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sabato 14 marzo 2026

Arriverderci Agata, gattina mia.


Musica

Ho immaginato migliaia di volte il momento in cui avrei iniziato a scrivere questo post.

Un post che, prima o poi, sapevo sarebbe arrivato, che nel tentativo di riuscire a controllare qualcosa ho persino provato a cominciare in anticipo, per fortuna senza riuscirci.

Agata è morta il 19 febbraio, in una mattina piovosa e piuttosto fredda. Ho sperato tanto che se ne andasse a casa con noi, magari dormendo, magari addirittura al paesello, dove ha vissuto la maggior parte della sua lunga vita, ma, purtroppo, non è andata cosi. 

Abbiamo, ho, dovuto decidere di salutarla prima che il suo tempo sulla terra diventasse privo di gioia e dignità.

A novembre scorso abbiamo scoperto una massa che le comprimeva il fegato, una diagnosi che non ci aspettavamo e che ha ribaltato ogni idea che ci eravamo fatti: pensavamo alla tiroide, al diabete, all'insufficienza renale, ma, evidentemente, l'abbonamento di famiglia all'autobus del cancro non è ancora scaduto.

Da quel pomeriggio d'autunno tutto è cambiato, mi è bastato vedere la faccia di Andrea quando la veterinaria che l'aveva appena addormentata per farle il prelievo lo ha chiamato: ho capito subito che la sensazione di orrenda attesa che ben conosco era appena tornata nella mia vita, per rimanerci.

In questi tre mesi le giornate di Bibbi sono trascorse tra lunghi sonni, tonnellate di carezze proprio su quella morbida pancia che, nel frattempo, la stava tradendo, decine di scatolette da assaggiare, rifiutare, divorare, serate di vizi tra salame e parmigiano direttamente sul tavolo della cucina, notti di fusa sulle mie gambe, nuove cucce da esplorare e abitare a seconda dell'umore.

I miagolii notturni, iniziati questa estate e attribuiti a demenza o a probabili malattie renali si sono intensificati, diventando un accompagnamento fisso che ha tolto il sonno a lei e a noi.

Ed è proprio a seguito di un weekend trascorso a urlare e a tentare in tutti i modi di uscire, saltare in posti impensati alla ricerca di acqua, ferendosi e piombando letteralmente nel terrore che abbiamo capito: Agata non c'era più, era diventata un animaletto spaventato, incapace di trovare pace e con l'unico desiderio di fuggire lontano, chissà, forse per morire da sola come avrebbe fatto in natura.

L'unico modo per darle un poco di calma è stato aggiungere nuove medicine, che rendevano le notti più gestibili e trasformavano le giornate in una catena di ore trascorse nascosta e addormentata.

A quel punto, seppur tra mille dubbi, ho fatto la stessa scelta di sette e venti anni fa: abbiamo barattato il tempo con la dignità, permettendole di andarsene quando ancora era in grado di riconoscersi/mi e di amarci, come solo lei sapeva fare

Ho pensato tanto a quanto sia stato terribile per me rendermi conto di avere tutto questo potere sulla morte di un essere vivente, ma poi, riflettendo bene, anche la sua vita è stata una nostra scelta. Noi l'abbiamo salvata, appena nata, mentre giaceva in un frigorifero abbandonato, accanto al fratellino già morto. Noi abbiamo deciso di lasciarle la libertà di entrare e uscire da casa come desiderava, abbiamo selezionato per lei il cibo, l'abbiamo portata in un appartamento, lontano dai suoi prati, quando la vita ha cambiato improvvisamente le sue regole, le abbiamo assicurato di poter annusare ancora il profumo dei fiori trasferendoci a casa sua sei mesi l'anno, abbiamo scelto di non tipizzare la massa perché, data l'età, non l'avremmo mai sottoposta a una chemioterapia o a un un intervento così demolitivo.

E allora non è stata più una questione di potere, ma di responsabilità, una responsabilità che è iniziata quando i suoi occhi erano ancora quasi chiusi ed è terminata quando si sono chiusi di nuovo e per sempre.

Non avevo dubbi che quell'animalino meraviglioso mi avrebbe insegnato la vita fino all'ultimo e ora che è qui accanto a me, in una piccola scatolina di legno, non mi resta che immaginare un posto in cui lei sta correndo forte, tra i borbottii della Maria e la gioia di Giancarlo, che l'ha appena conosciuta e, ne sono certa, è già suo grande amico.

Arrivederci Agata, gattina mia.

martedì 27 dicembre 2022

Light Years

Musica

Questo post ha diversi "colpevoli".

La prima, ovviamente, sono io.

Gli altri, in ordine di comparsa, sono Matteo Caccia e Francesco Costa.
Ma, in realtà, siamo tutti noi, mia madre compresa.

Come spesso mi succede, soprattutto da quando le mie comparse quassù si sono rarefatte assai, avrei inizialmente voluto scrivere di altro.
Avevo pure cominciato a buttare giù pensieri e idee sul quaderno, il tema principale doveva essere il mondo delle newsletter, il mio rapporto con le mail mensili a cui non ricordo neppure di essermi iscritta e l'opportunità di trasformare questo spazio in un appuntamento più contemporaneo, meno blog e più social, meno post e più mail. 
Spoiler: non succederà.

Quindi, fatte le doverose premesse, riprendo dal punto in cui ero rimasta prima di sproloquiare:
questo post è scivolato dalle mie dita in una sera di Vigilia, dopo aver mangiato tortellini industriali su una tavola non apparecchiata, con le seggiole accatastate sopra, per facilitare il lavaggio pavimenti.

Domani è Natale, l'anno è quasi finito e la settimana scorsa è morto Siniša Mihajlović.
Non sono tifosa, quando ho letto la notizia sui giornali sapevo a malapena che carriera avesse fatto, ricordavo che era malato, non avevo capito quanto.

Poi è arrivato Matteo Caccia, su cui dovrei aprire una parentesi gigantesca e probabilmente tra poco lo farò, che ha condiviso su Instagram il link a una puntata di Morning in cui Francesco Costa parlava della morte di Mihajlović e del modo in cui veniva raccontata dai quotidiani, in particolare da quelli on line.

Ed eccola lì, la retorica del guerriero.
La malattia come una battaglia, le terapie come una lotta, i malati come soldati, la morte, infine, come una guerra persa.

Tutti ragionamenti già letti, per quanto mi riguarda pure già fatti e persino in tempi non sospetti. Ricordo perfettamente le chiacchierate con mamma su quanto fosse inopportuno, irrispettoso e persino inutile riferirsi a una persona ammalata come a un paziente al fronte. Svalutando il ruolo e il senso della scienza, riponendo responsabilità sull'unico soggetto che dovrebbe non averne, caricando la situazione di metafore e scenari lontani anni luce dalla realtà che, ogni giorno, i malati e le loro famiglie affrontano come possono. Di certo non armati.

Eppure.

Eppure non appena la Maria aveva scoperto di avere un cancro in fase terminale si era fatta rasare i capelli e aveva iniziato a indossare una parrucca. Prima ancora, però, mi aveva chiesto di insegnarle ad annodare foulard e turbanti per coprirsi il capo. Il suo profilo FB ha tutt'oggi, come foto profilo, quella che le scattai un pomeriggio, mentre guardava il suo giardino dall'uscio di casa con un fazzoletto rosso in testa. La scritta sotto, scelta da lei, recita: "La combattente".

Eccallà.

Ed è così che i mesi successivi erano andati, con la convinzione di avere colpa se le terapie non funzionavano, se i chili continuavano a scendere, se gli esami peggioravano.
Fino al ricovero in hospice dove la dottoressa dovette spendere parecchie parole per convincerla che non avrebbe potuto fare di più, davvero, per fronteggiare la sua malattia, che non aveva avuto alcuna responsabilità, che nessun cibo, nessun medicinale, nessuna decisione avrebbero cambiato le cose.

Eppure.

Eppure un paio di giorni dopo la morte di mamma scrissi a Matteo Caccia, all'epoca conduttore di Pascal, trasmissione radiofonica seguitissima da mia madre, alla quale partecipò pure con due storie che ormai, appunto, sono storia.
Non so perché gli mandai quel messaggio su Facebook, in piena notte.
Probabilmente per consegnare a lui un pezzetto del mio dolore, a lui che aveva ascoltato e dato spazio alla voce di mia madre e che, in qualche modo, pensavo fosse abbastanza lontano (e vicino) da ascoltare e dare spazio anche alla mia.

Gli mandai il messaggio che ora potete trovare sul suo nuovo libro "Voci che sono la mia" (ecco) e che, tra le altre cose, diceva così:
Mamma 
si è ammalata l'estate scorsa, ha lottato come una vera leonessa, ma il cancro al pancreas ha vinto. 

Lotte, leonesse e vittorie, in una frase di venti parole scarse.

Ma, del resto, il mio intento era quello di inviargli la lettera che la Maria scrisse all'inizio del suo viaggio e che venne letta in chiesa durante il funerale.
La lettera iniziava così:
Ho lottato più che ho potuto ma, stavolta, sono stata sconfitta.

E allora mi chiedo, perché, anche noi che avevamo più volte riflettuto sulla tossicità di questa narrazione, alla prima occasione che, purtroppo, ci è capitata, ci siamo cascate a piè pari?

Lo spiega bene Costa nella puntata di Morning del 19 dicembre: 
"...tutti in generale utilizziamo parole non nostre, non pensiamo a quello che diciamo, attingiamo a una cassetta degli attrezzi di espressioni, di culture, che è stata predisposta per noi da qualcun altro, dalla cultura popolare cosiddetta, dai giornali, dalla televisione. Usiamo parole scelte da altri tipo queste sul guerriero e sulla lotta perché non riusciamo a trovarne di nostre ed è chiaro che è difficile trovarne di nostre a fronte di una cosa così tragica e enorme come la morte, la morte prematura di una persona così amata..."

Preferisco quindi trovare un senso e uno sguardo diverso su tutta la questione in ciò che mamma scrisse un paio di giorni dopo la diagnosi, quando ancora le leonesse stavano nella savana, quando la battaglia non era nemmeno stata presa in considerazione e dei combattimenti non c'era alcuna traccia.
Era (e dovrebbe sempre essere) il regno degli stambecchi, pronti a saltare con l'aiuto degli amici, era il momento dei tentativi, della condivisione delle preoccupazioni, dei ricordi che danno speranza.
Era, ancora, il tempo dei proverò:

Trentaquattro anni fa, in uno dei tanti momenti terribili della mia vita, dissi a un amico che non avrei voluto essere un cagnolino, a cui non vengono lesinate coccole, neppure da coloro, inutili ipocriti, a cui non gliene può importare di meno.
Lui mi rispose che, mai, io avrei potuto assomigliare a un cane: io ero uno stambecco che, proprio quando, in bilico sulla roccia più impervia, sembra stia per cadere, con un salto favoloso riesce sempre a rimettersi in salvo e ricominciare.
Che bel complimento!
Amici, il balzo che dovrò provare a fare adesso è quasi impossibile!
Se fossi isolata, in cima a un monte, senza parenti e amici sarei uno stambecco disperato e il vuoto mi farebbe troppa paura per saltare.
Ma io sono sicura di non essere sola e, unicamente per questa mia certezza, proverò a non cadere.
Proverò…

Ora è il mattino del 27 dicembre, tra poco partiremo per trascorrere al paesello gli ultimi giorni di festa.
Il post è rimasto in stand by per un po', nonostante fosse nato in meno di mezz'ora, come un'urgenza più che come una riflessione ragionata, pensata e confezionata per chi la leggerà.

Non è comunque mai stata mia intenzione tornare a scrivere di lutti, perdite e sofferenze, anzi.
Vorrei, con queste poche righe che di natalizio non quasi hanno nulla (o forse invece sì), essere vicina a chi sta trascorrendo giorni di angoscia, di tentativi, di speranza e di paura, a chi è malato o caregiver, a chi fa fatica a stare al mondo perché, semplicemente, fa fatica. Per motivi che non si vedono, non si capiscono, non si accettano, sono anni luce da noi e dal nostro modo di vivere la vita.
E non c'è lotta che tenga.




giovedì 4 aprile 2019

Un'unica, lunga, ciglia sottile


Inizio a scrivere queste righe seduta su una seggiola giallo limoncello accanto al letto dell'ospedale dove dorme avvolta dalle lenzuola e dalla morfina. Continuo a scriverle accoccolata sulla poltrona blu vicino a lei, in hospice, mentre la solita flebo fa il suo lavoro e le altre stanze-giardino si vuotano e riempiono di fiori nuovi.

Credo che in questi sette mesi sia stata arrabbiata, sicuramente triste, consapevole e con ragione da vendere quando i suoi occhi (solo quelli) mi chiedevano "perché".
Io il perché non lo so, forse non mi aspetto nemmeno che ci sia. Mio padre prima, mia madre poi, nessuno dei due ha raggiunto i settant'anni, nonostante a lei mancasse pochissimo per arrivarci e avesse deciso, con la sua solita ironia, che sui manifesti ci sarebbe stata la cifra tonda. Non ce l'abbiamo fatta, cara Maria, e uno dei momenti più dolci, che resterà per sempre con me, è stato l'attimo in cui l'infermiere-attore, come lo chiamavamo noi, mi ha detto addolorato: "Ho paura che al 29 non ci arriveremo".

Sono giorni strani, questi in cui scrivo, sono preziosi e insostenibili, sono colmi di amore e di paura, sono un privilegio riservato a pochi che non ho nessuna intenzione di ridurre semplicemente a tragedia. Mi trovo nel posto migliore per lasciar andare una madre ancora giovane, piena di energie, cose da dire e cose da fare.
Siamo dove voleva lei, non c'è altro da aggiungere.

Come sempre, quando non so più che fare, lascio spazio agli elenchi, (pure sei mesi fa, all'inizio di questo casino, avevo fatto esattamente così):

- Una ciglia lunga e sottile, l'unica rimasta attaccata alla sua palpebra sinistra quasi fino alla fine
- Le piccole lettere ricamate con il filo rosso sulla cuffia della suora
- Il pacchetto regalo abbandonato sul muretto
- Il Cargo Market che senza di lei fa un male cane
- Il mazzo di broccolate fiorite sul tavolo della cucina
- Le mie morning walk, sempre più difficili, sempre più liberate
- Le ore di ceramica per salvare il cuore
- La sua sagoma magra, seduta controluce, che guarda fuori dalla finestra del Monoblocco
- Le battute, fino all'ultimo
- La borsa dell'acqua calda
- Gli auricolari fuxia del dottore migliore del mondo
- La vocina stridula della signora con l'ossigeno
- La fame di Aldina
- Il pianto di Agata
- Il necrologio scritto insieme, nella luce della domenica
- Il locale Mario
- Il sabato mattina a prendere i vestiti
- La bambina travestita da ape davanti al Pronto Soccorso
- I fiori del pesco che sbocciano nonostante tutto
- Il vino con l'acqua della signora di 104 anni
- Il cedro gigante che veglia sopra ogni cosa
- I gatti diffidenti che mangiano solo la sera
- Le chiacchiere sul terrazzino, tra obiettivi da spostare e occhi lucidi
- La luce calda che filtra dalle tende gialle
- La Dottoressa, che torna ad accompagnarci di nuovo
- L'acqua di rose di Santa Maria Novella
- La collana con la stella di Moustier
- La pasta con le lenticchie più buona del mondo
- Le lucine intermittenti del sistema antincendio
- Il sapone al gelsomino
- La cavalla Isernia, la gatta Melody e tutte le altre creature che ci hanno tenuto compagnia
- La camminata verso casa, a piedi, per l'ultima doccia
- Le foto di Agata che gioca da guardare insieme
- Cacao Meravigliao
- L'odore della loro crema
- La camicina a fiori gialli
- Il gelatone
- Il pulsante rosso
- Il quadro del Day Hospital con gli aironi (lo stesso che vedete quassù in foto)
Chi mi conosce bene sa che ogni airone incontrato negli ultimi quindici anni ha rappresentato per me una sorta di segno legato a mio padre. Ora non posso fare a meno di leggere, in questo dipinto, il volo di mamma, bianca e finalmente libera, con le ali spiegate verso un'isola verde, lontana dagli aironi scuri del passato.

Sono trascorse due settimane.
Mia madre è morta il 23 marzo alle 14.40, con la sua mano nella mia.
Il sabato seguente, più o meno alla stessa ora, un airone enorme volava sulla mia testa, mentre pranzavo seduta al sole tra un laboratorio e l'altro.
Avrei voluto gridare, fotografarlo, mostrarlo a tutti, ma mi sono limitata a guardarlo passare lento e a seguire il suo atterraggio sicuro, nel fiume.

Già non posso immaginare la vita senza di lei, tanto meno questo blog, che è nato quasi dieci anni fa ed è cresciuto, post dopo post, passando sempre dalle sue puntuali correzioni. Del resto, da una prof, non potevo aspettarmi diversamente!
Ilmareingiardino, dunque, si ferma qui, fino a che avrò di nuovo bisogno di lui. Continuerò ad aggiornare la pagina Facebook con articoli, notizie e pezzi di bellezza che mi sembrerà interessante condividere, caricherò foto di gite, alberi e meraviglia sul profilo Instagram, ma metterò in pausa il blog.
Non so quanto ci vorrà per ripartire, non so nemmeno se accadrà, ma visto che di addii ne ho abbastanza, facciamo sia un arrivederci.