sorrento, mentre a Napoli siamo andati "a sentimento", seguendo i consigli degli amici (grazie Giulia!) e della host che ci ha ospitati.
Il modo migliore per raccontarvi bene tutto, però, temo sia ridividere il post in giornate, ma questa volta in modalità  food edition (come sempre selezionerò solo quello che ci è piaciuto):

Giorno 1
Aperitivo vista mare con alici fritte alla Trattoria da Emilia (Marina Grande).
Che prù.


Cena da Benvenuti in casa , nella parte più interna del paese.
Mai nome fu più azzeccato: conduzione familiare per piatti tradizionali un poco rivisitati in chiave contemporanea, siamo diventati amici di tutti, anche di una coppia di danzatori stranieri bellissimi, in vacanza con bimba adorabile al seguito. Ho pianto tipo dieci volte.
Ecco il babà che ha preso Andrea:


Giorno 2
Non riesco a risalire all'alimentari di Amalfi dove ci siamo fatti fare la focaccina ripiena di burrata e pomodori secchi, né alla sorbetteria dove abbiamo preso questo:


Ma, comunque capiterete, sono certa capiterete bene.

Cena al ristorante Casa Tua, minuscolo localino nel centro di Sorrento, dove abbiamo mangiato benissimo e siamo stati di nuovo coinvolti dalle tavolate attorno a noi.
Io, il crudo di pesce che ho gustato qui non me lo scordo più, così come la celeberrima delizia al limone (non abbiamo scatti, un po' perché io fatico a fotografare il cibo, ma soprattutto perché abbiamo spazzolato i piatti in un attimo!).

Giorno 3
Di questa giornata vi racconto solo la cena, perché la colazione e il pranzo sono passati nel tritatutto di Pompei.
Prima sera a Napoli = Pizza!
Seguendo i consigli di Natalia, la proprietaria del nostro appartamento, siamo andati da Laezza, nei Quartieri Spagnoli a due passi "da casa".
Io ho ordinato una marinara, lui una margherita, abbiamo spezzato la fame con una frittatina di pasta e ci siamo scolati due Peroni formato famiglia.
Per me, la pizza migliore mangiata in questo viaggio.
Il locale è sulla strada, ha una parte verandata, un paio di tavolini volanti (tra cui il nostro) e una sala interna. Abbiamo atteso un'oretta prima di poterci sedere, ma è andata benissimo così!


Giorno 4
Colazione da Gran Caffè Gambrinus in Piazza del Popolo, come tutti direi.
Due espressi e due sfogliatelle, io riccia, lui frolla.
E qui, si apre il dibattito: voi che team siete?
Io decisamente riccia, con le sfoglie che mi scappano da tutte le parti e la ricotta che straborda da ogni lato😋.



A pranzo siamo stati da Poppella in Rione Sanità, dove abbiamo mangiato ben quattro (QUATTRO) fiocchi di neve e due parigine, io con la catalogna e Andrea con prosciutto pomodoro e mozzarella.
Ecco, i fiocchi di neve sono, in assoluto, il dolce più buono che io abbia mai mangiato, dopo la torta del nostro matrimonio. Andateci e prendete quello ripieno di cioccolata, che è l'unico che mi manca da assaggiare!


Sera di nuovo ai Quartieri Spagnoli, stavolta dalla Trattoria e Pizzeria 'O Vesuvio
Abbiamo scelto una pizza marinara, un piatto di pasta patate e provola e due antipasti: fritti misti (crocche, frittelle, verdurine) e parmigiana di melanzane. A noi è piaciuto tutto, io ho adorato la pasta, ADORATO.
Anche a sto giro niente foto... troppa foga.

Giorno 5
A pranzo siamo andati al Tandem di Via Paladino per un piatto enorme di rigatoni al ragù e uno di polpette. Forse è per questo che il pomeriggio mi sono irrimediabilmente spenta e maledetta per aver portato con me solo due pastiglie di Maalox. Qui avremmo voluto pranzare il giorno prima, ma era pienissimo, abbiamo quindi prenotato sul momento per il giorno seguente.


La sera, vista la complessa situazione digestiva, siamo saliti al Vomero e abbiamo mangiato un boccone alla Champagneria Popolare, un posto che ci incuriosiva e che ci ha permesso di cenare da soli, nel silenzio, chiacchierando in tranquillità con le ragazze dietro al bancone e lasciandoci alle spalle il delirio turistico della città.


Giorno 6
La colazione itinerante di cui ho accennato nel post è consistita in due caffè da Il vero bar del Professore, in Plebiscito. Io ho preso il nocciolato, Andrea l'espresso.
Ci siamo quindi spostati in Galleria Umberto I per assaggiare la super consigliata Sfogliatella Mary dove, per non sbagliare, abbiamo mangiato anche una mini pastiera. 
Per quanto mi riguarda la sfogliatella Mary è stata la più deliziosa incontrata sul nostro cammino, se sia la più buona di Napoli non lo so, ma non riesco a immaginarmi di meglio.

Dopo le mie imprese sotterranee abbiamo provato un'ulteriore sfida: mangiare la frittatina di pasta da Di Matteo. Ce l'abbiamo fatta? Ebbene sì. Abbiamo preso anche una pizza? Ebbene sì, fritta. Ne abbiamo ordinata anche un'altra? Ebbene sì, una fresca marinara per sgrassare.



Per quanto riguarda il cibo è tutto, anche se i tramezzini vegani che ho preso al vagone ristorante del Freccia Rossa erano buonissimi.

Vi lascio con due tips generali prima di chiudere questo post che, se mi gira e se continua così, divento scrittrice di guide di viaggio.

Siamo scesi a Napoli in aereo, con il volo delle 12.25 da Genova. Per raggiungere Sorrento abbiamo prenotato un taxi direttamente su booking: è stata una spesa, ma visti gli orari dei bus e le code per lavori sulla strada, abbiamo preferito non perdere tutta la giornata in aeroporto.

Vi consigliamo assolutamente di girare la Costiera in Vespa, è molto più pratico, romantico e libero, ma di sicuro ci vuole un po' di abitudine a muoversi in scooter: le curve sono tantissime, spesso invase da bus turistici e di linea, oltre che da motorini un tantino "sportivi".
Noi al noleggio da Testa ci siamo trovati benissimo, si vede?


Oltre alla Circumvesuviana da Pompei a Napoli, un paio di metro in città e la funicolare per raggiungere Vomero e Castel Sant'Elmo non abbiamo preso altri mezzi di trasporto (la mia caviglia lo sa bene). Di sicuro le strade un poco disconnesse e i marciapiedi spesso impraticabili non facilitano le cose a chi fa fatica a camminare o si muove con un passeggino al seguito, è un punto da tenere a mente.
Per tornare a casa abbiamo scelto il treno delle 18.40 per Roma, con cambio alle 20.23 per Genova. Viaggio lungo ma comodo, sicuramente più del volo che in serata non esiste e su cui, in ogni caso, non saremmo potuti salire con i cinque chili di babà e taralli che ci siamo portati via.

Bene, questo interminabile post è finito, andate in pace.















mercoledì 22 marzo 2023

Conchiglie

 


Musica.

C'è stato un tempo in cui scrivevo i post di getto, aprivo il pc e non mi fermavo finché non avevo finito di buttare fuori tutto.

Ora non è più così: a parte in rari casi, inizio ad appuntare idee, pensieri e sensazioni sul mio fidato quaderno o, se non ho nulla dove scrivere, cerco di tenere a mente quello che voglio dire, sperando di non dimenticarlo, di non perdere il filo, di non rovinare quell'atmosfera che mi ha risvegliato il bisogno di scrivere qui.

Oggi parlerò, anzi scriverò, di conchiglie.

Il primo momento in cui questo post ha fatto capolino è stato nelle vacanze di Natale, quando, un pomeriggio, ho scoperto la musica di Andrea Laszlo De Simone. 
Non lo avevo mai sentito nominare, né ascoltato, non ricordo nemmeno come sia successo, probabilmente per caso, grazie all'algoritmo di Spotify che nel mio caso deve essere tarato sulla parola nostalgia.

Quindi, dicevamo, ho esplorato la produzione musicale di questo autore e me ne sono innamorata. In particolare del pezzo che ho messo quassù, in apertura, una canzone per me bellissima, che sento tanto mia e che, alla Maria, sono certa sarebbe piaciuta tantissimo.

Domani sono quattro anni che la mia mamma non c'è più, che la conchiglia da cui sono nata "è sparsa sulla sabbia", chissà dove.

Nelle ultime settimane ho provato a ricordare le conchiglie "incontrate" nella mia vita e, appena ho dato un'occhiata nel cassetto della memoria, hanno cominciato a succedere cose, tante cose:

La profezia del Paguro
Da bambina andavo spesso a Sestri Levante con mamma, a volte persino in campeggio. Papà non viaggiava mai con noi, quindi, per la maggior parte del tempo, eravamo solo io e lei. Le prime conchiglie che io abbia mai visto, da buona ligure, sono quelle dei paguri. Trascorrevo mattinate intere china con la maschera a pelo d'acqua nella Baia del Silenzio per avvistarli e osservarli mentre si muovevano, lentamente, nella sabbia. Ricordo che pensavo "quanta strada riescono a fare, alla fine, con quel peso sulla schiena!".
Che profezia.
A Sestri Levante un giorno riuscii anche a convincere mia madre a comprarmi una conchiglia liscissima e piena di puntini da una bancarella sul lungomare, volevo portarla a casa con noi per posarla accanto al "telefono del mare".

Il telefono del mare
Questa enorme conchiglia era di mio padre e la conservava da quando era bambino. Aveva un sacco di punte laterali, era ruvida e segnata dal tempo, ma, soprattutto, accostandola all'orecchio, si poteva sentire il rumore del mare. Quante volte l'ho presa in mano come una cornetta temendo mi cadesse, ora non so nemmeno più dove sia, chissà.

Le conchiglie gialle della Bretagna
L'estate che la Maria cominciò a stare male noi eravamo in vacanza in Bretagna. Di quella settimana ricordo l'angoscia, che non mi lasciava mai, che ritrovavo di fronte alla bassa marea, alle pietre arrotondate dal vento, ai messaggi su Messenger in cui leggevo la sofferenza, ancora senza nome, di mamma. Camminavo sulla spiaggia, tra le barche adagiate su un fianco, indossavo la mia amata giacca gialla e, ovunque, c'erano minuscole conchiglie, gialle come me, posate sulla sabbia umida. Sembravano monete, sembravano fiori. Erano tantissime e, qualcuna, tornò a Genova, per finire in un barattolino di vetro da mostrare alla Maria.

Da qui, cominciano a succedere cose.

Mentre nella mia testa iniziava a prendere forma questo post, una sera di Gennaio trascorsa sul divano a guardare serie TV, abbiamo sentito scivolare qualcosa in bagno e poi, un fracasso allucinante seguito da un tintinnio infinito. Pensando che Agata avesse combinato un guaio, ci siamo alzati e abbiamo trovato il barattolino di vetro dentro il bidet. Un quadretto era scivolato spingendo il barattolo, che era caduto dalla mensola, aveva colpito il bidet (scheggiandone pure il bordo) e aveva sparato conchiglie gialle ovunque, anche nella lettiera di Bibbi, che si sarebbe ritrovata, per qualche ora, a fare i suoi bisogni su una spiaggia bretone.

L'idea del post, a questo punto, si era fatta, nella mia testa, sempre più concreta, ma ancora l'avevo tenuta per me.
Fino a un paio di settimane seguenti.

Dopo aver raccolto le poche conchiglie intere rimaste, le abbiamo messe in un altro barattolino di vetro, questa volta sulla libreria della sala, lontano da oggetti che potessero colpire il contenitore.
Una sera, mentre cucinavamo insieme, abbiamo sentito scivolare qualcosa in soggiorno e poi, un fracasso allucinante seguito da un tintinnio infinito. Pensando che Agata avesse combinato un guaio, ci siamo alzati e abbiamo trovato il barattolino di vetro a terra, in mille pezzi. Un libro era scivolato dalla mensola più alta dello scaffale, cadendo dritto sul barattolo, che era volato giù, sul parquet, sparando di nuovo conchiglie gialle ovunque (si allega testimonianza fotografica a inizio post).

A quel punto non ce l'ho fatta più e ho raccontato ad Andrea tutta la storia che mi stava nascendo dentro e che, evidentemente, aveva bisogno di uscire fuori, in qualche modo.

Ci siamo messi a pulire ascoltando la canzone di Laszlo De Simone, a me veniva un poco da piangere, ma mai quanto, al termine della canzone, il mitico algoritmo di Spotify ha deciso di riprodurre questa. Ci siamo guardati increduli, Andrea mi ha proposto di traslocare e poi mi ha abbracciato.

Inutile dirvi che il giorno dopo ho scoperto che Marcel the Shellun film di animazione che stavo inseguendo da un po', era uscito a Genova, tanto ormai si è capito come sta andando questa avventura.
La mia.

P.S. Vi lascio con il video originale di Conchiglie che, per me, è bellissimo e pieno di significato. La versione della canzone è un po' diversa da quella in apertura del post, ma non fa niente.







martedì 27 dicembre 2022

Light Years

Musica

Questo post ha diversi "colpevoli".

La prima, ovviamente, sono io.

Gli altri, in ordine di comparsa, sono Matteo Caccia e Francesco Costa.
Ma, in realtà, siamo tutti noi, mia madre compresa.

Come spesso mi succede, soprattutto da quando le mie comparse quassù si sono rarefatte assai, avrei inizialmente voluto scrivere di altro.
Avevo pure cominciato a buttare giù pensieri e idee sul quaderno, il tema principale doveva essere il mondo delle newsletter, il mio rapporto con le mail mensili a cui non ricordo neppure di essermi iscritta e l'opportunità di trasformare questo spazio in un appuntamento più contemporaneo, meno blog e più social, meno post e più mail. 
Spoiler: non succederà.

Quindi, fatte le doverose premesse, riprendo dal punto in cui ero rimasta prima di sproloquiare:
questo post è scivolato dalle mie dita in una sera di Vigilia, dopo aver mangiato tortellini industriali su una tavola non apparecchiata, con le seggiole accatastate sopra, per facilitare il lavaggio pavimenti.

Domani è Natale, l'anno è quasi finito e la settimana scorsa è morto Siniša Mihajlović.
Non sono tifosa, quando ho letto la notizia sui giornali sapevo a malapena che carriera avesse fatto, ricordavo che era malato, non avevo capito quanto.

Poi è arrivato Matteo Caccia, su cui dovrei aprire una parentesi gigantesca e probabilmente tra poco lo farò, che ha condiviso su Instagram il link a una puntata di Morning in cui Francesco Costa parlava della morte di Mihajlović e del modo in cui veniva raccontata dai quotidiani, in particolare da quelli on line.

Ed eccola lì, la retorica del guerriero.
La malattia come una battaglia, le terapie come una lotta, i malati come soldati, la morte, infine, come una guerra persa.

Tutti ragionamenti già letti, per quanto mi riguarda pure già fatti e persino in tempi non sospetti. Ricordo perfettamente le chiacchierate con mamma su quanto fosse inopportuno, irrispettoso e persino inutile riferirsi a una persona ammalata come a un paziente al fronte. Svalutando il ruolo e il senso della scienza, riponendo responsabilità sull'unico soggetto che dovrebbe non averne, caricando la situazione di metafore e scenari lontani anni luce dalla realtà che, ogni giorno, i malati e le loro famiglie affrontano come possono. Di certo non armati.

Eppure.

Eppure non appena la Maria aveva scoperto di avere un cancro in fase terminale si era fatta rasare i capelli e aveva iniziato a indossare una parrucca. Prima ancora, però, mi aveva chiesto di insegnarle ad annodare foulard e turbanti per coprirsi il capo. Il suo profilo FB ha tutt'oggi, come foto profilo, quella che le scattai un pomeriggio, mentre guardava il suo giardino dall'uscio di casa con un fazzoletto rosso in testa. La scritta sotto, scelta da lei, recita: "La combattente".

Eccallà.

Ed è così che i mesi successivi erano andati, con la convinzione di avere colpa se le terapie non funzionavano, se i chili continuavano a scendere, se gli esami peggioravano.
Fino al ricovero in hospice dove la dottoressa dovette spendere parecchie parole per convincerla che non avrebbe potuto fare di più, davvero, per fronteggiare la sua malattia, che non aveva avuto alcuna responsabilità, che nessun cibo, nessun medicinale, nessuna decisione avrebbero cambiato le cose.

Eppure.

Eppure un paio di giorni dopo la morte di mamma scrissi a Matteo Caccia, all'epoca conduttore di Pascal, trasmissione radiofonica seguitissima da mia madre, alla quale partecipò pure con due storie che ormai, appunto, sono storia.
Non so perché gli mandai quel messaggio su Facebook, in piena notte.
Probabilmente per consegnare a lui un pezzetto del mio dolore, a lui che aveva ascoltato e dato spazio alla voce di mia madre e che, in qualche modo, pensavo fosse abbastanza lontano (e vicino) da ascoltare e dare spazio anche alla mia.

Gli mandai il messaggio che ora potete trovare sul suo nuovo libro "Voci che sono la mia" (ecco) e che, tra le altre cose, diceva così:
Mamma 
si è ammalata l'estate scorsa, ha lottato come una vera leonessa, ma il cancro al pancreas ha vinto. 

Lotte, leonesse e vittorie, in una frase di venti parole scarse.

Ma, del resto, il mio intento era quello di inviargli la lettera che la Maria scrisse all'inizio del suo viaggio e che venne letta in chiesa durante il funerale.
La lettera iniziava così:
Ho lottato più che ho potuto ma, stavolta, sono stata sconfitta.

E allora mi chiedo, perché, anche noi che avevamo più volte riflettuto sulla tossicità di questa narrazione, alla prima occasione che, purtroppo, ci è capitata, ci siamo cascate a piè pari?

Lo spiega bene Costa nella puntata di Morning del 19 dicembre: 
"...tutti in generale utilizziamo parole non nostre, non pensiamo a quello che diciamo, attingiamo a una cassetta degli attrezzi di espressioni, di culture, che è stata predisposta per noi da qualcun altro, dalla cultura popolare cosiddetta, dai giornali, dalla televisione. Usiamo parole scelte da altri tipo queste sul guerriero e sulla lotta perché non riusciamo a trovarne di nostre ed è chiaro che è difficile trovarne di nostre a fronte di una cosa così tragica e enorme come la morte, la morte prematura di una persona così amata..."

Preferisco quindi trovare un senso e uno sguardo diverso su tutta la questione in ciò che mamma scrisse un paio di giorni dopo la diagnosi, quando ancora le leonesse stavano nella savana, quando la battaglia non era nemmeno stata presa in considerazione e dei combattimenti non c'era alcuna traccia.
Era (e dovrebbe sempre essere) il regno degli stambecchi, pronti a saltare con l'aiuto degli amici, era il momento dei tentativi, della condivisione delle preoccupazioni, dei ricordi che danno speranza.
Era, ancora, il tempo dei proverò:

Trentaquattro anni fa, in uno dei tanti momenti terribili della mia vita, dissi a un amico che non avrei voluto essere un cagnolino, a cui non vengono lesinate coccole, neppure da coloro, inutili ipocriti, a cui non gliene può importare di meno.
Lui mi rispose che, mai, io avrei potuto assomigliare a un cane: io ero uno stambecco che, proprio quando, in bilico sulla roccia più impervia, sembra stia per cadere, con un salto favoloso riesce sempre a rimettersi in salvo e ricominciare.
Che bel complimento!
Amici, il balzo che dovrò provare a fare adesso è quasi impossibile!
Se fossi isolata, in cima a un monte, senza parenti e amici sarei uno stambecco disperato e il vuoto mi farebbe troppa paura per saltare.
Ma io sono sicura di non essere sola e, unicamente per questa mia certezza, proverò a non cadere.
Proverò…

Ora è il mattino del 27 dicembre, tra poco partiremo per trascorrere al paesello gli ultimi giorni di festa.
Il post è rimasto in stand by per un po', nonostante fosse nato in meno di mezz'ora, come un'urgenza più che come una riflessione ragionata, pensata e confezionata per chi la leggerà.

Non è comunque mai stata mia intenzione tornare a scrivere di lutti, perdite e sofferenze, anzi.
Vorrei, con queste poche righe che di natalizio non quasi hanno nulla (o forse invece sì), essere vicina a chi sta trascorrendo giorni di angoscia, di tentativi, di speranza e di paura, a chi è malato o caregiver, a chi fa fatica a stare al mondo perché, semplicemente, fa fatica. Per motivi che non si vedono, non si capiscono, non si accettano, sono anni luce da noi e dal nostro modo di vivere la vita.
E non c'è lotta che tenga.