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martedì 27 dicembre 2022

Light Years

Musica

Questo post ha diversi "colpevoli".

La prima, ovviamente, sono io.

Gli altri, in ordine di comparsa, sono Matteo Caccia e Francesco Costa.
Ma, in realtà, siamo tutti noi, mia madre compresa.

Come spesso mi succede, soprattutto da quando le mie comparse quassù si sono rarefatte assai, avrei inizialmente voluto scrivere di altro.
Avevo pure cominciato a buttare giù pensieri e idee sul quaderno, il tema principale doveva essere il mondo delle newsletter, il mio rapporto con le mail mensili a cui non ricordo neppure di essermi iscritta e l'opportunità di trasformare questo spazio in un appuntamento più contemporaneo, meno blog e più social, meno post e più mail. 
Spoiler: non succederà.

Quindi, fatte le doverose premesse, riprendo dal punto in cui ero rimasta prima di sproloquiare:
questo post è scivolato dalle mie dita in una sera di Vigilia, dopo aver mangiato tortellini industriali su una tavola non apparecchiata, con le seggiole accatastate sopra, per facilitare il lavaggio pavimenti.

Domani è Natale, l'anno è quasi finito e la settimana scorsa è morto Siniša Mihajlović.
Non sono tifosa, quando ho letto la notizia sui giornali sapevo a malapena che carriera avesse fatto, ricordavo che era malato, non avevo capito quanto.

Poi è arrivato Matteo Caccia, su cui dovrei aprire una parentesi gigantesca e probabilmente tra poco lo farò, che ha condiviso su Instagram il link a una puntata di Morning in cui Francesco Costa parlava della morte di Mihajlović e del modo in cui veniva raccontata dai quotidiani, in particolare da quelli on line.

Ed eccola lì, la retorica del guerriero.
La malattia come una battaglia, le terapie come una lotta, i malati come soldati, la morte, infine, come una guerra persa.

Tutti ragionamenti già letti, per quanto mi riguarda pure già fatti e persino in tempi non sospetti. Ricordo perfettamente le chiacchierate con mamma su quanto fosse inopportuno, irrispettoso e persino inutile riferirsi a una persona ammalata come a un paziente al fronte. Svalutando il ruolo e il senso della scienza, riponendo responsabilità sull'unico soggetto che dovrebbe non averne, caricando la situazione di metafore e scenari lontani anni luce dalla realtà che, ogni giorno, i malati e le loro famiglie affrontano come possono. Di certo non armati.

Eppure.

Eppure non appena la Maria aveva scoperto di avere un cancro in fase terminale si era fatta rasare i capelli e aveva iniziato a indossare una parrucca. Prima ancora, però, mi aveva chiesto di insegnarle ad annodare foulard e turbanti per coprirsi il capo. Il suo profilo FB ha tutt'oggi, come foto profilo, quella che le scattai un pomeriggio, mentre guardava il suo giardino dall'uscio di casa con un fazzoletto rosso in testa. La scritta sotto, scelta da lei, recita: "La combattente".

Eccallà.

Ed è così che i mesi successivi erano andati, con la convinzione di avere colpa se le terapie non funzionavano, se i chili continuavano a scendere, se gli esami peggioravano.
Fino al ricovero in hospice dove la dottoressa dovette spendere parecchie parole per convincerla che non avrebbe potuto fare di più, davvero, per fronteggiare la sua malattia, che non aveva avuto alcuna responsabilità, che nessun cibo, nessun medicinale, nessuna decisione avrebbero cambiato le cose.

Eppure.

Eppure un paio di giorni dopo la morte di mamma scrissi a Matteo Caccia, all'epoca conduttore di Pascal, trasmissione radiofonica seguitissima da mia madre, alla quale partecipò pure con due storie che ormai, appunto, sono storia.
Non so perché gli mandai quel messaggio su Facebook, in piena notte.
Probabilmente per consegnare a lui un pezzetto del mio dolore, a lui che aveva ascoltato e dato spazio alla voce di mia madre e che, in qualche modo, pensavo fosse abbastanza lontano (e vicino) da ascoltare e dare spazio anche alla mia.

Gli mandai il messaggio che ora potete trovare sul suo nuovo libro "Voci che sono la mia" (ecco) e che, tra le altre cose, diceva così:
Mamma 
si è ammalata l'estate scorsa, ha lottato come una vera leonessa, ma il cancro al pancreas ha vinto. 

Lotte, leonesse e vittorie, in una frase di venti parole scarse.

Ma, del resto, il mio intento era quello di inviargli la lettera che la Maria scrisse all'inizio del suo viaggio e che venne letta in chiesa durante il funerale.
La lettera iniziava così:
Ho lottato più che ho potuto ma, stavolta, sono stata sconfitta.

E allora mi chiedo, perché, anche noi che avevamo più volte riflettuto sulla tossicità di questa narrazione, alla prima occasione che, purtroppo, ci è capitata, ci siamo cascate a piè pari?

Lo spiega bene Costa nella puntata di Morning del 19 dicembre: 
"...tutti in generale utilizziamo parole non nostre, non pensiamo a quello che diciamo, attingiamo a una cassetta degli attrezzi di espressioni, di culture, che è stata predisposta per noi da qualcun altro, dalla cultura popolare cosiddetta, dai giornali, dalla televisione. Usiamo parole scelte da altri tipo queste sul guerriero e sulla lotta perché non riusciamo a trovarne di nostre ed è chiaro che è difficile trovarne di nostre a fronte di una cosa così tragica e enorme come la morte, la morte prematura di una persona così amata..."

Preferisco quindi trovare un senso e uno sguardo diverso su tutta la questione in ciò che mamma scrisse un paio di giorni dopo la diagnosi, quando ancora le leonesse stavano nella savana, quando la battaglia non era nemmeno stata presa in considerazione e dei combattimenti non c'era alcuna traccia.
Era (e dovrebbe sempre essere) il regno degli stambecchi, pronti a saltare con l'aiuto degli amici, era il momento dei tentativi, della condivisione delle preoccupazioni, dei ricordi che danno speranza.
Era, ancora, il tempo dei proverò:

Trentaquattro anni fa, in uno dei tanti momenti terribili della mia vita, dissi a un amico che non avrei voluto essere un cagnolino, a cui non vengono lesinate coccole, neppure da coloro, inutili ipocriti, a cui non gliene può importare di meno.
Lui mi rispose che, mai, io avrei potuto assomigliare a un cane: io ero uno stambecco che, proprio quando, in bilico sulla roccia più impervia, sembra stia per cadere, con un salto favoloso riesce sempre a rimettersi in salvo e ricominciare.
Che bel complimento!
Amici, il balzo che dovrò provare a fare adesso è quasi impossibile!
Se fossi isolata, in cima a un monte, senza parenti e amici sarei uno stambecco disperato e il vuoto mi farebbe troppa paura per saltare.
Ma io sono sicura di non essere sola e, unicamente per questa mia certezza, proverò a non cadere.
Proverò…

Ora è il mattino del 27 dicembre, tra poco partiremo per trascorrere al paesello gli ultimi giorni di festa.
Il post è rimasto in stand by per un po', nonostante fosse nato in meno di mezz'ora, come un'urgenza più che come una riflessione ragionata, pensata e confezionata per chi la leggerà.

Non è comunque mai stata mia intenzione tornare a scrivere di lutti, perdite e sofferenze, anzi.
Vorrei, con queste poche righe che di natalizio non quasi hanno nulla (o forse invece sì), essere vicina a chi sta trascorrendo giorni di angoscia, di tentativi, di speranza e di paura, a chi è malato o caregiver, a chi fa fatica a stare al mondo perché, semplicemente, fa fatica. Per motivi che non si vedono, non si capiscono, non si accettano, sono anni luce da noi e dal nostro modo di vivere la vita.
E non c'è lotta che tenga.




giovedì 24 dicembre 2020

Il fantasma dei Natali passati



Ci prepariamo a un Natale diverso, lontano dai parenti più cari, dagli amici, dai viaggi, dai ristoranti, dagli scambi di regali in stanze calde, affollate e illuminate a festa.

C'è chi si strugge, chi ci gode, chi si arrabbia con chi si strugge, chi si arrabbia con chi ci gode, chi si arrabbia e basta.

Io, come credo molte persone, sto in un'altra categoria: quella di chi prende atto. Sono abituata a farlo, non mi pesa e non credo nemmeno di aver voglia di chiedermi il perché. Capisco ogni punto di vista, ne condivido pochi, ne invidio molti.

Questo sarà il primo Natale nella Casa sull'Albero, finalmente quasi finita e saremo in tre: io, Andrea e Agata. Mangeremo pesce comprato in centro storico, non ci scambieremo regali perché abbiamo deciso di spendere in acquisti per vivere meglio in questo mini appartamento. 

Da qualche settimana, su Instagram, faccio un esercizio ogni sera: scrivo tre cose positive successe nella giornata e le abbino a una foto e a una canzone. É il mio modo per trovare il buono, motivarmi e cercare la bellezza prima di dormire. La mia personale #listanotte che non vuole insegnare niente a nessuno se non a me stessa.

Su questa scia ho pensato di complicare l'esercizio e riflettere sui Natali passati, provando a ricordare le cose belle che ci sono state. 
Chiaramente non ho intenzione di riesumare trentotto anni di alberi e lucine, ma qualche immagine felice mi viene in mente senza fatica. Tutta questa lunga premessa per dire: beccatevi sto elenco delle dieci cose belle dei Natali passati!

1. Sono nata subito dopo Natale, chissà che facevo il 25 Dicembre del 1981. Mi piace pensare che abbia cercato di restare dentro a mangiare panettone e ravioli finché ho potuto.

2. Le Barbie degli zii: una certezza durata anni, senza case di plastica, ma con i divanetti di legno. Dalla Luce di Stelle alla Fior di Pesco passsando per tutta la Famiglia Cuore al completo, con ferrari e cavalli al seguito.

3. Il mio gatto siamese, presente in tutte le foto sotto l'albero, accovacciato tra palline e regali, pronto a pisciare sulla moquette.

4. Le VHS Disney, il regalo tradizionale di un amico di mia madre che per una decina d'anni mi ha riempita di cartoni animati e di scherzi.

5. Il presepe di Papà, in parte meccanizzato da lui, in parte decorato da me e mamma, così bello che vinse pure un concorso. Alla premiazione, manco a dirlo, dovetti andare io, totalmente incapace di stare al centro dell'attenzione e in preda a una crisi d'ansia. Ho ritrovato la pergamena questa estate in cantina, quanta tenerezza...

6. Centomila ravioli, impastati sulla madia e tagliati da me con la rotellina. Mi toglievo la fame mangiandoli crudi, tra le minacce dei miei, mentre il sugo per condirli pipettava sul fuoco.

7. Le gite al presepe di Crevari, categoricamente a piedi per digerire, a osservare con gli occhi felici l'immenso lavoro di tutta la comunità. Il tuono, la pioggia sul mare, il tramonto, la neve, le luci delle case che si accendono e le musiche, sempre le stesse, sempre diverse.

8. Il cinema, il 24, il 25 o il 26, rigorosamente con mamma, a guardare e riguardare lo stesso film per tutto il pomeriggio. Poi cioccolata calda con la panna e via.

9. Il ramo addobbato con le palline di ceramica fatte al corso con i bambini del mercoledì. Lo abbiamo tagliato assieme due anni fa, nella fascia di fronte a casa e appeso in salotto. L'ultima occasione, la più dolorosa, ma anche il ricordo più bello del 25 dicembre 2018.

10. I pranzi dell'anno scorso con gli zii, i miei e quelli di Andrea, dove ancora mi sentivo in una bolla e non riuscivo a esserci anche con la testa, ma ero sollevata all'idea che da quel Natale in poi le mie radici sarebbero state per sempre con me, senza avere paura, senza sentire dolore.

In questo lungo elenco non ho scritto tante cose, ma in realtà avrei molte altre occasioni belle da ricordare. I Natali con i vicini, quelli nelle case dei vecchi amori, pieni di gente, di cibo, di usanze diverse dalle mie, l'insalata russa di Mario, la vigilia dell'anno scorso, passata sui monti a mangiare focaccia di Priano e mandarini. Ho però deciso di lasciare fuori le malattie, le somatizzazioni delle feste, le ultime consapevolezze dei miei genitori, così dolorose che non solo non riesco a scriverle, ma nemmeno a pensarle. 

Quindi, alla fine, voglio augurarmi Buon Natale e augurarlo a voi che mi leggete da tanti anni, da pochi mesi, per la prima volta o per l'ultima. Che quest'anno, gli auguri, servono più di sempre. A tutti.


lunedì 23 dicembre 2019

Le vite degli altri

Lo abbiamo fatto tutti, penso, di immaginare le vite degli altri.
Di quelli che vediamo rientrare a casa la sera, di quelli che ci camminano accanto frettolosamente la mattina, degli attori che guardiamo al cinema, delle sagome scure che passano davanti alle finestre illuminate nelle serate d’estate o di quelle impegnate ad addobbare l’albero nel salotto a Natale.
Credo addirittura di aver già scritto un post su questo argomento, ma chissà quando: sono quasi dieci anni che esiste Ilmareingiardino, nel frattempo i blog sono praticamente morti e con loro un sacco di altre cose.

L'inverno è iniziato e forse questo autunno terribile, fatto di piogge incessanti, sintomi impietosi, traslochi, e capelli corti sta terminando: oggi ci sono vento freddo e sole, questo già mi basta.
A proposito di vite degli altri, in questo periodo mi interessano più di sempre. Guardo le persone fare la spesa, incontrarsi per bere qualcosa, correre sotto il diluvio senza usare l’ombrello, parlare al telefono, scegliere un vestito e immagino le cucine invase dal vapore, i tappeti davanti ai divani, i giretti attorno all'isolato con il cane la mattina prestissimo, il parrucchiere dopo il lavoro o in pausa pranzo, le lavatrici da stendere la domenica, i cinema il sabato sera.

Ma la mia, di vita? Prima di convincermi a pubblicare questo post, che come al solito è in bozze da giorni, ho riflettuto sul concetto di tempo e su quanto abbia la sensazione di aver vissuto almeno tre esistenze diverse. Penso che capiti a molte persone, soprattutto a chi ha fatto cambiamenti drastici, traslochi importanti, separazioni, colpi di testa e di cuore come lasciare il proprio paese per cercare fortuna (e felicità) altrove... a me pare di essere alle porte della mia terza vita, quella in cui non sono più figlia di nessuno, ma continuerò a essere nipote, amica, compagna, collega, cugina, vicina di casa.

Sono stata figlia fino a ventitré anni: in quel quarto di secolo scarso avevo vissuto in due posti, avuto un amore sbagliato e uno grandissimo, rischiato la pelle, fatto tre lavori, tolto l'appendice, voluto bene ad amici fraterni e detto addio a persone decisamente importanti, tra loro mio padre.
Sono stata ancora figlia fino a trentasette anni: quattordici anni per laurearmi, dottorarmi, scoperchiare enormi vasi di pandora, cambiare altre due case, innamorarmi ancora, fare almeno sette lavori diversi, conoscere nuovi amici, trovare un lavoro stabile, dire addio a mia madre.
Ora non sono più figlia: nove mesi oggi per raccogliere i pezzi che sono ancora sparsi da tutte le parti. Un po' sono a Vesima dove pianto ciclamini da ventiquattro ore, dove la gatta saltella finalmente libera, dove il vento e i pensieri mi hanno tenuta sveglia tutta la notte, dove riposano metà della mia prima e metà della mia seconda vita. Un po' di pezzi sono nella casa sull'albero, dove stanno finendo di costruire i pavimenti, dove non ci sono i sanitari e la cucina, dove scatole e mobili stanno impilati tutti in un'unica stanza. Ci sono pezzi al quinto pianto del Monoblocco, tra le seggiole dell'accettazione e le poltrone grigie della chemio, tra i lettini di medicina e l'ascensore, pezzi sotto il cedro nel cortile dell'Hospice, sul terrazzo dei gatti, sulla panca dove ti siedi quando aspetti che sistemino il disastro. Qualche pezzo forse è in ufficio, dove trascorro la maggior parte del mio tempo o sul tappeto dello yoga, dove ho deciso di ricominciare a prendermi cura di un corpo che non ricordavo di avere. I pezzi più rovinati li ho lasciati andare con i capelli, che ora sono corti e un (bel) po' bianchi.
Dovrò pian piano recuperarli tutti e sostituire quelli introvabili con qualche pezzo nuovo che spero di trovare strada facendo.

Tra pochi giorni compio gli anni, all'inizio del 2020.
Non faccio bilanci perché davvero a sto giro non mi sembra il caso, non ho buoni propositi se non quello di provare a non morire, visto l'andazzo. Ho dei desideri, quelli sì. Vorrei fare del bene nel nome di mia mamma, vorrei ricordarla viva e energica, vorrei continuare a viaggiare come negli ultimi tre anni (e forse un po' di più) e vorrei riuscire a godermi quella piccola casa rinnovata che avrebbe adorato.

Nel frattempo pianto ciclamini nel suo giardino mentre l'ultimo che mi aveva comprato lei, non so con quali forze un mese prima di andarsene, sta fiorendo sul mio balcone.
Buon Natale.

venerdì 11 gennaio 2019

Senza fare troppo rumore

Il duemiladiciannove è iniziato, senza fare troppo rumore.
Abbiamo brindato sotto al nostro grande albero, siamo andati a letto presto.

Fortunatamente dopo un paio di giorni sono tornata al lavoro, così il mio compleanno è trascorso in sordina, tra mail a cui rispondere, caffè al bar, pianificazione e programmazione futura.
Mi aspetta ancora una cena come si deve al ristorante e poi anche questi festeggiamenti saranno passati, senza fare troppo rumore.
La sera prima dell’Epifania un aperitivo semplice tra amici si è trasformato in una pizza al bancone e in uno scambio regali improvvisato, da cui sono uscita carica di meraviglie.

La prima meraviglia è stata il calore degli abbracci.
Chi mi conosce sa che non sono molto brava a condividere con gli altri le mie difficoltà, per anni mi è stato più facile scriverle qui (e questo fatto è stato spesso, comprensibilmente, motivo di scazzi), appuntarle su carta, raccontarle alla psicoterapeuta e ogni tanto a mia madre. Ora le cose stanno cambiando, credo: da quando abbiamo scoperto la malattia di mamma sono andata in analisi solo un paio di volte, non so nemmeno io dire il perché, ma la situazione è questa. Quindi, oltre a non parlare delle mie difficoltà con gli amici, adesso non ne parlo nemmeno nella stanza gialla rosa, qui scrivo sempre più raramente e non sto tenendo nessun diario privato.

Cosa sta succedendo?
Sicuramente la chimica aiuta, ma non credo che basti.
Sicuramente una sorta di accettazione attiva degli eventi favorisce il mantenimento di un seppur precario equilibrio mentale.
Sicuramente sono stata pervasa da una sorta di rabbioso fatalismo che sarebbe stato decisamente molto più saggio tirare fuori qualcosa come dieci anni fa, minimo.
Sicuramente il lavoro quotidiano mi sta dando una stabilità psicofisica che nemmeno lo yoga.
All’appello mancano alcune cose che purtroppo ora non sono possibili, come le camminate nel bosco, le corse al tramonto, le ore di pilates in palestra. Ma quando sotto le vacanze mi sono concessa il lusso di passeggiare lungo il mare l’anima e gli occhi mi hanno ringraziata un sacco.

Tra i bellissimi regali che ho ricevuto per il compleanno, oltre agli abbracci che ho anticipato quassù, ci sono state tante cose che mi hanno fatto sentire amata e che hanno confermato una sensazione che ho avuto da sempre: scegliere un regalo per me è facilissimo!
Cosa mi piace lo sanno tutti, ammorbo mezzo mondo con handmade, foglie, cartoleria, libri, moda sostenibile e natura, quindi nei pacchetti che ho scartato c’ero proprio io. Nonostante io sia decisamente trasparente riguardo ai gusti, non immaginavo ci fossero, attorno a me, persone così capaci di leggermi dentro e capire non solo come sono fatta, ma anche quale momento sto attraversando. Che siano le coccole di una crema o di una sciarpa calda, che siano collane, stampe e foglie di ceramica, tutti i pensieri hanno colto nel segno.
Potrei mostrarvi il contenuto di ogni pacchetto ma non basterebbe un post intero, perciò vi lascio il link a questa meraviglia e una frase veloce tratta dalle sue pagine a fiori:

Fiorire quando nessuno
ricorda la Primavera


P.S. A proposito di fiori, domani ci sarà il mio primo laboratorio all'Orto Botanico (gioia!). Ecco spiegata la foto quassù.


lunedì 24 dicembre 2018

A Natale (non) puoi

È arrivato un altro Natale.
Quaggiù non era poi così scontato.
E invece siamo tornate al paesello per svernare qualche giorno, in casa è un andirivieni di vicini in visita, io sto persino riuscendo a leggere e a riprendere possesso della mia persona (leggi depilarmi, darmi lo smalto...).
Ieri abbiamo addirittura fatto l'albero, come i vecchi tempi, raccogliendo un ramo vicino a casa e addobbandolo con poche cose, ma buone. Quest'anno, in particolare, c'erano le decorazioni di ceramica prodotte al corso, a mamma piacevano un sacco e allora le abbiamo usate tutte senza pensarci su.

Detto ciò, non so nemmeno io perché stia scrivendo un post.
Se dovessi essere istintiva chiuderei il pc all'istante e lo riaprirei solo per lavoricchiare un po', come ho fatto stamattina. Allo stesso tempo, però, sto cercando di mantenere una parvenza di normalità e di pensare alle cose positive che ci circondano, nonostante sia sul punto di scoppiare dalla rabbia un minuto sì e l'altro anche.

Se mi concentro sul qui e ora, che più qui e più ora non si può, c'è il tramonto arancione dietro alle sagome nere più familiari del mondo, c'è la passeggiata del dopo pranzo a vedere il mare, camminando una accanto all'altra, c'è Agata che dorme sul divano dopo aver passato in rassegna le piante sul terrazzo più e più volte, ci sono i datteri giganti nel frigo che aspettano solo di essere farciti, ci sono i fiori fucsia in giardino esplosi come fuochi d'artificio, ci sono i pantaloni di velluto marrone di quando andavo all'università che mi rientrano perfettamente, c'è il libro di Haruf appena terminato che vabbè, cosa ve lo dico a fare, c'è il libro di Paasilinna appena iniziato che mi garba parecchio, c'è il berretto nuovo che cresce sferruzzato da mamma, ci sono i ciclamini bianchi da piantare a Natale, c'è il mio pile Patagonia che mi scalda un sacco anche se non serve (grazie L'Altrosport!), ci sono le foto delle gite fatte come se ci fossi anche io, ci sono i menu che forse verranno disattesi o forse no, c'è l'opportunità così rara di cambiare piani anche all'ultimo minuto, ci sono le notti quasi tranquille e le colazioni in due, ci sono i pandolci con il latte per la sera, c'è il pilates sul pavimento del soggiorno.

Ci sono anche tante altre cose, in particolare c'è un senso di distacco enorme (e probabilmente tanto ipocrita quanto scontato) da tutto ciò che non conta un cazzo. Non che in passato fossi molto legata al Natale, mio padre è morto quasi quattordici anni fa e da allora abbiamo "festeggiato" in sordina una giornata che, quando la famiglia era ancora al completo, spesso portava con sé crisi, litigate e barcate di ansia.
Probabilmente è destino che proprio per me, che amo allestimenti, festoni, tavole decorate, inviti, pacchetti, biglietti, mazzi di fiori, candele e lucine, la vita abbia in serbo una sorta di educazione siberiana, di drastica conversione al sottotono, portata avanti senza pietà regalandomi periodicamente motivi enormi per non festeggiare mai una mazza.
Quest'anno poi, cara vita, ti sei davvero superata.
Buon Natale anche a te.

sabato 24 dicembre 2016

Natale arrabbiato


Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.

Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.

Io lo amo e sempre lo amerò.


Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.

Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.

P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.




lunedì 4 gennaio 2016

Quel mazzolin di cuori

[Termino e pubblico ora un post iniziato qualche giorno fa, in piene vacanze natalizie e in totale relax]

È il due di Gennaio, nevica, e sono felice.
Domani compio gli anni, a mezzanotte starò festeggiando insieme agli amici, in montagna, probabilmente con un bicchiere in mano, lontano da quello che mi fa più paura (quindi da un sacco di cose).
Oggi, mentre camminavo nella neve, con gli scarponi azzurri e il berretto da volpe, non pensavo a nulla: mi guardavo intorno e, nel silenzio sospeso che solo le nevicate sanno portare, osservavo le cose incontrate sul mio cammino.

Un mazzolino di cuori color crema, un cespuglio di bacche rosse, una gallina (!) poco convinta di appoggiare le zampe, le orme di un cane piccolo, un signore con il cappello giallo.

Questi giorni di vacanze natalizie che hanno in qualche modo sospeso il giudizio e rimandato "al dopo" verdetti, decisioni e scelte mi sono serviti per non pensare a niente. Come sospettavo, non pensando a niente ho in realtà pensato a tutto.

A cominciare dallo scorso week end nel Parco di Portofino, quando una camminata a picco sul mare, talmente esposta da impedirmi di riflettere su qualunque cosa che non fosse evitare di cadere, mi ha regalato un sacco di ricordi a cui tornare nei momenti più tristi e difficili.
Anche in questi giorni di montagna è successo, ho riempito lo zaino di esperienze piccole e ho capito che è quello che voglio perseguire nel 2016, lungo il mio trentaquattresimo anno d'età: voglio sfruttare le giornate di festa, di gioia, di camminate e di viaggi per non pensare a nulla e fare il pieno di ricordi belli. Fino ad oggi, quando le cose non andavano per il verso giusto, rivedevo il passato e i suoi istanti belli con nostalgia e guardavo al futuro riponendo in esso aspettative e speranze (le mie famose isole felici) che spesso finivano infrante facendomi stare malissimo. Ora vorrei, invece, trarre energia dai ricordi, usandoli come incentivo a ricercare piccoli momenti felici, senza arrendermi e senza perdermi in eccessive malinconie.

Comincio subito e butto giù trentaquattro pensieri positivi, uno per ogni anno che sono al mondo, che questo 2015 mi ha lasciato in eredità:
1. I sori gialli delle felci (quelli di due settimane fa, poi, erano spettacolari), 2. La prima corsa dell'anno (ma anche tutte le altre) nei luoghi in cui sono cresciuta, 3. I cespugli di euforbia a picco sul mare di Punta Manara, 4. Gli ultimi colori del sole che filtrano nel bosco ormai buio, 5. Il corso di francese, 6. Uno dei miei maglioni preferiti con le mie scarpe preferite, 7. La scoperta di un ginkgo nel posto dove mai avrei pensato di trovarlo, 8. La meraviglia del Museo del Legno, 9. Il primo Leggermente scritto per Cindy, 10. Tessa la pressa, 11. L'Hotel Savoia, 12. Uno dei regali meravigliosi che ho ricevuto per il mio trentatreesimo compleanno, 13. I corsi seguiti da Papê, 14. La gita a Manarola nonostante una nausea che mai dimenticherò, 15. Portovenere che non avevo ancora visto, 16. Il mio Secret Santa 2014, sempre con me finché non l'ho perso, 17. L'eclissi di sole, 18. Il progetto fotografico #onehandadayproject, difficile ma pieno di spunti e di stimoli, 19. La sperimentazione continua di nuovi modi per raccontare la scienza ai bambini, 20. Uscire di casa dopo una broncopolmonite che mi ha spaventata assai, 21. La mia prima tillandsia e la seconda, 22. Il corso di fotografia stenopeica di Totem, 23. Usare le mani, ogni volta che posso, 24. Le gonne lunghe d'estate, 25. I Rolli days per scoprire la mia città, 26. I laboratori con i bambini della Valpolcevera e di Camogli, 27. Il corso alla Holden, con la mia prima volta da Melissa e gli aperitivi in solitaria, a zonzo per Torino, tra abiti vintage e gatti, 28. L'Instawalk di #shootyourport con Cindy, Paola e gli amici, 29. Il giorno di nostalgia in cui conobbi Ezio, 30. Le gite d'autunno, 31. La mia gatta, sempre e comunque, 32. L'estate a Pieve e alla piscina del porto con gli zoccoli corallo, 33. La giornata a Torino con mamma e la mia seconda volta da Melissa, 34. Gli ultimi giorni del 2015 nella neve, dove è nato questo post e dove ho raccolto un barattolo di licheni meravigliosi che profumano di inverno.

venerdì 25 dicembre 2015

Personne


Musica.

Oggi è il venticinque Dicembre, è Natale.
Sono da mamma e non sono arrabbiata come negli anni passati. Forse mi sento un po' triste, forse angosciata, ecco sì, in ansia, ma non arrabbiata.
Nei giorni scorsi, sedute nella stanza giallina, di tutta questa presunta rabbia abbiamo provato più volte a occuparcene, senza apparenti risultati. Magari i risultati invece ci sono e questa mattina tranquilla, priva di scossoni e tensioni ma solo un poco malinconica, è la testimonianza di un piccolo successo.

Negli ultimi mesi sono successe molte cose, quasi tutte in sordina: cose che mi hanno addolorata molto, cose che mi hanno resa fiera di me, cose che hanno confermato quanto la gente possa essere cattiva e menefreghista ma anche dolce e premurosa, cose che mi hanno messa davanti a una scelta e cose che invece mi hanno tolto ogni possibilità di scegliere, cose che mi piacerebbe capire ma che probabilmente non mi sarà permesso neppure sapere, cose che hanno dimostrato la bassezza di questo mondo, di questo sistema marcio e privo di senso e cose che hanno ridato valore all'essenziale, al quotidiano, al bello, alle luci accese dietro le finestre.

Forse, con l'arrivo del nuovo anno, avrò pure un nuovo lavoro, è presto per dirlo perché io mi conosco, finché non sarò seduta, sola, con il contratto firmato e un fiume di emozioni nel cuore non sarò tranquilla, perciò preferisco aspettare.
Forse ho trovato il mio taglio di capelli definitivo, che mi fa sentire bene, che mi rappresenta nella sua irregolarità, nella sua capacità di essere spettinato per un momento e in ordine l'attimo dopo, nel suo color volpe, nella sua semplicità che passa inosservata e non dà nell'occhio.
Forse ho scoperto il ritmo della mia casa e sono riuscita a sintonizzarmi con lei, così da sentirmi meno ospite, così da non aver voglia di scappare, così da essere capace di restare e godermi i suoi angoli verdi, il tavolino con il vetro color crema, il balcone delle prove di giardinaggio, il tappeto caldo della sala.

Ma, quindi, cosa significa il titolo di questo post?
In francese, come pronome, vuol dire nessuno, ma per me vuole dire tutti. Perché tante, tantissime volte quest'anno, mi è capitato di essere sola quando stavo in mezzo alle persone e coccolata quando ero da sola. Perché molto spesso non mi sono sentita riconosciuta, anche da chi, in realtà, mi conosce benissimo.

Tra le cose che ho fatto negli ultimi mesi c'è stato il corso di francese, iniziato a settembre e terminato pochi giorni fa. Tre moduli, tre esami e una passione inaspettata per una lingua che non conoscevo, che pensavo mi sarebbe piaciuta, ma che non immaginavo avrei amato così tanto.
Essendo un corso intensivo di novanta ore, praticamente ininterrotte (sei a settimana), molti dei miei impegni sono dipesi dalle lezioni e tanti appuntamenti hanno ruotato attorno a quei pomeriggi fuori dal tempo, in un'aula brutta, in un posto brutto, ma con tante persone belle, sedute tutte insieme attorno a me. Rosalba, Marcella, Giovanna, Andrea, Alessandro, Laura, Alessandra, Federica e Gabriele sono stati i miei compagni di viaggio in questa avventura piena di stimoli, di risate, di ironia e di condivisione. Fabienne, la nostra insegnante paziente ma efficace, ci ha guidati con attenzione, senza mai dimenticare le caratteristiche di ognuno e questa, almeno per me, è stata un'enorme dimostrazione di affetto (oltre che di professionalità). Che Elena amasse le feuillage si è capito subito e si è ricordato per sempre, tanto durante gli esercizi quanto nelle battute. Allo stesso modo la passione di Andrea per la cucina, di Alessandro per Nizza o di Federica per i gatti ci hanno tenuto compagnia lungo tutto il corso. Ognuno di noi ha portato un po' di sé e lo ha donato agli altri, una cosa rara, che toglie immediatamente una n al pronome personne.

Ora, che il corso è finito, magari riusciremo comunque a studiare insieme, ci rivedremo, ma in ogni caso so che ad ognuno di loro devo un grazie, per aver trasformato in opportunità un momento destinato a farmi crescere, per avermi dimostrato che posso fare ancora un sacco di cose per me, da sola, senza sentirmi tale nemmeno un minuto.


domenica 8 novembre 2015

Natale a Novembre

Oggi, anche se siamo solo ai primi di Novembre, sembrava Natale.
E non per il clima, che anzi era quasi settembrino, ma per l'aria di festa che si respirava.
Mi sono svegliata e ho fatto colazione con il pane dolce e la marmellata di bergamotto, sapevo che mi avrebbero atteso alberi, foglie, sole, amici e la macchina fotografica nuova. Forse qui non lo avevo nemmeno scritto, ma qualche settimana fa, in pieno Festival della Scienza, mi hanno rubato la reflex. Ci sono rimasta male, per le modalità del furto più che per il costo della fotocamera, che per me però aveva un grande valore affettivo: la mia prima reflex comprata con i soldi di una cosa importante che stava finendo. Era un oggetto proiettato nel futuro e perderlo così, mentre stavo lavorando, mi è dispiaciuto moltissimo. Poi, come faccio sempre, non ho dimenticato ma ho chiuso tutto in un cassetto. A chiave.

Inaspettatamente, pochi giorni dopo, i colleghi mi hanno regalato una nuova macchina, più bella di quella che avevo, più leggera e maneggevole, con una sensibilità ai colori davvero sorprendente. Quale occasione migliore, di una domenica d'autunno nel verde, per provare i primi scatti (il primissimo in assoluto è quello quassù)?
Via con il motorino e poi a piedi, prima sotto gli alberi carichi di foglie gialle, poi in un piccolo cimitero dove il tempo pareva essersi fermato tantissimi anni fa, tra ragnatele, muschio, funghi e pozze di fango.
Bianconi che volavano bassi, gatti diffidenti, rampicanti rossi come il fuoco, semi bianchi che sembravano neve, corbezzoli ancora acerbi che legavano la lingua, momenti silenziosi che a me dicevano un sacco di cose.

E poi gli amici, tutti quanti, tutti i vicini del gruppo whatsapp, l'unico che tollero sul telefono senza sbattere la testa contro il muro ad ogni notifica. Siamo tanti, siamo undici (se non contiamo i bimbi), e oggi, complici tre compleanni ravvicinati, siamo andati a pranzo fuori.
Qui.
Eviterò di scrivere il menù completo, al quale è impossibile sottrarsi perché il gestore porta tutto in tavola come se fossimo a casa, la domenica, con la mamma che ti riempie il piatto perché ti vede deperito. Certamente fino a domattina non toccherò cibo e continuerò a pensare al minestrone clamoroso che ho mangiato oggi, senza fare il bis solo perché dopo mi aspettavano i ravioli.

Abbiamo chiacchierato un sacco, abbiamo aperto i regali (come a Natale!), abbiamo giocato a palla con Martino e aspettato (invano) che Adele si svegliasse. Abbiamo guardato (e fotografato) tramonti, bevuto amari, raccontato viaggi e riso un sacco.
Era da un bel po' che non capitava così e viste le notifiche sul gruppo whatsapp che continuano ad arrivare so che non lo penso soltanto io.
Questa bella domenica chiude un week end strano, iniziato di venerdì e formato da tante cose diverse.
Ieri, per esempio, è stata una giornata un po' stancante perché ho lavorato fuori Genova e mi sono svegliata alle cinque di mattina, reduce da un viaggio a Torino con mamma, bellissimo ma di sicuro per niente riposante. Con lei ho pranzato nel bar che ha inventato i tramezzini, sono andata da Melissa a fare le scorte per l'inverno, ho visitato la mostra di Monet e sono entrata qui, dove ho ricevuto un regalo di Natale anticipato e inaspettato.
Anche se è Novembre.

venerdì 26 dicembre 2014

Intrecci

Per scrivere bilanci è ancora presto e poi io non sono molto brava in quel genere di post, tendo a deprimermi dalla terza riga in poi. Ogni anno, attorno al primo di gennaio, mi faccio una foto con i calzini a righe sull'uscio di casa e butto giù riflessioni, propositi e cose simili (ecco l'ultima volta che l'ho fatto), credo che lo farò anche tra una settimana, ma ho ben poche idee per adesso su cosa scriverò.
Oggi è Natale, sono reduce da un pranzo super buono a casa di amici di mamma e ho persino infilato leggings e scarpe da running per correre un po', all'imbrunire, con la musica nelle orecchie e il capponmagro di traverso.
Dopo secoli non sono ancora finita al pronto soccorso durante le Feste, che non sono ancora terminate quindi non si sa mai, ma mi sento blandamente ottimista. Sono giorni di intrecci, di cose che finiscono, di tempi incastrati, di insicurezze che si mescolano a certezze, di tentativi, errori, obiettivi da raggiungere.
Giusto ieri scrivevo su Facebook:
In 24 ore ho:
Pranzato per l'ultima volta in mezzo alle persone con cui ho lavorato cinque anni.
Comprato i regali con mamma nelle botteghe storiche della mia città.
Festeggiato la nuova casa di due amici portando nella mia tazze piene di me.
Scambiato i regali con chi parte per un viaggio speciale.
Comprato i biglietti per il festival più bello che c'è.
Cenato venezuelano con la mia barba preferita.
Fatto la colazione di natale con il vicino-vicino.
Ricevuto il Secret Santa di Cindy.
Per me può iniziare il 2015. Sono pronta!

Ed è tutto vero, piccole cose attorcigliate che hanno reso serene queste ultime ore, un fatto non banale visti i continui riferimenti a morti, rimpianti, assenze, fatiche, fallimenti e altre natalizie amenità.
Il mio lavoro è ufficialmente giunto al termine, a gennaio avrò giusto il tempo di produrre i report di fine assegno, infilare le mie (poche) cose in una scatola di cartone e liberare la stanza. Poi dovrò cercare di sopravvivere (e diciamo che quest'ultima affermazione è già un buon riassunto della mia incapacità a guardare in grande: avrei dovuto scrivere "Poi cercherò una nuova dimensione dove provare a realizzarmi e a mettere in campo le mie qualità", e invece parlo di "sopravvivenza").
Scuola di Robotica e le sue attività imbastite durante gli ultimi mesi dovrebbero permettermi di respirare fino a fine marzo, dopodiché non ho davvero idea di come potranno andare le cose: troppo vecchia come apprendista, troppo qualificata per fare la lavapiatti, troppo distante geograficamente per un lavoro di didattica della scienza in cui speravo, troppo inadeguata per un altro a cui ho mandato un bel cv infiocchettato.
L'ideale sarebbe che riuscissi a vivere di attimi, intrecciando incontri e opportunità, cavalcando la mia fantasia, sfruttando la creatività che ho così tanto sviluppato quest'anno, rovistando nell'ansia alla ricerca di una briciola di fiducia nel futuro e, soprattutto, in me stessa. Oggi però è già più difficile di ieri e per quanto mi sforzi di darmela a bere, ci sono troppe cose che sto affrontando in un modo evidentemente sbagliato.
Persino questo post mi sta deludendo.
Perché è Natale e dovrei vorrei essere circondata da lucine, bambini che corrono, musica tintinnante, e programmi di festa per i prossimi giorni, invece mi muovo con i passi felpati nella speranza che non si rompa nulla, che il precario equilibrio che ho raggiunto resti tale fino all'otto gennaio, senza scricchiolii sinistri e senza sorprese inaspettate.
[...]
La piega che questo post natalizio stava prendendo era talmente deprimente che mi sono autocensurata, ho spento tutto, ci ho dormito su (con una buona dose di prevedibili incubi) e ho ricominciato a scrivere in un nuovo giorno di sole e di aria fresca. Sono andata a correre anche questa mattina, con una luce fortissima e il mare metallico a fianco, sgombrando la testa e pensando ai ravioli del pranzo sull'Albero: oggi si mangia nella mia casa, lontano da fantasmi e passati ingombranti.
I prossimi giorni saranno di bellezza e amici, almeno così vorrei che fossero, e mi piacerebbe provare a vedere tutta questa incertezza lavorativa (e non solo) come un'opportunità. Non so cosa farò, non so se troverò un impiego, non so di cosa mi occuperò, quanto tempo libero avrò, ma quello che so è che devo ricominciare, non da capo ma quasi, come ho fatto stamattina con questo post, provando magari(!) a migliorare le cose e a vedere possibile anche quello che istintivamente mi sembra solo un'utopia.
Io dico che ce la farò.

sabato 20 dicembre 2014

C'era una volta un re...

Vesima, interno giorno.
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."


Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."



domenica 14 dicembre 2014

Sfere

Palle.
Di Natale e non solo.
Reduce da un week end lavorativo, un corso di robotica che mi ha divertita e stancata contemporaneamente, scrivo a letto con la solita tisana che mi fuma accanto. Zuppa per cena e film romantico pronto in canna (anche se, vista l'ora, visto il sonno e visto l'appuntamento in Soprintendenza di domani, mi sa che crollerò).
Tra poco più di una settimana cominciano le vacanze e come se andassi ancora a scuola ho i compiti da fare: relazione di fine assegno più organizzazione per lo meno mentale di laboratori e lezioni per SDR. Altro compito: riposare. Non che sia particolarmente stanca, i giorni duri sono stati gli ultimi e saranno i prossimi, ma non si può proprio dire che i miei ritmi non siano sostenibili, anzi. Visto che da gennaio le cose cambieranno, probabilmente anche parecchio, penso sia comunque meglio arrivarci rilassati o per lo meno provarci.
Nella foto una delle palline vintage del mio sobrio alberello natalizio, come al solito oberato a dir poco da ogni gingillo possibile: latta, vetro, panno, legno, terracotta...tutti gli addobbi appesi hanno un loro materiale e una loro storia, qualcuno viene da lontano, direttamente dalla mia infanzia o addirittura dall'infanzia dei miei, qualcun altro è un acquisto più recente, arrivato nella scatola rossa l'anno che mi sono trasferita in centro. In questa settimana non sono state le sfere di Natale le vere protagoniste dei miei giorni e dei miei pensieri, ma piuttosto quelle di cui ho parlato giovedì nella stanza bianca. Immaginando tre palle sovrapposte l'una sull'altra, chiamiamo la prima (quella più in alto) Genitore, la seconda (quella al centro) Adulto e la terza (quella in basso) Bambino. Nella vita di ogni giorno l'ideale sarebbe che queste tre realtà, questi tre piccoli/grandi insiemi esistenziali coesistessero separati tra loro ma uniti dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro le strade che decidiamo di percorrere. Probabilmente, però, non è così semplice e può capitare che le tre palle si sovrappongano un poco, lasciando giudicare al Genitore le azioni dell'Adulto, già così spesso condizionato dalle emozioni del Bambino. Ma come ci si sente quando qualcuno ci rimprovera di un comportamento che abbiamo sentito inevitabile? E come può affermarsi un Adulto se si muove così di frequente tra gli sguardi di disappunto di un Genitore e i bisogni essenziali di un Bambino?
Io, pochi giorni fa, ho scoperto (e sentito) di aver finalmente praticato una sana divisione tra le tre sfere, liberando l'Adulto da pregiudizi e impulsi, permettendogli di camminare con uno sguardo alle regole e uno all'istinto ma senza costringerlo ad assecondare per forza nessuno dei due aspetti. Questa piccola/grande cosa che è successa mi ha reso felice, è stato come trovare un pezzo di puzzle che sembrava sparito e che non mi permetteva di continuare a costruire(mi).
Alè!

venerdì 5 dicembre 2014

Atti di fede

Ormai al giovedì si parla solo di fiducia.
Nella piazza vicina c'è un tappeto di foglie secche enorme e così alto che quando ci cammino in mezzo affondo fino alle caviglie. Sembrano di carta e fino a qualche settimana fa stavano sugli aceri ormai spogli che si dividono lo spazio con le magnolie ancora cariche e verdissime.
Accanto a questa oasi dove trovo riparo e concentrazione c'è l'appartamento bianco, è lì che si parla di fiducia. Un tempo non avevo per nulla fiducia in me, ma ne riponevo una grande quantità negli altri. Sempre con un velo sottile di sospetto e di attenzione, una sorta di statt accuort di sicurezza, che tenevo a mente come un mantra. Adesso non ho più bisogno di questa velata raccomandazione: non mi fido più. Non solo di me stessa, ma proprio di nessun altro. Ed è davvero impressionante la profondità, la tenacia e la certezza di questa sensazione. E' più forte di qualunque altra cosa dentro di me, e riguarda ogni aspetto della mia vita. Non so nemmeno io come sia successo, solo che è successo. E chi si trova in questa situazione sa bene come sia difficile intraprendere qualsiasi cosa e qualsiasi relazione, quanto sembri lontano e sconveniente abbracciare progetti (e persone), come ogni buona notizia venga bloccata all'ingresso "perché intanto, da qualche parte, ci sta la fregatura".
Detto questo, ci sono azioni che migliorano un poco questa condizione, per esempio le attività ripetitive e di precisione.
Se il cielo vuole, è Natale. Cosa c'è di più ripetitivo che confezionare i regali per una appassionata di fai da te come me? Forse il pilates, che infatti ho finalmente ripreso con somma gioia e (diciamolo piano, per l'appunto) con costanza.
Quindi, in questi giorni di stanchezza infinita (ho ripreso pilates no?) e di serate più o meno sgombre da pensieri impegni, mi sto dedicando alla costruzione. Ho un biglietto per un compleanno importante che mi aspetta sulla scrivania, un erbario monodose (dal quale sto seriamente pensando di trarre un progetto eterno, di quelli che accompagneranno per sempre i miei regali), almeno otto pacchetti da riempire e un pensiero complicato quanto ambizioso da strutturare. Ho il menu di Natale da immaginare, perché quest'anno voglio pranzare qui sull'Albero, lontano da frane e smottamenti, reali o emotivi che siano. Ho la relazione di fine assegno da compilare, il lavoro della tesista da correggere, un laboratorio e un paio di lezioni da preparare, il nuovo progetto robotico da avviare, la partenza da definire.
Un elenco lungo di azioni ripetitive, che non richiedono molta fiducia, solo tempo, costanza, metodo e precisione.
Da me dipendono la fermezza della mano mentre dipingo le lampadiyne, la fantasia mentre scrivo i biglietti di auguri o scelgo i washitape per i pacchetti, la concentrazione quando leggo la tesi e scrivo la relazione, la concretezza mista a creatività per laboratori, lezioni e progetti robotici: probabilmente quest'ultima è la parte più complessa. Lascio fuori la partenza perché quella è difficile ma sempre più possibile e con il tempo ogni tassellino sta magicamente andando al suo posto, poi si vedrà.
Dicevo, tutte queste belle cose dipendono unicamente da me, persona della quale si è detto che mi fido poco, ma so come lavoro, so quando cedo e necessito di una pausa, so quando mi servono aria, gambe e alberi per staccare la spina.
Il problema è là fuori, dove gira il resto del mondo, credo però che finché mi imbatterò in cose come il Secret Santa di Cindy o il PtitZelda di Zelda, sarà tutto più facile. In questo modo riesco a partecipare senza esserci, o anzi, all'opposto, riesco ad esserci senza partecipare, perché per adesso fare tutto il resto è un atto di fede troppo grosso.
Per adesso perché le cose miglioreranno. Lo so.
E lo faranno perché a me fidarmi degli altri piaceva tantissimo.

P.S. Nella foto ci sono i tre cormorani che ho incontrato lo scorso weekend, mentre camminavo svelta sotto una pioggia fine e costante, per andare a trovare mio padre. Quando sono tornata indietro sullo scoglio era rimasto un solo cormorano; mi è dispiaciuto per lui, avrei voluto prestargli qualcuno dei miei amici, che zitti zitti ci sono sempre, anche quando io sono più lontana che mai.


martedì 24 dicembre 2013

La bicicletta verde

E' la Vigilia di Natale, quest'anno sono da mamma.
Ho passato il pomeriggio a incartare regali e a dormicchiare sotto al piumone, con la gatta sui piedi.
Devo rimettermi a scrivere la tesi più velocemente possibile, il doppio laboratorio nel weekend con blog da aggiornare e foto da sistemare mi ha assorbito tempo ed energie.
Domani ravioli con la carne da sugo, spumante e chissà, magari la solita buonissima insalata russa del vicino.
Io, nel frattempo, sto malissimo, che così male era tempo che non stavo. Non ne scriverò, perché sono spaventata, sono poco lucida (per nulla lucida, in verità), perché oggi va un pochino meglio di ieri, perché magari è solo che mi sono tenuta troppe cose dentro, perché sto mangiando a bomba tutto quello che fino a poco tempo fa evitavo, perché è Natale, perché sono in ritardo su tutto, perché boh, è così.
Quindi cerco di vivermi bene questa serata, pensando che ieri ho mantenuto fede al punto D---D: la gioia vuole essere condivisa, amata e io l'ho fatto, ho condiviso e amato la gioia di chi mi sta vicino con rispetto, affetto, severità e coraggio.
Valli fredde, nebbia leggera, neve a bordo strada e qua e là tra i cigli erbosi, profumo di legna bruciata e di terra bagnata, macchine stracolme che viaggiano senza paura, biciclette verdi.
Non ho ancora avuto la voglia, la forza, di aprire il post 2012 sui propositi per l'anno nuovo, perché come sempre ho saputo rimuovere e ricordo appena ciò che ho scritto. Chissà se mi deluderò, se scoprirò che ho fatto tanto, che ho fatto bene, che ho fatto. So per certo di aver provato, quello sì, a fare meglio, ad essere meglio per gli altri e per me, ma su questo ultimo punto non sono ancora tanto brava: alla soglia dei trentadue anni in arrivo tra poco più di sette giorni non mi pare un grande risultato.
Non sarà però questo un post di bilanci, per quello voglio attendere la vera fine dell'anno, né sarà un post di lamentele, paure, riflessioni amare e tristezze. Impiego già sufficienti energie per rovinare a me e ai miei cari il Natale così vicino, credo sia giusto cercare, almeno qui nel mio sfogo abituale, di vedere al di là della malattia, della morte, della follia, del tempo che va via.
Io in questi giorni sono stata felice, felice della felicità altrui, felice per una bicicletta verde, per un presepe bellissimo dove ci sono addirittura piccole ceste piene di bambole ancora più piccole, felice per le foto del bimbo nato da poco, felice per la gatta che sta meglio e ha scelto il mio poncho di lana per i suoi riposini. E' una grande fortuna potere e sapere essere felici per gli altri, facendo diventare tua una gioia che non parte da te e non fa parte di te.
Credo di dover pensare a questo ora, lo faccio perché so che è la cosa giusta e perché non ho molte alternative, lo faccio anche perché magari così mi sveglierò e tutto mi sembrerà più semplice e raggiungibile.
Quindi, mettiamola così, invece di riflettere sui buoni propositi 2013 e 2014 pensiamo a domani, anzi, a stasera, che è già più che sufficiente.
Auguri.




mercoledì 19 dicembre 2012

Snowglobe e febbre

Quarto giorno di febbre, divano e mal di testa.
Oggi forse va leggermente meglio, ma guarire è un'altra cosa.
Questa mattina impegni di forza maggiore mi hanno tirata giù dal letto: un pezzo di vita da chiudere, non si può dire senza rimpianti, di sicuro senza rimorsi.
Poi di corsa al supermercato a comprare tutto l'occorrente per preparare le mie celebri Bombe di Natale (di cui ho già scritto pure qui, troverete il post sotto le Feste di due anni fa, direi) e avere così il pomeriggio pieno.
Negli ultimi giorni di isolamento forzato mi sono messa a costruire regali di Natale home made, con oggetti che trovavo in casa e che potevo comprare a prezzi ultra modici.
L'idea di quest'anno (l'anno scorso, se non sbaglio, erano gli alberelli in feltro e due anni fa i segnaposto personalizzati) ha previsto la realizzazione, in serie, di una decina di palle di vetro natalizie, di quelle con la neve dentro che usavano tanto quando ero piccola.
La spinta me l'hanno data diversi fattori: il racconto di un amico che aveva incontrato un oggetto simile sulla sua via qualche anno fa, la mancanza completa di soldi per comprare i regali, la voglia che si rinnova ogni anno di usare le mani e costruire qualcosa di personale, la semplicità con cui in rete ho trovato informazioni utili per reperire il materiale e realizzare la pallina, la necessità di stare chiusa in casa al caldo.

Ecco cosa occorre per una pallina:
- 1 barattolo di vetro con chiusura ermetica (qui a Genova si chiamano arbanelle)
- acqua distillata
- glicerina (si trova in farmacia)
- glitter o neve finta (io ho faticato a trovarla, ormai è quasi tutta spray)
- pupazzetti, possibilmente in plastica e di piccole dimensioni
- colla idrofuga
- feltro

Procedimento:
La parte più difficile in assoluto per me è stata...la rimozione delle etichette dai barattoli! Ormai il bisogno di "brandizzare" tutto porta ad usare colle super resistenti in ogni occasione, affinché la marca, il simbolo, insommma la pubblicità, siano pressoché eternamente appiccicate dove devono stare. Quindi, con l'aiuto di un toglicolla chimico che ha reso il mio bagno una camera a gas in 30 secondi, acqua calda, sapone per i piatti, sapone per le mani e spazzole varie ed eventuali, ho tolto le etichette e reso così neutro il mio barattolo.
La prima fase si svolge sul coperchio: occorre infatti coprire la base esterna con uno strato di feltro, cosìcché la palla appoggi sulla stoffa e non scivoli. Poi si scelgono i personaggi da attaccare all'interno del coperchio e che finiranno quindi immersi nell'acqua. Qui ci si può sbizzarrire con omini dei presepi (la mia condizione di atea mi ha fatto ripiegare per un'altra scelta ma l'idea comunque non é male), pupazzetti dei cartoni animati (decisamente più costosi), oggetti acquistabili presso i negozi di hobbistica (tipo miniature o simili) oppure, come ho fatto io, piccoli addobbi da appendere all'albero di Natale. Io ho trovato e preso al volo un'offerta di un grande magazzino, che vendeva a metà prezzo una scatola di Babbi Natale, pupazzi di neve, angioletti, abeti, campanelle e compagnia bella, pieni di colori e atmosfera festante. Unico difetto: sono di legno. Visto che l'acqua lavorerà sul suo contenuto temo che i pupazzi inseriti quest'anno non dureranno fino a Natale 2013, però chi può dirlo, ci si prova.
Quindi, una volta scelti i protagonisti occorre attaccarli, con una colla che non tema l'umido, alla base interna del tappo. Intanto che la colla asciuga bisogna riempire il barattolo d'acqua distillata, aggiungere un goccio di glicerina (poca!) e i glitter, io li ho scelti semplici color argento, ma si può optare per altri colori e forme.
Una volta che i pupazzi sono ben saldi e la colla è asciugata basta chiudere il barattolo...e scuotere!
L'effetto è antico, come l'idea che ho io della sfera di neve e di molte altre cose. Per coprire bene il tappo magari si può usare una striscia di feltro da chiudere attorno al barattolo con un fiocco, ma queste sono tutte idee che vengono in corso d'opera.
Il bello di questo regalo è la magia, il cosiddetto "effetto wow", ma anche la possibilità di personalizzarlo al massimo, sia sui propri gusti sia su quelli del destinatario. A partire dalla scelta del barattolo, forma e dimensioni sono variabilissimi (nella foto, a sinistra, la bottiglia di succo alla pera fatto in casa che ho restituito a Sturm), per arrivare ai personaggi inseriti all'interno e al colore della stoffa. L'unica miglioria per l'anno prossimo sarà costruire una base, non so ancora con che materiale di recupero, pensavo al "culetto" dei vasetti di yogurt che intanto io consumo in grandi quantità, per rialzare un po' i pupazzetti e renderli più visibili.
Tutto qui e Buon Natale, vado a farcire i datteri.




domenica 16 dicembre 2012

I still have me

Ho ripescato la foto in un album scattato anni fa, al MART di Rovereto.
Perché? Non lo so, perché mi piace la frase, perché fa freddo come nel profondo nord, perché sì.
Prima neve sull'Albero della Coccagna e prima febbre. Sono a letto che scrivo, sotto al piumone, caloriferi accesi e mille maglie una sopra all'altra. Mi pareva di essermi coperta a sufficienza in questi giorni, anche sotto la bufera, anche dopo la palestra, anche solo per uscire a comprare le arance. Evidentemente non è bastato.
Ho trascorso una settimana pesante, piena di scadenze, tra cui l'ultimo grosso esame del 2012. Un argomento completamente oscuro per me, un professore che dicevano essere severo e pignolo, poco tempo per preparare la presentazione e per imparare un minimo di teoria in più, giusto per non fare scena muta davanti alle domande.
L'esame è andato bene, benissimo. I mille passaggi burocratici per mettere un punto alle questioni lavorative si superano pian piano e altrettanto lentamente ci si avvicina ad avere le grandi risposte per il mio futuro economico, qualsiasi esse siano.
La febbre, portata dal freddo, potrebbe anche avere una componente di stanchezza cosmica accumulata, conoscendomi, ma basta non farsi domande e ascoltare i consigili di chi mi conosce e ha visto cosa è in grado di inventarsi il mio corpo quando è eccessivamente sotto pressione.
In questi giorni appena trascorsi ci sono state tante chiacchiere, parole spese a pranzo con gli amici, camminando nella neve, silenzi pieni di cose, fiumi di spiegazioni, racconti dolorosi e vicinanze che terminano con dolcezza e affetto infinito. Qualcuno di davvero importante mi ha ricordato la fortuna che ho, a poter godere dell'indipendenza senza essere sola, grazie, è proprio così. So di non essere sola, so che in qualche modo le cose che ancora non vanno si aggiusteranno, so che anche la febbre di oggi passerà senza gli strascichi dell'ultima. Nel frattempo le piante del bagno sono fiorite, i bulbi nella piccola serra fanno capolino anche se pallidi per la poca luce che entra in casa, l'alberino si illumina sul panchetto giallo e le idee home made per il Natale prendono piede nella mia testa.
Spero di riuscire, già questa sera, a inventarmi qualcosa per i regali, da preparare con calma ascoltando la musica e bevendo una tisana calda. Per adesso, non se ne parla, meglio il piumone...


sabato 24 dicembre 2011

A Natale siamo tutti più buoni


A Natale siamo tutti più buoni?
Non credo.
Dipende da cosa si intende per buoni. Essere gentili, fare regali, andare a messa di mezzanotte, chiamare i parenti, non dire parolacce, dare la precedenza alla vecchietta, salutare il vicino antipatico...
Io sono a casa, è la vigilia e non mi sento più gentile del solito, ho fatto pochi regali e molti dettati dalla stupida esigenza del ricambio (tu l'hai fatto a me, mi tocca farlo a te), non ho nonni da chiamare e gli unici, acquisiti, hanno sempre ricevuto la mia telefonata per ringraziarli della busta coi soldi, se possibile ho detto più parolacce che nel resto dell'anno, non ho aiutato nessuna vecchietta e non vedo l'ora di andare a pranzo dai vicini domani.
Credo che sarei buona se pensassi un po' di più ai cari che ho accanto e che faticano a superare il Natale senza avere pensieri terribili o che perdono persone importanti proprio in questi giorni, se facessi qualche carezza extra alla mia gattina bianca, se comprassi meno cazzate e risparmiassi ancora di più in vista della futura casa, se smettessi di sentirmi in colpa per ogni cosa che faccio e che non faccio, se la finissi di pensare al passato che è giusto rimanga tale, se mangiassi qualche cioccolatino in meno o non salissi sulla bilancia proprio adesso per sentirmi meglio una merda, se non mi riducessi all'ultimo per studiare e fare cose che dal 2 di gennaio saranno subordinate al mio nuovo lavoro pomeridiano.
Credo anche però di essere buona tutto l'anno, quando corro a casa nel week end perchè voglio fare compagnia alla mamma, quando pulisco il cesso io invece che chiedere aiuto a chi vive con me, quando faccio anche per gli altri che manco se ne accorgono, quando mi alzo presto per andare a lezione e vado a dormire tardi per prepararmi il pranzo, quando faccio il turno al Belleville anche se sono morta di stanchezza, quando mi preoccupo che tutti siano felici prima di me, quando sorrido ripensando a chi mi ha fatto male senza saperlo e che ancora alberga nel mio cervello, quando non rifiuto di vedere persone che non avrei affatto voglia di incontrare e quando do spiegazioni e giustifico comportamenti che ho tutto il diritto di tenere.
In questa sera di vigilia io penso alle mie di vigilie, le bimbe dagli occhioni neri che mi aspettano, i trent'anni che mi corrono incontro, un 2012 pieno di novità e una bellissima casetta che verrà riempita da: la famosa brocca rossa con i sei bicchieri figli, un dondolo meraviglioso con i cuscini a quadretti, quattro sedie colorate per la camera da letto e gli ospiti inattesi, un vasetto dipinto con grande precisione e il suo abitante tulipano, quadri e foto del cuore, un tavolino un pò sbilenco e la sua lampada di latta verde, un abat-jour blu che fa pochissima luce, un piattino con disegnate delle capre, un set di legno d'ulivo per gli aperitivi, i miei libri, una scatola piena di fiori e uccellini da posare su un comò che ancora non c'è, un kilim antico con i colori morbidi, uno sgabello giallo che diventerà il mio comodino...
Buon Natale

giovedì 30 dicembre 2010

Le bombe di Natale


Questa sì che è una tradizione.
Faccio i datteri ripieni nel periodo natalizio da anni ormai. Ero ancora al liceo quando cercavo di uccidere i miei commensali con questa bomba calorica senza precedenti. Non occorre che piacciano i datteri, io per esempio non li amo granchè.
I datteri ripieni di mascarpone e ricoperti di cacao sono buoni. Punto.
Perchè sono ripieni di mascarpone e ricoperti di cacao.
Mi sono ripromessa di prepararli solo nelle feste natalizie, un pò perchè è decisamente più semplice reperire il maxi datterone necessario, un pò perchè la pesantezza di questo veloce dolcino non permette un consumo più assiduo.
Iniziamo, come sempre, dagli ingedienti (per 4 persone):

- 8/12 datteri grandi (si vendono sfusi e sono enormi, diffidate delle imitazioni)
- mascarpone (una vaschetta normale)
- zucchero
- cacao amaro

Preparazione:
Occorre che vi procuriate una siringa per dolci o una saccapoche (io uso la siringa).
Mescolando poco zucchero al mascarpone ottenete una crema morbida. Togliete i noccioli dai datteri, basta estrarli con pollice e indice, è un'operazione piuttosto semplice. Riempite i datteri con il mascarpone, fino a renderli belli gonfi di crema.
Fateli rotolare sul cacao.
Fine.
Incredibile no? Ci vuole un attimo a farli, anche a mangiarli, un pò di più a digerirli!

Difficoltà: facilissima
Cottura: zero!
Costo degli ingredienti: medio (i datteri costicchiano)

Buon appetito!

domenica 26 dicembre 2010

Trees


L'anno scorso ho iniziato a scrivere su questo blog a Gennaio, con un post natalizio. Anche quest'anno eccone uno sugli addobbi per le feste, rigorosamente con materiali di recupero.
Quelli che vedete nella foto sono alberelli in pannolenci, ai quali sul retro ho cucito una spilla da balia. Possono essere attaccati all'albero, appesi in sequenza per creare un festone, incorniciati in un quadretto semplice (io l'ho fatto e il risultato non era male!), oppure usati come spilla, per chi è coraggioso e ha voglia di osare.
La realizzazione è facile: se ci sono riuscita io ce la fa chiunque! Occorrono solo un pò di pazienza e un pò di tempo, poichè non sono velocissimi da preparare.
Innanzi tutto bisogna disegnare una doppia sagoma (con il gessetto da stoffa) sul pannolenci del colore preferito, facendo attenzione che i due alberelli siano i più simili possibile. Poi si sceglie il lato in vista e lì si realizzano le palline, semplicemente con un poco di filo di lana colorato; successivamente si cominciano a cucire le due sagome, per la chioma io ho scelto un colore che facesse contrasto con il panno e ho usato un marrone per la zona del tronco, ma ovviamente è una questione di gusti e fantasia.
Prima di chiudere le due sagome bisogna riempire l'alberello con dell'ovatta, facendo bene attenzione che il cotone penetri anche negli angoli. Fatto questo si può procedere con la chiusura e concludere cucendo un puntale magari con il filo argentato. Per chi decide di attaccare la spilla lo può fare con un filo colorato, oppure può rendere l'alberello una vera e propria pallina natalizia creando un piccolo cappietto di lana con cui appenderlo.
Il risultato, seppur i materiali usati siano di recupero e poco appariscenti, è d'effetto anche se semplice e non troppo vistoso.

P.S. Per la foto grazie a Eliana, che ha ricevuto in dono 4 alberelli per Natale.

domenica 19 dicembre 2010

La Festa del Regalo Autocostruito


In realtà non sarà un post solo su questo.
Oggi è stato un bel sabato davvero. Sveglia non troppo presto e cucina: datteri ricoperti di cacao e ripieni di mascarpone (probabili protagonisti del prossimo post culinario), destinati alla cena di stasera al Belleville, in occasione della Festa del Regalo Autocostruito.
Sono riuscita a trascinare mamma fuori casa e a portarla a Genova, dove ha potuto trascorrere gioiosa un'oretta dentro Torielli per comprare una tonnellata di cioccolatini alle amiche (mentre io e un signore in attesa della moglie, anch'ella chiusa in drogheria, cercavamo di capire quale spezia cane-repellente fosse stata sparsa attorno ai vasi di fiori all'esterno del negozio, per evitare pipì poco natalizie).
Poi tour pro regali, sistemate le colleghe, il prof, amici vari ed eventuali. Poi casa veloce e destinazione finale Belleville. Qui finalmente è stata onorata la famosa tradizone di Giorgia, il Regalo di Natale Autocostruito (ognuno prepara qualcosa con le sue manine e ognuno pesca un numero, a cui corrisponde un regalo, il tutto alla cieca e completamente casuale).
Prima del sorteggio c'è stata una super cena, autoprodotta pure questa, con torte di verdure, vino buono, frittate e dolci vari (compresi i miei datteri-bomba).
Un pò di chiacchiere, una sigaretta accesa al gelo, un digestivo ottimo, la scrittura del desiderio-proposito per l'anno prossimo (sigillato da un Babbo Natale improvvisato nella bottiglia che verrà rotta nel 2011) e poi tanti saluti a tutti.
Le mie spille sono finite sul petto di Silvia e Stefano, la mamma è rimasta col gruppo festante e io verso le undici ho attraversato i vicoli e mi sono chiusa nella tana, bella calda perchè avevo lasciato il riscaldamento acceso...
Camminando pensavo al pranzo di domani da Sturmi, al super lavoro di lunedì, al Capodanno incognito come sempre e al mio primo Natale senza somatizzazioni moleste da qualche anno a questa parte.
Mentre percorrevo via San Luca sms tanto atteso: Amelia è nata e tutti stanno bene. Questo sì che è un bel sabato, questo sì che è un bel regalo di Natale.